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Agenda 2019: un’agenda tutta da leggere

Curata da Ganriella Pastorino, sarà presentata l’11 dicembre a Palazzo di Città


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CAVA DE’ TIRRENI (SA). Martedì’ 11 dicembre, alle ore 18, nella Sala Consiliare di Palazzo di Città di Cava de’ Tirreni in Piazza Abbro, sarà presentata l’Agenda 2019, edita dalla Casa Edirice NoiTré, curata da Gabriella Pastorino e patrocinata dall’Associazione Giornalisti di Cava e Costa d’Amalfi “L. Barone”. Dopo i saluti del Sindaco di Cava de’ Tirreni Vincenzo Servalli e del Presidente dell’Associazione “L.Barone” Emiliano Amato, e l’introduzione del conduttore l’opera sarà introdotta dal conduttore dalla curatrice Franco Bruno Vitolo e poi presentata dalla curatrice del volume, Gabriella Pastorino, con le voci recitanti di Margherita Amato e Pasquale Di Domenico

L’Agenda, giunta ormai alla dodicesima edizione, ha una sua assoluta originalità. Infatti, è una vetrina per poeti, scrittori e creativi del nostro territorio e nello stesso tempo apre continuamente finestre sulla Letteratura e sull’Arte di ogni tempo e luogo e su tematiche dal sapore universale, come la Pace, la Giustizia sociale, il rapporto con se stessi e col mondo, i sentimenti di varia natura che si agitano nel nostro cuore, a cominciare dall’Amore, inteso come affetto, attrazione e pulsione di fraternità.

Non a caso l’autore che fa da filo rosso a questa edizione è il grande poeta latino Ovidio, colui che ne L’arte di amare ha donato un manuale spiritoso ed anche utile e nelle Metamorfosi ha raccolto in versi coinvolgenti e avvolgenti i principali miti dell’antichità, quelli legati ad una trasformazione iniziale e finale. E, significativamente, l’apertura di gennaio è consacrata ai celebri versi di Talil Sorek, “Ho dipinto la Pace”, al mito di Apollo e Dafne esaltato da D’Annunzio come un grande soggetto cinematografico, alla presentazione delle Metamorfosi come “insieme del raccontabile tramandato”,al la grande storia di Amore e dolore di Orfeo e Euridice evocata dal poeta Dino Borcas… e il 31 dicembre si chiude con il famoso monito di Wilde: Lo spreco della vita è nell’amore che non si è saputo dare e nel potere che non si è saputo utilizzare.

Insomma, un’Agenda da sfogliare ed appuntare come si conviene, ma anche e soprattutto una compagna da tenere sul comodino: un’Agenda tutta da leggere.

Spade, rock e amore, il primo romanzo di Stefania Siani: un secolare fantasexy d’azione carico d’amore. Sarà presentato il 6 dicembre a Palazzo di Città

stefania-siani-cava-de-tirreni-dicembre-2018-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Giovedì 6 dicembre 14 settembre, alle 18,30, nella Sala del Consiglio del Palazzo di Città di Cava de’ Tirreni, in Piazza Roma, sarà presentato il romanzo Spade, rock e amore, (Gaia Edizioni), di Stefania Siani, alla sua opera prima in prosa e finora conosciuta come emergente e pluripremiata poetessa, oltre che appassionata esecutrice di rock moderno. Dopo i saluti e gli interventi del Sindaco di Cava de’ Tirreni, Vincenzo Servalli, del Presidente dell’Associazione Giornalisti di Cava de’ Tirreni e Costa d’Amalfi “L. Barone” Emiliano Amato, di Francesco D’Amato, editore del libro, il conduttore Franco Bruno Vitolo, che è anche editor e prefatore del romanzo, presenterà l’opera e converserà con l’autrice. L’accompagnamento musicale sarà affidato al Gruppo Rock Acustic, formato dalla stessa Stefania Siani, cantante e batterista, da Gennaro D’Aniello, chitarrista, Gaetano Carpentieri, bassista.

In tema con le tematiche del romanzo, il Gruppo Folkloristico I cavalieri del giglio eseguirà delle movenze in costume medievale. 

Il romanzo si può definire un Fantasexy secolare d’azione carico d’amore.

Infatti, presupponendo un immaginario, ma non impossibile, DNA della memoria che attraversa le generazioni, esso racconta delle storie parallele e convergenti, le une ambientate nella suggestione dei castelli delle Fiandre, le altre, di epoca contemporanea, ambientate nelle stesse Fiandre, in Italia, soprattutto Sicilia, in Irlanda, negli Stati Uniti, con un prologo addirittura in Russia.

Le prime hanno come protagonisti dame e cavalieri medievali, le seconde degli affermati cantanti e musicisti rock, insieme con delle ragazze creative di alto livello nella pittura e nella musica. Tra i protagonisti e quelli di oggi esiste, come già detto, un filo di discendenza generazionale che condiziona quasi tutte le vicende.

Queste si svolgono tra intrighi, misteri, inganni, scontri e soprattutto tanti incontri d’amore, in cui l’attrazione fisica, descritta a tinte caldissime, si sposa costantemente con l’affetto e il sentimento.

Il romanzo si snoda a ritmo serrato con una scrittura scorrevole e coinvolgente e alla fine vola ben oltre l’azione pura. Infatti evidenzia dei modelli di comportamento universalmente “cavallereschi”, che propongono una seria riflessione sul nostro vissuto quotidiano, soprattutto nel campo delle relazioni amicali, fondate sulla lealtà e sulla reciproca fiducia, dell’emancipazione femminile, esaltata attraverso i personaggi principali, e dell’amore, in cui la passione anche nelle sue forme più alte e stordenti non va mai disgiunta dal rispetto assoluto della persona. Così il piacere e l’amore diventano una cosa sola… e il piacere diventa veramente piacevole.

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“In nome del figlio”, secondo spettacolo dell’Autunno teatrale di Arte Tempra

Un’epopea della maternità in nome della donna.


Ombre danzanti di mani, di braccia, di corpi lentamente si stringono al centro, accompagnate da una musica avvolgente e dolcemente intensa, fino a creare un unico corpo, come di un albero ricco di rami e di frutti. Quelle ombre idealmente prenderanno corpo e anima per diventare madri inquiete, madri gioiose, madri disperate, madri egoiste, mogli amate e amanti, figlie amanti ma forse poco amate, donne in lotta col mondo. Comunque, donne. Donne che raccontano se stesse e raccontano la donna.

E sono state due ore di spettacolare emozione quelle offerte dalla magnifica squadra di attrici del Gruppo teatrale “Arte Tempra”, nella seconda pièce della Rassegna 2017-2018, “In nome del figlio”.

Giuliana Carbone, Brunella Piucci, Luciana Polacco, Manuela Pannullo, Lella Zarrella, Martina Cicco, Antonietta Calvanese, Maria Carla Ciacio, Carolina Avagliano, Danila Budetta, dirette a mano ferma da Clara Santacroce con il suo comunicativo espressionismo e con le sue classiche distoniche armonie, grazie anche alla bellissima atmosfera scenografica creata da Renata Fusco, ci hanno regalato uno degli spettacoli di maggiore respiro e coinvolgimento emozionale della pur ricca storia ventennale dell’Arte Tempra. Tanti frammenti d’autore e d’autrice (da Oriana Fallaci a Erri De luca, da Gibran a Franca Rame, dalla Jodi Picoult a Jacopone…) per creare un’epopea “universale” della maternità, forma e figura di un’epopea della donna in quanto tale.

Le interpreti, prima che con le parole, hanno comunicato e parlato col corpo, con gli sguardi, con le increspature della voce, con i movimenti e le espressioni corali, il che ha colorato e chiarito la forza dei contenuti, tutti ad alto tasso di intensità.

Il cammino prefigurato dalla tessitrice Clara ha un profondo respiro culturale ed umano.

