“Hope, fame di vita”: il dolore dei tempi, la necessità della speranza

Un’emozionante creazione teatrale di Luigi Sinacori e Mariano Mastuccino, con “La bottega della ribalta


La manifestazione è “Cava è… estate”, il luogo è il Cortile Teatro “Luca Barba” e la compagnia di turno in questo mercoledì 18 luglio è l’Associazione Arcoscenico “La bottega della ribalta”.

Il dramma rappresentato ha testi e regia di Luigi Sinacori e Mariano Mastuccino, due giovani appassionati che da anni vivono in simbiosi con il teatro, regalandosi e regalandoci liberi pensieri e visioni di vita.

Lo spettacolo ha come titolo “Hope, fame di vita” e noi la Speranza la troviamo scritta davanti ai nostri occhi, al bordo del palco, ai piedi di chi reciterà. Divisa in pezzi, in uno spelling silenzioso, letterine divise da piccoli vasi che provano ad illuminarle con deboli fiammelle che tremano sotto rari refoli di vento.

Una musica calda in sottofondo ci accompagna negli ultimi attimi di attesa, mentre guardiamo una sedia, un leggio e una chitarra alla nostra sinistra; a destra panche? Coperte? E sullo sfondo un muro con lunghi tendaggi neri. Dove ci porteranno?

Luigi Sinacori e Mariano Mastuccino fanno gli onori di casa, spiegando come il lavoro, realizzato a quattro mani sia per i testi che per la regia, si svolga in un unico atto diviso in tre quadri; ringraziano l’Amministrazione per l’opportunità che ha dato alle giovani compagnie cavesi che hanno aderito all’iniziativa e velocemente lasciano spazio alla chitarra, che è la prima ad animarsi grazie a Lorenzo Cammarano. Le sue note anticipano l’ingresso di due giovani: il velo sul capo di lei è una protezione o simbolo di appartenenza? Altri li seguiranno occupando quelle panche perché i luoghi dell’attesa e della speranza non sono mai solitari…

Adesso partiamo…” inizierà con le stesse parole il discorso di ognuna di quelle persone che si alterneranno al centro del palco. Un centro che è un ideale centro di vita, quel luogo da cui di vite ne partono tante quasi quante non riusciranno mai a partire.

“…partenze, barconi, bombe, nuvole di fumo…”

Di nuovo “Adesso partiamo…” “…da quale guerra, la guerra di chi? La guerra è guerra…”

Alle loro spalle una ballerina esprime col corpo il disagio, la rabbia, la paura che nascono ascoltando quelle parole.

Adesso partiamo…” “In Italia non c’è guerra” Ma la guerra ha tante forme, tante facce. “Lì c’è democrazia, si parla. Le loro guerre sono umanitarie”. E spuntano i signori ben vestiti che vanno a proteggersi dalle bombe con i giubbotti antiproiettile, ma quelli non servono, non bastano contro le bombe. Tra l’altro sono in genere fortunati, perché mentre loro sorridono e scambiano strette di mano, non ne cadono di bombe…

Adesso partiamo…” e tocca il tema del lavoro dello sfruttamento delle umiliazioni e del ritorno a casa “torni con le tasche vuote e capisci che hai fallito e fallire vuol dire morire…”

E i clandestini nei centri di accoglienza? Soliti personaggi ben vestiti che regalano sorrisi e stringono mani che poi nascondono!

Ognuno dei personaggi, ognuno di quegli uomini e donne hanno raccontato il perché del proprio viaggio, la disperazione nel dover lasciare e la speranza di arrivare dove qualcosa potrebbe essere concesso.

Ma la speranza è davvero facile da coltivare? È davvero giusto mantenerla viva dove nulla ti aiuta ad alimentarla, dove la realtà non concede spiragli per la sopravvivenza, quando dormire è un lusso perché dai sogni ci si risveglia e ciò che vedi è ciò che non puoi sopportare?

Nulla concede un attimo di forza per continuare a pensare al domani, solo continue domande: chi sgancia le bombe? Dicono che sono loro… ma loro chi sono?

Non serve pregare perché tutti si mescolano e diventano tutti complici delle bombe che si sganciano per abbattere moschee, cantine, grotte. Tutte allo stesso modo.

Adesso partiamo…” cosa sarà della famiglia che lasci o che ti porti dietro? E cosa vogliamo, un padre che porta da mangiare o un padre vivo? Domande senza risposta!

