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E’ in libreria l’ultimo libro di Milo De Angelis: Milo De Angelis. Tutte le poesie 1969-2015

E’ stato presentato il 24 ottobre scorso presso la splendida Sala del Grechetto di Palazzo Sormani sede della Biblioteca Centrale di Milano, l’ultimo libro di Milo De Angelis, autorevole voce della Poesia del Secondo Novecento (Milo De Angelis Tutte le poesie 1969-2015. Lo Specchio Mondadori, 2017, pagine 442 Euro 22,00). Il libro racchiude quasi quarant’anni di presenza costante nel panorama letterario italiano e non solo. Dal primissimo “Somiglianze” (1976) di cui Stefano Verdino, che assieme a Giancarlo Pontiggia e Anglo Lumelli, ha fatto da relatore durante la serata milanese, così afferma: “ … Esordio di un autore giovanissimo, perfettamente padrone, già allora, di una lingua poetica esatta e tagliente, capace di esprimere senza enfasi alcuna i vortici di una condizione esistenziale inquieta.” Fino al suo ultimo “Incontri e agguati” (2015) che contiene anche una breve lirica da me antologizzata lo scorso anno nel mio Calcio d’autore qui di seguito:

Bella come un grido ti ritrovo
nel tintinnio delle colline
quando lottavi sul prato con i maschi
in una giovinezza di soli istanti
in un sussurro di finte e schivate
ti guardavano i rami del tiglio
e si tendono le braccia vittoriose
a tutti noi che restiamo.

Questa poesia faceva quasi da “seguito ” a una’altra poesia scritta da Milo appena sedicenne quando frequentava l’Istituto Gonzaga di Milano. Poesia che il poeta, cortesemente, mise a mia disposizione per il libro di cui sopra. Si raccontava dell’irruzione del sesso femminile in una partita di calcio. Una ragazza nella squadra avversaria. Un’ irruzione che andava molto di là della sorpresa e che impauriva il giovanissimo futuro poeta: “ Era il vuoto/ che irrompeva nel cortile gesuita, era la vita! “. Ricordi e turbamenti che non svaniranno e che ritorneranno dopo molti anni, nei versi prima riportati. Ma in “Incontri e agguati” è doveroso sottolineare le poesie di Alta sorveglianza. Il poeta ”dà voce” a chi non ha voce, ai detenuti del carcere di Opera dove da molti anni De Angelis insegna. Poesie che invito i lettori a leggere con estremo pudore: in punta di piedi si entra con il poeta in “un mondo” a noi -che siamo fuori- del tutto sconosciuto se non attraverso le scontate cronache quotidiane. In esergo una frase da un tema di un detenuto “ Professore, forse un giorno riuscirò a parlarvi della mia giovane sposa e del mio delitto…forse ci riuscirò…forse a fine anno…nell’ultima pagina di un tema”. Tra queste poesie, una:

Qui non è prevista
la stagione dei dodici raccolti
qui ogni mese può essere infinito
o mancare per sempre
dipende da un giro di sigarette
da una compravendita o da un agente
che non ha ricevuto la giusta adorazione
e compila un rapporto feroce
dove ogni ora d’aria è avvelenata
e ogni parola trova un movente.

Ecco il dramma: l’eterno tema dell’esistere che, fra quelle mura, da trascendente si fa cosa terribilmente umana, fragile, legata a un semplice, ordinario “giro di sigarette”o a un capriccio di un agente di sorveglianza “ che non ha ricevuto la giusta adorazione”. Allora il tempo si fa “infinito” o addirittura “può mancare per sempre”. L’ultima sezione del libro è riservata alle poesie giovanili, (1969/1973) per certi versi, la più sorprendente perché ci regala un De Angelis inedito benché in essa già si ravvisi la personalissima cifra che lo contraddistinguerà in seguito. Con estrema sincerità De Angelis così scrive: “ Ho rispettato per filo e per segno il testo originale senza cambiare una virgola – in certi casi con qualche sforzo- ed ecco qui il risultato del mio lavoro, ossia ventisette poesie indubbiamente acerbe ma forse utili per comprendere meglio quello che ho scritto.” Il libro si chiude non solo con un’illuminante postazione di Stefano Verdino, ma ancor più con uno scritto di poetica dello stesso Milo: “ Cosa è la poesia”. Non una poesia, ma la poesia, tiene a sottolineare il poeta. Solo poche pagine, ma che riflettono bene il dramma e la gioia, lo sgomento e il rapimento magico e misterioso che prende ogni poeta- ogni vero poeta- che sa che nello scrivere versi non è egli l’agente, ma solo lo scriba come ebbe a dire il grande Luzi. Di chi è “quella voce” ? Da dove proviene? Il poeta sa che è solo un tramite. Consapevole che: “Non scrivi ciò che sai ma cominci a saperlo scrivendo.”. Un libro assolutamente da tenere nella propria libreria.

