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L’ETA’ DELLA PAURA MERAVIGLIOSA nella lirica di Rodolfo Vettorello

Un vetro verde di bottiglia

Erano gli anni che si andava, a notte,
lungo le strade di periferia,
in cerca di un superstite locale.
Un po’ di vino rosso nel bicchiere
al tavolino di quell’osteria,
per fare l’alba. Poi di corsa a casa,
dormire un’ora, poi di nuovo:
                                       via!
Erano gli anni della timidezza,
la malattia che fa tremare il cuore
per il terrore folle di sbagliare.
Tenersi lungamente per la mano
al lume di una lampada discreta,
farsi coraggio,
                    col versare piano
un ultimo bicchiere e quella voglia
di bermela con gli occhi,
                                 lei che amo,
traverso un vetro verde di bottiglia.

Rodolfo Vettorello
da “In ripetuti soffi” – Poesie- Rhegium Julii (RC) 2014

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Strada di periferia. E’ una notte di tanti anni fa. Il poeta è in cerca di un locale ancora aperto, superstite, per fare l’alba. Turbinio di stati d’animo che vengono dettati da una strana malattia, la timidezza tipica della giovinezza Erano gli anni della timidezza/ la malattia che fa tremare il cuore /per il terrore folle di sbagliare”. Anni giovanili vissuti in un paese come tanti altri dove le ore con passo lento vengono scandite da incontri al bar o all’osteria. Un incontro d’amore al lume di una lampada discreta davanti ad una bottiglia di vino rosso. Si cerca coraggio anche nel semplice atto del versare (ma piano) del vino per l’ultimo bicchiere. Ma la sete è di ben altra natura! Bermela con gli occhi. Eccolo, sembra vederlo il volto dell’amata traverso un vetro verde di bottiglia.” Simboli di un qualcosa d’irripetibile: la giovinezza. Fragile e che pretende particolare attenzione come vetro; verde bottiglia come età trasparente fatta d’impalpabili sogni, attese emozioni. E’ l’età della paura meravigliosa. Poesia godibilissima impreziosita – nel suo apparente andare prosastico- qua e là da un gioco di rime: periferia v2/ osteria v 5 con richiamo assonante al verso ottavo: via; intreccio di rime al mezzo: cuore v 10 / terrore v 11, tremare v 10/ sbagliare v 11; pregevole l’allitterazione (vv.12/13) delle lettere N e M unite alle vocali E e A: TeNErsi lungAMENte per la MAno/ al luME di uNA lAMpada; rime: mano v 12/ piano v 15 in assonanza con amo v 18 e, in chiusa finale, una rima esemplificativa dell’intera lirica: voglia v 16 / bottiglia v 19.

Rodolfo Vettorello. Nato a Castelbardo (PD) nel 1937. Laureato in architettura al Politecnico di Milano ha operato nel settore pubblico e poi nella libera professione. Presidente o membro di giuria di diversi premi letterari. Ha al suo attivo circa venti volumi di poesia che gli sono valsi premi e riconoscimenti tra cui il “Premio G. Trisolini 2012” per la raccolta “In ripetuti soffi” da cui è tratta la poesia in oggetto. 

“Spicchi di … limone” di Maria Olmina D’Arienzo

Questa volta, le mie due rubriche: “VersiCavesi e “PoesiadelNovecento-I contemporanei“si attengono al tema di Expo 2015, L’Alimentazione correlata, ovviamente, alla Poesia:

  • In “VersiCavesi “: Spicchi di limone” di Maria Olmina D’Arienzo. (Limoni)
  • In “PoesiadelNovecento-I contemporanei “: In vino levitas” di Maria Lenti ( Vino) .

 

Spicchi di … limone” di Maria Olmina D’Arienzo

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Fuor de la muraglia su l’indaco del cielo/canta la nota verde un bel limone in fiore”. Eccolo il limone così cantato da Gabriele D’annunzio. Limone protagonista di un elegante e veramente prezioso libretto. “ Spicchi di … limone” Edizioni dell’Ippogrifo, 2000, corredato da foto della costiera Amalfitana, a firma di Maria Olmina D’Arienzo. Studiosa doviziosamente attenta, tratta di sua maestà, il limone, incontrastato signore della divina costiera, (definita da Goethe e da Strauss, suoi innamorati cantori: “La terra dove fioriscono i limoni”), e da sempre agrume regale oggetto di canto. Si inizia con la “carta d’identità”: da Divisione alla Classe, all’ Ordine al Genere fino alla Specie. Nulla è tralasciato. Ma la parte centrale del libro è riservata al limone nella Poesia. Si va da Carducci, Machado, Lorca fino al grande Eugenio Montale. Chi non conosce questi versi?