Dopo la formazione del già citato “albero della donna”, il primo frutto è l’accettazione in chiaroscuro della maternità dalla Lettera ad un bambino mai nato della Fallaci: quel bambino che alla madre (una Lella Zarrella convincente nella sua inquietudine) appare come una goccia di vita scappata dal nulla , generando una paura che bagna il volto e i pensieri… eppure quella goccia diverrà mare dolente nel suo cuore. La stessa maternità poi viene accettata e vissuta con gioia, ma la madre è pur sempre e solo una “signorina”, per cui la sua felicità va in contrasto con le ciniche reazioni dei maschi che la circondano e la invitano all’aborto: in questa nuova veste la protagonista” cambia volto, assumendo quello di Manuela Pannullo, incisiva e ironica nel raccontare questo scontro tra ottusità emotiva ed emozione del cuore.

Da qui si creano due fili rossi lunghi tutto lo spettacolo, all’interno dei quali si intrecciano altre storie significative. Il principale è il filo della maternità di Miriam, rimasta incinta come per una folata di vento, fuori dal matrimonio e non del suo promesso Joseph, e come tale passibile di punizione per adulterio. Ma Joseph, per amore, l’accoglie, la protegge, la sposa e la porta lontano a partorire l’amato bambino, che, se per la madre basta che esista, anche se avrà una vita anonima, vita anonima invece non avrà, perché quel bambino è Joshua- Gesù, il cui corpo martoriato sulla croce proprio Miriam-Maria dovrà abbracciare, con strazianti grida di dolore. E dalla giovane gravidanza di Giuliana Carbone-Maria, dotata però della grazia-forza di saper affrontare il mondo, al tragico lamento di Brunella Piucci-Maria sotto la croce, grazie alle parole poetiche di De Luca e Jacopone ed alla consolidata bravura delle interpreti, con annesso physique du rôle, il filo si dipana a frammenti sempre più incalzanti, coinvolgenti, emozionati ed emozionanti. Fino allo svangante finale, con le mani disperate di Maria tese verse in controluce verso l’alto, mentre sullo schermo affiora la moderna pietà di una madre migrante sulla spiaggia tesa verso il corpo del figlioletto appena spirato.

L’altro filo rosso è una proposta veramente intrigante, ispirata al romanzo dell’inglese Jodi Picoult “La custode di mia sorella”, da cui fu tratto anche un famoso film di John Cassavetes. La vicenda è incentrata sulla figura di Anna Fitgerald, programmata “geneticamente” per poter creare una fucina di “pezzi di ricambio” per la sorella Kate, gravemente malata di leucemia e bisognosa di continue operazioni. Il monologo, elaborato dalla sedicenne Martina Cicco con una maturità ed una misura ben superiori agli slanci dei suoi sedici anni, arriva al suo acme quando ad Anna viene chiesto dalla madre di offrire un rene e lei non solo si rifiuta, ma denuncia la famiglia.

E qui, anche attraverso un drammatico incontro-abbraccio-scontro- con la madre (la cui ambivalenza di affetto e prevaricazione ben traspare dalla recitazione di Antonietta Calvanese), viene a galla l’umanità del testo, che permette di vedere il mondo da più angolazioni, da cui si capisce che esistono gesti buoni e cattiverie, ma non persone in assoluto buone e cattive, perché ognuno ha le sue caverne rispettabili e umanamente comprensibili, in cui soffiano venti in tutte le direzioni. Proprio per questo, il romanzo originario ci propone la vicenda proprio da tutte le angolazioni (Anna, Kate, La madre) e, in un efficacissimo colpo di scena, ci fa capire che la custode vera non è Anna, ma proprio la malata Kate, che cerca di proteggere Anna al punto da suggerire lei la denuncia. Poi, alla fine, sempre nel romanzo, proprio Anna morirà in un incidente e il suo rene servirà a salvare la sorella…

Come stimolo e come intensità, non sono state da meno le storie intermedie.

Il suadente e giusto invito di Kalil Gibran, Il profeta, a tutti i genitori di lasciare liberi i propri figli, perché “sono solo archi che lanciano le freccei nostri figli non sono i nostri figli ma figli della vita”…

E la mamma migrante che nella sua disperazione di naufraga, efficacemente resa da Danila Budetta, cerca di rassicurare il figlio Farid con la favola del bambino che diventa grande, ma non potrà evitare il risucchio nel cuore nero del mare, per una morte che evoca la terribile immagine-icona di quel bambino migrante morto sulla battigia,

… E la giovane ragazzina dell’Est europeo (dolce e dolente nella bella interpretazione di Carolina Avagliano) che diventa madre per effetto della violenza reiterata di un uomo, ma conserva un disperato amore per il bambino e con lui compie il gesto estremo “di pesciolino nel mare”, ribellandosi alle pressioni della società e di chi la giudica semplicemente una puttana considerandola “inidonea” alla maternità.

E poi, lo straordinario monologo autobiografico di Franca Rame, vittima di uno stupro disgustosamente violento e “politico”, in cui Luciana Polacco, in posizione supina e inarcata, con i muscoli tesi fino allo spasimo, è riuscita a liberare dai precordi del cuore tutto l’orrore di “quella storia” e degli stupri e delle violenze di sempre contro le donne…

Alla fine, davanti al dolore ed alle braccia alzate di Maria, il cerchio del cammino si chiude, con la riformazione dell’albero della donna, della maternità, della vita. Della vita. Ma proprio in nome della sacralità della vita stessa, il cerchio non si può chiudere. Donna è amore di andare avanti…

Per tutto questo, il saluto finale è stato fatto con il volto serio, fissato in una maschera di pensoso dolore. Nessun sorriso, nessuna parola aggiuntiva. Solo l’invito silenzioso di portarsi a casa tutte quelle storie e di guardarsi dentro e intorno, per un empatico “sentire” dalla parte della donna… e magari diventare goccia di un mare futuro in cui le cui acque siano fatte di rispetto e di amore. “In nome dei figli”, ma anche del nostro essere umano… e cercando una buona volta di essere umani …

Piccolo Teatro al Borgo e Arcoscenico: due compagnie diverse, un unico cartellone!

Il 17 e 18 novembre il debutto: “La voce rotta di Napoli”, con regia di Luigi Sinacori.


Questo matrimonio s’aveva da fare …

La citazione manzoniana calza proprio a pennello perché è stato veramente “da Zorro” il segno lanciato dal cartellone teatrale congiunto dello “storico” Piccolo Teatro al Borgo di Mimmo Venditti(circa mille e quattrocento spettacoli, in Italia e anche all’estero!) e della ancora giovane Compagnia Arcoscenico di Luigi Sinacori. Quest’ultimo, a dire la verità, sia pure con nomi e compagini diverse, ha già un discreto avvenire dietro le spalle, con una decina di lavori scritti o diretti ed una quarantina di repliche come attore, ma non ha ancora trent’anni e sta in fase di montante, positiva maturazione.

Dicevamo della forza del segno: crediamo che sia la prima volta che due compagnie, diverse tra loro e operativamente autonome, uniscono i cartelloni, in reciproca sinergia. Il che già è significativo, in un ambiente, come quello cavese (ma certo non solo cavese…) in cui, soprattutto nel settore cultura e spettacolo, ognuno si cura il suo orticello personale senza creare sinergie né osmosi e solo per eccezione l’uno si fa spettatore dell’altro.

La cosa è ancora più significativa perché, pur essendo tecnicamente alla pari nella distribuzione degli spettacoli, il Piccolo Teatro al Borgo di fatto ha realizzato un’importante operazione chioccia. Ha messo a disposizione la propria struttura e collaborazione per le prove e le riunioni, ha offerto visibilità e prestigio, ha aperto la porta a reciproche partecipazioni straordinarie nelle pièce, ha lasciato adombrare anche un eventuale spettacolo realizzato in comune.

