1948 – Gli Italiani nell’anno della svolta, di Mario Avagliano: la storia delle elezioni di ieri che decisero la storia di oggi

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Settima perla della collana storica di Marco Palmieri e del “nostro” Mario Avagliano, “cavese nel mondo” e oramai diventato un punto di riferimento fermo e stimolante per tutti gli studiosi, non solo nazionali. Dopo gli internati, gli ebrei, i deportati, le leggi razziali, la guerra, la Repubblica Sociale, stavolta Avagliano e Palmieri hanno messo “sotto inchiesta” le elezioni del 1948, che doveva essere un anno rivoluzionario come il 1848, se avessero vinto i socialcomunisti del Fronte Popolare, e diventò invece il trampolino di lancio per l’Italia della DC, quella che governò come partito per oltre quarant’anni e che non ha smesso neppure oggi forse di essere egemonica o determinante nella vita di alcune formazioni politiche.

Il libro, documentato e appassionante come i precedenti, è stato già presentato a Roma il 2 febbraio scorso, a Piazza Venezia, presso l’Associazione Civita, nella prestigiosa Sala Gianfranco Imperatori, in un Palazzo speculare a “quello là” del Duce.

I relatori, un vero e proprio “parterre de rois”: Giorgio Benvenuto, ex leader nazionale UIL, Aldo cazzullo, giornalista, storico e star TV, Adolfo Battaglia, ex leader del PRI, la prof. Simona Colarizi, storica dei partiti.

A Cava, il libro sarà presentato il 23 febbraio, alle 18, nella bellissima Sala d’Onore di Palazzo di Città, col patrocinio del Comune e a cura dell’Associazione Giornalisti “Lucio Barone”. Oltre al Sindaco Vincenzo Servalli, all’Assessore Barbara Mauro e al Presidente della “Barone” Emiliano Amato, interverranno il prof. Giuseppe Foscari, docente di storia l’avv. Gaetano Panza e il dott. Gerardo Canora, politici cavesi e testimoni diretti di quel periodo. Leggerà i testi Pietro Paolo Parisi. Condurrà il sottoscritto scrivente, Franco Bruno Vitolo.

 

O di qua o di là. O nel blocco occidentale, guidato dagli USA, o nel blocco comunista, guidato dall’Unione Sovietica. Erano loro, USA e URSS, le due nuove superpotenze del mondo dopo la sconfitta del Nazismo e dei totalitarismi di destra e la relativa vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, che li aveva visti prima alleati nella battaglia e nella divisione del mondo a Yalta e poi divisi dal solco nascente della guerra fredda e dai muri ideologici e politici che si stavano alzando tra i due grandi imperi.

O di qua o di là. E con il problemino che sarebbe nato se si fosse andati “di là”, essendo l’Italia, paese in zona d’ombra dell’Ovest, stata “assegnata” a Yalta al blocco occidentale, così come la Cecoslovacchia, paese in zona d’ombra dell’Est, era stata assegnata al blocco URSS (e chi si opponeva, come il segretario del partito Comunista, finì con l’essere gettato dalla finestra… per un omicidio che diventò in Italia “La lezione di Praga”).

In Italia, dopo le elezioni del ‘46 e la nascita della nostra avanzatissima Costituzione, figlia del lavoro congiunti di tutti i partiti antifascisti protagonisti della lotta partigiana, si presentarono su due fronti contrapposti alle elezioni del Parlamento, previste per il 18 aprile del 1948.la Democrazia Cristiana, leader del blocco moderato occidentale e vicina al Vaticano, ed il Fronte Popolare, guidato dal Partito Socialista di Pietro Nenni e dal Partito Comunista di Palmiro Togliatti,

O di qua o di là. Era l’anno della svolta decisiva per il futuro dell’Italia. E gli Italiani scelsero “di qua”: la DC e gli alleati ottennero un’amplissima maggioranza, il Fronte Popolare, nonostante l’immagine di Giuseppe Garibaldi sul simbolo, superò di poco il trenta per cento, lì dove aveva sperato nella maggioranza assoluta.

Non fu una scelta facile né “indolore, nel prima e nel dopo.

La campagna elettorale che precedette le elezioni fu la più sanguigna, aggressiva e partecipata di tutta la nostra storia, con un numero di votanti pari al novanta per cento degli aventi diritto, tra i quali per la prima volta c’erano le donne. In tutto il Paese era un fermento di discussioni e anche litigi, tra l’ebbrezza della ritrovata libertà dopo la dittatura e gli scontri di ideologie opposte, tra il materialismo socialcomunista e l’imprinting conservatore e religioso democristiano e vaticano, con una Chiesa scesa in campo in primissima persona e con l’intervento anche di suore e di “Madonne pellegrine”, a difesa dei valori tradizionali e contro l’orso comunista.

