CAVA DE’ TIRRENI (SA). Un “Caravaggio thriller”, tra le caverne dell’anima. Alla Mediateca Marte il romanzo “Riflessi dal sottosuolo”, di Antonio Nola

riflessi-dal-sottosuolo-cava-de'-tirreni-dicembre-2013-vivimediaLa sparizione della moglie e del figlio, la scoperta di inquietanti segreti di famiglia, una ricerca col cuore in gola, due viaggi per le vie dell’Italia e dell’Europa, la scoperta di un duplice delitto quasi in diretta, l’evidenza di rapporti molto stretti tra  la figura ed i quadri di Caravaggio, pittore maledetto, e le maledette vicende che incombono sulle spalle e sul cuore.  Sembra la trama di un intero romanzo, invece è solo lo scriptoclip dei fatti principali che avvengono nel primo breve capitolo di Riflessi dal sottosuolo – “Caravaggiola trilogia”, il romanzo di Antonio Nola (edito dalla casa editrice AG Book Publishing di Roma, giovane e meritoria talent scout), che sarà presentato il 15 dicembre p.v. alla Mediateca Comunale di Cava de’ Tirreni, alle ore 18.

Un primo capitolo così arrembante lascia immaginare che ci si tuffi nell’horror thriller fin dalle prime parole e poi non se ne esca più. Ed è esattamente così.

È il giusto antipasto noir di un pasto sempre più noir, che intende penetrare nelle caverne più oscure dell’anima, come ben suggerisce il titolo, che richiama volutamente le Memorie dal sottosuolo di dostojevskiana memoria  e che in omaggio al grande scrittore russo,  “speleologo” della parola, ci regala anche una tappa nella sua San Pietroburgo, a contatto con le sue bellezze architettoniche, i suoi oscuri recessi e soprattutto con il grido sublimemente psichedelico che esplode dai quadri dell’Hermitage, Caravaggio in testa, naturalmente.

Proprio Caravaggio è il filo conduttore del libro, è l’intestatario della trilogia di cui Riflessi dal sottosuolo è la prima opera (mutuata dal lavoro precedente dell’emergente scrittore “nocerese di Roma”, La strage nel silenzio) è lo spirito maledetto che si aggira intorno ai personaggi e dai personaggi emana e forse, chissà, è esso stesso personaggio venuto da una connessione remota. Si crea così un gioco di intriganti sovrapposizioni tra storia del passato e realtà del presente, tra incubi temuti ed incubi concreti, tra la vita dei morti e la morte dei vivi. Questo spirito crea un alone oscuro, che avvolge una successione inquietante di delitti, tutti con lo stesso marchio: riproducono i quadri più stravolgenti del grande artista, componendo le vittime in atteggiamenti, forme e figure assolutamente caravaggesche.  

Da queste premesse nasce un romanzo avvincente, sviluppato intorno ad un’idea di fondo originale ed intrigante, che trae linfa da un periodare lineare e comunicativo, utile soprattutto quando è necessario orientarsi nei meandri non poco intricati della narrazione e dell’affabulazione. A valorizzare l’opera  contribuisce molto la struttura narrativa, basata su una visionarietà cinematografica (non a caso l’autore ha studiato sceneggiatura all’Accademia) e soprattutto sulla molteplicità dei punti di vista. È infatti divisa in capitoli ben distinti, in cui personaggi diversi si alternano nel racconto, presentando ora un evento del passato, ora la propria esperienza a contatto col delitto, ora nel caso del commissario la situazione dell’inchiesta, ora l’attesa e la realizzazione della propria morte, ora perfino il proprio suicidio. A metà tra Simenon e Spoon River, insomma…

Questo giallo, però, non vuole parlare solo agli appassionati del giallo, che pure lo apprezzeranno ma non si sentiranno coccolati nella ricerca delle ipotesi di soluzione, perché il tema di fondo appare o traspare già nella prima parte ed il finale è più aperto ed inquietante del sospiro di una inchiesta felicemente conclusa.

Questo thriller non vuole parlare solo agli appassionati del thriller, perché la suspence è nella corrente elettrica che anima i personaggi piuttosto che nella creazione di colpi di scena.

Questo romanzo vuole invece parlare in toto al lettore amante della lettura, perché il racconto senza dialoghi diretti è un continuo, e diremmo riuscito, esercizio di scrittura.

Vuole parlare al lettore curioso di penetrare nei meandri della storia e della storia dell’arte, perché diventa un viaggio affascinante nei città e nei musei di tutto il mondo intorno alle opere di Caravaggio, alla loro genesi umana ed artistica, al loro significato più recondito e, partendo da queste, gioca continuamente intorno alla dimensione psichedelica dell’arte pittorica ed agli effetti sconvolgenti, esaltanti e devastanti generati da quella che da un po’ di tempo siamo abituati a chiamare la Sindrome di Stendhal, cioè la reazione psicofisica più o meno violenta di fronte ad un quadro.

Vuole parlare all’uomo in quanto tale, nella sua essenza  emozionale ed intellettiva, perché invita ad andare oltre le apparenze, a capire le forme espressive in funzione degli eventi che le hanno generate, a palpare palpitando le nostre reazioni di fronte ad eventi traumatici,  a sondare le zone buie della nostra psiche.

Intriso come è di anima noir, non è un romanzo rassicurante, perché ci denuda di fronte alla fragilità del nostro equilibrio ed alla percezione quasi olfattiva dell’aggressività che ci circonda, anche in famiglia, e della morte che è il personaggio principale della nostra vita.

Il tutto apre una finestra inquietante sulla natura stessa dell’uomo.

Ma è una riflessione che crea consapevolezza ed aiuta a crescere. Come nella tragedia greca, l’orrore teatralmente contemplato è la radice di una possibile catarsi, così in questo romanzo, il crimine, per quanto orrendo, si traduce nell’esplosione del sottosuolo.

E magari questa esplosione, svelando e rivelando, ha contribuito, e contribuirà, a farci camminare meglio sul suolo.

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