Questo non si fa se non si ha fiducia in un gruppo e nelle persone che lo rappresentano. E Luigi e i compagni di Arcoscenico questa fiducia se la meritano tutta, per la passione e la qualità di partenza e la voglia di migliorarsi che manifestano.

Questo non si fa se non si considera il teatro come un campo che non può essere arato e seminato solo un contadino o da un gruppo ristretto. E Venditti da sempre ha sognato e operato per la nascita a Cava di una sala teatrale “vera” e di una sinergia organizzata tra le varie compagnie. Sogno spesso vanificato da fattori ora politici, ora economici, ora semplicemente culturali, ora dalla difficoltà di frenare i protagonismi e far tenere per mano i singoli protagonisti.

Tornando al cartellone comune, esso presenta dieci pezzi, cinque del Piccolo Teatro al Borgo, come sempre legati alla tradizione classica napoletana ma sempre con significativi tratti di originalità e saporiti spruzzi di “vendittismo” (come il prossimo “Costretti a fare Miseria e Nobiltà”, sabato 1 e domenica 2 dicembre). Arcoscenico parte anche da testi consolidati, ma punta alle opere autoprodotte, o con rielaborazione scenica oppure in toto originali e firmate Sinacori, come in quello che finora è il loro lavoro più incisivo, più emozionante e più maturo, Hope fame di vita, che ha esordito la scorsa estate e tornerà in scena il 19-20 gennaio prossimi.

Ed è venuto il gran giorno della partenza: 17 novembre nel Teatrino dell’ex Seminario, in Piazza Duomo.

Luigi Sinacori, Mariano Mastuccino, Gianluca Pisapia, Anna D’Ascoli, Licia Castellano, Federico Santucci, Maria Fiungo, Francesca Cretella… Arcoscenico ha debuttato con La voce rotta di Napoli, incentrato sulle sofferenze e le contraddizioni di una città unica che è tutto e il contrario di tutto, in un collage “sinacorizzato” di pezzi storici, con dominante Eduardo de Filippo, accompagnato da Viviani e Moscato e armonizzato dalle belle musiche della palummella che zompa e vola e della carta sporca di pinodanieliana memoria.

Si tratta di un lavoro di impegno etico e civile, meritorio già per la scelta dei contenuti, ben diversi dagli occhiolini farseschi che nelle precedenti opere di Sinacori diluivano in parte proprio gli spunti più impegnativi e provocatori (la corruzione, la dittatura, l’ipocrisia politica e familiare…). Ma ora Luigi e Arcoscenico sono finalmente impregnati di “Hope” e del salto di qualità che essa ha rappresentato e che ha permesso a loro di fare anche “un salto di hope” rispetto al cammino sognato.

Le prime scene di La voce rotta di Napoli hanno confermato questa volontà e capacità di impegno e di incisività. In apertura, l’avanzata verso il patibolo di una donna dileggiata dalla folla (un richiamo a Eleonora Pimentel Fonseca o a Luisa Sanfelice ai tempi della rivoluzione del ‘99), al ritmo di quella Palummella zompa e vola che in un bel film con Eduardo (Ferdinando Re di Napoli) simboleggiava il sogno della libertà di un pulcinella “ribelle”, che qui, diversamente dal film, poi finisce con l’essere stroncato ed ucciso dal potere, nonostante “non possa essere ucciso perché Pulcinella non muore mai”. Le caverne di dolore del popolo si sono aperte anche negli altri due episodi: l’uccisione, nel secondo dopoguerra, di un “soldatino senza mani”, presunto collaborazionista vista con gli occhi e la presenza di un gruppo di prostitute colte in tutta la forza della loro umanità, con lo stile espressivo in cui è maestro il buon Enzo Moscato.

Poi, in scena un mortale incidente sul lavoro e le sabbie mobili che si aprono nella famiglia della povera vittima: un testo dolente ed intenso, gravido di empatica umanità, interpretato, in un felice “cammeo da connubio”, da un Mimmo Venditti altrettanto dolente, intenso, gravido di empatica umanità, come del resto è nelle sue corde sceniche, sempre pronte a ruotare a trecentosessanta gradi ed a creare ponti con il pubblico.

Nella seconda metà, tutto Eduardo, prima con una comunicativa lettura teatrale della bellissima epopea terra-cielo di De Pretore Vincenzo, con quel ladro accolto in Paradiso, quella simpatia per i più deboli e quella umanizzazione di Dio&Co. che tante polemiche suscitarono a suo tempo nella bigotta Italia anni Cinquanta. Finale con pillole di pensiero eduardiano, con l’azione teatrale che cede il passo all’evocazione di frammenti tratti dalle sue dichiarazioni e dalle sue interviste, con gli attori che a turno si alzavano da una sedia su cui erano seduti di spalle. Tra queste pillole, il famoso e terribile “discorso di Taormina”, in fin di vita, sul gelo umano da lui qualche volta creato nel teatro e col teatro.

Su questa rappresentazione di Napoli e della sua poliedricità si è chiuso lo spettacolo… e se ne è aperto un altro, con Sinacori e Venditti pronti a esaltare la loro “luna di miele” ed anche, perché no?, a difenderla…

In questi simpatici e chiacchieronici e ancora teatrali siparietti finali ai quali ci ha abituati, Venditti lascia sempre la scia di un palco dal volto umano… che poi è l’essenza stessa del teatro.

Era bello vedere sul palco il simpatico flirt tra Venditti e Sinacori, perché si sentiva che forse erano, e sono, i testimoni di una staffetta teatrale che ora comincia solo ad affiorare, anche perché per fortuna il PTB è ancora lontano dal cedere il testimone. Ma, se Venditti e i suoi rappresentano il passato ed il presente futuribile del teatro cavese, forse Sinacori e gli Arcoscenici stanno veramente prendendo la rincorsa per essere spicchi del presente e pezzi importanti del futuro. Il tutto, magari in una Cava dove, dopo le epopee del Teatro Verdi, finalmente potremmo smettere di essere al verde di un teatro…

È stato un debutto che promette interessanti sviluppi. E, anche se più che un matrimonio sembra ancora solo una gradevole convivenza, è probabile che questa “coppia di fatto” faccia dei figli sani… e induca anche altri gruppi ad unirsi. E magari ne venga fuori una “comune”, finalmente …

Insomma, questo matrimonio s’aveva proprio da fare …

Bravi!

Ma qui Manzoni non c’entra più …

Premio Letterario Badia: scelta la terna dei libri finalisti

Di Claudio Pellizzeni, Gianrico Carofiglio, Salvatore Basile i romanzi che saranno giudicati dagli studenti. Il 22 novembre la consegna dei volumi.


premio-letterario-badia-cava-de-tirreni-novembre-2018-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Ed è finalmente arrivata la scelta dei libri che si sfideranno alla dodicesima edizione del Premio Letterario “Badia di Cava de’ Tirreni”, organizzato dal Comune e riservato agli studenti delle scuole superiori, che fanno contemporaneamente da giurati e da candidati, in virtù delle loro recensioni e degli esiti di una prova estemporanea da affrontare al termine del cammino.

La Commissione Scientifica che ha scelto i libri era composta:

dal Prof. Antonio Avallone, presidente onorario del Premio, dalla dott.ssa Annamaria Armenante, ideatrice del Premio, dalla dott.ssa Filomena Ugliano della Biblioteca Comunale, dal prof. Franco Bruno Vitolo, coordinatore dei lavori fin dalla prima edizione, dai docenti referenti del Premio segnalati dai dirigenti scolastici degli Istituti superiori del territorio, ovvero: per il Liceo Scientifico A.Genoino la professoressa Annamaria Senatore;, per l’Istituto Vanvitelli ITG e per l’ ITC Matteo Della Corte la prof.ssa Rosa Rocco; per il Liceo Classico Marco Galdi la Prof.ssa Maria Pia Vozzi, per il Liceo Linguistico e Socio-psico-pedagogico la prof.ssa Mariella Logiudice; per l’IIS “Filangieri” la prof.ssa Lucia D’Urso.