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Milo De Angelis (Milano 1951), docente da anni presso il carcere di Opera di Milano, è poeta, critico letterario, traduttore. Esordisce giovanissimo con “Somiglianze” (1976) cui faranno seguito, tra gli altri, “Millimetri” (1983), “Biografia Sommaria” (1999) “Tema dell’addio”, dedicato all’immatura scomparsa della moglie, la poetessa Giovanna Sicari (Premio Viareggio 2005), “ Quell’andarsene nel buio dei cortili” (2010), “Incontri e agguati” (2015). Tra le opere di saggistica da segnalare “Poesia e destino” edito nel 1982.

Un anno fa moriva Valentino Zeichen. Poeta “marziale” e tifoso laziale. Fazi Editore ne ricorda l’anniversario pubblicando le poesie più belle

Un anno fa moriva Valentino Zeichen. Poeta che si tenne sempre ben lontano da facili riflettori che spesso abbagliano anche scrittori e uomini di cultura, preferendo una scelta di vita “tutta sua” esplicitata così bene da queste parole di Valerio Magrelli: “sdegnoso rifiuto di un qualsivoglia lavoro con violenti attacchi alla civiltà dei consumi”. Non ho mai conosciuto Zeichen se non attraverso le sue poesie. Il poeta, originario di Fiume, in seguito dell’esodo del popolo istriano, aveva seguito, orfano della madre, il padre a Roma, città in cui vivrà per tutto il corso della sua vita in un’abitazione assai umile sulla via Flaminia, la cosiddetta “casa/baracca” che il suo amico e poeta Dario Bellezza chiamava “la topaia”. Avrei avuto anche diverse occasioni per incontrarlo personalmente, ma una strana ritrosia che non saprei spiegare nemmeno a me stesso, me l’ha sempre impedito: forse mi sembrava che era più giusto “addentrarsi” nelle sue poesie “lasciando in pace” l’uomo alla sua intimità. La stessa cosa che ho sempre pensato di Sandro Penna: poeta singolare e voce importante del nostro Novecento, la cui vita privata, se non “riversata” nei suoi versi, era giusto che restasse privata. Sapevo che Zeichen era un grande appassionato di calcio e tifosissimo della Lazio e così pianificando la struttura del mio libro Calcio d’autore, decisi di inserirvi anche una sua poesia: “ A Bruno Giordano”. Giordano, centravanti, alcuni anni fa, della Lazio e non solo, nei versi di Zeichen, veste gli abiti di un antico grande gladiatore. La folla lo acclama ancor più dell’imperatore. Il poeta con leggiadra ironia, nel segno di Marziale, come ebbe a rilevare Moravia, sferza la tanto detestata società odierna infarcita di falsi miti, di nuove laiche divinità.

A Bruno Giordano

Un remoto LAZIO-JUVENTUS; tre a zero
esplode l’anonimo urlo di trionfo,
sì; ma chi ha recapitato al presente
il nome di quel gladiatore: Bruno Giordano
che si distinse durante i giochi
per l’incoronazione dei titoli di Augusto;
con quale punteggio sconfisse le fiere zebrate
se l’ovazione riservatagli dalla folla
superò i cento decibel, sopravanzando
quella resa di consueto all’imperatore?

(da Antonio Donadio Calcio d’autore. Da Umberto Saba a Gianni Brera: il football degli scrittori. Editrice La Scuola, 2016)

Ma a ben guardare Zeichen fu anche una sorta di poeta che, in alcuni casi, definirei “nascostamente lirico”. Un esempio può ritrovarsi nei versi che seguono caratterizzati da accenti lirici: versi in cui, seppur connotati da una poetica fortemente argomentativa, non secondario emerge un certo “respiro lirico”: “Come dirti ancora amore mio,/ mia, mio, adesso/ che gli aggettivi possessivi/ sono istruiti di dubbi, svogliati/ e disaffezionati alla proprietà/ abbandonano la guardia e disertano/ lasciando sguarniti i beni privati,/ concedendosi solo al plurale.” Splendido l’inizio: “Come dirti ancora amore mio,/ mia, mio, adesso” laddove il secondo verso rafforza il possesso che è proprio dell’Amore e degli amanti nell’eterno sogno dell’ hic et nunc. E’ un lirismo velato che ci mostra il poeta Zeichen che ancora “marzialmente” ammonisce, ma dove, con sofferta tristezza, sottolinea che persino in amore vengono “sguarniti i beni privati” permettendo al singolo uomo – a ognuno di noi – l’amara possibilità di concedersi “solo al plurale”

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Valentino Zeichen (Fiume 1938 -Roma 2016). Tra i libri di poesie ma anche di romanzi, citiamo: Area di rigore (1974); Ricreazione (1979); Museo interiore (1987); Neomarziale (2006); Passeggiate romane (2004); Casa di rieducazione (2011; ) La sumera (2015). Tutte le sue poesie, nel 2004, sono state pubblicate negli Oscar Mondadori con prefazione di Giulio Ferroni.

Lo scorso mese di luglio in occasione del primo anniversario della sua scomparsa, è stato pubblicato: Valentino Zeichen Le poesie più belle – Fazi Editore. Il libro si apre con un inedito del 2010 per il matrimonio tra Elido Fazi e Alice Di Stefano. Altri due inediti nell’ultima sezione.

