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Il Museo dello Sbarco, un tesoro da far conoscere … e da proteggere

Cronaca di una visita in un luogo della storia che vive solo grazie al volontariato


SALERNO. L’invito a visitare il Museo dello Sbarco, a Salerno, arriva improvviso, solo poche ore fa. Ma non c’è bisogno di riflettere su una proposta del genere, si accetta e basta. Per me che amo la storia, in particolare la II Guerra mondiale, non c’è da scegliere, si va.

Ad accoglierci il Presidente del Museo, Antonio Palo, che sarà anche il nostro speciale Cicerone.

La piantina del Museo ci obbliga in una direzione, perché ci sono eventi cronologici che vanno sottolineati, come racconta la prima foto manifesto, che riporta la frase di Jack Belden corrispondente di “Life”, la rivista che diede inizio, di fatto, alla diretta dal fronte. È anche grazie a loro che si possono oggi raccontare momenti particolari che hanno segnato quei giorni che avrebbero dato l’esito che conosciamo a quella che davvero ha meritato, purtroppo, la definizione di Guerra Mondiale. Il numero di civili caduti, testimoniano di come si sia combattuto ben oltre le linee di trincea.

Siamo pochi e tutti seguiamo attenti le parole del direttore Palo, ma quello che rapisce la mia attenzione, oltre al già indicato interesse per la materia, è la luce che gli brilla negli occhi. Il Museo, come scoprirò a breve, è di fatto un’iniziativa privata, il lavoro di raccolta, di allestimento e di catalogazione è frutto di una loro passione e non di un’iniziativa Comunale. A me è sembrato strano, a voi non so che effetto fa.

In questa gigantesca sala, come si mostra dopo il breve angolo d’ingresso, c’è un pezzo della storia non solo di Salerno, né d’Italia, ma del mondo intero. Tutto è cambiato dopo quel conflitto, forse quello che non è rimasto è proprio la Memoria. Quella Memoria fondamentale che andrebbe tutelata dalle Istituzioni, ma che invece viene lasciata spesso sbiadire. Ed ecco allora che il lavoro di persone come Antonio Palo e dei suoi collaboratori, diventa servizio per la comunità, diventa rispetto per l’Umanità.

Sono tanti i dettagli che ci ha svelato, come la storia di “Ciccio ‘u ferroviere”, che non è il capostazione della strada ferrata, ma il nomignolo affibbiato all’aereo ricognitore, il “Mosquito”, che aveva sorvolato per tantissime sere il cielo salernitano senza mai agire, e per questo considerato quasi un appuntamento quotidiano, come quello del treno alla stazione. Sarà proprio lui intanto, la sera del 20 giugno del 1943, a sganciare la prima bomba su una Salerno che si era considerata molto fortunata rispetto alla vicina Napoli, che di bombardamenti ne aveva subiti tantissimi, tanto da contare, a fine guerra, un numero di morti tra i più alti della Nazione.

Fu così che anche il nostro cielo conobbe “la morte che arriva dall’alto”, in un periodo relativamente breve, ma che riuscì a segnare i destini di tantissime famiglie.

Palo ci mostra foto che ritraggono immagini di macerie che lasciano spazio a palazzi intatti che riconosciamo ancora presenti ai nostri giorni, o come la statua antistante la Stazione, che però risultava già monca della Vittoria Alata, opera in ferro staccata nel ’41 durante la raccolta di metallo per il conflitto.

Ogni tappa davanti alle foto è occasione di aneddoti, come quando ci racconta del bombardamento su Battipaglia, giovane città nata solo nel 1926 e definita la Guernica d’Italia, per la violenza con cui fu colpita vista l’importanza del suo nodo ferroviario. A differenza della vicina Eboli che ne subì uno soltanto.

Ci parla di Montecassino, bombardata su preciso volere di uno degli alleati perché convinto che vi fossero all’interno i tedeschi, mentre furono oltre 250 civili a perdervi la vita, diventando poi comodo rifugio per i tedeschi che riuscirono a sfruttare le macerie del Monastero per resistere alle truppe alleate.

Ma quei giorni frenetici fecero da sfondo a cambiamenti importanti. La vita politica si spostò nella provincia campana che fu eletta capitale e nelle nostre città si ebbero residenze famose, come quelle del Presidente Badoglio a Cava, o del re in persona, a Ravello.

Davanti alla mappa delle manovre organizzate dagli alleati per arrivare “nel ventre molle di Hitler”, come Churchill definì l’Italia, mi sento un po’ soldato anche io. Immagino le tensioni di quelle strategie che in realtà non furono così oculate. Il generale Patton ebbe a dire che se fosse stato un semplice sergente tedesco, avrebbe saputo come ributtare a mare gli alleati. E questa eventualità davvero stava per realizzarsi, perché il territorio salernitano, con tutte le montagne che si trovano alle sue spalle, offriva alle truppe tedesche una grande copertura per la controffensiva. Fu solo grazie alla collaborazione con le truppe di terra e aeree che gli uomini di Clark riuscirono a mantenere la posizione.

Dovunque guardiamo c’è un’atmosfera quasi irreale. Dalle divise originali di paracadutisti e ufficiali, dalle bombe, agli attrezzi, al cannone ritrovato in tempi recentissimi durante gli scavi del Crescent, tutto ci trasporta dentro un’atmosfera irreale. La terra su cui sono posti quegli oggetti, sembra avere ancora l’odore della polvere da sparo, delle lacrime e della morte che li accompagnavano.

Curiosi guardiamo le pagine dei giornali dell’epoca, la comparsa della Coca Cola, “le prime bollicine” assaporate e le scatole di sigarette e medaglie e documenti e una Bibbia e tante vite passate troppo in fretta sotto i colpi di una follia senza fine.

Ma il giro continua: i manifesti con i ministri del nuovo governo, nomi storici, da De Gasperi a Togliatti, Croce ai due futuri presidenti Saragat e Gronchi, ci guardano dalle pareti, ma non sono immobili. In loro vibra ancora lo spirito, il desiderio di un cambiamento che oggi sembra più lontano di allora.

E poi ancora foto di quel lontano 1944, con l’eruzione del Vesuvio che rese Salerno completamente nera di lapilli, o il famoso e occultato treno per Balvano, che con quasi 600 morti, rimane una delle sciagure più gravi nell’ambito ferroviario della nostra storia.

Ma ci sono anche due giovani sposi che attraversano le macerie, a testimonianza di come si debba sempre guardare al futuro.

E poi, i ricordi di Henry Blisset, ufficiale inglese, regalati al Museo dal figlio, che ha arricchito la collezione con pezzi pregiati, come il diario dei Commandos, pezzo unico al mondo. Ma anche tanti ricordi della vita da civile, tramandati a voce per testimoniare come esperienze così gravi come la guerra ti segnano per sempre.

Non vi racconterò tutti i segreti che abbiamo scoperto, vorrei che in voi nascesse la giusta curiosità per andare a verificare di persona, ma un’ultima cosa ve la dico.

All’uscita, quando ci ritroviamo di nuovo “in libertà”, guadiamo due ultimi pezzi: un cannone e un carro merci.

Su quest’ultimo c’è una scritta, sbiadita ma ancora leggibile “Cavalli 8 – Uomini 40”. Questo il potenziale, in realtà in carri come questi sono state trasportate fino a 100 persone per viaggi con destinazione allora ignota a porte piombate. Con loro un bidone per l’acqua, uno per i bisogni fisici. Chi non sopravviveva, ed erano tanti, diventava seduta più morbida per chi resisteva.

Noi andiamo via. Torniamo a casa in macchina, con il nostro spazio. Non è quella la nostra realtà e vorremmo sperare che non lo sia per nessuno, ma quando sei in compagnia di teste pensanti, alle tue riflessioni aggiungi le loro.

E non possiamo non immaginare quei bombardamenti che vediamo di sfuggita nei servizi dei TG, quelli che ci colpiscono solo per pochi attimi, quelli che possiamo cancellare col tasto del telecomando. Non possiamo non sottolineare come la paura di pochi giorni ha segnato intere generazioni, figurarsi chi da anni vive quotidianamente quella condizione.

Memoria è stata una delle prime parole che Palo ha pronunciato. Memoria è anche quella che voglio lasciare qui alla fine di questi pensieri. Non cancelliamo le nostre origini, non evitiamo di scoprire la nostra storia, non permettiamo a qualcuno di farci credere che non serve conoscere il nostro passato. Quel passato ci ha consegnato il mondo in cui viviamo e se non ne siamo contenti, dobbiamo guardare indietro e capire quali sono stati gli errori, per non ripeterli ancora, per poter essere migliori, per poter creare nuove opportunità non solo nuovi guadagni. La guerra è solo interesse economico, non cercate mai di nascondere questa parola dietro un sentimento di umanità.

Emozioni giovani con “Giulietta e Romeo, una tragedia in musica”

In scena al Cortile del Teatro Barba, con il Gruppo “Emotions on stage” e la regia di Carla Russo.


CAVA DE’ TIRRENI (SA). Dopo le emozioni di “Hope”, nuovo appuntamento, il 20 luglio, con la Rassegna “Cava è… estate”, sempre nel Cortile del Teatro Luca Barba. Ritrovo una grande appassionata di teatro e di ballo, Carla Russo, presidente della compagnia “Emotion on stage”, che ha curato la regia dello spettacolo “Romeo e Giulietta – Tragedia in musica”.

Spiegare la vicenda di Giulietta e Romeo sembra cosa banale, perché davvero mi chiedo chi possa non conoscere il dramma di questo amore. E allora, prima che dalla storia, mi faccio incuriosire dai particolari, come quei due stemmi che saranno lo sfondo immobile in tutta la scenografia, a rappresentare i Montecchi in blu e i Capuleti in rosso, risvegliando ricordi di una storia infinita, di un amore secolare, di divisioni e di incomprensioni che ancora oggi non si sanno risolvere: rosso e blu, bianco e nero, ricco e povero…

Non puoi schierarti con chi vuoi”, canta il Principe di Verona, a sottolineare come spesso si nasca già prigionieri di un pensiero senza aver l’opportunità di scegliere secondo i propri principi. Le marionette che mostra nelle mani, ovviamente una blue e una rossa, sono quello che noi diventiamo quando lasciamo che la nostra vita sia gestita da pregiudizi e non da raziocinio.

