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Capri in cartolina: una divina passeggiata nella bellezza di ieri … e di sempre

Dedicata all’Isola Azzurra la settima raccolta realizzata da Alfonso Prisco e AreaBlu.


CAPRI (NA) – CAVA DE’ TIRRENI (SA). Quasi cinquecento cartoline del secolo scorso con carta patinata e raffinata in grande ed elegantissimo formato 24×30, duecentosettantadue pagine, una storia da amare … e tanto sole e tanto mare negli occhi e nel cuore.

Riguarda stavolta l’isola Azzurra, Capri superstar, la settima perla della originalissima raccolta delle cartoline del Grand Tour, realizzata come sempre da quello strardinario archeolabrador della cartolina d’epoca che è Alfonso Prisco e stampata in Champions style da AreaBlu Edizioni. Segue i due volumi di Lady Cava e quelli singoli su Salerno, Costa d’Amalfi, Pompei e Napoli e proprio alla logica che ha ispirato il lavoro su Napoli si ispira maggiormente quest’ultima fatica. Infatti ci sono anche molte immagini non solo di luoghi, ma anche di pitture, volti, palazzi, storici hotel, oltre naturalmente a quegli scorci che hanno fatto dell’isola la Regina del Golfo ed uno dei luoghi più ammirati ed amati al mondo, come sapeva bene il buon imperatore romano Tiberio, che di bellezze e ricchezze se ne intendeva.

Tra tutte, spicca infatti la serie dei panorami dipinti, con la stampa in cartolina di opere dell’Ottocento, quando in Campania trionfava la pittura paesaggistica, che fungeva anche da promozione turistica: in queste immagini, riprodotte con magistrale fedeltà, la Grotta Azzurra, i Faraglioni, l’Arco Naturale, anche un semplice pescatore che tira le reti o delle barche che partono per pescare assumono una dimensione magica, così doveva risplendere nell’immaginario di chi poteva solo volare con la fantasia per immergersi nella bellezza dell’isola. Una magia che in alcune delle scene più riuscite è stata del resto evocata di recente dal regista Martone nel film Capri revolution, nell’intrigante storia della Comune di stranieri che agli inizi del Novecento si insediò in un fatato angolo dell’isola. E che dire dei volti di uomini anziani o fiorenti popolane che evocano quasi la preistoria dell’isola, quando si era ben lontani dal vederla pullulare di aristocratici dandy o “aspiranti imperatori”? O di quelle cartoline che sono anche delle performance fotografiche, vista la predisposizione di inquadrature dall’alto con rocce a strapiombo o strade che si inerpicano come nuvole bianche intorno a quei monti così magicamente sposati col mare?

Perciò lo scorrere queste pagine non è solo un ricercare le radici di un luogo, perché altrimenti interesserebbe solo il caprese doc, ma è una divina passeggiata nella Bellezza. Del resto, l’isola di Capri è detta Azzurra forse anche perché azzurro è il colore del cielo che abita in lei …


In Biblioteca la mostra di “Pro poor people”, a sostegno di una località della Tanzania

Uno stimolo al dialogo con i più giovani, una benefica finestra di solidarietà.


CAVA DE’ TIRRENI (SA). “In Kenia e in Tanzania, abbiamo aiutato e aiutiamo famiglie senza tetto, povere e con prole. Le aiutiamo ad acquistare un terreno, a costruire una casa confortevole, ad avviare una piccola attività di agricoltura e di allevamento, in modo da raggiungere gradualmente l’indipendenza economica. Diamo un aiuto per risolvere i problemi minimi dell’esistenza quotidiana e nello stesso tempo per acquisire gli strumenti di costruzione del futuro. Tra questi il primo e più importante è la scuola. Bastano poche decine di euro, non più di cento, per permettere ad un ragazzo di sfamarsi, pagarsi l’istruzione e con essa di acquistare uno spicchio di speranza.

È il sogno di tanti volontari per l’Africa in generale e, nel nostro caso, l’obiettivo dichiarato di un gruppo di volontari coraggiosi e generosi, guidati da Marco Battaglini, il quale in Kenya, a Watamu, undici anni fa entrò in contatto con la famiglia di una vedova rimasta senza casa e senza sostentamento. Capì che non era, non è possibile in certi casi stare con le mani e mano senza dare una mano. Chiese aiuto e sostegno a parenti, amici e conoscenti in Italia e riuscì a far tirar su un’abitazione decorosa, con ecocomponenti, e a dare gli strumenti per andare avanti e procurarsi il sostentamento quotidiano.

Da lì nacque l’idea di creare un’organizzazione in grado di aiutare questo “poor people”, ma anche la scelta consapevole del finanziamento diretto, senza intermediazioni, ma solo attraverso agenzie di trasmissione di danaro da un paese all’altro. Dopo qualche anno in Kenya, la sua attenzione si è trasferita in Tanzania, in particolare a vantaggio dei bambini di un orfanotrofio di Kipengere, per poi stabilirsi definitivamente a Nyombe, dove agisce in libertà e autonomia a beneficio di persone e famiglie disagiate..

Da quel momento la sua primaria attività è stata quella di raccogliere fondi per adottare a distanza bambini nello studio (con cento euro annui si coprono un intero anno scolastico e due pasti al giorno!) e aiutare le famiglie a farsi un tetto, un campicello e qualche strumento per produrre e vendere frutti, ortaggi oppure oggetti artigianali.

Quella che era un’iniziativa di pochi si è poi estesa ad amici e conoscenti e quindi, attraverso la rete, a coloro che ritengono giusto e opportuno sostenere, in loco oppure a distanza, l’azione di questo gruppo, che ci sta mettendo anima e cuore, intelligenza ed energia. È nata formalmente l’Associazione Onlus Pro poor people, dallo stesso Marco Battaglini presieduta, che negli ultimi mesi si sta facendo conoscere attraverso significative iniziative pubbliche, in particolare a Cava de’ Tirreni, città di residenza di Rosanna Lamberti, l’attuale Vicepresidente, e di alcuni membri della famiglia Battaglini, che è originaria del Cilento. Il papà di Marco, Gianfranco, fa da segretario, l’amico James da gancio e tramite in Tanzania, a supporto ed a volte, se serve, anche in sostituzione di Marco stesso.

Ha avuto una bella risonanza la mostra organizzata prima a settembre in Comune, con la spinta promozionale del Consigliere Umberto Ferrigno e della Presidente del Consiglio Lorena Iuliano, e nel periodo prenatalizio in Biblioteca Comunale. Qui si è aperto un fecondo canale con le scuole, destinato ancora a crescere nel mese di gennaio. I ragazzi rimangono molto colpiti dalle “fotografie parlanti” che accompagnano la mostra, e dalle vibrazioni del cuore che connotano la presentazione curata da Rosanna Lamberti e dalla sorella Teresa, capaci di infiorare le parole con episodi che colpiscono l’immaginario dei giovani. Per tutte, vale la testimonianza delle ragazze della II BL del “De Filippis – Galdi”, che ha visitato la mostra con le le prof. Rinaldi e Coppola.