Trieste: la città di Saba ma anche di Sergio Penco

Trieste e Saba sono legati indissolubilmente. Non si può pensare al grande poeta senza pensare alla splendida città. Eppure c’è anche un altro poeta, triestino come Saba, che merita non solo un ricordo, ma anche un’attenzione particolare, non ricevuta, forse, adeguatamente in vita: Sergio Penco. Di lui ho scelto la poesia “L’osteria” che, secondo me, esemplifica molto dell’uomo e del poeta. 

L’osteria

Un gabbiano che piani per caso dentro un’osteria
sospinto dal vento e dai cattivi pensieri
non può fare altro che bere del vino rosso
e unirsi alla bella compagnia
in sarabanda di bestemmie e di ammiccamenti e giochi d’azzardo,
girando invano lo sguardo
dagli angoli più celati a sotto i tavolini,
dove ristagnano macchie d’unto e di muffa
e polvere e facchini.

Eppure si sa che fuori dall’uscio, oltre le case grigie,
oltre la nebbia, oltre l’odore di ruggine,
aspro brulica il mare,
ma non è il caso di sbattere forte le ali
né di gemere come la pioggia che si uccide sui tetti,
nel riluttante spegnersi del giorno
è più opportuno fingersi uguali
al gatto, e fare le fusa, e sonnecchiare.

Dalle panche dell’osteria non si fa ritorno
ma il fumo dell’osteria raggiunge la luna.

(da “Ballata dal Mary Celeste” Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione, 1998)

L’osteria, dove un gabbiano è planato per puro caso, diventa il luogo dell’esistere, dello stare. Lo sventurato uccello si ritrova, così, in un posto a lui non naturale sospinto da una forza fuori di sé e da una forza dentro di sé, entrambe incontrollabili (“sospinto dal vento e dai cattivi pensieri”). Palese riferimento a L’albatros di Baudelaire catturato dai marinai e posato sulla tolda, “que ces rois de l’azur”. L’osteria è un’osteria, e come tale, luogo destinato all’illusorio star bene nel bere vino in godibile e bella compagnia, ma tutt’intorno “girando invano lo sguardo” (il movimento dell’atto del guardare è reso da Penco attraverso un gioco iterativo in rima al mezzo del gruppo consonantico in a e o: girando invano lo sguardo), la realtà è ben altra cosa, celata agli occhi degli avventori: “macchie d’unto e di muffa / e polvere”. Ecco il luogo in cui è costretto a vivere un gabbiano, nato per il cielo e per il mare. E’ fuori il luogo dove poter essere realmente se stesso; fuori da quell’uscio “oltre le case grigie,/oltre la nebbia, oltre l’odore di ruggine”, fuori è il regno della piena libertà, del volo libero. Ad aspettare i suoi voli, “aspro brulica il mare”. E’ questo verso, il cuore dell’intera poesia. Ma sarebbe retorica decadente inneggiare a un luogo fatto di serenità e quiete da contrapporsi all’osteria. Infatti ad attendere i voli del gabbiano, ecco un mare brulicante di vita, di mille esseri viventi e pensanti, ma nello stesso tempo un mare per nulla rassicurante, impetuoso, duro, severo, (“aspro brulica”), ma anche fiero. Metafora della vita non rassicurante ma viva e fatta di uomini che non distraggono menti e pensieri nell’illusorio consolatorio calice di vino rosso d’osteria. Eppure il gabbiano è lì, chiuso tra quattro pareti, le sue ali son chiuse; nulla varrebbe sbatterle frementi per un impossibile volo. Sarebbe solo un suicidarsi proprio come fa la pioggia che nata dal cielo e per il cielo, gemendo, sceglie di lasciarsi morire sui tetti: “come la pioggia che si uccide sui tetti”. Quale possibilità, quindi per il gabbiano/uomo? Lasciarsi vivere, accettare a male in cuore un ritmo di vita scelto da altri, uniformarsi alla loro vita, fingersi uguali tacendo l’urlo della diversità, vivere da gatto d’osteria: “fare le fusa, e sonnecchiare”. E’ la scelta per la sopravvivenza! Triste accettazione di una condizione di vita esistenziale. Ma la ballata non finisce qua: si chiude con un distico dal respiro aforistico: “Dalle panche dell’osteria non si fa ritorno/ ma il fumo dell’osteria raggiunge la luna”. Un velato incoraggiamento del poeta: se è pur vero che da “una vita d’osteria” non si esce immuni, “non si fa ritorno”, sappia l’uomo che non è solo pensiero, non solo realtà temporale limitata, ma anche sogno, fantasia, speranza: regni certamente inesistenti e impalpabili proprio come “fumo” che si alza dal nostro vivere di osteria, ma libero proprio come un volo di gabbiano che può raggiungere il cielo e volare molto alto, fino alla luna.

