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CAVA DE’ TIRRENI (SA). Le emozioni adolescenziali e la conquista dell’autostima alla premiazione del Concorso scolastico “Le parole sono ponti”, dedicato a Betty Sabatino

Le piccole grandi domande sui cambiamenti nella vita quotidiana (i primi servizi fuori casa da solo…) e nelle relazioni sociali, comprese le prime uscite con gli amici, i dubbi e le incertezze sull’effettiva capacità di affrontare la vita nuova… (Sto diventando grande, prosa di Francesco Criscuolo – IV Circolo – Santa Lucia – Classe V A).

La paura di rompersi in questa fase della vita piena di nuove sensazioni, quando i desideri avanzano e i pensieri inseguono, ma, nonostante il brivido di freddo, le stelle polari rimangono la bellezza e l’innocenza. E nella loro cristallina sinteticità brillano i versi come raggi di piccole stelle… (Un brivido di freddo, poesia di Ludovica Memoli – I.C. “Carducci –Trezza” – classe II D)

La crisi morale e culturale di un giovanissimo soldato, cresciuto ed educato nel culto della guerra e della gloria, che durante il battesimo del fuoco, affrontato comunque con senso del dovere, da una parte scopre le mistificazioni propagandistiche a cui è stato sottoposto, dall’altra, pur a costo della vita, facendo appello alle sue radici, esalta la dignità umana nel momento di una scelta estrema. Il tutto in un racconto in stile “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, elaborato con la nettezza e l’incisività di un talento già in fase di avanzata maturazione. (Avanti, Savoia!, di Alfonso Maria Di Somma – Liceo Classico “Marco Galdi” – classe IV B).

Sono questi i contenuti, stimolanti già a prima vista, dei testi vincitori nelle tre sezioni del sesto Concorso Scolastico “Le parole sono ponti”, organizzato dal Comune di Cava de’ Tirreni in memoria della carissima professoressa Elisabetta Sabatino, troppo presto volata via, grande maestra di dialogo, umanità e saggezza, fantasiosa innovatrice didattica.

La cerimonia di premiazione, condotta dallo scrivente, è stata effettuata a Palazzo di Città venerdì 8 marzo, come sempre in occasione della Giornata della Donna, con la presenza e gli interventi, oltre che dei familiari stretti e di tanti studenti, docenti, amici e parenti, del Sindaco Vincenzo Servalli, dell’Assessore alla Pubblica Istruzione Armando Lamberti, della Presidente del Consiglio Comunale Lorena Iuliano. Ad illuminare la lettura le voci calde, duttili e convincenti di Giuliana Carbone e Manuela Pannullo, targate Arte Tempra, giovani ma già consumati animali di scena.

A conservare la memoria della giornata, come sempre la pubblicazione di un allegro opuscolo, curato graficamente da Gaetano Guida, contenente i testi premiati. La scelta dei vincitori, il cui elenco è allegato in appendice all’articolo, è stata operata da una giuria formata da Paola Sabatino, Barbara Sabatino, Gabriella Liberti, dalla Dirigente dell’ IIS “Filangieri” Raffaella Luciano e dallo scrivente, Franco Bruno Vitolo.

Le opere vincitrici sono solo la punta dell’iceberg di una serie di spunti e di riflessioni provenienti dai numerosissimi lavori presentati per l’occasione ed incentrati sui temi delicatissimi dell’autostima, della gestione di emozioni, sentimenti e paure nella fase cruciale della crescita adolescenziale e della comunicazione che l’accompagna. È su queste basi che si costruiscono i ponti con se stessi e tra se stessi e il mondo, anche se troppe volte si finisce con l’ergere muri sconfortanti di solitudine, depressione o incomunicabilità.

Sono venute fuori vere e proprie lezioni di vita, che assumevano sempre più colore e calore al pensiero che sono nate in quel luogo-ponte per eccellenza che è la scuola, magari in quei momenti in cui più si abbassano le frontiere del ruolo tra insegnanti ed alunni e più si sentono le voci della persona che è in loro ed in ognuno di noi. Sono i momenti che Elisabetta Sabatino amava di più, per arricchire ed arricchirsi in un intenso reciproco afflato.

Non solo lezioni e riflessioni generali, però, ha offerto la cerimonia della premiazione, ma anche significative finestre sulle questioni nodali che caratterizzano la vita intima e sociale degli adolescenti, che, come hanno sottolineato alcune delle opere premiate, è per certi versi un mondo a parte, di difficile interpretazione da parte del mondo degli adulti, già spesso peccatori per scarsa empatia. Ed è anche il ponte tra le coccole rassicuranti del porto e il fascinoso ma rischioso veleggiare nell’oceano, in cui si cerca di rimanere aggrappati ai bambini che si era in precedenza. Alla fine però la stella polare rimane pur sempre la voglia di conoscersi, la trepidante speranza di riuscire a completare il volo verso se stessi e manifestarlo al mondo e al proprio io, pur con tutto il mistero che questo comporta,

A lasciare la scia più forte sono stati come sempre soprattutto quei momenti speciali di emozione “che non ha voce”, che esplodevano ogni volta che si rievocavano la figura di Betty e la sua calda percezione della vita. Hanno raggiunto l’acme nella fase di apertura, con un video esaustivo, coinvolgente ed emozionante creato da Anna Paola De Luca, seguito dalla lettura di una poesia di Enrico Mosca, e nel finale, quando a semicerchio, come in una dolce preghiera del cuore, come sempre si è letto un testo che evoca la sua figura.

Al termine, un emozionato arrivederci, con la speranza che la giornata sia stata, come voleva essere, soprattutto un ponte verso il futuro. È tanto triste che Betty se ne sia andata tanto presto e non ci sia più, ma è anche tanto bello che comunque ci sia stata e ci sia ancora. Ci vogliono pur sempre gambe e cuori per far camminare le sue parole… e costruire ponti.


Ed ecco l’elenco dei premiati di quest’anno.

Sezione “Scuola Primaria”: 1) Francesco Criscuolo (IV Circolo – Santa Lucia); 2) Tommaso Francesco Di Domenico (Scuola Opera Pia “Di Mauro”); 3) Rosalba Celentano (II Circolo – Via Balzico) – Segnalazioni di merito: 3) Mattia Andretta (IC Carducci Trezza – San Lorenzo) – Lucia Vitale (IV Circolo – Santa Lucia); Valentina Mancusi (II Circolo – Via Balzico); Anna Siani (IV Circolo – Epitaffio) – Vittoria Giordano (IV Circolo – Epitaffio)- Martina Mollo (II Circolo – Via Balzico). 

Sezione “Scuole Medie”: 1) Ludovica Memoli (ICCarducci Trezza – classe III H); 2) Benedetta Mazzotta (Scuola “Balzico”, Santa Lucia – classe III M); 3) Sophie D’Amato (IC Giovanni XXIII – classe II F) – Segnalazioni di merito: Michela Di Martino (IC Giovanni XXIII – classe III H); Roberta Siani e Marika Siani (SM “Balzico” – classe I B); Paola Santoriello (ICCarducci Trezza – classe II D), Francesco Stanzione (ICCarducci Trezza – classe III C); Ginevra Karol Ferrara (SM “Balzico” – classe III B),

Anna Di Marino, Benedetta Ferrara, Arianna Esposito (Scuola “Balzico”, Santa Lucia – classe I N).

Sezione “Scuole Superiori”: 1) Alfonso Maria Di Somma (Liceo Classico “Marco Galdi” – classe IV B); 2) Franziska Dura (Liceo Classico “Marco Galdi” – classe III B); 3) Beatrice Avallone (Liceo Linguistico “De Filippis” – classe II BL); – Segnalazioni di merito:Marianna Cannavacciuolo (Liceo Classico “Marco Galdi” – classe IV B); Daisy Michelle Giulia Pisapia (Liceo Linguistico“De Filippis” – classe II BL); Anna Paola De Luca (Liceo Scientifico “A.Genoino” – classe III E), Rita Spinelli (IIS “Filangieri” – classe IV D); Anna De Sanctis e Giulia Senatore (Liceo Linguistico“De Filippis” – classe I A L).

Salerno-Accumoli. Casa della Cultura nella terremotata Accumoli: iniziati i lavori!

Esulta il Maric, promotore dell’iniziativa. Il Presidente Vavuso: “Sarà la primavera di un territorio”.