Adesso partiamo…” dal barcone vedi ancora quello che si vede a terra? “…Non vedo uomini vestiti bene, che parlano bene, ma uomini che lasciano famiglie e vedo moschee che saltano insieme a cantine e a grotte…”

Chi parte ha ancora la forza, ha ancora SPERANZA.

Ma tra le immagini che si accavallano in un viaggio che è un incubo, prevale quella della coperta accesa per riscaldarsi. E allora perché non lasciarsi annegare? Senza speranza, senza forza, senza luce.

Le parole e l’interpretazione ormai hanno coinvolto tutti. Il corpo della ragazza che danza, Laura Cammarota, racconta a modo suo la stessa sofferenza che abbiamo ascoltato da tutte quelle parole e la chitarra di Lorenzo attacca una formidabile Rocket man di Elton John; peccato che la tensione del momento non gli renda il meritatissimo applauso che è rimasto nelle mani di tutti, ne sono certa, ma che avrebbe spezzato l’incantesimo che magistralmente avevano creato i componenti della compagnia. Cioè Gianluca Pisapia, Francesca Cretella, Maria Fiungo, Federico Santucci, Licia Castellano, oltre a Mariano e Luigi, mentre le panche diventano letto e Luigi come Diogene usa una lanterna. Cosa cerca?

Ci trasportano velocemente in uno dei tanti centri di raccolta, luoghi dove centinaia di persone non riconoscono più vita o morte. E qui nasce il dialogo-confronto tra Luigi e Mariano, tra chi spera e chi non ce la fa più. Sogni che si scontrano con la realtà.

Pregare, credere nei miracoli? Nessuno sa niente di ciò che accadrà una volta partiti, ma tutti vogliono andare. “…a noi sopravviverà la speranza…”

Ma al completo sconforto si oppone il sorriso: condividere il viaggio è già una fortuna.

E quando vanno ad interrogare un silenzioso terzo uomo scoprono che è cieco “…non mi manca ciò che non conosco, ma le vostre voci le ricorderò per sempre”. E anche questo è un miracolo ed un motivo in più per aspettare domani.

Non è passato molto tempo dall’inizio dello spettacolo e non è ancora finito, ma qualcosa di molto forte è già arrivato a destinazione. Dialoghi curati, parole usate con grande maestria, con cura dei dettagli. Tante voci mischiate, tanti problemi toccati senza nessuna retorica e senza mostrarsi da nessuna angolazione politica, ma negli aspetti umani più profondi. Peccato che l’uomo sia rimasto vittima della stessa politica che ha creato per essere libero! Ma stasera non è lei la protagonista, lo sono quelle immense masse che vengono staccate dalle loro radici e gettate in pasto ad un mondo che non li vuole, anche se è lui stesso la causa di quella fuga. Un cane che si morde la coda, un continuo rimbalzare compiti e doveri senza cercare il bandolo della matassa.

Ma la solitudine non passa solo attraverso barconi e bombe.

L’ultima scena ci mostra due amiche sedute al bar: una attenta alla sua malattia, alla sua raggiunta indifferenza verso gli altri, al suo essere finalmente INTOLLERANTE. L’altra disponibile al dialogo, con il piccolo difetto di non ascoltare assolutamente la persona che le parla. Due vite vicine, due vite parallele, due vite distanti.

Intolleranza, indifferenza, superficialità, solitudine. Dialoghi senza confronti, parole che rotolano ognuna per la propria strada senza incontrarsi mai.

Questa indifferenza agli altri genera egoismo, voglia di sopraffare chi ci sta intorno. Il monologo di Gianluca è perfetto per esprimere questo concetto. L’uomo nella disperazione rischia di perdere il senso comune, perdendosi nei “colori e negli odori industriali”, cercando il modo per prevalere su chiunque gli sia accanto.

La chitarra ritorna per accompagnare gli attori che vengono presentati al pubblico.

Io l’ho già fatto e ne sono contenta. Loro sono stati le voci di chi voce non ha, loro hanno parlato di un problema di cui si parla troppo e da troppo tempo, ma a cui non si vuole dare soluzione.

La guerra, gli spostamenti di massa, le ricostruzioni sono fonte di guadagno. Fino a quando l’uomo vedrà, nella persona che ha di fronte, solo un portafogli in movimento o un pericolo per il suo portafogli, nulla mai cambierà.

Per questo ringrazio gli autori di questo spettacolo dramma, perché è necessario mantenere vivo il ricordo dell’essere vivente che è in noi, perché è giusto toccare tasti così delicati e dolenti senza necessariamente sentirsi vittime, ma solo, semplicemente PERSONE.

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