Piccolo Teatro al Borgo e Arcoscenico: due compagnie diverse, un unico cartellone!

Il 17 e 18 novembre il debutto: “La voce rotta di Napoli”, con regia di Luigi Sinacori.


Questo matrimonio s’aveva da fare …

La citazione manzoniana calza proprio a pennello perché è stato veramente “da Zorro” il segno lanciato dal cartellone teatrale congiunto dello “storico” Piccolo Teatro al Borgo di Mimmo Venditti(circa mille e quattrocento spettacoli, in Italia e anche all’estero!) e della ancora giovane Compagnia Arcoscenico di Luigi Sinacori. Quest’ultimo, a dire la verità, sia pure con nomi e compagini diverse, ha già un discreto avvenire dietro le spalle, con una decina di lavori scritti o diretti ed una quarantina di repliche come attore, ma non ha ancora trent’anni e sta in fase di montante, positiva maturazione.

Dicevamo della forza del segno: crediamo che sia la prima volta che due compagnie, diverse tra loro e operativamente autonome, uniscono i cartelloni, in reciproca sinergia. Il che già è significativo, in un ambiente, come quello cavese (ma certo non solo cavese…) in cui, soprattutto nel settore cultura e spettacolo, ognuno si cura il suo orticello personale senza creare sinergie né osmosi e solo per eccezione l’uno si fa spettatore dell’altro.

La cosa è ancora più significativa perché, pur essendo tecnicamente alla pari nella distribuzione degli spettacoli, il Piccolo Teatro al Borgo di fatto ha realizzato un’importante operazione chioccia. Ha messo a disposizione la propria struttura e collaborazione per le prove e le riunioni, ha offerto visibilità e prestigio, ha aperto la porta a reciproche partecipazioni straordinarie nelle pièce, ha lasciato adombrare anche un eventuale spettacolo realizzato in comune.

Questo non si fa se non si ha fiducia in un gruppo e nelle persone che lo rappresentano. E Luigi e i compagni di Arcoscenico questa fiducia se la meritano tutta, per la passione e la qualità di partenza e la voglia di migliorarsi che manifestano.

Questo non si fa se non si considera il teatro come un campo che non può essere arato e seminato solo un contadino o da un gruppo ristretto. E Venditti da sempre ha sognato e operato per la nascita a Cava di una sala teatrale “vera” e di una sinergia organizzata tra le varie compagnie. Sogno spesso vanificato da fattori ora politici, ora economici, ora semplicemente culturali, ora dalla difficoltà di frenare i protagonismi e far tenere per mano i singoli protagonisti.

Tornando al cartellone comune, esso presenta dieci pezzi, cinque del Piccolo Teatro al Borgo, come sempre legati alla tradizione classica napoletana ma sempre con significativi tratti di originalità e saporiti spruzzi di “vendittismo” (come il prossimo “Costretti a fare Miseria e Nobiltà”, sabato 1 e domenica 2 dicembre). Arcoscenico parte anche da testi consolidati, ma punta alle opere autoprodotte, o con rielaborazione scenica oppure in toto originali e firmate Sinacori, come in quello che finora è il loro lavoro più incisivo, più emozionante e più maturo, Hope fame di vita, che ha esordito la scorsa estate e tornerà in scena il 19-20 gennaio prossimi.

Ed è venuto il gran giorno della partenza: 17 novembre nel Teatrino dell’ex Seminario, in Piazza Duomo.

Luigi Sinacori, Mariano Mastuccino, Gianluca Pisapia, Anna D’Ascoli, Licia Castellano, Federico Santucci, Maria Fiungo, Francesca Cretella… Arcoscenico ha debuttato con La voce rotta di Napoli, incentrato sulle sofferenze e le contraddizioni di una città unica che è tutto e il contrario di tutto, in un collage “sinacorizzato” di pezzi storici, con dominante Eduardo de Filippo, accompagnato da Viviani e Moscato e armonizzato dalle belle musiche della palummella che zompa e vola e della carta sporca di pinodanieliana memoria.