È un’emozione grandissima. Da settembre 2016 abbiamo cominciato a sperare nella realizzazione di qualcosa che potesse darci la possibilità di stare un’altra volta insieme. L’arancione dei bandini è oggi il colore più bello del modo.” Queste parole di Michelangelo Cirmi, presidente dell’Associazione Illica Onlus, arrivano dirette al cuore perché esprimono l’emozione e la commozione della comunità di Illica, frazione di Accumoli, devastata dal terremoto dell’agosto 2106. Sono infatti arrivate le prime ruspe, che hanno cominciato a preparare il terreno per la Casa della Cultura, primo passo della ricostruzione e della nuova vita della comunità dopo tante sofferenze. In qualche settimana, prepareranno la platea di cemento sulla quale sarà collocato l’edificio con tutte le strutture necessarie. Il taglio del nastro è previsto nel corso della prossima primavera. 

Promotore di  questo evento, il MARIC (Movimento Artistico per il Recupero delle Identità Culturali), gruppo di creativi dell’Arte, della Letteratura, dell’Immagine e della Musica, nato a Salerno e guidato da Vincenzo Vavuso, noto artista salernitano nonché sottufficiale dell’Esercito italiano. Dall’autunno del 2016 ha lanciato una raccolta di fondi per Accumoli con l’ obiettivo di donare ad una comunità dispersa, un luogo di incontro e di speranza per ricostruire, oltre alle case, una identità che viene da lontano.

Grazie anche e soprattutto all’incrollabile tenacia di Vincenzo Vavuso, leader del movimento, il Maric sta raccogliendo fondi attraverso iniziative culturali e artistiche di vario genere ed ora è allo sprint finale per tagliare il traguardo.

Nel cammino ha avuto sostegni importanti, non solo da singole persone, ma anche da enti o aziende che hanno offerto un contributo fondamentale. A loro va il sincero e profondissimo ringraziamento del Presidente e dei componenti del Movimento. In primo luogo la Ditta Industrial Starter, che ha offerto una somma considerevole. Infatti dopo vari incontri tra Vavuso e i responsabili dell’azienda, si è convenuto sull’erogazione di fondi da utilizzare per la nobile causa: proventi ricevuti in beneficenza dai dipendenti della stessa azienda. Si sono poi accodate l’Associazione Onlus di Illica, anch’essa con un importante contributo economico a sostegno del progetto, la Regione Lazio, che sta provvedendo alla platea, l’Azienda Arti Grafiche Boccia di Salerno, sempre vicina in tutti i modi all’iniziativa, così come l’US Salernitana 1919, e tanti altri ancora, che sarebbe troppo lungo elencare e ai quali va il pensiero riconoscente del MARIC.

Una volta completata l’opera, il Movimento continuerà ad alimentarla attraverso un filo diretto di scambi, di partecipazione e di eventi, che sanciranno negli anni questo bel gemellaggio amico che si è instaurato tra il Gruppo artistico e la comunità di Accumoli in generale e di Illica in particolare.

Il primo gesto che compirò, sarà collocare nella casa della Cultura quella scarpetta che trovai tra le macerie proprio ad Illica. Quella scarpetta era il simbolo di anni e vite tarpate nel fiore. Mi auguro che presto diventi il simbolo e il fiore di speranze recuperate e della rinascita di un intero territorio.” Parole emozionate ed emozionanti, pronunciate dal Presidente Vavuso con gli occhi liquidi e con una scarica di battiti del suo cuore panzer.

Parole che facciamo nostre, con tutto lo slancio possibile.

E che nasca veramente un fiore tra le spine… e dai semi dell’ombra fiorisca finalmente la luce …

Hope-Fame di vita all’ex Seminario: sulla scena le crisi del mondo moderno targate Arcoscenico

E per il cartellone congiunto a Mimmo Venditti e Luigi Sinacori sarà dato il Premio “Ponte Giovane”.


CAVA DE’ TIRRENI (SA).  Adesso partiamo …

E sono partiti veramente. Sulla scena, i migranti sui barconi, nel viaggio della speranza e della disperazione.

Nella vita, i giovani emergenti e rampanti della Compagnia Arcoscenico, fondata e diretta da Luigi Sinacori, che dopo una decina di spettacoli a sketch o comico-farseschi con vaghe venature storiche o sociali, hanno fatto il grande salto verso un teatro d’impegno civile, di ricerca esistenziale, di linguaggio letterario, con tocchi di realtà misti a momenti surreali o metaforici. E, con un titolo fortemente evocativo, è nato Hope, fame di vita, il secondo spettacolo della Compagnia nel cartellone congiunto 2018-19 con Il Piccolo Teatro al Borgo di Mimmo Venditti, in scena nella sala dell’ex Seminario in Piazza Duomo a Cava de’ Tirreni.

Il terzo, un memoriale del volto comico della compagnia, è previsto per il 16 e il 17 febbraio.

Hopeè un atto unico diviso in tre quadri distinti, nel tempo e/ nello spazio, ma uniti appunto alla tematica del dramma sociali ed esistenziali che affliggono la nostra epoca e che, più in generale, tormentano l’uomo dal momento in cui ha preso coscienza del suo essere.

Il primo quadro, Adesso partiamo, con testo di Mariano Mastuccino, si richiama al dramma dei migranti e dei barconi che affondano. È il quadro più spettacolare e immediato, sia per la coralità della rappresentazione scenica, fatta di movimenti a tutta scena, giochi di luci e chiaroscuri, accordi di chitarra (di Lorenzo Cammarano) e passi di danza (di Laura Cammarota) ben inseriti nell’insieme, alternanza delle battute, concitate e a periodi brevi ed incisivi, tra tutti gli attori della compagnia: Luigi Sinacori, Mariano Mastuccino, Gianluca Pisapia, Licia Castellano, Francesca Cretella, Federico Santucci, Luigi Sinacori, Maria Fiungo.

Il contenuto è coinvolgente e attuale. Canta la disperazione della fuga da tante nuvole di fumo, da bombe già sganciate, da quelle che cadranno. Dalla guerra. Quale guerra? Non certo di chi parte, perché chi parte la subisce, non la fa. Meglio salire su un barcone, anche se inscatolati come sardine. Vanno via dalla guerra, verso l’Italia, dove non c’è la guerra. Ma la guerra ha tante forme, non solo quella delle armi. La guerra è dappertutto….

Il pezzo è stato scritto sette anni fa, quando ancora era facile approdare sulle nostre coste, quando però la Chiesa non aveva ancora goduto delle aperture attive di papa Francesco. Cosa avrebbe il nostro autore messo sulla bocca dei partenti oggi?

Una cosa non è cambiata: il disagio, il naufragio, la morte in mare, la morte in gruppo. Ed il lento cammino verso la sepoltura nelle onde, grazie sia alla regia di Luigi Sinacori sia alla recitazione, raggiunge momenti di partecipata emozione, ottenendo l’effetto magico tipico del teatro della dislocazione fantastica, perché su quelle onde, sotto quelle onde ci finiscono tutti: personaggi, attori, pubblico…e purtroppo anche la realtà della nostra tormentata società…

Per la stessa magia, nel secondo quadro, Vagone di emergenza, il teatro esce fuori dalla storia e ci proietta in una dimensione in cui l’esistenza è quasi border line. Sono tre emarginati o sono semplicemente tre esseri umani quei tre personaggi chiusi in un metaforico vagone ferroviario: un rifugio obbligato, una pausa di attesa oppure, come è più probabile, una ragnatela di disagio esistenziale e di stralunato amore per la vita rispetto ad una vita che proprio non li ama? Parlano quasi a vuoto, come se stessero in una bolla di non senso esistenziale. Eppure il loro cuore è pieno: di dolore, di smarrimento, dell’attesa di uscire fuori… ma per andare dove?

Si farebbe male a storicizzare questa situazione. Si rende un maggiore omaggio al testo se vi si sentono gli echi del teatro dell’assurdo di stampo esistenziale, percependovi la beckettiana attesa di un Godot, o anche la chiara citazione della santanelliana Uscita di emergenza, quel modernissimo Santanelli controcorrente, quasi mai rappresentato a Cava, l’ultima volta proprio da Venditti, una ventina di anni fa (L’isola di Sancho).

Nel quadro sinacoriano i due protagonisti si consumano inquieti in quel vagone che costituisce la loro prigione ma anche il loro utero di protezione, presi da una smania di uscire, che però non li porta mai oltre la soglia di quello sbarramento ferroso e freddo.