Siamo rimaste molto impressionate dal fatto che in quei luoghi bruciavano i copertoni delle ruote delle macchine per favorire la concimazione ignorando i veleni che quelli contenevano. E ci hanno intenerite scene come la preghiera recitata sulla spiaggia da parte della famiglia senza tetto a beneficio di Marco e dei suoi amici. Ci hanno tanto commosso sia la carica d’amore che rimane in quelle persone nonostante la povertà, sia il vedere tanti bambini sorridere gioiosamente. Abbiamo capito che quello che per noi è poco o niente per loro è tutto. Dovremmo imparare a distinguere meglio il valore delle cose che noi abbiamo e che diamo per scontate…

Parole sagge e mature, parole che, se elaborate e trasformate in pensieri e azioni d’amore e di solidarietà, sono il segno di una crescita e l’apertura di una mano tesa a far da ponte con il mondo che ci circonda.

Ci conforta perciò che stiano prendendo piede iniziative come quelle di Por poor people, che ci siano persone come Marco Battaglini che tengono viva la fiammella della fraternità, che questi incontri mettano su, sia pur faticosamente e mattone dopo mattone, dei ponti di umanità e solidarietà in controtendenza con le diffidenze e gli egoismi che troppe volte ci portano a vedere queste popolazioni svantaggiate come dei pericoli per la nostra “pace” e il nostro più o meno reale benessere. Come se nella nostra storia non fossimo mai stati svantaggiati o migranti…

E allora, se possibile, diamo il nostro sostegno; se non siamo impegnati con altri, diamo il nostro cinque per mille; se abbiamo tempo, doniamo i nostri minuti. E i benefici, per gli altri e per noi stessi, non saranno certo “minuti”…

“Costretti a fare Miseria e Nobiltà”: la stagione del Piccolo Teatro al Borgo è iniziata con una brillante contaminazione da Scarpetta

CAVA DE’ TIRRENI (SA). C’è chi, con un brillante neologismo anglicheggiante e assonante con renaissance-rinascita, l’ha chiamata greynaissance, cioé rinascita del grigio, dell’età in grigio, quindi della terza età. A dire la verità, il termine si adatta oggi di più alle donne, che ad un certo punto, per circostanze ora liete ora difficili della loro vita, si trovano a vivere non per qualcuno o per qualcosa, ma per dimostrare se stesse ed essere se stesse. Gli uomini, soprattutto in passato, erano da sempre abituati ad essere in prima fila fin dai tempi infantili delle “coccole da figlio maschio”.

Oggi il termine assume un valore più ampio, magari riferito alla pensione oppure a quell’età in cui si può essere più facilmente liberi di liberarsi o di “togliersi gli sfizi”.

Mimmo Venditti appartiene in parte a questa categoria. Non è cambiata certo la sua identità: in scena da sempre, sul palco e a volte non solo sul palco. Eppure tante volte bisognava e bisogna anche scendere a piccoli e grandi compromessi col pubblico, che per lui è sempre stato un interlocutore privilegiato. Segnali di piccole trasgressioni ogni tanto ne ha lanciati, comunque: la contaminazione de Il medico dei pazzi, la commedia non tradizionale di Santanelli, la cornicetta socialeggiante del Viviani di Fatto di cronaca

Negli ultimi tempi però si è tolto qualche sfizio in più. Prima la formazione della strana coppia in cartellone con i ragazzi di Arcoscenico (della serie “voialtri volete procedere svincoli e sparpagliati? E io non ci sto!”) e adesso, nell’ambito della Rassegna teatrale 2018-19 del Piccolo Teatro al Borgo di Cava de’ Tirreni da lui diretto, la “vendittizzazione” di un superclassico come Miseria e nobiltà, commedia scarpettiana scolpita nell’immaginario popolare soprattutto nella resa cinematografica del grande Totò, più che in quella teatrale di Scarpetta o dello “scarpettiano” Eduardo.

Il titolo, Costretti a fare Miseria e nobiltà, già induce il pensiero alla contaminazione, con la curiosità di capire il perché della costrizione. E c’è subito un doppio d’ambiguità. “Costretti” nella vita reale, perché è stato espressamente richiesto alla compagnia del Piccolo Teatro al Borgo di rifare l’esperimento, a suo tempo di grande successo, de “La vera storia del medico dei pazzi”, con un prologo esterno che introduceva il famoso testo scarpettiano, comunque rispettato nella sua sostanza. “Costretti” nella finzione teatrale, perché la compagnia protagonista dello spettacolo, per poter recitare e di conseguenza mangiare, deve subire la prepotenza di un assessore interessato a far dare una parte alla bella Gemma, sua “raccomandata” diletta, o di letto che dir si voglia.

E qui il doppio esplode, soprattutto nel primo atto, diretto e condotto con un ritmo galoppante, da apllausi. La vita reale del gruppo recitante si mescola con la finzione delle prove e della miseria che deve emergere. Mimmo Venditti si è veramente divertito a rimescolare le carte, facendo e non facendo “Miseria e nobiltà”, in un gioco di intrecci nella sceneggiatura che è una vera goduria per teatrofili. Ad esempio, le battute sulla fame sofferta dai protagonisti del teatro vengono trasferite al gruppo recitante, che la fame la soffre veramente, al punto da non avere neppure la possibilità di procurarsi gli spaghetti veri per la famosa scena del finale del primo atto. E così anche la vendita del paltò, con la serie dei famosi “desisti”, che diventa un duetto per i big Mimmo Venditti e Matteo Lambiase nel loro ruolo di guitti (la classe non è acqua…) e non in quello degli sgarrupati disoccupati del testo. E il tormentone “bellezza mia…” del marchesino Eugenio (l’attor giovane Marco Coglianese) si trasforma nell’intercalare del vero spasimante della ragazza che interpreta Pupella (Titta Trezza), ricco ma impossibilitato a usare le sue ricchezze. E che dire della litigiosissima accoppiata delle due donne, moglie e concubina, che viene trasferita, con molte delle battute del testo, alle due attrici, anche loro moglie e concubina, e che determina momenti trascinanti di rabbiosa comicità, grazie anche alle spumeggianti ondate di energia generate dalle due attrici vere (Ida Damiani e Daniela Picozzi). Sarebbe lungo citare tutte le corrispondenze, ma come dimenticare l’invenzione dell’assessore (un Raffaele Santoro convincentemente marpione) e del prologo, che Venditti si è sentito quasi “costretto” ad inserire. Nel prologo, infatti, svolto quasi in penombra, come segno di distacco rispetto al resto, il colloquio tra l’assessore e il custode del teatro (un disinvolto Roberto Palazzo, a suo agio anche come il cuoco arricchito papà di Gemma) svela la miseria della situazione e la mancanza di nobiltà con cui si gestiscono beni pubblici di interesse culturale. Lì, con il garbo del teatrante ma con il cruccio del cittadino, Venditti si toglie sassolini, pietruzze e vetrini dalle scarpe denunciando la mancanza di un teatro vero in città e le difficoltà che una compagnia di qualità incontra per essere profeta in patria, soprattutto quando è riuscita tante volte a “profetizzare” fuori città ed anche fuori regione ed anche fuori nazione. Non solo si è divertito, ma si è anche sfogato… ah, Venditti, tremendo Venditti!…

Tornando alla logica del doppio, quasi tutto il secondo atto della commedia è poi dedicato alla recita che nella commedia reale i guitti devono fare per fingere di essere i nobili parenti del marchesino. Qui, nonostante qualche ricercato richiamo alla situazione reale della compagnia, vengono di più seguiti, al di là dei tagli, il testo e lo spirito del copione scarpettiano. Ma lo spettacolo procede comunque gradevole, grazie al convincente affiatamento della squadra in scena.

