“Amori sospesi” alle Corti dell’Arte: le note di Mirabassi, Di Modugno e Balducci

… e la Corte di Palazzo Talamo s’illumina d’intenso.


le-corti-dellarte-palazzo-talamo-cava-de-tirreni-agosto-2018-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Le Corti dell’Arte, l’annuale rassegna di Musica da camera che si svolge a Cava de’ Tirreni ed è organizzata dall’Accademia “Jacopo Napoli”, mercoledì 29 agosto sono arrivate alla corte di Palazzo Talamo, che a Cava de’ Tirreni ha ospitato la regina Margherita e non solo. La storia, il tempo passato si respirano e si vedono, anche nelle enormi cascate di edera che abbracciano muri e balconi.

Quando Eufemia Filoselli prende la parola, invita al raccoglimento, ricordando i vecchi fasti del luogo, l’accoglienza che da sempre la famiglia Talamo ha riservato alle Corti dell’Arte e che ancora oggi continua, come sottolineeranno con la targa ricordo consegnata a fine serata ad un emozionatissimo Andrea Talamo.

Eufemia riserva complimenti anche al pubblico delle Corti. Complimenti partiti dagli stessi artisti che si sono esibiti nelle serate precedenti, che hanno apprezzato l’educazione e la competenza di chi segue i concerti. E non è un dettaglio!

La serata, dal titolo “Amori sospesi”, vede esibirsi il trio composto da Gabriele Mirabassi al clarinetto, Nando Di Modugno alla chitarra classica, Pierluigi Balducci al basso. Il curriculum dei tre musicisti è di quelli da più pagine.

Per Gabriele Mirabassi, perugino, sottolineo la capacità di spaziare dalla musica classica al jazz, con collaborazioni che lo vedono impegnato anche nel campo del teatro, della danza e della canzone d’autore. Cito ad esempio, Erri De Luca, Mina, Cammariere, Fossati per non dilungarmi. Questa sua vena poliedrica sarà elemento trainante di tutta la serata.

Nando Di Modugno, “quello con i capelli bianchi per far capire chi comanda” (cit. Mirabassi), barese, cresciuto con la musica, ha studiato con maestri che venivano dalla scuola di Segovia. Ha partecipato a registrazioni di diverse colonne sonore e suonato con Premi Oscar come Morricone, Shore e Piovani. Insegna chitarra al “N. Piccinini” di Bari.

Dal sud anche Pierluigi Balducci, bassista elettrico e acustico tra i più famosi nel campo jazz non solo italiano. Molte riviste del settore gli hanno dedicato ampie interviste per sottolineare la sua competenza e duttilità. È docente di Basso elettrico presso il Conservatorio “Duni” di Matera.

Le poche notizie date sui componenti del trio già devono far capire che anche stasera avremo la possibilità di assistere ad una esibizione di altissimo livello. Quanto saprà sorprenderci lo scoprirete con noi.

I musicisti sono vicinissimi sul palco ridotto che ha dovuto cedere spazio al numeroso pubblico. Piccoli accordi al basso, tutto il resto è silenzio. Note. Il clarinetto assapora in silenzio l’inizio dei colleghi, ma la sua pausa dura poco. Parte e sembra un incantatore di serpenti: nell’ondeggiare del corpo, nel guardare il pubblico, nel cercare le note giuste per ammaliarci. La sua musica è prepotente, ma non sarebbe la stessa senza quel tappeto che la sorregge e le permette di scivolare via, penetrante e curioso. Quando finisce il brano, si preoccupa di chiedere dell’acustica per il pubblico seduto in fondo e siamo sorpresi di sentire la sua voce che interagisce con noi. La contaminazione dello spettacolo di cui vi ho parlato, non casualmente, comincia a delinearsi, ma ancora non capiamo quanto.