Sono avvolti da un silenzio totale. Anzi, da tanti silenzi, tali da fare nel cuore un rumore che non permette nemmeno di dormire. O forse uno di loro tutt’al più chiude gli occhi… per pregare… anzi pregare di non aprire più gli occhi la prossima volta che li avrebbe chiusi. Tra i primi due si crea una elettrica dialettica: perché dei due uno cerca di dormire e pregare veramente, vuole sentirsi vivo, ascolta con piacere anche il silenzio rotto dal fruscio del vento, considera bello sognare, insomma vuole conservare l’illusione di sentirsi vivo. L’altro non sente queste scosse, si considera l’ombra di se stesso, ma alla fine si lascerà prendere anche lui dalla fame di vita… e gusterà l’antipasto della speranza. Il terzo uomo, che si trova in una carrozza adiacente, è cieco dalla nascita e vive in una buia solitudine, ma si consola pensando che non gli può mancare ciò che non conosce e che anche una voce che gli parla può dargli un pizzico di luce. Anche lui, pur nello smarrimento, ha fame e mastica quello che può…

Bisogna fare decisamente i complimenti per questo pezzo, ambizioso e di buon eito, sia per la scrittura, in un misurato bilico tra ombre e luci, tra realtà e metafora, che va ben al di là del sentire giovane di un men che trentenne come Sinacori, sia per l’ambientazione, scarna ed evocativa, sia per la recitazione mai oltre le righe dello stesso Sinacori, di Mariano Mastuccino e Gianluca Pisapia.

Per la qualità del pezzo e lo spirito di pur nebulosa speranza che lo pervade, avrebbe potuto essere questo il quadro conclusivo dell’opera, che invece si chiude con Specchioriflessa, di Mariano Mastuccino, una multimetafora a più piani e più spazi e più personaggi: frammenti sparsi di quello strano puzzle che è la dimensione umana. All’interno di una stanza anonima che potrebbe essere un bar si confrontano con dialoghi ora realistici ora stralunati, Silvia e Giulia, la prima “finalmente intollerante”, in lamentoso brontolio contro tutto e tutti: in fondo, però, è un’insoddisfatta del matrimonio, del sesso, e forse anche della sua salute malferma. Più vitale, Giulia va alla ricerca di ciò che è bello, o almeno tale le appare, come un giro di turisti sulla ruota o il cane dell’amica Marta che raccoglie briciole sotto il tavolo. Un altro avventore, Giulio, fino a quel momento silenzioso, si scatena in un monologo sul naufragio di una zattera, che rappresenta il naufragio di un’intera società dove la paura e il bisogno finiscono con l’incattivire gli animi e fare dell’uomo un lupo contro l’uomo. Quasi di rimando, la scena si chiude con uno scontro anche fisico tra Silvia e Giulia, con Silvia che accusa Giulia di prendersi gioco di lei. Uno scenario doloroso, che richiama il naufragio dei migranti del primo quadro.

Nello scorrerei tre quadri, il vertice dell’energia, paradossalmente, viene dato dalla dialettica dei tre emarginati nel vagone di emergenza. Come a dire, se nella cantina non splende il sole, siamo pur sempre capaci di dipingerlo… È la fame, signori. La fame della speranza, l’ultima dea, la vera alternativa alla paura. La paura ci fa prigionieri, la speranza ci apre la finestra della libertà.

E speranza sia anche quella che viene sia dalla Compagnia Arcoscenico, per la quale l’emergenza significa voglia e possibilità di emergere, sia dal ponte col quale ha stabilito per la stagione un canale direttissimo di collaborazione insieme con i veterani del Piccolo Teatro al Borgo: cartellone unico, cinque spettacoli a testa, sala comune, condivisione delle fasi organizzative, scambio di esperienza e di amicizia. Questo ponte è stato molto apprezzato in Città dalle persone di buona volontà e opportunamente ha ricevuto anche un magnifico riconoscimento ufficiale. Il 15 marzo, nella Sala d’Onore di Palazzo di Città, al termine di un convegno con personalità di livello nazionale come Don Enzo Fortunato e il giornalista Borrometi, MimmoVenditti e Luigi Sinacori, e di rimando i due gruppi che rappresentano, riceveranno dall’Associazione Giornalisti “Lucio Barone” il premio ComunICARE – Ponte giovane, destinato in coppia a figure di prestigio della seconda e terza età che promuovano iniziative di qualità con giovani emergenti. Lo scorso anno il premio è stato dato a Federico Buffa (tanto nomine…) con Elena Catozzi, coautori insieme del libro Rizzoli sulla vita di Mohamed-Ali, alias Cassius Clay.

E che questo Ponte e questo Premio siano un vero viatico nel cammino verso le colline dei sogni. Intanto, cin cin e… applausi! Anzi, possibilmente … bis!

Meditazioni ed emozioni ne “La settima Arte – Il senso della vita nel cinema e nel teatro”

E dal 17 al 19 febbraio gran finale della Rassegna Teatrale di Arte Tempra con il Musical “Gran Caffè ‘900”


CAVA DE’ TIRRENI (SA).  Portare sulla scena teatrale una meditazione sulla vita dell’uomo e sul senso che ha o che le si può dare. Riflettere sul cammino alla nascita alla morte e sulle emozioni chiave che lo punteggiano: l’Amore in primo luogo, e poi il Tempo e l’uso che se ne fa, e le Paure che ci accompagnano e tanto spesso ci bloccano. Una sfida di quelle che fanno tremare le vene e i polsi, di quelle che piacciono ai tipi “tosti”, che, nonostante le insidie del caso, pur non nascondendosi la paura, non hanno nemmeno paura di aver coraggio. E tipo tosto Renata Fusco non sappiamo se lo nacque, ma certamente lo è, anche grazie al supporto che le viene a vari livelli da Mamma Clara Santacroce, che con lei fa vivere da anni la magnifica Compagnia dell’Arte Tempra.

Per dare senso alla sua voglia di riflettere sul senso, la Fusco ha ricercato, ha scartabellato, ha visionato testi, musiche, film, opere teatrali, e nel giro di poche settimane ha assemblato, integrato, costruito, provato e messo in scena.

È nato così, ed è andato in scena all’Auditorium De Filippis di Cava de’ Tirreni il 20 e il 21 gennaio scorsi, “La settima Arte – Il senso della vita tra cinema e teatro”, senza dubbio uno dei più complessi e difficili spettacoli nella storia del Gruppo e del suo annuale e prestigioso “Autunno cavese”. È anche uno dei più suggestivi, a cominciare dalla scenografia, fondata su sei cilindri telati e trasparenti che prendono luce da una fonte in alto. Da qui, in uno scenario “spaziale” e con tute “spaziali”, accompagnati da note misteriose e suggestive, con giochi di luce che sembrano provenire dall’oltre, escono lentissimamente gli attori e si collocano sulla scena. Da dove vengono? Qual è il “prequel”? Da un simbolico utero materno, da una culla spaziale in stile 2001 Odissea nello spazio ultima scena, dal mistero del nulla? E perché il primo approccio è il pianto? proprio per il primo respiro o anche per aver abbandonato l’edenica comodità o forse, come suggeriscono Lucrezio e Leopardi, per le difficoltà che dovremo affrontare?

Una voce fuori campo si pone queste domande, riprese e ampliate dalle prime parole degli attori, e il nostro immaginario grazie alla magia del teatro viene proiettato in una dimensione cosmica. A confronto del tutto, ci sentiamo tutti quanti Mr. Nemo Nobody, il mitico, cinematografico signor Nessuno, ultimo mortale in una Terra di Immortali. Chissà come e perché, sentiamo anche noi quel soffio d’angelo che ci ha immerso nel Lete della memoria al momento di nascere. E noi, come antichi bambini gettati ai confini del nulla, rimaniamo smarriti e incantati, di fronte al Tutto che ci circonda e che pure noi, nella nostra nullità, sentiamo di avere la forza e il privilegio di poter percepire e sfiorare. Un elastico infinito…

È cominciato così il nostro viaggio spaziale con la Settima Musa e la Settima Arte. In ideale empatia tra scena e platea, siamo stati accompagnati da sei magnifici “famelici attori” (Antonietta Calvanese, Gabriele Casale, Mario Fusco, Manuela Pannullo, Lella Zarrella, Gerardo Senatore), perfettamente affiatati, intensamente comunicativi, che hanno saputo coordinare alla grande la memoria, i movimenti, i legami fisici e spirituali che li univano come personaggi. Nello stesso tempo con misura e profondità sono rimasti se stessi come persone e ci hanno trasmesso l’impressione di essersi sentiti, anche loro come noi, bambini gettati ai confini del nulla, capaci di vedere il paradiso con le pupille dei bambini quando son bambini, di disperdersi di fronte all’incalzare del tempo, di sentire le vibrazioni dell’Amore, i brividi della paura e l’incanto del respiro stesso della vita. E poi con noi, e come noi, si sono avviati verso la conclusione ideale del cammino, che forse conclusione non è, perché, come Truman che nella sua fuga cinematografica varca la porta nera, è allora che forse comincia, o ricomincia il Grande Mistero.

Tante le tappe del viaggio spaziale in cui ci hanno portato i magnifici sette: Renata col suo pensiero e la sua scrittura di scena, e i sei famelici attori con la loro fisicità a ponte d’emozione.