[ …]

Quando un giorno da un mal chiuso portone/
ci si mostrano i gialli dei limoni,/
e il gelo del cuore si sfa,/
e in petto ci scrosciano/
le loro canzoni/ le trombe d’oro della solarità.

Sono solo gli splendidi versi finali de “I limoni” non potendo riportare, per ragioni di spazi editoriali, l’intera lirica. Scrive la saggista D’Arienzo: “Nella lirica di Montale si compie la più alta trasposizione simbolica del limone: il suo colore squillante (sottolineo: l’uso forte e pregante della sinestesia, proprio di chi ha cuore di poeta come la scrivente!) e gioioso e il suo profumo capace di infondere un senso di benessere al cuore, travalicando la dimensione poetica, per attingere al mondo stupefacente ed inebriante della musica, all’incanto ed alla magia dei suoni e dei ritmi”. Cosa altro dire? Si elencano poi le proprietà e le virtù del limone; il limone come soggetto artistico: da Beato Angelico ( “Annunciazione “1939-32 circa) a Mantegna, Caravaggio col suo famosissimo “Cesto di frutta “ (1598), poi a Manet, Matisse… Grazie all’autrice di questo dono. In apertura, versi di D’annunzio, chiudiamo con un altro grande poeta, il cileno Pablo Neruda: “Il limone? Raggio della luce convertito in frutto”. (Ode al limone) 

  • Un legame fra “Spicchi di … limone” di Maria Olmina D’Arienzo e “In vino levitas” di Maria Lenti?

Ecco il vino e il limone insieme nella testimonianza di Plinio ( “Naturalis Historia”) : “I citrea – i limoni- si bevono nel vino o essi stessi o il seme come antitodo contro il veleno”. (Citrea contra venenum in vino bibuntur vel ipsa vel semen). Quale connubio più vincente ?

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Maria Olmina D’Arienzo.. Cavese doc, vive a Cava.. Preside del Liceo Marco Galdi della Citta Metelliana, è figura notissima e di grande rilievo culturale in ambito non solo cittadino. Molti i suoi studi e suoi saggi sempre caratterizzati da estremo rigore scientifico e filologico da ricchezza d’interpretazioni analitiche profonde ed originalissime, alla luce di una scelta di vita da sempre improntata nel voler mettere al centro di tutto non il sapere fine a se stesso,ma l’uomo con il suo sapere, i suoi tanti dubbi e le sue poche certezze. 

“In vino levitas” di Maria Lenti

Questa volta, le mie due rubriche: “PoesiadelNovecento-I contemporanei e “VersiCavesi si attengono al tema di Expo 2015, L’Alimentazione correlato, ovviamente, alla Poesia:

  • In “PoesiadelNovecento-I contemporanei “: In vino levitas” di Maria Lenti ( Vino) .
  • In “VersiCavesi “: “Spicchi di … limone” di Maria Olmina D’Arienzo. (Limoni) 

 

In vino levitas di Maria Lenti

in-vino-levitas-maria-lenti-copertina-libro-luglio-2015-vivimediaElegante e prezioso quest’ultimo lavoro della poetessa, qui in veste di saggista e di sapiente traduttrice, Maria Lenti “ In vino levitas”, CFR Edizioni, Piateda (SO) 2014, impreziosito da disegni originali del maestro Vitaliano Angelini. E’ un delizioso viaggio dagli acini, alle viti, ai filari, ai vigneti, fino al “regale” vino scandito dai versi di Lucrezio, Virgilio, Ovidio, Tibullo, Marziale, Catullo e dell’impareggiabile Orazio, padre del famoso Carpe Diem, citato tantissimo e, molto spesso, anche a sproposito. Maria Lenti offre dei famosi versi oraziani un’elegante traduzione qui di seguito:

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi /
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios /
tempataris numeros. Ut melius, quicquid erit pati,/
seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,/
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare /
Tyrrhenum: sapias, vina liques et spatio brevi/
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida/
aetas: carpe diem quam minimum credula postero.