Mi colpiscono frasi come “voi arrugginiti nell’odio…”, perché davvero l’odio logora, corrode, distrugge: e ne sappiamo qualcosa ancora oggi. E parole antiche tradotte in scene moderne, concetti che vorremmo definire retrogradi risuonano ancora con grande peso: “…noi siamo i re…” in uno sfoggio di potere e onnipotenza “…né leggi né morale…”.

Mentre noi ci perdiamo dentro il canto di Romeo, e il “popolo” si accapiglia restando fedele alle diatribe dei “padroni”, fanno anche un gran lavoro i tecnici, coi cambi di scena, e tavoli che erano torri diventano panche e poi letti… Il teatro è lavoro di gruppo, ma è soprattutto lavoro. Una fatica che genera gioia e piacere…

Intanto le emozioni brulicano in scena. Quando Romeo e Giulietta si scoprono travolti dall’amore, ancora non sanno quanto difficile sarà vivere quel sentimento.

Ride delle cicatrici chi non è mai stato ferito”. Grande coinvolgimento per quella scoperta, per quell’emozione che investe e impaurisce. Il pubblico applaude al loro bacio anche sapendo che sarà l’inizio della tragedia, ma rivivere quella storia, quella passione, non smorza l’emozione neanche a distanza di secoli, “…ama e cambia il mondo…”

Ma in questa storia è già tutto scritto; l’incontro scontro tra Mercuzio e Tebaldo, il loro inveirsi contro con parole che non gli appartengono forse, ma che li hanno nutriti da sempre, sfocia nella tragedia. Solo dopo ci saranno considerazioni razionali

“…vivi la libertà di dire sì e dire no…”

“…chi raccoglierà i sogni che avevi…”

In un attimo confluiscono i rancori di generazioni che genereranno la punizione: non morte, ma esilio per Romeo.

Mi colpisce il dramma del padre di Giulietta, il suo tentativo di sistemare la faccenda promettendola in sposa a Paride: “…bambina mia rimani qui…” ma con rabbia e dolore, strazio e amore.

Questi sono sentimenti moderni? O l’amore padre-figlio è più vecchio di noi, di Shakespeare, o è lui padre del mondo?

Mentre i pensieri mi affollano la testa, si compie il dramma: non si applaude alla morte, neanche a quella finta di Giulietta.

Una musica dura fa da sottofondo, sottolineando la gravità del momento.

Quante bugie possono nascondersi dietro vite che si spengono? Una domanda che ha un’attualità paurosa o forse lo è già stata in passato e continuerà ad esserlo per il futuro.

“…chi ti ha strappato dagli occhi i colori…?”

Non solo gli occhi di chi non c’è più saranno senza colore, ma chi resta, i colori se li strappa coscientemente di dosso. Tutti restano in bianco a cancellare un’appartenenza una divisione.

Per l’ennesima volta Romeo e Giulietta hanno sentito nascere questo grande amore e ancora una volta non sono riusciti a viverlo. Riusciremo noi ad essere più fortunati?

A fine serata Carla arriva per i dovuti ringraziamenti istituzionali, agli sponsor che hanno permesso la realizzazione di uno spettacolo ambizioso, che ha richiesto un grande impegno anche economico vista la presenza dei numerosi microfoni e a collaboratori e attori che le hanno permesso di creare uno spettacolo ambizioso: Francesco Capuano – Romeo, Luisa Della Rocca – Giulietta, Luana Milone – Lady Montecchi, Antonio Ferrara – Conte Montecchi, Serena Rispoli – Lady Capuleti, Alfredo Santoriello – Conte Capuleti, Martina Nunziante – Nutrice, Leonardo Sorrentino – Mercuzio, Luca Mannara – Benvolio, Mariano Granata – Tebaldo, Paolo Santoriello – Paride, Mattia Ruocco – Principe di Verona, Gerardo Siani – Frate Lorenzo, Vincenzo Pio Senatore – Frate Giovanni, e Giulia Impero, Chiara Carotenuto, Stefania Della Rocca, Gabriella Germani, Elena Manzo, e Ada Palestra nei ruoli di serve e cittadine di Verona. A cui aggiunge Michelangelo Maio per le musiche, Carla Leone per le coreografie, Lorena Raia per le scenografie , Anna Avella, Anna Ragone e Paolo Vitale per i costumi. Vincenzo Casaburi per il Service Audio-Luci, Alfredo Santoriello per l’elaborazione grafica e l’organizzazione Emotion on stage e Re.Ame srl.

Tra i tanti ringraziamenti mancano solo quelli per la stessa Carla Russo e allora li faccio personalmente ripensando a considerazioni che nascevano mentre guardavo i ragazzi recitare, il loro reale adattamento al ruolo, in particolare la spensieratezza di Mercuzio, la gravità di Tebaldo: saper assegnare ruoli è compito di chi sa vedere prima degli altri le doti nascoste. e lei sicuramente ha questa dote. E allora grazie a tutti voi che ci avete regalato una vecchia storia che dopo secoli ancora può regalarci riflessioni.

“Hope, fame di vita”: il dolore dei tempi, la necessità della speranza

Un’emozionante creazione teatrale di Luigi Sinacori e Mariano Mastuccino, con “La bottega della ribalta


La manifestazione è “Cava è… estate”, il luogo è il Cortile Teatro “Luca Barba” e la compagnia di turno in questo mercoledì 18 luglio è l’Associazione Arcoscenico “La bottega della ribalta”.

Il dramma rappresentato ha testi e regia di Luigi Sinacori e Mariano Mastuccino, due giovani appassionati che da anni vivono in simbiosi con il teatro, regalandosi e regalandoci liberi pensieri e visioni di vita.

Lo spettacolo ha come titolo “Hope, fame di vita” e noi la Speranza la troviamo scritta davanti ai nostri occhi, al bordo del palco, ai piedi di chi reciterà. Divisa in pezzi, in uno spelling silenzioso, letterine divise da piccoli vasi che provano ad illuminarle con deboli fiammelle che tremano sotto rari refoli di vento.

Una musica calda in sottofondo ci accompagna negli ultimi attimi di attesa, mentre guardiamo una sedia, un leggio e una chitarra alla nostra sinistra; a destra panche? Coperte? E sullo sfondo un muro con lunghi tendaggi neri. Dove ci porteranno?

Luigi Sinacori e Mariano Mastuccino fanno gli onori di casa, spiegando come il lavoro, realizzato a quattro mani sia per i testi che per la regia, si svolga in un unico atto diviso in tre quadri; ringraziano l’Amministrazione per l’opportunità che ha dato alle giovani compagnie cavesi che hanno aderito all’iniziativa e velocemente lasciano spazio alla chitarra, che è la prima ad animarsi grazie a Lorenzo Cammarano. Le sue note anticipano l’ingresso di due giovani: il velo sul capo di lei è una protezione o simbolo di appartenenza? Altri li seguiranno occupando quelle panche perché i luoghi dell’attesa e della speranza non sono mai solitari…

Adesso partiamo…” inizierà con le stesse parole il discorso di ognuna di quelle persone che si alterneranno al centro del palco. Un centro che è un ideale centro di vita, quel luogo da cui di vite ne partono tante quasi quante non riusciranno mai a partire.

“…partenze, barconi, bombe, nuvole di fumo…”

Di nuovo “Adesso partiamo…” “…da quale guerra, la guerra di chi? La guerra è guerra…”

Alle loro spalle una ballerina esprime col corpo il disagio, la rabbia, la paura che nascono ascoltando quelle parole.

Adesso partiamo…” “In Italia non c’è guerra” Ma la guerra ha tante forme, tante facce. “Lì c’è democrazia, si parla. Le loro guerre sono umanitarie”. E spuntano i signori ben vestiti che vanno a proteggersi dalle bombe con i giubbotti antiproiettile, ma quelli non servono, non bastano contro le bombe. Tra l’altro sono in genere fortunati, perché mentre loro sorridono e scambiano strette di mano, non ne cadono di bombe…

Adesso partiamo…” e tocca il tema del lavoro dello sfruttamento delle umiliazioni e del ritorno a casa “torni con le tasche vuote e capisci che hai fallito e fallire vuol dire morire…”

E i clandestini nei centri di accoglienza? Soliti personaggi ben vestiti che regalano sorrisi e stringono mani che poi nascondono!

Ognuno dei personaggi, ognuno di quegli uomini e donne hanno raccontato il perché del proprio viaggio, la disperazione nel dover lasciare e la speranza di arrivare dove qualcosa potrebbe essere concesso.

Ma la speranza è davvero facile da coltivare? È davvero giusto mantenerla viva dove nulla ti aiuta ad alimentarla, dove la realtà non concede spiragli per la sopravvivenza, quando dormire è un lusso perché dai sogni ci si risveglia e ciò che vedi è ciò che non puoi sopportare?

Nulla concede un attimo di forza per continuare a pensare al domani, solo continue domande: chi sgancia le bombe? Dicono che sono loro… ma loro chi sono?

Non serve pregare perché tutti si mescolano e diventano tutti complici delle bombe che si sganciano per abbattere moschee, cantine, grotte. Tutte allo stesso modo.

Adesso partiamo…” cosa sarà della famiglia che lasci o che ti porti dietro? E cosa vogliamo, un padre che porta da mangiare o un padre vivo? Domande senza risposta!

Adesso partiamo…” dal barcone vedi ancora quello che si vede a terra? “…Non vedo uomini vestiti bene, che parlano bene, ma uomini che lasciano famiglie e vedo moschee che saltano insieme a cantine e a grotte…”

Chi parte ha ancora la forza, ha ancora SPERANZA.

Ma tra le immagini che si accavallano in un viaggio che è un incubo, prevale quella della coperta accesa per riscaldarsi. E allora perché non lasciarsi annegare? Senza speranza, senza forza, senza luce.

Le parole e l’interpretazione ormai hanno coinvolto tutti. Il corpo della ragazza che danza, Laura Cammarota, racconta a modo suo la stessa sofferenza che abbiamo ascoltato da tutte quelle parole e la chitarra di Lorenzo attacca una formidabile Rocket man di Elton John; peccato che la tensione del momento non gli renda il meritatissimo applauso che è rimasto nelle mani di tutti, ne sono certa, ma che avrebbe spezzato l’incantesimo che magistralmente avevano creato i componenti della compagnia. Cioè Gianluca Pisapia, Francesca Cretella, Maria Fiungo, Federico Santucci, Licia Castellano, oltre a Mariano e Luigi, mentre le panche diventano letto e Luigi come Diogene usa una lanterna. Cosa cerca?