E si arriva al finale tradizionale con la piena disponibilità del rispettabile pubblico a donare il suo consenso e i suoi applausi… ed a partecipare con l’ascolto e con le parole all’incontro doposcena che Venditti non manca mai di organizzare e che costituisce un arricchimento ed a volte anche uno spettacolo a sé.

I saluti sono pieni di di promozione e di promesse. Viene chiamato sul palco Luigi Sinacori, il capocomico e sceneggiatore di Arcoscenico, con cui il PTB ha creato una coppia di fatto, e viene preannunciato per il mese di gennaio il ritorno di Hope, la pièce più matura di Sinacori. Infine, in periodo di Avvento, viene creata l’attesa per il tradizionale avvento dell’eduardiano Natale in casa Cuopiello, che Venditti ha realizzato in chiave filologica, fermandosi, come nella prima stesura dell’opera, ai primi due atti: quindi, da “Lucarié, scitate!” a “Tu scendi dalle stelle, Concetta mia…” Non vedremo morire il buon Luca Cupiello né sentire Tommasino finalmente ammettere che ‘o presebbio gli piace, ma la torta è gustosa anche senza la ciliegina finale…

Casa Cupiello in due atti, lanciata anni fa, era una sfida rischiosa, ma il buon Mimmo è riuscito a vincerla, con un bel ghigno di soddisfazione. Ah, Venditti, tremendo Venditti …

Agenda 2019: un’agenda tutta da leggere

Curata da Ganriella Pastorino, sarà presentata l’11 dicembre a Palazzo di Città


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CAVA DE’ TIRRENI (SA). Martedì’ 11 dicembre, alle ore 18, nella Sala Consiliare di Palazzo di Città di Cava de’ Tirreni in Piazza Abbro, sarà presentata l’Agenda 2019, edita dalla Casa Edirice NoiTré, curata da Gabriella Pastorino e patrocinata dall’Associazione Giornalisti di Cava e Costa d’Amalfi “L. Barone”. Dopo i saluti del Sindaco di Cava de’ Tirreni Vincenzo Servalli e del Presidente dell’Associazione “L.Barone” Emiliano Amato, e l’introduzione del conduttore l’opera sarà introdotta dal conduttore dalla curatrice Franco Bruno Vitolo e poi presentata dalla curatrice del volume, Gabriella Pastorino, con le voci recitanti di Margherita Amato e Pasquale Di Domenico

L’Agenda, giunta ormai alla dodicesima edizione, ha una sua assoluta originalità. Infatti, è una vetrina per poeti, scrittori e creativi del nostro territorio e nello stesso tempo apre continuamente finestre sulla Letteratura e sull’Arte di ogni tempo e luogo e su tematiche dal sapore universale, come la Pace, la Giustizia sociale, il rapporto con se stessi e col mondo, i sentimenti di varia natura che si agitano nel nostro cuore, a cominciare dall’Amore, inteso come affetto, attrazione e pulsione di fraternità.

Non a caso l’autore che fa da filo rosso a questa edizione è il grande poeta latino Ovidio, colui che ne L’arte di amare ha donato un manuale spiritoso ed anche utile e nelle Metamorfosi ha raccolto in versi coinvolgenti e avvolgenti i principali miti dell’antichità, quelli legati ad una trasformazione iniziale e finale. E, significativamente, l’apertura di gennaio è consacrata ai celebri versi di Talil Sorek, “Ho dipinto la Pace”, al mito di Apollo e Dafne esaltato da D’Annunzio come un grande soggetto cinematografico, alla presentazione delle Metamorfosi come “insieme del raccontabile tramandato”,al la grande storia di Amore e dolore di Orfeo e Euridice evocata dal poeta Dino Borcas… e il 31 dicembre si chiude con il famoso monito di Wilde: Lo spreco della vita è nell’amore che non si è saputo dare e nel potere che non si è saputo utilizzare.

Insomma, un’Agenda da sfogliare ed appuntare come si conviene, ma anche e soprattutto una compagna da tenere sul comodino: un’Agenda tutta da leggere.

Spade, rock e amore, il primo romanzo di Stefania Siani: un secolare fantasexy d’azione carico d’amore. Sarà presentato il 6 dicembre a Palazzo di Città

stefania-siani-cava-de-tirreni-dicembre-2018-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Giovedì 6 dicembre 14 settembre, alle 18,30, nella Sala del Consiglio del Palazzo di Città di Cava de’ Tirreni, in Piazza Roma, sarà presentato il romanzo Spade, rock e amore, (Gaia Edizioni), di Stefania Siani, alla sua opera prima in prosa e finora conosciuta come emergente e pluripremiata poetessa, oltre che appassionata esecutrice di rock moderno. Dopo i saluti e gli interventi del Sindaco di Cava de’ Tirreni, Vincenzo Servalli, del Presidente dell’Associazione Giornalisti di Cava de’ Tirreni e Costa d’Amalfi “L. Barone” Emiliano Amato, di Francesco D’Amato, editore del libro, il conduttore Franco Bruno Vitolo, che è anche editor e prefatore del romanzo, presenterà l’opera e converserà con l’autrice. L’accompagnamento musicale sarà affidato al Gruppo Rock Acustic, formato dalla stessa Stefania Siani, cantante e batterista, da Gennaro D’Aniello, chitarrista, Gaetano Carpentieri, bassista.

In tema con le tematiche del romanzo, il Gruppo Folkloristico I cavalieri del giglio eseguirà delle movenze in costume medievale. 

Il romanzo si può definire un Fantasexy secolare d’azione carico d’amore.

Infatti, presupponendo un immaginario, ma non impossibile, DNA della memoria che attraversa le generazioni, esso racconta delle storie parallele e convergenti, le une ambientate nella suggestione dei castelli delle Fiandre, le altre, di epoca contemporanea, ambientate nelle stesse Fiandre, in Italia, soprattutto Sicilia, in Irlanda, negli Stati Uniti, con un prologo addirittura in Russia.

Le prime hanno come protagonisti dame e cavalieri medievali, le seconde degli affermati cantanti e musicisti rock, insieme con delle ragazze creative di alto livello nella pittura e nella musica. Tra i protagonisti e quelli di oggi esiste, come già detto, un filo di discendenza generazionale che condiziona quasi tutte le vicende.