Orazio, Odi, I, 11

(Tu non chiedere (non è dato saperlo) quale a me /
quale sorte a te, gli dei abbiano riservato, o Leuconoe,/
e non tentare i numeri babilonesi./
Quanto meglio sarà sopportare qualsiasi cosa,/
sia che Giove ci abbia assegnato più inverni/
sia che ci abbia riservato come ultimo/
questo che ora fiacca sugli opposti scogli il mare/
Tirreno: sii saggia, mesci il vino e in uno spazio breve/
raccorcia la speranza lunga. Mentre parliamo, già fugge il tempo invido:/
afferra l’attimo presente, minimamente credula verso il futuro).

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Compagno fedele il vino, testimone della caducità della vita. Invito a vivere l’attimo, nulla è il futuro: solo Giove sa quanti inverni ancora ha assegnato ad ognuno di noi. Ma Maria Lenti si sofferma anche su un annoso, dibattuto problema: “Fino a che punto bere?” In questo caso è Ovidio a dare la risposta: “ Il bere sta bene fino al punto che la testa sopporta e la mente e le gambe stano in sé. Che tu non vede doppio quello che è semplice “ (Hoc quoque, qua patiens caput est, animusque pedesque/constant: ne, quae sunt singola, bina vide!)” E Maria Lenti aggiunge: “ E l’uomo, relativamente al vino, abbia in sé il modus. Affinché il suo giorno sia, se pesante, lieve, o abbia un quid (il vino, a fianco) che renda il suo tempo più luminoso e sopportabile nonostante la quotidianità greve, sfuggente o ruvida, …. “ Ma su un punto tutti i poeti concordano: “Che sia vino buono, mai mescolato né tagliato con vino scadente”. E allora? Lasciamoci sollecitare ancora da Orazio:” Nunc est bibendum…

  • Un legame fra “In vino levitas” di Maria Lenti e “Spicchi di … limone” di Maria Olmina D’Arienzo ?

Ecco il vino e il limone insieme nella testimonianza di Plinio ( “Naturalis Historia”) : “I citrea – i limoni- si bevono nel vino o essi stessi o il seme come antitodo contro il veleno”. (Citrea contra venenum in vino bibuntur vel ipsa vel semen). Quale connubio più vincente ? 

Maria Lenti è nata e vive ad Urbino. Poetessa ( o meglio poeta), traduttrice, saggista, giornalista. Docente di lettere fino al 1994, anno in cui è stata eletta – e rieletta ancora fino al 2001- , alla camera dei deputati. Opere in versi: da “Un altro tempo” 1972, via via fino agli ultimi “Il gatto nell’armadio” 2005, “Cambio di luci” 2009. Pluripremiata, ha firmato importanti saggi, traduzioni e opere in prosa. Ultima sua fatica: “Cartografie neodialettali”, Pazzini Editore 2014, scritti su poeti neodialettali di Romagna e d’altri luoghi. 

Vitaliano Angelini , incisore e pittore. Vive ad Urbino. Già docente di disegno e storia dell’arte, ha esposto nelle maggiori città italiane e all’estero (New York, Tokio, Parigi, Copenhaghen, Berlino…). Le sue opere si trovano in vari musei e in raccolte pubbliche e in collezioni private. Ha inoltre pubblicato saggi sull’arte, libri di poesia e firmato numerose note critiche. Presidente di varie Associazioni culturali e direttore di riviste di cultura contemporanea.

24 maggio 1915/2015. E’ un napoletano, il poeta E. A. Mario, l’autore della famosissima “Leggenda del Piave”