Ci trasportano velocemente in uno dei tanti centri di raccolta, luoghi dove centinaia di persone non riconoscono più vita o morte. E qui nasce il dialogo-confronto tra Luigi e Mariano, tra chi spera e chi non ce la fa più. Sogni che si scontrano con la realtà.

Pregare, credere nei miracoli? Nessuno sa niente di ciò che accadrà una volta partiti, ma tutti vogliono andare. “…a noi sopravviverà la speranza…”

Ma al completo sconforto si oppone il sorriso: condividere il viaggio è già una fortuna.

E quando vanno ad interrogare un silenzioso terzo uomo scoprono che è cieco “…non mi manca ciò che non conosco, ma le vostre voci le ricorderò per sempre”. E anche questo è un miracolo ed un motivo in più per aspettare domani.

Non è passato molto tempo dall’inizio dello spettacolo e non è ancora finito, ma qualcosa di molto forte è già arrivato a destinazione. Dialoghi curati, parole usate con grande maestria, con cura dei dettagli. Tante voci mischiate, tanti problemi toccati senza nessuna retorica e senza mostrarsi da nessuna angolazione politica, ma negli aspetti umani più profondi. Peccato che l’uomo sia rimasto vittima della stessa politica che ha creato per essere libero! Ma stasera non è lei la protagonista, lo sono quelle immense masse che vengono staccate dalle loro radici e gettate in pasto ad un mondo che non li vuole, anche se è lui stesso la causa di quella fuga. Un cane che si morde la coda, un continuo rimbalzare compiti e doveri senza cercare il bandolo della matassa.

Ma la solitudine non passa solo attraverso barconi e bombe.

L’ultima scena ci mostra due amiche sedute al bar: una attenta alla sua malattia, alla sua raggiunta indifferenza verso gli altri, al suo essere finalmente INTOLLERANTE. L’altra disponibile al dialogo, con il piccolo difetto di non ascoltare assolutamente la persona che le parla. Due vite vicine, due vite parallele, due vite distanti.

Intolleranza, indifferenza, superficialità, solitudine. Dialoghi senza confronti, parole che rotolano ognuna per la propria strada senza incontrarsi mai.

Questa indifferenza agli altri genera egoismo, voglia di sopraffare chi ci sta intorno. Il monologo di Gianluca è perfetto per esprimere questo concetto. L’uomo nella disperazione rischia di perdere il senso comune, perdendosi nei “colori e negli odori industriali”, cercando il modo per prevalere su chiunque gli sia accanto.

La chitarra ritorna per accompagnare gli attori che vengono presentati al pubblico.

Io l’ho già fatto e ne sono contenta. Loro sono stati le voci di chi voce non ha, loro hanno parlato di un problema di cui si parla troppo e da troppo tempo, ma a cui non si vuole dare soluzione.

La guerra, gli spostamenti di massa, le ricostruzioni sono fonte di guadagno. Fino a quando l’uomo vedrà, nella persona che ha di fronte, solo un portafogli in movimento o un pericolo per il suo portafogli, nulla mai cambierà.

Per questo ringrazio gli autori di questo spettacolo dramma, perché è necessario mantenere vivo il ricordo dell’essere vivente che è in noi, perché è giusto toccare tasti così delicati e dolenti senza necessariamente sentirsi vittime, ma solo, semplicemente PERSONE.

Nella Real Casina di Caccia una splendida serata di musica e solidarietà, con Espedito De Marino, il Maric… e l’esercito italiano

PERSANO (SA). Il giorno dopo la serata del 15 settembre a Salerno presso l’Associazione Azimut col Sindaco di Accumoli Petrucci (vedi articolo uscito su Vivimedia sabato 23 settembre), siamo ancora insieme al MARIC, Movimento Artistico Recupero Identità Culturali, per la presentazione del libro “Oltre le pietre- Pagine di creatività per la nuova Accumoli” (Ed. Arti Grafiche Boccia), ma tutto intorno a noi è completamente diverso. Siamo ospiti della Casina Reale a Persano, residenza di caccia dei re borbonici. Natura, mezzi militari, divise e stellette ad accoglierci.

Il luogo è incantevole. Ci introduciamo nel cortile già pronto ad accogliere la serata: sedie rosse disposte perfettamente di fronte ad un palco con tanto di divani e poltrone, preparato con gusto dalla first lady Isabella Pizzo, moglie del Presidente del Maric Vincenzo Vavuso.

La prima cosa che mi colpisce è la chiesa aperta ed illuminata che si intravede immediatamente di fronte al portone d’entrata, nel porticato opposto. Tenue tonalità di verde e giallo al soffitto, il Vangelo aperto e un organo particolare si offrono allo sguardo dei curiosi che vi entrano.

Arriviamo ancora con la luce del giorno e un rapido giro ai primi piani ci permette di fare degli scatti sul panorama e sugli interni maestosi sulle cui pareti spiccano quadri dei famosi cavalli di Persano, che ritorneranno spesso nel corso della serata. E un cane in marmo sulla balaustra della scalinata si fa rispettare senza però incutere timore.

Che la serata sarà ancora una volta diversa lo testimonia l’atteggiamento di Franco Bruno Vitolo, presentatore e una delle anime di questo movimento; sta seduto in prima fila con i suoi innumerevoli appunti e ancora sfoglia quel libro che ha fatto nascere e di cui conosce ogni singola virgola. Ma l’arte non diventa mai monotona, guai se così fosse. Lui sa che in ogni posto le parole possono assumere significati diversi e valori nuovi.

Ci accoglie come padrone di casa il colonnello Stefano Capriglione, che guida una delle caserme che appartengono al vasto comprensorio di Persano. Le sue parole non sono “doverose”, ma volute e sentite.

Ci parla della loro vita in caserma, di questo luogo voluto dare Carlo III e opera del grande Vanvitelli, del loro ruolo di servitori dello stato, dell’orgoglio di poter essere d’aiuto e di difesa per noi tutti. Si dice profondamente colpito dall’iniziativa del Maric e da questo spirito di solidarietà che lascia la sfera dell’astratto e si rende pratico nella raccolta di fondi per raggiungere l’obiettivo che è la Casa della Cultura da costruire ad Accumuli.

Stasera manca la delegazione che rappresenta Accumoli, ma ci sono ancora Teresa D’Amico, senza la sfilata anche se la location sarebbe invidiabile con la sua passerella naturale, e Rosalia Cozza, scrittrice “straniera” nella nostra Campania, che ci regala il ricordo dello scalpiccio dei cavalli che sembra evocarsi tra queste mura e che le portano alla mente la natia Calabria e l’infanzia vissuta con il papà che allevava proprio cavalli. La Terra ritorna e non credo che sia perché compia un viaggio, ma semplicemente perché ci plasma. E noi le apparteniamo; ovunque ci portino i nostri piedi, l’anima è sempre legata alle sue radici.

E poi Gerardo Iorio, che ha “prestato” la sua pittura al Maric e che ha le sue radici proprio qui a Persano, che, da borgo così importante, non può non avere un’Associazione che ne conservi la storia. Conosciamo così Antonio Gallotta, presidente dell’Associazione “Persano nel cuore” (coorganizzatrice della manifestazione), che specifica come le sue radici appartengano a questo posto fin dal 1760. Un modo per sentire non un racconto di storia, ma entrarci completamente dentro.

Stasera Franco la legge la pagina di “Oltre le pietre” scritta da Stefano Petrucci, sindaco di Accumoli, che ieri sera ha preferito non risentirla per non aggiungere batticuore a batticuore, dato che vi si accenna alla vita che un tempo c’era al suo paese, per cui sta lottando affinché non vada tutto perduto. Nel cammino si incontrano ostacoli ma anche nuovi amici e dunque c’è, vivo e sentito, il ringraziamento all’opera del MARIC. E non può mancare l’intervento di Vincenzo Vavuso, Presidente fondatore del movimento. E se da sempre ho sentito nei suoi interventi una partecipazione forte, stasera, se possibile, mi sembra ancora più coinvolto. Ci racconta del viaggio che stava compiendo alla ricerca di artisti che volessero aderire al progetto MARIC e che si svolgeva proprio negli stessi giorni di agosto dello scorso anno. Fa fermata ad Accumuli, il giro nella zona rossa e la necessità di non restare indifferenti davanti a tanto scempio. Da quella sosta alla decisone di devolvere tutto il lavoro di questo primo anno di vita per quel paese così stravolto dalla furia della natura passò forse solo il tempo per formularne il pensiero.

E così è stato. Ma la sua emozione stasera è data dalla “confessione” di essere lui stesso un militare. Uomo che già da tanti anni, come ricordava il colonnello Capriglione, ha deciso di dedicare la propria vita al prossimo e quindi, ritrovarsi così calorosamente accolto da colleghi per una causa così nobile, lo rende orgoglioso, felice, fiero. Sono queste le cose che ti danno la spinta per sacrificare tutto per un sogno. E Vincenzo ha avuto il piacere di vivere emozioni così grandi.

Adattissima allora la lettura di Franco Bruno della poesia di Alfonso Gargano, “L’esercito Italiano” particolarmente apprezzata, che precede l’intervento di Maria Rosaria Vitiello, Consigliere Provinciale e Insegnante di Matematica e Fisica al Liceo scientifico di Pagani. È la prima volta che la incontro, ma noto anche in lei, come tutti i suoi colleghi, la profonda certezza che bisogna agire sull’educazione delle nuove generazioni affinché la cultura resti qualcosa di sempre vivo nelle coscienze e non un abitudine al mordi e fuggi, come accade troppo spesso con le nuove realtà dei social, che sembrano rendere vere le notizie solo per il tempo di una visualizzazione e poi se ne perdono tracce e ricordi.

La citazione che ci ricorda, di Bernard Shaw ,“Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso e si usano le opere d’arte per guardare la propria anima”, spiega molto dell’essenza del suo e del nostro pensiero.

Uno degli ultimi saluti e ringraziamenti sono per Luigi Chirico e Giuseppe Zaccaria, titolari dei ristoranti vietresi “Il cantastorie” e “Il pescatore”, che anche stasera hanno lavorato per offrire un buffet agli ospiti della caserma.

Ma la serata ha ancora un grande regalo per i presenti: Espedito De Marino, chitarrista cantante che per vent’anni ha accompagnato l’indimenticabile Roberto Murolo e che stasera ci regalerà alcuni pezzi del suo vasto repertorio.