Ci presenta i brani che eseguiranno, cominciando da un pezzo composto per Erri De Luca. Per ogni brano c’è una storia, un aneddoto, una curiosità. Come la teoria che Don Chisciotte sia il vero invincibile per lo scrittore, perché aveva la grande capacità di sapersi sempre rialzare.

Tutto il concerto sarà un continuo viaggiare dal repertorio italiano a quello brasiliano, in tanti pezzi un racconto di un Brasile un po’ meno conosciuto, non quello della solita samba, non quello delle più famose mete turistiche. Il viaggio con loro è dentro una terra di cui spesso si conosce solo l’apparenza ma poca profondità. La musica che decidono di suonare nasce con le storie dei luoghi, insieme alla gente che li ha vissuti.

È proprio questo vissuto che raccontano quelle note e pretende di essere anche recitato. Mirabassi non suona soltanto, interpreta il ruolo che la musica gli crea. Cammina con passi che non lo portano da nessuna parte, ma si ha la certezza che si muova. Anche quando sono le corde “a parlare”, lui continua quel balletto, il corpo segue ogni minimo movimento. Con rinnovata energia si rimette in moto, anche se si ha la sensazione che lo spazio a disposizione gli stia un po’ stretto. In fondo il viaggio porta lontano!

Parlare col microfono e suonare senza. Strano!” Arriviamo al pezzo che dà il titolo alla serata. Scritto da Di Modugno, ha avuto diverse evoluzioni, essendo stato tradotto in francese, poi in brasiliano. “Tipo volubile Sono parentesi sorprendenti che continua a regalarci. È il suo modo di renderci partecipi della complicità che esiste tra di loro, tra i percorsi che li hanno fatti incontrare. Ci dice che il pezzo è bellissimo e noi gli crediamo sulla parola.

È veramente sospesa la musica che viene fuori. Tocchi lievi, come a temere che qualcosa di delicato si possa rovinare. Una danza, piccoli passi: trovarsi e perdersi. Il basso mette un certo spessore alla storia, ma la chitarra lo tiene a bada. Su tutti torna il clarinetto, a mettere pace in quel ballo a tre che non riesce a decretare nessun protagonista. I passi di danza si ripetono più voluttuosi, più sensuali, fino a lasciare i ballerini sulla pista immobili.

A risvegliare tutti un nuovo ritmo brasiliano: colori da quelle note, arcobaleni.

Finalmente suoniamo un pezzo bellissimo che non è nostro, ma, buon per voi, non lo canteremo,” Continua a spiegarci, come durante una lezione ai suoi numerosi allievi, pure presenti tra il pubblico, che i brasiliani non hanno linee diritte, ma amano le sinuosità e questo modo di raccontare la musica è piaciuta anche a lui e l’ha fatto suo. Ascoltiamo questa canzone muta. Di sicuro è un corteggiamento: inizia lenta, delicata. Ha bisogno di conoscere, di farsi conoscere. Non è una serenata da lontano, no. È guardarsi negli occhi, è tenersi la mano, è una carezza tra i capelli, sono labbra sfiorate. È gioia raccolta in uno scrigno e conservata.

Ma in questa giostra che Mirabassi guida per noi, non si sta mai fermi. A Recife si balla il “frevo”, in pugliese Di Modugno ci traduce “A frev”. È una musica che mette allegria e fretta allo stesso tempo. Ritmo che invita a muoversi, a cercare. C’è quasi una corsa in quella sedia minuscola, in quello spazio minimo. Ma c’è. Corpo incontrollabile sotto l’effetto della musica. Virtuosismi di chitarra e basso, sottili fili che si tendono a regalare brillanti di sudore e brividi di piacere.

Cita Martin Rojas: “ha scritto pochissimo ma questo bolero è un pezzo fantastico.”

