CAVA DE’ TIRRENI (SA). Ancora un successo del Piccolo Teatro al Borgo, con le agrodolci risate di “Non ti pago”

Gran finale della stagione il 13 e 14 aprile con “La fortuna si diverte”.


non-ti-pago-piccolo-teatro-al-borgo-cava-de-tirreni-aprile-2019-mvivimediaSulla destra del palcoscenico, un grande e intrigante pannello, con una strana figura dal volto bifido, che a guardarla bene si è rivelata chiaramente un misto di Pirandello e Freud. Al centro e a sinistra, rispettivamente, un biglietto del Lotto con i numeri e una rappresentazione della Fortuna. Due terzi dalla chiara motivazione, ma quel “terzo terzo” così misterioso.

Molti spettatori si sono chiesti il perché di questa ambiguità per una commedia come “Non ti pago”, di Eduardo De Filippo, scritta nel 1940, unanimemente considerata tra quelle più comiche e “leggere”, per l’occasione messa in scena dal Piccolo Teatro al Borgo il 9 e il 10 marzo scorso nella Sala del vecchio Seminario in Piazza Duomo a Cava de’ Tirreni, nell’ambito della Rassegna Teatrale congiunta tra la compagnia di Mimmo Venditti e Arcoscenico di Luigi Sinacori.

A nostro parere, è stato un intrigante e provocatorio lampo di genio, utilissimo per aprire una finestra ad ampia visuale sull’anima più profonda di un testo che, nonostante la leggerezza e la comicità, ha tutto il peso di un dramma e di un amaro retrogusto di fronte al disincantato ritratto di famiglia in un interno ed ai refoli di social follia che vengono dall’esterno.

Certo, si ride tanto di fronte all’incaponirsi di don Ferdinando Quagliulo, titolare di un avviato Bancolotto e scalognatissimo giocatore, nel non voler liquidare il biglietto supervincente del suo dipendente Bertolini, superfortunato nelle sue puntate nonché aspirante alla mano della figlia proprio di don Ferdinando. Si sorride e si ride ancora di più di fronte al dialogo presunto col mondo dei morti a proposito dei numeri del Lotto: il defunto Papà di don Ferdinando voleva veramente dare i numeri a Bertolini o si è sbagliato credendo che in quel letto ci fosse suo figlio?

Ma c’è proprio tanto da ridere nel vedere realisticamente rappresentata una dipendenza pittoresca ma patologica dal gioco, come quella di don Ferdinando, disposto anche a passare le notti sui tetti come i gatti per avere” l’ispirazione” Una malattia vera e propria, raccontata anche da altri grandi della scrittura, come la Serao nel suo bellissimo “Nel paese di Cuccagna”? Ed è tanto rassicurante vedere messa a nudo la credenza popolare di maledizioni o benedizioni o imposizioni o vendette che vengono dai nostri cari estinti direttamente dall’aldilà?

E come facciamo a ridere di fronte a quell’impasto titanico di invidia e di aggressività che spinge don Ferdinando a calpestare, per un puntiglio, a mettere da parte le regole del gioco, a calpestare i sentimenti della figlia innamorata di Bertolini, a distruggere la pace della famiglia, a desiderare apertamente il male di un giovane di un giovane onesto, fortunato e innamorato?

Forse ci potremmo sentire un po’ sollevati quando ala fine egli dà il consenso alle nozze, ammette il suo amore per la figlia, rinuncia alla cessione del biglietto da parte del genero superaccidentato dopo (non necessariamente a causa) le sue tremende e totali maledizioni, ma scopriamo che la sua è stata anche una ripicca per essere stato colpito nella personale patriarcalità (il genero non gli ha chiesto il permesso di…). E ci rendiamo conto che i rancori esplosivi e più o meno sordi accumulati in tutto il tempo sono figli di una sostanziale incomunicabilità con i familiari. Era lui che si era posto come una montagna troppo alta da scalare o gli altri che non avevano i muscoli per farlo? Ma perché una figura potenziamente da amare si deve trasformare in una montagna da scalare?