Il tema prescelto era “Il viaggio”, nelle sue varie sfaccettature (geografico, storico, interiore, sociologico, fantasioso, et sim.). I libri finalisti, scelti tra una rosa di dieci a suo tempo preselezionati, sono i seguenti:

*L’orizzonte ogni giorno un po’ più in là (Sperling&Kupfer edizioni) di Claudio Pellizzeni, trentasettenne scrittore-viaggiatore, ex bancario, noto al grande pubblico per i servizi speciali realizzati per Licia Colò e trasmessi nella trasmissione Il mondo insieme, su TV 2000.

È un diario vivace, coinvolgente e appassionato dei suoi viaggi nei cinque continenti, fatti dopo aver lasciato il lavoro di impiegato, che era sicuro, ma non gli faceva “ribollire il sangue” né sapeva regalargli spiccioli di quella felicità alla quale egli riteneva di aver diritto come essere umano e come giovane che non vuole rinunciare ai propri sogni.

È però tutt’altro che pura cronaca, tutt’altro che una guida turistica, ma il contatto vivo con un’esperienza di vita, fatta di scelte che comportano rotture, rischi, scommesse esistenziali, riuscendo anche ad aprire finestre sul mondo, sulle culture altre, sulla vita stessa vista da altre angolazioni. È anche una storia di resilienza e di lotta, perché, oltre che dalla prostrazione della routine lavorativa, Pellizzeni si deve difendere anche dall’insidia permanente del diabete che lo affligge fin dalla tenera età.

Alla fine, si rivela, per certi versi, la storia di un innamoramento: per il viaggio, per la scoperta, per la conoscenza vera del mondo e di se stessi. Un innamoramento che diventa poi amore, per tutto ciò che ci circonda e per la vita stessa.

*Le tre del mattino (Einaudi edizioni) di Gianrico Carofiglio, cinquantasettenne scrittore pugliese, ex magistrato ed ex deputato, scrittore di grande successo nazionale e internazionale: al suo attivo una ventina di libri, tradotti in ventotto lingue, cinque milioni di copie vendute, una quindicina di premi al suo attivo, una popolarità grandissima tra i lettori, apprezzamenti unanimi di critica e pubblico…

Questo romanzo è scritto in stile Carofiglio: espressioni chiare, sintetiche, essenziali, che arrivano dirette al cuore e alla mente e aprono finestre “ad espansione”. Viene raccontato, in prima persona dal giovane protagonista, l’incontro-scoperta del ventenne Antonio, col padre, nel corso di due giornate e nottate trascorse insieme nella Marsiglia degli anni ’80, dove si sono recati per una visita importante del giovane, malato di epilessia ma in via di guarigione.

Il loro rapporto fino a quel momento era stato superficiale e soffocato dalle tensioni familiari, che avevano portato poi alla rottura tra i due genitori. Ne era nata una dimensione di estraneità reciproca, che proprio nei due giorni a Marsiglia viene per fortuna rotta dal lievitante piacere di stare insieme e conoscere il rispettivo vissuto, poi dai colloqui sempre più intimi, dalle piccole e grandi complicità e confessioni, dal recupero di un canale di affetto e di comunicazione che alla fine non solo fa crescere il loro rapporto ma diventa per entrambi un momento di formazione individuale e nello stesso tempo una lezione di vita e di umanità che va ben oltre la loro storia personale.

*Lo strano viaggio di un oggetto smarrito (Garzanti Editore), del “napoletano di Roma” Salvatore Basile, regista e sceneggiatore televisivo (al suo attivo, tra l’altro, Don Matteo 8, Una pallottola sul cuore, A un passo dal cielo, Il restauratore), al sua primo, folgorante romanzo, già tradotto in cinque lingue e venduto in vari paesi stranieri.

La vicenda racconta di Michele, nato e cresciuto in una stazione dove il padre fa il ferroviere. Abbandonato dalla madre quando aveva sette anni, il giovane arriva a trent’anni con il cuore imbalsamato. Vive rintanato nella stessa stazione dell’infanzia, a fare lo stesso lavoro che aveva fatto il padre. È solo, isolato, imbranato. Unica sua attività, l’unico treno che ogni giorno arriva nella sua stazione; unico hobby, la raccolta degli oggetti smarriti ritrovati proprio su quel treno. Un giorno, tra questi, trova un suo diario-bambino che lui sapeva essere in mano alla madre il giorno della “fuga”. E nel contempo conosce Elena, una ragazza piena di vita, ma non solo…

Da qui, anche sulla spinta di Elena, comincia un lungo e defatigante viaggio alla ricerca della madre e alla scoperta della vita che intanto c’è stata in questi suoi anni di imbalsamamento. Il racconto si snoda attraverso una miriade di episodi, ognuno dei quali è capace di trafiggere il cuore e smuovere la mente nella creazione di un vero e proprio “poema del dolore, dell’amore e degli affetti”. Nello stesso tempo, essendo un viaggio nel mistero, diventa una specie di thriller dell’anima, un romanzo giallo d’azione e di emozione. Alla fine, Michele capirà che raccoglieva gli oggetti smarriti perché anche lui si sentiva un oggetto smarrito… Ma intanto saranno successe tante cose veramente straordinarie…

Il libro è lungo, ma alla fine sembra quasi “breve”, perché è scritto con una chiarezza ed una capacità di coinvolgimento a tratti tali da lasciare col fiato sospeso e con la voglia di sapere altro.

E si giunge alla fine con il piacere stimolante di poter tenere al guinzaglio non solo gli smarrimenti di Michele, ma anche quelli personali. 

I libri saranno consegnati agli studenti delle scuole superiori di Cava, salvo complicazioni, giovedì 22 novembre alle ore 10 a Palazzo di Città. La premiazione, nella giornata dell’incontro diretto con lo scrittore vincitore, si terrà verso la fine di maggio. 

Sono, come si può vedere, tre variazioni ad ampio respiro sul tema del viaggio, tutte e tre stimolanti e coinvolgenti. Ci si augura che possano entrare nel cuore dei ragazzi così come sono entrati nel cuore dei Commissari che li hanno scelti. Soprattutto, si spera che siano un incentivo per la lettura e per una riflessione non superficiale e solo di pancia sulla vita e sulla società. Ne abbiamo bisogno come il pane, in questi tempi in cui la Cultura troppe volte sembra un Panda in via di estinzione …

Ripartito l’Autunno Cavese dell’Arte Tempra. Un viaggio nel cinema con Renata Fusco: ed è subito incanto

CAVA DE’ TIRRENI (SA). La magia del teatro … magia della creazione … nulla si sa, tutto si immagina. È un tradimento organizzato della realtà che apre la finestra proprio sulla realtà.

La magia del cinema … che non è il teatro e per certi versi sa essere teatro della vita, ispirandosi alla vita e trasformandola in visioni.

La magia della vita … che in lampi appare e scompare ai nostri occhi ora ignari ora fortunatamente consapevoli.

La magia della musica … che accompagna e colora l’immaginazione della mente, l’emozione del cuore, l’incanto dei lampi di vita.

E intanto, a ricordarci che “La vita è bella”, volano le canzoni e sembrano gli aquiloni …

Così, tra luci, note, armoniose movenze, pensieri e parole è apparsa sulla scena Renata Fusco a dare la chiave di apertura del suo “one woman fantashow” , “Cinema incanto”, da lei diretto oltre che interpretato, un viaggio da Cinema Paradiso nel paradiso del Cinema nel cinema e nelle sue musiche. Un’apertura che è valsa anche per tutta la rassegna dell’annuale, sempre atteso e amato, Autunno Cavese del Gruppo “TemprArte”, diretto da lei e da Mamma Clara Santacroce.

