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Corti dell’Arte: ultimo atto del Trentennale con il “Don Pasquale”. Un doloroso addio o un festoso arrivederci al 2018?

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Siamo arrivati alla serata conclusiva delle Corti dell’Arte e ci ospita il Social Tennis Club di Cava. Come da tradizione l’ultimo spettacolo è dedicato all’opera e stasera ci regaleranno il “Don Pasquale” di Donizetti con la regia di Enzo Di Matteo e come direttore d’orchestra Nicola Hansalik Samale. I personaggi avranno le voci di: don Pasquale, Gerardo Spinelli; Ernesto: Federico Buttazzo; Norina: Erika Liuzzi e il dottor Malatesta: Paolo Visentin.

Il giardino del Tennis è completamente invaso da un pubblico che quest’anno è stato davvero numeroso in ogni serata. Nel brusio generale, arrivano note di uno strumento a fiato che si scalda senza potersi ancora esprimere. Leggii e scenografia aspettano di animarsi ed Eufemia Filoselli viene a portare il suo saluto approfittando della prova microfono. I primi, doverosi, per il Presidente del Social Tennis Francesco Accarino, mentre alle sue spalle i musicisti arrivano e prendono posto.

Ma stasera non può mancare la presenza del Direttore Artistico Felice Cavaliere e il suo esordio racconta tutta la commozione del momento “30 anni…” e se apri un album così datato, non puoi non trovarci innumerevoli ricordi.

Avevo 30 anni, nasceva l’Accademia Jacopo Napoli e anche mio figlio…” fino a citare i numerosi talenti che Cava ha avuto il privilegio di ospitare, giovani musicisti che con il tempo si sono affermati con carriere splendide riconosciute in tutto il mondo. E anche per lui i saluti e i ringraziamenti per la famiglia, gli amici che lo hanno seguito e che gli stanno dimostrando quanto sono legati a questo appuntamento estivo a cui non vogliono rinunciare. E ci stanno provando a fare qualcosa di concreto con la raccolta di firme che trova un’adesione illustre, quella del sindaco Vincenzo Servalli. Presente nel giardino del Tennis Club, rinnova i ringraziamenti a Felice e al suo staff e riconosce che per una manifestazione che nel suo genere è unica in tutto il Sud Italia, bisognerà chiedere impegni anche a istituzioni che vanno oltre il Comune di Cava.

Come aveva ricordato Felice pochi minuti fa, per ascoltare un’orchestra, si può anche chiedere ad un’agenzia: si fa richiesta di cosa e quando si vuole e loro ti organizzano tutto mettendo insieme vari componenti. Ma quello che si vede a Cava non è frutto di pezzi di mosaici che si incastrano, ma di materiale umano che lavora e viene plasmato per ottenere ciò di cui noi godiamo.

Il lavoro di stasera, come per altre serate precedenti, è il frutto dell’insegnamento dei docenti che, durante le lezioni, affinano tecniche di perfezionamento con i loro allievi e negli anni abbiamo potuto verificare di persona quanto sia stato efficace il lavoro svolto. E saper organizzare e far incastrare impegni di così tanti maestri, per i quindici giorni della Rassegna, richiede il lavoro di un intero anno. Fatiche e allo stesso tempo gioie, che sono raccontate sui volti di chi è artefice di tutto questo.

Eufemia lascia che la serata musicale abbia inizio perché è sempre lei la protagonista principale. Andiamo ad ascoltare e vedere quest’opera buffa, che ha nella trama un intreccio d’amore tra giovani contrastati e interessi economici che devono essere aggirati.

Un violoncello prima, un contrabasso poi e tante corde pizzicate a mano cominciano il loro racconto in note.

È magnifico il contrasto tra i capelli bianchi del maestro che ne tradiscono l’età matura e la vitalità con cui tira fuori le note dagli strumenti dei ragazzi, che seguono precisi i suoi movimenti. Flauti traversi che si alternano ai violini, alle viole. Armonia e delicatezza. Gioia di vivere e il piacere dell’amore.

La storia racconta di due giovani innamorati, Ernesto futuro erede del ricco zio don Pasquale, e la povera Norina, che non possono vivere liberamente la loro passione perché l’anziano benestante vorrebbe scegliere personalmente la futura moglie del nipote. Ma con l’aiuto del dott. Malatesta, amico sì di don Pasquale ma molto più di Ernesto e Norina, i due giovani innamorati riusciranno a raggirare lo zio e a convolare a nozze.

Nell’intervallo tra gli atti della commedia, Eufemia prende di nuovo la parola e, in pieno clima di ricordi, racconta come Cava avesse avuto, nel lontano 1860, già uno sguardo rivolto all’opera e per questo nacque l’allora Teatro Verdi, oggi sede del Palazzo di Città.

Invita poi il maestro Samale a cui cede il microfono dopo un caloroso applauso del pubblico.

Quando prende la parola, si avverte in maniera chiara e concreta quanto sia giusto che i ragazzi pendano dalle labbra di insegnanti di così tanto spessore. In pochi minuti ci parla dell’opera che sta dirigendo, di come sia definita buffa e che questo possa velocemente essere scambiata per “leggera”, ma in realtà è un lavoro che ha alle spalle un apparato musicale assolutamente complesso. E come, anche nell’esibizione che noi seguiamo stasera, per loro non c’è l’obiettivo di voler insegnare il canto o solo a suonare uno strumento, ma piuttosto a dirigere un’orchestra. Dirigere è un’arte “…quasi metafisica…”. Un tempo il direttore nasceva a teatro, “a bottega”, perché nella stratificazione dell’esperienza, che può nascere solo col tempo, si ottengono grandi risultati.

Poi rivolge un pensiero all’opera lirica, che in questi anni sembra essere in decadenza. Noi siamo in un’epoca di comunicazione veloce e qui invece si ha qualche difficoltà a capire le parole che vengono cantate, mentre un tempo si accettava molto di più questa realtà e anzi, si facevano delle improvvisazioni davvero molto rischiose.

Eufemia, che è donna intelligente, non può non sottolineare quanto sia importante, per i giovani, ma per noi tutti, ricevere informazioni così particolareggiate e quanto questi insegnamenti, nella durata dei corsi, rendano speciale ogni lezione. I maestri di cultura, noi dobbiamo tenerceli ben stretti.

La serata procede tra grandi interpretazioni musicali e canti che si scontrano con malanni fisici che però non li compromettono del tutto. Norina ed Ernesto riusciranno a coronare il loro sogno d’amore e tutto sembra finire nel modo migliore.

L’unica cosa che ci sembra strana, è il non poter scrivere con certezza un arrivederci alla fine di questo nostro racconto.

Eppure l’altra parola, quella più breve e più pesante davvero non esce dalla tastiera e per scaramanzia non la chiamerò in causa. Un anno passerà in fretta e sapremo se Cava avrà ancora il privilegio di sentire suonare così tanta bella musica tra le sue storiche Corti.

Il pianista Libetta nel Chiostro dell’Abbazia: un elettrico e fascinoso racconto in musica

CAVA DE’ TIRRENI (SA). C’è un colore bello ma inopportuno che ci accoglie venerdì 25 agosto alle porte della Badia di Cava de’ Tirreni, dove si terrà il concerto del pianista Francesco Libetta per un’altra serata delle Corti dell’Arte: è il rosso del fuoco che brucia le montagne alle sue spalle. Maestoso, impetuoso, potente, spaventoso e affascinante. Aggettivi che mi sono venuti in mente mentre rimanevo a guardare quella forza devastante che pure, se gestita in altro modo, può dare calore e riparo, e ho notato che molti si sono poi ritrovati nella mia mente mentre ascoltavo l’esibizione del maestro Libetta.

La magia del Chiostro dell’Abbazia Benedettina, a cui accediamo grazie all’ospitalità dell’Abate, si ripresenta intatta, come se il tempo avesse uno scorrere diverso da queste parti. E al tempo fa riferimento anche un’elegantissima Eufemia Filoselli per presentare la serata, quando ricorda il millennio già trascorso da quando l’eremita sant’Alferio vi si stabilì, dando il via alla vita non solo dell’Abbazia, ma di tutta la città. Città che finalmente ha anche un rappresentante, il vice sindaco Nunzio Senatore. L’eco della loro assenza deve essere arrivato forte fino a Palazzo di Città e quando prende la parola cerca di spiegare che le emergenze in questo periodo sono tante, riferendosi agli incendi che ci stanno devastando. Penso che però al Comune sono talmente in tanti che in quattro serate qualcuno, alle 21 della sera e anche oltre, poteva liberarsi. Ma poi diventa significativo il ringraziamento a Felice Cavaliere, direttore della Rassegna, per i trent’anni che ha dedicato alla manifestazione e l’augurio che ce ne saranno ancora altrettanti. La prendiamo come una promessa di impegno?

Non so cosa ne pensi Felice, ma stasera l’attenzione è per il Maestro Libetta e le sue sono pochissime parole, solo la certezza che ci sono gli ingredienti per una serata strepitosa e che non serve parlare troppo. Il farlo “…disturba troppo chi va ad ascoltare musica…”

Il maestro arriva elegante in abito scuro e papillon azzurro. Un breve inchino e si accomoda al suo posto naturale. La musica di stasera ha un altro messaggio. La volta scorsa ci aveva regalato delicatezza e sogno, stavolta si inizia in altro modo. È una strada in salita e di corsa che subito ci mette in affanno, la musica è prepotente e sembra voglia dominare gli spazi e catturare ogni singola persona. Tutto sembra voler creare una tensione quasi da brivido giallo. Non so ritrovarmi in questa mescolanza di suoni. È un pezzo che ha tutto e anche il suo contrario. Dalla leggerezza al tocco pesante, dalla fretta alle pause. Tutto cambia con una tale velocità da confondere la mente; o forse è solo il racconto di tante menti confuse, come quelle degli uomini…

Poco tempo fa un amico mi parlava della musica di Liszt, della lotta tra opposti e mi viene in mente adesso, con queste contraddizioni forti, il rincorrersi tra Bene e Male. Contrapposizioni tra rintocchi di campane e note tenebrose.

