CAVA DE’ TIRRENI (SA). Premio Licurti alla grande verso il galà di settembre: pubblico in piedi per Nanà

Si è conclusa con un poker di lusso la prima parte della Rassegna Teatrale Estiva al Teatro Comunale “Luca Barba” di Cava de’ Tirreni.

A dire la verità, lo spettacolo è stato uno, cioè Foto di bordello con Nanà, ma il lusso è stato rappresentato proprio dai quattro elementi che si sono combinati per realizzarlo.

Innanzitutto, la qualità del testo, anzi dei tre testi combinati per l’occasione, scritti da un autore sopraffino come Enzo Moscato: ‘O casino della signora Zina, Ragazze sole con qualche esperienza e soprattutto il monologo Luparella, uno dei maggiori successi del teatro napoletano degli ultimi anni, messo in scena ed anche sullo schermo dalla grande Isa Danieli Al centro, la storia drammatica della morte di parto di Luparella, una delle prostitute più in vista di un bordello napoletano ai tempi della Seconda Guerra Mondiale: storia raccontata da una terza persona, Nanà, che nella versione storica è un’altra donna del bordello, ma che qui è stata sdoppiata, “femminizzata” e “femminiellizzata”.

Qui diventano molto importanti la persona e le scelte del regista-sceneggiatore Giancarlo Guercio, da sempre impegnato nel sociale (tra l’altro, è stato dirigente politico ed ha combattuto importanti battaglie per i diritti civili, soprattutto in occasione delle morti sospette di Massimo Casalnuovo e Francesco Mastrogiovanni, per cui erano indiziati eccessi della polizia) e già da tempo promotore di un teatro sociale, figlio della modernità spiccata di autori come Moscato e Ruccello ma non certo rinnegatore degli stilemi più efficaci del grande teatro di stampo eduardiano.

Guercio ha fuso alla perfezione i tre testi: sfido chiunque a cogliere l’innesto in Luparella della magnifica, sarcastica, straziante descrizione del bordello napoletano, tratta invece da ‘O casino della signora Zinna. Quindi, con un’intuizione efficacissima, ha sdoppiato il monologo tra due attrici, che per tutto l’ora dello spettacolo, tranne che all’inizio e nella giusta ricomposizione finale, hanno recitato senza invadere l’una il campo dell’altra, in una scena simmetricamente divisa in due sezioni divise tra loro da un drappo rosso color sangue e forse anche color fuoco dell’anima e del corpo. Un paio di incroci tra loro avvenivano rigorosamente al centro.

La scelta è stata dettata non da virtuosismo, ma da un’analisi acuta e profonda del testo così assemblato e dall’obiettivo del messaggio da trasmettere. Nanà non è una, ma anche due e dieci e cento e forse anche centomila e purtroppo, per tanti, anche nessuno, un nessuno a cui viene negato perfino il diritto di un compianto funebre. Nanà è un personaggio teatrale, ma anche una persona, il simbolo di una condizione sociale. Nanà non è lo stereotipo della prostituta “buco”, ma l’immagine di una sessualità naturalmente prismatica e di una umanità tragicamente travolta dalle lacrime della storia, eppure pronta ad assaporare con disperata gioia tutti i brandelli di vita possibili. Nanà è la donna, la femminilità oppressa eppure capace di liberare le energie della vitalità e di scelte gravide a volte di un disperato senso di autonomia. Nanà è, Nanà esiste, a dispetto di secoli di storia che l’hanno costretta ad esistere, ma hanno cercato di nasconderne l’esistenza. Nanà è la Morte, ma è anche l’Amore fratello suo. Nanà è la Morte, ma è anche e soprattutto la Vita.

Giancarlo Guercio nel trasmettere questi messaggi attraverso le sue figure di scena ha voluto, ed è riuscito a trasmettere, anche l’essenza teatrale del loro essere personaggi e del testo che li sottende, in questo cogliendo in pieno, e “guercizzandola” efficacemente, l’anima poetica di Enzo Moscato, che è attento non solo ai significati ma anche al significante delle parole. I periodi del monologo hanno un suono, una partitura musicale, delle note vibranti, studiate e rese una per una, con innamorata ed emozionata passione, attraverso le indicazioni che il regista ha dato alle due attrici.

Ed eccole, le altre due fondamentali carte del poker: Margherita Rago e Rosalia Terrana, due splendidi assi di cuori che hanno letteralmente dominato la scena, meritando alla grande la standing ovation finale che li ha accomunati al bravissimo regista. La Terrana, più immersa nella parte del femminiello, ha trovato fin dall’inizio un emozionante equilibrio tra ironia e drammatica partecipazione, in una partitura giocata all’inizio su toni medi, ma fortissimamente coinvolgenti e capaci di intime estensioni verso gli opposti abissi. La Rago è stata volutamente più carnale ed immediata, protesa nel corpo e vibrante nell’anima, ed è riuscita a far risuonare vibrazioni altissime nei momenti più forti e drammatici e ad “alleggerirsi con spigoli” insieme con la Terrana nel momento centrale del dialogo agrodolce tra i due femminielli.

Insieme, hanno cucinato un finale da brividi, in cui, prima dello straniato stemperamento memoriale dell’ultima battuta, la progressiva unione delle parti e la drammaticità di un omicidio orrendamente giusto si sono sposate in accenti da tragedia greca che svelavano le radici lontane della nostra solare cultura mediterranea di Amore e di Morte.

Quattro carte da gioco non potevano non essere giocate da una “croupière” da applausi, la nostra Geltrude Barba, Direttrice Artistica del Teatro Comunale, che ad ogni spettacolo sta allargando il diametro del suo sorriso, nel rendersi conto che le sue scelte di qualità stanno rispondendo con tutta la qualità desiderata e che il pubblico sta comprendendo ed apprezzando il valore di una proposta che ha cercato il più possibile di andare oltre.

Il bilancio finale è da pagella alta, con il pubblico in piedi ad applaudire la tesa e rallegrata “croupière”, un regista che ha tanto da dire, due attrici da inchino, in una serata che ha dimostrato che fucina ci sia nei palcoscenici “non consacrati”.

Ma in quegli applausi c’era anche un grido forte: non disperdiamola, questa fucina, dando forza e sostegno solo ai “grandi”. Sarebbe linfa perduta: un po’ come avviene nella società quando si finisce col proteggere i forti far pagare le crisi ai deboli … Meditiamo, gente, meditiamo.

Condividi

Commenti non possibili