Veramente un Fantashow, quello di Renata, che si è confermata una delle artisti italiane più complete, versatili e coinvolgenti nel campo del musical. Del resto, se non si è una “Top” ai massimi livelli. non si sta per anni sui palcoscenici maggiori a lavorare, con gente come Lorella Cuccarini o Sandro Massimini o Roberto De Simone, né tanto meno si viene prescelti per doppiare la protagonista dell’edizione cinematografica italiana del “Fantasma dell’Opera”… e questo solo per citare le cime della sua personale carriera.

È stato veramente un fantashow, il suo: per la fantasia creativa con cui si sono fusi tutti gli elementi,

per l’accompagnamento “a bacio” e ad atmosfera del “pianista sull’Oceano” Lucio Grimaldi, per l’armoniosa composizione delle immagini, dei primi piani parlanti e dei filmati realizzata in squadra da Francesco Cuoco, Giovanni Noviello, Alberto Fusco (una squadra felicemente completata dall’assistente di regia Giuliana Carbone e da Francesco Sorrentino, Daniele Pisapia, Franchino Fausto, Felice Giordano), per la musica interiore creata dalla presenza di due grandi banner con celebri quadri di Friedrich… e naturalmente per la sua carismatica capacità di calamitare attenzione ed emozione, da sola, senza cadute di ritmo, per quasi due ore senza neppure l’intervallo.

La romantica carrozza con la quale ci ha portati nelle musiche di cento anni di cinema ci ha fatto fermare a pupille dolcemente incantate in tante stazioni che poi sono rimaste nel cuore e nella mente, resi ancora più ricettivi da un’ouverture che comprendeva Nuovo Cinema Paradiso, La vita è bella, Charlot, Fellini…

Dalle fantasmagorie di questi grandi ai silenzi-sguardi-campi lunghi parlanti di Sergio Leone, il passaggio è stato dolcemente elettrico, a creare la tensione giusta per un tuffo ad anima calda nella straordinaria voce muta di C’era una volta il west e poi, dopo Leone, nella poesia del Postino, con quel volto scavato di Troisi che campeggiava in diapositiva, per poi dissolversi dolorosamente nonostante in controluce le mani di Renata in disperata tensione cercassero di fermare la partenza precoce di quel carissimo Massimo che a suo tempo si era scusato per il ritardo e poi non ha avuto il tempo di scusarsi per l’anticipo…

Da qui il viaggio partito in romantica carrozza ha preso la strada di una ariosa e solare prateria, ad incontrare grandi musical come Mamma mia!, Cabaret. Jesus Christ Superstar, Cantando sotto la pioggia, Yentl,, Il mago di Oz, film epocali con colonne sonore altrettanto epocali come Indiana Jones, Ritorno al futuro, Lo squalo, A qualcuno piace caldo, ET, Il padrino,Love Story, Bodyguard , senza contare le dolci e dolenti esplorazioni nell’al di là di Robin Williams, le fantasiose magie di Harry Potter e Peter Pan.

Così il viaggio si è trasformato in romantica cavalcata, guidata a turno ora dal pianista in veste di accattivante solista, ora da Renata a dare l’imbeccata, ora dalle immagini e dai ben noti volti che fin da ragazzi ci hanno sempre coinvolti, quindi ancora dalla voce di Renata con l’incanto di splendide variazioni tonali, dolci gorgheggi e armoniose modulazioni

Alla fine abbiamo avuto tutti la sorridente sensazione di trovarci anche noi a cavalcioni dell’arcobaleno e forse anche in quell’isola che non c’è e che per tutte lo spettacolo c’è stata eccome. Se questo è avvenuto, però, è stato perché prima di tutto ci stava lei, Renata, a godersi il suo spettacolo, la sua personale immersione nei fondali colorati del Mar Sipario, dove lei guazza felice come il pesciolino Nemo. Lo ha confessato lei stessa, quando nella cavalcata del finale ha detto che il teatro è il suo cielo, il suo prato verde, il suo modo di guardare Dio, il luogo della sua rinnovata e rinnovabile rinascita nella trasfigurazione del reale. E nel dire questo il suo sguardo si illuminava con tutti i colori dell’arcobaleno. Quelle tavole da quando era piccolissima sono sempre stata la sua vitamina, che permette di farsi esplodere la vita dentro, come una mina.

Ed è bello esplodere così: dopo non ci si sente a pezzi, ma finalmente ricomposti …

Il prossimo appuntamento della Rassegna sarà domenica 18 e lunedì 19 novembre:“In nome del figlio – Storie di donne in chiaroscuro”, con la regia di Clara Santacroce.

A San Giovanni la Sala Memoriale per Mamma Lucia. In primavera l’inaugurazione?

commissione-selezione-materiale-mamma-lucia-ottobre-2018-cava-de-tirreni-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Finalmente sembra all’orizzonte il memoriale per Mamma Lucia, che potrebbe vedere la luce già nella prossima primavera.

Gli scatoloni con il materiale di stampa, fotografico e documentario che la riguardavano erano stati messi a disposizione dell’Amministrazione Comunale nel 2014, che aveva predisposto una Commissione per la catalogazione e il riordino, guidata dalla funzionaria della Biblioteca Comunale, Beatrice Sparano, e formata da Lucia Apicella, la nipote di Mamma Lucia che aveva formalmente autorizzato l’apertura, Annamaria Apicella, anche lei nipote della cara Madre dei caduti, Lucia Avigliano, Gennaro Galdo, Alfonso Prisco, Felice Scermino, e dal sottoscritto scrivente, Franco Bruno Vitolo. Sono stati finora catalogati circa cinquecento elementi che testimoniano la straordinaria azione della “madre dei caduti”, dalla prima stupita diffusionedi notizie sul suo recupero di circa ottocento salme di caduti (quasi tutti tedeschi, per l’occasione nemici ma pur sempre “figlie ‘e mamma”) al dolente e trionfale viaggio in Germania per ricevere l’omaggio delle famiglie dei caduti, del governo e dell’intero popolo tedesco, dall’incontro col Papa fino a quel funerale che ne sancì la grandezza e per certi versi anche l’immortalità, perché il suo messaggio di maternità universale era destinato a perpetuarsi attraverso le generazioni. Da qui i riconoscimenti anche dopo la morte fisica, dai monumenti all’intestazione delle scuole alla diffusissima iconografia e alle tante scritture che ne celebrano la figura.

Tutto questo però non basta, in rapporto al valore della sua opera ed alla necessità della sua conservazione. Perciò è stata sempre auspicata l’istituzione di un museo, oppure di una sala memoriale, dedicata a lei ed al contesto storico di quei giorni dello sbarco che contribuirono a decidere le sorti del nostro paese e della stessa Seconda Guerra Mondiale.

Sono passati fin troppi anni senza …

Ora si preannunciano finalmente gli anni “con”, sia per la disponibilità di sale ampie e centrali, quelle del magnifico complesso di San Giovanni, sia per lo slancio dato a suo tempo dal Sindaco Galdi sia per le giuste aperture dell’Amministrazione Servalli. Bisogna naturalmente fare i conti con gli euro da spendere: tuttavia non sarà una cifra inavvicinabile, non mancheranno né la base dal bilancio comunale né le integrazioni necessarie da parte di eventuali sponsor e soprattutto da parte di una popolazione che per Mamma Lucia, la più amata dai cavesi”, si è sempre fatta in quattro.

A predisporre e selezionare il materiale è stato rinnovato l’incarico alla stessa Commissione che aveva visionato l’apertura degli scatoloni. Ad essa si è aggiunta la preziosa collaborazione di Gaetano Guida, come rappresentante delle istituzioni, oltre che esperto di comunicazioni visive e, da degno figlio della grande Guida metelliana Lucia Avigliano, custode delle nostre tradizioni (tra l’altro è l’autore dell’annuale calendario incentrato sull’identità di Cava).

Quindi, persone, risorse, location, materiale, entusiasmo non mancano di certo.

