Alle Corti dell’Arte è l’ora del Flamenco: uno spettacolo intenso, intrigante, nuovo

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Siamo di nuovo nel chiostro del complesso monumentale di Santa Maria al Rifugio. Lunedì 28 agosto: avremo l’occasione di rivedere la compagnia Algeciras Flamenco di Roma.

Con Francisca Berton, coreografa, regista e ideatrice del progetto, ci eravamo già incrociate due anni fa e la magia della sua performance è rimasta a lungo nella mente, per cui accolgo con maggiore entusiasmo l’occasione che Le Corti dell’Arte, l’annuale e prestigiosa rassegna musicale estiva di Cava de’ Tirreni, ci danno ancora una volta di assistere a spettacoli che lasciano il segno.

Come sempre bagno di folla, e questa sera arriva anche, per la prima volta nel corso della Rassegna, il Primo cittadino, Vincenzo Servalli. Eufemia Filoselli, la storica conduttrice delle Corti,lo accoglie come “padrone di casa” e le parole di Vincenzo Servalli somigliano molto a quelle del suo vice di poche sere fa: ammirazione per Felice Cavaliere, direttore artistico di questa manifestazione che è “il fiore all’occhiello” della storia culturale cavese. Stasera però Felice non viene a salutare i suoi ospiti dal palco. La sua notoria reticenza al protagonismo ha la meglio, visto che nelle prime serate, ha dovuto dedicarci qualche parola in più e deve aver terminato le energie. Ma i ringraziamenti collettivi gli arrivano lo stesso e non potrebbe essere diversamente.

Lo spettacolo che vedremo ha un titolo “Sin volver la cara”( Senza voltarsi), e questa volta ha come obiettivo temi attuali come viaggi, mescolanze tra popoli. Aspettiamo di scoprire come la danza ci racconta il nuovo mondo che avanza. Questi gli artisti presenti oltre alla già citata Francisca Berton: Bruno Marocchini, music electronic, alle chitarre Sergio Varcasia e Riccardo Garcia Rubi, alle percussioni Paolo Monaldi, al violino Claudio Merico, tamburello Franco Urbani. Bailaora ospite Caterina Lucia Costa, per i balli popolai italiani Chiara Candidi, corpo di ballo formato da Vania Granata, Flavia Luchenti e Giulia Pettinari.

La novità sono gli abiti d’ingresso. Più che ballerine di flamenco sembrano astronauti con le loro tute bianche. Solo i tacchi delle scarpe le tradiscono. Si posizionano sul palco immobili mentre parte una musica di sottofondo che richiama il mare e i gabbiani. Una busta alla deriva e dentro una foto. Una storia.

Quando iniziano a muoversi, sembra che non ci sia relazione tra la danza e la musica e neanche con l’abbigliamento. Sembra che tutta la femminilità, la sensualità del loro ballo che pure cercano di ricordare, sia trattenuta da quelle tute informi e anonime. Come un racconto interiore che si scontra con una realtà troppo diversa. E le parole di quella musica che le accompagna ammonisce “…l’unica cosa che non si può comprare è la vita…”

Finalmente le tute spariscono. Con lentezza, come crisalidi che diventano farfalle, ognuna attenda la trasformazione dell’altra, mentre Francisca le raccoglie una per una per andare poi a metterle via. Hanno colori vivi, il nero, il rosso, il viola, il verde. Un violino e il suo violinista compaiono, necessari come l’aria per iniziare un nuovo capitolo. Mentre lui ci riscalda il cuore, gli altri musicisti si sistemano. È un inizio quasi triste, ma quando le percussioni partono e danno un nuovo ritmo, cambia anche lo sguardo. Fierezza. Appartenenza. E ricordi dietro quei sorrisi. Ad ognuna un passo, ad ognuna un gesto e poi di nuovo tutte insieme in un sincronismo perfetto. Dal proprio posto non si sono mai allontanate più di un metro, ma quanto hanno raccontato con quei gesti semplici e profondi? Quante strade hanno percorso per essere qui, così come le vediamo e soprattutto sentiamo?

Ritornano la foto, l’amore, il ricordo, il dolore.

Una chitarra si allontana e un’altra si sistema. La voce dall’altoparlante ci canta una canzone popolare, sembra quasi un lamento indiano o un mantra, mentre una nuova donna si avvicina alle spalle dei musicisti.