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Sergio Penco (Trieste 1943- 2009). Poeta raffinato e assai riservato amò essere lontano dai “salotti letterari” (o pseudo tali). Tra le sue raccolte di versi ricordiamo “Guadalajara” , Rebellato Editore , 1978; “Ballata dal Mary Celeste” Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione, 1998; “Ballate di Cane Nero”, Sciascia Editore,2002; “Con una rosa dei Venti tra i denti” ,Hammerle Editori, 2009. Tradotto in inglese, francese e sloveno, collaborò con testate giornalistiche locali firmando anche diverse trasmissioni radiofoniche per la sede regionale Rai. Nel 2009 è uscito postumo, in edizione limitata di 250 copie, il libro “Poesie inedite”, Franco Rosso Editoree lo scorso anno”Poesie”, Libreria Editrice San Marco.

Per una nuova stagionatura degli uomini nei versi di Giancarlo Zizola

copertina-libro-giancarlo-zizola-vivimediaAlla ricerca di un filo che annodi l’uomo, tormentato, dubbioso, impaurito, svogliatamente spavaldo, col taciuto desiderio di un mondo mitico per una mitologia dell’uomo lungamente e ininterrottamente sognato, giammai fantastico solo terribilmente umano, ecco la sognata renovatio, in quest’ultimo libro di Carlo G. Zizola (La neve e il tempo Casa Editrice el squero, Venezia, 2016). Una nuova Alba: “ L’alba apre squarci azzurri/per una nuova stagionatura degli uomini”. Il vivere presente non è che “dimora provvisoria” laddove “ i lampioni frugano/ come volessero portare in superficie/ un groviglio di cose incerte” (Dal vento che accarezza le colline). La scrittura di Zizola è scrittura matura, non regala nulla allo scontato, all’effetto, al coup de théâtre. Esigenza che viene dal profondo, dall’inconoscibile, dal misterioso magma che è proprio del ποιείν.Tutto si fa verso, la natura con le sue creature inanimate e animate e tra di esse l’uomo, mai artifex, mai giudice del suo destino, ma solo eterno viandante segnato dal perenne interrogarsi del suo cammino, del nostro cammino di uomini. Ma non è solo: “ e il cuore s’abbandona/a una strana selva/di gnomi e fate incorniciata/dal cristallo definitivo della luna” (Un bosco magico). Versi caratterizzati, a volte, persino da una vigoria gnomica. Il ritmo, nella mal celata veste prosastica, accompagna i versi dondolando immagini su immagini dove il lettore (se non è distratto) si lascia andare.

L’alba

Tra nuvole aureola di Dio
l’alba apre squarci azzurri
per una nuova stagionatura degli uomini,
ingravida il tempo l’attesa, illumina
bivacchi notturni e un silenzio eccitato
dal bagliore dei primi eventi.
Inevitabilmente, il giorno rotola
verso domande imbarazzanti,
strade bagnate e cortili sommersi
dai mozziconi delle nostre abitudini
motori arrugginiti e pensieri senza logica;
qualcuno, ancora carico d’ombra
chiede al primo sconosciuto che incontra,
come se avesse la risposta in faccia,
se capire ciò che sta nel cuore
sia cosa semplice.

Carlo G. Zizola (Giancarlo) è nato ad Asolo (Treviso) dove vive. Laureato in sociologia, da molti anni si occupa d’importanti eventi culturali. Tra le sue pubblicazioni in versi più recenti: “Per le strade” Edizioni del Leone, 2004; “Vortici” Edizioni del Leone, 2007 e il romanzo “Quando l’amore odia” Campanotto Editore, 2016. E’ in via di pubblicazione un prossimo libro di poesie.

Venticinque anni fa moriva Padre Turoldo. In “Luminoso vuoto” le sue ultime poesie i suoi ultimi scritti

[…] Descriver tutte le parti dolenti? Tutte le fasi di spasimo? Impossibile; e per di più imprevedibili. Sarà necessario abituarsi: come si faccia Dio solo lo sa. Non pensare, fingere di non pensare, di non sentire. Ad esempio, non è che mi sia assente la paura di impazzire. E’ così, ormai da mesi. Signore, abbi pietà di me”. Terribile e al tempo stesso meravigliosa testimonianza di cosa sia il dolore fisico, e non solo, in questo scritto ultimo di Padre Davide Maria Turoldo (morirà di cancro, pochi giorni dopo, nel febbraio del 1992). Raccolto e conservato gelosamente dall’amico e confratello padre Camillo de Piaz che così annota: “ Scritto una settimana prima di morire. Per se stesso”. E oggi pubblicato in un elegante volumetto (Davide Maria Turoldo Luminoso vuoto- Ultimi scritti Premessa, postfazione e antologia critica a cura di Giorgio Luzzi, Servitium Editrice (MI), 2016 pagine144, Euro 12,00). Si rende omaggio a Turoldo in occasione del centenario della nascita (1916/2016) e del venticinquesimo della scomparsa. Dirompenti questi ultimissimi suoi versi:

Gli altri scrivono di “altopiani”,
in forme stupende,
parlano con tutti…
sanno tutte le malizie della mente
le sante malizie,
sono dentro il grande fiume delle lettere,
del discorso umano:
e sono certo che hanno ragione.
Ma io non riesco, non riesco,
sono un maniaco di Dio.
E’ come se avessi la fronte un chiodo…