il-poeta-e.-a.-mario-vivimediaNon so quanti, specie nel nord d’Italia, sanno che a scrivere l’immortale “Leggenda del Piave”, fu un poeta napoletano. Con l’entrata in guerra dell’Italia nel maggio del 1915, E A. Mario, poeta napoletano e impiegato postale, chiese alla Direzione delle Poste di poter essere impiegato nelle unità ambulanti postali addette al trasporto della posta in prima linea. E nel giugno del 1918, nell’infermo delle trincee, nacque la celeberrima Leggenda del Piave” che divenne quasi un altro inno nazionale. Ma chi era questo strano postino? Il poeta si chiamava in verità Giovanni Ermete Gaeta, nato nel 1884 nel popolare rione Vicaria da genitori di umili condizioni. Vinto un concorso nell’amministrazione statale delle Poste, gli fu assegnata come sede Bergamo. Qui conobbe Marie Clinazovitz, (pseudonimo Mario Clarvy), una giornalista di origine polacca, direttrice della rivista letteraria “Il Ventesimo”che lo chiamò a collaborare con articoli e poesie. E’ allora che nacque quel suo strano pseudonimo: E. (da Ermete, suo secondo nome); A. (dal nome di Alessandro Sacheri, un caro amico redattore di un giornale di Genova dove il poeta aveva iniziato a scrivere i primi articoli); Mario (dallo pseudonimo della Clinazovitz). Licenziato dalle Poste perché “si assentava senza giusti motivi”, fu poi reintegrato quando si scoprì che l’impiegato Giovanni Ermete Gaeta, altri non era che il poeta e musicista E.A. Mario autore della celeberrima Leggenda del Piave”. Nonostante ciò, fu nuovamente licenziato con la motivazione che la sua attività artistica non era conciliabile con il suo lavoro alle poste. Ancora riassunto, infine, con la semplice qualifica di avventizio postale, ne conservò l’impiego sino al 1961 anno della morte. Nel 1944 aveva composto, assieme all’amico il poeta Nicolardi, ancora una famosissima canzone: Tammurriata nera.

Una lirica del poeta amalfitano Sigismondo Nastri

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Un mattino d’aprile … ad Amalfi

Ed è in un mattino d’aprile di ottant’anni fa che nasce Sigismondo Nastri, a due passi da noi, ad Amalfi, dietro il “nostro Monte Finestra”. Uomo schivo, riservato, quello che un tempo, si definiva con una sola parola, “un signore”. Professore d’intere generazioni di giovani e da sempre innamorato della poesia. Quella vera. E Acquamorta, da cui è tratta la lirica in oggetto, è la sua opera prima, importante esordio. Esordio maturo: è il 1970 e Sigismondo ha già trentacinque anni. Allora, a quell’età, si era già uomini “fatti”. E di lui si accorge un’importante e autorevole casa editrice del Nord, la padovana Rebellato. Nel suo catalogo annovera fior di poeti. Verranno poi altri libri di liriche, e non solo, per il nostro poeta amalfitano (che mi piace inserire in questa mia rubrica “VersiCavesi” sentendolo “uno dei nostri”: lo sappiamo innamorato della nostra città e amico sincero di molti di noi).

Un mattino d’aprile 

Il candore pieno d’un mattino

d’aprile

il solito tonfo dell’onda

sugli scogli del porto

un respiro leggero d’alghe

un ramo fiorito di pesco che pende

dal muro 

un mattino d’aprile come un altro

ma non sono solo

e divido con te la gioia del sole

appena nato

il fresco della marina

la rosea ebbrezza del pesco fiorito nel giardino

il buongiorno del gallo

e questa luce azzurra profonda dei tuoi occhi.

Sigismondo Nastri

da Acquamorta Rebellato Editore, Padova 1970

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Versi dal respiro pittorico: non immemore è la lezione della Scuola di Posillipo, per chi, come il nostro poeta, nasce con negli occhi il mare e il cielo della divina costiera. Quasi pennellate, leggiadre, armoniche, dal tessuto ritmico intrecciato da rotismi qua e là disseminati : “pieno/ mattino /aprile(vv.1/2)e ancora ”respiro/leggero / fiorito” (vv 5/6) o d’assonanze al mezzo“ tonfo/porto (vv3/ 4) ”. Eccolo il mattino di un giorno d’aprile sbocciare in terra amalfitana: dal mare “il solito tonfo dell’onda/sugli scogli del porto/ un respiro leggero d’alghe (vv 3/5), alla terra “un ramo fiorito di pesco che pende/ dal muro”(vv. 6/7) . Basta solo un semplice ramo di pesco che pende da un muro d’orto (splendida atmosfera montaliana) a regalare la gioia dell’attesa giovanile che preme per esplodere in tutta la sua vitalità: e in aprile regna la prima primavera! E poi ancora elementi naturali partecipi e complici,“la gioia del sole”(v. 10) , il “fresco della marina”(v. 12) e al centro ancora il pesco, anzi “la rosea ebbrezza del pesco” (v.13), col canto di un gallo ad annunziare un giorno diverso da tutti gli altri, dove a splendere su ogni cosa umana è “ questa luce azzurra profonda (v. 15)” degli occhi della donna amata. Delicato verso finale, da climax, coinvolgente e vibrante: è un giorno in cui Aprile, quasi nume tutelare, si fa Amore. E la “divina” è lì a far da incomparabile scena. 

