“Trappola per topi”, terza opera della Rassegna di Arte Tempra: un giallo “ricco” che intrappola gli spettatori

Il 19 e il 20 gennaio in scena “La Settima Arte”, con regia di Renata Fusco.


CAVA DE’ TIRRENI (SA). Dopo la pausa natalizia, torna in scena l’Autunno cavese del Gruppo Teatrale Arte Tempra, diretto da Clara Santacroce e Renata Fusco. Sabato 19 e domenica 20 gennaio, sarà in scena presso l’auditorium De Filippis dell’Istituto Vanvitelli-Della Corte, La settima arte – Il senso della vita tra cinema e teatro, con la regia di Renata Fusco. Il titolo promette tanto, il cast ancora di più, la direzione è una garanzia: ce la godremo, ne siamo certi.

Intanto ricordiamo ancora con il bel retrogusto che ci ha lasciato l’ultimo spettacolo del 2019, presentato il 16 e 17 dicembre. Una sfida coraggiosa nel nome di un mostro sacro della cultura anglosassone ed europea del Novecento.

In scena, infatti, Trappola per topi, di Agatha Christie, un classico del teatro europeo del ventesimo secolo. Oltre ad essere stata rappresentata in tutto il mondo, dal 1952, anno della prima, l’opera è ininterrottamente in cartellone al Teatro St. Martin’s di Londra. Un record assoluto. Ancora più apprezzabile se si pensa che, trattandosi di un giallo in cui non si conosce dall’inizio la soluzione “definitiva”, con tante messe in scena l’”assassino” diventa pur sempre noto ai più. Il segreto vero sta allora nella capacità dell’autrice di caratterizzare psicologicamente i personaggi, in modo da farne persone in toto, con le loro maschere e la loro complessità umana, il che richiede nell’esecuzione scenica anche delle vere e proprie prove d’attore, oltre che una regia adeguata per ritmo e profondità.

In Trappola per topi (opera teatrale che deriva da un romanzo breve del 1948, elaborato da un radiodramma scritto per la BBC e realizzato come omaggio per il compleanno della regina Mary), il punto di partenza non è tanto un delitto su cui si indaga quanto un delitto annunciato, riflesso di altri delitti già avvenuti. Infatti la storia è ambientata in un albergo isolato in ore buie e tempestose: qui arrivano progressivamente vari personaggi, tutti col loro carico di stranezze e poi alla fine un poliziotto, il Sergente Trotter, che avverte dell’imminenza di un delitto proprio in quell’albergo, conseguenza di un fatto criminoso avvenuto anni prima e di un ulteriore delitto avvenuto qualche ora prima. Questo evento pregresso è un eclatante fatto di cronaca realmente avvenuto nel 1945, quando morì per maltrattamenti uno di due fratelli adottati da una famiglia.

Come si vede, prima ancora che nel mondo del giallo, stiamo in quello della storia e della cronaca e prima ancora in quello del costume, se si pensa che la canzoncina chiave dei Tre topolini ciechi è una filastrocca popolarissima per gli inglesi, stile il nostro Fra Martino campanaro, e che il titolo Trappola per topi (Mousetrap) è lo stesso dell’opera teatrale realizzata dagli amici di Amleto nella celeberrima tragedia. Anzi, meglio ancora, stiamo nel mondo della letteratura pura, perché il dramma, che procede a ritmo serratissimo, è anche uno scavo a volte impietoso a volte affettuoso nell’animo umano.

Perciò la rappresentazione nella Rassegna dell’Arte Tempra era in qualche modo una sfida. E dobbiamo dire che è stata vinta alla grande, per una serie di motivi.

Innanzitutto, l’invenzione registica dell’introduzione e del prefinale gestiti in prima persona da una rediviva Agatha Christie in persona, impersonata con divertito e divertente aplomb inglese da quella simpatica e versatile animalaccia di scena che è Brunella Piucci. Come se non bastasse, la Piucci si è ritagliata in stile Christie anche il ruolo della terribile brontolona Miss Boyle, un carroarmato di acide e sgradevoli lamentele che sottintendono solitudine e sgradevolezza di se stessa e che è stato reso da lei con tanta forza di antipatia che, quando è stata ammazzata per motivi di sceneggiatura, l’evento ha fatto piacere per il personaggio ma è dispiaciuto per la scomparsa dell’attrice…

Se la Piucci-Christie-Boyle ha fatto da mattatrice bisogna dire che tutta la squadra ha collaborato con classe e disinvoltura, grazie anche alla regia agile e coinvolgente di Clara Santacroce ed alle adeguate scenografie “bucascena”.

Sono stati tutti convincenti sia individualmente che nell’affiatamento, nella caratterizzazione psicologica: Luciana Polacco, una giusta Miss Casewell, sensibile ma anche spigolosa, con atteggiamento ora da vittima ora da aggressore vittima; Gianmaria Salerno, il Sergente Trotter, il poliziotto di Scotland Yard che dietro l’incalzante forza investigativa nasconde a sorpresa un tremendo dramma umano e dondola tra il mondo degli indaganti e quello degli indagabili; Lello Conte, veterano dell’Arte Tempra, bravo ad essere inquietante e rassicurante nelle vesti del misterioso maggiore Metcalf; Carmine Squitiero, che rende del signor Paravicini la problematicità di un filosofico furbetto; Gerardo Senatore, che nel ruolo di Giles, il marito della padrona di casa, mostra i chiaroscuri di un’ambigua seriosità per fortuna poi “disambiguata”; Francesco Savino, che, soprattutto nella prima parte, illumina alla grande le nevrosi di Christopher, maestro di fantasia e di artistico orrore, ma in fuga da se stesso. Ultima, ma non certo la meno importante, anzi, Vivian Apicella, Mollie, la padrona dell’albergo e moglie di Gilles, che, nonostante la giovane età, riesce a rendere con padronanza, attraverso le significazioni dei gesti, la varietà delle intonazioni e la fluidità delle battute, le tante facce di un personaggio delicatamente umano ma anche troppo tormentato tra gli sballottamenti di una realtà a volte troppo grande per lei.

Insomma, una simpatica goduria … Ma la goduria è di casa per gli spettatori dell’Arte Tempra …

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