SALERNO. Rabbia e silenzio: il grido della Cultura calpestata, Vincenzo Vavuso in mostra alla Pinacoteca Provinciale

Una rabbia che fa riflettere, un silenzio che fa rumore, una mostra che vuole provocare.

Non si può rimanere indifferenti di fronte alle cromostrutture ed alle pitture del salernitano Vincenzo Vavuso esposte alla Pinacoteca Provinciale di Salerno dal 15 settembre al 5 ottobre in una mostra curata con acutezza dal prestigioso critico prof. Angelo Calabrese ed allestita con eleganza da Daniela Orrico.

Il messaggio è chiaro e forte: nella quasi totalità delle opere il filo comune è rappresentato dalla presenza di pagine di libro bruciacchiate e sgualcite, sotto l’azione di agenti aggressivi e violenti, come scarponi di pelle, lame taglienti, picconi, colorate ma inesorabili ragnatele create con materiale di vario genere. Lo sfondo è quasi sempre nero, a volte infiorato da un grande grumo rosso, evocatore di sangue. In qualche lavoro la base è invece trasparente, con una cornice che cerca di non farsi notare, ma con un corpo di fili avvolgenti a ragnatela. Il cammino di questa violenza culmina nella presenza addirittura di un water, pieno di libri bruciati, pronti da scaricare.

Una mostra violenta, dunque. Ma non di una violenza distruttiva: è distruttivo quello che rappresenta, non quello che propone.

L’intento dell’artista non è solo mostrare il dolore per una società che sta letteralmente buttando nell’immondizia la forza secolare del libro, segno di quella ricerca dell’Uomo attraverso la Cultura che ha costruito la dignità di un’intera civiltà. Egli vorrebbe ottenere  che, attraverso la coscienza dell’abisso che ci sta ingoiando, noi ci scuotiamo e cominciamo a ribaltare di nuovo le priorità dei valori: non l’ignoranza, ma la conoscenza, non il superficiale disinteresse, ma una rinnovata, appassionata attenzione, non l’egoismo economico ed etico, ma l’apertura solidale al mondo.

Martin Luther King gridava: “Se ami, arrabbiati”. E Vavuso si arrabbia perché gli interessano le cose, perché vuole “amare”. Ne danno conferma anche alcune opere più dichiaratamente propositive, come quella in cui sopra lo scempio delle bruciature campeggia un paio di occhiali, chiaro invito alla “contempl-azione”: guardare, capire e agire. In una delle opere con gli scarponi sulle pagine bruciacchiate, il titolo è “Non calpestare”, quasi un undicesimo comandamento contro un peccato moderno e antico.

In una pittura, egli traccia un confine netto ma ondeggiante tra il bianco e il nero, tra il positivo ed il negativo: un’onda che deve servire a creare ponti, e non certo i muri che spesso si intravedono: quest’opera ha il titolo Rabbia e silenzio, lo stesso della mostra, e quindi ne è quasi l’emblema. Non a caso era la copertina potenziale di un libro da lui scritto, ma non ancora edito, fatto di poche parole e di tante pagine bianche bruciacchiate. Un libro, anche questo, intriso del silenzio della rabbia e della rabbia che può nascere dal silenzio.

Fino a questo momento abbiamo parlato soprattutto dei contenuti, ma non si può dimenticare il senso artistico della mostra, che rappresenta una svolta decisa nel cammino di Vavuso. Pur essendo da sempre innamorato dell’Arte e delle varie forme della creatività, egli è uscito allo scoperto, dando finalmente sfogo alla sua passione per la ricerca ed alla visionaria sensualità delle sue percezioni.

In un primo momento, ha agito su due fronti. Come scrittore, ha dato alle stampe il libro La pittura, espressione di noi stessi (ed. Terra del Sole), che è un viaggio non solo nell’emozione del pennello, ma soprattutto nella spettacolare figuratività e nelle originali aperture informali della pittura campana dell’Ottocento e dell’inizio Novecento. Come artista, si è dedicato nei suoi primi quadri ad opere di forte impatto coloristico, in cui le forme appena appena evocate cedevano il passo a grumi di colori e di materia, il più delle volte per evocare il mistero dell’Energia primaria, del Caos che ha generato l’Universo, dell’Armonia che l’Universo stesso cerca di generare dal suo caos.

Pittura informale, quindi, ben diversa da quella delle opere esposte in Rabbia e silenzio, fortemente simboliche. Non lo tacceremmo tuttavia di incoerenza, perché il filo comune c’è, e come. Ed è il grido della materia. I grumi delle prime opere e le forme parlanti della mostra in atto sono entrambi un tuffo nel grande cammino della natura. Nelle prime servono però ad evocare liricamente il senso cosmico delle cose, nelle ultime proprio la materia è il segno della perversa tendenza che porta l’uomo ad uccidere la sua natura pensante con le forme stesse della natura (legno, ferro, vetro, etc.), concepite per costruire ma utilizzate ora per distruggere la sua dignità di natura pensante e cosciente.

Artisticamente, l’urlo di Vavuso viene da lontano e guarda lontano. Si sente l’influenza delle avanguardie del Novecento, non tanto per il water stile urinatoio di Duchamp, che serviva a dimostrare altro, quanto per l’energia, la materia e l’oggettistica di stampo futurista presente nelle sue opere. Tuttavia, mentre i futuristi volevano “uccidere il chiaro di luna” nel nome della modernità, Vavuso piange sulla morte del chiaro di luna e lotta per costruirne una nuova. Rispetto alle avanguardie, anch’egli vuole destrutturare il reale e non lasciarsi vincolare dalla ricerca delle forma, ma lo fa per ricomporre nuove forme proprio attraverso il reale ed il suo personale realismo simbolico e lirico.

Perciò, postmodernamente, egli si pone in una posizione di mediazione tra antimoderno e ultramoderno, ma bilanciando con più forza e convinzione l’equilibrio tra lo slancio irrazionale e l’importanza di una ragione che controlli lo slancio creativo per esaltarne la libertà ma anche per trovare le vie più chiare alla sua capacità di comunicazione.

Come lui stesso dichiara, egli persegue la strada di una emozionalità razionale. Che rappresenta il binario più adeguato per trasmettere la forza di un messaggio e l’intensità dell’emozione. Un binario presuppone naturalmente il cammino, con nuove e più avanzate e d ancora più mature tappe, che certamente verranno da un artista in vulcanico fermento.

Intanto, il primo cammino lo farà la mostra Rabbia e silenzio, che diventerà itinerante e che si sposterà presto a Roma e poi in Liguria e nel Veneto e punterà con motivate ambizioni anche alla scena internazionale.

Poi, vedremo cosa ci avrà inventato di nuovo il nostro Vavuso. Ma ci auguriamo che lo faccia in un mondo in cui ci sia meno rabbia ed il silenzio abbia finalmente prodotto i suoi frutti fecondi …

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