Si tratta di un lavoro di impegno etico e civile, meritorio già per la scelta dei contenuti, ben diversi dagli occhiolini farseschi che nelle precedenti opere di Sinacori diluivano in parte proprio gli spunti più impegnativi e provocatori (la corruzione, la dittatura, l’ipocrisia politica e familiare…). Ma ora Luigi e Arcoscenico sono finalmente impregnati di “Hope” e del salto di qualità che essa ha rappresentato e che ha permesso a loro di fare anche “un salto di hope” rispetto al cammino sognato.

Le prime scene di La voce rotta di Napoli hanno confermato questa volontà e capacità di impegno e di incisività. In apertura, l’avanzata verso il patibolo di una donna dileggiata dalla folla (un richiamo a Eleonora Pimentel Fonseca o a Luisa Sanfelice ai tempi della rivoluzione del ‘99), al ritmo di quella Palummella zompa e vola che in un bel film con Eduardo (Ferdinando Re di Napoli) simboleggiava il sogno della libertà di un pulcinella “ribelle”, che qui, diversamente dal film, poi finisce con l’essere stroncato ed ucciso dal potere, nonostante “non possa essere ucciso perché Pulcinella non muore mai”. Le caverne di dolore del popolo si sono aperte anche negli altri due episodi: l’uccisione, nel secondo dopoguerra, di un “soldatino senza mani”, presunto collaborazionista vista con gli occhi e la presenza di un gruppo di prostitute colte in tutta la forza della loro umanità, con lo stile espressivo in cui è maestro il buon Enzo Moscato.

Poi, in scena un mortale incidente sul lavoro e le sabbie mobili che si aprono nella famiglia della povera vittima: un testo dolente ed intenso, gravido di empatica umanità, interpretato, in un felice “cammeo da connubio”, da un Mimmo Venditti altrettanto dolente, intenso, gravido di empatica umanità, come del resto è nelle sue corde sceniche, sempre pronte a ruotare a trecentosessanta gradi ed a creare ponti con il pubblico.

Nella seconda metà, tutto Eduardo, prima con una comunicativa lettura teatrale della bellissima epopea terra-cielo di De Pretore Vincenzo, con quel ladro accolto in Paradiso, quella simpatia per i più deboli e quella umanizzazione di Dio&Co. che tante polemiche suscitarono a suo tempo nella bigotta Italia anni Cinquanta. Finale con pillole di pensiero eduardiano, con l’azione teatrale che cede il passo all’evocazione di frammenti tratti dalle sue dichiarazioni e dalle sue interviste, con gli attori che a turno si alzavano da una sedia su cui erano seduti di spalle. Tra queste pillole, il famoso e terribile “discorso di Taormina”, in fin di vita, sul gelo umano da lui qualche volta creato nel teatro e col teatro.

Su questa rappresentazione di Napoli e della sua poliedricità si è chiuso lo spettacolo… e se ne è aperto un altro, con Sinacori e Venditti pronti a esaltare la loro “luna di miele” ed anche, perché no?, a difenderla…

In questi simpatici e chiacchieronici e ancora teatrali siparietti finali ai quali ci ha abituati, Venditti lascia sempre la scia di un palco dal volto umano… che poi è l’essenza stessa del teatro.

Era bello vedere sul palco il simpatico flirt tra Venditti e Sinacori, perché si sentiva che forse erano, e sono, i testimoni di una staffetta teatrale che ora comincia solo ad affiorare, anche perché per fortuna il PTB è ancora lontano dal cedere il testimone. Ma, se Venditti e i suoi rappresentano il passato ed il presente futuribile del teatro cavese, forse Sinacori e gli Arcoscenici stanno veramente prendendo la rincorsa per essere spicchi del presente e pezzi importanti del futuro. Il tutto, magari in una Cava dove, dopo le epopee del Teatro Verdi, finalmente potremmo smettere di essere al verde di un teatro…

È stato un debutto che promette interessanti sviluppi. E, anche se più che un matrimonio sembra ancora solo una gradevole convivenza, è probabile che questa “coppia di fatto” faccia dei figli sani… e induca anche altri gruppi ad unirsi. E magari ne venga fuori una “comune”, finalmente …

Insomma, questo matrimonio s’aveva proprio da fare …

Bravi!

Ma qui Manzoni non c’entra più …

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