Dolce, inquieta e polemica la “Sintonia poetica di Vittorio Pesca” – Alla presentazione, anche il compianto prof. Luigi Crescibene: quasi un commiato

SALERNO. La sintonia con la natura, l’abbandono filiale a Dio ed alla religione, la polemica contro lo l’attuale crisi etica e la perdita dei valori tradizionali, la sospensione tra affettuose memorie e lo spiazzante galoppare del tempo. Quattro filoni diversi e convergenti, una coinvolgente “Sintonia poetica”, come evoca il titolo dell’ultima raccolta di Vittorio Pesca, presentata lo scorso dicembre nella Grande Sala “Bottiglieri” della Provincia di Salerno, nel corso di una serata che ha lasciato una scia di emozione, per l’impatto del cuore che il poeta salernitano imprime costantemente nelle sue opere (siamo giunti oramai alla settima perla della sua collana di poesie, racconti, memorie) e nelle sue presentazioni. Oggi, a distanza di un po’ di tempo, la scia è diventata un’onda lunga perché essa ha rappresentato una delle ultime apparizioni pubbliche del caro prof. Luigi Crescibene, scomparso lo scorso 29 marzo dopo una lunga malattia.

Come al solito, il professore si era distinto per le sue dotte e stimolanti riflessioni sul senso e il significato della poesia, infiorate di colorite citazioni critiche. E non ha mancato di evidenziare la novità di questa produzione di Pesca, che stavolta non si è concentrato tanto sul tronco robusto della memoria familiare e delle sue esperienze da emigrante quanto nel lirico intimismo e nella tensione umana suscitata da quei già citati filoni legati alla natura, alla religione, alla crisi dei valori, alla fugacità del tempo. Per Crescibene, nella resa lirica di Pesca non trova comunque spazio l celebrazione del crudo dolore, ma tutto poi sfuma nella tenerezza agrodolce dell’elegia.

E gli hanno fatto eco gli altri relatori della serata: l’Assessore provinciale Pasquale Sorrentino, la Presidente del Centro Artisti Salernitani Elena Ostrica, la prof. Antonella Sparano, il conduttore Michele Sessa, il Sindaco di Orria Mauro Inverso, il sottoscritto scrivente Franco Bruno Vitolo, nel corso di una manifestazione lunga e intensa, addolcita dal canto delicato di Imma Russo, dalle melodiche chitarrate di Joe Chiariello, dalle numerose letture di testi, non solo in italiano, ma alcuni anche in inglese, secondo la contestuale e fedele traduzione che nel libro ne ha fatto Rosetta Monteforte.

In effetti, è in queste direzioni che procede la sintonia peschiana, trasformandosi in una pluritonale sinfonia interiore, ben interpretata, oltre che dai versi stessi, semplici e comunicativi, dalla suggestione visiva delle aeree evocazioni di Maria Grazia Mancino, ricche di coloriture tonali, di vaghezze espressive e vibrazioni emozionali.

La natura è stretta “quasi in un abbraccio”, da cui emerge la “fanciullina” meraviglia di contemplazione e il personale cantico delle creature che risuona nello spirito francescano di Vittorio Pesca. Davanti alle sue pupille dilatate, si espande l’incanto del firmamento, nello splendore di Fratello Sole, che dona il pane della vita, di Sorella Luna, che tra le foglie di tenerezza e pianto indora il cielo di mistero, e delle sorelle Stelle, teneri diamanti del cielo, di quel cielo che bacia le belle impalcature del creato: i grandi monti, vicini a Dio e luccicanti come diamanti, e i piccoli fiori, che a loro volta con la boccuccia baciano l’aurora del sole. In mezzo, il laborioso fermento dei campi, concreta realtà che segna il passaggio e firma il paesaggio, e il lirico fremito della natura, che in un lieve frusciare di vento e di foglie accarezza il sogno dell’uomo.

Consequenziale per Pesca è vedere nella Natura, perla del creato, il segno più limpido della Creazione, che fa scattare lodi dirette del cuore a Dio, a Gesù, alla Madre di Gesù. A Dio, con la sua purezza, egli si affida come un bambino che gioca innocente alla fonte, a Dio Padre e a Cristo figlio egli chiede di farsi abbracciare e sempre più amare.

Da qui il connubio emozionato tra Fede e Abbraccio, che gli permette di assaporare sia il miele della vita che il pane salato, conquistabile solo col sacrificio e il dolciastro aspro gusto del cuore.

Tutto questo variegato sapore non si assapora senza il gusto dei grandi valori della vita sociale e della “lotta quotidiana”: senso del dovere e della giustizia, bontà del cuore, rispetto della famiglia e del lavoro, di sé e degli altri. Valori che la nostra squinternata epoca sembra aver colpevolmente annacquato e disperso. Pesca al riguardo mette sul banco degli imputati l’egoismo, individuale e sociale, di un mondo incosciente dominato dall’uomo Caino, contaminato ulteriormente dal pessimo esempio dei grandi che ci avvelenano il cielo e la terra che brucia e s’oscura ovunque languente.

Contro i “grandi caini” e senza escludere la responsabilità dell’uomo comune grida forte, il poeta, che di rimando si affida alla poesia e all’arte come strumenti per recuperare l’umanità perduta, nel nome della Bellezza e della Pace. A loro, al suo ideale più puro, egli vuole dedicare la sua poesia, un verso fatto di sentimento, di fuoco ardente, un verso forse senza parole nel silenzio utopico dell’amore.

Già, utopia… è questo il frutto amaro dei suoi delusi sogni abbandonati al suo tramonto e lui si sente come un solitario colombo nero che sbatte le ali sulla ringhiera e non riesce più a volare, invischiato nella nostalgia di sogni del cuore. È un colombo che soffre, travolto dalla malinconia, ma in lui non smette mai di tacere l’uomo che dalla vita ha imparato prima di tutto a combattere, con l’illusione, o almeno il flebile sospiro della speranza, di poter abbracciare il mondo intero, pieno di gioia pieno d’incanto.

Pieno di tutti i coloridel cuore. Un cuore fragile triste emozionato, ma, proprio perché combattente, alla fine vincente. Comunque vada …

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