Queste si svolgono tra intrighi, misteri, inganni, scontri e soprattutto tanti incontri d’amore, in cui l’attrazione fisica, descritta a tinte caldissime, si sposa costantemente con l’affetto e il sentimento.

Il romanzo si snoda a ritmo serrato con una scrittura scorrevole e coinvolgente e alla fine vola ben oltre l’azione pura. Infatti evidenzia dei modelli di comportamento universalmente “cavallereschi”, che propongono una seria riflessione sul nostro vissuto quotidiano, soprattutto nel campo delle relazioni amicali, fondate sulla lealtà e sulla reciproca fiducia, dell’emancipazione femminile, esaltata attraverso i personaggi principali, e dell’amore, in cui la passione anche nelle sue forme più alte e stordenti non va mai disgiunta dal rispetto assoluto della persona. Così il piacere e l’amore diventano una cosa sola… e il piacere diventa veramente piacevole.

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“In nome del figlio”, secondo spettacolo dell’Autunno teatrale di Arte Tempra

Un’epopea della maternità in nome della donna.


Ombre danzanti di mani, di braccia, di corpi lentamente si stringono al centro, accompagnate da una musica avvolgente e dolcemente intensa, fino a creare un unico corpo, come di un albero ricco di rami e di frutti. Quelle ombre idealmente prenderanno corpo e anima per diventare madri inquiete, madri gioiose, madri disperate, madri egoiste, mogli amate e amanti, figlie amanti ma forse poco amate, donne in lotta col mondo. Comunque, donne. Donne che raccontano se stesse e raccontano la donna.

E sono state due ore di spettacolare emozione quelle offerte dalla magnifica squadra di attrici del Gruppo teatrale “Arte Tempra”, nella seconda pièce della Rassegna 2017-2018, “In nome del figlio”.

Giuliana Carbone, Brunella Piucci, Luciana Polacco, Manuela Pannullo, Lella Zarrella, Martina Cicco, Antonietta Calvanese, Maria Carla Ciacio, Carolina Avagliano, Danila Budetta, dirette a mano ferma da Clara Santacroce con il suo comunicativo espressionismo e con le sue classiche distoniche armonie, grazie anche alla bellissima atmosfera scenografica creata da Renata Fusco, ci hanno regalato uno degli spettacoli di maggiore respiro e coinvolgimento emozionale della pur ricca storia ventennale dell’Arte Tempra. Tanti frammenti d’autore e d’autrice (da Oriana Fallaci a Erri De luca, da Gibran a Franca Rame, dalla Jodi Picoult a Jacopone…) per creare un’epopea “universale” della maternità, forma e figura di un’epopea della donna in quanto tale.

Le interpreti, prima che con le parole, hanno comunicato e parlato col corpo, con gli sguardi, con le increspature della voce, con i movimenti e le espressioni corali, il che ha colorato e chiarito la forza dei contenuti, tutti ad alto tasso di intensità.

Il cammino prefigurato dalla tessitrice Clara ha un profondo respiro culturale ed umano.

Dopo la formazione del già citato “albero della donna”, il primo frutto è l’accettazione in chiaroscuro della maternità dalla Lettera ad un bambino mai nato della Fallaci: quel bambino che alla madre (una Lella Zarrella convincente nella sua inquietudine) appare come una goccia di vita scappata dal nulla , generando una paura che bagna il volto e i pensieri… eppure quella goccia diverrà mare dolente nel suo cuore. La stessa maternità poi viene accettata e vissuta con gioia, ma la madre è pur sempre e solo una “signorina”, per cui la sua felicità va in contrasto con le ciniche reazioni dei maschi che la circondano e la invitano all’aborto: in questa nuova veste la protagonista” cambia volto, assumendo quello di Manuela Pannullo, incisiva e ironica nel raccontare questo scontro tra ottusità emotiva ed emozione del cuore.

Da qui si creano due fili rossi lunghi tutto lo spettacolo, all’interno dei quali si intrecciano altre storie significative. Il principale è il filo della maternità di Miriam, rimasta incinta come per una folata di vento, fuori dal matrimonio e non del suo promesso Joseph, e come tale passibile di punizione per adulterio. Ma Joseph, per amore, l’accoglie, la protegge, la sposa e la porta lontano a partorire l’amato bambino, che, se per la madre basta che esista, anche se avrà una vita anonima, vita anonima invece non avrà, perché quel bambino è Joshua- Gesù, il cui corpo martoriato sulla croce proprio Miriam-Maria dovrà abbracciare, con strazianti grida di dolore. E dalla giovane gravidanza di Giuliana Carbone-Maria, dotata però della grazia-forza di saper affrontare il mondo, al tragico lamento di Brunella Piucci-Maria sotto la croce, grazie alle parole poetiche di De Luca e Jacopone ed alla consolidata bravura delle interpreti, con annesso physique du rôle, il filo si dipana a frammenti sempre più incalzanti, coinvolgenti, emozionati ed emozionanti. Fino allo svangante finale, con le mani disperate di Maria tese verse in controluce verso l’alto, mentre sullo schermo affiora la moderna pietà di una madre migrante sulla spiaggia tesa verso il corpo del figlioletto appena spirato.

L’altro filo rosso è una proposta veramente intrigante, ispirata al romanzo dell’inglese Jodi Picoult “La custode di mia sorella”, da cui fu tratto anche un famoso film di John Cassavetes. La vicenda è incentrata sulla figura di Anna Fitgerald, programmata “geneticamente” per poter creare una fucina di “pezzi di ricambio” per la sorella Kate, gravemente malata di leucemia e bisognosa di continue operazioni. Il monologo, elaborato dalla sedicenne Martina Cicco con una maturità ed una misura ben superiori agli slanci dei suoi sedici anni, arriva al suo acme quando ad Anna viene chiesto dalla madre di offrire un rene e lei non solo si rifiuta, ma denuncia la famiglia.

E qui, anche attraverso un drammatico incontro-abbraccio-scontro- con la madre (la cui ambivalenza di affetto e prevaricazione ben traspare dalla recitazione di Antonietta Calvanese), viene a galla l’umanità del testo, che permette di vedere il mondo da più angolazioni, da cui si capisce che esistono gesti buoni e cattiverie, ma non persone in assoluto buone e cattive, perché ognuno ha le sue caverne rispettabili e umanamente comprensibili, in cui soffiano venti in tutte le direzioni. Proprio per questo, il romanzo originario ci propone la vicenda proprio da tutte le angolazioni (Anna, Kate, La madre) e, in un efficacissimo colpo di scena, ci fa capire che la custode vera non è Anna, ma proprio la malata Kate, che cerca di proteggere Anna al punto da suggerire lei la denuncia. Poi, alla fine, sempre nel romanzo, proprio Anna morirà in un incidente e il suo rene servirà a salvare la sorella…

Come stimolo e come intensità, non sono state da meno le storie intermedie.