Le prime tappe soprattutto, per le scottanti tematiche esistenziali e per la dinamicità con cui sono state toccate, ci hanno fatto volare con l’impatto tra finzione e realtà, tra magia musicale, evocazione delle immagini, meditazione delle parole.

Quando il bambino era bambino, risplendeva di una luce senza tempo…, trasformava un ruscello in un fiume… e si faceva le prime domande sulla misteriosa avventura che stava vivendo e le rivolgeva agli adulti, che gli ricordavano che era troppo bambino per avere queste risposte, ma in fondo essi stessi, noi stessi non è che siamo tanto capaci di darle, anche a noi stessi… Forse, se diventassimo bambini dopo essere già stati adulti, chissà. Ed ecco il richiamo allo strano caso di Benjamin Button, nato vecchio e morto bambino, come il Pipino di una famosa favola.

Meglio allora dare le istruzioni per l’uso della vita stessa. Pillole di saggezza… e di orgoglio.

Se non sei orgoglioso della tua vita, abbi la forza di ricominciare da zeroE…non permettere mai a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa, neanche a chi ti ama…Se hai un sogno tu lo devi proteggere… vai e vivilo! Bravo Will Smith a dire tali parole al suo bambino anche nei momenti più neri. In fondo è anche questa la ricerca della felicità.

Ma la felicità non è solo nelle grandi cose: giusto ricordare Cechov e il suo gabbiano. E ricordare anche che la felicità non è grattacieli da scalare, ma sfide da vincere mettendosi alla prova. Ed è fatta di emozioni in punta di piedi. In fondo, come traspare nella parte corale più bella dello spettacolo, la felicità è il dono stesso della vita, il miracolo che essa rappresenta, istante dopo istante. Bisogna solo avere il terzo occhio vederlo. Forse anche quell’occhio magico che il cinema ci sa trasmettere, come nelle pupille sgranate di Hugo Cabret nel capolavoro di Scorsese.

Queste percezioni ci coinvolgono tutti, come esseri umani. È la livella delle emozioni: amore, tempo, morte. Già, tutti noi desideriamo l’amore, vorremmo avere più tempo e temiamo la morte.

Il tempo è l’unica moneta che dopo spesa non ci può più essere restituita e che noi sprechiamo incoscientemente, dimenticando che non è breve la vita, ma il tempo della vita in cui viviamo veramente (bellissimo il richiamo atavico a Seneca). E il mistero della morte… e dei 21 grammi dell’anima che volano via….

Eppure è sempre è l’amore, indecifrabile mistero, il centro motore, una necessità vitale. Il viaggio termina quando gli innamorati si incontrano, diceva Shakespeare, ma la realtà è che noi rimaniamo comunque sbalorditi dal potere assoluto che ha l’amore di alterare e definire la nostra esistenza. Compiere il viaggio senza essersi innamorati profondamente è come non aver vissuto…

Meditazioni, filosofia… ma i nostri “famelici attori” ci ricordano che è anche poesia, perché la poesia siamo noi… e mentre lo dicono e ci fanno sentire poeti e loro stessi si sentono poeti, oltre la recitazione. Potenza beata del teatro.

Ma come si fa a parlare di poesia, di senso della vita, senza citare il meraviglioso Robin Williams e l’altrettanto meraviglioso Attimo fuggente, che ha segnato una generazione e ancora oggi, per chi lo vede, è una pagina di Vangelo del cuore? Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità, succhiando tutto il midollo della vita. Per non scoprire in punto di morte che non ero vissuto” Carpe Diem. Cogli l’attimo. Cogli la rosa quand’è il momento!

Eppure, ci sono giornate in cui quello che vediamo (o che proviamo noi stessi) è scioccante: il contatto col dolore fisico, con le ferite laceranti e invisibili che la malattia provoca nei pazienti e nei loro cari. Se non fossimo sconvolti, non saremmo umani.

Eppure, sembra quasi che noi esorcizziamo la morte, al punto da non parlarne, o da non affrontare il problema neppure nelle sedi adatte: ad esempio anche nelle lezioni di medicina. E qui la Settima Arte ci viene in soccorso, con l’evocazione molto opportuna di Patch Adams, della terapia del sorriso, del sempre meraviglioso Robin Williams con i suoi iperbolici giochi a naso rosso. Una piccola rivoluzione non per sconfiggere la morte, ma per raccogliere energie nella lotta familiare che si deve fare contro il suo spettro generato dalla malattia. Bello il monologo di Lella Zarrella, fascinosa mescolanza di fantasia e realtà, dato che la stessa Lella nel quotidiano è un “naso rosso”… Non c’era sipario, signori, c’era la vita…

E vita diventava anche la morte, se trattata con un po’ di empatia, dignità, decenza, magari anche con un po’ di umorismo, ma coscienti che il vero nemico non è la morte, ma l’indifferenza.

Può essere un nemico anche il futuro, che noi temiamo così, in astratto, e tante volte a scapito del presente. Non preoccuparti del futuro, oppure preoccupati ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un’equazione algebrica. Il presente è verità, è amore possibile, se lo usiamo per conoscere, se siamo capaci di restare con noi stessi.

E non è forse un nemico è anche la Paura? Non ci aiuta, ma ci frena! L’unica paura che ci è lecita e non dannosa è la paura di aver paura…

Quanto allora dipende da come noi stessi affrontiamo le cose, non tanto da come le cose si catapultano su di noi! Noi diventiamo quello che crediamo di essere…

Appelliamoci allora a noi, alle nostre capacità di lotta e di reazione. Ma… dove mettiamo la questione Dio? I “magnifici sette” non la tralasciano, ma la interfacciano in modo stimolante con la capacità dell’uomo di raddoppiare le stelle polari dell’esistenza: da una parte la luce da scoprire agostinianamente dentro di noi, dall’altra la necessità di sperare in una presenza che vada oltre la sua vita terrena. È un cammino affascinante per gli stimoli che comporta, ma nello stesso tempo doloroso perché tante volte Dio Lo chiamiamo e lo invochiamo, e se Egli non risponde pensiamo che non esiste. Ed è un’invocazione dolorosa, una partita a scacchi con la Fede. La fede è una cosa astratta, complessa… è una pena dolorosa,come amare qualcuno che è lì fuori al buio e che non si mostra mai.

Parola del dubbio, ma anche dello slancio d’infinito. Parole da quel capolavoro che “Il settimo sigillo” di Bergman, padre del pensiero anni ’50-‘60, magnificamente riesumato per l’occasione.

In questa summa incalzante di valori e di immagini si sono concentrati i due terzi dello spettacolo, che già di per sé era esaustiva di molte delle problematiche proposte ed entrate nel cuore. La seconda parte procede più dilatata sull’applicazione di queste tematiche. Ed ecco, tra l’altro, le grandi scelte della vita, materializzate ad esempio in Marylyn Monroe (Monster) Fame. Ecco il senso della libertà, che viene in parte storicizzato e socializzato attraverso scene de “Il miglio verde”, sulla pena di morte” e “Le ali della libertà”, sulla figura di Mandela, o attraverso il richiamo alla riabilitazione dei carcerati, dove ancora una volta sono state richiamate esperienze degli attori stessi.

E poi, il lungo volo finale, un volo di angeli gravitante intorno a “Il cielo sopra Berlino”, intriso di poetici giochi di fantasia sulla dialettica tra divino e terreno, tra l’essere immateriale e immortale come un angelo e vivere godimenti e patimenti e piaceri e dispiaceri in una vita materiale proiettata verso la morte, ma sempre in cerca di uno sguardo vero… sincero.

Oramai però il cammino verso l’epilogo-non epilogo è tracciato. È il cammino verso il buco della morte, il mistero di Dio e dell’Eternità, che ci suona dentro come una batteria rombante o un’elettrizzante chitarra elettrica, come i fremiti derivanti dai Pink Floyd di Shine. Come l’elettricità che sentiva nel giorno della sua morte il protagonista di American Beauty, quando nel momento decisivo in cui perdiamo tutto ciò che è vita finalmente ci accorgiamo che c’è tutta un’intera vita dietro ogni cosa. Ci accorgiamo che a volte c’è tanta bellezza nel mondo che non riusciamo a accettarla… e tante volte siamo stati ciechi di fronte ad essa. E di fronte all’idea della morte ci esplode dentro come non mai la Pace, quella Pace che oggi come non mai ha bisogno di essere cantata. È questo fremito di Vita, troppe volte tardivo, la vera Stairway into to Heaven, la strada delle stelle verso il Paradiso.

