CAVA DE’ TIRRENI (SA). Pippo Zarrella “racconta” la vita nei prefabbricati.

Pippo Zarrella

Pippo Zarrella

Pippo Zarrella “racconta”la vita nei prefabbricati

Con il racconto “Io odio i gerani” Pippo Zarrella, scrittore cavese con alle spalle un libro che ha raccolto notevoli consensi “Avanzi” ,ha vinto il primo premio del concorso letterario “Dame e Cava di ieri”

Un racconto amaro, scritto con l’ironia e la consapevolezza del disagio interiore di una famiglia che vive da anni nei prefabbricati, si porta dentro e fuori .La società sembra averti emarginata, hai un posto dove dormire ,ma non è una casa,la tua casa, pensi che tutto il mondo sia così ed invece il mondo è diverso e tu vorresti e dovresti viverlo come tutte le persone normali. Un problema sociale,anche cavese, che Pippo Zarrella ha affrontato con tatto ,ma con il  “pugno duro “ in guanto di velluto,per porre davanti a chi ne ha , le proprie responsabilità politiche e sociali, affinchè un domani si possa dire … mai più” …

 

 

Ma ecco il testo che ha vinto il concorso :  ”Io odio i gerani”

“Io odio i gerani.  Sono anni che mia madre abbellisce l’atrio con questi maledetti fiori lilla.

“Tutte le case hanno i fiori al balcone!”,  mi ricorda quotidianamente mia madre. Ed io quotidianamente le rispondo:  “Mamma, questa casa non ha i balconi. Questa non è una casa, è un prefabbricato, un container. Noi viviamo al piano terra!”

Viviamo. Che parola grossa. Sopravviviamo.

Sopravvivo in una scatola di latta qui a Pregiato a Cava de’ Tirreni da oltre vent’anni insieme a mia madre Mena e a  mio padre Peppe. Nel corso di questi anni poi si sono aggiunti mio marito Matteo e la vita mia, mia figlia Debora.

È da quando avevo dieci anni che vivo qui. Mia madre da piccola mi diceva che ero fortunata, che vivevo in un posto importante, un posto di lusso, mica come in Africa dove i bambini si muoiono di fame. Io vivevo a Pregiato. Un posto pregiato, di pregio. Un posto prezioso ed unico. Casa mia, insomma.

Queste mura di cartongesso hanno assistito al mio essere donna per la prima volta, hanno assistito alle liti con mio padre quando adolescente volevo uscire con la minigonna e il tacco dodici, hanno ascoltato le prime telefonate con i fidanzatini di scuola, hanno assorbito tutto questo mentre fuori il mondo cambiava.  E forse pure io.

Ho visto crescere il mostro di cemento del Palazzetto dello Sport che si è rubato il tramonto e non ha neppure visto l’alba, perché da quindici anni è solo un feto abortito. I miei amici pian piano sono andati via. Il tempo ha portato via le mie amichette con quali giocavo a palla avvelenata.

Chi se ne è scappata al Nord. Chi ha sposato un uomo con i soldi ed ha abbandonato la sua scatola di latta. Chi è morta. Sì, perché c’è anche chi è morta. Le lamiere d’amianto, l’hanno giorno dopo giorno uccisa da dentro, dall’interno, silenziosamente e vigliaccamente. E così un giorno si è passati dal giocare a palla avvelenata ad essere atterrata in quanto avvelenata dalle lastre di amianto che servivano a riscaldarci, a non farci morire dal freddo. A non farci morire. Così dicevano.

Ieri ho messo a posto una cassettiera. Era da un po’ che non ci infilavo le mani. Mamma la chiama la cassettiera delle cose inutili. Ora che ho la piccola Debora stiamo alla ricerca di un po’ di spazio per creare un angolo per la bimba, dove mettere le sue cosine ordinate.

Cosa non è potuto uscire dalla cassettiera delle cose inutili! Al terzo cassetto, quello con gli adesivi della Nutella, abbiamo trovato una cosa che mi ha riportato a quando era bambina: una bottiglia di Fanta con all’interno una moltitudine di conchiglie. Di tutte le forme. Di tutti i colori.

Non mi ricordavo di aver fatto la collezione di conchiglie.

“Agata, queste sono le conchiglie dei paguri! Ti ricordi che con tua nonna andavi a raccoglierle in spiaggia? Li portavi qua e li lucidavamo insieme. Facevi la collezione. Ti facevi anche le collane.”

Mia madre candeggia i ricordi arrugginiti facendoli diventare di nuovo chiari e limpidi.

Ora ricordo. Appena arrivati qui a Pregiato trascorrevo ore intere sulle spiagge con la nonna. Anche in inverno, alla ricerca delle conchiglie. Era una passione che mia madre mi aveva obbligato ad avere per non trascorrere tutto il giorno in quella che allora chiamavo: la scatoletta di tonno.

E mia nonna mi accompagnava, in spiaggia a Vietri o a Cetara a raccogliere questi paguri. Quanti pomeriggi trascorsi sul bagnasciuga alla ricerca di queste graziose conchiglie. Il lavoro di ricerca  di quegli anni è racchiuso qui: in una bottiglia di fanta gialla, mezza piena, o mezza vuota, di paguri delle dimensioni più disparate.

