A Palazzo Marciani Patrizia Rinaldi con “Ma già prima di giugno”, una storia di vita, e di vite, che attraversa la storia del Novecento e si sposa con le ombre e le luci di oggi

ROCCAPIEMONTE (SA). Le serate a Roccapiemonte si sono trasformate. Dai primi incontri, e parlo di me ovviamente, c’è stato un graduale cambiamento. Alle prime ci arrivi stando quasi alla porta, non certo per esclusione, ma perché c’è un’aria di “complicità” che ancora non comprendi. Ma poi, mese dopo mese, incontro dopo incontro, cominci ad avanzare, non solo per il posto a sedere, ma per quel di più che ti viene regalato. Perché ti senti parte di qualcosa di speciale, di una magia che non è solo essere fisicamente in un posto, ma perché in quel posto ritrovi una parte del tuo essere.

Di serate splendide ne abbiamo dunque vissute già tante, ma ancora riusciamo a sorprenderci, perché può sempre succedere qualcosa di nuovo. Il 23 maggio al Palazzo Marciani, grazie alle Associazioni Fedora e Rosa Aliberti, è arrivata Patrizia Rinaldi. Anche se sarebbe più corretto dire che è ritornata. Sembra che, una volta che sei stato qui, si stringa un legame così forte con quest’atmosfera, con questo calore, che non ti lascia. Infatti ritroviamo Sara Bilotti, Antonella Ossorio, Letizia Vicidomini, ma forse la cosa più strana e bella allo stesso tempo è scoprire che i relatori di questa serata saranno Gaetano Fimiani, presidente di Fedora, e Luca Badiali, presentatore e organizzatore, insieme ad Antonio Pisano e Orlando Di Marino, di tutte le serate di Roccapiemonte. Se li conoscete, state già ridendo e fate bene. Sono due personaggi strani ed eccezionali allo stesso tempo. Lontani e vicinissimi, sono due contraddizioni che si completano: due passioni che camminano sottobraccio. E il fatto che abbiano deciso di sedersi insieme accanto a Patrizia Rinaldi, le rende già, a prescindere da ciò che sarà, un tributo speciale.

È un’anteprima nazionale anche questa serata, quasi consuetudine ormai da queste parti: Ma già prima di giugno (Edizioni e/o) è un libro quasi inatteso per la Rinaldi. Lei che ha scritto di Blanca, di libri per bambini, si è ritrovata a dover assecondare un desiderio, un’esigenza che spesso travolge gli scrittori: parlare di una storia d’amore, d’amicizia, di viaggi, di una profuga, forse solo di vite che non vanno dimenticate. Vite che meritano di essere scolpite su pagine, perché non restino sepolte solo nei ricordi di un cuore, perché hanno da raccontare qualcosa che potrebbe essere solo la storia di una vita, ma una vita è sempre sola, unica e ha sempre dentro di sé qualcosa che giustifica un suo ricordo.

Questa vita, raccontata con appassionata e lacerata partecipazione dalla figlia ormai anziana Ena, è la storia di Maria Antonia, una storia colorata di drammi: la fuga da Spalato durante la guerra, l’odissea di profuga, la perdita del marito nell’orrore delle foibe, le sofferenze dei fratelli nei campi di lavoro. E poi la reazione, il coraggio di affrontare le difficoltà con tutti i mezzi di una guerra per l’esistenza, il coraggio di lottare con la forza delle emozioni, la determinazione di una donna indomabile, la voglia di vivere e di amare. Durezze che renderanno ancora più resistente la spina dorsale della madre, al contrario delle opportunità e delle fortune, che invece metteranno a dura prova e rischio lo spirito della figlia, ma senza distruggerne le materne radici d’identità e d’amore.

A questa storia, intensa, profonda e coinvolgente, ci introducono proprio loro, Gaetano Fimiani e Luca Badiali. Quest’ultimo prende la parola perché al “presentatore ufficiale” spetta, per gli iniziali ringraziamenti al sindaco di Roccapiemonte, Andrea Pascarelli, ed agli ospiti in parte già citati, e per prepararci a quello che sarà il nostro viaggio con l’autrice: tanti fiumiciattoli da attraversare con una corrente che “…lasciatevi andare, da qualche parte vi porterà”. E noi ci siamo abbandonati, anche perché stasera, cosa apprezzatissima, le pagine del libro sono state lette dalla stessa Patrizia. Fa la differenza, in sala e anche a casa quando si riaprirà il libro, scoprire che quei personaggi hanno una voce vera.

Patrizia ci legge la prefazione, quasi dei comandamenti, linee guida di una vita, di quelle vite, e lo fa dopo aver fatto delle premesse: “mai scritto così, mai più scriverò così”, a testimonianza di squarci che in certi momenti si aprono nel cuore, solo nel cuore, e che invadono tutto il resto senza rispetto, con presunzione, con forza, e pretendono di avere attenzione. Cinque anni ha lavorato su queste pagine; pagine che le sono costate dolore, fatica, che si sono materializzate poco alla volta, perché le parole, prima di arrivare al foglio, vengono lavate dal cuore e, quando sono troppo cariche di ricordi e di significati, diventano pesanti, difficili da trasportare.