Arriva sul palco uscendo dalla Chiesa che abbiamo di fronte e nella quale ha trascorso l’attesa del suo momento. Non mi sembra un gesto casuale e quasi nello stesso momento arriva all’improvviso un odore forte che sembra trascinare i sensi verso quella Terra che per così tanto anni ha visto allevare cavalli. Quella di cui parla Rosalia, quel ricordo sommerso che a volte viene ricoperto da cose inutili, da lontananza, da pietre…, ma la vita che è stata vissuta non può scomparire mai. Ed è nel ricordo che diventiamo immortali.

Ma i pensieri non possono più correre liberi nei prati, la chitarra parte con le sue note magiche. Dai testi di Murolo a Malafemmena di Totò, da ‘O ciucciariello che il Principe De Curtis volle usare per il film Totò Peppino e ‘a malafemmena allo splendido assolo per chitarra con Granada… e tanto, tanto altro Nel viaggio che egli ci invita a fare, tocca gli anni del primo ‘900 per poi arrivare a Pino Daniele, a Sergio Endrigo, fino all’immancabile ‘O sole mio, che ci svela essere stata scritta ad Odessa!!!

La musica sembra stringerci in un grande abbraccio, grazie anche all’acustica perfetta che questo luogo offre.

La serata sembra finita quando il colonnello riprende la parola per dichiararsi così entusiasta dell’iniziativa, da chiedere di poter di nuovo ospitare questa manifestazione in futuro, ma mentre mi alzo sento che parte un’altra musica. È l’Inno di Mameli! Non potete immaginare quanto sia diverso ascoltarlo in un posto così.

I militari che ci stanno facendo da assistenti con la loro immensa gentilezza e disponibilità, scattano sull’attenti. Resto per un attimo immobile e, chiudendo gli occhi, immagino tutto quello che può significare indossare quelle divise. Molte volte le istituzioni ci deludono con i loro comportamenti poco edificanti, ma stasera qui è tutto perfetto. Loro adesso, rappresentano tutti i sogni e tutte le aspettative che noi civili riponiamo in loro. Noi indifesi, loro paladini del popolo. E vi assicuro che la sensazione di protezione è di quelle che ti scaldano il cuore e ti rendono davvero inviolabile.

Scopro che ogni mattina cantano una delle cinque strofe dell’Inno ed immagino che sia un bel modo di ricordare il ruolo importante che svolgono all’interno della nostra comunità.

In due giorni siamo passati dal mare alle montagne, abbiamo viaggiato sulle barche ed immaginato cavalli. Quanto di più diverso è passato davanti ai nostri occhi, ma i principi che hanno dato il via a tutte queste iniziative sono gli stessi: solidarietà e cultura. I valori che il MARIC e i suoi esponenti portano in giro per l’Italia, meritano di essere sottolineati ed appoggiati.

La ruota del mondo gira sempre e non possiamo sapere dove ci troveremo la prossima volta che si fermerà, arrivarci preparati sarà già stata una bella lezione.

 

Un’emozionante giornata di solidarietà e amicizia in Costiera e al Molo col Sindaco di Accumoli Petrucci, ospite dell’Associazione Azimut e del Maric

SALERNO. La minicrociera in Costiera con le barche Azimut

Abbiamo parlato spesso delle iniziative dell’Associazione Maric, movimento artistico che si ripropone di recuperare identità culturali e che, spinta dall’energico presidente Vincenzo Vavuso, ha deciso che la raccolta di fondi di questo primo anno di vita, dovrà essere destinata alla costruzione di una Casa della Cultura nel comune di Accumoli, uno dei paesi più colpiti dal terremoto del 24 agosto dello scorso anno.

Per raggiungere questo obiettivo sono state lanciate tante iniziative, tra cui un libro, “Oltre le pietre – Pagine di creatività per la nuova Accumoli”, e soprattutto si sono incontrate tante persone che hanno avuto modo di rendere concreto quello spirito di solidarietà che spesso è solo una parola, una speranza, ma che non trova facile riscontro nella realtà.

Tra quelle che Vincenzo ha saputo coinvolgere, c’è Giovanni Carrella, presidente dell’Associazione velica salernitana “Azimut”, che venerdì 15 settembre ha aperto le porte del suo circolo offrendo un giro in barca a vela a rappresentanti del Maric e ad una delegazione di Accumoli guidata dal sindaco Stefano Petrucci.

Così ci siamo ritrovati a Salerno in una bella giornata di un settembre ancora disposto ad offrire il suo contributo di sole, pronti per un’avventura nuova ed emozionante.

L’accoglienza di Giovanni è stata calorosa, degna del nobile e spettacolare intento della giornata.

Nell’attesa che arrivino tutti, facciamo un giro di perlustrazione. Insieme a Rosalia Cozza, componente del Maric, curiosiamo tra catene e funi e vedo un dettaglio di estrema contraddizione: tutte bianche quelle appese al sole e solo una nera. Regalo uno scatto a questo contrasto, così come rubo uno spicchio di mare che compare dietro gli scogli e che si mostra già accogliente e pacificamente in attesa.

Le barche che usciranno saranno due, per ospitare gli skipper dell’Azimut (Giovanni Carrella, con la sua barca dalla doppia bandiera italiana e borbonica, e Matteo De Santis), me e Salvatore di Vivimedia, e poi il “misto Maric con Accumoli”: Franco, Paola, Valentino, Salvatore, Gabriele, Gabriella, Stefano, Isabella, Rosalia, Luigi, Annamaria, Francesca, Cinzia.

La prima cosa bella è dare una mano a Matteo per salpare. Niente di eclatante, ma tenere una corda mi ha dato il piacere di sentirmi parte dell’operazione. Quando il nostro capitano ci porta oltre le acque calme del porto, scopriamo che per Valentino è in assoluto un battesimo del mare. Ma sarà bravissimo.

I primi momenti di viaggio cominciano a regalare racconti per tutto quanto ci circonda. Il nostro Cicerone ufficiale è Franco, ma Matteo e Luigi non sono da meno, con le loro esperienze aggiunte di uomo di mare e navigato ristoratore. Il primo appunto è per il Crescent, l’ammasso di cemento che domina all’ingresso di Salerno: Matteo ci spiega che non era assolutamente così nel progetto originale, che voleva invece ricordare le Ramblas di Barcellona, ma che poi in corso d’opera ha subito tanti di quegli stravolgimenti da indurre il progettista iniziale ad abbandonare il piano di lavoro.

È bello ascoltare racconti e commenti, così, sulla leggerezza delle onde e con il vento che a me sembra portare vitalità nuova, pensieri da lontano e considerazioni che so che si nasconderanno da qualche parte e che poi saprò ritrovare.

Arriviamo a Vietri, alle sue ceramiche, alla prima delle tante cupole maiolicate che sono il segno distintivo delle chiese costaiole, a memoria del forte legame con il mondo arabo. Ma a Vietri ci sono “i due fratelli”, gli scogli “che ricordano i famosi Faraglioni”, frase che suscita qualche sorriso perché quelli di Capri hanno ben altra fama e statura.

Pur se minori, i “due fratelli” hanno una storia fascinosa che Franco prontamente ci regala: la storia di un fratello “Caino” e uno “Abele”, di un fratricidio, di un osso rivelatore, zufolante e parlante, di una giusta punizione e di un magica e familiare spuntar di scogli.

La storia ci cattura e in pochissimo tempo ci troviamo di fronte Raito, il cui nome ricorda i raggi del sole che sempre riesce a raccogliere dall’alto della sua collina. Luigi coglie l’occasione per parlare di una ricetta che è a sua volta storia di questi luoghi. Qui molti hanno vissuto di pesca e, quando il pranzo dipende dall’abbondanza della raccolta, può capitare che si torni a rete vuota e allora cosa si mangia? “Zuppa di pesce fuiuto”.

Il nome spiega già tutto perché in una zuppa di pesce l’ingrediente principale è ovviamente una bella varietà di pescato, ma se è “fuiuto”, vuol dire che non c’è. E come si fa? Pomodori, cipolle, pietre di mare per dare l’indispensabile sapore e pane raffermo che in casa non manca mai. E la cena è servita.

Gabriele e Stefano, pur essendo di Accumoli, hanno già dei ricordi della costiera visitati in tempi diversi, chi in vacanza da ragazzino chi per lavoro, ma dal mare non l’avevano vista mai.

Io guardo le meravigliose discese a mare, il territorio patrimonio dell’Unesco, le montagne maestose che ancora raccontano silenziose lo scempio del fuoco di questa estate e alle mie spalle la grande immensità di un mare che si fermerà ai piedi della Costa Cilentana.

E mi sento parte di una realtà che è la mia. Qui ci sono i miei colori, i miei odori. Se guardo con i miei occhi, vedo qualcosa che mi appartiene, ma, se mi sposto in quelli degli altri, non ci trovo riflesse le stesse cose. Mentre Franco elogia la capacità o forse la necessità che si è avuta in questi posti di rispettare l’ambiente con costruzioni adeguate memori di alluvioni e terremoti, Stefano Petrucci fa uno dei suoi primi commenti: “Noi siamo in alto, da noi allagamenti non possono esserci. Solo frane. E terremoti.” Un primo campanello, una scossa a quelle pietre che loro si portano dentro come un peso che non si scrolleranno mai di dosso. Ma è un attimo. Anche per lui, come per me poco fa, forse sono ritornati i suoi di odori, i suoi colori e probabilmente non combaciano. Siamo tutti qui a vivere una giornata meravigliosa, ma il nostro meraviglioso è necessariamente diverso da quello di persone che quotidianamente pagano il prezzo altissimo di una tragedia collettiva…

La barca procede veloce. Siamo a Cetara, con la sua famosa “colatura di alici”, il vecchio “garum dei Romani”, ricca di sapore ma nata forse soprattutto per nascondere il cattivo odore di alimenti, che andavano conservati per forza ma ancora senza metodi adeguati.

Tra un racconto e tante foto, ci avviciniamo all’altra barca dove si fa un brindisi a cui partecipiamo anche se a distanza di sicurezza. Un sorso di vino è piacevole; è un incontro, è un continuo raccontarsi e un bicchiere è di buona compagnia. Ulteriore buona compagnia.

Dopo le torri di Erchie, compare Maiori, forse l’unico paese che non regala particolari emozioni visto che qui, dopo l’alluvione del 1954, l’uomo ha approfittato per edificare costruzioni di ogni genere che le hanno tolto la classica particolarità di tutti i paesi della costiera.