Eppure, è vero che, investita storicamente di un’autorità padronale (oggi non avviene più, per fortuna, ma per sfortuna la cosa ha creato anche altri problemi..), la figura paterna ha generato con figli e consorte spesso conflitti feroci, da cui non è esente lo stesso don Ferdinando, sia pure in incontri-scontri tra l’al diqua e l’aldilà, con quel padre strapotente anche dopo morto. E il tutto non ricorda le drammatiche tematiche dell’incomunicabilità, dell’apparenza e dell’inferno della famiglia di pirandelliana matrice? E l’amaro che ci resta dopo tante risate non somiglia tanto all’umorismo pirandelliano, che svela il tragico attraverso il comico? E i conflitti con le autorità familiare non ci ricordano rabbie e rimozioni e sublimazioni di freudiano sapore?

Proprio tutto questo veniva sintetizzato e sottinteso da quell’immagine enigmatica ed emblematica freudian-pirandelliana che caratterizzava la scenografia, realizzata con sapienza e incisività da Giuliano Della Monica, ben supportata dalle luci di Bruno Rispoli e dai costumi di Annamaria Venditti. Tutto questo è stato commesso e fatto comprendere dalla messa in scena vivace, ottimamente “ritmata” e teatralmente coinvolgente realizzata dalla regia di Mimmo Venditti e dall’interpretazione sua e della sua compagnia, un bel mix di antiche volpi e fresche pecorelle felicemente pascolanti.

Mimmo è stato un magnifico e dominante don Ferdinando tragicomicamente odioso e “solo”, vissuto da lui sulla scia di un molieriano avaro di tanti anni fa portato in scena con un bel successo.

Il resto, decisamente all’altezza: una sanguigna ed empatica Rosanna Di Domenico, moglie, remissiva, materna e aggressiva al punto giusto un pimpante Raffaele Santoro al top della forma, avvocato di comica ironia ma anche di cinico opportunismo leguleico, un convincente Matteo Lambiase, sacerdote affidabile e accomodante ma non privo di furbesca diplomazia,; un disinvolto Carlo Della Rocca, il povero ricco fortunato disgraziato Bertolini, vittima dei giochi di potere del patriarca ma anche pronto ad una ribellione per giusta causa; il sempre brillante caratterista Roberto Palazzo, divertente Aglietello, uomo di fatica rassegnatamente fedele di don Ferdinando e complice delle notturne scorribande alla ricerca del numero perduto; l’espressiva Titta Trezza, una candida Stella, figlia subordinata ma con la forza dell’innamorata.

Applausi convinti anche per gli altri interpreti: Ida Damiani, Daniela Picozzi, Iolanda Lambiase (qui comprimarie ma in altri casi già brillanti protagoniste), Andrea Manzo e Raimondo Tanimi Adinolfi.

Insomma, uno spettacolo ben riuscito, che nella sua amatorialità ha dimostrato di poter comunque reggere la sfida su palcoscenici a più livelli. Ma questa per il Piccolo Teatro al Borgo non sarebbe una novità, ista la sua storia.

È uno spettacolo che rappresenta un bel viatico per l’ultima prova dell’anno: la Fortuna si diverte, liberamente adattata da Venditti su un testo del toscano Athos Setti, al quale si ispirò Eduardo per proporre il suo divertente Sogno di una notte di mezza sbornia. Gli attori La trama già di per sé è intrigante. Don Pasquale Grifone, ancora immerso nei fumi dell’alcool, sogna Dante Alighieri che gli dà dei numeri da giocare al Lotto, aggiungendo che rappresentano la data e l’ora della sua morte. Lui li gioca, vince… e comincia tremare e a “dare i numeri” pensando di essere veramente in procinto di morire. E allora… beh, per sapere cosa succede bisogna venire a vedere lo spettacolo e rimanere sospesi fino al finale… e magari anche dopo …

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