Per il modo che ha di raccontare per la prima volta “pubblicamente” il suo libro, capisco perché “ha chiesto di essere qua”. È indifesa davanti a nuovi spettatori. Forse sono quelli che conoscono il suo passato di scrittrice affermata e apprezzata, ma per la Patrizia che scopre nuovi ricordi, ci volevano due guardie del corpo importanti e Gaetano e Luca sanno proteggerla dalle forti emozioni che prova, perché le riconoscono come le loro. Gaetano, che ha confessato di aver addirittura letto l’anteprima del libro su un tablet (!!!) e non su carta, si appropria finalmente e avidamente delle pagine stampate e ci legge la poesia d’apertura, di Elio Pagliarani, “… e sono vivo, senza rimedio sono ancora vivo”, parole che lo fanno immedesimare in questa condizione banale e profonda dell’uomo “dell’essere vivo”, ed esserlo impone una presenza, una consapevolezza che non può restare nella superficialità.

E Patrizia ritorna, con le sue piccole frasi lanciate così, come se fossero nulla e invece restano profonde in chi ascolta: “le donne non vedono soltanto, sentono…” . Patrizia ritorna con l’appartenenza ad un luogo , i Campi Flegrei, che è il tuo mondo, dal quale non riesci ad allontanarti e dove viene fuori quel ricordo e quella dedica: A mia madre. In un libro che ha rubato le chiavi di un cuore, non può che esserci la giustificazione di un grande amore.

Attraverso questa storia vecchia, ripetuta perché la storia si ripete, sempre, ci ritroviamo ad oggi. I profughi di ieri, gli immigrati di oggi che “sono la gioventù che non ha il lusso di annoiarsi”, in un mondo che ama “etichettare”, per rendere semplice e comprensibile ciò che non è per niente semplice e che difficilmente comprendiamo.

Patrizia Rinaldi ci ha raccontato tante cose di sé, ci ha resi partecipi di una “confessione” che non si ripeterà in nessun altro posto, per questo ha chiesto di essere qui, ha voluto che fosse Roccapiemonte ad accogliere il primo vagito del suo libro bambino, un bambino che sicuramente crescerà in fretta e che, come tutti i bambini fanno, pretenderà di camminare da solo. Ma adesso ha ancora bisogno di una guida, è ancora troppo parte di chi lo ha generato, il cordone non è stato ancora tagliato.

Le chiedono che tipo di successo si aspetta, ma lei candidamente risponde che: “il successo è averlo pubblicato”; e ancora : che differenza c’è tra lo scrivere per i grandi e per i piccoli? Lei dice che verso i bambini ci vuole una grande responsabilità, perché a loro va sempre regalata la speranza e soprattutto la sincerità. I bambini non vogliono essere imbrogliati, devono sapere che dici la verità. Con i grandi è diverso, a loro puoi offrire anche i lati più scabrosi, come lei fa con Ena, che definisce cattiva, scorretta. Ma è una persona che ha vissuto e vuole sopravvivere. Lei ha la forza della vita. Ha la forza dell’amore. Amore ad ampio raggio, tra donne, tra madre e figli. Per questo ci regala un’ultima lettura, quella sull’amicizia, con la promessa che mai più lo farà, sarà stato solo per noi: o solo per lei riascoltare a voce alta, davanti a tanti “estranei”, il sodalizio di un rapporto non basato su chiacchiere, ma su fatti, su certezze, sull’esserci.

Quando il libro è finito, Patrizia ci confessa che è morta con lui. Non ci sono cose che si può aspettare dopo. Questo libro rappresenta solo il presente, non le consente di immaginare il futuro. Ci spiega il suo stato d’animo con un’immagine cruda e vera di quello che rappresenta questo racconto che ha reso pubblico e che, senza essere un’autobiografia, le ha permesso di raccontare un mondo visto con gli occhi della storia, dell’amore e dell’amicizia: è come sentirsi in mutande in un matrimonio di persone impeccabili!

Di Patrizia Rinaldi mi hanno colpito due cose in particolare: la tendenza continua al sorriso e la fermezza degli occhi. Non può fare quasi mai a meno di concludere un pensiero senza accompagnarlo con la gioia sul volto e allo stesso tempo, quando tocca argomenti di “passione”, li affronta con tutto quello che ha dentro, e non sono solo le parole a raccontare, ma gli occhi, che si accendono di un fuoco di convinzioni, di valori, di certezze che sanno che vanno ancora sperimentate e vissute, ma di cui si circonda con fierezza.

Ecco, questo ci è stato regalato ad una “semplice” presentazione, fatta in contemporanea con una partita non banale come Juve Napoli, in una sera di maggio che offriva un po’ di tregua dopo un freddo improvviso. Insomma, con tante cose che c’erano anche “fuori”, ma per chi è stato qui, mentre un tappeto rosso lo accompagnava fuori da questo caloroso cortile, ne sarà valsa decisamente la pena perché, più che un libro, abbiamo scoperto una persona e con lei una parte del suo mondo segreto.

Condividi

Commenti non possibili