Poi Atrani, salotto buono di Amalfi, e la mitica Repubblica marinara che si offre meravigliosa anche dal mare. E qui si ricordano le rivalità, soprattutto con Pisa, e la regata storica che ancora adesso le quattro città si contendono. E l’albergo dei Cappuccini (con il chiostro all’interno uguale a quello della cattedrale), dove purtroppo morì Salvatore Quasimodo. Quel racconto serve per sottolineare che in paesi come questi, bellissimi da visitare, per chi ci vive ci sono complicazioni di ben altra natura da affrontare, come il pronto intervento in casi di problemi di salute. Matteo, da buon medico, sottolinea come per un periodo ci siano state le ambulanze del mare, mezzi veloci di soccorso che potevano garantire primi interventi e spostamenti rapidi verso gli ospedali più vicini. Ma anche questo è un servizio che si è perso. Mancanza di fondi. E cerchiamo di non cadere già nelle polemiche.

Da lontano gli isolotti de “Li Galli” sembrano invitare come una sirena col suo canto e noi non sappiamo sottrarci a quel fascino e alla possibilità di poter vedere l’ultima perla della costiera: Positano. Le sue classiche casette sono messe tutte in discesa in una specie di danza pittoresca e suggestiva. E nello stesso tempo sembrano essere davvero la fine di tutto perché, dopo quegli agglomerati, non c’è più traccia di vita. Solo una lunga strada che porta alla penisola sorrentina. Immense rocce solitarie ma che hanno una bellezza nonostante la loro invivibilità. Sembra che vogliano ricordare che sono loro a comandare, sono loro a decidere dove e come ospitare quell’uomo che non sempre è in grado di riconoscere quel gesto di accoglienza che la terra concede. Siamo ospiti e non padroni, ma questa lezione è troppo dura da tenere a mente.

Al contrario l’isola de Li Galli, che fu di Nureyev e Eduardo De Filippo, è ricca di vegetazione. Qui è Matteo a darci altre notizie. Non è più possibile gettare l’ancora nei suoi paraggi. È disabitata e sono in pochi a potersi permettere il suo utilizzo. Uno di questi, anni fa, è stato l’imprenditore russo Abramovich per la festa di fidanzamento con la modella Naomi Campbell, ma questi sono una parte della vita social che si vive ogni stagione in questi magnifici luoghi.

Nel frattempo, anche se non possiamo fermarci, ci concediamo un giro attraverso i tre scogli che caratterizzano l’isola. Dall’interno dell’insenatura Matteo ci mostra la Chiesetta dove si possono anche celebrare matrimoni e noi continuiamo a restare affascinati dalla bellezza dei luoghi, dai giochi che la natura si è divertita a compiere con quelle rocce, una delle quali sembra il corno di un rinoceronte.

Ora vediamo ben distinti i Faraglioni di Capri e riconosciamo anche a chilometri di distanza la loro maestosa imponenza. Voltiamo le spalle ai Faraglioni e a “Li galli” e iniziamo il viaggio di ritorno.

Ci sono momenti che devono essere di pausa. Le parole si consumano in silenzio e facilmente sono prede della brezza che le porta via come qualcosa di cui si può fare a meno.

Ora però, cambiando rotta, il vento lo abbiamo lasciato alle spalle. Sembra quasi un pronti via, il comando che stavamo aspettando per affrontare discorsi che vogliamo sentire, curiosità che vogliamo soddisfare.

Ora le onde ci cullano, il panorama ha già avuto ogni forma di commento e allora solo il rumore del motore resta tra noi e la storia che stiamo aspettando. La barca non ci ha concesso il piacere delle vele, il tempo è breve, ma speriamo in nuove occasioni.

Le nuvole che si appoggiano sulle cime delle montagne mi sembrano come i pensieri che comunque affollano la mia testa: ci sono, tolgono un po’ di luce, ma sono solo contorno in un azzurro troppo più grande di loro. Creano ombre, ma non oscurano il sole.

Senza nessun ordine preciso, ci ritroviamo tutti seduti insieme. Siamo sempre gli stessi, sono ore che stiamo chiacchierando ma adesso sembra arrivato il momento di raccontarci altro. Stefano diventa l’interlocutore più loquace. Adesso parla l’uomo che si è trovato sindaco in un momento storico particolare e particolarmente tragico.

La prima frase che mi colpisce è “Dovrebbero chiamarli i signor no”. Il riferimento e non l’allusione è per quanti si nascondono dietro il continuo negare ogni iniziativa.

“A nessuno piace governare perché se lo fai devi decidere, è molto meglio fare opposizione perché lì, l’unica cosa che devi fare è appunto, dire no”

In lui è cambiata la postura e la voce quasi. Parla con noi in questo mare azzurro interrotto dai colori dei surfisti che sfrecciano tra le onde, ma non è proprio qui. Nei suoi occhi ci sono quei momenti che ne hanno generati altri altrettanto difficili. Dopo la tragedia ti devi scontrare con un altro muro che non è fatto di detriti cascati, ma di una burocrazia che crede di dover risolvere problemi pratici nascondendosi dietro le scrivanie che raccolgono tutte le scartoffie che lei stessa genera.

Al suo racconto di Sindaco si mescolano i ricordi di Stefano padre di una famiglia che ha dovuto “dimenticare” per giorni e settimane. Lo scontro tra il dovere di padre e marito e quello del responsabile di una comunità che si è trovata senza domicilio e con pochi punti di riferimento.

“Un uomo solo al comando…” Gli chiedo come ci si sente quando quella politica che si sceglie di fare e che spesso è solo un concetto astratto e lontano dalla realtà, ti obbliga a sentirsi sommerso di tutta la responsabilità reale di un paese da gestire, da risollevare, da indirizzare verso un nuovo futuro che è tutto da ricostruire. E non si parla solo di mattoni e case. Stefano sottolinea come la realtà di Accumoli, come quella di tanti altri paesi limitrofi, fosse già difficile prima del sisma. L’economia che va a rilento… i giovani che scappano da luoghi che non offrono opportunità… il suo compito oggi non è solo lottare per avere le case provvisorie piuttosto che le tende, o nuove stabili abitazioni per chi rimarrà, ma pensare anche a come ricostruire una realtà sociale ed economica che possa giustificare la presenza di case che non diventino solo ricoveri per anziani.

E allora la rabbia sale ancora più grande quando pensi a queste esigenze e ne devi parlare con chi invece non capisce la gravità del tuo discorso e soprattutto non ha competenza del ruolo che ricopre. Stefano di nomi ne fa tanti: ognuno ha avuto in questa storia pregi e difetti, ma sarebbe bello che qualcuno desse a lui la possibilità di dire a tutti chi ha fatto bene o male. Certo è che fa rabbia pensare che ci sono stati esponenti del Qatar che si erano offerti di stanziare cinque milioni di euro per la costruzione di un polo Universitario in quei luoghi e che qualcuno per incompetenza o superficialità li ha fatti restare solo un sogno irrealizzabile. Cinque milioni di euro. Io penso al lavoro immenso che il MARIC sta compiendo da un anno per raccoglierne almeno trentamila e mi si appesantisce il cuore. Per assurdo Stefano ribadisce che non sono mancati i fondi stanziati, la difficoltà è tutta nella possibilità di spenderli.

Descrive la Protezione Civile come un esercito disarmato: fino alla gestione dell’emergenza tutto perfetto, dopo, diventano burattini imbalsamati impossibilitati a fornire l’aiuto pratico per andare avanti.

Ora capisco come mai il sorriso che lo ha accompagnato non è mai stato assoluto. Forse capisco anche come mai non vedevo nei loro occhi la stessa meraviglia che accompagna noi nel vedere uno dei luoghi più belli al mondo. Loro sono qui perché hanno lasciato alle spalle un cumulo di macerie che in gran parte sono anche rimaste tali. Una condizione di dolore che ti ha anche concesso altre cose belle, ma te le fa vedere senza mai concederle del tutto.

Conosco questa condizione: essere sempre sospesi tra gli opposti. Mi ritornano in mente le corde tutte bianche e quell’unica nera in mezzo. Nulla può essere tutto.

Il silenzio è sceso tra di noi, ma in tutti c’è l’eco della forza di quelle parole. Mi giro e guardo la scia che lasciamo alle spalle. È un mare argentato, è un colore pieno di ricchezze che appartengono al passato ma che non devono essere dimenticate nel presente. Ci siamo e ancora abbiamo cose da portare a termine.

Contro il buio c’è la luce. Contro le scosse della terra c’è la forza delle rocce. Contro la paura della fine c’è la prova della vita.

Sono passate ore di mare, di racconti, di storie che potevano non raccontarsi e che invece hanno trovato voce. Un racconto di mille pensieri, di tanti ricordi, di punti di partenza diversi ma non proprio sconosciuti.

Un incontro che ha regalato qualcosa ad ognuno di noi, come la gioia di poter ammirare questa meravigliosa natura che non smette mai, però, di ricordare che è lei ad ospitarci. Ed è lei la più forte.

Una natura che ha nascosto il suo profumo in una camicia che se n’è impregnata, come un salvadanaio che ha protetto un piccolo tesoro. Ed è bastato tenerla in mano pochi attimi, perché mi svelasse di nuovo la ricchezza che conteneva.

 

La manifestazione serale di moda e solidarietà nella sede Azimut al Porto Commerciale

Ore 19.00. Al Circolo velico Azimut di Salerno, sito nel Porto Commerciale al Molo Manfredi, è cambiata l’ora, cambia la luce, cambiano le persone e cambia anche l’atmosfera.

Siamo nello stesso posto di stamattina e tutto sembra diverso. Solo le barche e il loro ondeggiare nelle calme acque del porto è identico a quello del mattino. Le nuvole, che ci hanno seguiti tutto il giorno, continuano a fare da cappello alle montagne senza osare scendere oltre, per non rovinare una serata così speciale.

Ci accoglie una musica in sottofondo, si vedono giacche e cravatte e signore eleganti: è il momento conclusivo di questa giornata dedicata al MARIC e alle sue iniziative solidali.

Ad aprire la serata il padrone di casa Giovanni Carrella, che si mostra entusiasta per l’occasione ricevuta di poter ospitare amici che hanno sofferto da poco ciò che noi abbiamo conosciuto molti anni fa. L’esperienza del terremoto non è cosa che si possa dimenticare, per cui è con immenso piacere che, insieme al Sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli, consegna a Stefano Petrucci, sindaco di Accumuli, un assegno a nome della sua Associazione, permettendo il superamento dei ventuno mila euro nella raccolta del Maric per la Casa della Cultura ad Accumoli.