La delicatezza inizia con la chitarra. Apre la porta alle dolci note del clarinetto e poi arriva il basso. Solo ora che sono tutti insieme iniziano il racconto. Parte dal profondo quella musica. Attraversa tutti i sensi, fa sorridere, fa sognare ad occhi aperti. Incide qualche parola nell’anima e poi la copre con una coperta di amore, aspettando che la persona giusta venga a scoprirla.

Sarà perché noi restiamo senza parole che Mirabassi continua a lanciarcele come àncore? “Il chitarrista è colui che passa metà della vita ad accordare e l’altra metà a suonare scordato. Detto da Segovia!”

C’è un pezzo di Balducci, Fredrich? Lo scrivo così, anche se nella descrizione di Mirabassi potrebbe essere scritto in qualsiasi modo, ma non ha nessuna importanza adesso. Prima impressione è l’autostrada che va. Di notte, lampioni che non illuminano abbastanza. Ci vuole altro. Ci vuole quella luce di dentro, quel fuoco che brucia. Fa anche male, ma serve. Altrimenti si ghiaccia. E dunque soffri e stai bene allo stesso modo, nello stesso momento. Strani questi viaggi nella notte. Ti nascondono la strada e ti mostrano l’invisibile profondità dell’anima. Stridore di freni, visone improvvisa, realtà svelata. Stupore. Bellissima.

Non ci fa riprendere. C’è da scoprire la storia del “Farrò”, parola nata dalla scritta For all che si leggeva sui manifesti con cui i militari americani invitavano i nativi del luogo a partecipare ai balli che organizzavano per inserirsi nella vita di quel Brasile ancora poco conosciuto.

E poi cominciano i ringraziamenti. Per i Cavaliere padre Felice e figlio Giuliano, che hanno permesso e permettono questa manifestazione bellissima, e per noi pubblico: “desiderabile”.

Avevo sentito dire di quello che succedeva quaggiù, ma non c’ero mai stato. Tutto vero.”

La musica che arriva è quella intorno al fuoco, è l’incontro e il saluto, è voglia di ballare, è voglia anche solo di ascoltare e basta. È lasciarsi andare al loro ritmo, fidandosi che sarà un bell’andare.

Un leade, Mirabassi, ma la sua grandezza è stata quella di esserlo e lasciar chiaramente capire quanto gli altri due lo siano allo stesso modo. Umiltà.

Quando Eufemia torna, invita Felice Cavaliere a fare un saluto a questo pubblico che davvero gli è infinitamente grato per quanto ha saputo regalarci in queste storiche edizioni delle Corti dell’Arte. Non è mai molto contento lui di prendere la parola, ma sa sempre dire qualcosa di importante. Come sottolineare la grande bellezza di Cava, di come nella sua mente ci sia di certo un nuovo progetto. Gli viene fuori una parola, “Cava on the road”. Se è una nuova sfida, noi siamo qui ad aspettare che venga lanciata. Ma il suo intervento è breve, toccata e fuga. I nostri applausi per lui e per il gruppo chiedono un bis. Di sicuro non lo concederà Felice, ma il trio sì.

Parlano tra di loro e come sempre a usare il microfono è Mirabassi: “Il pugliese mi ha detto di un fatto.”

È il suo modo di introdurci la scelta del pezzo finale. Pezzo scritto da Erri Mancini (autore della musica de “La Pantera Rosa”), tratto dalla colonna sonora del film I Girasoli per la regia di De Sica. Pur di farci entrare nell’atmosfera della musica, ci racconta buona parte della trama. A noi non dispiace ascoltare quella voce che sa far vedere le scene di un giovane Mastroianni, di una testarda Loren, della tragedia della guerra, della forza di un amore.

È così che in una corte tanto piccola ci regalano il concetto di immensità come può esserlo un campo di girasoli. Sapremo correrci dentro o resteremo a guardarli, rapiti da tanta grandezza? Non ha molta importanza adesso. Qualunque sia la strada, la si percorrerà con animo libero, come questa musica vuole, fino all’ultimo passo.

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