Il suadente e giusto invito di Kalil Gibran, Il profeta, a tutti i genitori di lasciare liberi i propri figli, perché “sono solo archi che lanciano le freccei nostri figli non sono i nostri figli ma figli della vita”…

E la mamma migrante che nella sua disperazione di naufraga, efficacemente resa da Danila Budetta, cerca di rassicurare il figlio Farid con la favola del bambino che diventa grande, ma non potrà evitare il risucchio nel cuore nero del mare, per una morte che evoca la terribile immagine-icona di quel bambino migrante morto sulla battigia,

… E la giovane ragazzina dell’Est europeo (dolce e dolente nella bella interpretazione di Carolina Avagliano) che diventa madre per effetto della violenza reiterata di un uomo, ma conserva un disperato amore per il bambino e con lui compie il gesto estremo “di pesciolino nel mare”, ribellandosi alle pressioni della società e di chi la giudica semplicemente una puttana considerandola “inidonea” alla maternità.

E poi, lo straordinario monologo autobiografico di Franca Rame, vittima di uno stupro disgustosamente violento e “politico”, in cui Luciana Polacco, in posizione supina e inarcata, con i muscoli tesi fino allo spasimo, è riuscita a liberare dai precordi del cuore tutto l’orrore di “quella storia” e degli stupri e delle violenze di sempre contro le donne…

Alla fine, davanti al dolore ed alle braccia alzate di Maria, il cerchio del cammino si chiude, con la riformazione dell’albero della donna, della maternità, della vita. Della vita. Ma proprio in nome della sacralità della vita stessa, il cerchio non si può chiudere. Donna è amore di andare avanti…

Per tutto questo, il saluto finale è stato fatto con il volto serio, fissato in una maschera di pensoso dolore. Nessun sorriso, nessuna parola aggiuntiva. Solo l’invito silenzioso di portarsi a casa tutte quelle storie e di guardarsi dentro e intorno, per un empatico “sentire” dalla parte della donna… e magari diventare goccia di un mare futuro in cui le cui acque siano fatte di rispetto e di amore. “In nome dei figli”, ma anche del nostro essere umano… e cercando una buona volta di essere umani …

Piccolo Teatro al Borgo e Arcoscenico: due compagnie diverse, un unico cartellone!

Il 17 e 18 novembre il debutto: “La voce rotta di Napoli”, con regia di Luigi Sinacori.


Questo matrimonio s’aveva da fare …

La citazione manzoniana calza proprio a pennello perché è stato veramente “da Zorro” il segno lanciato dal cartellone teatrale congiunto dello “storico” Piccolo Teatro al Borgo di Mimmo Venditti(circa mille e quattrocento spettacoli, in Italia e anche all’estero!) e della ancora giovane Compagnia Arcoscenico di Luigi Sinacori. Quest’ultimo, a dire la verità, sia pure con nomi e compagini diverse, ha già un discreto avvenire dietro le spalle, con una decina di lavori scritti o diretti ed una quarantina di repliche come attore, ma non ha ancora trent’anni e sta in fase di montante, positiva maturazione.

Dicevamo della forza del segno: crediamo che sia la prima volta che due compagnie, diverse tra loro e operativamente autonome, uniscono i cartelloni, in reciproca sinergia. Il che già è significativo, in un ambiente, come quello cavese (ma certo non solo cavese…) in cui, soprattutto nel settore cultura e spettacolo, ognuno si cura il suo orticello personale senza creare sinergie né osmosi e solo per eccezione l’uno si fa spettatore dell’altro.

La cosa è ancora più significativa perché, pur essendo tecnicamente alla pari nella distribuzione degli spettacoli, il Piccolo Teatro al Borgo di fatto ha realizzato un’importante operazione chioccia. Ha messo a disposizione la propria struttura e collaborazione per le prove e le riunioni, ha offerto visibilità e prestigio, ha aperto la porta a reciproche partecipazioni straordinarie nelle pièce, ha lasciato adombrare anche un eventuale spettacolo realizzato in comune.

Questo non si fa se non si ha fiducia in un gruppo e nelle persone che lo rappresentano. E Luigi e i compagni di Arcoscenico questa fiducia se la meritano tutta, per la passione e la qualità di partenza e la voglia di migliorarsi che manifestano.

Questo non si fa se non si considera il teatro come un campo che non può essere arato e seminato solo un contadino o da un gruppo ristretto. E Venditti da sempre ha sognato e operato per la nascita a Cava di una sala teatrale “vera” e di una sinergia organizzata tra le varie compagnie. Sogno spesso vanificato da fattori ora politici, ora economici, ora semplicemente culturali, ora dalla difficoltà di frenare i protagonismi e far tenere per mano i singoli protagonisti.

Tornando al cartellone comune, esso presenta dieci pezzi, cinque del Piccolo Teatro al Borgo, come sempre legati alla tradizione classica napoletana ma sempre con significativi tratti di originalità e saporiti spruzzi di “vendittismo” (come il prossimo “Costretti a fare Miseria e Nobiltà”, sabato 1 e domenica 2 dicembre). Arcoscenico parte anche da testi consolidati, ma punta alle opere autoprodotte, o con rielaborazione scenica oppure in toto originali e firmate Sinacori, come in quello che finora è il loro lavoro più incisivo, più emozionante e più maturo, Hope fame di vita, che ha esordito la scorsa estate e tornerà in scena il 19-20 gennaio prossimi.

Ed è venuto il gran giorno della partenza: 17 novembre nel Teatrino dell’ex Seminario, in Piazza Duomo.

Luigi Sinacori, Mariano Mastuccino, Gianluca Pisapia, Anna D’Ascoli, Licia Castellano, Federico Santucci, Maria Fiungo, Francesca Cretella… Arcoscenico ha debuttato con La voce rotta di Napoli, incentrato sulle sofferenze e le contraddizioni di una città unica che è tutto e il contrario di tutto, in un collage “sinacorizzato” di pezzi storici, con dominante Eduardo de Filippo, accompagnato da Viviani e Moscato e armonizzato dalle belle musiche della palummella che zompa e vola e della carta sporca di pinodanieliana memoria.

Si tratta di un lavoro di impegno etico e civile, meritorio già per la scelta dei contenuti, ben diversi dagli occhiolini farseschi che nelle precedenti opere di Sinacori diluivano in parte proprio gli spunti più impegnativi e provocatori (la corruzione, la dittatura, l’ipocrisia politica e familiare…). Ma ora Luigi e Arcoscenico sono finalmente impregnati di “Hope” e del salto di qualità che essa ha rappresentato e che ha permesso a loro di fare anche “un salto di hope” rispetto al cammino sognato.

Le prime scene di La voce rotta di Napoli hanno confermato questa volontà e capacità di impegno e di incisività. In apertura, l’avanzata verso il patibolo di una donna dileggiata dalla folla (un richiamo a Eleonora Pimentel Fonseca o a Luisa Sanfelice ai tempi della rivoluzione del ‘99), al ritmo di quella Palummella zompa e vola che in un bel film con Eduardo (Ferdinando Re di Napoli) simboleggiava il sogno della libertà di un pulcinella “ribelle”, che qui, diversamente dal film, poi finisce con l’essere stroncato ed ucciso dal potere, nonostante “non possa essere ucciso perché Pulcinella non muore mai”. Le caverne di dolore del popolo si sono aperte anche negli altri due episodi: l’uccisione, nel secondo dopoguerra, di un “soldatino senza mani”, presunto collaborazionista vista con gli occhi e la presenza di un gruppo di prostitute colte in tutta la forza della loro umanità, con lo stile espressivo in cui è maestro il buon Enzo Moscato.