Turoldo, quindi, “maniaco di Dio”, ma non solo: “… egli era anche non molto meno, un maniaco del verso, del suono, del ritmo, una forte e assolutamente paritetica mano che batta sulla pelle del proprio tamburo a mandare segnali scivolanti, orizzontali, agli altri abitatori dell’altopiano a metterli in comunicazione tra loro”. (Luzzi). “Mettere in comunicazione gli abitatori dell’altopiano”, quasi un epitaffio dell’intera esistenza di quest’uomo, padre dei Servi di Maria e poeta. Ma chi è Padre Davide Maria Turoldo, nato in un paesino friulano (Coderno) il 22 novembre 1916 battezzato col nome di Giuseppe e per gli amici “Bepi il rosso” per via della fulva capigliatura? Un uomo robusto dagli occhi penetranti e dalla parola vigorosa, come pietra; combattivo, forte, pugnace. Originalissimo poeta, ma soprattutto prete “scomodo”: la scelta coraggiosa e difficile di prender parte personalmente alla Resistenza e poi scomodo per le sue improvvide (per taluni) omelie dal pulpito del Duomo della Milano degli anni ’60 che non gli risparmiò critiche feroci e attacchi violenti. Attacchi che non ebbero mai veramente fine. In Turoldo l’uomo e il poeta si fondono, sono tutt’uno. La sete dell’apostolato è sete costante, i suoi versi come semina, germinazione sicura. Non può, non sa trattenersi: è la luce della Fede che lo illumina verso un cammino che sa che non può essere altro che quello indicato dal Signore. Tutto ciò afferisce alla sfera teologico – metafisica: visione ed esperienza piena di Dio che non annienta la nostra personalità, ma la potenzia al grado supremo. Uomo tra gli uomini, sempre. Questo libro curato da Giorgio Luzzi non ci restituisce solo il Turoldo che conosciamo, attraverso un inedito mannello di “meditazioni liriche” e scritti in prosa oltre a un’ importante mini antologia di scritti critici a firma di importanti poeti e critici tra cui Ungaretti, Fortini, Giudici, Luzi, Porta, Zanzotto e ancora Bo, Guarracino, Ramat, ma anche un singolare, inaspettato scritto dal sapore di confessione. Turoldo, un mese prima di morire, sente il bisogno, l’urgenza di confessare, si potrebbe dire, “un peccato di gioventù”: aver dedicato una poesia a Mussolini. Si era nel 1934 e il poeta aveva solo diciotto anni. Scrive: “Ebbene, amici, cedo e rilascio per iscritto anche questo ricordo. Ce l’ho qui, da sempre, nella mente come una lucida ferita. Ero nato troppo presto per non subire; e il tempo della Libertà è venuto troppo tardi. Da ricordare che stavo ostaggio in seminario, e perciò non finirò mai di scusarmi e di confidare nel perdono. Per fortuna che, dopo, appena uscito e giunto a Milano, è cominciata subito l’altra storia: questa, che sto ancora vivendo. Dunque, anch’io ho cantato al Duce”. A seguire una breve lirica di diciassette versi. Turoldo chiede di essere perdonato. E Luzzi così scrive: “E’ la sua lucida ferita” tenuta segreta, almeno nel suo significato più profondo, per un’esistenza intera. […] …Vai in pace, David, noi tutti ti assolviamo, i tuoi versi all’”Uomo” sono persino belli”.

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In libreria: Il Fiore della poesia italiana dalle origini ai nostri giorni

copertina-il-fiore-della-poesia-giugno-2017-vivimediaSenza pretese di completezza ma con l’ambizione di avere scelto testi significativi e degni di rappresentare il magma della poesia contemporanea, offriamo al lettore il film della poesia italiana dal Duecento alla seconda metà del Novecento, e una istantanea degli ultimi anni, sperando che fungano da sprone ad approfondire la lettura, la conoscenza e soprattutto l’amore per la poesia” cosi Mauro Ferrari nel presentare questa voluminosa opera in due volumi (Il Fiore della poesia italiana. Tomo I: Otto secoli a cura di Vincenzo Guarracino; Tomo II: I contemporanei a cura di Mauro Ferrari, Vincenzo Guarracino, Emanuele Spano- Puntoacapo Editrice, Pasturana, Alessandria, 2016).

Nel primo volume, dal Duecento fino ai primi anni del 1900, ritroviamo un florilegio (è proprio il caso di dirlo) di testi molto noti, vere gemme della letteratura italiana, da Il cantico delle creature di san Francesco, a Tanto gentile e tanto onesta pare (è necessario che citi l’autore?), a Solo e pensoso di Petrarca, ma anche liriche di autori dimenticati come Jacopo da Lentini, Federico II, Giovanni Pontano, e poi via via fino a Ariosto, Tasso, ma anche Bembo, Metastasio, Parini, e ancora Manzoni, Leopardi, Carducci, Pascoli, D’annunzio e infine i grandi del “nostro Novecento” Ungaretti, Montale, Quasimodo, Pavese, Gatto, Pasolini, accanto a poeti quasi (ahimè) banditi del tutto dai testi scolatici come Scotellaro, Caproni, Roversi, fino a Turoldo, Luzi, Zanzotto. Anche il titolo stesso nel richiamo al Fiore si collega alla più nobile tradizione letteraria. Ricordiamo il caso di una traduzione in lingua toscana del XIV del “Roman de la Rose” di Guillaume de Lorris (1225/ 1240), pubblicata poi solo a fine ottocento con il titolo “Il fiore” di cui non si conosce l’autore ma che alcuni, come Gianfranco Contini, sostengo essere Dante Aligheri, anche se quest’attribuzione sembra alquanto improbabile. Importante notare che il fiore, rappresentazione allegorica dell’amore cortese nell’originale opera francese, nella traduzione è rivestito di un’intensa sensualità realistica borghese con spunti naturalistici. Ed è questo filo naturalistico-poetico che ritroviamo nel lavoro di Guarracino. Infatti, così scrive:

Così, nel fiore, nel mite segno dell’amore degli dèi per gli umani, si condensa la segreta domanda di comunione con la Natura, con il Creato, e il bisogno inconfessato di mirare al cuore, di stabilire un contatto più profondo ed essenziale con gli altri. […] Tutto questo, tutt’insieme, si significa, se di fiori s’intesse in sapiente variopinto assemblaggio una ghirlanda, e con traslazione di senso un’Antologia, una raccolta cioè di “fiori”, di scritti di raffinata perfezione e intensità. Così, nel termine Antologia, natura e arte condensano una conquista di bellezza e preziosità e vicendevolmente si illuminano nell’immagine di una miracolosa fioritura di testi, quale che sia la loro più o meno effimera durata. Qui pertanto, in maniera molto personale e niente affatto perentoria, si convocano e assemblano personalità, auctores nel senso più etimologico del termine, con l’unica pregiudiziale che la loro data di nascita sia entro il 1935, riservando ai nati oltre questo spartiacque un’eventuale, successiva esplorazione.”

Esplorazione che trova il suo compimento nel Tomo II curato non solo dallo stesso Vincenzo Guarracino e da Mauro Ferrari, ma anche da Emanuele Spano. Ritroviamo, quindi, testi di poeti nati rigorosamente dopo il 1935. Alcuni poeti sono poco conosciuti, ma la stragrande maggioranza è rappresentata da poeti assai noti come Giuseppe Conte, Maurizio, Cucchi, Cesare Damiani, Milo De Angelis, Dante Maffia, Valerio Magrelli, Guido Oldani, Plinio Perilli, Paolo Ruffilli, oltre agli stessi Vincenzo Guarracino, Mauro Ferrari e lo scrivente. Nel primo come nel secondo volume, ogni testo è introdotto da un’attenta analisi critica, lavoro, per i tre curatori, assai impegnativo trattandosi di otto secoli di poesia. Un’opera che non può mancare nella libreria di ognuno. Si avrà così il piacere di rileggere versi che ci furono assai cari (semmai relegati nei ricordi della nostra gioventù), ma si avrà modo anche di imbattersi in poeti ormai dimenticati o forse mai studiati, assieme a poeti contemporanei che silenziosamente, con onestà e pudore come si conviene a un vero poeta, coltivano questo fiore, la Poesia, che inebria non solo i sensi ma soprattutto l’animo di un profumo persistente. Basta solo volerne godere. 

Il ricordo di Antonio Donadio del prof. Giorgio Barberi Squarotti

Il caso ha voluto che ero alla scrivania e stavo scrivendo il consueto biglietto augurale per il prof. Giorgio Barberi Squarotti, quando mi è arrivata la triste notizia della sua scomparsa avvenuta proprio in quelle stesse ore. Avevo incontrato il professore l’ultima volta il 28 maggio del 2015, a casa sua, a Torino. Mi ricevette, come sempre, nel suo studio/salottino tra migliaia di libri e quadri alle parti. In quell’occasione era presente anche sua moglie, la signora Piera, già inferma. Scomparve, infatti, nell’agosto dello stesso anno. Fu per lui un dolore fortissimo, mi scrisse infatti: “… e anche se l’evento era previsto dopo il peggioramento di febbraio, non minore è lo strazio. E’ il vuoto dopo quasi sessant’anni di vita insieme” … e in una lettera di alcuni mesi dopo: “Dura, in me, il dolore per la perdita di Piera …” Non voglio parlare, in quest’occasione, del prof. universitario, poeta e critico letterario (mi riprometto di farlo in seguito), ma dell’uomo Giorgio Barberi Squarotti. Negli ultimi due anni c’eravamo sentiti spesso in occasione della preparazione del mio ultimo libro “Calcio d’autore”. Prodigo di consigli preziosi; generosissimo, mi regalò una sua lirica inedita, scritta in memoria del Grande Torino. Sempre gentile e cortese nei confronti di tutti, mai si negava a chiunque si rivolgesse a lui. Forse a volte fu anche troppo disponibile. Tanti poeti, giovani e meno giovani, si sono avvalsi di sue presentazioni e introduzioni. Non volli mai disturbarlo: erano sufficienti per me le lettere che ci scambiavamo. Preziosi i suoi consigli, i suoi complimenti: “Lavoro nella sua essenzialità perfetto…”, i suoi incoraggiamenti. Corrispondenza d’anni (circa trenta) sempre ritmata dagli immancabili auguri di Natale e di Pasqua. Nessuna e-mail, solo biglietti e lettere. Lettere caratterizzate sempre dall’immancabile suo scrivere “ E’ per Antonio Donadio”. Era il suo timbro. Nell’ultimo biglietto, in risposta ai miei auguri per l’anno nuovo, scriveva” “Auguro anche a Lei un sereno Natale di speranza e di fiducia e un anno operoso e fruttuoso”. Mi mancheranno molto queste sue lettere.