Stefano è seduto in prima fila. Ha l’aria stanca, ma non credo che sia per le fatiche della giornata. Sta girando l’Italia in lungo e in largo portando il suo silenzioso grido d’aiuto ed è spesso obbligato ad essere sotto i riflettori; qualcuno sgomita per ruoli del genere, lui ci si è trovato suo malgrado e non è la stessa cosa. Accetta con commozione l’ennesimo segno di solidarietà ricevuto nel suo peregrinare.

In segno di riconoscenza, egli porge al Presidente Carrella un gagliardetto e un libro sulla storia di Accumuli, dove si racconta della Torre Civica e del Palazzo del Podestà, una volta vanto di Accumoli ed oggi rimasti solo un ricordo. Sono gesti semplici, un piccolo scambio di doni che però hanno al loro interno un valore immenso. Giovanni ne resta molto colpito. Alle vere emozioni non ci si abitua mai.

Poi Franco Bruno Vitolo, presentatore della serata e pilastro del Maric, invita Vincenzo Vavuso a fare il suo saluto.

L’energia che sprigiona è camuffata dall’andirivieni che fa di fronte al numeroso pubblico, a cui vorrebbe dire tanto, ma allo stesso tempo non vuole togliere tempo ai tanti momenti che ancora dovremo vivere.

La passerella su cui passeggia infatti, ospiterà la sfilata di moda curata da Teresa D’Amico, altro membro del Maric, scrittrice e poetessa oltre che titolare a Cava de’ Tirreni di un negozio di moda (Anter). Con i suoi abiti, i suoi colori, i sorrisi delle giovani modelle, che sfilano per gioco e non per mestiere, cerca di portare un po’ di leggerezza, anche se gli argomenti che si trattano sono di natura tutt’altro che lieve. “Noi giochiamo con la moda perché così la viviamo”.

In maniera del tutto sorprendente, scopriamo che la camicia che Vincenzo Vavuso indossa, come quelle di alcune modelle, sono state “colorate” proprio dal suo genio: un nuovo stilista che nasce?

Ma il centro della serata è il libro “Oltre le pietre” (Ed. Arti Grafiche Boccia): pubblicazione frutto della collaborazione di diversi artisti, che, appunto ognuno nel proprio campo, hanno cercato un modo per raccontare il terremoto sì, ma anche la speranza che deve nascere dopo la tragedia. E vi si trovano narrazioni, poesie, quadri, sculture, fantasie che sono diventati capi d’abbigliamento che sfilano sotto i nostri occhi.

Alcuni di questi brani (testi poetici di Rosalia Cozza, Alfonso Gargano e Teresa D’Amico) vengono letti da Franco Vitolo, con la sua solita capacità di aggiungere visioni alle parole.

E poi c’è anche una simpatica “apparizione” di Luigi e Giuseppe, titolari dei ristoranti Il Cantastorie e Il Pescatore di Vietri sul Mare, che hanno generosamente offerto il buffet per gli ospiti del circolo e che sono fin dall’inizio solide colonne a sostegno del Marc e della raccolta per la Casa della Cultura.

Avvicinandosi il momento del congedo, Franco Bruno chiede a Stefano se può leggere dal libro la lettera da lui inviata per raccontare Accumuli e per ringraziare il Maric, ma con un semplice gesto della testa egli fa intendere che non è il momento di aggiungere altri ricordi e rispettive malinconie.

È seduto davanti a me e di fronte abbiamo il lento ondeggiare delle barche: l’immagine è dolce, tranquillizzante, ma non so se è proprio quella che sta guardando. È come rivivere un altro momento della giornata: esserci fisicamente, ma mancare nello spirito.

Dure le esperienze di fronte alle quali la vita ci mette. Dure ma non insuperabili.

C’è una frase che Franco ha pronunciato e che mi piace riportare. È un detto indiano di alta saggezza: “Se aiuti qualcuno ad attraversare, quando arrivi avrai fatto qualcosa anche per te, perché sarai anche tu dall’altra parte”.

Ecco lo spirito di questo gruppo: ti aiutiamo per aiutarci. Migliorare è un bene per tutti.

Foto di Paola La Valle, Franco Bruno Vitolo, Vivimedia.eu, con contributi di Rosalia Cozza e Annarita Lodato

Corti dell’Arte: ultimo atto del Trentennale con il “Don Pasquale”. Un doloroso addio o un festoso arrivederci al 2018?

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Siamo arrivati alla serata conclusiva delle Corti dell’Arte e ci ospita il Social Tennis Club di Cava. Come da tradizione l’ultimo spettacolo è dedicato all’opera e stasera ci regaleranno il “Don Pasquale” di Donizetti con la regia di Enzo Di Matteo e come direttore d’orchestra Nicola Hansalik Samale. I personaggi avranno le voci di: don Pasquale, Gerardo Spinelli; Ernesto: Federico Buttazzo; Norina: Erika Liuzzi e il dottor Malatesta: Paolo Visentin.

Il giardino del Tennis è completamente invaso da un pubblico che quest’anno è stato davvero numeroso in ogni serata. Nel brusio generale, arrivano note di uno strumento a fiato che si scalda senza potersi ancora esprimere. Leggii e scenografia aspettano di animarsi ed Eufemia Filoselli viene a portare il suo saluto approfittando della prova microfono. I primi, doverosi, per il Presidente del Social Tennis Francesco Accarino, mentre alle sue spalle i musicisti arrivano e prendono posto.

Ma stasera non può mancare la presenza del Direttore Artistico Felice Cavaliere e il suo esordio racconta tutta la commozione del momento “30 anni…” e se apri un album così datato, non puoi non trovarci innumerevoli ricordi.

Avevo 30 anni, nasceva l’Accademia Jacopo Napoli e anche mio figlio…” fino a citare i numerosi talenti che Cava ha avuto il privilegio di ospitare, giovani musicisti che con il tempo si sono affermati con carriere splendide riconosciute in tutto il mondo. E anche per lui i saluti e i ringraziamenti per la famiglia, gli amici che lo hanno seguito e che gli stanno dimostrando quanto sono legati a questo appuntamento estivo a cui non vogliono rinunciare. E ci stanno provando a fare qualcosa di concreto con la raccolta di firme che trova un’adesione illustre, quella del sindaco Vincenzo Servalli. Presente nel giardino del Tennis Club, rinnova i ringraziamenti a Felice e al suo staff e riconosce che per una manifestazione che nel suo genere è unica in tutto il Sud Italia, bisognerà chiedere impegni anche a istituzioni che vanno oltre il Comune di Cava.

Come aveva ricordato Felice pochi minuti fa, per ascoltare un’orchestra, si può anche chiedere ad un’agenzia: si fa richiesta di cosa e quando si vuole e loro ti organizzano tutto mettendo insieme vari componenti. Ma quello che si vede a Cava non è frutto di pezzi di mosaici che si incastrano, ma di materiale umano che lavora e viene plasmato per ottenere ciò di cui noi godiamo.

Il lavoro di stasera, come per altre serate precedenti, è il frutto dell’insegnamento dei docenti che, durante le lezioni, affinano tecniche di perfezionamento con i loro allievi e negli anni abbiamo potuto verificare di persona quanto sia stato efficace il lavoro svolto. E saper organizzare e far incastrare impegni di così tanti maestri, per i quindici giorni della Rassegna, richiede il lavoro di un intero anno. Fatiche e allo stesso tempo gioie, che sono raccontate sui volti di chi è artefice di tutto questo.

Eufemia lascia che la serata musicale abbia inizio perché è sempre lei la protagonista principale. Andiamo ad ascoltare e vedere quest’opera buffa, che ha nella trama un intreccio d’amore tra giovani contrastati e interessi economici che devono essere aggirati.

Un violoncello prima, un contrabasso poi e tante corde pizzicate a mano cominciano il loro racconto in note.

È magnifico il contrasto tra i capelli bianchi del maestro che ne tradiscono l’età matura e la vitalità con cui tira fuori le note dagli strumenti dei ragazzi, che seguono precisi i suoi movimenti. Flauti traversi che si alternano ai violini, alle viole. Armonia e delicatezza. Gioia di vivere e il piacere dell’amore.

La storia racconta di due giovani innamorati, Ernesto futuro erede del ricco zio don Pasquale, e la povera Norina, che non possono vivere liberamente la loro passione perché l’anziano benestante vorrebbe scegliere personalmente la futura moglie del nipote. Ma con l’aiuto del dott. Malatesta, amico sì di don Pasquale ma molto più di Ernesto e Norina, i due giovani innamorati riusciranno a raggirare lo zio e a convolare a nozze.

Nell’intervallo tra gli atti della commedia, Eufemia prende di nuovo la parola e, in pieno clima di ricordi, racconta come Cava avesse avuto, nel lontano 1860, già uno sguardo rivolto all’opera e per questo nacque l’allora Teatro Verdi, oggi sede del Palazzo di Città.

Invita poi il maestro Samale a cui cede il microfono dopo un caloroso applauso del pubblico.

Quando prende la parola, si avverte in maniera chiara e concreta quanto sia giusto che i ragazzi pendano dalle labbra di insegnanti di così tanto spessore. In pochi minuti ci parla dell’opera che sta dirigendo, di come sia definita buffa e che questo possa velocemente essere scambiata per “leggera”, ma in realtà è un lavoro che ha alle spalle un apparato musicale assolutamente complesso. E come, anche nell’esibizione che noi seguiamo stasera, per loro non c’è l’obiettivo di voler insegnare il canto o solo a suonare uno strumento, ma piuttosto a dirigere un’orchestra. Dirigere è un’arte “…quasi metafisica…”. Un tempo il direttore nasceva a teatro, “a bottega”, perché nella stratificazione dell’esperienza, che può nascere solo col tempo, si ottengono grandi risultati.

Poi rivolge un pensiero all’opera lirica, che in questi anni sembra essere in decadenza. Noi siamo in un’epoca di comunicazione veloce e qui invece si ha qualche difficoltà a capire le parole che vengono cantate, mentre un tempo si accettava molto di più questa realtà e anzi, si facevano delle improvvisazioni davvero molto rischiose.

Eufemia, che è donna intelligente, non può non sottolineare quanto sia importante, per i giovani, ma per noi tutti, ricevere informazioni così particolareggiate e quanto questi insegnamenti, nella durata dei corsi, rendano speciale ogni lezione. I maestri di cultura, noi dobbiamo tenerceli ben stretti.