Tutto questo fermento tra la gente, oltre che nel Palazzo e a livello internazionale, il libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri ha il merito di rappresentarcelo compiutamente attraverso i documenti originali dell’epoca, dalle relazioni ufficiali politiche e giudiziarie agli articoli di giornale alle lettere private. Un materiale di ampio respiro, presentato con organicità e chiarezza, inquadrato adeguatamente nel contesto, con una fascinosa varietà di angolazioni, dal manifesto ad effetto speciale alle fotografie di informazione, dalle dichiarazioni diplomatiche alle invettive senza mezzi termini, dai fattarielli gustosi alle analisi lucide, dalle luci di una nuova classe politica di alto profilo e senso dello stato alle piccinerie qualunquistiche o di ripicca. Insomma, un libro di storia che diventa un libro di storie che diventano una storia unica e appassionante come un romanzo. E chi era già nato in quegli anni o nei successivi, consequenziali e ribollenti anni Cinquanta, vi riconoscerà tutto il sapore delle piazze di quegli anni.

Il grande merito di Avagliano e Palmieri è quello di aver offerto gli strumenti per una rivisitazione precisa e documentata di quell’anno e di quel periodo, riuscendo con acuta empatia di storici a permettere di capire le ragioni dei contendenti, eppure non rinunciando mai ad un giudizio motivato e supportato dai successivi sviluppi della storia. Non cadono quindi nell’errore della pancia, come troppo spesso oggi si tende a vivere la politica, ma non ignorano il valore della pancia, senza sopravvalutarla. Sarebbe stato facile, da persone di sinistra, inveire contro la grossolanità dei manifesti terrorizzanti, quasi terroristici, della DC sull’ipotesi di un avvento dell’Orso Comunista, o contro le “lettere della libertà” italo-ammericane qui opportunamente ricordate. Sarebbe stato facile, immedesimandosi nell’elettore di Destra, puntare il dito contro le tendenze espansionistiche, imperialistiche e antilibertarie dell’Unione Sovietica e in parte implicite nel comunismo stesso. Sarebbe stato facile denunciare l’attentato a Togliatti come puro figlio dell’atmosfera avvelenata di quei giorni e del governo della guerra civile (vedi nel libro la dichiarazione di responsabilità di Nilde Jotti), o esaltare l’aiuto che diede la vittoria di Bartali al Tour per frenare l’ondata rivoluzionaria e insurrezionale, come pure dire che le elezioni erano state vinte sull’onda della paura del comunismo e della mobilitazione gigantesca e “miracolistica” della chiesa cattolica.

Non insistono sull’effetto facile, Avagliano e Palmieri, ma ci fanno capire che questi elementi, pur importanti ai fini della sconfitta della sinistra, unita alle ambivalenze della sinistra stessa relativa al futuro economico e politico, furono importanti, ma non determinanti come altri. Ad esempio, il bisogno che aveva un paese ancora alle corde per la povertà di sempre e i disastri della guerra, di ricevere aiuti e finanziamenti concreti per una ricostruzione materiale e morale e un rilancio reale dell’economia. E questo lo garantiva il Piano Marshall americano, che però era subordinato alla scelta di campo occidentale (molto interessante la ricostruzione nel libro, a cominciare dal supertelegramma e attraverso il “treno dell’amicizia”). E altro fattore determinante era che il nostro Paese, pur avendo ripudiato il Fascismo, era, e crediamo ancora lo sia oggi, fondamentalmente un paese moderato, legato alle radici delle tradizioni certo non rivoluzionarie del mondo contadino, non alieno dalle parole d’ordine della destra.

A questo quadro della rappresentazione di Avagliano e Palmieri, dobbiamo aggiungere la divisione dei capitoli, molto razionale, che parte dalla rottura dell’unità costituente (corrispondente poi alla rottura internazionale dell’alleanza antifascista e antinazista) per proseguire con i bollori della fase preelettorale, col peso dell’intervento americano e del Piano Marshall, con gli scontri e le tensioni in tutto il Paese, con la democrazia bloccata dagli eventi e dagli accordi sovranazionali, ma anche con la conventio ad excludendum della sinistra con cui si chiude il volume.

Dalla lettura si esce soddisfatti e carichi di stimoli e forse anche in parte rasserenati dalle conturbanti emozioni che ancora oggi generano quelle tensioni. Dagli eventi successivi sappiamo che il Paese si riempì di don Camilli e Pepponi, che furono anche botte da orbi, ma che don Camillo e Peppone tante volte erano in grado di collaborare per l’interesse di tutti. Sappiamo che questo spirito collettivo alimentò la grandezza del boom e le successive conquiste civili e democratiche. E dal libro di Avagliano e Palmieri abbiamo anche avuto la conferma che tutto sommato anche per la sinistra oggi quella vittoria DC non fu “una disgrazia” (ben altri problemi avrebbe causato la vittoria del Fronte).

È una miniera che ci arricchisce… e forse ci deprime anche un poco, perché nel confronto la nostra epoca appare ben più meschina e povera d prospettive. Certo, non è più il tempo di don Camillo e Peppone… e non è detto che questo sia un male. Però, sarebbe buono e giusto che i meschinelli litiganti di oggi sapessero guardare all’interesse comune, come alla fine facevano proprio i don Camillo e i Peppone di ieri …

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