CAVA DE’ TIRRENI (SA). Niny Lo Vito, le poesie dei colori Fino al 5 dicembre in mostra al Marte le opere della pittrice salernitana

Relatori di lusso per una affettuosa serata di classe, ricca di colori e di cultura.

Lunedì 18 novembre presso gli splendidi saloni della mediateca Marte di Cava de’ Tirreni è stata infatti inaugurata la mostra Poesie di colori, con dipinti, bozzetti e ceramiche di Niny Lo Vito, artista salernitana di prestigio che ha al suo attivo numerosissime mostre e riconoscimenti in Italia ed anche oltre, vedi Parigi, vedi Canada, Marocco, Spagna, Austria, Belgio Portogallo, vedi il recente Premio Nobel dell’Arte ricevuto a Montecarlo.  

Ad onorarla, di fronte ad un pubblico molto folto di amici ed ammiratori, il Sindaco di Cava Marco Galdi, il Prof. Francesco D’Episcopo, docente universitario di Letteratura italiana, il Vicesindaco di Salerno Eva Avossa, l’Assessore di Salerno Ermanno Guerra, la Dirigente Scolastica Emilia Persiano (già Preside del Liceo Scientifico “A.Genoino” di Cava), l’onorevole Milanese, la Presidente dell’Accademia “Alfonso Grassi” Raffaella Grassi. A guidare la serata, il sottoscritto autore della nota, Franco Bruno Vitolo.

Festosi e sinceri gli apprezzamenti per tutta la sua carriera e per la qualità delle opere esposte. Nel corso degli interventi, tutti pertinenti e illuminati, a cominciare dalle magie verbali del prof. D’Episcopo e dai viaggi letterari della Prof. Persiano per finire con la poesia di Pasquale Rocco letta da Ermanno Guerra ed inneggiante al diritto dell’artista di conservare tutte le ali del figurativo in tempi di informale e concettuale, sono emerse le qualità di un’artista con gli occhi ed il cuore a forma di pennello, da sempre innamorata della creatività visiva.

Niny Lo Vito privilegia alcune tematiche che possano esprimere le vibrazioni pupillari che la caratterizzano. In particolare, i gruppi di fiori, che campeggiano sulla parete centrale della luminosa sala espositiva. Quei gambi, quelle corolle, quei petali armoniosamente assemblati con tonalità cromatiche lievi ed intense, equilibrati magnificamente nel gioco tra le tinte più forti e quelle più dolci, riescono con la forza suadente dell’insieme ad esplodere letteralmente dal fondo nero della tela ed a diventare compagni poetici e quasi profumati delle nostre pupille e, di riflesso, del nostro cuore.

Sono nature morte (ma morte queste nature nella storia dell’Arte non sono mai state, bensì solo “silenti”…) ricche di eloquente vitalità ed intrise di una sottile musicalità. Del resto, i quadri floreali hanno una tradizione millenaria: risalgono ai vasi ed alle pitture dell’antichità classica, alle riscoperte del mondo terreno da parte della scuola di Giotto, al linguaggio della natura di ascendenza rinascimentale, alle arditezze caravaggesche, agli splendori della scuola fiamminga (Bruegel nipote in testa), cui Niny Lo Vito si ispira, ergendosi, e lo diciamo senza nessuna piaggeria, ad allieva ben degna di cotanti maestri.

Questo senso poetico della natura la Pittrice lo esterna pienamente anche negli altri quadri della mostra, che presentano idillici scenari, campagnoli o marini o urbani, e soprattutto angoli pittoreschi delle storiche città d’Italia e d’Europa. Sono immagini quasi da sogno, trasfigurate e, direbbe il prof. D’Episcopo, purificate dalla mano e dall’anima dell’artista, che nei suoi numerosi viaggi ha sempre guardato gli scenari davanti a lei con la luce interiore di un terzo occhio, capace di cogliere la bellezza di un luogo fin nello spirito della sua concezione, e come tale di aspirare a pieni colori il sogno della Grande Bellezza, quella della vita, godibile a prescindere dalle impurità di ogni giorno. Insomma, la ricerca di un paese innocente, per dirla alla Ungaretti. Non il sogno adolescenziale d’amore, ma la ricerca interiore di un adulto avido del sorriso della Vita e capace di vederlo, o di sognarlo, anche scavando oltre le lacrime delle cose, che si nascondono border line nel momento della creazione. 

Se fiori e paesaggi sono da anni parte usuale delle mostre della Lo Vito, l’esposizione del Marte ha fatto venire alla luce due “vecchie novità”, che hanno letteralmente inzuccherato i competenti palati del  pubblico presente all’inaugurazione e che purtroppo, per motivi tecnici, non saranno a disposizione nel restante periodo di esposizione. Parliamo delle ceramiche e dei bozzetti.
Le prime raccontano di una passione atavica della Lo Vito: il piacere di illustrare l’illustrabile con i suoi pastellati colori e le sue forme delicate. Così si è esercitata nelle pitture della terra, con decorazioni ricche di volute e di intense tonalità coloristiche, ispirate alla grande tradizione italiana, a cominciare dalle ispirazioni delle maioliche faentine. Ed ha ricercato la decorazione su forme che evocassero i suoi paesaggi dell’anima: vedi ad esempio quei deliziosi contenitori attraversati da ponticelli dipinti, come se stessimo dentro un quadro dei suoi viaggi.

Si sono poi formati dei capannelli intorno ai suoi bozzetti, a fare la fila per ammirare delle creazioni che la Lo Vito aveva finora tenuto nascoste un po’ a tutti, con il pudico amore di una mamma che da giovane ha coltivato grandi amori e non vuole mostrare le sue lettere. Eppure, a guardare quelle strutture acquerellate che ricordano la sua specializzazione di scenografa, ad ammirare quegli angoli in bianconero pittorescamente chiaroscurali e elegantemente architettonizzati, quei volti o corpi flessuosi di donne giovani, sensuali e sognanti, è esploso un invito unanime. Questi bozzetti non possono tornare per sempre nel cassetto, ma devono essere oggetto di un’esposizione tutta incentrata su di loro.

E la Pittrice non è sembrata insensibile a questo grido di colore…Del resto, ora che li ha cacciati fuori, che senso avrebbe il ritorno del pudore dei ricordi?

Insomma, questa nuova mostra s’ha da fare…e si farà. Ci scommettiamo, con affettuosa speranza …

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