Poi, in scena un mortale incidente sul lavoro e le sabbie mobili che si aprono nella famiglia della povera vittima: un testo dolente ed intenso, gravido di empatica umanità, interpretato, in un felice “cammeo da connubio”, da un Mimmo Venditti altrettanto dolente, intenso, gravido di empatica umanità, come del resto è nelle sue corde sceniche, sempre pronte a ruotare a trecentosessanta gradi ed a creare ponti con il pubblico.

Nella seconda metà, tutto Eduardo, prima con una comunicativa lettura teatrale della bellissima epopea terra-cielo di De Pretore Vincenzo, con quel ladro accolto in Paradiso, quella simpatia per i più deboli e quella umanizzazione di Dio&Co. che tante polemiche suscitarono a suo tempo nella bigotta Italia anni Cinquanta. Finale con pillole di pensiero eduardiano, con l’azione teatrale che cede il passo all’evocazione di frammenti tratti dalle sue dichiarazioni e dalle sue interviste, con gli attori che a turno si alzavano da una sedia su cui erano seduti di spalle. Tra queste pillole, il famoso e terribile “discorso di Taormina”, in fin di vita, sul gelo umano da lui qualche volta creato nel teatro e col teatro.

Su questa rappresentazione di Napoli e della sua poliedricità si è chiuso lo spettacolo… e se ne è aperto un altro, con Sinacori e Venditti pronti a esaltare la loro “luna di miele” ed anche, perché no?, a difenderla…

In questi simpatici e chiacchieronici e ancora teatrali siparietti finali ai quali ci ha abituati, Venditti lascia sempre la scia di un palco dal volto umano… che poi è l’essenza stessa del teatro.

Era bello vedere sul palco il simpatico flirt tra Venditti e Sinacori, perché si sentiva che forse erano, e sono, i testimoni di una staffetta teatrale che ora comincia solo ad affiorare, anche perché per fortuna il PTB è ancora lontano dal cedere il testimone. Ma, se Venditti e i suoi rappresentano il passato ed il presente futuribile del teatro cavese, forse Sinacori e gli Arcoscenici stanno veramente prendendo la rincorsa per essere spicchi del presente e pezzi importanti del futuro. Il tutto, magari in una Cava dove, dopo le epopee del Teatro Verdi, finalmente potremmo smettere di essere al verde di un teatro…

È stato un debutto che promette interessanti sviluppi. E, anche se più che un matrimonio sembra ancora solo una gradevole convivenza, è probabile che questa “coppia di fatto” faccia dei figli sani… e induca anche altri gruppi ad unirsi. E magari ne venga fuori una “comune”, finalmente …

Insomma, questo matrimonio s’aveva proprio da fare …

Bravi!

Ma qui Manzoni non c’entra più …

Premio Letterario Badia: scelta la terna dei libri finalisti

Di Claudio Pellizzeni, Gianrico Carofiglio, Salvatore Basile i romanzi che saranno giudicati dagli studenti. Il 22 novembre la consegna dei volumi.


premio-letterario-badia-cava-de-tirreni-novembre-2018-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Ed è finalmente arrivata la scelta dei libri che si sfideranno alla dodicesima edizione del Premio Letterario “Badia di Cava de’ Tirreni”, organizzato dal Comune e riservato agli studenti delle scuole superiori, che fanno contemporaneamente da giurati e da candidati, in virtù delle loro recensioni e degli esiti di una prova estemporanea da affrontare al termine del cammino.

La Commissione Scientifica che ha scelto i libri era composta:

dal Prof. Antonio Avallone, presidente onorario del Premio, dalla dott.ssa Annamaria Armenante, ideatrice del Premio, dalla dott.ssa Filomena Ugliano della Biblioteca Comunale, dal prof. Franco Bruno Vitolo, coordinatore dei lavori fin dalla prima edizione, dai docenti referenti del Premio segnalati dai dirigenti scolastici degli Istituti superiori del territorio, ovvero: per il Liceo Scientifico A.Genoino la professoressa Annamaria Senatore;, per l’Istituto Vanvitelli ITG e per l’ ITC Matteo Della Corte la prof.ssa Rosa Rocco; per il Liceo Classico Marco Galdi la Prof.ssa Maria Pia Vozzi, per il Liceo Linguistico e Socio-psico-pedagogico la prof.ssa Mariella Logiudice; per l’IIS “Filangieri” la prof.ssa Lucia D’Urso.

Il tema prescelto era “Il viaggio”, nelle sue varie sfaccettature (geografico, storico, interiore, sociologico, fantasioso, et sim.). I libri finalisti, scelti tra una rosa di dieci a suo tempo preselezionati, sono i seguenti:

*L’orizzonte ogni giorno un po’ più in là (Sperling&Kupfer edizioni) di Claudio Pellizzeni, trentasettenne scrittore-viaggiatore, ex bancario, noto al grande pubblico per i servizi speciali realizzati per Licia Colò e trasmessi nella trasmissione Il mondo insieme, su TV 2000.

È un diario vivace, coinvolgente e appassionato dei suoi viaggi nei cinque continenti, fatti dopo aver lasciato il lavoro di impiegato, che era sicuro, ma non gli faceva “ribollire il sangue” né sapeva regalargli spiccioli di quella felicità alla quale egli riteneva di aver diritto come essere umano e come giovane che non vuole rinunciare ai propri sogni.

È però tutt’altro che pura cronaca, tutt’altro che una guida turistica, ma il contatto vivo con un’esperienza di vita, fatta di scelte che comportano rotture, rischi, scommesse esistenziali, riuscendo anche ad aprire finestre sul mondo, sulle culture altre, sulla vita stessa vista da altre angolazioni. È anche una storia di resilienza e di lotta, perché, oltre che dalla prostrazione della routine lavorativa, Pellizzeni si deve difendere anche dall’insidia permanente del diabete che lo affligge fin dalla tenera età.

Alla fine, si rivela, per certi versi, la storia di un innamoramento: per il viaggio, per la scoperta, per la conoscenza vera del mondo e di se stessi. Un innamoramento che diventa poi amore, per tutto ciò che ci circonda e per la vita stessa.

*Le tre del mattino (Einaudi edizioni) di Gianrico Carofiglio, cinquantasettenne scrittore pugliese, ex magistrato ed ex deputato, scrittore di grande successo nazionale e internazionale: al suo attivo una ventina di libri, tradotti in ventotto lingue, cinque milioni di copie vendute, una quindicina di premi al suo attivo, una popolarità grandissima tra i lettori, apprezzamenti unanimi di critica e pubblico…

Questo romanzo è scritto in stile Carofiglio: espressioni chiare, sintetiche, essenziali, che arrivano dirette al cuore e alla mente e aprono finestre “ad espansione”. Viene raccontato, in prima persona dal giovane protagonista, l’incontro-scoperta del ventenne Antonio, col padre, nel corso di due giornate e nottate trascorse insieme nella Marsiglia degli anni ’80, dove si sono recati per una visita importante del giovane, malato di epilessia ma in via di guarigione.