Le corde della chitarra pizzicate da dita e il violino dall’archetto, mentre la donna col vestito color oro inizia a danzare. La sua storia è lenta, ma anche delicata e veloce e forte. Lei è sorridente e triste. Movimenti lenti ma continui, che durano più di quanto vediamo. Un film impossibile da fermare. L’abilità nel destreggiarsi con la coda lunghissima del vestito, che diventa occasione per un passo di danza. Le si avvicina Francisca con uno splendido abito viola e scialle bianco dalle lunghe frange. Regge il ritmo con le mani mentre tutto diventa più vorticoso, con la musica che naturalmente cresce. Fino al colpo finale. Si zittiscono tutti.

Due ballerine arrivano al buio, con tute nere e luci verdi solo sulle scarpe. È un effetto che ipnotizza. Sentiamo i loro passi, seguiamo la loro luce e non ne vediamo i volti. Effetto da luci da discoteca, ma sempre il contrasto con passi che vengono da lontano. Sincronismo perfetto. Solo tacchi e precisione. Colpi che pretendono di tenerti incollato su quei loro movimenti brevi ed incredibilmente efficaci. Due corpi che possono diventare un tutt’uno.

Ritornano Francisca e la signora in oro. E anche la foto. Gliela lascia. Un affido, un passaggio di consegne.

Inizia così un tentativo di ballo senza musica. Un toro di ferro stilizzato viene posto al centro del palco. Francisca balla. Gli gira intorno, lo sfida ancora. C’è solo lei sul palco. Dal basso i suoi musicisti la guardano. Devono averla vista centinaia di volte, ma hanno ancora lo sguardo sorpreso mentre lei gioca con quel toro ormai domo.

E di nuovo si riprende a ballare e quello scialle che sembrava un accessorio, ora si mostra nella sua vera grandezza e diventa strumento, un amico nel ballo. Ritorna anche la musica. Peccato per i problemi tecnici che per qualche attimo interrompono il filo del racconto.

Quando si torna alla normalità, possiamo goderci questi ritmi che sanno di sole, di passione. Musicisti e una nuova ballerina. La sua è una poesia racconto, la lingua è un dialetto pugliese, ma la storia che racconta è sempre legata a quella foto. E questa volta il ballo diventa una “pizzica”. È un muoversi diverso, ha gesti ampi e sorrisi. È la gioia del sogno che riporta indietro tutti gli affetti, finché il giorno non strappa il ricordo.

Ora sul palco arrivano in due. La musica che non parte mette alla prova la loro capacità di restare immobili oltre il dovuto. Ma non si scompongono. Le frange bianche che partono dal collo e dai fianchi sulle tuniche nere, sottolineano i movimenti del corpo. Ad occhi chiusi si “sentono” sul palco. Insieme o alternandosi sono i pezzi di una storia. Che leggiamo sui volti tesi, negli occhi chiusi, nei gesti a scatti ma allo stesso tempo morbidi. Per sentirsi, per accompagnarsi nel viaggio da iniziare insieme.

Momento della musica. Il giovane chitarrista inizia a suonare le note tipiche di una ballata latina. Non sono solo le mani che si muovono sulle corde; è tutto il corpo che segue quelle note, come se uscissero fuori dal petto e si trasformassero da emozioni in musica. Ne viene fuori un pezzo stupendo che strappa applausi a scena aperta. Meritatissimi.

Ora ci sono di nuovo le donne e i magici ventagli. È musica di compagnia, di aggregazione e Francisca si associa al ballo. Ora gli sguardi sono alti, fieri, movimenti decisi. Arriva la signora “in oro”. Lei è ha più potere, è la più forte. Il suo passo domina il palco e la storia. Il pubblico reagisce immediato.

Io non so se perdermi nei loro colori, nei loro sorrisi o nei piedi che si muovono in fotocopia. E si aggiunge pure la pizzica. Si mescola tutto in un incontro di popoli e musiche che sono diverse ma che possono vivere e ballare insieme. Il gioco dei ventagli che subito riprende è bellissimo. Un tocco, un colpo di polso e c‘è magia. Saluti, ma è solo un attimo. La musica riprende. Le sei signore della sera sono tutte qui. Sono loro che accompagnano la musica prima di regalarci una nuova perla, che si interrompe al suono di un “Olè”. Col chitarrista che chiude con un passo di danza degno delle amiche.

Gli applausi si sprecano. Uno spettacolo intenso, intrigante, nuovo. Ci avevano lasciato con la sensualità e l’interiorità tipica del loro ballo e ci hanno sorpresi con la capacità di aprirsi al nuovo che arriva e che si mescola per creare un nuovo futuro.

Insieme si può. Con la storia che ci tramandiamo dal passato, ma che non deve essere chiusura, solo ricchezza.

foto Francobruno Vitotlo

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