E al poeta Sigismondo Nastri, parafrasando Ungaretti, vadano vivissimi auguri per i suoi splendidi “vent’anni per quattro “.

“Un sorriso” di Mario Rondi

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A Mario Rondi, la Rai ha dedicato un video dal titolo “Il poeta che canta gli ortaggi” per Expo 2015. Il poeta bergamasco s’inserisce in un’antica, autorevole tradizione di poeti che cantano l’umanità attraverso un mondo in cui frutti, ortaggi, fiori, ma anche animali, hanno pregi e vizi degli uomini. I suoi versi muovono al riso, ma sempre velato di garbata malinconia. Il suo è un saper guardare o meglio “zappare con le parole” come egli afferma. “L’orto è per me l’emblema della scrittura e della poesia”. Piante che hanno pensieri, affetti, dolori. Lezione che viene da lontano, ad esempio, dal poema in lingua napoletana “Le piante pensanti” di Francesco Antonio Nunziante, (1823) che rifacendosi a Esopo e al suo “morale sapere”, “aspirava e bramava” per sé di esporlo attraverso i “vegetanti”. O come dai versi di Nico Orengo, Toti Scialoja, Vito Riviello. Un genere di poesia, sottilmente ironica, che oggi non trova molti estimatori, confuso e soffocato dalle banalità (anche pecorecce) di comici massmediali. La lirica scelta, “Un sorriso” è letta dallo stesso autore nel succitato video rai. (www.expo.rai.it) 

Un sorriso

-E’ tutto falso – mormora la lattuga,

facendo l’occhiolino al cavolfiore

che, sornione, finge di non capire,

 

ma quello che soprattutto le ruga

resta l’indifferenza nell’ardore

di chi non ha il cuore per lenire

 

con un sorriso una parolina,

una sofferenza, anche piccina …

Mario Rondi

da “Ortolandia”, Genesi, Torino 2010 

Da notare l’uso di terzine (prime due strofe) e di un distico (strofa finale) a rima da schema classico: ABC ABC DD con un’assonanza e una rima al mezzo: cavolfiore/ sornione (vv.2/3) e ardore/ cuore (vv. 5/6). Il metro: l’elegante endecasillabi. Solo undici versi che richiamano l’armonica sostanzialità del sonetto. Poesia godibilmente leggibile. Appare originalmente pregnante l’impiego di “ruga” (verso 4). Il termine, di provenienza tosco-laziale, ha dato origine al nome di Rugantino, nota maschera romana, che bonario spaccone, seppure innocente, sceglie di morire per meritare l’amore della sua donna e la stima degli uomini. Una lezione che non viene colta dal “cavolfiore” che non riesce neppure “con un sorriso una parola” a lenire la sofferenza dell’amorevole “lattuga”.

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Mario Rondi è anche autore di racconti e fiabe. Tra i libri di poesia: “Il vento dei saturni” con introduzione di Maurizio Cucchi (1996), “Il mondo alla rovescia” pref. di Tomaso Kemeny (1999), “Sarabanda” pref. di Vincenzo Guarracino, (2001), “Cabaret” pref. di Sandro Gros-Pietro (2014).  

