CAVA DE’ TIRRENI (SA). Ricordando Benedetto, con affetto Da Cava a Napoli e in Europa, con prestigio

benedetto-gravagnuolo-vivimediaBenedetto Gravagnuolo, scomparso prematuramente l’1 luglio scorso dopo una lunga malattia, era un fiore culturale di Napoli, la città dove risiedeva ed operava dai tempi dell’Università. Ma era anche un ramo corposo di Cava, dove era nato e dove risiede la sua già prestigiosa famiglia, che annovera, tra gli altri, architetti di vaglia come Nonno Giuseppe Salsano e Papà Alfredo, e poi Paolo, autore di un classico cittadino come Nascita di un Borgo, e Luigi, ex Sindaco della Città).

Napoli lo ha pianto e commemorato come si conviene per un cittadino, un intellettuale che è stato per decenni un punto di riferimento (come docente e come Preside) della Facoltà di Architettura, centro del fermento innovativo dello scorso fine secolo, e si è distinto a livello nazionale come  studioso acuto ed autorevole di questa branca fascinosa che racchiude in una magica costruzione Arte, Scienza, Storia e Poesia.

Negli anni ’60-‘70 qui ha incrociato personalità stimolanti ed innovative come De Fusco, Cantone, Scalvini, Alisio e dall’incontro con loro ha maturato il suo pensiero ed lanciato le sue battaglie. Egli è stato un convinto profeta attivo della nuova architettura promossa negli Anni Settanta: ne sono testimonianza le polemiche contro il degrado senza identità delle periferie metropolitane, così come  le sue battaglie per la logica funzionale della qualità abitativa e quotidiana di edifici per l’uomo, che non poteva essere subordinata in toto al pur sacrosanto gusto dell’occhio e dell’identità ambientale.

Nella ricerca democratica del tempo, nelle aperture di una Cultura che mirava ad inglobare tutte le sue manifestazioni in un sistema armonico, Gravagnuolo ha lottato per rendere unitarie la struttura, gli interni ed il design e fondere democraticamente l’alto ed il basso, o, come si diceva allora, architettura e sartoria. Scelte estetiche e profondamente politiche. Quindi capaci di scatenare feroci polemiche per la loro forza provocatoria.

Ma lui era un combattente e su questo terreno si esaltava. Non dimentichiamo che a suo tempo ha partecipato a vivaci dibattitti a fuoco artificiale su Radio due ed è stato tra i promotori della “strana” e lungimirante Accademia della catastrofe, insieme con il suo fondatore, Salvatore Pica dalle cinque vite (che diventò anche una star del Maurizio Costanzo show) e con quell’intellettuale tutto fermento che è Fabrizio Mangoni, architetto scoppiettante e gustoso gourmet (autore tra l’altro del saporito I viaggi del babà).  

Gravagnuolo però ha lasciato tracce profonde soprattutto per i suoi studi sull’Architettura moderna e la sua evoluzione storica. Senza contare le conferenze nazionali e internazionali (Sorbonne di Parigi e Columbia University di New York in testa), non dimentichiamo che i suoi saggi non sono rimasti chiusi nelle pur aperte mura dell’Università, ma egli ha goduto di editori generalisti e nazionali, in primis Laterza (per cui ha pubblicato due classici come La progettazione urbana in Europa e Storia e Teorie).

Soprattutto, non dimentichiamo che per il complesso della sua opera egli ha ricevuto nel 2005 il Premio Sebetia Ter, concesso direttamente dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Ricordo tutto questo non solo con l’ammirazione verso una personalità prestigiosa, ma anche con l’orgoglio del cittadino di una Cava che può e deve annoverarlo tra i figli recenti di cui può andare più fiera.

Comunque, pur se napoletanizzato, Benedetto Gravagnuolo nella sua Città ha lasciato dei segni e dei ricordi importanti.

Innanzitutto, al suo impegno, congiunto a quello dei rettori universitari, del Sindaco Raffaele Fiorillo e dell’on. Alfonso Andria, allora Presidente della Provincia, si deve l’istituzione a Cava della sezione staccata della Facoltà di Architettura, con sede a Santa Maria del Rifugio.  Un’apertura di cultura ed immagine di grande respiro e prospettive, che però, per motivi di vario genere, non ha avuto lo sbocco sperato e crediamo meritato.

Per un non lunghissimo periodo Gravagnuolo è stato, nella Giunta Fiorillo, Assessore all’Urbanistica del Comune di Cava, purtroppo in un periodo un po’ bloccato da commissariamenti vari, per cui non poté dare lo slancio desiderato al nuovo Piano regolatore. Diede tuttavia dei segni chiari della sua capacità di mirare oltre, e di saper alzare lo sguardo anche oltre la corrente.

Il suo sogno era di fare di Cava una Città d’arte, con opere contemporanee ed organiche all’ambiente: sotto la sua spinta, l’ingresso di Cava dalla parte del Ponte di San Francesco fu abbellito dalle eleganti ed aeree Ali in volo di Carlo Catuogno. Qualcuno all’inizio storse il naso, ma poi tutti impararono ad apprezzare il connubio tra antico e moderno, che corrispondeva al nucleo forte del pensiero di Gravagnuolo.  

Aveva avuto da sempre uno sguardo aperto al nuovo, che sapeva guardare lontano. Per riscoprirne i segni più remoti, ci piace volare negli anni, con la memoria degli anni Sessanta. Ho avuto il piacere nell’adolescenza di averlo compagno di scuola ed a tratti anche di banco, e di averlo frequentato in amicizia anche fuori dalle aule. Non senza emozione ricordo la sua tenacia nel mordere gli argomenti, per riuscire a superare le difficoltà, l’orgoglio con cui gestiva e domava i segni delle timidezze adolescenziali, quel comunicativo sorriso da signore con cui gestiva anche spigolose dolcezze, il coraggio con cui affrontava discussioni delicate con i professori, anche di natura filosofico-religiosa, in tempi in cui dovevamo pensare prima di tutto con la testa degli altri.

Ricordo il piacere con cui ci fece conoscere i cantanti della contestazione sessantottina, come i Bob Dylan e le Joan Baez, che per noi erano degli assoluti sconosciuti. Ricordo la gioiosa organizzazione delle pionieristiche feste di ballo nel grande salone di Casa Salsano: le prime con complessi musicali di ragazzi  e utilissime a sbloccare i ragazzi con complessi.

Ricordo la stimolata e stimolante attenzione critica con cui Benedetto, e con lui anche la sua famiglia, recepiva le fresche potenzialità della nuova cultura giovanile e le faceva proprie e le condivideva: un motore per la vita nuova della Città, nei tempi di una generazione che i sogni se li poteva anche permettere.

Altri tempi, emozioni che non possono essere altre perché sono sempre nostre.

In questi segni, c’erano i segni del Benedetto Gravagnuolo di ieri. E di quello di oggi, che ha lasciato comunque una lunga scia di saperi, di idee e di affetti.

Sapeva, poteva, doveva avere spazio per dare ancora tanto.  Invece, quell’ “anticipo” doloroso e svangante. A soli 63 anni…

Rimane però nell’aria, e nelle case, e nella memoria, e nei libri, quello che ha saputo architettare. Un profumo che resisterà, oltre ogni “anticipo”… 

 

Alla moglie Elvira Romano, ai figli Andrea e Gabriele, alle sorelle Marussina, Chica e Anna Chiara, ai fratelli Paolo e Luigi, e nel ricordo affettuoso di Mamma Rosa, di Papà Alfredo, di Peppino, un silenzioso ed affettuoso abbraccio. 

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