Ora, bisogna solo procedere nel lavoro iniziato, facendo in modo che vengano composti tutti i tasselli. E attenderemo insieme che venga primavera…

E poi, è auspicabile che venga anche il “sole più vivo dell’estate”, cioè la creazione di un polo provinciale dello Sbarco, tale da generare un flusso di risonanza nazionale e internazionale, come è giusto per un evento storico di questa portata, magari sul modello di quello che fanno costantemente i francesi con le zone della Normandia.

Intanto, ci consola il fatto che per la figura, l’amore e la memoria di Mamma Lucia sia sempre primavera …

Anacleto Postiglione, la saggezza dei classici e il sorriso dell’intelligenza

Un ricordo del noto docente, scomparso il 16 ottobre, poco prima della moglie Anna.


anacleto-postiglione-salerno-vivimediaSALERNO. Un dolcissimo mito dell’antica Grecia racconta che un giorno Giove e Mercurio, per mettere alla prova gli esseri umani, scesero sulla Terra sotto le mentite spoglie di due viandanti che chiedevano ospitalità. Furono accolti con gentilezza e piena disponibilità solo da due vecchi coniugi, Filemone e Bauci. Il giorno dopo, dichiarando la loro identità, offrirono ai due una ricompensa a scelta. E loro chiesero solo la grazia di morire insieme. Qualche tempo dopo, mentre erano vicino al focolare, lentamente si trasformarono in una quercia e in un tiglio uniti per il tronco…

Il mito è divenuto realtà per il professore Anacleto Postiglione, scomparso a Salerno il 16 ottobre scorso all’età di ottantotto anni, e per sua moglie Anna, spirata la notte successiva, a Firenze, dove era ricoverata da tempo. Dopo oltre cinquant’anni di matrimonio e la formazione di una bella e numerosa famiglia, quando erano ridotti ormai ad un’ala sola, sono volati via abbracciati. E forse il dolore di familiari e amici per la perdita, perché non ci sono più, è stato, per citare quel Sant’Agostino tanto amato dal professore, ammorbidito dal sorriso per quello che c’è stato, da quel lontano 5 dicembre anni Sessanta fino all’ultimo, comune respiro.

La scomparsa di Anacleto Postiglione ha scatenato un’onda lunga di emozione e di ricordi nei tanti colleghi e amici, che gli volevano bene come uomo e lo stimavano come docente “stellare” di Latino e Greco, come conferenziere di alto profilo, come appassionatissimo cultore dei classici, come saggista sagace, autore tra l’altro di un magnifico viaggio letterario nel rapporto tra gli scrittori latini e la schiavitù.

La stessa onda lunga di emozione e ricordi ha invaso e pervaso anche il ben nutrito esercito di studenti che da lui sono stati abbeverati di cultura umanistica e di apertura mentale nel corso della sua lunga carriera, in particolare presso il Liceo “Marco Galdi” di Cava de’ Tirreni e il Liceo “Tasso” di Salerno. Studenti che hanno goduto del suo saper essere non solo un gran professore, ma anche più che un semplice professore: parafrasando Catone, un vir bonus docendi peritus (un uomo di qualità esperto nell’insegnare), un maestro ascoltato, stimato ed amato, nella cattedra e nella vita.
La sua venuta nella aule fu una ventata di aria fresca, in quegli anni Sessanta in cui si sentiva il bisogno di creare varchi in una scuola ancora troppo severa e accademica e poco attenta al possibile “volto umano”. Pur senza nessun compromesso rispetto alla qualità ed al rigore dello studio, Anacleto Postiglione riuscì a guadagnarsi uno spazio luminoso di affetto e di stima, perché era chiaro nelle spiegazioni e nella comunicazione, sapeva coinvolgere con la passione personale e con il sorriso dell’intelligenza, riusciva a far amare il mondo dei classici, sapeva stimolare sia con le aperture culturali di grande portata, sia con vivaci ammiccamenti e perfino con maliziose complicità. Insomma, si proponeva come una persona nella sua totalità, umanissimi difetti compresi.. e compreso anche il suo dichiarato elastico “tra il pane e salame e le finezze della musica di Mozart e Beethoven”.

E come tale sapeva emozionarsi, emozionare, farsi conoscere, far crescere.

Anche per questo, quando una decina di anni fa è tornato a Cava per una lectio magistralis su Sant’Agostino e le donne, c’è stata una mobilitazione piena di fermento tra noi ex alunni del Galdi. In quell’aula magna del “suo” liceo, oltre alle sue parole come sempre sostanziose e profonde, si scorgevano nei sorrisi a luce piena di tutti noi l’emozione di una gioiosa rimpatriata, la soddisfazione di ritrovare ancora una volta, in cattedra, un docente veramente speciale, e nello stesso tempo il piacere pervasivo di abbandonarsi a memorie, nostalgie, fremiti esistenziali lunghi una vita, a rivangare mille episodi di gioventù e di “scuola viva”.

Accanto a questo ricordo collettivo, mi è dolce evocare anche fattori personali, a cominciare dai suoi stimoli “pigmalionici” e dall’amore per il mondo classico che lui mi seppe trasmettere e che è stato decisivo per tante scelte professionali… E poi, quegli indimenticabili venti giorni in cui, non ancora laureato, ebbi l’onore di essere suo supplente nel nostro liceo e nella nostra sezione B…. Fu onore, ma anche dolore, perché erano i giorni terribili della malattia del piccolo Pierpaolo, nel suo lungo viaggio verso la notte che tanta notte fece scendere, e forse rimanere, anche nel cuore di Anacleto.

E che dire dell’emozione del giorno del mio pensionamento? Quell’11 giugno del 2011, in una reciprocità spontanea ed emozionante, lui mi mandò attraverso la figlia Daniela, allora mia collega, una copia della bellissima poesia “Itaca” di Kavafis, e io, sapendo che lui sarebbe andato dopo due mesi ad Auschwitz, consegnai per lui a Daniela una copia del mio “Cioccolato ad Auschwitz”, con tutto il calore di un pensiero affettuoso e grato al mio carissimo mentore.

Né posso tralasciare il dispiacere dell’ultima primavera, quando, presentando il bel romanzo del genero Claudio Grattacaso e informandomi da lui sulla salute di Anacleto, seppi che purtroppo anche lui forse aveva imboccato il lungo viaggio verso la notte.

Eppure, anche allora, mi venne in aiuto la sempre meravigliosa lezione esistenziale ricevuta dalla classicità, in particolare dal “suo” Seneca, dal “nostro” Seneca, che ricordava come sia una giusta conquista diventare amico di se stesso e da se stesso aprirsi agli altri, riconoscere la dignità in tutti gli esseri umani, anche e soprattutto negli ultimi (“respirano la nostra stessa aria e stanno sotto lo stesso cielo”), saper affrontare il dolore come parte della vita, perché “o finisce o ti finisce”, capire che più che la durata sono importanti la qualità del vivere e i momenti veramente vissuti. E ho pensato che lui ha saputo essere tutto questo, ho pensato all’abbondanza e alla ricchezza della sua semina: e forse ci avrà pensato anche lui, pur nel tormento degli ultimi tempi. Forse anche lui, come Neruda, ha potuto dire “Confesso che ho vissuto”.

E quel suo vivere ha comunque lasciato una scia che profuma oltre la sua vita. E che lo fa vivere ancora.

Grazie, Anacleto. E ti sia lieve la terra …

Esito felice per il Concorso “Maria SS. Dell’Olmo”

 Il Premio “Silvio Albano” all’Associazione “Il Cireneo”


Ancora una volta tradizione, novità, varietà e qualità hanno caratterizzato il Concorso di Poesia e Prosa religiosa Maria SS. Dell’Olmo, giunto alla tredicesima e, sotto la guida del Rettore Padre Adriano Castagna e del Parroco Padre Giuseppe Ragalmuto,  indetto dal Convento dei Padri Filippini della Basilica dell’Olmo di Cava de’ Tirreni, la cui premiazione, riguardante opere incentrate sul tema “Maria madre del sorriso”, si è svolta mercoledì 5 settembre 2018, all’interno della storica Chiesa.