È il respiro dell’eternità, se accendiamo la luce dell’Amore. Solo allora il cuore si può riempire come un palloncino che sta per scoppiare. E così quando si chiude il sipario e si accendono le luci, la mente è ancora con la pila in mano per districarsi nel labirinto di tante idee, ma il cuore è effettivamente pieno come un palloncino. Facciamolo volare: la strada verso il “nostro” Paradiso ha ancora qualche semaforo verde …

Un’iniziativa da pionieri all’IIS Della Corte – Vanvitelli: gli studenti a scuola di Pace

CAVA DE’  TIRRENI (SA). Iniziativa originale, innovativo e formativa Dopo la positiva sperimentazione pionieristica all’IIS Filangieri nello scorso anno scolastico, la Scuola di Pace proposta dal Punto Pace Pax Christi coordinato da Antonio Armenante quest’anno si sta realizzando, con qualche variazione e interessanti finestre collettive, presso l’IIS Vanvitelli Della Corte, diretto da quel motore turbo che è la prof. Franca Masi.

L’iniziativa, mirante a stimolare nei giovani una cultura teorica e applicata di Pace che parta dalla vita quotidiana e si estenda a tutto il campo sociale si caratterizza già dalla denominazione: La ginestra, La pace comincia da me. Il titolofa riferimento alla famosa poesia pacifista di Giacomo Leopardi, il sottotitolo è la formula necessaria per far capire che la Pace è un cammino dall’io agli altri attraverso se stesso che coinvolge al massimo livello anche la vita quotidiana di ogni persona.

Finora sono stati già realizzati due appuntamenti specifici con la classe pilota dell’esperimento, la Seconda A EE, ed uno collettivo, aperto all’intero istituto e ad altre realtà scolastiche. Il primo è stato incentrato sull’io e sul tema Come trasformare la rabbia in una scelta di Pace con la specialista del Rebirthing Lorena Tari Benvenuti.

Rapporto col proprio corpo, liberazione della compressione attraverso il respiro, apertura di finestre sulla consapevolezza e la comunicazione delle proprie emozioni, coscienza del malessere e del possibile benessere… argomenti che hanno coinvolto profondamente i ragazzi, inducendoli a guardare il mondo da un’altra angolazione. Del resto, è proprio quello l’obiettivo primario dell’iniziativa, come evidenziato dalla chiave di apertura dell’incontro, quando il sottoscritto scrivente, coordinatore dei vari incontri, ha mostrato agli studenti una scena del bellissimo film “Mignon è partita”, in cui un conflitto tra due adolescenti viene risolto proprio dalla diversa angolazione con la quale uno dei due reagisce ad un provocatorio insulto: non rifiuto, ma apertura e mano tesa. Dato che di solito scene del genere finiscono “a mazzate”, la lezione è stata proprio costruttiva per i ragazzi….

Il secondo incontro, il 29 gennaio, basato sul tema dell’accoglienza all’altro, soprattutto allo straniero, è stato incentrato sulle testimonianze dirette di migranti arrivati sui barconi e oggi ospitati a Cava. Sono intervenute due ragazze nigeriane, ospitate all’arrivo presso il monastero dei Cappuccini ed oggi da una Comunità, che, anche attraverso la loro assistente Imma, hanno raccontato la dolorosa esperienza del viaggio nel deserto con la speranza di uno sbocco felice in Europale vessazioni subite nei campi di detenzione libici, il rifiuto della prospettiva di dover invece subire l’onta della prostituzione, l’arrivo avventuroso in Italia, la rinascita della speranza.

Dopo di loro, è stata la volta di un giovane egiziano, oggi sedicenne, ospitato in una comunità e allievo dell’IIS Filangieri, che all’età di dodici anni è arrivato da noi dopo una traversata lunghissima senza i familiari, con momenti e ricordi veramente da brividi: persone morte per i disagi, persone gettate a mare, spazio minimo a disposizione, esposizione a tutte le intemperie, carenza di viveri e di servizi…

Hanno lasciato un solco profondo, queste testimonianze. La vita reale è esplosa davanti agli occhi dei ragazzi… e speriamo che uno spicchio di fraternità alternativa ad alcuni atteggiamenti di disarmante disumanità che si sentono in giro.

Sempre in tema di accoglienza, il 23 gennaio c’è stato l’incontro collettivo in Aula Magna, che ha avuto due ospiti molto stimolanti. L’avvocato Fernando Castaldo D’Ursi ha spiegato i contenuti, le motivazioni, le contraddizioni e i rischi del Decreto Sicurezza, aprendo la mente su opportune riflessioni rispetto ad un argomento che sta dividendo il paese e scatenando accesissime polemiche. In particolare, i ragazzi sono rimasti colpiti dalle conseguenze possibili della chiusura dei centri, che finora accoglievano i rifugiati non politici, con rischio di disagi e di affiliamento alla criminalità organizzata per queste persone senza più riferimenti certi.

Emozioni da brivido, come sempre quando la si incontra, sono venute dall’incontro con Suor Rita Giaretta. Con l’impeto e la passione e la determinazione che la caratterizzano, ha raccontato la storia di Casa Rut, associazione di Caserta nata quando lei ed un gruppo di sorelle decisero di impegnarsi per la liberazione diquelle ragazze, quasi tutte africane, che, prostituite e schiavizzate, costellano le strade di quel territorio,, di notte e spesso anche di giorno. Una coraggiosa sfida contro le armi della malavita con la sola arma dell’amore e della solidarietà…

Nonostante i rischi, grazie sia all’opportuna collocazione della sede nel cuore di Caserta e non in periferia, sia al sostegno progressivamente ricevuto dalla popolazione e dalle forze di polizia e dalle istituzioni, la scommessa è stata vinta: in circa un ventennio sono state salvate oltre cinquecento ragazzee sono nati, all’interno di Casa Rut, cinquanta bambini! Casa Rut è diventata così il simbolo della solidarietà attiva, un luogo di salvezza e di speranza, la riscoperta di una femminilità liberata, una finestra aperta su un futuro che sembrava perduto.

A rendere ancora più avvincente la manifestazione (magnificamente orchestrata dalla prof. Giusy Del Prete, c’è stato il concerto del prestigiosogruppo musicale I figli del Vesuvio (IV Istituto Comprensivo di Nocera Inferiore), diretto dal Maestro Enrico Della Monica: una musica prevalentemente etnica che ha trascinato ed entusiasmato gli studenti e nello stesso tempo ha mostrato la ricchezza dell’offerta pluriculturale.

Dopo questa fioritura la scuola di Pace non si ferma. I prossimi incontri riguarderanno il perdono consapevole, la gestione dei conflitti, il rapporto tra giovani e Pace, con il grande Alex Zanotelli.

Insomma, una gran bella semina da pionieri verso una formazione che esalti il rispetto della dignità umana.

Di solito i pionieri finiscono con l’avere un seguito. Succederà anche nel caso della Scuola di Pace e di Scuole aperte come quelle che l’hanno accolta? Magari… Intanto, dopo la semina, aspetteremo insieme che venga primavera …

“L’albero dormiente”: il risveglio del mondo che è dentro di noi nel “magico” libro di Ester Andreola

Dalla dott. Maria Gabriella Alfano, presidente dell’Associazione “L’Iride”, riceviamo e volentieri pubblichiamo il resoconto della presentazione al Marte del libro “L’albero dormiente”, che in un intreccio di vicende fantastiche e allegorie raccoglie storie tramandate dalle passate generazioni, qui raccontate da una madre alla figlia addormentata, in un “magico” colloquio con se stessa e con colei che, amatissimo e giovanissimo “ramo del suo albero”, porterà nel futuro la sua identità.


CAVA DE’ TIRRENI (SA). Un pubblico attento, coinvolto e caloroso ha seguito la presentazione del libro L’albero dormiente di Ester Andreola, che si è svolta nella serata di venerdì 1 febbraio presso la Mediateca Marte di Cava de’ Tirreni.

L’incontro è stato organizzato dall’Associazione L’Iride nell’ambito delle iniziative di promozione degli autori del territorio.

Ester Andreola, pedagogista e attuale dirigente del Liceo artistico Menna Sabatini di Salerno, ha scritto una storia che si svolge in un’unica magica notte. Una madre parla alla figlia addormentata e le narra storie che le sono state tramandate dalle passate generazioni.

Il racconto è un intreccio di storie fantastiche e di allegorie, con importanti riferimenti alla centralità della madre terra, alla natura ed ai suoi elementi.

Con la sapiente conduzione del giornalista Paolo Romano hanno parlato del libro Maria Gabriella Alfano, presidente de L’Iride, Maria Olmina D’Arienzo, dirigente scolastica, ed Enzo Lauria, che ne ha curato le bellissime illustrazioni.

Un vivace e costruttivo confronto con l’Autrice, stimolato dalla professionalità del conduttore che ha saputo legare voci e temi, lasciandosi coinvolgere egli stesso nei temi affrontati.