Quel giorno del ‘93 di Maria Luisa Spaziani a Cava

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da sx Donadio, Spaziani, Vice console greco, Foscari. Biblioteca Comunale di Cava, 8 aprile 1993

E’ morta Maria Luisa Spaziani, ultimo grande poeta del novecento. Non solo cara amica di Montale, conobbe e frequentò i più grandi intellettuali europei. Persino Picasso: in casa sua, dove ebbi il piacere di essere ospite, tra pile di libri sparsi dappertutto anche sul pavimento, faceva bella mostra un ritratto che il grande maestro le aveva fatto negli anni ‘50. Ascoltarla era per me come sfogliare un prezioso manuale di storia della letteratura. La nostra generazione di poeti deve tantissimo ai suoi consigli, ai suoi incoraggiamenti, alle lezioni di poetica presso il ”Centro Internazionale di Poesia Eugenio Montale” di Roma da lei fondato alla morte del poeta e diretto fino ad alcuni anni fa. Fu lei che con convinzione nei primi anni ottanta, di me, tra l’altro, scrisse: “Donadio nel panorama un po’ generico della nuova poesia é una sicura promessa”. Alla Spaziani è legato anche un ricordo che ha al centro la nostra città. Era la primavera del 1993 e il poeta -guai a chiamarla poetessa !- venne a Cava a presentare un mio libro in versi “Per le terre di Grecia”. Memorabile serata, non solo per me, ma anche per i moltissimi che affollarono la sala della Biblioteca Comunale.

Spaziani e Donadio al Centro Montale di Roma 1992

Spaziani e Donadio al Centro Montale di Roma 1992

Ricordo che quando comunicai la cosa al prof. Pino Foscari, il docente universitario era a quel tempo assessore alla cultura, stentò a crederci: “La Spaziani viene qua a Cava?” mi chiese con mal celata meraviglia. Non solo si soffermò lungamente sul mio libro, ma tenne anche una lectio magistralis sulle “donne in poesia” . Si mostrò entusiasta dei portici, specie del borgo Sciacciaventi; davanti alla “Chiesa di Mamma Lucia” ascoltò, interessatissima quanto le raccontai sulle eroiche vicende della nostra concittadina. La serata si concluse a “Vill’Italia”. Elegante ristorante di quegli anni dove oggi, ahimè, troneggia un anonimo supermercato. Ancor più di se stessa, durante la cena, parlò molto di Montale recitandone, a memoria, la nota lirica ”L’anguilla”. Mi promise che sarebbe ritornata: ” Cava è una cittadina molto bella, un gioiellino”. Cosa che però non avvenne. In tutti questi anni ho avuto il piacere d’incontrarla ancora tante volte; per una reading delle mie liriche, al Centro Montale di Roma, ci fu la pubblicazione di una plaquette con opera litografica di Alfonso Vitale. Tanti i ricordi che ho di lei, anche di particolari come quando, a sorpresa, si andò a cena in un ristorante cinese nei pressi della sua abitazione romana. Le tenni segreto che non amo per nulla la cucina cinese. Il monile portafortuna, un elefantino, regalo del proprietario del ristorante, è anch’esso lì tra i miei ricordi come silenzioso testimone di qualcosa d’irripetibile. Ciao poeta Maria Luisa.

“Per la morte di mio padre” una struggente lirica di Emanuele Occhipinti

Emanuele Occhipinti, nato nella splendida Ragusa, è da considerarsi un cavese doc: vive nella città metelliana dal 1974 con un passato da docente di lettere e un eterno presente da poeta.

Per la morte di mio padre

Quando mi fu detto
all’improvviso mi feci
come un filo d’erba
staccato dalla sua radice.
Poi venni senza fretta
stranamente
e ti conobbi per la prima volta
immobile.
Subito non piansi,
ma corsi con la mente
nella tua memoria
nella mia memoria
negli angoli banali
nell’insignificante,
e vi portai la fiamma di una vita.
Sulle tue labbra smunte
l’impercettibile sorriso,
che ignoravo,
pareva che dicesse:
”Scusate del disturbo,
ho finito:
me ne vado”.

