Corti dell’Arte atto secondo: il magico jazz di Julian Mazzariello e Fabrizio Bosso

Incantevole connubio del piano con la tromba con note trascinanti che alleggeriscono il cuore.


le-corti-dellarte-cava-de-tirreni-22-agosto-2018-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Serata all’aperto. Serata a rischio. Per il secondo spettacolo della XXXI Edizione delle Corti dell’Arte, mercoledì 22 agosto, ci sono guardiani d’eccezione: una splendida luna con paladini di stelle e un cielo striato di nuvole che danno solo un effetto speciale, ma avranno di certo rispetto per il concerto che ci aspetta. Entriamo dai famosi portici di Cava e ce li ritroviamo nei pannelli alle spalle del palco. Il classico grigio e quell’insegna rossa “Accademia Jacopo Napoli”, per ricordare chi dobbiamo ringraziare per questa ulteriore opportunità di ascoltare talenti della musica, col suo direttore artistico Giuliano Cavaliere.

Fabrizio Bosso alla tromba e Julian Oliver Mazzariello al piano. Sono i nomi che pronuncia Eufemia Filoselli a presentazione della serata, dopo aver consegnato un’altra targa ricordo ai luoghi che hanno ospitato, in questi lunghi e meravigliosi anni, lo spettacolo delle Corti. Tocca al Complesso monumentale di San Giovanni, altro simbolo del passato di una Cava che ha saputo scrivere la storia del suo territorio e dei suoi cittadini e non vuole cedere il passo al tempo che avanza. Figlio di questa Cava è anche Julian, dal nome “straniero” perché nato in Inghilterra, ma con un papà cavese e dunque praticamente a casa sua. In questo viaggio ha toccato già vette altissime (tra cui concerti con Dalla, una trasmissione RAI con Bonolis, una vittoria nell’unico Sanremo dedicato al jazz), ha fatto incontri e tra i tanti, famosi e storici, un posto d’onore spetta a Fabrizio Bosso di Torino. Incontro fortunato per loro, che hanno scoperto una passione da condividere e direi fortunato anche per noi che raccogliamo i frutti di tanta meraviglia. Perché meraviglia sarà questo viaggio che hanno deciso di condividere con noi. Da Tandem, il nome del loro album, con le interpretazioni dei grandi, da George Gershwin ad Antonio Carlos Jobim, da Legrand a Bernard Hermann, gli omaggi a Nino Rota ma anche con spazio per loro brani originali: “Wide Green Eyes”, “Dizzy’s Blues”, “Goodness Gracious”.

Il tandem che ho immaginato mi aveva fatto sognare pedalate tranquille, ma da quando il jazz è stato questo?

Arrivano in maniera semplice, Julian vestito di scuro, Fabrizio in grigio chiaro. Un tocco di colore è dato dai fiorellini della sua camicia, ma non hanno nulla da mostrare, solo da regalare. Svanisce tutta l’apparenza, la tromba si sveglia e suona come a voler catturare l’attenzione di qualche animo ancora distratto.

I tasti di Julian si insinuano perfettamente nelle note cristalline della tromba. Si avvicinano e inizia una corsa, col piano che mostra più resistenza, continuando senza stancarsi, senza sfiancarsi.

L’ingresso della tromba da una stradina laterale sorprende, ma si sente subito che hanno lo stesso passo, lo stesso ritmo.

Lo spazio aperto ci consente subito un applauso liberatorio e i loro sorrisi complici, sul palco, ci avvisano che tutto è cominciato, che il viaggio ha avuto inizio.

Guida Julian, Fabrizio segue con occhio attento. Ad ogni nota lenta, cercata, un lieve cenno del capo. E di nuovo lei, la tromba della sera, quella che non suona ma parla. Quella tromba lì apre scenari nella via, apre le porte di casa, richiama gente nelle strade. È un suono ammaliatore che potresti ascoltare per ore, senza pronunciare mai una parola, per rispetto di quel racconto muto. Unico interlocutore: il piano.

Tutto nuovo. Tutto diverso. Ritmo, virtuosismi, colpi pesanti. Qui c’è forza, quella vera, invincibile. Quella che non combatte con nessuno perché non ha nessun avversario. Vince sempre.

Non si aspetta la fine per applaudire. Come le mani di Julian, anche le nostre non resistono alla tentazione di correre. Ma le sue sono ben altra cosa, sia chiaro!!!

Una cascata di energia precipita dal palco e ci sommerge. Ma non ci fa paura. Anzi! E che ingresso per Fabrizio! Come posso spiegare ciò che sento? Sono due folli che pedalano a perdifiato in una discesa senza freni. È l’unica immagine che rende lontanamente il brivido che lasciano uscire dai loro strumenti.

Ma poi bisogna riprendere fiato.