Quella di mia figlia Debora è la quarta generazione di donne che ha vissuto all’interno dei prefabbricati.

Mia nonna, mia madre, io e mia figlia. Spero che lei, Debora, sia l’ultima. Spero che non faccia sua l’etichetta di quella del “popolo dei prefabbricati”. Una tribù sparsa tra Pregiato, la Maddalena e Santa Lucia che vive ancora di caccia e di pesca. Caccia alle zoccole, ai topi che si intrufolano tra le sottili lamiere e pesca di un po’ di fortuna, nell’attesa sempre più lunga di una vita migliore. O anche solo di una vita.

La maestra a scuola non si spiegava come una ragazzina di undici anni, del popolo dei prefabbricati, fosse la prima della classe. Ero la migliore. La maestra si chiedeva il perché. C’era la figlia dell’avvocato che non riusciva a fare gli esercizi. O quella del cardiologo che faceva chiasso. Perché?

Forse perché avevo sempre qualcosa da dimostrare. Dovevo in ogni momento scrostare questa fastidiosa e rumorosa etichetta.

Le amichette di scuola esterne ai prefabbricati non venivano mai a casa mia a fare la merenda il pomeriggio. Io non le invitavo perché mi vergognavo della vaschetta nell’angolo per raccogliere l’acqua che entrava senza chiedere permesso durante l’inverno.

Plic. Plic. Senti le gocce? Mi raccontava mia madre. È la musica della pioggia. Plic. Plic. Non senti? Allora questo è DO. Questo è SOL. Se ascolti bene te ne accorgi anche tu.

E così mi addormentavo con questa ninna nanna. Do Sol Do Sol Re.

Che belle queste conchiglie. Non hanno perso la loro lucentezza. Mi ricordo che per togliere  il paguro dalla sua casa, dalla sua conchiglia lo immergevo nell’acqua bollente. Il granchietto accaldato usciva fuori e io potevo prendermi la sua casa. Che belle che sono. Prendevo lo smalto trasparente della nonna e spennellavo le conchiglie. Dopo qualche minuto lo smalto si asciugava. Il risultato erano fantastiche conchiglie lucide. Sembravano gioielli, gioielli della natura.

Ogni tanto mi viene ancora a trovare il complesso del muro. Dai quindici anni ho cominciato a dare dei colpi secchi al muro di cartongesso della mia cameretta. Boom. Sentivo un rumore ovattato. Vuoto.

Quando andavo in qualche casa delle mie amiche facevo lo stesso. Boom. Il rumore del muro non era vuoto, ovattato. Era solido. Fermo. Quanto odiavo quel rumore di vuoto delle pareti della mia casa!

Mi alzo. Mia madre continua a fare pulizie nella cassettiera delle cose inutili.

Do un colpo al muro. È ancora ovattato. È ancora vuoto.

Porto le conchiglie con me. Le poggio sul portaoggetti del passeggino. Debora scambia la bottiglia di Fanta per quella del latte della colazione. Immediatamente intuisce però che non è il momento della pappa.

Fuori i cavi della corrente tagliano il cielo a fette. Il sole si sta per nascondere dietro al Palazzetto dello Sport, o meglio dietro al suo scheletro.

Alcuni tamburi portano il ritmo. Forse sono gli Sbandieratori Cavensi che si allenano tra le rovine del palazzetto. Di fronte a me i palazzoni variopinti modello favela sono quelli destinati al popolo dei prefabbricati. A noi. A me. A Debora.

Alcune famiglie già sono lì. Le vedo. Vedo le luci della televisione che come un focolare riscaldano le loro vite. Un signore in canotta al balcone fuma un sigaro. La puzza di fumo arriva fin qui. Sebbene viva in una casa vera, fatta di muratura, balconi e finestre, continua ad avere davanti ai suoi occhi la visione dei prefabbricati. Di quei trent’anni passati qui. E sebbene ora abbia una sua casa, continua, un po’ per nostalgia, un po’ per ricordo a scrutare chi come me una casa ancora non ce l’ha.

Un leggero vento fa volteggiare in aria alcune cartacce lasciate da qualche cafone locale. Ne fermo una. Un foglio azzurro  logoro e consumato dal tempo con colori ormai spenti mi comunica che “Il diritto alla casa è un diritto di tutti. Vota e fai votare Felice Inganni. Elezioni comunali 1990”.

Debora gioca con la bottiglia dei paguri. La rovescia da un lato. Poi dall’altro. È ipnotizzata dal rumore fragrante delle conchiglie se si spingono strette nella loro bottiglia gialla. Sorride.

Che invidia il paguro! Quando la sua casa, la sua conchiglia è diventata troppo piccola, si mette alla ricerca di una conchiglia più grande, più idonea ai suoi spazi. Evita così di rimanere intrappolato ed incastrato in quella che è la sua casa, la sua protezione.

E Debora vive così. Io vivo così. Mia madre vive così. Mia nonna ha vissuto così. Eternamente costrette in una casa che non è una casa, troppo stretta che quasi ti soffoca… mentre vedi gli altri che annaffiano i loro gerani lilla sui loro balconi.

Debora fa cadere la bottiglia a terra. Le conchiglie si riversano a terra. Io la guardo.

Lei sorride. Sorride. Lei. “

Condividi

Commenti non possibili