Le fantastiche letture di Geltrude Barba e di Pietro Paolo Parisi del “Teatro Luca Barba” hanno immerso il pubblico nell’atmosfera magica del libro ed hanno stimolato la discussione sul testo.  

L’albero dormiente è la nostra coscienza, è ciò che abbiamo dentro e che non sempre riusciamo a portare in superficie. L’albero dormiente è l’indifferenza, è l’assuefazione verso ciò che accade intorno a noi.

L’albero dormiente sono il buio e la paura che spesso bloccano la nostra mente e ci impediscono di pensare.

A conclusione dell’incontro, l’Autrice ha evidenziato la sua grande emozione per i temi trattati e soprattutto per l’ascolto della performance dei due attori. Ha confessato, poi, di sentire molta nostalgia per la perdita di un mondo in cui tutto era perfetto. “Ora c’è un altro tempo” ha proseguito “dobbiamo risvegliare, lavorando ciascuno sulla propria coscienza, questo mondo che è dentro di noi e che dobbiamo ricostruire per dare un senso a ciò che facciamo”.

Al termine della serata è stato proiettato il videoclip creato dalla classe V E del Sabatini Menna, tutor le prof. Claudia Imbimbo e Giuseppina Parisi, che hanno animato le bellissime immagini del libro.

Un mercoledì bestiale con Fabio Concato al “De Filippis-Galdi”

Tante note di emozione e riflessione nell’incontro del cantante con gli studenti.


Dalla professoressa Rosanna Di Giaimo, docente del Liceo “De Filippis – Galdi” e membro del Consiglio Direttivo dell’Associazione Giornalisti “L. Barone”, riceviamo e volentieri pubblichiamo.

fabio-concato-liceo-de-filippis-cava-de-tirreni-febbraio-2019-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Un’atmosfera carica di curiosità e amarcord ha accolto, nell’Aula Magna del Liceo De Filippis Galdi di Cava de’ Tirreni, Fabio Concato, giunto nella città metelliana per due serate da sold out al pub Il Moro di Gaetano Lambiase, meta storica di grandi firme del panorama musicale e canoro contemporaneo. L’evento si inserisce nel più ampio progetto, elaborato dalla sezione musicale dell’Istituto, “Un incontro cambia la vita”, che vedrà, nei prossimi mesi, altre prestigiose presenze come Gegè Telesforo e Joe Barbieri. Già, perché “il confronto con i “grandi” può aiutare i giovani a rivolgersi alla buona musica – ha precisato la Dirigente scolastica professoressa Maria Alfano che, nel suo saluto iniziale, ha sollecitato gli allievi di tutti gli indirizzi del Liceo, accorsi numerosi all’appuntamento, a diffidare di tutta quella produzione di facile fruibilità che non trasmette passioni e valori”.

Accompagnato da Paolo e Glauco Di Sabatino, artisti con i quali ha avviato da tempo una feconda collaborazione, Fabio Concato ha risposto con puntualità e simpatia alle tante domande degli studenti.

Dal ruolo dell’arte nella società all’importanza dello studio per i ragazzi, dalla presenza di modelli comportamentali imperanti alla libertà delle proprie scelte. E poi curiosità sulla sua carriera, sul metodo di lavoro, sul suo rapporto con la Milano di Enzo Iannacci. Questi, alcuni passaggi della fitta conversazione durante la quale il cantautore si è raccontato agli alunni. “L’arte, in tutte le declinazioni, è determinante perché essa raggiunge il cervello passando prima per il cuore. Ascoltando i Led Zeppelin, Stevie Wonder e Chet Baker ho pianto. Arte è soprattutto emozione e se gli artisti guardano ai problemi sociali – è stato ricordato l’impegno del cantante per Telefono azzurro – e li riportano nelle proprie opere, sicuramente offrono qualcosa di prezioso all’umanità.”

Cantautore con deciso background jazzistico, Concato ha ricordato più volte la figura del padre Gigi, chitarrista e autore jazz, che lo ha avviato all’universo musicale. Non senza rammarico, ha rivelato di avere conosciuto poco i nonni paterni, cantanti lirici, che gli hanno lasciato, però, la preziosa eredità del talento. “La musica è dentro di noi e quando sentiamo la chiamata – ha spiegato – non dobbiamo mollare ma essere determinati e tenaci e dare espressione alla nostra inclinazione, nonostante sia difficile vivere di arte con il quotidiano che incalza.” Oggi, ancora di più per l’inquietante fenomeno della pirateria.

In merito ai punti di riferimento per chi voglia avviarsi alla canzone, pur ritenendo riduttivi i format televisivi dei talent show, ha dichiarato che, attualmente, “tante occasioni non esistono”.

L’iniziativa di questa mattina, che vede un grande artista in dialogo con i nostri ragazzi, – ha puntualizzato l’avvocato Lorena Iuliano, presidente del Consiglio comunale di Cava de’ Tirreni - va nella direzione già tracciata dall’amministrazione comunale – e la impreziosisce – che ha voluto in Città, e con i giovani, Roberto Vecchioni e Gaetano Curreri”.

Una mattinata intensa conclusasi con le note di Domenica bestiale, motivo che Fabio Concato avrà sicuramente incluso tra quelli che “non conoscono lo scorrere del tempo”.

Al Marte le leggi razziali e il Teatro Shoah: lo spettacolo della Cultura

E da febbraio comincia la mostra su Walt Disney.


CAVA DE’ TIRRENI (SA). Oltre tremila visitatori complessivi, di cui duemila studenti, spettacoli teatrali mattutini e serali di tre compagnie, tre dibattiti in tema (gestiti questi ultimi in collaborazione con la rivista Eastwest). Come nei momenti migliori, la Mediateca Marte si è confermata punto di riferimento fondamentale per la vita cittadina. E stavolta ha colto magnificamente nel segno, con l’iniziativa “L’esclusione del Diverso. Le leggi razziali a ottanta anni dopo”, che a partire da novembre e fino al 27 gennaio ha rappresentato una lunga e stimolante preparazione alla Giornata della Memoria.

Il cuore dell’evento è stato la mostra “A lezione di razzismo. Scuola e libri durante la persecuzione antisemita in Italia”, con tabelloni che partono dalla spiegazione di quella macchia nera che è stato il processo di esclusione degli Ebrei dalla vita sociale nazionale determinato dalle leggi razziali, anzi dalle leggi razziste del 1938. Poi, un viaggio originale, coinvolgente e per certi versi anche divertente tra i sussidiari, i quaderni, i fumetti, le iniziative sportive con cui si avviavano i ragazzi alla dimensione Balilla e al libro e moschetto fascista perfetto, le ragazze all’economia domestica, non disgiunta da quella sportiva, per essere in forma da piccole italiane e futuro supporto, come mogli e madri, ai maschi padroni.

Vi si scoprono chicche deliziose, a cominciare dalla figura di Balillino, inserita in un fumetto popolare come Topolino. Delizie oggi gradevoli da scoprire, ma non senza brividi squassanti: quei ragazzini in tal modo venivano allevati al culto della guerra, alla superiorità della razza bianca, alla bellezza del fucile, al dominio sulle faccette nere … E si preparavano gli stravolgenti disastri della Secondo Conflitto Mondiale. Disastri del resto implicitamente preannunciati anche in quella interessantissima parte della Mostra incentrata sul campo di concentramento di Campagna, dove rifulsero la figura di protezione del Vescovo Palatucci e la benemerita complicità, nel Nord Italia, del suo consanguineo Questore Giovanni Palatucci (complicità da lui pagata con la vita). In questo campo furono reclusi tanti ebrei, per fortuna trattati con umanità e addirittura integrati con la popolazione, prima che scoppiasse poi il dramma della deportazione finale…

È stato perciò importante ricordare tali situazioni a quei cittadini adulti di oggi che alimentano più o meno consapevolmente scintille pericolose di razzismo nel rifiuto “umano” , nei “buuh” alle pelli nere, nella diffidenza aggressiva rispetto a religioni diverse. È vitale riproporle alle nuove generazioni: nel ricordo fatto da noi e nel rifiuto di certi disvalori pericolosi devono imparare a conoscere, sapere, capire, aprire, accettare e, perché no?, anche amare.

Tutto questo messaggio crediamo sia stato trasmesso con successo nel corso dell’evento, non solo attraverso la mostra, ma anche in modo diretto attraverso le teatralizzazioni di vario genere, che hanno avuto impatto diretto, ed anche indiretto, nei resoconti fatti a casa.