Il loro rapporto fino a quel momento era stato superficiale e soffocato dalle tensioni familiari, che avevano portato poi alla rottura tra i due genitori. Ne era nata una dimensione di estraneità reciproca, che proprio nei due giorni a Marsiglia viene per fortuna rotta dal lievitante piacere di stare insieme e conoscere il rispettivo vissuto, poi dai colloqui sempre più intimi, dalle piccole e grandi complicità e confessioni, dal recupero di un canale di affetto e di comunicazione che alla fine non solo fa crescere il loro rapporto ma diventa per entrambi un momento di formazione individuale e nello stesso tempo una lezione di vita e di umanità che va ben oltre la loro storia personale.

*Lo strano viaggio di un oggetto smarrito (Garzanti Editore), del “napoletano di Roma” Salvatore Basile, regista e sceneggiatore televisivo (al suo attivo, tra l’altro, Don Matteo 8, Una pallottola sul cuore, A un passo dal cielo, Il restauratore), al sua primo, folgorante romanzo, già tradotto in cinque lingue e venduto in vari paesi stranieri.

La vicenda racconta di Michele, nato e cresciuto in una stazione dove il padre fa il ferroviere. Abbandonato dalla madre quando aveva sette anni, il giovane arriva a trent’anni con il cuore imbalsamato. Vive rintanato nella stessa stazione dell’infanzia, a fare lo stesso lavoro che aveva fatto il padre. È solo, isolato, imbranato. Unica sua attività, l’unico treno che ogni giorno arriva nella sua stazione; unico hobby, la raccolta degli oggetti smarriti ritrovati proprio su quel treno. Un giorno, tra questi, trova un suo diario-bambino che lui sapeva essere in mano alla madre il giorno della “fuga”. E nel contempo conosce Elena, una ragazza piena di vita, ma non solo…

Da qui, anche sulla spinta di Elena, comincia un lungo e defatigante viaggio alla ricerca della madre e alla scoperta della vita che intanto c’è stata in questi suoi anni di imbalsamamento. Il racconto si snoda attraverso una miriade di episodi, ognuno dei quali è capace di trafiggere il cuore e smuovere la mente nella creazione di un vero e proprio “poema del dolore, dell’amore e degli affetti”. Nello stesso tempo, essendo un viaggio nel mistero, diventa una specie di thriller dell’anima, un romanzo giallo d’azione e di emozione. Alla fine, Michele capirà che raccoglieva gli oggetti smarriti perché anche lui si sentiva un oggetto smarrito… Ma intanto saranno successe tante cose veramente straordinarie…

Il libro è lungo, ma alla fine sembra quasi “breve”, perché è scritto con una chiarezza ed una capacità di coinvolgimento a tratti tali da lasciare col fiato sospeso e con la voglia di sapere altro.

E si giunge alla fine con il piacere stimolante di poter tenere al guinzaglio non solo gli smarrimenti di Michele, ma anche quelli personali. 

I libri saranno consegnati agli studenti delle scuole superiori di Cava, salvo complicazioni, giovedì 22 novembre alle ore 10 a Palazzo di Città. La premiazione, nella giornata dell’incontro diretto con lo scrittore vincitore, si terrà verso la fine di maggio. 

Sono, come si può vedere, tre variazioni ad ampio respiro sul tema del viaggio, tutte e tre stimolanti e coinvolgenti. Ci si augura che possano entrare nel cuore dei ragazzi così come sono entrati nel cuore dei Commissari che li hanno scelti. Soprattutto, si spera che siano un incentivo per la lettura e per una riflessione non superficiale e solo di pancia sulla vita e sulla società. Ne abbiamo bisogno come il pane, in questi tempi in cui la Cultura troppe volte sembra un Panda in via di estinzione …

Ripartito l’Autunno Cavese dell’Arte Tempra. Un viaggio nel cinema con Renata Fusco: ed è subito incanto

CAVA DE’ TIRRENI (SA). La magia del teatro … magia della creazione … nulla si sa, tutto si immagina. È un tradimento organizzato della realtà che apre la finestra proprio sulla realtà.

La magia del cinema … che non è il teatro e per certi versi sa essere teatro della vita, ispirandosi alla vita e trasformandola in visioni.

La magia della vita … che in lampi appare e scompare ai nostri occhi ora ignari ora fortunatamente consapevoli.

La magia della musica … che accompagna e colora l’immaginazione della mente, l’emozione del cuore, l’incanto dei lampi di vita.

E intanto, a ricordarci che “La vita è bella”, volano le canzoni e sembrano gli aquiloni …

Così, tra luci, note, armoniose movenze, pensieri e parole è apparsa sulla scena Renata Fusco a dare la chiave di apertura del suo “one woman fantashow” , “Cinema incanto”, da lei diretto oltre che interpretato, un viaggio da Cinema Paradiso nel paradiso del Cinema nel cinema e nelle sue musiche. Un’apertura che è valsa anche per tutta la rassegna dell’annuale, sempre atteso e amato, Autunno Cavese del Gruppo “TemprArte”, diretto da lei e da Mamma Clara Santacroce.

Veramente un Fantashow, quello di Renata, che si è confermata una delle artisti italiane più complete, versatili e coinvolgenti nel campo del musical. Del resto, se non si è una “Top” ai massimi livelli. non si sta per anni sui palcoscenici maggiori a lavorare, con gente come Lorella Cuccarini o Sandro Massimini o Roberto De Simone, né tanto meno si viene prescelti per doppiare la protagonista dell’edizione cinematografica italiana del “Fantasma dell’Opera”… e questo solo per citare le cime della sua personale carriera.

È stato veramente un fantashow, il suo: per la fantasia creativa con cui si sono fusi tutti gli elementi,

per l’accompagnamento “a bacio” e ad atmosfera del “pianista sull’Oceano” Lucio Grimaldi, per l’armoniosa composizione delle immagini, dei primi piani parlanti e dei filmati realizzata in squadra da Francesco Cuoco, Giovanni Noviello, Alberto Fusco (una squadra felicemente completata dall’assistente di regia Giuliana Carbone e da Francesco Sorrentino, Daniele Pisapia, Franchino Fausto, Felice Giordano), per la musica interiore creata dalla presenza di due grandi banner con celebri quadri di Friedrich… e naturalmente per la sua carismatica capacità di calamitare attenzione ed emozione, da sola, senza cadute di ritmo, per quasi due ore senza neppure l’intervallo.