Un thè seduti al bar, offre Julian. Racconti di un quotidiano tran tran, donne a passeggio sottobraccio e uomini d’affari chini sotto i loro cappelli a falda larga; un tempo passato ma sempre attuale. Fabrizio serve lo zucchero. Il sapore del pomeriggio si addolcisce, è quasi languido il suo guardare fuori dalla vetrina. Ma si interroga e come su ciò che vede, su ciò che sente e ce lo racconta.

Difficile guardarsi intorno. Il racconto di Julian ha un altro scenario, ma la strada è sempre protagonista. Fabrizio comprende e si insinua, modifica la sua tromba e ora sembrano in tanti a suonarla. Graffia di più.

Pioggia, una Cadillac Town Sedan che passa, poliziotti con manganelli che guardano… Tante differenze, ma quella musica unisce tutti. E tutto.

La tromba sembra produrre un’eco, Fabrizio suona e anche quando non lo fa la musica continua, come un’anima a sé, come un corpo che ha preso nuova forma. Sempre la stessa cadenza, un ritornello di note…

Voi non le leggete le pause che faccio. Ma alcune note non hanno parole che possano renderle. Potrei, forse, parlarvi dei massi che sanno spingere giù dal cuore. E per loro sono macigni senza corpo, leggere pietruzze spostate con dolcezza, cancellandone il peso e rendendo leggera anche me. Felice.

Ma il viaggio continua. Piccoli passi veloci. Se c’è una cosa certa tra questi due formidabili musicisti, è che sanno dove andare. Sorridono, siamo noi a corrergli dietro, inconsapevoli dell’obiettivo, ma certi di non voler mancare quell’appuntamento. Pedaliamo con loro, senza fiato perché non siamo preparati. Vedo solo le mani di Fabrizio, ma so per certo che quelle di Julian si muovono allo stesso modo: il suono ha perfetta sincronia, non lascia dubbi.

Parentesi tecnica, si rompe la corda del piano? Fabrizio lo prende in giro: “è la potenza di quest’uomo”

È il loro mondo questo. Sono loro che si cercano e, per fortuna nostra, si trovano. Ognuno è perfetto nell’incrocio con l’altro. Un incastro impeccabile che ci rende un quadro immaginario esemplare, che non vediamo mai, ma della cui esistenza non possiamo dubitare.

Grande assolo di Julian, ma in quel suo andare solo ci trascina tutti con se. La tromba penetra, porta sorsi d’acqua alla truppa in corsa, distrae dalla fatica. Se ne accolla lei il peso e lo rende leggero, filtrandolo attraverso le note libere nella serata ormai fresca, come in una vecchia odiata “Estate”.

Le note arrivano sconosciute ma chiare, inaspettate ma anche prevedibili, tanto che il corpo segue un ritmo che facciamo nostro, come se fosse quello che aspettavamo, che quello che volevamo. Mitici.

Siamo di nuovo accelerati. Non c’è troppo tempo per riflettere su quanto vediamo, il paesaggio va fotografato nella memoria e rielaborato altrove. L’imperativo adesso è andare, procedere, avanzare con questo ritmo che non prevede soste. Solo continui tocchi, tasti, nervi tesi, stridori di pelle, scontri nella folla: ma non si indietreggia di un passo. Un leone ruggisce alle nostre spalle, non conviene rallentare.

Julian non si trattiene. Dopo il ruggito di Fabrizio, il suo urlo non è da meno.

Il saluto di Fabrizio è nel riconoscimento per l’amico prima e per il musicista poi. Grandi incontri che regalano emozioni uniche, come il loro abbraccio, sincero, di slancio e quasi pudico, come se avesse svelato per intero la grande sintonia che la musica e poi la vita gli ha regalato.

Si separano. Julian sul palco, Fabrizio sul prato. Sentire la tromba che ti accarezza le spalle fa un grande effetto. È solo, ma ci circonda tutti. Il suono si allontana ma lo sai che non ti lascerà. C’è Julian a trattenerlo, a richiamarlo. Ci sono ancora e noi tra di loro, in un incanto magico. Arriverà dal centro, Julian lo aspetta continuando a suonare; sorride e dedica note pazienti, sa che si mostrerà ancora.

Ci concedono un bis dopo gli applausi scroscianti.

Sembra che stiano sciogliendo i muscoli. Sorridono e muovono le spalle. Ma quella velocità è sorprendente. Non si corre così. È scorretto. Non possiamo avere il vostro passo. Restiamo seduti, sconfitti, ma felici di sapere che ci sono “folli” che sanno pedalare con tanta energia da trascinarsi dietro una carovana numerosa come tutto il pubblico delle Corti dell’Arte, incantato da un viaggio che ricorderemo a lungo.

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