Nel triste decennale dell’11 settembre, ho pensato di ricordare quanto accaduto attraverso una mia poesia scritta dopo poche ore i tragici fatti.

11 settembre 2001

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Sangue d’indifese prede

dove passi

né mani mai s’incontrano

invisibili compagni

di sogni e di suicidi.

Niente di diverso

nei lunghi disperati grattacieli illuminati 

al millennio che nasce.

Antonio Donadio

Le vittime innocenti dell’11 settembre sono viste come prede impotenti, strette in grattacieli come gabbie dove si vive in migliaia ma senza un vero, umano contatto (dove passi / né mani mai s’incontrano) che non sia quello delle reciproche funzioni.

Un’umanità disumanizzata, un sistema dove tutto partorisce anche l’opposto del tutto (sogni e suicidi).

Niente di diverso: è lo scontro di sempre.

E il nuovo millennio viene “salutato” con terrificanti luminarie (lunghi disperati grattaceli illuminati / al millennio che nasce).

Nessuno spazio alla facile retorica, ma una sofferta denuncia e un grido di dolore non solo per i morti innocenti, ma per l’intera Umanità che sembra non aver imparato niente dalla Storia.

E’ ancora tristemente vero come dice Quasimodo: “ E questo sangue odora come nel giorno/quando il fratello disse all’altro fratello:/ ”Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace, / è giunta fino a te, dentro la tua giornata” *.

* Da “Uomo del mio tempo” in Giorno dopo giorno, Mondadori 1947

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