Emanuele Occhipinti

da Come un filo d’erba, Demetrio Cuzzola Editore, Salerno, 1982

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Quando tanti anni fa Emanuele Occhipinti mi chiese quale delle sue poesie preferissi, non ebbi dubbi e gli indicai una scelta che oggi riconfermo. Non potrei dire che “Per la morte di mio padre” sia la più bella o anche la più riuscita, ma è quella in cui “si sente vibrare” all’unisono l’uomo e il poeta, indistintamente; dove non c’è spazio né per retorica né per letterarietà (entrambe uccidono il vero poeta); dove i versi emettono flebili e al tempo stesso icastici respiri a demarcare il triste tema dell’estremo doloroso addio. Si legga attentamente questa struggente lirica che credo meriterebbe degnamente di figurare nell’antologie scolastiche: trasuda la mediterraneità palpitante e vigorosa della gente del Sud (non lontana da atmosfere sinisgalliane). “Quando mi fu detto” è lo splendido incipit. Il poeta non chiarisce né tempi né luoghi della ferale notizia: cosa importerebbe chi fu a informarlo della morte del padre e dove fosse in quel momento? Quell’indefinito colpisce violentemente come pietra scagliata “ all’improvviso” e non lascia scampo. E’ accaduto. Ed ecco che il poeta si fa filo d’erba. Non si sente “come” un filo d’erba, ma “si fa” ovvero diventa protagonista della sua vita ora che è “staccato dalla sua radice”. E’ un nascere nuovamente. Definitivamente. E solo ora: “ti conobbi per la prima volta” nell’immobilità ultima. Nella mente passano tanti momenti vissuti, i più banali, insignificanti, ma è ora, e soltanto ora, che acquistano, sorprendentemente, una luce di vita“ la fiamma di una vita” tesa a sconfiggere per sempre la morte. E’ il momento dell’addio: teneramente, discretamente, con “l’impercettibile sorriso,/ che ignoravo” il padre saluta “ ho finito/me ne vado” scusandosi del “disturbo” arrecato. Come da “Congedo del viaggiatore cerimonioso” caproniano.

Emanuele Occhipinti, Ragusa 1934. Ha pubblicato parecchi testi di poesie (ne possiedo solo alcuni: Come un filo d’erba, prefazione di Attilio Della Porta, disegni di A.S. D’Aragona, Demetrio Cuzzola Editore, Salerno, 1982;Fili invisibili Alba Editrice Salerno. 1984; Creature, Loffredo Editore, 1988; Fili invisibili (Ristampa) Presentazione di Luigi Reina, Croce del Sud, 1992; Enandro e Callidia- Diaframma di un amore- Introduzione di Francesco D’Episcopo, Ripostes, 1994), saggi critici su Giuseppe Ungaretti, Pasquale Maffeo, … oltre a pubblicazioni storico-geografiche su Capri, Sorrento, Amalfi.

Una “SERA CAVESE” dei primi anni sessanta di Lucio Barone

E’ una sera del 1964. Al ridotto del Cinema Capitol (oggi rudere indecoroso) viene presentato un libro di poesie “Occhi neri” ed. “il castello” cava de’ tirreni, a firma Rajeta, pseudonimo di un giovane universitario, Lucio Barone. Era stato lui a invitarmi; sapeva del mio amore per la poesia e dei miei primi versi. Ci andai… e il libro è qui, mentre scrivo, fra le mie mani. Rajeta, scelta che rileva l’amore di Lucio per Raito e per Vietri sul mare, suo luogo di nascita, ma egli è stato, ed è ancora nell’amoroso ricordo di noi tutti, cittadino cavese. Lucio Barone ci ha lasciato troppo presto e bene hanno fatto i colleghi giornalisti a intitolare l’ Associazione Giornalisti Cava Costa d’Amalfi “Lucio Barone” .“Occhi neri, un ingenuo, delicato libricino che diventa preziosa testimonianza se non di un “poeta laureato”, ma di un coltivato amore puro e tenerissimo per la poesia. Specchio anche di un’epoca: la prefazione porta la firma di un altro giovane universitario nonché amico di Lucio, Tommaso Avagliano, futuro insegnante di materie letterarie e editore. Sono poesie semplici, acerbe e come tali non immuni da pecche, che però denunciano letture colte: in primis “ IlPorto Sepolto” di Giuseppe Ungaretti. Sarebbe un errore, quindi, da parte mia anche una seppur timida lettura critica: il mio vuole essere solo un pubblico grazie ad un giovanissimo, allora Lucio aveva solo 23 anni e frequentava la Facoltà di Scienze Politiche, per aver lasciato il segno di questo suo amore per la scrittura poetica. Di là da risultati o riconoscimenti. In verità Lucio Barone, nel 1977 pubblicherà un altro libro di poesia “Ritmi di paese” senza prefazione alcuna, ma impreziosito da disegni di Antonio Petti. Non so se ne abbia pubblicati altri. Questi sono gli unici che posseggo. Tra le poesie di “Occhi neri” ho scelto questa brevissima

