Hope-Fame di vita all’ex Seminario: sulla scena le crisi del mondo moderno targate Arcoscenico

E per il cartellone congiunto a Mimmo Venditti e Luigi Sinacori sarà dato il Premio “Ponte Giovane”.


CAVA DE’ TIRRENI (SA).  Adesso partiamo …

E sono partiti veramente. Sulla scena, i migranti sui barconi, nel viaggio della speranza e della disperazione.

Nella vita, i giovani emergenti e rampanti della Compagnia Arcoscenico, fondata e diretta da Luigi Sinacori, che dopo una decina di spettacoli a sketch o comico-farseschi con vaghe venature storiche o sociali, hanno fatto il grande salto verso un teatro d’impegno civile, di ricerca esistenziale, di linguaggio letterario, con tocchi di realtà misti a momenti surreali o metaforici. E, con un titolo fortemente evocativo, è nato Hope, fame di vita, il secondo spettacolo della Compagnia nel cartellone congiunto 2018-19 con Il Piccolo Teatro al Borgo di Mimmo Venditti, in scena nella sala dell’ex Seminario in Piazza Duomo a Cava de’ Tirreni.

Il terzo, un memoriale del volto comico della compagnia, è previsto per il 16 e il 17 febbraio.

Hopeè un atto unico diviso in tre quadri distinti, nel tempo e/ nello spazio, ma uniti appunto alla tematica del dramma sociali ed esistenziali che affliggono la nostra epoca e che, più in generale, tormentano l’uomo dal momento in cui ha preso coscienza del suo essere.

Il primo quadro, Adesso partiamo, con testo di Mariano Mastuccino, si richiama al dramma dei migranti e dei barconi che affondano. È il quadro più spettacolare e immediato, sia per la coralità della rappresentazione scenica, fatta di movimenti a tutta scena, giochi di luci e chiaroscuri, accordi di chitarra (di Lorenzo Cammarano) e passi di danza (di Laura Cammarota) ben inseriti nell’insieme, alternanza delle battute, concitate e a periodi brevi ed incisivi, tra tutti gli attori della compagnia: Luigi Sinacori, Mariano Mastuccino, Gianluca Pisapia, Licia Castellano, Francesca Cretella, Federico Santucci, Luigi Sinacori, Maria Fiungo.

Il contenuto è coinvolgente e attuale. Canta la disperazione della fuga da tante nuvole di fumo, da bombe già sganciate, da quelle che cadranno. Dalla guerra. Quale guerra? Non certo di chi parte, perché chi parte la subisce, non la fa. Meglio salire su un barcone, anche se inscatolati come sardine. Vanno via dalla guerra, verso l’Italia, dove non c’è la guerra. Ma la guerra ha tante forme, non solo quella delle armi. La guerra è dappertutto….

Il pezzo è stato scritto sette anni fa, quando ancora era facile approdare sulle nostre coste, quando però la Chiesa non aveva ancora goduto delle aperture attive di papa Francesco. Cosa avrebbe il nostro autore messo sulla bocca dei partenti oggi?

Una cosa non è cambiata: il disagio, il naufragio, la morte in mare, la morte in gruppo. Ed il lento cammino verso la sepoltura nelle onde, grazie sia alla regia di Luigi Sinacori sia alla recitazione, raggiunge momenti di partecipata emozione, ottenendo l’effetto magico tipico del teatro della dislocazione fantastica, perché su quelle onde, sotto quelle onde ci finiscono tutti: personaggi, attori, pubblico…e purtroppo anche la realtà della nostra tormentata società…

Per la stessa magia, nel secondo quadro, Vagone di emergenza, il teatro esce fuori dalla storia e ci proietta in una dimensione in cui l’esistenza è quasi border line. Sono tre emarginati o sono semplicemente tre esseri umani quei tre personaggi chiusi in un metaforico vagone ferroviario: un rifugio obbligato, una pausa di attesa oppure, come è più probabile, una ragnatela di disagio esistenziale e di stralunato amore per la vita rispetto ad una vita che proprio non li ama? Parlano quasi a vuoto, come se stessero in una bolla di non senso esistenziale. Eppure il loro cuore è pieno: di dolore, di smarrimento, dell’attesa di uscire fuori… ma per andare dove?

Si farebbe male a storicizzare questa situazione. Si rende un maggiore omaggio al testo se vi si sentono gli echi del teatro dell’assurdo di stampo esistenziale, percependovi la beckettiana attesa di un Godot, o anche la chiara citazione della santanelliana Uscita di emergenza, quel modernissimo Santanelli controcorrente, quasi mai rappresentato a Cava, l’ultima volta proprio da Venditti, una ventina di anni fa (L’isola di Sancho).

Nel quadro sinacoriano i due protagonisti si consumano inquieti in quel vagone che costituisce la loro prigione ma anche il loro utero di protezione, presi da una smania di uscire, che però non li porta mai oltre la soglia di quello sbarramento ferroso e freddo.