Sono numerose le mamme e i padri che hanno raccolto l’entusiasmo dei figli e la loro voglia di raccontare le cose originali che avevano colpito la loro immaginazione. Ad esempio, per quelli che hanno visto la performance Un circo ad Auschwitz, prodotta dall’Associazione Fuori Tempo “Luca Barba” guidata da Geltrude Barba, come era possibile dimenticare lo statuario e fantasmatico mimo domatore con divisa militare da SS, che li accoglieva all’entrata (un bravissimo Pietro Paolo Parisi)? Sembrava finto, tanto era immobile, e poi, quando si decideva a muoversi, facile immaginare le vibrazioni di sorpresa e di ammirazione e perfino di timore, soprattutto dei più piccoli. Del resto, non capita molto spesso di essere accompagnati in scena da un domatore con la frusta, che porta gli spettatori nel “suo” circo, che era proprio il lager di Auschwitz, secondo la bella intuizione della regista e attrice Geltrude Barba, che ha rielaborato ad hoc frammenti e spunti di altri autori e testi classici e li ha sapientemente integrati con idee e parole originali. Filo conduttore è infatti la figura di un nonno che racconta alla nipote la sua storia di deportato con la sopportabilità donata da un pizzico di leggerezza. In questo circo ci sono clown molto, molto particolari, di cui uno schizza addirittura da una valigia: è Anna Frank, simbolo internazionale dell’orrore Shoah. È interpretata da una magnifica Maria Grazia Lambiase, che si è raccontata con forza comunicativa, intensità emotiva e misura recitativa, lasciando una grande onda nel cuore. Grazie ad una valigia greve di dolore e alla figura dolente ed espressiva di un attore giovane e maturo come Antonio Coppola, in scena c’era anche Primo Levi, il grande scrittore, anche lui deportato ma poi superstite, che con “Se questo è un uomo” e “La tregua” ha scritto pagine indimenticabili e tremende su quell’orrendo inferno in terra creato dall’uomo per l’uomo. E non poteva mancare Roberto Benigni, evocato attraverso la lettura di una scena de “La vita è bella”, il più bell’esempio di “gioco” applicato alla tragedia. E i leoni da domare e domati? I deportati, naturalmente: nella realtà, più che leoni ruggenti, povere pecorelle sgozzate e immolate…

Bella idea e bella realizzazione. Da ripetere l’anno prossimo!

Come è da ripetere anche l’offerta fatta dai giovani emergenti di Arcoscenico, che hanno proposto in tre quadri Jude, un lavoro originale scritto da Luigi Sinacori (leader del Gruppo) e Mariano Mastuccino. I due, insieme con Gianluca Pisapia, hanno formato un tris efficace e affiatato, appoggiato dagli altri attori di Arcoscenico, che qui hanno svolto soprattutto il ruolo di figuranti. I primi due quadri, poeticamente creativi, sono efficaci per le fantasiose “angolazioni bambine” e lo straniamento con cui viene rappresentata l’assurda persecuzione razziale. È uno straniamento colto in prima persona dal personaggio che raccontava gli eventi. L’ebreo Settimino (gradito omaggio alla “nostra” Settimia Spizzichino) non capisce che senso abbia distinguersi con quella strana stella gialla, tanto obbligatoria da comportare l’arresto e anche peggio per chi la omette dal vestiario… e per questo si stimola e stimola ribellione… e scoppia uno strano fiorire di stelle gialle… e poi… come in una favola…

Al ritmo trascinante dell’agrodolce Gam Gam, inno di tutti i bambini della Shoah, un ragazzino del ghetto vede rotto, con progressiva coscienza, tutto il “suo” gioco della vita, vede interrotti tutti i suoi giochi, a cominciare dalla campana, dall’acchiapparella, dal gioco a palla, dal buzzico rampichino. E a modo suo reagisce col gioco alla prospettiva della detenzione e giocando giocando riesce a scappare.

Forse sono ebrei in fuga anche i tre che nel terzo quadro vivono una trasognata situazione di incarceramento in una metaforico vagone ferroviario: un rifugio obbligato, una pausa di attesa oppure, come è più probabile, una ragnatela di disagio esistenziale e di stralunato amore per la vita rispetto ad una vita che proprio non li ama? Il terzo quadro era teatralmente il più valido, ma anche il più impegnativo: perciò giustamente ai più piccoli sono stati riservati solo i primi due quadri, con invito alla partecipazione ai giochi, deliziosamente accolto ed applaudito, ma anche forte stimolo a capire la deprivazione che subivano i loro coetanei per un’ingiusta e mortificante discriminazione.

Oltre alle performance delle due giovani compagnie (alle quali va aggiunto anche il suggestivo spettacolo Noi pupazzi, una vita sconvolta dal razzismo, scritto, diretto e recitato da Marco De Simone), come potevano i ragazzi e i visitatori non rimanere colpiti anche dalle letture effettuate durante la visita alla mostra da Peppe Basta? Egli ha sempre accompagnato e illuminato le iniziative del Marte negli ultimi anni ed è uno di quelli che con le variazioni tonali della voce e l’occupazione dello spazio scenico, in movimento ma anche da fermo, ti sa acchiappare pure se legge l’elenco telefonico; è uno di quelli a cui non viene mai da dire “basta”…

Al tirare delle somme, non resta che complimentarsi col Direttore artistico del Marte, Rosario Memoli e con la sua collaboratrice, Michela Giordano, che insieme con tutto uno staff qualificato ed efficiente hanno portato avanti un’iniziativa meritoria e di alto livello, di quelle che fanno crescere un’intera comunità e creano fondamentali sinergie con le istituzioni scolastiche e quelle cittadine.

Insomma, c’è proprio una bella Cultura sbarcata su(l) Marte… E ora, via al prossimo sbarco, previsto per febbraio con un evento dedicato ad una di quelle figure capaci di unire tutte le generazioni, dai novantenni ai neonati. Parliamo di Walt Disney… e, come direbbe Peppino De Filippo, abbiamo detto tutto …

E da febbraio comincia la mostra su Walt Disney

“Trappola per topi”, terza opera della Rassegna di Arte Tempra: un giallo “ricco” che intrappola gli spettatori

Il 19 e il 20 gennaio in scena “La Settima Arte”, con regia di Renata Fusco.


CAVA DE’ TIRRENI (SA). Dopo la pausa natalizia, torna in scena l’Autunno cavese del Gruppo Teatrale Arte Tempra, diretto da Clara Santacroce e Renata Fusco. Sabato 19 e domenica 20 gennaio, sarà in scena presso l’auditorium De Filippis dell’Istituto Vanvitelli-Della Corte, La settima arte – Il senso della vita tra cinema e teatro, con la regia di Renata Fusco. Il titolo promette tanto, il cast ancora di più, la direzione è una garanzia: ce la godremo, ne siamo certi.

Intanto ricordiamo ancora con il bel retrogusto che ci ha lasciato l’ultimo spettacolo del 2019, presentato il 16 e 17 dicembre. Una sfida coraggiosa nel nome di un mostro sacro della cultura anglosassone ed europea del Novecento.

In scena, infatti, Trappola per topi, di Agatha Christie, un classico del teatro europeo del ventesimo secolo. Oltre ad essere stata rappresentata in tutto il mondo, dal 1952, anno della prima, l’opera è ininterrottamente in cartellone al Teatro St. Martin’s di Londra. Un record assoluto. Ancora più apprezzabile se si pensa che, trattandosi di un giallo in cui non si conosce dall’inizio la soluzione “definitiva”, con tante messe in scena l’”assassino” diventa pur sempre noto ai più. Il segreto vero sta allora nella capacità dell’autrice di caratterizzare psicologicamente i personaggi, in modo da farne persone in toto, con le loro maschere e la loro complessità umana, il che richiede nell’esecuzione scenica anche delle vere e proprie prove d’attore, oltre che una regia adeguata per ritmo e profondità.

In Trappola per topi (opera teatrale che deriva da un romanzo breve del 1948, elaborato da un radiodramma scritto per la BBC e realizzato come omaggio per il compleanno della regina Mary), il punto di partenza non è tanto un delitto su cui si indaga quanto un delitto annunciato, riflesso di altri delitti già avvenuti. Infatti la storia è ambientata in un albergo isolato in ore buie e tempestose: qui arrivano progressivamente vari personaggi, tutti col loro carico di stranezze e poi alla fine un poliziotto, il Sergente Trotter, che avverte dell’imminenza di un delitto proprio in quell’albergo, conseguenza di un fatto criminoso avvenuto anni prima e di un ulteriore delitto avvenuto qualche ora prima. Questo evento pregresso è un eclatante fatto di cronaca realmente avvenuto nel 1945, quando morì per maltrattamenti uno di due fratelli adottati da una famiglia.

