Tra TV e attenzione critica decolla “Il segreto di Nonna Ninna”

C AVA DE’ TIRRENI (SA). Ci fa particolarmente piacere sapere che sta ricevendo consensi e riconoscimenti “Il segreto di Nonna Ninna” (Europa Edizioni), della cavese Anna Maria Santoriello, che Vivimedia aveva già presentato in anteprima, dopo l’emozionato ed emozionante battesimo per immagini, voci, suoni, canzoni, ricordi, pensieri e versi, avvenuto nella Sala di Rappresentanza del Palazzo di Città il 24 novembre scorso. Nel “sacco bello” potremmo già inserire la prefazione del prestigioso scrittore Andrea Pinketts, l’intervista televisiva a Roma per Caos Film, i vari servizi per Quarta Rete RTC, compresa la recente “Cena con l’autore”, oltre naturalmente ai numerosi complimenti ricevuti a pieno cuore dall’autrice per aver saputo rappresentare in versi con chiarezza, vivacità e intensità le vicende di una bambina cresciuta da una nonna che non è sua nonna, ma con la sua famiglia vera distante appena un tiro di cannocchiale. Una situazione non rara nell’Italia difficile del dopoguerra, il che permette alla poetessa anche uno spaccato di quella nostra società… e della nostra Cava, in cui è ambientata la vicenda.

Al sacco bello, ultima ma non meno importante perlina, aggiungiamo oggi l’acuta recensione che del romanzo ha fatto una critica di lusso, cioè la prof. Maria Olmina D’Arienzo, già benemerita della Città per volere del Sindaco Galdi e attualmente benvoluta e benestimata Dirigente del nostro Liceo Scientifico “Genoino”, che già era intervenuta nel giorno del “battesimo” (nella foto del momento finale, è al centro, ditro Anna Maria che suona il pianoforte). La pubblichiamo integralmente, con l’augurio che rappresenti un’ulteriore folata di vento per la nostra scrittrice e il suo brillante poemetto dell’anima.(FBV)

Un caleidoscopio d’amore e di dolore

Mentre la sabbia alla clessidra / lenta scorre e insegue il tempo, / Silvia va a ritroso: intorpidita, / cheta cheta s’addormenta / e nei labirinti della psiche / s’insinua a pieni sensi, / tra misteri, bizzarrie, / gioiosità e aneddoti. / E anche l’impercettibile / si concretizza e si presenta”.

Questi versi, che concludono il Prologo del romanzo Il segreto di Nonna Ninna di Annamaria Santoriello, danno immediatamente senso e significato a tutta la narrazione e ne suggeriscono la chiave interpretativa: dopo l’ouverture o, se si vuole, l’incipit, accompagnato dalle note vibranti di un Notturno di Chopin, e il riferimento al caffè e alla crostatina calda, che richiama senza dubbio la madeleinette proustiana della Récherche (in Dalla parte di Swan) ed innesca il recupero memoriale, irrompe sulla scena Silvia/Annamaria, il personaggio narrante, che à rébours ripercorre la storia del suo passato, “tra misteri, bizzarrie, gioiosità e aneddoti”, penetrando “nei labirinti della psiche”, per farne emergere e concretizzare “anche l’impercettibile”, i fremiti più nascosti e i palpiti più reconditi.

Un romanzo composito e complesso, difficile da ricondurre ad un solo genere o tipologia, perché ricchissimo di sentimenti, di contenuti, di spunti, di sfaccettature: un vero caleidoscopio, che porta dentro impresso tutto il dolore del mondo e tutto l’amore del mondo. Una favola, come quelle di cui “mai una la mamma ne aveva letta o detta” a Silvia, di quelle che ti fanno ritornare bambina, ma sono terribilmente da grandi. “C’era una volta” … e subito si avvertono la tenerezza e il calore, capaci di creare un cerchio magico, come “intorno a quel braciere” del cap. 11.

Un mito: per tutto quello che di misterioso e ancestrale si porta dietro e dentro, come racconto capace di superare le barriere del tempo e dello spazio, per vivere in una dimensione altra, surreale ed archetipica o, se si vuole, epos fantastico e straordinario, storia/romanzo intrigante e fascinosa.

Favola – mito – epos, con un unico indicatore semantico, che rimanda alla Parola, che non solo dice, né è semplicemente forma di un contenuto, ma è essa stessa sostanza, res concreta e palpabile.

Poi ancora romanzo, per di più in versi: una scelta coraggiosa e originale, quasi a rappresentare l’andamento e lo stile della ninna nanna, della filastrocca o cantilena, tipica del linguaggio infantile, di quel fanciullino pascoliano, che fa grandi le cose piccole e piccole le cose grandi, che dà nome alle cose e ne coglie l’essenza.

Parola e Poesia: un binomio vincente, perché alle suggestioni della parola si abbinano e si connettono intimamente quelle della poesia che, nella valenza semantica del termine, (dal greco poiéo = fare), ha il potere di plasmare, creare, rappresentare, in una modalità straordinariamente efficace e plastica, la realtà e il mondo.

Autobiografia e memoriale: Silvia è certamente l’alter ego di Annamaria, che attraverso i suoi occhi rivede il proprio passato, lo ricostruisce, per poi sublimarlo e trasfigurarlo. Questo processo fa sì che la scrittura diventi possibilità di catarsi, redenzione, discesa agli inferi per riuscire a risalirvi, dopo aver “riunito le giunture spezzate” (come direbbe Salvatore Quasimodo).

Il recupero della storia personale è una sorta di visione, come fa intendere la radice del termine storia, che è conoscenza di sé, sia a livello della coscienza che dell’inconscio.