Sono avvolti da un silenzio totale. Anzi, da tanti silenzi, tali da fare nel cuore un rumore che non permette nemmeno di dormire. O forse uno di loro tutt’al più chiude gli occhi… per pregare… anzi pregare di non aprire più gli occhi la prossima volta che li avrebbe chiusi. Tra i primi due si crea una elettrica dialettica: perché dei due uno cerca di dormire e pregare veramente, vuole sentirsi vivo, ascolta con piacere anche il silenzio rotto dal fruscio del vento, considera bello sognare, insomma vuole conservare l’illusione di sentirsi vivo. L’altro non sente queste scosse, si considera l’ombra di se stesso, ma alla fine si lascerà prendere anche lui dalla fame di vita… e gusterà l’antipasto della speranza. Il terzo uomo, che si trova in una carrozza adiacente, è cieco dalla nascita e vive in una buia solitudine, ma si consola pensando che non gli può mancare ciò che non conosce e che anche una voce che gli parla può dargli un pizzico di luce. Anche lui, pur nello smarrimento, ha fame e mastica quello che può…

Bisogna fare decisamente i complimenti per questo pezzo, ambizioso e di buon eito, sia per la scrittura, in un misurato bilico tra ombre e luci, tra realtà e metafora, che va ben al di là del sentire giovane di un men che trentenne come Sinacori, sia per l’ambientazione, scarna ed evocativa, sia per la recitazione mai oltre le righe dello stesso Sinacori, di Mariano Mastuccino e Gianluca Pisapia.

Per la qualità del pezzo e lo spirito di pur nebulosa speranza che lo pervade, avrebbe potuto essere questo il quadro conclusivo dell’opera, che invece si chiude con Specchioriflessa, di Mariano Mastuccino, una multimetafora a più piani e più spazi e più personaggi: frammenti sparsi di quello strano puzzle che è la dimensione umana. All’interno di una stanza anonima che potrebbe essere un bar si confrontano con dialoghi ora realistici ora stralunati, Silvia e Giulia, la prima “finalmente intollerante”, in lamentoso brontolio contro tutto e tutti: in fondo, però, è un’insoddisfatta del matrimonio, del sesso, e forse anche della sua salute malferma. Più vitale, Giulia va alla ricerca di ciò che è bello, o almeno tale le appare, come un giro di turisti sulla ruota o il cane dell’amica Marta che raccoglie briciole sotto il tavolo. Un altro avventore, Giulio, fino a quel momento silenzioso, si scatena in un monologo sul naufragio di una zattera, che rappresenta il naufragio di un’intera società dove la paura e il bisogno finiscono con l’incattivire gli animi e fare dell’uomo un lupo contro l’uomo. Quasi di rimando, la scena si chiude con uno scontro anche fisico tra Silvia e Giulia, con Silvia che accusa Giulia di prendersi gioco di lei. Uno scenario doloroso, che richiama il naufragio dei migranti del primo quadro.

Nello scorrerei tre quadri, il vertice dell’energia, paradossalmente, viene dato dalla dialettica dei tre emarginati nel vagone di emergenza. Come a dire, se nella cantina non splende il sole, siamo pur sempre capaci di dipingerlo… È la fame, signori. La fame della speranza, l’ultima dea, la vera alternativa alla paura. La paura ci fa prigionieri, la speranza ci apre la finestra della libertà.

E speranza sia anche quella che viene sia dalla Compagnia Arcoscenico, per la quale l’emergenza significa voglia e possibilità di emergere, sia dal ponte col quale ha stabilito per la stagione un canale direttissimo di collaborazione insieme con i veterani del Piccolo Teatro al Borgo: cartellone unico, cinque spettacoli a testa, sala comune, condivisione delle fasi organizzative, scambio di esperienza e di amicizia. Questo ponte è stato molto apprezzato in Città dalle persone di buona volontà e opportunamente ha ricevuto anche un magnifico riconoscimento ufficiale. Il 15 marzo, nella Sala d’Onore di Palazzo di Città, al termine di un convegno con personalità di livello nazionale come Don Enzo Fortunato e il giornalista Borrometi, MimmoVenditti e Luigi Sinacori, e di rimando i due gruppi che rappresentano, riceveranno dall’Associazione Giornalisti “Lucio Barone” il premio ComunICARE – Ponte giovane, destinato in coppia a figure di prestigio della seconda e terza età che promuovano iniziative di qualità con giovani emergenti. Lo scorso anno il premio è stato dato a Federico Buffa (tanto nomine…) con Elena Catozzi, coautori insieme del libro Rizzoli sulla vita di Mohamed-Ali, alias Cassius Clay.

E che questo Ponte e questo Premio siano un vero viatico nel cammino verso le colline dei sogni. Intanto, cin cin e… applausi! Anzi, possibilmente … bis!

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