Il mio triste addio a lui con questi suoi versi per l’addio ai campioni del Grande Torino:

[ ]………l’applauso

che cancella i corpi e tutto il sogno eterno

che c’è stato dentro.

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In libreria la poesia degli ultimi venticinque anni

passione-poesia-copertina-marzo-2017-vivimediaQuale lo “stato di salute” della Poesia Italiana degli ultimi venticinque anni? Quali i poeti e i versi più rappresentativi? A queste due domande tende di dare risposta l’interessante e corposo volume Passione Poesia – Letture di poesia contemporanea (1990-2015), a cura di Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo, Nino Iacovella, pp 380, Euro 20.00 Ed. CFR, Milano, 2016. Luigi Cannillo nell’introduzione sottolinea che “ Passione Poesia riguarda testi poetici come specchio di un’intera raccolta, o rappresentativi di un autore, di una poetica, accompagnati da note di presentazione agili e allo stesso approfondite nelle quali i diversi saggisti, dopo avere scelto autore e testo, si augurano di poter trasmettere a un pubblico ampio e diversificato curiosità e interesse per la poesia”.

Insomma un libro che non è una delle solite antologie che “infestano” il mercato, (centinaia le pubblicazioni ma inesistenti, o quasi, le vendite). Passione Poesia vuole documentare la vitalità della poesia degli ultimi venticinque anni, (1990/2015) ospitando versi di grandissimi poeti non più viventi come Mario Luzi, Andrea Zanzotto, Luciano Erba, Roberto Roversi, Giovanni Giudici, Franco Fortini e d’importanti poeti contemporanei quali Giuseppe Conte, Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Claudio Damiani, Valerio Magrelli, Dante Maffia, Plinio Perilli. A firmare le recensioni, sovente veri mini saggi, sono critici che spesso sono anch’essi poeti come Giancarlo Pontiggia, Vincenzo Guarracino, Ottavio Rossani, Maria Lenti, Luigi Cannillo e lo stesso scrivente che firma “L’epifania del poeta come scriba” su una lirica di Mario Luzi. Un’occasione, quindi, da non lasciarsi sfuggire per coloro i quali vogliono “saperne” un po’ di più della Poesia (con la P maiuscola) tanto bistrattata oggi da essere confusa spesso da taluni con “lo scrivere andando ogni tanto a capo rigo”.

I versi “ nascosti” di Raffaele Avagliano

Succede anche che alla scomparsa di un carissimo amico, tu scopra “qualcosa” di lui che non avevi mai immaginato. Poco più di un anno fa, è scomparso Raffaele Avagliano, noto a Cava, e non solo, come “cantore metelliano” (rimando a You TubeI cantori metelliani” di Livio Trapanese). Un uomo buono, marito e padre di un bel numero di figli, che aveva conosciuto l’emigrazione in Germania e nella nebbiosa terra lombarda di quegli anni sessanta, ma poi aveva deciso, assieme a sua moglie Concetta Adinolfi, di ritornare a Cava, l’amata Cava, dove ha vissuto lavorando presso una nota impresa cittadina. Ti colpivano di Raffaele gli occhi, o meglio, ti colpiva un’inconsueta forza che dagli occhi traspariva, forza dell’immaginare, del sognare, ma soprattutto del prospettare ipotesi per un più giusto vivere naturale e sociale. Credevo di conoscerlo bene, invece, alla sua morte ho scoperto che mi aveva gelosamente nascosto “qualcosa”: un buon numero di aforismi, riflessioni e anche versi che ora si possono leggere in un semplice ma prezioso per pulizia ed esattezza d’intenti, volumetto (Sempre con noi) edito dalla sua famiglia e a cura di Franco Bruno Vitolo. Versi che ho letto vincendo una comprensibile emozione: di quei fogli, di quei versi che ora erano tra le mie mani, Raffaele non me ne aveva mai parlato. Certamente non per timore del giudizio critico dell’”amico poeta”, ma, credo, per un innato senso del pudore. Ecco alcuni suoi versi, queste sue Sillabe di Silenzi.

Spuntano celesti
dal mio petto
prigioniero sillabe di silenzi
ancor timidi.