La sensazione è che davvero il messaggio che Francesco Libetta vuole lasciare stasera sia molto forte, deciso. Le dita corrono come scosse da elettricità. Noi siamo sulla corda e non abbiamo rete né tempo per riflettere. Siamo inseguiti e non sappiamo dove scappare. Non sappiamo neanche SE dobbiamo scappare.

Si è creata un’atmosfera quasi irreale e gli applausi e qualche “Bravo” convinto ci confermano che non siamo in un sogno e quel ritmo forsennato sembrava impossibile, anche se gli occhi dei fortunati, lo stavano davvero guardando.

Abbiamo un attimo di pausa perché è necessario il ritorno dell’accordatore. L’umidità non è amica degli strumenti musicali e non si può non pretendere la perfezione per chi suona in questo modo.

Quando si ripresenta, sempre in assoluto silenzio, rimane per qualche minuto fermo ad occhi chiusi, come se stesse guardando in anteprima il racconto che ci avrebbe suonato. E continua a vedere cose dietro quegli occhi ancora chiusi mentre le mani, ben preparate, corrono di nuovo sul tappeto nero e bianco.

Non so a cosa paragonare il movimento di quelle dita che quasi non riesco a seguire con gli occhi. Ci viene concesso un lieve respiro, un giro di danza dopo questa musica forte. Non so quanto durerà ma ne approfittiamo. E infatti è presto interrotto. Ma riprende, in un’alternanza mozzafiato.

Un semplice gesto che va ad asciugare le tempie, ci permette di interrompere per applausi meritatissimi.

Riprende e la mano destra suona mentre la sinistra la scavalca, andando a fare una carezza ai tasti più lontani, come a calmarli dallo sforzo compiuto. Un gioco che produce cascate di note brillanti.

Il nuovo pezzo sembra avere una premessa: le note sembrano aver voce, sono così vive da farci credere che raccontino davvero una storia. Quale sarà? È un incontro, sono due persone che si parlano attraverso il silenzio. C’è amore, c’è sofferenza, non so. C’è la presenza di cuori che non vogliono essere indifferenti. Le note forti sono la passione che li travolge. E li avvolge. Come restiamo noi che assistiamo come dietro un vetro: guardiamo e non possiamo sentire le parole.

Ma ancora una volta ci porta altrove. Spazi aperti, profumi ma anche nuvole all’orizzonte. Affrontare la tempesta o scappare? L’attesa delle ultime note racconta la difficoltà della scelta; ma la calma che le contraddistingue, rende giustizia per ciò che si è deciso.

Può sembrare strano questo modo di raccontare, ma nella partecipazione fisica dell’interprete del brano, è troppo forte la certezza di quanto egli veda, di quanto esista un racconto che va oltre la semplice esecuzione tecnica. Esecuzione di pregiatissimo valore, che viene ulteriormente arricchita da un’interpretazione così sentita, da diventare appunto racconto in musica.

Finisce qui. Tutto quanto è stato suonato senza spartito, ma tra le note c’era di sicuro un libro nascosto la cui trama Francesco ci ha letto. E come un libro finito non può trovare pagine aggiunte, questa serata non può continuare con un bis.

Come ci spiega Eufemia, che viene a “zittire” gli applausi che non accennano a diminuire, il regalo che ci è stato fatto è completo così: Stravinsky, Strauss, Pizzetti, Ravel, Weber, Liszt, Battiato, Beethoven. Aggiungere altro significherebbe rovinarlo e il maestro ha troppo rispetto per noi per poterlo fare.

Rimane un altro gioiello, da incastonare nella collana che Le Corti dell’Arte continuano a preparare per noi.

Alle Corti dell’Arte è l’ora del Flamenco: uno spettacolo intenso, intrigante, nuovo

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Siamo di nuovo nel chiostro del complesso monumentale di Santa Maria al Rifugio. Lunedì 28 agosto: avremo l’occasione di rivedere la compagnia Algeciras Flamenco di Roma.

Con Francisca Berton, coreografa, regista e ideatrice del progetto, ci eravamo già incrociate due anni fa e la magia della sua performance è rimasta a lungo nella mente, per cui accolgo con maggiore entusiasmo l’occasione che Le Corti dell’Arte, l’annuale e prestigiosa rassegna musicale estiva di Cava de’ Tirreni, ci danno ancora una volta di assistere a spettacoli che lasciano il segno.

Come sempre bagno di folla, e questa sera arriva anche, per la prima volta nel corso della Rassegna, il Primo cittadino, Vincenzo Servalli. Eufemia Filoselli, la storica conduttrice delle Corti,lo accoglie come “padrone di casa” e le parole di Vincenzo Servalli somigliano molto a quelle del suo vice di poche sere fa: ammirazione per Felice Cavaliere, direttore artistico di questa manifestazione che è “il fiore all’occhiello” della storia culturale cavese. Stasera però Felice non viene a salutare i suoi ospiti dal palco. La sua notoria reticenza al protagonismo ha la meglio, visto che nelle prime serate, ha dovuto dedicarci qualche parola in più e deve aver terminato le energie. Ma i ringraziamenti collettivi gli arrivano lo stesso e non potrebbe essere diversamente.

Lo spettacolo che vedremo ha un titolo “Sin volver la cara”( Senza voltarsi), e questa volta ha come obiettivo temi attuali come viaggi, mescolanze tra popoli. Aspettiamo di scoprire come la danza ci racconta il nuovo mondo che avanza. Questi gli artisti presenti oltre alla già citata Francisca Berton: Bruno Marocchini, music electronic, alle chitarre Sergio Varcasia e Riccardo Garcia Rubi, alle percussioni Paolo Monaldi, al violino Claudio Merico, tamburello Franco Urbani. Bailaora ospite Caterina Lucia Costa, per i balli popolai italiani Chiara Candidi, corpo di ballo formato da Vania Granata, Flavia Luchenti e Giulia Pettinari.

La novità sono gli abiti d’ingresso. Più che ballerine di flamenco sembrano astronauti con le loro tute bianche. Solo i tacchi delle scarpe le tradiscono. Si posizionano sul palco immobili mentre parte una musica di sottofondo che richiama il mare e i gabbiani. Una busta alla deriva e dentro una foto. Una storia.

Quando iniziano a muoversi, sembra che non ci sia relazione tra la danza e la musica e neanche con l’abbigliamento. Sembra che tutta la femminilità, la sensualità del loro ballo che pure cercano di ricordare, sia trattenuta da quelle tute informi e anonime. Come un racconto interiore che si scontra con una realtà troppo diversa. E le parole di quella musica che le accompagna ammonisce “…l’unica cosa che non si può comprare è la vita…”

Finalmente le tute spariscono. Con lentezza, come crisalidi che diventano farfalle, ognuna attenda la trasformazione dell’altra, mentre Francisca le raccoglie una per una per andare poi a metterle via. Hanno colori vivi, il nero, il rosso, il viola, il verde. Un violino e il suo violinista compaiono, necessari come l’aria per iniziare un nuovo capitolo. Mentre lui ci riscalda il cuore, gli altri musicisti si sistemano. È un inizio quasi triste, ma quando le percussioni partono e danno un nuovo ritmo, cambia anche lo sguardo. Fierezza. Appartenenza. E ricordi dietro quei sorrisi. Ad ognuna un passo, ad ognuna un gesto e poi di nuovo tutte insieme in un sincronismo perfetto. Dal proprio posto non si sono mai allontanate più di un metro, ma quanto hanno raccontato con quei gesti semplici e profondi? Quante strade hanno percorso per essere qui, così come le vediamo e soprattutto sentiamo?

Ritornano la foto, l’amore, il ricordo, il dolore.

Una chitarra si allontana e un’altra si sistema. La voce dall’altoparlante ci canta una canzone popolare, sembra quasi un lamento indiano o un mantra, mentre una nuova donna si avvicina alle spalle dei musicisti.

Le corde della chitarra pizzicate da dita e il violino dall’archetto, mentre la donna col vestito color oro inizia a danzare. La sua storia è lenta, ma anche delicata e veloce e forte. Lei è sorridente e triste. Movimenti lenti ma continui, che durano più di quanto vediamo. Un film impossibile da fermare. L’abilità nel destreggiarsi con la coda lunghissima del vestito, che diventa occasione per un passo di danza. Le si avvicina Francisca con uno splendido abito viola e scialle bianco dalle lunghe frange. Regge il ritmo con le mani mentre tutto diventa più vorticoso, con la musica che naturalmente cresce. Fino al colpo finale. Si zittiscono tutti.

Due ballerine arrivano al buio, con tute nere e luci verdi solo sulle scarpe. È un effetto che ipnotizza. Sentiamo i loro passi, seguiamo la loro luce e non ne vediamo i volti. Effetto da luci da discoteca, ma sempre il contrasto con passi che vengono da lontano. Sincronismo perfetto. Solo tacchi e precisione. Colpi che pretendono di tenerti incollato su quei loro movimenti brevi ed incredibilmente efficaci. Due corpi che possono diventare un tutt’uno.

Ritornano Francisca e la signora in oro. E anche la foto. Gliela lascia. Un affido, un passaggio di consegne.