La serata procede tra grandi interpretazioni musicali e canti che si scontrano con malanni fisici che però non li compromettono del tutto. Norina ed Ernesto riusciranno a coronare il loro sogno d’amore e tutto sembra finire nel modo migliore.

L’unica cosa che ci sembra strana, è il non poter scrivere con certezza un arrivederci alla fine di questo nostro racconto.

Eppure l’altra parola, quella più breve e più pesante davvero non esce dalla tastiera e per scaramanzia non la chiamerò in causa. Un anno passerà in fretta e sapremo se Cava avrà ancora il privilegio di sentire suonare così tanta bella musica tra le sue storiche Corti.

Il pianista Libetta nel Chiostro dell’Abbazia: un elettrico e fascinoso racconto in musica

CAVA DE’ TIRRENI (SA). C’è un colore bello ma inopportuno che ci accoglie venerdì 25 agosto alle porte della Badia di Cava de’ Tirreni, dove si terrà il concerto del pianista Francesco Libetta per un’altra serata delle Corti dell’Arte: è il rosso del fuoco che brucia le montagne alle sue spalle. Maestoso, impetuoso, potente, spaventoso e affascinante. Aggettivi che mi sono venuti in mente mentre rimanevo a guardare quella forza devastante che pure, se gestita in altro modo, può dare calore e riparo, e ho notato che molti si sono poi ritrovati nella mia mente mentre ascoltavo l’esibizione del maestro Libetta.

La magia del Chiostro dell’Abbazia Benedettina, a cui accediamo grazie all’ospitalità dell’Abate, si ripresenta intatta, come se il tempo avesse uno scorrere diverso da queste parti. E al tempo fa riferimento anche un’elegantissima Eufemia Filoselli per presentare la serata, quando ricorda il millennio già trascorso da quando l’eremita sant’Alferio vi si stabilì, dando il via alla vita non solo dell’Abbazia, ma di tutta la città. Città che finalmente ha anche un rappresentante, il vice sindaco Nunzio Senatore. L’eco della loro assenza deve essere arrivato forte fino a Palazzo di Città e quando prende la parola cerca di spiegare che le emergenze in questo periodo sono tante, riferendosi agli incendi che ci stanno devastando. Penso che però al Comune sono talmente in tanti che in quattro serate qualcuno, alle 21 della sera e anche oltre, poteva liberarsi. Ma poi diventa significativo il ringraziamento a Felice Cavaliere, direttore della Rassegna, per i trent’anni che ha dedicato alla manifestazione e l’augurio che ce ne saranno ancora altrettanti. La prendiamo come una promessa di impegno?

Non so cosa ne pensi Felice, ma stasera l’attenzione è per il Maestro Libetta e le sue sono pochissime parole, solo la certezza che ci sono gli ingredienti per una serata strepitosa e che non serve parlare troppo. Il farlo “…disturba troppo chi va ad ascoltare musica…”

Il maestro arriva elegante in abito scuro e papillon azzurro. Un breve inchino e si accomoda al suo posto naturale. La musica di stasera ha un altro messaggio. La volta scorsa ci aveva regalato delicatezza e sogno, stavolta si inizia in altro modo. È una strada in salita e di corsa che subito ci mette in affanno, la musica è prepotente e sembra voglia dominare gli spazi e catturare ogni singola persona. Tutto sembra voler creare una tensione quasi da brivido giallo. Non so ritrovarmi in questa mescolanza di suoni. È un pezzo che ha tutto e anche il suo contrario. Dalla leggerezza al tocco pesante, dalla fretta alle pause. Tutto cambia con una tale velocità da confondere la mente; o forse è solo il racconto di tante menti confuse, come quelle degli uomini…

Poco tempo fa un amico mi parlava della musica di Liszt, della lotta tra opposti e mi viene in mente adesso, con queste contraddizioni forti, il rincorrersi tra Bene e Male. Contrapposizioni tra rintocchi di campane e note tenebrose.

La sensazione è che davvero il messaggio che Francesco Libetta vuole lasciare stasera sia molto forte, deciso. Le dita corrono come scosse da elettricità. Noi siamo sulla corda e non abbiamo rete né tempo per riflettere. Siamo inseguiti e non sappiamo dove scappare. Non sappiamo neanche SE dobbiamo scappare.

Si è creata un’atmosfera quasi irreale e gli applausi e qualche “Bravo” convinto ci confermano che non siamo in un sogno e quel ritmo forsennato sembrava impossibile, anche se gli occhi dei fortunati, lo stavano davvero guardando.

Abbiamo un attimo di pausa perché è necessario il ritorno dell’accordatore. L’umidità non è amica degli strumenti musicali e non si può non pretendere la perfezione per chi suona in questo modo.

Quando si ripresenta, sempre in assoluto silenzio, rimane per qualche minuto fermo ad occhi chiusi, come se stesse guardando in anteprima il racconto che ci avrebbe suonato. E continua a vedere cose dietro quegli occhi ancora chiusi mentre le mani, ben preparate, corrono di nuovo sul tappeto nero e bianco.

Non so a cosa paragonare il movimento di quelle dita che quasi non riesco a seguire con gli occhi. Ci viene concesso un lieve respiro, un giro di danza dopo questa musica forte. Non so quanto durerà ma ne approfittiamo. E infatti è presto interrotto. Ma riprende, in un’alternanza mozzafiato.

Un semplice gesto che va ad asciugare le tempie, ci permette di interrompere per applausi meritatissimi.

Riprende e la mano destra suona mentre la sinistra la scavalca, andando a fare una carezza ai tasti più lontani, come a calmarli dallo sforzo compiuto. Un gioco che produce cascate di note brillanti.

Il nuovo pezzo sembra avere una premessa: le note sembrano aver voce, sono così vive da farci credere che raccontino davvero una storia. Quale sarà? È un incontro, sono due persone che si parlano attraverso il silenzio. C’è amore, c’è sofferenza, non so. C’è la presenza di cuori che non vogliono essere indifferenti. Le note forti sono la passione che li travolge. E li avvolge. Come restiamo noi che assistiamo come dietro un vetro: guardiamo e non possiamo sentire le parole.

Ma ancora una volta ci porta altrove. Spazi aperti, profumi ma anche nuvole all’orizzonte. Affrontare la tempesta o scappare? L’attesa delle ultime note racconta la difficoltà della scelta; ma la calma che le contraddistingue, rende giustizia per ciò che si è deciso.

Può sembrare strano questo modo di raccontare, ma nella partecipazione fisica dell’interprete del brano, è troppo forte la certezza di quanto egli veda, di quanto esista un racconto che va oltre la semplice esecuzione tecnica. Esecuzione di pregiatissimo valore, che viene ulteriormente arricchita da un’interpretazione così sentita, da diventare appunto racconto in musica.

Finisce qui. Tutto quanto è stato suonato senza spartito, ma tra le note c’era di sicuro un libro nascosto la cui trama Francesco ci ha letto. E come un libro finito non può trovare pagine aggiunte, questa serata non può continuare con un bis.

Come ci spiega Eufemia, che viene a “zittire” gli applausi che non accennano a diminuire, il regalo che ci è stato fatto è completo così: Stravinsky, Strauss, Pizzetti, Ravel, Weber, Liszt, Battiato, Beethoven. Aggiungere altro significherebbe rovinarlo e il maestro ha troppo rispetto per noi per poterlo fare.

Rimane un altro gioiello, da incastonare nella collana che Le Corti dell’Arte continuano a preparare per noi.

Alle Corti dell’Arte è l’ora del Flamenco: uno spettacolo intenso, intrigante, nuovo

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Siamo di nuovo nel chiostro del complesso monumentale di Santa Maria al Rifugio. Lunedì 28 agosto: avremo l’occasione di rivedere la compagnia Algeciras Flamenco di Roma.

Con Francisca Berton, coreografa, regista e ideatrice del progetto, ci eravamo già incrociate due anni fa e la magia della sua performance è rimasta a lungo nella mente, per cui accolgo con maggiore entusiasmo l’occasione che Le Corti dell’Arte, l’annuale e prestigiosa rassegna musicale estiva di Cava de’ Tirreni, ci danno ancora una volta di assistere a spettacoli che lasciano il segno.

Come sempre bagno di folla, e questa sera arriva anche, per la prima volta nel corso della Rassegna, il Primo cittadino, Vincenzo Servalli. Eufemia Filoselli, la storica conduttrice delle Corti,lo accoglie come “padrone di casa” e le parole di Vincenzo Servalli somigliano molto a quelle del suo vice di poche sere fa: ammirazione per Felice Cavaliere, direttore artistico di questa manifestazione che è “il fiore all’occhiello” della storia culturale cavese. Stasera però Felice non viene a salutare i suoi ospiti dal palco. La sua notoria reticenza al protagonismo ha la meglio, visto che nelle prime serate, ha dovuto dedicarci qualche parola in più e deve aver terminato le energie. Ma i ringraziamenti collettivi gli arrivano lo stesso e non potrebbe essere diversamente.

Lo spettacolo che vedremo ha un titolo “Sin volver la cara”( Senza voltarsi), e questa volta ha come obiettivo temi attuali come viaggi, mescolanze tra popoli. Aspettiamo di scoprire come la danza ci racconta il nuovo mondo che avanza. Questi gli artisti presenti oltre alla già citata Francisca Berton: Bruno Marocchini, music electronic, alle chitarre Sergio Varcasia e Riccardo Garcia Rubi, alle percussioni Paolo Monaldi, al violino Claudio Merico, tamburello Franco Urbani. Bailaora ospite Caterina Lucia Costa, per i balli popolai italiani Chiara Candidi, corpo di ballo formato da Vania Granata, Flavia Luchenti e Giulia Pettinari.

La novità sono gli abiti d’ingresso. Più che ballerine di flamenco sembrano astronauti con le loro tute bianche. Solo i tacchi delle scarpe le tradiscono. Si posizionano sul palco immobili mentre parte una musica di sottofondo che richiama il mare e i gabbiani. Una busta alla deriva e dentro una foto. Una storia.