È un evento radicato in un ampio territorio, tanto è vero che ci sono stati vincitori assoluti anche dalla Lombardia, dall’Emilia Romagna, dalla Puglia, oltre che da quella Sicilia che, grazie all’opera meritoria di apostolato svolta a suo tempo a Palermo dai cari e indimenticati Padre Silvio Albano e Raffaele Spiezia, è diventata “sorella della basilica”. Una Sicilia vincente, grazie a Palma Civello, giunta alla sua quinta palma consecutiva: segnalata nella Poesia (con una lirica che esalta la forza consolatrice e la maternità universale di Maria al di là degli stessi demeriti di noi mortali) e prima ex aequo nella Prosa, con una spiazzante rielaborazione della maternità di Maria vissuta con gli occhi di Giuseppe e di Maria-moglie. Una Sicilia vincente grazie anche all’amico Toti Palazzolo, palermitano di vita quotidiana ma parrocchiano onorario della Basilica, che ha raccontato una bella storia di integrazione di tre extracomunitari in un quartiere difficile della sua Palermo.

La principale novità è consistita nella presenza vincente di nuovi concorrenti di qualità sia tra i partecipanti sia tra i premiati. Su tutti, la cavese Angela Pappalardo, che ha vinto (ex aequo con Palma Civello) il primo premio nella Sezione Prosa raccontando con calore umano e passione di fede la storia di un aborto felicemente evitato grazie ad un recupero della coscienza favorito da una militante del Movimento per la Vita ed all’illuminazione proveniente dal contatto emozionale con una Madonnina posta nell’Ospedale. L’argomento è presente anche nel racconto secondo classificato, in cui la casoriese Lucia Plateroti ha rievocato un episodio di vita familiare, che poi ha dichiarato come autobiografico, emozionandosi ed emozionando nell’evocazione di una gravidanza precoce e di un nipote carissimo e bellissimo, oggi ventenne, preservato dall’aborto grazie all’amore che animava i due genitori ed anche all’intercessione della nonna, sostenuta dalla sua fede mariana.

È una new entry anche la terza classificata in entrambe le sezioni, Anna Maria Santoriello, nata felicemente alla scrittura da poco tempo e già reduce da successi e apprezzamenti. La Santoriello ha utilizzato il filo rosso del suo matrimonio, avvenuto oltre mezzo secolo fa proprio alla Basilica dell’Olmo, per raccontare con vivace senso dello humour l’imbarazzo tragicomico causatole da una confessione molto pruriginosa, come nello stile dell’epoca, ma anche per toccare con ovattata e intensa delicatezza l’emozione della cerimonia e della sua unione, che ha visto una famiglia forte e unita manche la svangante, precoce perdita di un figlio.

È new entry anche il depositario della menzione d’onore, Pasquale Di Domenico, che ha ricordato il tradizionale rito ferragostano di una messa nel cortile di casa sua paterna intorno al quadro di Maria Assunta voluto dalla madre Assunta, oggi nel paradiso della memoria ma capace di lasciare nel cuore un sorriso come quello di Maria nell’immagine.

Si è confermato alla grande, nella Poesia, il vietrese Alessandro Bruno, già vincitore lo scorso anno come galoppante talento emergente e quest’anno, dopo vittorie, riconoscimenti e pubblicazioni, oramai talento emerso, come autore in vernacolo (un panda, dati i tempi ed i suoi freschi trent’anni) vivace, originale e coinvolgente su tematiche di vario genere. La sua esecuzione della poesia vincente (‘O viento e ‘a terra d’ ‘a Maronna) rimarrà nella memoria per l’incisività del testo, la lettura “atmosferica”, la suggestione di una litania catartica scandita dal ritmo lento e incalzante della tammorra di Cristian Brucale, giovane cantautore vietrese, recentemente premiato a Napoli direttamente dal grande Mogol.

Come Alessandro Bruno, non si ferma nella sua ascesa neanche Stefania Siani, segnalata al merito lo scorso anno e ora seconda con una poesia ad alto tasso di concentrata intensità, in cui con poche ma taglienti pennellate esprime il rimpianto, suo ma estensibile a tanti altri esseri umani, per non aver saputo aprire il cuore alla madre quando era in vita e per essere impotente a farlo ora che lei non c’è più.

Il premio speciale della Giuria è andato ad un’altra giovane emergente-emersa, Iolanda Della Monica, studentessa di teologia, volontaria di solidarietà, che ha invocato il sorriso liberatorio di Maria verso tanti peccati sociali della nostra epoca, enunciati con strofe incalzanti ed emozionate.

Tra i segnalati a vario titolo, ci piace ricordare sia Carla Pappalardo (new entry e sorella di Angela) autrice di una suadente lirica stile vintage basata sulla comparazione tra il sorriso di Maria e quello di sua madre, sia tre cari amici dell’Olmo, già pluripremiati nelle scorse edizioni: il maestro Giuseppe Siani, che prospetta come il sogno primario di Dio un mondo senza lacrime né “figli inchiodati a liquide croci”; Carla D’Alessandro, che ha innalzato a Maria un inno devozionale di calda intensità, e Iosefina Citro, che ha narrato in versi una storia-parabola su un incontro diretto con Maria e il suo sorriso. Segnalati infine anche il frusinate Francesco Patrizi, la salernitana Grazia Sammarco e la costaiola Maddalena Della Mura, anche lei habitué di premi in concorsi religiosi.

Il gran finale è stato dedicato, come ogni anno, alla consegna del Premio Silvio Albano, dedicato al nostro indimenticabile Padre Silvio, precocemente scomparso, destinato a testimoni attivi dell’amore e della carità evangelica. Confermando la linea dello scorso anno, è stato assegnato ad un’Associazione di volontariato,: Il Cireneo (Il cui nome evoca la figura biblica dell’uomo che si accollò la croce di Cristo per alleviarne le pene), impegnata nell’assistenza agli anziani e ai bisognosi qui nel territorio e in solidarietà a distanza in Brasile e Filippine. Vivace ed emozionante la consegna del riconoscimento, sia per la folta presenza del Gruppo, sia per il ricordo di Sidra, una delle care ospiti di Villa Serena, recentemente scomparsa alla straordinaria età di centosette anni, sia per l’energia emanata dal suo fondatore e presidente, Salvatore Costabile, sia per la poesia dedicata ad hoc da Iolanda Della Monica, una delle cirenee più giovani e attive.

Alla fine della premiazione, abbraccio generale e foto ricordo con i giurati-lettori di VersoCava presenti o assenti (Maria Alfonsina Accarino, Lucia Antico, Lucia Criscuolo, Maria Teresa Kindjarsky D’Amato, Emanuele Occhipinti, Rosanna e Teresa Rotolo, Anna Maria Violante e lo scrivente Franco Bruno Vitolo, che ha fatto anche da conduttore).

