Ricordando la serata per Nunzia

Riflessioni, moniti e proposte dopo la manifestazione del 23 gennaio.


A dieci giorni dalla triplice iniziativa cittadina (convegno unito a una performance teatrale di Geltrude Barba, fiaccolata, celebrazione eucaristica), per l’anniversario del tremendo femminicidio di cui è stata vittima Nunzia, uccisa dal marito con quarantasette coltellate, pubblichiamo volentieri un’appassionata nota ricevuta a caldo da Patrizia Reso. E, a freddo, raccogliamo e sosteniamo un’idea partita dalla famiglia di Nunzia: un Concorso in suo nome sul tema della violenza contro le donne.

Sarebbe un’iniziativa buona e giusta, perché nel ricordo Nunzia viva ancora… e magari nessuna donna muoia per orrori del genere e di genere, dettati anche e soprattutto da una cultura e da una mentalità fuorvianti che è necessario seppellire al più presto nelle botole del passato.(Franco Bruno Vitolo)


fiaccolata-per-nunzia-cava-de-tirreni-febbraio-2019-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). “Insieme per non dimenticare Nunzia”. Per chi non sa, bisogna esplicitare il concetto, anche se si intuisce che è rivolto ad una persona che non c’è più.

Sono tante le persone che vengono meno in gruppo familiare o amicale. È sufficiente guardare una foto del nostro passato, si realizza, e non senza dolore, quante persone care non sono più con noi.

Nunzia però è un’altra storia. Una storia di violenza che si è catapultata su una giovane donna, affacciatasi alla vita fiduciosa, credendo nelle emozioni che le aveva suscitato colui che considerava l’uomo della sua vita, il padre dei suoi figli.

Ha saputo ben rendere Geltrude Barba questa fantasmagoria di emozioni nella performance presentata al Comune, mercoledì sera.

Performance molto ben resa dall’attrice Cristina Vitale, sulle lievi note di Raffaele Esposito.

Una ragazza che, piena di entusiasmo, piena di speranze, si appresta a raggiungere l’altare per coronare il suo sogno d’amore. Nota una crepa nel muro, la stessa crepa incisa nel cuore della Madonna. Triste presagio di quel 22 gennaio che venne a recidere la sua vita.

Tutti, prima o poi, si muore, ma non tutti con 47 coltellate! E i familiari ricorderanno per sempre quel corpo, a loro caro, violato da morsi, pugni, coltellate …

Cosa può mai provocare una reazione così rabbiosa, così feroce in un uomo, che credi essere il tuo uomo?!

Resteranno sì sorrisi e aneddoti, lieti ricordi e momenti condivisi, negli animi e nelle menti di chi ti ha amato incondizionatamente, ma resteranno, e con prepotenza, anche le immagini di quel corpo violato, che non daranno tregua alla propria coscienza. Come ho fatto a non capire? Come ho potuto non accorgermi?

Non basteranno mai parole per lenire, per attenuare determinate sensazioni. Né la pace, tantomeno, la si raggiunge con la pena inflitta a chi versa questo sangue, a chi ti strappa alla vita. Tutto è palliativo e insufficiente a continuare a vivere con serenità.

Si inizia però ad allungare lo sguardo, ad ampliare l’angolazione, a conoscere realtà che, prima, consideravamo sì, ma lontane da noi, dalla nostra realtà.

“Non pensavo potesse accadere. Queste cose avvengono sempre lontano da noi” – così Monica, l’amica di Nunzia, che ha imparato a conoscerla dal momento del parto del loro primo figlio. Monica che ha ospitato Nunzia e il marito, e i bambini, per una cena tra amici. Monica che riceveva le sue telefonate.

Nessuno di noi poteva immaginare … Proprio perché troppo vicino per essere vero.

“Non permettere che il silenzio sia il tuo ultimo rifugio” è scritto a caratteri cubitali sul manifesto di Nunzia.

Spesso è proprio il silenzio complice di questi femminicidi (e non semplici omicidi, perché è una mano familiare che ti uccide), molte volte anche la nostra incapacità a percepire segnali, parole, sguardi.

Solo dopo si ha una visione diversa. Solo dopo inizi a collegare parole, episodi, immagini.

Il compianto maestro Manzi, negli anni Sessanta, ha inciso parole e pensieri nelle nostre menti: “Non è mai troppo tardi”. All’epoca era riferito all’alfabetizzazione di un popolo ancora arretrato, oggi lo possiamo riferire ad ogni cosa, come filosofia spicciola, ma anche come stimolo.

Non è mai troppo tardi comprendere quanto oggi hanno compreso, con lacerante dolore, i fratelli di Nunzia. “Bisogna educare al rispetto” innanzitutto, se vogliamo come comunità evitare altre scarpette rosse.

La comunità ha una grossa responsabilità, quella di non restare indifferente, ma di stringersi attorno ai familiari, solidale, comprensiva, operativa, proprio come ha fatto la comunità cavese, ancora una volta, a distanza di un anno, con un solo fine, che non accada più. (Patrizia Reso)

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