Inizia così un tentativo di ballo senza musica. Un toro di ferro stilizzato viene posto al centro del palco. Francisca balla. Gli gira intorno, lo sfida ancora. C’è solo lei sul palco. Dal basso i suoi musicisti la guardano. Devono averla vista centinaia di volte, ma hanno ancora lo sguardo sorpreso mentre lei gioca con quel toro ormai domo.

E di nuovo si riprende a ballare e quello scialle che sembrava un accessorio, ora si mostra nella sua vera grandezza e diventa strumento, un amico nel ballo. Ritorna anche la musica. Peccato per i problemi tecnici che per qualche attimo interrompono il filo del racconto.

Quando si torna alla normalità, possiamo goderci questi ritmi che sanno di sole, di passione. Musicisti e una nuova ballerina. La sua è una poesia racconto, la lingua è un dialetto pugliese, ma la storia che racconta è sempre legata a quella foto. E questa volta il ballo diventa una “pizzica”. È un muoversi diverso, ha gesti ampi e sorrisi. È la gioia del sogno che riporta indietro tutti gli affetti, finché il giorno non strappa il ricordo.

Ora sul palco arrivano in due. La musica che non parte mette alla prova la loro capacità di restare immobili oltre il dovuto. Ma non si scompongono. Le frange bianche che partono dal collo e dai fianchi sulle tuniche nere, sottolineano i movimenti del corpo. Ad occhi chiusi si “sentono” sul palco. Insieme o alternandosi sono i pezzi di una storia. Che leggiamo sui volti tesi, negli occhi chiusi, nei gesti a scatti ma allo stesso tempo morbidi. Per sentirsi, per accompagnarsi nel viaggio da iniziare insieme.

Momento della musica. Il giovane chitarrista inizia a suonare le note tipiche di una ballata latina. Non sono solo le mani che si muovono sulle corde; è tutto il corpo che segue quelle note, come se uscissero fuori dal petto e si trasformassero da emozioni in musica. Ne viene fuori un pezzo stupendo che strappa applausi a scena aperta. Meritatissimi.

Ora ci sono di nuovo le donne e i magici ventagli. È musica di compagnia, di aggregazione e Francisca si associa al ballo. Ora gli sguardi sono alti, fieri, movimenti decisi. Arriva la signora “in oro”. Lei è ha più potere, è la più forte. Il suo passo domina il palco e la storia. Il pubblico reagisce immediato.

Io non so se perdermi nei loro colori, nei loro sorrisi o nei piedi che si muovono in fotocopia. E si aggiunge pure la pizzica. Si mescola tutto in un incontro di popoli e musiche che sono diverse ma che possono vivere e ballare insieme. Il gioco dei ventagli che subito riprende è bellissimo. Un tocco, un colpo di polso e c‘è magia. Saluti, ma è solo un attimo. La musica riprende. Le sei signore della sera sono tutte qui. Sono loro che accompagnano la musica prima di regalarci una nuova perla, che si interrompe al suono di un “Olè”. Col chitarrista che chiude con un passo di danza degno delle amiche.

Gli applausi si sprecano. Uno spettacolo intenso, intrigante, nuovo. Ci avevano lasciato con la sensualità e l’interiorità tipica del loro ballo e ci hanno sorpresi con la capacità di aprirsi al nuovo che arriva e che si mescola per creare un nuovo futuro.

Insieme si può. Con la storia che ci tramandiamo dal passato, ma che non deve essere chiusura, solo ricchezza.

foto Francobruno Vitotlo

Bosso, Mazzariello, Evangelista, Ariano alle Corti dell’Arte: jazz d lusso con un poker d’assi

concerto-jazz-corti-dellarte-agosto-2017-cava-de-tirreni-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Santa Maria al Rifugio è la nuova sede della quarta serata delle Corti dell’Arte. Mercoledì 23 Agosto, nella Corte di Piazza San Francesco a Cava de’ Tirreni, si è tenuto il concerto jazz di Fabrizio Bosso & Dino Piana Quintet, tromba e trombone del gruppo a cui si accompagnano Julien Olivier Mazzariello al pianoforte, Gabriele Evangelista al contrabbasso e Amedeo Ariano alla batteria. Scopriremo che Dino Piana sarà assente per motivi di salute e ce ne dispiace; il suo strumento avrebbe dato ancora più lustro ad una già magnifica performance. Ma auguri a lui di pronta guarigione.

La serata è davvero molto movimentata, numerose persone si sistemano in piedi e in una corte che accoglie centinaia di posti a sedere rende l’idea dell’attesa che c’è per questo gruppo a cui appartengono artisti di fama internazionale.

È dunque quasi normale che per l’inizio del concerto si aspetti qualche minuto in più, proprio per consentire l’affluenza e la sistemazione del numeroso pubblico, ma l’attesa è ben utilizzata. Noto delle signore che girano tra il pubblico con fogli e penna alla mano: non sono concorrenti, ma persone che seguono la manifestazione da anni, a cui non va giù l’idea che questa edizione possa essere l’ultima. Visto che il parlare senza fare non porta a niente, hanno deciso di raccogliere firme per far sapere, a chi non viene a vedere di persona, quanto lustro e quanta ricchezza offre a tanti il duro lavoro di pochi. E noi firmiamo convinti.

Quando Eufemia Filoselli prende la parola, luminosa nel suo abito da sera, ma ancor di più per la gioia che sa di regalarci, cerca di recuperare del tempo usando brevi frasi “…desiderio di ascolto…”, e il concetto di Archie Sheep sul “jazz come dono dei neri ai bianchi”, che rendono come sempre l’idea del suo messaggio, anche perché cede in fretta la parola al Direttore artistico della Rassegna Felice Cavaliere, che di cose invece ne ha da dire. Che questa edizione sia particolare, lo si potrebbe dedurre proprio dal numero dei suoi interventi. In tanti anni non credo di averlo mai sentito parlare così tanto, ma lo fa perché, di fronte ad un pubblico così numeroso e anche così nuovo, sente il bisogno di spiegare lo spirito con cui è nato tutto il progetto. I concerti a cui noi assistiamo non sono l’essenza del lavoro, ma la logica conseguenza che nasce dall’impegno di maestri e allievi che vengono da ogni parte del mondo a perfezionare il loro talento. Lavoro e studio per i musicisti alla base e concerti in “dono” per noi profani che raccogliamo il frutto di così tante fatiche. E, visto che lo spirito è legato al piacere della musica e non all’apparenza delle forme a cui tanti tengono, non c’è da chiedere il posto in prima fila, la preferenza o il dover sottolineare chi si è o non si è. Qui si viene ad ascoltare musica. Che piaccia o no, la protagonista è lei.

Visto che è così, ascoltiamola, che ormai siamo davvero impazienti.

Inizia la tromba di Fabrizio Bosso e a lui si accodano man mano il piano di Julien, il contrabbasso di Gabriele e la batteria di Amedeo. La prima impressione è che questa musica andrebbe ascoltata ad occhi chiusi. Quando la tromba va in pausa, il suo suono forte lascia spazio ad un gioco tra gli altri strumenti. Il piano rende squillanti le note, il contrabbasso le amplifica e la batteria le sottolinea. Tutto in un crescendo di abilità e passione. Al contrabbasso Gabriele gioca con le corde e lo strumento stesso: più alto di lui, ma chi domina è l’artista. Estrema confidenza.

La tromba in alcuni momenti si zittisce, ma serve per presentare un nuovo gioco con il rullo della batteria e le note veloci del piano. È lei che detta il tempo. E tutte le mani vanno a mille, sui tasti e sulle corde, sui piatti della batteria e non sembra niente male neanche il fiato per la tromba! Non è passato molto tempo ma noi siamo già percorsi da brividi e stasera non è colpa del vento.

Loro ridono, felici del nostro entusiasmo o divertiti dalla loro passione. Amedeo si concede un assolo e il ritmo ci travolge, mi sembra di essere senza fiato, ma loro non se ne preoccupano. Il ritmo di tutti diventa incalzante e Fabrizio ci ringrazia per l’apporto caloroso ricevuto fin da subito, ma sono loro che fin da subito ci hanno deliziati.

Nell’assolo del contrabbasso, Gabriele ci racconta la complicità che ha con il suo strumento, da cui tira fuori un suono potente, quasi cupo.

Quando riprende la tromba, manca solo il fumo delle vecchie strade di New Orleans. L’atmosfera è quella della notte, quella delle emozioni nascoste cercate dentro vicoli e bar malmessi. Nascoste, ma lo sforzo per cercarle è inutile: basta seguire l’uno o l’altro strumento e ti accorgi che sono a portata di mano. La loro forza è proprio nello stare insieme.

Un solo attimo di sospensione, crediamo di avere tempo per applaudire, ma non è così. Ripartono ma quel ringraziamento scrosciante non si interrompe, fino a quando Julien viene lasciato solo.

Ma è solo un uomo che suona il piano in quel modo? E prima che le ultime lente note si stacchino dai tasti, la tromba riprende il suo verso struggente. Poi il lento ingresso della batteria e le dure e forti corde del contrabbasso.

Ci sono di nuovo tutti, ma sono così uno dentro l’altro, che ci sembra di percepire un’unica voce: la voce della strada.

È finita, ma non ci muoviamo. La tromba arriva improvvisa tra di noi, graffiante, passionale. Fabrizio ci regala i suoi suoni da vicino, attraversa le file degli ospiti stupiti e colpiti da quella maestria che si legge sui tanti volti sorridenti e intanto continua a raccontarsi fino a quando raggiunge di nuovo il palco.

Ora è finita. Loro si abbracciano tutti per il saluto finale, noi registriamo la passione di artisti che non possono far altro che condividerla e regalarla con gioia.

