CAVA DE’ TIRRENI (SA). Vincenzo Braca e la farsa cavajola

 farsa-cavajola(1)-380x_vivimediaLe farse cavajole che “nell’odierno comune linguaggio sono richiamate come uso popolarissimo, per indicare delle azioni sceniche oscillanti tra il faceto ed il grottesco, il pittoresco e il ridicolo, con una spruzzatina di ironia alludente alla stupidità che si sarebbe attribuita agli antichi abitanti della odierna città di Cava de’ Tirreni, furono particolari forme di recitazione drammatica, molto in voga in Napoli nei secoli dal XIV al XVI, e si diffusero poi per l’Italia e finanche all’estero”. L’opinione che i cavesi fossero sciocchi ha perseguitato per secoli gli abitanti della Cava. Questi, però accolsero con molto spirito le dicerie e le calunnie, tanto da ironizzare essi stessi sulla propria sorte di “stolti e minchioni”. La questione della farsa, delle sue origini e autori è una diatriba ancora aperta.  Per alcuni derivano dalla tradizione popolare sovrappostasi alla storia, “dalla dottrina formatasi nelle auree magioni napoletane di fine ottocento e inizio novecento, sono state ritenute non un prodotto dei cavesi, ma una iniziativa delle popolazioni viciniore, che le avrebbero tramandate insieme con le tante altre stroppole, novelle ed aneddoti, per deridere la stupidità dei cavesi. Ma vi è chi ipotizza che nascessero per dare sfogo all’invidia che rodeva nei confronti della intraprendenza, della perspicacia e del benessere che furono innegabili prerogative dei cavajoli dei secoli andati. Questa tesi di “burlarsi per dare sfogo” fu condivisa anche dal Prof. Raffaele Baldi che ne scrisse nel saggio “Controversie politiche ed economiche fra salernitani, cavesi ed anche amalfitani”, in cui espose molto dettagliatamente l’origine politica ed economica delle controversie. Il Baldi, però, non è molto attendibile perché di parte, egli, infatti, dimostrava un eccessivo campanilismo, rendendo difficile stabilire la veridicità delle dicerie contro i cavesi, da cui sarebbero nate le farse.  Della farsa delle origini conosciamo molto poco. Gli unici esemplari pervenuti fino a noi sono farsa-cavajola(2)-380x_vivimediale farse cavajole che Vincenzo Braca compose nel XVII secolo, quando, cioè, la tradizione letteraria farsesca aveva già superati i limiti dalla composizione popolare ed era divenuta colta. Nella storia della letteratura e in quella del teatro italiano le farse cavajole “costituiscono un problema di assai scarsa importanza”. I pochi testi che abbiamo, non autorizzano a parlare di un “genere di rappresentazione caratteristica di una certa età o un certo ambiente”, esse si rivelano piuttosto appartenenti ad uno stadio anteriore alla vera e propria letteratura teatrale “nel quale cioè la natura popolare, per origine e per destinazione, è tutta intrisa di contingenze che possiamo definire pratiche, in quanto indissolubilmente legate a tempi, luoghi, persone e non sa sollevarsi, anche se può rivelarne una indistinta aspirazione, alle misure di un regime stilistico, in cui gli spunti caricaturali, farseschi, politici, ambientali, vinto il peso della propria contingenza, si compongono nella significante armonia dell’arte”( cfr Prof Fernando Salsano). Fra i tanti che hanno trattato la farsa,  suscita un certo interesse Alessandro D’Ancona,  anche se le pagine che dedica alle cavajole, non contengono che un frettoloso accenno alla loro natura ed alle loro probabili origini. D’altra parte la storiografia anteriore non offriva di meglio, per curiosità si possono rivedere i cenni e le malcelate notizie del Minturno e del Napoli-Signorelli, oltre le quali lo stesso D’Ancona non va. Il D’Ancona assegna all’età di Ferdinando il vecchio “alcuni lavori drammatici” che non hanno a che fare con la commedia erudita, né con la sacra rappresentazione, me che piuttosto potrebbero annodarsi alle atellane, e “sono le farse dette cavajole, capricci semi improvvisati, lazzi senz’arte e senza intreccio, destinati a sollazzare gli ascoltatori con la vivezza dei motti, la prontezza delle arguzie, i salti del dialetto.”