Poesia che dà il titolo a un florilegio da me curato e inserito nel succitato volume. Ecco, allora, venir fuori il più nascosto, il più intimo Raffaele (“dal mio petto/ prigioniero”) in cui “sillabe di silenzi” spuntano come da un sogno e si fanno, seppur timidi, di cielo (celesti). Una ricerca poetica racchiusa in un unico decennio (1980 al 1889) in cui si evidenziano due fasi di scrittura assai diverse, anche per temi. Nella prima fase, fino all’ottantacinque, si evidenzia un’esigenza di dire, di raccontare attraverso una forma chiara, discorsiva, da prosa poetica, con l’intento precipuo di farsi capire, di trasmettere “qualcosa”, un dettato, un pensiero logico, dal respiro, a volte, persino gnomico. Le figure retoriche, presenti qua e là, appaiono a volte liricamente partorite altre volte organizzate concettualmente. Migliore, più maturi anche stilisticamente, i versi della seconda fase. Brevi, sintetici versi, a volte persino criptici. Alla base ancora il desiderio di comunicare, ma esclusivamente attraverso la trasmissione di sensazioni, sentimenti, stati d’animo in cui il lettore possa ritrovarsi o non ritrovarsi, ma che caratterizzano l’anelito di chi scrive: istituire un legame. Dal soggettivo all’universale laddove il linguaggio diventa pregnante. Essenziale. Una sorpresa, una piacevolissima sorpresa che però lascia l’amaro in bocca per aver potuto leggere solo ora questa sua interessante produzione. E un invito, allora, a quanti “nascondono” versi nei cassetti a condividerli. Non certo per “sentirsi poeti”, ma artefici di un ponte, un ponte assai privilegiato, come solo può essere una poesia che nata dal chiuso di un animo di un solo uomo, cerca altri animi, altri uomini per il suo autonomo cammino vitale.

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Cenni sulla Poetica di Alfonso Gatto “il glauco dai grandi occhi lunari …” a 40 anni dalla scomparsa

L’opera poetica di Alfonso Gatto “ il glauco dai grandi occhi lunari …” (Augusto Hermet, 1937) copre un periodo che va dagli anni ’30, nascita dell’ermetismo, fino alla metà degli anni settanta, passando attraverso l’esperienza dolorosa e fondamentale della Resistenza.

Nel 1932 esce a Napoli il suo primo libro di versi “Isola” con giudizi molto positivi sia di Ungaretti sia di Montale. Il giovane poeta salernitano ha solo 23 anni. E’ un Gatto ermetico, ma di un ermetismo molto originale: la coscienza critica svetta e s’impone come cifra inalienabile. Coscienza che convive e lotta osmoticamente con la meraviglia dell’esistere in assonanza, ora armonica ora conflittuale, con l’empirica testimonianza dei sensi. Nell’opera poetica di Gatto appaiono, oltre a talune appartenenze: dall’insostituibile Leopardi, alla sofferenza interiore del primo Ungaretti, anche riflessi del suo grande corregionale Salvatore Di Giacomo, esponente fondamentale della lirica meridionale, e del divertente, a volte “irriverente”, Vincenzo Cardarelli. Anche Gatto, infatti, amò, accanto all’asciutto linguaggio ermetico, la poesia dalle rime facili, dal gusto burattinesco da vecchia filastrocca, atavica testimonianza delle storie fantastiche della nobile novellistica meridionale del Basile fino alle libere contaminazioni personali di eserciti di mamme meridionali legate ai loro figli come alla loro terra. Ben presto, come tanti intellettuali meridionali prima e dopo di lui, il poeta emigra a Milano ove entra in contatto con gli ambienti artistici lombardi. Il suo dichiarato antifascismo, il suo comunismo “romantico”, lo porterà nel 1936 a essere rinchiuso nel carcere di San Vittore per circa sei mesi. Il tempo, poi, della guerra, della Resistenza. Con “La storia delle vittime”1966 (Premio Viareggio), Gatto con slancio e passionalità conduce il lettore nei dolori di quegli anni con struggente vis poetica tesa al recupero di una realtà sofferente, ma terribilmente vera. Per lui lo spiritualismo e il populismo nell’” umile accordo di voci e parole”, si allineano perfettamente per cercata, difficile ascesi dell’umano nell’esistere quotidiano.Sofferenze mai dimenticate pur se con “ La forza degli occhi” 1954, sembra che l’inventio poetica si stacchi dalle esperienze precedenti per divenire sicura arma di speranza, mai doma e fortemente sentita, alla luce di migliori prospettive di futuro; lontano ormai dalle angolose strutture ermetiche attraverso un linguaggio che perfettamente si adegua all’estro del fantastico, del semplice bozzetto: “ Le ragazze moderne/ Non sono eterne./ Oh, che bella novità/ ma danno fresco alla città” (Canzonetta). Un altro libro fondamentale e tra i più belli di Gatto è “Osteria flegrea” (1962) che ha la morte come tema. La figura materna si erge come figura centrale del libro in cui meditazione e sentimento trovano un perfetto idilliaco equilibrio. Equilibrio tra vita e poesia come testimoniato dall’epitaffio di Eugenio Montale posto sulla sua “pietra tombale” presso il cimitero di Salerno dove il poeta riposa a seguito di un incidente d’auto che lo uccise all’età di 67 anni: “ Ad Alfonso Gatto/ per cui vita e poesia/ furono un’unica testimonianza/ d’amore”.

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