 

Corti dell’Arte terzo atto. Arpa e violoncello al Palazzo Talamo: attimi di meravigliosa dolcezza

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Lunedì 21 Agosto, le porte di palazzo Talamo su Corso Umberto I, a Cava de’ Tirreni, si sono riaperte per le Corti dell’Arte, che già in passato l’ha accolta numerose volte. Confesso che quando sono entrata avevo scritto qualche pensiero sul luogo, ma a fine serata, mentre Felice Cavaliere, direttore artistico della Rassegna musicale, salutava la padrona di casa Nuvola Talamo Calenda, ne ha parlato come di un luogo dall’acustica straordinaria per la musica da camera. La capacità di far arrivare le note in maniera perfetta all’intero cortile e ben oltre, immagino io, è un pregio che a volte non si ritrova neanche nelle grandi sale appositamente predisposte. Felice Cavaliere ne ha parlato asciugandosi gli occhi, vittima forse di qualche granello di polvere portato dal vento, o dei numerosi ricordi legati a questo gioiello che sono le Corti dell’Arte e che, come continuiamo a dire senza volerci davvero credere, dopo trent’anni di splendenti e suggestive esecuzioni sembrano giunte alle soglie della chiusura.

Lo diciamo dopo aver assistito ad un’altra magnifica esibizione, ancora con il cuore gonfio di ammirazione ed emozione per questi regali che rischiamo di dover abbandonare.

Al centro della Corte il palco è di assoluta proprietà di un’arpa magnifica che aspetta il suo maestro. Il legno lucido, le ombre che riflette, la rendono maestosa e imponente. Tanto quanto delicata saprà essere nel momento del suono!

Eufemia Filoselli prende il microfono e non sale neanche sul palco. Saluta con una commozione che sale di serata in serata, ricordando che in questo magnifico palazzo ha soggiornato anche la Regina Margherita, contribuendo a far nascere in tutti noi, un’attesa ancora maggiore per ciò che sarà da lì a breve.

La coppia che si esibirà è composta dai maestri Mattia Zappa e Alexander Boldachev. Enfant prodige li definisce la Filoselli e dalla brochure di sala ne scopriamo il perché, mentre la loro giovane età ce ne dà l’immediato riscontro. Sono musicisti compositori e contemporaneamente docenti dei corsi di perfezionamento dell’Accademia Jacopo Napoli, e questo spiega, oltre al numerosissimo pubblico che obbliga l’aggiunta di posti a sedere, la presenza di tantissimi giovani che li guardano già ammirati. Sanno bene cosa li aspetta.

Aggiungo qui un pensiero personale prima che tutto inizi, per evitare contaminazioni immeritate con l’arte. Ho detto di posti completamente esauriti, ma è la terza serata che alcune sedie continuano a rimanere vuote. Le Corti dell’Arte, Felice Cavaliere e i suoi collaboratori non hanno ancora meritato la presenza di un rappresentante delle istituzioni. Avevo detto che un “ad maiora semper” , scritto dal Sindaco sulla brochure, mi sembrava decisamente poco, ma che si potesse far peggio non me lo aspettavo. Meno male che ci saranno altre serate. Per noi che ne godremo il piacere dell’arte e per altri che potranno, eventualmente, riparare.

Comincia con un assolo il maestro Zappa al violoncello. Arriva in abito scuro, inizia subito e noi ne siamo immediatamente rapiti. Questo strumento fa uno strano effetto. La sua musica arriva forte, ti avvolge e quasi ti lascia incapace di provare qualcosa di personale, come se tutto quello che serve ci fosse già; il resto sarebbe superfluo. Sentirsi sazi senza aver mangiato, dissetati senza aver bevuto. Immaginate questa presenza forte in mezzo a centinaia di ospiti silenziosi e rapiti, mai distratti nemmeno dal vento che tenta di intrufolarsi tra le vecchie piante, rimaste a testimoniare la presenza di un giardino che fu.

Quando è il momento dell’assolo di Boldachev, sembra che stia arrivando un ragazzino. Anche lui vestito di nero, ma con la camicia e senza giacca, si avvicina al suo di strumento, lo regola e i primi tocchi ci fanno già grandi promesse. Che delizia. Le dita sembrano generare cristalli che parlano e raccontano storie con una delicatezza ammaliatrice. Lui è rapito, noi siamo prigionieri.

Che differenza di suoni e mi chiedo: come saranno insieme? Pochi minuti e siamo già senza parole.

Ora sono insieme sul palco. Alexander saluta in inglese e un giovane traduttore ci conferma i suoi saluti, brevi perché la musica aspetta. Si siede e accoglie di nuovo quell’immenso strumento che sembra una donna tra le sue braccia. Il violoncello ora è più dolce, l’arpa più delicata, hanno molte più pause.

L’effetto è un velo di pace che ricopre la Corte.

Quel violoncello che prima aveva avuto un atteggiamento da maschiaccio di cortile, ora è diventato giovane galante nel salone del ballo, alla presenza di una giovane donna da corteggiare. E noi, pubblico rispettoso o solo incantato, quando finisce il ballo, restiamo ancora un attimo con il fiato sospeso, come chi non vuole rovinare il momento dell’incontro.

Hanno suonato Bach, Arvo Part, poi arriva Vivaldi e con lui è sempre più facile pensare alla natura. Le note si fanno più estrose, hanno più ritmo, danzano con più allegria sulle corde degli strumenti e il vento cerca ancora di trovare un suo spazio, intrufolandosi con forza negli spartiti. Ma dura poco. Tutto si calma di nuovo. Dolcezza. Infinita dolcezza.

Applausi. Il tempo di togliere un po’ di umidità alle corde e si riprende con un pezzo più attuale “Mirror in the mirror”, specchio nello specchio. Il suono è talmente delicato che mi sembra di dover guardare attentamente il movimento delle dita sulle corde e sull’archetto per aver la certezza che stiano davvero suonando. Un ricamo che crea un’atmosfera incantata. Com’è cambiato il violoncello! Un docile strumento ora sembra. Rispettoso dell’altra dolcezza non ne invade mai il suono, né si sovrappone. Ascolto e rispetto. Un andare insieme, come l’immagine che segue il suo riflesso nello specchio.

L’applauso che meritano oltre ogni dire sembra però che non voglia partire, quasi per non rovinare l’incanto che hanno saputo creare. Quante trasformazioni ascoltiamo.

Ora è tornata la forza, una nuova consapevolezza. Un nuovo racconto di conoscenza stavolta, una storia certa, voluta. Qualcosa che esiste per davvero ha trovato il suo posto.

Alexander pronuncia due parole “Romantic music” uguale Schubert.

Una musica d’amore e il vento diventa forte, come un amante geloso disposto a rovinare la serata. Ma non ci riuscirà. Le note lo sovrastano, iniziano un ballo classico e indissolubile.

Riesco a staccare gli occhi dai questi due grandi artisti e faccio una panoramica sul pubblico. Volti assorti che, ad occhi chiusi, immaginano e seguono quelle note; altri rapiti e incollati all’esecuzione perfetta, quasi senza cercare il respiro vitale che potrebbe disturbare un così magico momento. E silenzio. E note che si rincorrono libere, ma in perfetta armonia.

Se esiste questa musica, se esiste questa esecuzione, non può esistere nulla di brutto al mondo.

“Welcome to XX secolo”: tango e la sua sensualità. L’arpa ora serve come base per il ritmo del tango. Il passo deciso, il sincronismo dei tangheri è identico a quello dei musicisti. L’archetto vibra in maniera impensabile. Movimenti continui decisi leggeri dominano la sala dove si balla questo tango che sarà meraviglioso, come la musica che lo accompagna.

E finisce. L’applauso non si interrompe, noi non vorremmo che fosse già passato il nostro tempo. Pochi pronunciano la parola “bis” ma tutti lo vorremmo. Se dovessi scegliere io chiederei senza dubbio l’ultimo pezzo. MERAVIGLIOSO.

Ma Eufemia, che trova le parole magiche “intenso struggente nuovo”, chiude la serata, perché i maestri sono davvero stanchi, visto che fanno lezione durante il giorno.

I due musicisti tornano per un nuovo scrosciante applauso e non posso non andare a complimentarmi con entrambi. E al mio apprezzamento per l’ultimo pezzo, Mattia mi dice “Abbiamo improvvisato”.

Io resto a bocca aperta e penso a quanto siamo stati fortunati a ricevere un così grande e spettacolare regalo.

Alle Corti dell’Arte di scena a San Giovanni un’orchestra coreana … e una serata da incantamento

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Sabato 19 agosto si è tenuta a Cava de’ Tirreni la seconda serata del Festival delle Corti dell’Arte e questa volta siamo ospiti del Complesso di San Giovanni. All’arrivo trovo già quasi tutte le sedie per il pubblico occupate, nonostante l’inizio del campionato di calcio e il Napoli in contemporanea.

Ovviamente quelle dell’orchestra che si esibirà sono vuote. Ma di musica ce n’è già. Attraverso le porte trasparenti, decine di ragazzi, con personali tratti asiatici, provano i loro strumenti. Arrivano da lontano, Corea del Sud, ragazzi dagli 11 ai 20 anni che hanno percorso tantissimi chilometri per raggiungere la nostra provincia, dove hanno potuto perfezionare la loro arte e dove hanno mostrato quella che già hanno acquisito. Ieri sera infatti si sono esibiti a Sorrento, stamattina hanno studiato e questa sera sono di nuovo qui, pronti, per regalarci nuove emozioni.