Come si vede, prima ancora che nel mondo del giallo, stiamo in quello della storia e della cronaca e prima ancora in quello del costume, se si pensa che la canzoncina chiave dei Tre topolini ciechi è una filastrocca popolarissima per gli inglesi, stile il nostro Fra Martino campanaro, e che il titolo Trappola per topi (Mousetrap) è lo stesso dell’opera teatrale realizzata dagli amici di Amleto nella celeberrima tragedia. Anzi, meglio ancora, stiamo nel mondo della letteratura pura, perché il dramma, che procede a ritmo serratissimo, è anche uno scavo a volte impietoso a volte affettuoso nell’animo umano.

Perciò la rappresentazione nella Rassegna dell’Arte Tempra era in qualche modo una sfida. E dobbiamo dire che è stata vinta alla grande, per una serie di motivi.

Innanzitutto, l’invenzione registica dell’introduzione e del prefinale gestiti in prima persona da una rediviva Agatha Christie in persona, impersonata con divertito e divertente aplomb inglese da quella simpatica e versatile animalaccia di scena che è Brunella Piucci. Come se non bastasse, la Piucci si è ritagliata in stile Christie anche il ruolo della terribile brontolona Miss Boyle, un carroarmato di acide e sgradevoli lamentele che sottintendono solitudine e sgradevolezza di se stessa e che è stato reso da lei con tanta forza di antipatia che, quando è stata ammazzata per motivi di sceneggiatura, l’evento ha fatto piacere per il personaggio ma è dispiaciuto per la scomparsa dell’attrice…

Se la Piucci-Christie-Boyle ha fatto da mattatrice bisogna dire che tutta la squadra ha collaborato con classe e disinvoltura, grazie anche alla regia agile e coinvolgente di Clara Santacroce ed alle adeguate scenografie “bucascena”.

Sono stati tutti convincenti sia individualmente che nell’affiatamento, nella caratterizzazione psicologica: Luciana Polacco, una giusta Miss Casewell, sensibile ma anche spigolosa, con atteggiamento ora da vittima ora da aggressore vittima; Gianmaria Salerno, il Sergente Trotter, il poliziotto di Scotland Yard che dietro l’incalzante forza investigativa nasconde a sorpresa un tremendo dramma umano e dondola tra il mondo degli indaganti e quello degli indagabili; Lello Conte, veterano dell’Arte Tempra, bravo ad essere inquietante e rassicurante nelle vesti del misterioso maggiore Metcalf; Carmine Squitiero, che rende del signor Paravicini la problematicità di un filosofico furbetto; Gerardo Senatore, che nel ruolo di Giles, il marito della padrona di casa, mostra i chiaroscuri di un’ambigua seriosità per fortuna poi “disambiguata”; Francesco Savino, che, soprattutto nella prima parte, illumina alla grande le nevrosi di Christopher, maestro di fantasia e di artistico orrore, ma in fuga da se stesso. Ultima, ma non certo la meno importante, anzi, Vivian Apicella, Mollie, la padrona dell’albergo e moglie di Gilles, che, nonostante la giovane età, riesce a rendere con padronanza, attraverso le significazioni dei gesti, la varietà delle intonazioni e la fluidità delle battute, le tante facce di un personaggio delicatamente umano ma anche troppo tormentato tra gli sballottamenti di una realtà a volte troppo grande per lei.

Insomma, una simpatica goduria … Ma la goduria è di casa per gli spettatori dell’Arte Tempra …

Rassegna Teatrale “Piccolo Teatro al Borgo – Arcoscenico”

Dopo il classico “Natale in casa Cupiello”, il 19 e 20 gennaio in scena la novità “Hope, fame di vita”.


Il 22 e 23 dicembre scorsi, nel salone del Teatro Il Piccolo, presso il Palazzo Vescovile di Cava de’ Tirreni, è andato in scena il terzo spettacolo del cartellone congiunto 2018-2019 Piccolo Teatro al Borgo – Compagnia Arcoscenico.

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Dopo La voce rotta di Napoli e Costretti a fare Miseria e Nobiltà, è stato rappresentato un classico natalizio della Compagnia del Piccolo Teatro al Borgo diretta da Mimmo Venditti, Natale in Casa Cupiello, di Eduardo De Filippo, nell’edizione originale in due atti, essendo il terzo stato aggiunto in un secondo momento. La messa in scena quindi escludeva l’intrigante andirivieni familiare e condominiale intorno a Lucariello morente e l’ancora più intrigante unione “involontaria” delle mani di Ninuccia con quelle di Vittorio, ma comunque è risultata, come sempre, intrigante e suggestiva, per la bellezza assoluta del testo dei primi due atti e per lo spirito “pionieristico” in esso insito, oltre che naturalmente per la bravura della Compagnia vendittiana, oramai proprio di casa in Casa Cupiello: Mimmo Venditti (Luca), Maria Spatuzzi (Concetta), Matteo Lambiase (Nicolino), Roberto Palazzo (zio Pasquale), Attilio Lambiase (Nennillo), Daniela Picozzi (Ninuccia), Raffaele Santoro (Vittorio Elia), Andrea Manzo (il portiere).

Grazie alla fantasia inventiva ed alla bravura del giovane poeta vietrese Alessandro Bruno, stavolta non riportiamo una recensione classica (il contenuto è patrimonio acquisito della cultura partenopea e non solo), ma un commento in lingua napoletana, in armoniose quartine a rime alternate, con il sottofondo di un compianto per il teatro mancante, in vago stile vendittiano. Un lamento che vorremmo tanto diventasse presto solo il ricordo di un’assenza, per l’arrivo dell’agognata presenza della sala “vera”.

Alla fine della lettura, vi chiederemo naturalmente: “V’è piaciuta ‘a puisia?” Quale sarà allora la vostra risposta affermativa? (Franco Bruno Vitolo)

 

Te piace ‘o Tiatro?

Tavule ‘e ponte chiene ‘e povere

senghiate e tramiate d’ ô tiempo!

Segge ‘e nu tiatro “povero”…

Pigghiate posto… nun perdite tiempo!

 

S’arape ‘o sipario ‘e velluto!

Oh! Oh! Natale in Casa Cupiello!

‘O friddo ‘ncuollo mo m’ è venuto.

‘O fatto ‘e Luca… è sempe bello!

 

‘A stanzulella ‘e lietto cu ‘o pparato

‘o mobbile marrò cu ‘a Maronna

colla e presebbio appriparate

se va in scena… e ‘a platea sonna.

 

‘A cumpagnia ‘e Venditti… cavota

te sape emozzionà a ogne bbattuta.

Comme ‘a ggire e comme ‘a vuote

‘e tiatrante teneno… arta futa!

 

Lucariello, Cuncetta e Tummasino

battaglieno a tammuro battente.

Ninuccia ‘nzieme cu Niculino

contrastati… nun vonno sapè niente!

 

Vittorio e zio Pasqualino

cu Raffaele ca fa ‘o purtiere

te ‘nzuccareano in modo fino.

Sta cumpagnia… fatica a mmestiere!

 

Ma mo… m’ addummanno e dico:

into a stu tiatro se po’ recità?

Ccà nce scioscia nu friddo nemico

e a ogne ppecone se ‘nvoca pietà!

Nu stanzone stritto, luongo e freddegghiuso

pe quatte segge ‘i lignamme rotte!

Pe fa ‘o tiatro nun se ausa!

Ccà a Cava…s’ ha da cagnà rotta!

 

Nun può abbozzà comme a Pascale,

nun se po’ ‘nzerrà comme a Cuncetta.

Nu tiatro fatto a tiatro è normale

pe Cava nosta ce vo…e ce vò in fretta!

 

Ente Comune! Scetate…so ‘e nnove!

È tarde…’A cultura nun è fessaria.

P’ ‘a Città ce vo ‘o tiatro nuovo!

Scetate, fallo… p’ ammore ‘e Dio!

 

Vuo’ sta dint’ ‘a nota d’’a salute?

E allora muovete e fa’ ampressa

ca fine a mmo…nun me si’ piaciuto,

pecche ‘o tiatro assaje ce interessa!

 

In platea scuccaveno ‘e mmane

ma ce sbatteveno pure ‘e riente!

Comune, nun attennere a dimane!

Jamme, jà… nun fa ‘o fetENTE!

Alessandro Bruno

 Il quarto appuntamento della Rassegna vedrà in scena la Compagnia Arcoscenico, diretta da Luigi Sinacori, con Hope, fame di vita, dello stesso Sinacori e Mariano Mastuccino, in scena HOPE, fame di vita, di Luigi Sinacori e Mariano Mastuccino, un dramma originale in tre quadri già presentato con successo e apprezzamenti l’estate scorsa. Attraverso storie di migranti, di esistenze sospese e costrette all’isolamento, di vite malate allo specchio, affronta il tema della speranza, cercando una luce anche oltre il buio della “nottata”…

Non è ancora un classico, come Natale in Casa Cupiello, ma potrebbe diventarlo … Vale proprio la pena venirlo a scoprire.

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