SERA CAVESE

C’è pace
finalmente
in questo luogo
all’imbrunire,
pace per me
che vago con gli occhi
sulla distesa
di questa città
cinta di monti.

estate ‘63

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Eccola Cava dei primi anni ’60 in una sera d’estate che volge al termine. Durante il giorno, forse una domenica, vi è stata tanta gente “in piazza” come nostra inveterata abitudine e ora al tramonto (all’imbrunire) ritorna la pace e con essa la città ritrova una più genuina dimensione umana: è possibile allora lasciarsi andare a un più intimo sentire e regalarsi con lo sguardo (vago con gli occhi) lo spettacolo di quest’amata città, serenamente distesa, racchiusa come in uno scrigno (cinta di monti). Un bozzetto delicato, realistico e al tempo stesso intimista. Sera Cavese è un ricordare quegli anni, un tracciare un piccolo segmento, parziale e forse ingenuo, che contribuisce però ad annodare il lungo filo della memoria collettiva. La piccola, grande per noi, storia della nostra Cava. E’ anche questo il dovere di chi scrive e di chi ha scritto prima di noi e, mi auguro, di chi ancora vorrà scrivere.

Poemetti per Negrura, ultimo libro in versi di Arnaldo Ederle

Poemetti per Negrura di Arnaldo Ederle

In un’epoca di messaggi dai caratteri limitati e limitanti, Arnaldo Ederle coraggiosamente, sfrontatamente- come solo dei poeti- ci regala con questo suo ultimo lavoro, ben dieci poemetti. Sembrerebbe una mossa ardita, ed è invece mossa vincente. Tema, la Bellezza. Un libro caldo, palpitante di vita, di sole, di armonia: scritto da un autore veronese con tocco, sorprendentemente, da uomo mediterraneo (in alcuni versi si ritrovano atmosfere Sinisgalliane). Si racconta una storia d’amore. Lei, di pelle scura, raccontata, spiata, accarezzata, ma soprattutto scoperta, -o forse chissà persa e poi ritrovata in antiche ancestrali culture onnipresenti- nel suo grido di giovane donna. Il lettore assiste a un rito, un rito che solo la parola, fattasi poesia, può intendere. E il poeta è lì come antico aedo a testimoniare, parte, egli stesso, del tutto: la donna alla fine finirà decapitata¸ma è un catartico rito, un sacrificio di salvezza. Il mondo non è degno della Bellezza, di Negrura-Bellezza. Poemetti questi da forza teogonica laddove l’uomo, il creato intero, partecipa all’evento del farsi, del divenire verso un mondo sognato, dove:

Le stelle buone vedono tutto, ma
non possono muoversi, sono
incastrate nel cielo, punti fermi,
guardano, ogni tanto qualche lacrima
di stella sfregia l’aria cadendo
sulla terra. Più di così le stelle
non fanno, non possono.

Arnaldo Ederle

Da “ Poemetti per Negrura” CFR Edizioni, Piateda (SO) 2013

 

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Solo alcuni versi, dal poemetto “Fabula”. Versi dal respiro lirico. Laddove un’armonia circolare, data dal costante e sapiente uso dell’inarcature (ma/non possono; sono/ incastrate; lacrima/ di stella; cadendo/sulla terra; le stelle/ non fanno) ci regala l’immagine- sonora e visiva- di una danza di stelle. Sono le “stelle buone”. Proprio nel raccontarsi della e nella loro immobilità: (non possono muoversi) si scoprono -esse, emblema del creato – artefici di un ritmo vitale per noi umani, distratti e terribilmente privi di Bellezza. 

Arnaldo Ederle è nato a Verona nel 1936, dove vive. Poeta, narratore, critico e traduttore, ha insegnato Fonologia delle lingue romanze presso l’Istituto di Glottologia dell’Università di Padova in Verona. Corposa la sua bibliografia. In poesia, tra l’altro, ha pubblicato: Le pietre pelose ben osservate (Ferrari, 1965); Partitura (Guanda, 1981), Il fiore d’Ofelia, introd. di G. Raboni (Società di Poesia-Bertani, Milano, 1984), Varianti di stagione prefaz. di S. Verdino, (Empiria, Roma 2005), Stravagante è il tempo (Empiriria Roma, 2009). Molti i riconoscimenti e i premi. E’ stato tradotto in spagnolo, inglese, olandese.