Sono tutte informazioni che ci vengono da Eufemia Filoselli, storica presentatrice, collaboratrice, amica di questa manifestazione. È lei che ci dà il benvenuto, anche se subito si fa affiancare da Felice Cavaliere, direttore artistico della Rassegna. Le sue prime parole sono ovviamente per la musica, quella che non deve essere limitata a pochi eletti o a fasce d’età. La musica è per tutti, per tutti quelli che hanno voglia di conoscere un mondo che ti impone il grande dono dell’ascolto. In questo senso, le orchestre sono proprio l’esempio più calzante, perché non puoi distrarti dal suono di chi ti accompagna. La musica è per sempre, per ogni momento della vita.

Nel modo che hanno di parlarsi e guardarsi, Eufemia e Felice mostrano delle emozioni particolari. In loro ho sentito sempre la professionalità e la capacità di trasferire la passione per quest’arte magica, ma in questi giorni c’è qualcosa di più. L’ombra di questo addio, questa chiusura delle Corti, che si dice ci dovrà essere ma che non vogliamo che ci sia, come testimoniano piccole parole che Eufemia pronuncia, riguardanti gli amici e collaboratori di sempre, che stanno ancora provando a tenere in vita questa bellezza che da trent’anni allieta e impreziosisce la nostra Cava.

Ma le parole non possono togliere troppo tempo alla musica, alla “letizia” che essa sa generare nei cuori di chi ascolta. Ed eccoli allora: i posti si riempiono di questi giovani artisti, silenziosi in maniera sorprendente,. Contrabassi e violoncelli aspettano i loro proprietari, i violini vengono portati a mano e in pochi minuti la Jecheon Youth Orchestra è pronta e a disposizione del maestro Massimiliano Carlini .

I pezzi scelti vanno da Mozart a Monti, da Vivaldi e Holst a pezzi di tradizione coreana. Tutti sono dedicati alle vittime dell’attentato di Barcellona.

Quando comincino a suonare, la prima cosa che colpisce è quel senso di gruppo, di intesa, di un’unica finalità. La musica racconta le sue storie o quelle che noi ci leggiamo: pezzi che sembrano tagliarti il cuore o altri che ti portano in luoghi e tempi diversi. O forse è solo quella magia unica che ti toglie da ogni luogo e ti lascia oltre la presenza del corpo, solo con la tua anima. Natura, interni di una camera, piazze di paese, il furore della battaglia: scegliete quello che volete, qui c’è tutto.

Passa più di un’ora ma le lancette dei nostri orologi sembra siano state ferme.

Il gran sorriso del Maestro ci rende la soddisfazione di un’esecuzione magnifica. Loro sono ancora tutti composti, rispondono ai nostri fragorosi applausi e relativa standing ovation, con colpi sulle gambe, o vicino ai lori strumenti, come a rendersi un personale omaggio per la riuscita performance. Ma con un’umiltà che fa rabbrividire.

Quando Eufemia torna, con l’interprete per i ragazzi, ha decisamente gli occhi lucidi, che raccontano tanto e ci lascia poche parole che dicono tutto: “…molte serate sono magiche, ma stasera c’è incantamento, ed è tutta un’altra cosa…”

Trentesima edizione delle Corti dell’Arte. Splendida come sempre, ma … sarà l’ultima?

CAVA DE’ TIRRENI (SA). È la Corte di Palazzo Palumbo che inaugura la XXX edizione delle Corti dell’Arte, diretta da Felice Cavaliere con la collaborazione di Tiziana Silvestri e Eufemia Filoselli.
Corte nuova direi, perché negli anni questa manifestazione ha cercato di toccare e coinvolgere sempre più parti della vita di Cava de’ Tirreni, ma, nonostante il successo sia ormai di chiara fama internazionale, per la nostra splendida cittadina non deve essere ancora abbastanza.
Le parole (“Ci sono anche le mie meorie”), con cui Felice mi accoglie consegnandomi il libretto del programma, mi colpiscono ma non abbastanza fin quando non vado a leggerle.
Sono parole di commiato. La Rassegna finisce qui. Leggo e mi vengono in mente le parole di qualche anno fa, quando questa possibilità sembrava che stesse prendendo piede, ma non avrei mai creduto che potesse diventare realtà.
Ma è così. Dal mio posto leggo e mi chiedo quante delle numerose persone presenti lo abbiano fatto. Il pensiero di non poter rivivere ancora queste atmosfere magiche mi rende triste e anche arrabbiata.
Ritorno alla prima pagina, al saluto del sindaco, al suo “ad maiora …semper”, e mi sembra davvero troppo poco. Poco augurare il massimo se poi non si riesce a salvare un patrimonio cittadino di tale levatura. Non voglio entrare nel gioco della politica, né delle defezioni di chi potrebbe aiutare e sceglie altre vie. Lo ha già fatto Felice con molta più competenza di me, ma il mio disappunto resta. Tra manifestazioni che crescono ed altre che scompaiono non trovo spiegazioni.
Ma la particolarità del momento si vive dalla salita sul palco dello stesso Felice che apre la manifestazione consegnando simbolicamente a Rosanna Di Giaimo, inquilina della Corte, una targa ricordo, come poi sarà consegnata ad ognuna delle Corti che in questi trent’anni hanno contribuito a fare la storia del Festival di Musica da camera. Corte che si è rivestita di pannelli che ricordano ancora di più l’architettura cavese, i suoi portici, anche in questo palazzo che portici non ha, ma che appartiene fortemente a questa “piccola Svizzera”, che rischia di essere dimenticata.
E ancora una volta Felice sottolinea quanto la musica sia, come altre forme di arte, uno dei percorsi che permette all’uomo di ricercare il meglio di se stesso. Come questa idea di musica e coinvolgimento abbia portato l’Accademia Jacopo Napoli a pensare di organizzare percorsi formativi che ormai, vista l’eccellente qualità dei docenti che vi prendono parte, richiama giovani musicisti da ogni parte del mondo. Quest’anno ne sono arrivati 200, oltre venti dalla sola Corea, e non sono numeri da sottovalutare, come forse qualcuno ha fatto.
Ma il tempo per le recriminazioni non c’è. C’è solo la certezza di un uomo e di chi ha lavorato con lui, che ha offerto il massimo della propria competenza. Ne sentiremo la mancanza, ne siamo certi. Alla guida della Città, in trent’anni sono passati tanti personaggi, ma alla Direzione Artistica di questo gioiello c’è stato sempre lui e, con la solita saggezza di chi ha visto e sa, cede la parola ad Eufemia Filoselli. La sua voce gentile cerca di ammorbidire i riferimenti alle scempiaggini umane che in queste ore ci accerchiano, da Barcellona alle fiamme che stanno distruggendo le nostre montagne. Vince l’idea di un “noi” che deve cercare di resistere all’avanzare sempre più violento e altrettanto inutile di un “io” che non porta lontano.
Ma le serate delle Corti sono quelle che regalano musica e il pianoforte alle sue spalle, esige di suonare.
Gli artisti di stasera rappresentano benissimo lo spirito del Festival: internazionale e legato alle sue radici. Ascolteremo Frida Teresia Svensson, poliedrica musicista svedese, accompagnata da Francesco De Rosa, ragazzo milanese di origini cavesi. Il tema della serata “I wish I was a fish”, Vorrei essere un pesce, è anticipato dalle immagini del mare proiettate alle loro spalle.
Al piano inizia delicatamente, poi quando le note cominciano a danzare, la voce diventa uno strumento aggiunto. Il mare che brilla nel video, accoglie il ritmo offrendo in cambio la sua immensità. Con l’italiano strano di chi arriva da lontano, si presenta e ci regala insieme al suo bel sorriso anche il titolo della nuova canzone “The Swimmer”, dedicata ad un’amica che non c’è più ma per la quale si dovrà ancora nuotare. Il nuovo ritmo prevede l’aggiunta di una bacchetta per suonare un tamburo che non vedo. Nel video intanto compare una coppia e anche qui non è più sola: Francesco arriva dal pubblico aggiungendo la sua voce a quella di Frida.
Adesso sarà lui a fare da interprete e conduttore. “Truth”, nuovo titolo, perché quella che crediamo di conoscere non è sempre l’unica verità. Frida ha una voce talmente particolare che sembra prendere il predominio sulla musica. È solo quel tambureggiare che cerca di tenerle testa, o quando Francesco l’accompagna con il suo strumento. Ma non è solo quel suono che hanno in comune: ci sono gli sguardi, le mani che cercano le stesse sonorità, la voce che c’è quasi senza farsi sentire. Che siano note o che sia voce, Frida regala una potenza notevole. Ci sono momenti in cui quasi affila le parole che escono arrotate di sentimenti forti che esplodono attraverso mani, occhi, sorrisi; come quel corpo che continua a nuotare senza farsi mai vedere.
Poi Frida si alza dal piano, si veste di una chitarra per proporci “Follow” e si toglie le scarpe: a mare non servono.
Anche alle corde della chitarra spetta lo stesso ruolo dei tasti: secondario. È la voce che fa la differenza: originale. Piena di vita.
“Sea”… e Francesco passa al piano. Le prime note sembrano gocce d’acqua. Pioggia che cade nel mare.
“Light house”… un faro per chi cerca riparo contro le tragedie del mare e della vita in generale
“River” è dedicata al fiume che attraversa Berlino, la Sprea, luogo di incontri che ha permesso anche il loro. Francesco non si vanta del suo ruolo di traduttore “…suoniamo che è meglio”. E con la musica, insieme, ci raccontano un pezzo della loro storia. Le concede di nuovo il piano mentre lui attacca con la melodica, che addolcisce tutto quel misto di voce, piano e tamburo, rendendo il racconto semplice, quasi popolano. Ma dura poco. Il tamburo adesso lo suona lui, con vigore. Ed è un andare in un posto nuovo “…can you see, can you feel…” Puoi? Possiamo?
Ci presentano l’ultima canzone “Sister”, e ci sembra di essere tristi anche mentre Francesco ci fa sorridere invitandoci anzitempo a chiedere un bis.
Come un maestro di musica lui ci dà il tempo per battere le mani e seguire il ritmo di quella voce già così coinvolgente. E noi il bis lo chiediamo e ora non possono negarcelo.
L’ultimo regalo è una ninnananna svedese; antica e popolare, per accompagnare i nostri sogni.
Non ha titolo e non ha musica, solo voce, ma vi ho già detto che la voce è uno strumento. A tratti diventa un sussurro ma non c’è rumore che lo disturbi.
Solo, alla fine, tanti meritati applausi.