La romantica carrozza con la quale ci ha portati nelle musiche di cento anni di cinema ci ha fatto fermare a pupille dolcemente incantate in tante stazioni che poi sono rimaste nel cuore e nella mente, resi ancora più ricettivi da un’ouverture che comprendeva Nuovo Cinema Paradiso, La vita è bella, Charlot, Fellini…

Dalle fantasmagorie di questi grandi ai silenzi-sguardi-campi lunghi parlanti di Sergio Leone, il passaggio è stato dolcemente elettrico, a creare la tensione giusta per un tuffo ad anima calda nella straordinaria voce muta di C’era una volta il west e poi, dopo Leone, nella poesia del Postino, con quel volto scavato di Troisi che campeggiava in diapositiva, per poi dissolversi dolorosamente nonostante in controluce le mani di Renata in disperata tensione cercassero di fermare la partenza precoce di quel carissimo Massimo che a suo tempo si era scusato per il ritardo e poi non ha avuto il tempo di scusarsi per l’anticipo…

Da qui il viaggio partito in romantica carrozza ha preso la strada di una ariosa e solare prateria, ad incontrare grandi musical come Mamma mia!, Cabaret. Jesus Christ Superstar, Cantando sotto la pioggia, Yentl,, Il mago di Oz, film epocali con colonne sonore altrettanto epocali come Indiana Jones, Ritorno al futuro, Lo squalo, A qualcuno piace caldo, ET, Il padrino,Love Story, Bodyguard , senza contare le dolci e dolenti esplorazioni nell’al di là di Robin Williams, le fantasiose magie di Harry Potter e Peter Pan.

Così il viaggio si è trasformato in romantica cavalcata, guidata a turno ora dal pianista in veste di accattivante solista, ora da Renata a dare l’imbeccata, ora dalle immagini e dai ben noti volti che fin da ragazzi ci hanno sempre coinvolti, quindi ancora dalla voce di Renata con l’incanto di splendide variazioni tonali, dolci gorgheggi e armoniose modulazioni

Alla fine abbiamo avuto tutti la sorridente sensazione di trovarci anche noi a cavalcioni dell’arcobaleno e forse anche in quell’isola che non c’è e che per tutte lo spettacolo c’è stata eccome. Se questo è avvenuto, però, è stato perché prima di tutto ci stava lei, Renata, a godersi il suo spettacolo, la sua personale immersione nei fondali colorati del Mar Sipario, dove lei guazza felice come il pesciolino Nemo. Lo ha confessato lei stessa, quando nella cavalcata del finale ha detto che il teatro è il suo cielo, il suo prato verde, il suo modo di guardare Dio, il luogo della sua rinnovata e rinnovabile rinascita nella trasfigurazione del reale. E nel dire questo il suo sguardo si illuminava con tutti i colori dell’arcobaleno. Quelle tavole da quando era piccolissima sono sempre stata la sua vitamina, che permette di farsi esplodere la vita dentro, come una mina.

Ed è bello esplodere così: dopo non ci si sente a pezzi, ma finalmente ricomposti …

Il prossimo appuntamento della Rassegna sarà domenica 18 e lunedì 19 novembre:“In nome del figlio – Storie di donne in chiaroscuro”, con la regia di Clara Santacroce.

A San Giovanni la Sala Memoriale per Mamma Lucia. In primavera l’inaugurazione?

commissione-selezione-materiale-mamma-lucia-ottobre-2018-cava-de-tirreni-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Finalmente sembra all’orizzonte il memoriale per Mamma Lucia, che potrebbe vedere la luce già nella prossima primavera.

Gli scatoloni con il materiale di stampa, fotografico e documentario che la riguardavano erano stati messi a disposizione dell’Amministrazione Comunale nel 2014, che aveva predisposto una Commissione per la catalogazione e il riordino, guidata dalla funzionaria della Biblioteca Comunale, Beatrice Sparano, e formata da Lucia Apicella, la nipote di Mamma Lucia che aveva formalmente autorizzato l’apertura, Annamaria Apicella, anche lei nipote della cara Madre dei caduti, Lucia Avigliano, Gennaro Galdo, Alfonso Prisco, Felice Scermino, e dal sottoscritto scrivente, Franco Bruno Vitolo. Sono stati finora catalogati circa cinquecento elementi che testimoniano la straordinaria azione della “madre dei caduti”, dalla prima stupita diffusionedi notizie sul suo recupero di circa ottocento salme di caduti (quasi tutti tedeschi, per l’occasione nemici ma pur sempre “figlie ‘e mamma”) al dolente e trionfale viaggio in Germania per ricevere l’omaggio delle famiglie dei caduti, del governo e dell’intero popolo tedesco, dall’incontro col Papa fino a quel funerale che ne sancì la grandezza e per certi versi anche l’immortalità, perché il suo messaggio di maternità universale era destinato a perpetuarsi attraverso le generazioni. Da qui i riconoscimenti anche dopo la morte fisica, dai monumenti all’intestazione delle scuole alla diffusissima iconografia e alle tante scritture che ne celebrano la figura.

Tutto questo però non basta, in rapporto al valore della sua opera ed alla necessità della sua conservazione. Perciò è stata sempre auspicata l’istituzione di un museo, oppure di una sala memoriale, dedicata a lei ed al contesto storico di quei giorni dello sbarco che contribuirono a decidere le sorti del nostro paese e della stessa Seconda Guerra Mondiale.

Sono passati fin troppi anni senza …

Ora si preannunciano finalmente gli anni “con”, sia per la disponibilità di sale ampie e centrali, quelle del magnifico complesso di San Giovanni, sia per lo slancio dato a suo tempo dal Sindaco Galdi sia per le giuste aperture dell’Amministrazione Servalli. Bisogna naturalmente fare i conti con gli euro da spendere: tuttavia non sarà una cifra inavvicinabile, non mancheranno né la base dal bilancio comunale né le integrazioni necessarie da parte di eventuali sponsor e soprattutto da parte di una popolazione che per Mamma Lucia, la più amata dai cavesi”, si è sempre fatta in quattro.

A predisporre e selezionare il materiale è stato rinnovato l’incarico alla stessa Commissione che aveva visionato l’apertura degli scatoloni. Ad essa si è aggiunta la preziosa collaborazione di Gaetano Guida, come rappresentante delle istituzioni, oltre che esperto di comunicazioni visive e, da degno figlio della grande Guida metelliana Lucia Avigliano, custode delle nostre tradizioni (tra l’altro è l’autore dell’annuale calendario incentrato sull’identità di Cava).

Quindi, persone, risorse, location, materiale, entusiasmo non mancano di certo.

Ora, bisogna solo procedere nel lavoro iniziato, facendo in modo che vengano composti tutti i tasselli. E attenderemo insieme che venga primavera…

E poi, è auspicabile che venga anche il “sole più vivo dell’estate”, cioè la creazione di un polo provinciale dello Sbarco, tale da generare un flusso di risonanza nazionale e internazionale, come è giusto per un evento storico di questa portata, magari sul modello di quello che fanno costantemente i francesi con le zone della Normandia.

Intanto, ci consola il fatto che per la figura, l’amore e la memoria di Mamma Lucia sia sempre primavera …