Un romanzo sicuramente psicologico, che sonda le profondità della psiche, ma anche didascalico, per il profondo ethos che lo permea e i riferimenti gnomici che ne attraversano le pagine: “seppur piccola io fossi, / avevo già imparato / a non piangermi addosso, / a voltare pagina, / a lasciar dietro il grigiore / e a sognare l’alba / d’infiniti, caldi colori”.

È la chiusa del cap. 19, o ancora quella del cap. 24:

Così, la tenera traversata / scorreva liscia come l’olio / per occhi distratti, / ma nessuno teneva conto / che il vestire, il mangiare, / sono priorità di coda / per un cuore che palpita”.

Un Bildungroman, un romanzo di formazione, dove si cresce attraverso il dolore e le prove difficili della vita, si impara ad accogliere e condividere la sofferenza dell’umanità tutta, attraverso esperienze forti ed intense.

Non manca neppure un pizzico di giallo, di noir, di fantasy… e un segreto da scoprire, come preannunciato dal titolo stesso.

Disseminati qua e là, oggetti- simbolo, ora inquietanti, ora rivelatori, allusivi o evocativi: la bambola “che di mamma aveva ruolo” e il braciere del cap. 11; la larva acciambellata, il cane, il cavallo inesistente e la ruspa del cap. 17; il binocolo proibito del cap. 20; il cavolfiore del cap. 38; la cristalliera del cap. 26, già ricordata nel cap. 14, dove magicamente centro tavolo, calici, lattiere e gialle tazze oro zecchino si animano e diventano parlanti nell’immaginario della piccola Silvia, ricreando l’atmosfera della fiaba, e fanno pensare alla Pisana delle Confessioni di Ippolito Nievo, nel castello di Fratta.

Ovviamente vari sono i toni stilistici e i registri espressivi, riconducibili alle matrici del logos e del pathos: riflessivo, meditabondo, razionale, dolente, emozionale, intimistico, elegiaco, tragico, comico, ironico, umoristico nel senso pirandelliano di sentimento del contrario, per citarne alcuni. Un sapiente mélange per dare forma alle innumerevoli suggestioni, reminiscenze, memorie, ricordi, frammenti e spaccati di storie e di vite, tra sorrisi e fantasmi.

Tanti sono i personaggi, protagonisti e non, presenti nel racconto, tutti ugualmente delineati e descritti con cura e attenzione e, perciò, resi indimenticabili. Uno in particolare risulta estremamente incisivo e accompagna, costantemente e romanticamente inteso, il dipanarsi della storia: si tratta del paesaggio, che spesso coincide con il luogo reale e interiore più caro ad Annamaria Santoriello, la sua Cava:

Spazio lo sguardo sul maestoso Monte Castello, / sulla viuzza serpeggiante / che verso valle si disperde; / su Santa Maria al Quadruviale, / sulle indistinte case immerse / nel verde lussureggiante / di orticelli, di vigneti, /in un silenzio spezzato / dal trascinìo d’un carretto” (cap. 02, pag. 23).

Mi trovo al lato opposto / del Borgo Scacciaventi / e corro, quanto corro! / lungo il Corso Umberto,/ sotto i secolari portici / del Millequattrocento. La respiro quella quiete / e penso che tra verde e pulizia, / quel paesaggio elvetico / la denominazione non tradisce: / l’Avvocata, Monte Finestra, / la meravigliosa Abbazia Benedettina / …Sento che la mia Cava de’ Tirreni / è la più bella cittadina che esista” (cap. 35, pag. 204).

Il paesaggio, o per analogia o per contrasto, sottolinea e fa da sfondo agli stati d’animo. Così a pag. 62, cap. 10: “La notte aveva calato /il velo scuro dappertutto / e ancora più rendeva fragile / il mio equilibrio di fanciulla”.

O a pag. 195 del cap. 33: “Sento addosso un fremito,/ leggero. Sarà l’oro del sole / che sfiora la mia pelle; / sarà l’azzurro della volta /ferito da un aereo; /o sarà la solarità di nonna / che nel cuor mi si riflette? / Impervia era la china / in quella tiepida giornata di maggio / e un profumo di rose, di gelsomini, / di arrampicati fior d’arancio,/ ci inebriava lo spirito /ci invitava a respirare”.

Come non ricordare “… quel ritorno / in quelle sere stellate! /Quella luna in pallore / colla faccia schiacciata, / colle sue luci ed ombre” del cap. 37, pag. 215, che Leopardi definirebbe poeticissimi.

O le lucciole che “a sprazzi ferivano il buio / ed io a passo ovattato,/mani a coppe, a canguro, / a salti cercavo / di catturarle a insaputa / e in un mini barattolo / le deponevo al sicuro: / in quell’habitat coatto / gustavo i piccoli lampi di luce / come stelline a Natale / in ambienti un po’ scuri”.

Un’ultima notazione per le illustrazioni di Chiara Savarese, che accompagnano con delicatezza e levità le pagine del libro, attagliandosi perfettamente allo spirito della scrittura e al sentire dell’autrice.

La parola di Annamaria Santoriello sapit, ha sapore, ha gusto nella sua immediatezza espressiva e nella sua pregnanza narrativa, è sempre lucida, calibrata, curata, nonostante l’empito e il pathos forte, tremendo che rappresenta. E questo è prerogativa della grande arte, della grande scrittura che, sola, di fronte alla incommensurabilità del dolore, alla lacerazione straziante del cuore, riesce a far intravedere il “varco” e a proiettare la provvisorietà fragile dell’esistenza terrena in una dimensione “più certa e più grande” (per dirla con Manzoni), lassù, dove tutto si ricapitola e s’ “illumina d’immenso”. (Maria Olmina D’Arienzo)

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