Festival delle Torri: un’esplosione di danze, canti, costumi e abbracci di Pace

CAVA DE’ TIRRENI (SA). La XXVIII edizione del Festival delle Torri si è conclusa con uno sventolio di bandiere colorate e di rappresentanti di tanti paesi esteri che hanno affollato il palco dove per tre giorni si sono esibiti.

Avevano iniziato giovedì 3 agosto, in Piazza Vittorio Emanuele a Cavade’ Tirreni, proprio delle bandiere, tutte bianche in quell’occasione, e sventolate da giovani rappresentanti del Gruppo Sbandieratori Cavensi, organizzatori della manifestazione. I suoi temi portanti, da sempre legati alla pace e alla convivenza tra le diverse culture, quest’anno si sono arricchiti anche dei “Diciassette obiettivi per lo sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite”. Diciassette punti che devono essere i macro obiettivi di ogni paese e di ogni cittadino del mondo, da tener ben presenti affinché la Terra, che ci ospita da millenni, possa continuare ad avere anche con le nuove generazioni quelle caratteristiche di accoglienza che ci hanno permesso di arrivare fino ad oggi.

Alla luce di questa filosofia di rispetto e conoscenza, già dall’anno scorso il Festival ha organizzato il concorso “Una Torre per la pace”, diretto alle scuole del territorio cavese, grazie al quale i ragazzi possono conoscere, non solo le tradizioni e la storia dei paesi ospitati, ma anche esprimere il loro concetto di pace, attraverso le forme che ritengono più opportune: con testi, manufatti, disegni e ogni forma creativa che racconti la loro idea di “mondo di pace”.

Le serate di giovedì e venerdì 3 e 4 agosto sono state presentate da Manuela Pannullo e Ilenia Apicella.

Dicevamo delle bandiere bianche che ci hanno accolti all’inizio della manifestazione, così come la rappresentazione regalata da due giovani allieve della scuola TempraArt di Clara Santacroce e Renata Fusco. Sono Martina Cicco e Martina Abate e cominciano ad introdurci in un mondo che ha bisogno di ritrovare le sue fate e la sua magia per superare le grandi difficoltà del proprio tempo.

Tutta la prima serata, pur se con gli intervalli istituzionali dei saluti dell Presidente dell’Ente Sbandieratori Cavensi Felice Sorrentino e dell consigliere Vincenzo Passa, è dedicata al gruppo Ensemble Georgian Folklore, proveniente dalla Georgia e precisamente da Tbilisi.

Colpiscono immediatamente per la poderosa forza che emanano gli uomini del gruppo. Restiamo quasi immobili sulle nostre sedie, per poi scioglierci un po’ quando al nero dell’abito maschile, si affianca il bianco di un abito che sembra da sposa di una fanciulla dalle movenze irreali. La contrapposizione di quella forza e di quella leggerezza ci rapirà per tutta la durata dello spettacolo.

I ragazzi sono un misto di forza e grazia. Sembrano ballerini che non camminano però sulle scarpette con punta rinforzata, ma solo sulle proprie dita piegate. Lo sforzo che di sicuro fanno a noi non arriva. C’è solo potenza e sicurezza. Allo stesso tempo le ragazze si spostano da un lato all’altro del palco senza mostrare nemmeno il movimento delle gambe sotto i vestiti. Sembrano lievitare su quelle assi e spostarsi grazie ad un soffio divino. Belle, radiose, coordinate. Uno spettacolo.

Per più di un’ora ci ammaliano con balletti, con il gruppo musicale che ci regala note di una tradizione che non conosciamo; il senso delle loro parole non lo comprendiamo, ma la melodia delle voci ci permette l’unione ideale con popoli poco conosciuti, ma che comunque dimostrano di cercarsi. L’aggiunta di una donna nel gruppo, come musicista e corista, addolcisce lo sguardo, ma non diminuisce la fierezza di quel racconto incomprensibile.

Musica a cappella. Il “piffero” che riprende insieme alle strane chitarre che dovrebbero chiamarsi “dombra”, sembra ricordare le musiche del menestrello del castello, che racconta tutta la vita di corte.

Cambieranno molti abiti i ballerini, sia uomini che donne, ma sempre saranno presenti il rosso, il nero e il bianco. Quando i ragazzi arrivano con parrucche di bianchi capelli, la loro esibizione mi rapisce e non mi permette di scrivere. Quei piedi piegati fanno male a solo guardarli e loro si alternano nell’esibizione singola, arrivano da ogni lato del palco e la loro forza sembra crescere sempre di più.

Per riprendere fiato Manuela e Ilenia interrompono quel vorticare di corpi e premiano le scuole che hanno vinto l’edizione del premio “Una torre per la pace” di quest’anno, invitando rappresentanti di ragazzi e insegnanti.

Quando i ballerini ritornano, iniziano piano, come a darci il tempo per capire ciò che faranno. Dai loro piedi esce il rumore della cavalleria al galoppo, ma i loro corpi si muovono con l’eleganza tipica della danza. Il tris di donne che arriva, ciascuna con un abito rosa azzurro e viola, e che si accorpa al centro del palco, sfavilla di luci che si riflettono sulle paillettes dei loro vestiti. Sono un simbolo di assoluta delicatezza, sembrano esser corpi senza peso che si muovono leggeri e delicati: e un segno della croce non passa inosservato.

E di nuovo i ragazzi tutti in nero e le donne tutte di bianco, con ogni lei che non guarda mai il rispettivo lui. È una danza di corteggiamento e l’abito dei ragazzi ha maniche molto più lunghe del braccio; una donna corteggiata ma mai avvicinata abbastanza. Mai toccata. Il gioco dei piedi sembra tradire la presenza di una molla che li solleva dal palco. Ma non c’è trucco, solo abilità.

A spiegarci tanta maestria viene il capo delegazione georgiana, Badri Matchavariani, fondatore del gruppo nel 1984, riconosciuto per i suoi meriti dal Ministero della Cultura Georgiano e dall’Unesco.

La musica apre l’ultima parte della loro performance. Le spose bianche suscitano sempre la stessa meraviglia quando appaiono in gruppo sul palco. Sono un carillon vivente, corpi che si muovono su invisibili binari e che danno a noi l’impressione di volare, di scivolare senza nessuna fatica e senza nessun peso.

Gli uomini hanno adesso il colore rosso che domina nei loro vestiti e si è aggiunta la croce dorata che ricorda periodi di lunghe battaglie. Saranno proprio spade e scudi i protagonisti di questa ultima sfida, con lance che si affrontano per davvero, generando scintille di fuoco dai loro scontri.

Le donne che si aggiungono al gruppo adesso si muovono in modo diverso, come diversi sono i loro colori, con nero e marrone. Anche loro si aggirano tra quei guerrieri e danno vita ad una ennesima, spettacolare danza.

La prima serata è stata davvero magnifica. L’idea di regalare tanto spazio ad un gruppo così carismatico, così coinvolgente è sicuramente da applaudire. Anche perché sappiamo già che frammenti di questa meraviglia li rivedremo ancora nella serata conclusiva.

Anche venerdì 4 agosto c’è una serata dedicata. Le padrone di casa sono sempre Manuela ed Ilenia e il gruppo protagonista è Ballet Folclorico de Chile da Santiago del Chile. Nato nel 1987 grazie a Pedro Gallardo, docente universitario, raccoglie le differenti culture che rappresentano la nazione cilena.

Dopo aver visto i pesanti abiti georgiani, non ci meravigliamo che i cileni esordiscano a corpi quasi nudi, ricoperti dai classici disegni sul volto e dai succinti costumi indigeni.

Mentre gli uomini intimoriscono un po’, le meravigliose ragazze ricordano il sole del loro paese. Anche i cileni, come i georgiani, la musica se la portano da casa!

Una bambola rosa viene portata sul palco, immobile nelle braccia del suo “proprietario”. Il tempo di sistemarla e distrarsi, e la bambola prende vita. Un pezzo che apre le porte ai tanti altri ragazzi colorati che si divertiranno in un balletto ludico e dove si prenderanno gioco di noi, lanciando alla fine un pupazzo a grandezza naturale, vestito come loro, che ci toglie il fiato mentre viene lasciato cadere sulle assi del palco.

Ma è un gioco “… dame la mano e danseremos…” e l’allegria ritorna.

Anche stasera le pause servono per i cambi di costume e i tantissimi ringraziamenti che manifestazioni di questo genere naturalmente si portano dietro. Di nuovo intervengono Vincenzo Passa, che sottolinea l’importanza del coinvolgimento delle scuole, e Mimmo Sorrentino, che esalta la danza come espressione di cultura.