A detta di tutti i presenti, è stata una serata varia, ricca di stimoli, con recitazione ben accoppiata ai versi e qualche nota ad hoc, con molte chiavi ad apertura di cuore. Una serata che, in linea con il tema, è stata calda e “religioiosa”. Purtroppo, in controtendenza con le scarse gioie che ci vengono dalle notizie di ogni giorno e che altro che sorriso di Maria. Auguriamoci allora che questa tendenza cambi e che anche il “sorriso di Maria” abbia più ragione di essere. Per dirla con Alessandro Bruno, sarebbe quello il vero miracolo…

Il responso della Giuria

Sezione “Poesia “

  1. O viento e ‘a terra d’ ‘a Madonna, di Alessandro Bruno – Vietri sul mare

  2. Un oceano sotto la pioggia, di Stefania Siani – Cava de’ Tirreni

  3. Un viaggio d’amore, di Anna Maria Santoriello – Cava de’ Tirreni

Premio speciale della Giuria : Sorridi, Maria!, di Iolanda Della Monica – Cava de’ Tirreni

Menzioni di merito: Sorriso di mamma, di Carla Pappalardo (Cava de’ Tirreni); Son certa che sorridi, di Palma Civello (Palermo); Il sorriso di Maria, di Maddalena Della Mura (Maiori – Salerno)

Pubblicazione: La seggiola della Madonna, diJosephina Citro (Mercato San Severino – SA); Il sogno di DiodiGiuseppe Siani(Cava de’ Tirreni); Abbraccio amoroso, diCarla D’Alessandro (Nocera Inferiore – SA); Ave, immacolata,diFrancesco Patrizi(Monte S. G. Campano – Frosinone); La mia preghiera, di Grazia Sammarco (Salerno) 

Sezione “Prosa“

  1. Il sorriso di Maria attraverso frammenti di pagine ritrovate del diario di Giuseppe, suo sposo – di Palma Civello - Palermo

Un’amica per la vita – di Angela Pappalardo Cava de’ Tirreni

  1. Il sorriso di Maria, canto alla vita – di Lucia Plateroti(Casoria – Napoli)

  2. Un matrimonio… avventuroso, di Anna Maria Santoriello (Cava de’ Tirreni)

Premio speciale della Basilica dell’Olmo : Aldo, Giovanni e Giacomo, di Salvatore Palazzolo (Palermo))

Menzione di merito: Nutrirsi di nostalgia, di Pasquale Di Domenico (Montecorvino Pugliano – Salerno)

La Battaglia di Cava del ’43 sarà rievocata in Comune lunedì 10 settembre

Costituito in Provincia un Comitato dei comuni dello Sbarco.


SALERNO, EBOLI, PONTECAGNANO, VIETRI SUL MARE, CAMPAGNA, CAVA DE’ TIRRENI: rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni, personalità della cultura insieme, grazie alla meritoria iniziativa del giornalista Eduardo Scotti, di Repubblica.

Finalmente, sia pure senza finanziamenti particolari, in occasione del settacinquesimo anniversario dell’evento, si è costituito un comitato intercittadino che comprende i comuni a suo tempo coinvolti nell’Operazione Avalanche, cioè nello sbarco degli Alleati angloamericani, avvenuto nel 1943 sulla Costa salernitana e immediatamente successivo all’Armistizio dell’8 settembre, che unilateralmente rompeva l’alleanza italotedesca e faceva passare l’Italia dalla parte degli Angloamericani e i Tedeschi nel novero dei nemici in terra propria. Se pensiamo allo sfruttamento in senso positivo che i Francesi hanno fatto dello sbarco in Normandia e consideriamo che lo sfondamento delle truppe di sbarco è stato decisivo per la se sorti dell’Italia e forse della guerra stessa, ci rendiamo conto delle opportunità che si potrebbero cogliere… e anche di quelle che finora si sono perdute, con iniziative parcellizzate e frammentate. 

Momento cruciale di questo sfondamento è stata la cosiddetta Battaglia di Cava, con gli Alleati a premere dal mare e i Tedeschi a difendersi sulle colline metelliane. Giorni drammatici, giorni difficili, giorni indimenticabili. Giorni che, nella distribuzione delle date dei vari eventi (rimandiamo ad altra sede il calendario generale), saranno rievocati, con la presenza del Sindaco Vincenzo Servalli e del Coordinatore del Comitato Edoardo Scotti, a Cava lunedì 10 settembre, alle ore 18, 30, nella Sala del Consiglio Comunale, nel corso della manifestazione intitolata, appunto, “La Battaglia di Cava”.

La manifestazione, condotta dal sottoscritto scrivente, si articolerà in quattro momenti:

*Diario del ’43 – Lo sbarco in diretta -Conversazione con Gregorio Di Micco.

I giorni dello sbarco, molto difficili per la popolazione, costretta a lasciare le proprie case ed a cercare alloggi di fortuna, in un’altalena terribile di pericoli e di morte, sono stati raccontati praticamente in diretta attraverso il diario di una signora napoletana sfollata a Cava e ritrovato in casa dell’avvocato Vincenzo Mascolo dal giornalista Gregorio Di Micco e pubblicato nel suo recentissimo libro Cava 1943 – I giorni del terrore. Non solo diario e cronaca in diretta, però, ma anche uno sguardo a trecentosessanta gradi sugli eventi epocali di quei giorni, con corredo di testimonianze e carrellate di personaggi ed episodi, Mamma Lucia in testa, naturalmente. Il tutto raccontato con la cura del giornalista, la competenza dell’uomo di cultura, la chiarezza del cronista, la passione del cittadino.

*Il video di Cava Storie

Non solo storici di antico pelo ed esperienza si stanno appassionando alla ricostruzione degli eventi del secolo scorso che hanno cambiato la storia del nostro territorio, ma anche giovani ricercatori, che all’attenzione per la lettura uniscono l’abilità dei moderni supporti tecnologici. Tra questi, un gruppo che fa capo al sito web Cava Storie, per l’occasione rappresentato da Aniello Ragone, che mostrerà il promo di un docufilm sullo sbarco e ritagli di documentari da loro già realizzati sugli eventi di quegli anni.

*Verso il Museo di Mamma Lucia.

Sulla scia dell’autorizzazione a visionare il materiale giornalistico e iconografico contenuto in apposite casse di famiglia, quattro anni fa fu costituito dall’Amministrazione Comunale (allora guidata da Marco Galdi) un Comitato per il riordino e la catalogazione, in vista della realizzazione di un Museo dedicato all’amatissima “Madre dei caduti”, che in occasione della battaglia di Cava recuperò e restituì alle famiglie i corpi di oltre seicento soldati tedeschi, considerati non nemici ma “figli di mamma”. La nipote di Mamma Lucia depositaria del materiale, Lucia Apicella, e la Coordinatrice del Comitato, Beatrice Sparano, insieme con esponenti dell’Amministrazione, faranno il punto della situazione e per l’occasione sarà ancora una volta attribuito il dovuto omaggio, a parole e in video, a questa magnifica testimone di Maternità universale.

*Nina, la sposa americana

Sarà poi rievocata, attraverso un filmato realizzato in frazione Passiano in occasione del suo ritorno tra noi, avvenuto sette anni fa, la storia di Nina, la sposa americana. Una storia cominciata durante lo sbarco, nel 1943, quando Nina aveva solo nove anni e George, ventiquattrenne, era un marine di stanza a Passiano, e continuata quando George, dopo la guerra, si era mosso dall’America per venire a sposare la sua “principessa”, oramai cresciuta ma ancora un po’ “smarrita” dagli eventi.

Quando nel 1951, a Passiano, Nina e George si sposarono, tutta Cava e tanta parte dell’Italia e degli Stati Uniti parteciparono all’evento. Mille e mille persone raccolte davanti alla Chiesa e sotto il balcone del Dopolavoro, reportage fotografici su “Il tempo illustrato”, “La settimana Incom”, perfino l’americana “Life”, addirittura la sceneggiatura di un film da girare con la regia di Corbucci. Era, pur se tra tante contraddizioni, la materializzazione del sogno americano per l’Italia povera di allora. George è scomparso da qualche anno e Nina, fresca ancora della sua bellezza di sempre, di cuore, di sorriso e di pelle, oggi vive in California con i suoi tre figli ed è in continuo contatto con la nostra città, che è rimasta “sua” fin nel profondo dell’anima. 

Insomma, un poker di servizi di ampio ventaglio di interesse, che non si esauriranno però nel solo 10 settembre, ma proseguiranno nel corso dell’anno, essendo i protagonisti disponibili a fare giri itineranti nelle scuole, per mostrare quel sapore della storia e delle radici che è necessario come il pane per l’identità delle nuove generazioni, un pane che però troppo spesso è lasciato nella madia con tanta muffa e poco lievito. Che sia finalmente l’inizio di una giusta “cottura” di questo saporitissimo cibo della mente?.