(A. D’Ancona). Giovambattista del Pino, autore di feroci satire contro i cavesi, in una composizione del 1548, conferma la tesi del D’Ancona scrivendo che:”(…) la maggior parte di essi è di sì grossa pasta che un Carnevale sarebbe assassinato da Monna Quaresima, se non avesse alcun di loro che comparisse nelle farse (per dirla a nostro uso) e li contraffacesse, imperocchè è cresciuta tanto la lor grossa piacevolezza, che, non solo qui in Napoli, ma per tutto il regno, anzi quasi tutta Italia, le commedie che si fanno nel Carnasciale, senza un personaggio che rappresenti alcuni di questi della Cava, han sapore di rancido, perché essi sono eredi in burgensatico de le Commedie atellane, che facevano ridere alla sgangherata gli uditori del tempo antico.” Il D’Ancona, inoltre, citando il Napoli- Signorelli, identificava le cavajole con le farse di Pietro Antonio Caracciolo e le considerava “genere tra il buffonesco e il satirico, che, forse, perfezionò maggiormente il Sannazzaro coi suoi gliommeri”. La parentela  del Caracciolo con la cavajola è garantita, anche se mancano elementi qualitativi per un più esauriente parallello, basti pensare alla Farsa de la Cita nelle cui battute del notaio, si riconoscono le tracce dei Sautabanchi di Vincenzo Braca. Fu il Torraca a richiamare l’attenzione dei contemporanei sulle farse cavajole, con la pubblicazione di un saggio che contiene la trascrizione da un manoscritto napoletano del testo della “farsa” de “La recevuta de lo ‘ Mperatore”, un lungo, ma discusso componimento, attribuito a Vincenzo Braca. Secondo il Torraca la farsa “(…) che non porta, si badi, il nome di Braca, dovrebbe essere scritta poco dopo quell’avvenimento memorabile, almeno ciò fanno supporre le molte allusioni a particolari del passaggio, i quali non sarebbero stati certo ricordati con tanta freschezza di impressioni al principio del secolo XVII. Aggiungerò poi che parecchie forme arcaiche del dialetto, nei lavori del Braca, li fanno supporre al tempo anteriori in cui furono trascritti insieme.” (F: Torraca) La farsa de la Recevuta mette in risalto molto materiale che già poteva essere nella tradizione delle farse cavajole, quali il bando, il parlamento, il reliquario, la stupidità e la presunzione di certi personaggi, vi è anzi, da parte dell’autore del componimento la distruzione del piccolo mito creato dai cavesi ad uso della loro pretesa dignità: l’esaltazione delle sue bellezze, della sua importanza e del suo benessere. “I cavesi sono presentati senza mezzi termini nella loro dappocaggine, i governanti considerati quali persone di pochi scrupoli, il loro mondo piccolo di inganni scoperti, meschini, irresolutivi…..” Tutti elementi questi peculiari di un particolare tipo di opera che ritroveremo in quasi tutte le farse brachiane, ma non in quelle di epoche successive. Certamente la sorte dei cavesi non fu felice, ma nel corso degli anni furono i cavesi stessi a coltivare la satira e a farne una sorta di professione che li portò ovunque a dilettare le platee. La più antica farsa  attribuita a Vincenzo Braca  “ La Ricevuta de lo ‘mperatore”, evoca burlescamente la visita di Carlo V alla cittadina campana nel 1535, mentre le altre, databili intorno all’ultimo decennio del secolo, sono sicuramente del medico salernitano Vincenzo Braca: come la Farza de lo Mastro de scola e la Farza de la maestra (in endecasillabi con rimalmezzo), popolate di personaggi volgari, rumorosi e sudici non privi di una loro cattivante vitalità teatrale. A testimoniare la tradizione dei cavesi di portarsi nelle piazze e nelle aie a dilettare con stroppole e facezie abbiamo alcuni deliziosi versi che lo stesso Braca, detto “Vrachetta” scriveva nel 1614:

 

“Quanno era ‘o Capodanno anticamente
solea scendere ‘a gente cavajola

c’ ‘o tammurro e co ‘a viola a fa alleria
n’ ‘e case e miezz’ ‘a via dintro Saijerno,
onorando ‘o Covierno ca sauza bona,
cercanno a ogni persona a fronte aperta

lleramente nferte e i veveraggi […]

Ebbene già in epoca anteriore forse fina dal tardo M.E. i cavesi erano soliti scendere, durante le feste di Capodanno, a Salerno e negli altri borghi vicini. Al tempo, però, a spingere “‘a gente cavajola” in terra straniera era la loro arte di satireggiare, grazie alla quale dilettavano il pubblico con filastrocche e rime, traendone danaro, cibarie e buon vino. Così i cavesi esportarono questa tradizione, frutto di un atavico senso dell’umorismo, fino a Napoli, quando alla Corte degli Aragonesi occupavano i più alti gradi della magistratura e della diplomazia.  Crebbe poi tanto il fascino delle farse cavajole che dalla capitale del Regno si propagarono dapprima in tutta Italia, poi valicarono i confini fino a lasciar tracce alla Corte di Baviera.Tuttavia questo breve momento di interesse non autorizza a ritenere che tali farse sono all’origine della Storia del Teatro Comico Italiano. Nella tradizione popolare però quella grossa piacevolezza con la quale i cavajoli furono soliti di satireggiare si ritorse contro di loro, e poiché nelle loro farse i cavesi facevano contemporaneamente da attori e da personaggi fu facile, ai nemici e agli invidiosi delle loro fortune, confondere ed unificare i ruoli, affibbiando la satira contro i cavesi quella che era una loro arte. Ed i nemici dei cavesi si trovavano un po’ dovunque non solo a cagione della intraprendenza cavajola, ma anche a causa dei privilegi e degli antichi contrasti campanilistici. Dunque, essendo le antiche farse cavajole del tipo delle improvvise, cioè non avendo un testo prestabilito, ma solo una traccia sulla quale gli attori intessevano, secondo le circostanze, le battute trasmesse da generazione a generazione verbalmente, ed essendone pervenute a noi dei testi soltanto nelle opere manoscritte dal Braca, si è finito per ritenere che quelle del Braca fossero le vere farse Cavajole e che la paternità di questo genere letterario andasse attribuita ad altri. Il “Vrachetta”, naturalmente, si guardò bene dal precisare che molte delle sue opere erano “fedelmente ispirate” dai canovacci delle antiche cavajole. Per quel che si sa Vincenzo Braca  il suo nome, come già esposto, è associato al genere letterario della cosiddetta ‘farsa cavaiola’, di cui egli è praticamente l’unico esponente, il solo, almeno, di cui si conosca il nome. Molto scarne sono le notizie sulla sua vita, comprese quelle ricavabili dalle sue opere, nelle quali non è sempre agevole discernere tra realtà e finzione comica.. Si sa che proveniva da famiglia di umilissime origini, e che, ancora giovanissimo, rimase orfano di padre. Partendo da queste modeste condizioni riuscì comunque, tra il 1593 e il 1596, a diventare medico, formandosi alla Scuola medica salernitana, un curriculum a cui egli aggiunse forse degli studi di giurisprudenza, non conclusi, nello Studio napoletano, come sembrerebbe da una delle sue opere, il Processus criminalis. Esercitò l’arte medica a Napoli dal 1595 o 1596 ma dopo non molto rientrò a Salerno, stabilendo la residenza a Cava. Nel 1612 lo si trova iscritto tra i membri dell’Almo Collegio Salernitano. In uno dei due codici conservati a Napoli si legge  «Originali opere del dottor Vincenzo Braca salernitano, mio carissimo amico che morì in mia casa ammazzato. Dio lo recogli nella sua s.ta Gloria come spero, essendo morto molto cattolicamente remettendo sempre a quello che lo haueua ammazzato, et ordinò che non se querelasse» (vergata da mano diversa da quella dell’amanuense del codice. La data della sua morte rimane invece sconosciuta, anche se dovette essere, sicuramente, non anteriore al 1614, anno che ricorre nella dedica di un Pronuosteco e di un Buonzegnale, Una più precisa determinazione è stata avanzata, dallo studioso Ettore Mauro, che ha proposto la data del 18 febbraio 1625, basandosi sulla data dell’opera dal titolo Lettera de ‘a Cava alla Repubreca de Genua, Questa ipotesi, tuttavia, implica che si accetti l’attribuzione al Braca della Lettera de ‘a Cava, attualmente una congettura non altrimenti dimostrabile.

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