Quindi, la premiazione con un pezzo in ceramica per i giornalisti che hanno accompagnato negli anni, a vario titolo, la manifestazione. Per Pasquale Petrillo riceve il premio Carolina Milite, poi arrivano sul palco Antonio Di Giovanni, Antonio De Caro, Antonio Ioele. Un’emozionatissima Rosanna De Felicis, moglie di Gino Avella,ritira il premio per l’indimenticabile marito. Per Peppino Muoio riceve il figlio Salvatore, per Lucio Barone il figlio Andrea, mentre Vincenzo Senatore lo ritira per il papà Raffaele Senatore. Si aggiunge Gianluca Cicco per l’emittente Quarta Rete. Mi è sembrato strano, personalmente lo sottolineo, non sentire il nome di Franco Bruno Vitolo che pure so quanto abbia notevolmente contribuito alla storia sia del Gruppo Cavensi che della manifestazione. Chissà…

Per fortuna tornano i vestiti rossi e aggressivi delle ragazze cilene, mentre i ragazzi portano alle caviglie dei ciondoli che sembrano riprodurre il rumore del mare. Colori sgargianti, tanti vestiti, sorrisi splendenti, capelli corvini, pelle chiara e movimenti accattivanti sono gli ingredienti di questo altro splendido gruppo.

Ci ballano la cueca, loro danza tipica, accompagnati da una canzone meravigliosa. La loro musica mi trascina lontano… Un sax con note particolari accompagna questa giostra di sorrisi e colori “…troveremo el ritmo del tu corason…”

E la dedica finale di “Funiculì funiculà” coinvolge ancora di più il già caldo pubblico presente.

Nella serata finale Ilenia è sostituita da Antonio Di Giovanni e un video di saluti da parte di Fabio Graziosi rappresentante di U.N.R.I.C. Italia dà inizio all’ultimo giorno del Festival.

Giovani sbandieratori si esibiscono con bandiere luminose nel buio della piazza e sul torso nudo richiamano i quattro elementi fondamentali della vita. Subito dopo, emoziona il saluto di Gerardo Canora, che prende il microfono dal suo posto in prima fila. È la voce di un ultra novantenne, con il timbro tipico di quell’età e che è adatta proprio ai racconti del tempo che è stato. A persone come loro sono affidati i ricordi per testimoniare di un passato che altrimenti non potrebbe contribuire a costruire un nuovo futuro.

Un altro video, realizzato da Manuela Pannullo, Andrea Palestra e Giuseppe Ferrara, sottolinea ancora una volta l’importanza di quei 17 obiettivi che dovranno essere, fino al 2030, lo spunto per ogni governo e per ogni cittadino del mondo.

Ma aspettiamo i nuovi gruppi che ancora non abbiamo avuto il piacere di ammirare. Infatti stasera, oltre ai già conosciuti georgiani e cileni, avremo il Messico e il Sud Africa. Iniziano i sudamericani. Sombreri, il poncho, il giovanissimo con il lazo e le sue acrobazie. Musica sempre coinvolgente quando tanti giovani “Don Diego” fanno sentire fino ai confini della città i loro tacchi che martellano il palco.

Tredici ragazzi, tredici ragazze, tredici sombrero messi a terra e mai calpestati, vi devono dare l’idea del gran movimento e della grande precisione che questi ragazzi ci hanno regalato. Sono il Grupo Folclorico Vallarta Aztecada di Puerto Vallarta. Nato nel 2003, ripropone le antiche tradizioni del Messico e del Jalisco.

Poi il saluto del vicesindaco Nunzio Senatore e dell’assessore Polichetti prima di riassaporare il piacere della musica e della danza georgiana. La forza e la delicatezza in un contrasto perfetto. Mi mancheranno.

A Carolina Damiani viene affidata la lettura di uno dei testi del presidente dell’Uruguay Pepe Mujica. L’umiltà e la profondità delle sue parole arrivano al cuore anche senza alzare troppo il tono della voce.

Ultima ospite Danielle Lauer, ambasciatrice nel mondo per i diritti dei bambini e che lo sarà anche come portavoce dell’Ente Sbandieratori Cavensi.

Manca ancora da scoprire il gruppo dei sudafricani, i Taxido Arts Productions da Germiston, nati dalla fusione di due gruppi preesistenti, con lo scopo di ridare dignità ed opportunità a giovani artisti locali che hanno potuto esprimere così le loro immense qualità. Davvero formidabili nel gioco che sanno condurre con i loro corpi. Le danze che sembrano tribali, il gioco accattivante delle ragazze, chi con abiti colorati altre con pelle d’animale, rendono vorticosi gli ultimi momenti di queste splendide esibizioni.

Sono i già conosciuti ragazzi del Cile a chiudere la manifestazione, prima del gran finale, aperto dalla proposta degli Sbandieratori Cavensi, già in stato avanzato di concretizzazione, di creare un circuito ideale della Città della Pace attraverso il segno di una Torre della Pace da realizzare nelle Città coinvolte. Cava già è pronta, con il progetto firmato da Alfonso Vitale. Aderiranno anche gli altri?

Alla fine tutti insieme si ritrovano sul palco con i loro colori, le loro nazioni, la loro storia, la nostra meraviglia e la speranza comune che le tante belle parole pronunciate, diventino davvero semi per generazioni che possano coltivare valori un po’ diversi dal comune consumismo e dalla futile apparenza.

“Omicidi in si minore”: delitti (quasi) perfetti di un’umanità imperfetta

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Uno dei motivi per andare a seguire la presentazione alla Libreria Mondadori di Cava de’ Tirreni, il 28 luglio scorso, del libro “Omicidi in si minore”, Les Flaneurs edizioni, è che l’autore, Davide Bottiglieri è un giovane venticinquenne, che mi viene presentato come un vero talento. E io sono sempre curiosa e felice di vedere giovani che hanno qualcosa da raccontare, da sperimentare.

Lo incontriamo in libreria prima della presentazione, sul corso poco affollato di una pigra sera di mezza estate.

Ci presentano mentre comincia ad arrivare un po’ di gente e mentre attendiamo l’arrivo del suo editore, che è in viaggio da Bari, Alessio Rega: “capitano coraggioso” sarà l’appellativo che Franco Bruno Vitolo, conduttore della serata, gli darà, in omaggio alla sua disponibilità di pubblicare libri di autori emergenti senza caricarli di spese.

Quello che si dice nel periodo dell’attesa è già il significativo frammento di un discorso che poi prenderà corpo nel quadro generale della serata e soprattutto dell’autore.

Si inizia con una lettura delle pagine iniziali effettuata da Giorgio Di Fusco, in cui, come sottolinea Franco Bruno Vitolo appaiono il protagonista, Lljudevit Alecsandri, talentuoso (e non infallibile né “innocente”) ispettore di polizia travolto dai sensi di colpa per le punizioni che genera, e il tema di fondo, legato ai conflitti interiori di natura religiosa e etica. Il libro è un giallo, un noir, che racconta una serie di omicidi terribili avvenuti nella rumena Cluj di fine Settecento. E le prime pagine rendono un’atmosfera intrigante, oscura: la musica che arriva in sottofondo alleggerisce la pesantezza di una confessione che già cattura il lettore.

Il conduttore per gioco si arma di lente di ingrandimento alla Sherlock Holmes e si “traveste” da ispettore per accompagnarci a cercare quegli indizi che dovranno non mostrare il colpevole, ma indurci alla lettura del testo attraverso l’individuazione degli indizi che ne svelino argomenti e caratteristiche. E ci riuscirà. Come sempre.

Il viaggio che iniziamo con Davide attraversa ambienti che immagino oscuri, vasti e difficili.

Franco Bruno Vitolo, nella sua introduzione da “cicerone”, ci parla della Transilvania, luogo draculiano che qui fa sfondo inquietante alla vicenda, del noir “gotico” ricco di orrori e ambienti tenebrosi e demoniaci. Ci spiega come il titolo, Omicidi in si minore, richiami un particolare momento storico musicale: la sonata in si minore di Listz per Schumann, scritta da un cantore della doppia personalità e dei guazzabugli del cuore umano, dedicata ad un collega musicista in guazzabuglio mentale e composta nel 1957, in un periodo in cui culturalmente si comincia a fare i conti con i contraddittori guazzabugli che coabitano nei cuori delle persone.

Il “cicerone” ci guida anche attraverso la storia di fine Settecento, quando affiora la razionalità illuminista, ma in tante zone, come appunto nella Transilvania, domina ancora l’oscurantismo di stampo religioso.. Vitolo ci racconta anche l’immagine di copertina che comprende su uno sfondo tetro uno stiletto assassino e un libro. Non uno qualsiasi ma una Bibbia, che non è l’arma del delitto, ma puà prefigurare i delitti (vedi le tante citazioni di Ezechiele nel romanzo) e addirittura può armare i delitti. E quell’espressione del primo capitolo “…il ghigno di Dio gli martellava i timpani…”, rende bel un’idea del Divino che è lontanissima dalla luce evangelica.

Saranno questi i labirinti attraverso cui Franco ci condurrà per tutta la serata, labirinti che hanno un nome ben preciso: Bene e Male. Perché è questo il punto centrale del discorso di Davide. E per questo Franco una rivelazione ce la farà: “l’assassino è Davide”, perché si è dimostrato assolutamente diabolico nella descrizione delle grandi contraddizioni dell’animo umano.

Geniale anche completare il libro con un capitolo I, che chiude questo testo, ma in realtà è già l’inizio di un secondo lavoro del giovane autore.

Quando a Davide viene concesso il microfono, lo vedo quasi sorpreso. Questo è un effetto che a Franco riesce bene. Le sue disamine di un testo, spesso vanno a scoprire legami e dettagli che non tutti sono capaci di vedere. “Avevo lasciato delle briciole tra le pagine e tu le hai trovate tutte, anche qualcuna in più di quelle che avevo messo”.

Ho iniziato a scriverlo a 17 anni, quando, leggendo altro, mi sembrava che ovunque mancasse qualcosa che io avrei voluto trovare, per cui mi sono detto che la cosa migliore da fare era scrivere un libro come sarebbe piaciuto a me. Così ho fatto, l’ho finito a 22 anni e l’anno scorso, ne ho iniziato un altro”.

Davide ci spiega come lui non ami i personaggi infallibili. Per questo il suo ispettore da subito viene definito “un fallito”, come a creare subito una condizione di ovvia, umana imperfezione. Il suo è un libro che lo ha accompagnato in un percorso di crescita personale, che non ha mai visto come qualcosa che dovesse accontentare una certa fascia di lettori, ma solo se stesso. “E questo non mi ha permesso compromessi”

A questo punto il “capitano coraggioso” deve intervenire per spiegare come mai abbia scelto di diventare paladino di un così giovane scrittore. Alessio ne era convinto prima e lo è ancora di più adesso che il romanzo si sta facendo conoscere: “Il testo di Davide si è mostrato da subito superiore al livello di manoscritti che normalmente ci vengono proposti” e la sfida è stata accettata, perché di editori che non fanno speculazioni sulle pubblicazioni non ce ne sono molti in giro, per cui se hanno deciso di investire su di lui è perché davvero le aspettative sono tante. “Un libro che non presentava nessuna falla, con personaggi molto ben articolati e descritti con molta lucidità”

Franco poi sottolinea come nel libro ci siano poche figure femminili. Davide precisa che sono quattro e che, se pure sembrano apparentemente marginali, in realtà diventano indispensabili perché ognuna rappresenta un genere di donna. Da quella effimera, a quella tragica, a quella idealizzata e la figura materna.

La serata è volata via senza alcun peso. Alla domanda dal pubblico “Chi vince tra il bene e il male?”, Davide risponde con la maturità che già gli riconosciamo. “Non spetta a me dare una risposta. È sempre il lettore che decide la sua fede e il suo comportamento”.

Il vassoio di pasticcini rigorosamente “in nero” che chiude la bella serata, ci lascia solo il tempo di prendere una copia del libro e cominciare ad immaginare tutto quello che potrà ancora regalarci.

“InfernoBadia”, il secondo thriller di Giovanni Sorrentino: dalla Milano di Tangentopoli alla Badia di Cava

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Tornare. Sembra questo il verbo per questa estate che ha già lanciato le sue calde sfide.

E il Comune di Cava e la presentazione del secondo libro di Giovanni Sorrentino, Inferno Badia (Ed. I libri della Leda), sono un’occasione che non perdo. Per tornare ai miei cari appuntamenti letterari, appunto. In fondo, con l’Inferno mi ci ritrovo, di questi tempi…

Si parte con una lettura emblematica dal romanzo, che il bravissimo lettore Gabriele Casale riesce bene a colorare d’Inferno, tra Tangentopoli, la Milano nera ed un’aggressione a bastonate.

Poi Franco Bruno Vitolo, che ha scritto la prefazione del libro e ne ha curato l’editing, apre ufficialmente la serata.

Enrico Bastolla. Assessore alle Politiche Sociali, porta i saluti del Sindaco e poi il giovane Presidente dell’Associazione Giornalisti “Lucio Barone” Emiliano Amato comincia a muovere il nero e ne approfitta anche per far capire quanto si stia muovendo, e bene, la rivitalizzata Associazione da lui presieduta.

Gli interventi seguono per tutti una linea legata ai propri ruoli, alla giusta motivazione sulla loro presenza ma ciò che accomuna tutti è la voglia di sottolineare come Cava sia una città dal passato davvero notevole, ma che continua, con il presente che si propone, a sfornare talenti su tantissimi fronti e di tutte le età.

La presentazione racchiude tutte queste caratteristiche; l’autore, l’avvocato Giovanni Sorrentino, è uomo maturo, che otto anni fa si presentò con un romanzo, un fantathriller storico, “La feluca alla Badia”, che risultò essere in parte una sorpresa per chi lo frequentava da anni soprattutto come avvocato e dipendente di banca e non aveva avuto modo di apprezzare i riflessi della profonda passione da lui nutrita per la lettura di genere noir. Come ha sottolineato Franco Bruno Vitolo, quel romanzo era anche un modo di “sfogo personale”, il segno della voglia di far sentire la sua presenza e forse anche la necessità di farsi “conoscere” di più.. Questo nuovo romanzo, che con il primo ha in comune di certo la presenza della nostra maestosa Abbazia e l’ambientazione al Corpo di Cava, dimostra invece una maturazione letteraria che non è passata inosservata.

Franco Bruno lo definisce libro elettrico e, fedele alle sue spiccatissime doti descrittive, riesce a raccontarci il libro facendoci guardare solo la copertina, come se ci stesse spiegando un canto della Divina. Il colore nero è indicativo del genere, le due parole del titolo scritte con due caratteri diversi, stanno a significare due fermate: la prima è il luogo di partenza e l’altra è l’arrivo. Al centro l’immagine sfocatamente suggestiva di una persona a capochino in un vagone ferroviario, a significare il viaggio, carico di angoscia, ma alla fine forse anche foriero di una vita nuova. La foto, scattata con il drone da Giorgio Monetta che riprende la Badia dall’alto, riempie la terza di copertina (la seconda è dei Navigli, punto di partenza della storia), mentre la quarta ha il suo breve riassunto e una bella pistola che prepara ai numerosi cadaveri che troveremo lungo le sue pagine. Pistola che si ripete ad ogni capoverso delle pagine del libro, per non abbassare mai la tensione.

Quest’atmosfera di paura prende vita nella voce del poliedrico attore lettore Gabriele Casale. La sua lettura è recitata con la solita maestria. Il cancello che non si apre, l’aggressione che Giulio, il protagonista, subisce, la fuga disperata tra le tombe di un cimitero, creano in tutti noi la stessa suspense di chi la vive sulle pagine del libro.

E da quella scena iniziale di paura e violenza del cancello che non si apre, inizia il viaggio del protagonista, che toccherà tanti luoghi e tante tematiche, dalla piaga dei migranti, alla dipendenza dalla droga dei piaceri facili, alle reazioni nelle famiglie di fronte alle problematiche dolorose, che dovrebbero unire, ma che spesso dividono. Ma questo si scoprirà con la lettura… e l’anima del romanzo si potrà cogliere anche grazie alle musiche del pianista Ernesto Tortorella, che, come raccontra Franco Bruno vitolo, in questa stessa sala quattro anni fa, all’età di soli diciassette anni, incantò il console greco con l’esecuzione di brani d’autore “marini” e che stasera ci delizia con il frammento di una sinfonia da lui stesso composta e che racconta il viaggio di Orfeo all’Inferno e la sua risalta: in pieno tema con la vicenda del protagonista del romanzo, che fugge da un pericolo mortale e nello stesso tempo da se stesso e verso se stesso. Che Tortorella fosse dotato di classe cristallina era già ben chiaro e noi ne raccogliamo il piacere dell’esecuzione. Le sue note partono dolci per crescere d’intensità con l’avvicinarsi all’Inferno. Se la lettura ti accompagna, la musica ti cattura. Il silenzio degli occhi che leggono il piano e con le mani ti raccontano storie. Meraviglia.

Arriva poi il turno di Daniele Angrisani. A lui si richiede equità di giudizio e da buon avvocato la disamina degli avvenimenti è presto fatta. “…L’amico perde i capelli ma non il vizio”, “…fulminato dalla vena romanzesca sulla via di Damasco”, sottolinea come sia anche lui tra quelli rimasti sorpresi di tanta capacità descrittiva, sicuramente alimentata da una vita di letture. Un libro che potrebbe riassumere i toni e le atmosfere, che vanno da Umberto Eco ad un moderno Lucarelli. Un libro di cui, secondo Angrisani, va sottolineata la miriade di morti che il protagonista lascia dietro di sé. E poi… la battuta finale: “…un tempo tute le strade portavano a Roma, per Giovanni tutte le strade portano alla Badia. Che abbia un sogno monastico da realizzare?”

Insomma, nonostante il libro di cui si è parlato fosse un giallo capace di tenere il lettore col fiato sospeso, l’atmosfera che si è respirata in sala è stata davvero leggera e coinvolgente. Tanto che lo stesso Daniele suggerisce una terza trama che parta dal deserto e poi a Giovanni l’arduo modo di trovare il nesso con la Badia!

Gabriele, con la lettura che racconta l’incontro rocambolesco del protagonista con un pezzo della sua vita, il gemello Mattia inchiodato su una sedia a rotelle, crea l’intervallo con il successivo intervento dell’assessore Enzo Lamberti, che però non vuole vestire i panni istituzionali, ma piuttosto raccontare l’esperienza personale e umana che lo lega all’autore.

E finalmente anche a Giovanni viene ceduto il microfono. In una conversazione con Franco, spiega che l’attesa degli otto anni, non è stata cosa voluta, ma legata al poco tempo che ha potuto ritagliare dal lavoro e poi “…non si scrive per comando, ma per voglia” e la scrittura viene vista e sentita “…come consolazione e liberazione”, anche perché, confessa, di romanzi ne ha pubblicati due, ma in realtà ne ha scritti molti di più e sta già pensando a qualcosa di nuovo.

Franco gli chiede come mai il sesso, che nel primo romanzo aveva avuto un ruolo notevole, qui è stato decisamente messo in secondo piano. La risposta è semplice e diretta: “Qui si parla di una fuga che tende a salvare la vita, per cui il sesso non poteva risultare dominante.”

E il pezzo che chiude la serata ha proprio come titolo “Rinascita”, sempre composto ed eseguito magnificamente da Ernesto.

Nelle note c’è più brio. La musica si ascolta ad occhi chiusi perché si deve seguire. E sentire.

Rinascita è speranza… e speranza è già un pezzo di rinascita …