Quando iniziano a muoversi, sembra che non ci sia relazione tra la danza e la musica e neanche con l’abbigliamento. Sembra che tutta la femminilità, la sensualità del loro ballo che pure cercano di ricordare, sia trattenuta da quelle tute informi e anonime. Come un racconto interiore che si scontra con una realtà troppo diversa. E le parole di quella musica che le accompagna ammonisce “…l’unica cosa che non si può comprare è la vita…”

Finalmente le tute spariscono. Con lentezza, come crisalidi che diventano farfalle, ognuna attenda la trasformazione dell’altra, mentre Francisca le raccoglie una per una per andare poi a metterle via. Hanno colori vivi, il nero, il rosso, il viola, il verde. Un violino e il suo violinista compaiono, necessari come l’aria per iniziare un nuovo capitolo. Mentre lui ci riscalda il cuore, gli altri musicisti si sistemano. È un inizio quasi triste, ma quando le percussioni partono e danno un nuovo ritmo, cambia anche lo sguardo. Fierezza. Appartenenza. E ricordi dietro quei sorrisi. Ad ognuna un passo, ad ognuna un gesto e poi di nuovo tutte insieme in un sincronismo perfetto. Dal proprio posto non si sono mai allontanate più di un metro, ma quanto hanno raccontato con quei gesti semplici e profondi? Quante strade hanno percorso per essere qui, così come le vediamo e soprattutto sentiamo?

Ritornano la foto, l’amore, il ricordo, il dolore.

Una chitarra si allontana e un’altra si sistema. La voce dall’altoparlante ci canta una canzone popolare, sembra quasi un lamento indiano o un mantra, mentre una nuova donna si avvicina alle spalle dei musicisti.

Le corde della chitarra pizzicate da dita e il violino dall’archetto, mentre la donna col vestito color oro inizia a danzare. La sua storia è lenta, ma anche delicata e veloce e forte. Lei è sorridente e triste. Movimenti lenti ma continui, che durano più di quanto vediamo. Un film impossibile da fermare. L’abilità nel destreggiarsi con la coda lunghissima del vestito, che diventa occasione per un passo di danza. Le si avvicina Francisca con uno splendido abito viola e scialle bianco dalle lunghe frange. Regge il ritmo con le mani mentre tutto diventa più vorticoso, con la musica che naturalmente cresce. Fino al colpo finale. Si zittiscono tutti.

Due ballerine arrivano al buio, con tute nere e luci verdi solo sulle scarpe. È un effetto che ipnotizza. Sentiamo i loro passi, seguiamo la loro luce e non ne vediamo i volti. Effetto da luci da discoteca, ma sempre il contrasto con passi che vengono da lontano. Sincronismo perfetto. Solo tacchi e precisione. Colpi che pretendono di tenerti incollato su quei loro movimenti brevi ed incredibilmente efficaci. Due corpi che possono diventare un tutt’uno.

Ritornano Francisca e la signora in oro. E anche la foto. Gliela lascia. Un affido, un passaggio di consegne.

Inizia così un tentativo di ballo senza musica. Un toro di ferro stilizzato viene posto al centro del palco. Francisca balla. Gli gira intorno, lo sfida ancora. C’è solo lei sul palco. Dal basso i suoi musicisti la guardano. Devono averla vista centinaia di volte, ma hanno ancora lo sguardo sorpreso mentre lei gioca con quel toro ormai domo.

E di nuovo si riprende a ballare e quello scialle che sembrava un accessorio, ora si mostra nella sua vera grandezza e diventa strumento, un amico nel ballo. Ritorna anche la musica. Peccato per i problemi tecnici che per qualche attimo interrompono il filo del racconto.

Quando si torna alla normalità, possiamo goderci questi ritmi che sanno di sole, di passione. Musicisti e una nuova ballerina. La sua è una poesia racconto, la lingua è un dialetto pugliese, ma la storia che racconta è sempre legata a quella foto. E questa volta il ballo diventa una “pizzica”. È un muoversi diverso, ha gesti ampi e sorrisi. È la gioia del sogno che riporta indietro tutti gli affetti, finché il giorno non strappa il ricordo.

Ora sul palco arrivano in due. La musica che non parte mette alla prova la loro capacità di restare immobili oltre il dovuto. Ma non si scompongono. Le frange bianche che partono dal collo e dai fianchi sulle tuniche nere, sottolineano i movimenti del corpo. Ad occhi chiusi si “sentono” sul palco. Insieme o alternandosi sono i pezzi di una storia. Che leggiamo sui volti tesi, negli occhi chiusi, nei gesti a scatti ma allo stesso tempo morbidi. Per sentirsi, per accompagnarsi nel viaggio da iniziare insieme.

Momento della musica. Il giovane chitarrista inizia a suonare le note tipiche di una ballata latina. Non sono solo le mani che si muovono sulle corde; è tutto il corpo che segue quelle note, come se uscissero fuori dal petto e si trasformassero da emozioni in musica. Ne viene fuori un pezzo stupendo che strappa applausi a scena aperta. Meritatissimi.

Ora ci sono di nuovo le donne e i magici ventagli. È musica di compagnia, di aggregazione e Francisca si associa al ballo. Ora gli sguardi sono alti, fieri, movimenti decisi. Arriva la signora “in oro”. Lei è ha più potere, è la più forte. Il suo passo domina il palco e la storia. Il pubblico reagisce immediato.

Io non so se perdermi nei loro colori, nei loro sorrisi o nei piedi che si muovono in fotocopia. E si aggiunge pure la pizzica. Si mescola tutto in un incontro di popoli e musiche che sono diverse ma che possono vivere e ballare insieme. Il gioco dei ventagli che subito riprende è bellissimo. Un tocco, un colpo di polso e c‘è magia. Saluti, ma è solo un attimo. La musica riprende. Le sei signore della sera sono tutte qui. Sono loro che accompagnano la musica prima di regalarci una nuova perla, che si interrompe al suono di un “Olè”. Col chitarrista che chiude con un passo di danza degno delle amiche.

Gli applausi si sprecano. Uno spettacolo intenso, intrigante, nuovo. Ci avevano lasciato con la sensualità e l’interiorità tipica del loro ballo e ci hanno sorpresi con la capacità di aprirsi al nuovo che arriva e che si mescola per creare un nuovo futuro.

Insieme si può. Con la storia che ci tramandiamo dal passato, ma che non deve essere chiusura, solo ricchezza.

foto Francobruno Vitotlo

Bosso, Mazzariello, Evangelista, Ariano alle Corti dell’Arte: jazz d lusso con un poker d’assi

concerto-jazz-corti-dellarte-agosto-2017-cava-de-tirreni-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Santa Maria al Rifugio è la nuova sede della quarta serata delle Corti dell’Arte. Mercoledì 23 Agosto, nella Corte di Piazza San Francesco a Cava de’ Tirreni, si è tenuto il concerto jazz di Fabrizio Bosso & Dino Piana Quintet, tromba e trombone del gruppo a cui si accompagnano Julien Olivier Mazzariello al pianoforte, Gabriele Evangelista al contrabbasso e Amedeo Ariano alla batteria. Scopriremo che Dino Piana sarà assente per motivi di salute e ce ne dispiace; il suo strumento avrebbe dato ancora più lustro ad una già magnifica performance. Ma auguri a lui di pronta guarigione.

La serata è davvero molto movimentata, numerose persone si sistemano in piedi e in una corte che accoglie centinaia di posti a sedere rende l’idea dell’attesa che c’è per questo gruppo a cui appartengono artisti di fama internazionale.

È dunque quasi normale che per l’inizio del concerto si aspetti qualche minuto in più, proprio per consentire l’affluenza e la sistemazione del numeroso pubblico, ma l’attesa è ben utilizzata. Noto delle signore che girano tra il pubblico con fogli e penna alla mano: non sono concorrenti, ma persone che seguono la manifestazione da anni, a cui non va giù l’idea che questa edizione possa essere l’ultima. Visto che il parlare senza fare non porta a niente, hanno deciso di raccogliere firme per far sapere, a chi non viene a vedere di persona, quanto lustro e quanta ricchezza offre a tanti il duro lavoro di pochi. E noi firmiamo convinti.

Quando Eufemia Filoselli prende la parola, luminosa nel suo abito da sera, ma ancor di più per la gioia che sa di regalarci, cerca di recuperare del tempo usando brevi frasi “…desiderio di ascolto…”, e il concetto di Archie Sheep sul “jazz come dono dei neri ai bianchi”, che rendono come sempre l’idea del suo messaggio, anche perché cede in fretta la parola al Direttore artistico della Rassegna Felice Cavaliere, che di cose invece ne ha da dire. Che questa edizione sia particolare, lo si potrebbe dedurre proprio dal numero dei suoi interventi. In tanti anni non credo di averlo mai sentito parlare così tanto, ma lo fa perché, di fronte ad un pubblico così numeroso e anche così nuovo, sente il bisogno di spiegare lo spirito con cui è nato tutto il progetto. I concerti a cui noi assistiamo non sono l’essenza del lavoro, ma la logica conseguenza che nasce dall’impegno di maestri e allievi che vengono da ogni parte del mondo a perfezionare il loro talento. Lavoro e studio per i musicisti alla base e concerti in “dono” per noi profani che raccogliamo il frutto di così tante fatiche. E, visto che lo spirito è legato al piacere della musica e non all’apparenza delle forme a cui tanti tengono, non c’è da chiedere il posto in prima fila, la preferenza o il dover sottolineare chi si è o non si è. Qui si viene ad ascoltare musica. Che piaccia o no, la protagonista è lei.

Visto che è così, ascoltiamola, che ormai siamo davvero impazienti.

Inizia la tromba di Fabrizio Bosso e a lui si accodano man mano il piano di Julien, il contrabbasso di Gabriele e la batteria di Amedeo. La prima impressione è che questa musica andrebbe ascoltata ad occhi chiusi. Quando la tromba va in pausa, il suo suono forte lascia spazio ad un gioco tra gli altri strumenti. Il piano rende squillanti le note, il contrabbasso le amplifica e la batteria le sottolinea. Tutto in un crescendo di abilità e passione. Al contrabbasso Gabriele gioca con le corde e lo strumento stesso: più alto di lui, ma chi domina è l’artista. Estrema confidenza.

La tromba in alcuni momenti si zittisce, ma serve per presentare un nuovo gioco con il rullo della batteria e le note veloci del piano. È lei che detta il tempo. E tutte le mani vanno a mille, sui tasti e sulle corde, sui piatti della batteria e non sembra niente male neanche il fiato per la tromba! Non è passato molto tempo ma noi siamo già percorsi da brividi e stasera non è colpa del vento.

Loro ridono, felici del nostro entusiasmo o divertiti dalla loro passione. Amedeo si concede un assolo e il ritmo ci travolge, mi sembra di essere senza fiato, ma loro non se ne preoccupano. Il ritmo di tutti diventa incalzante e Fabrizio ci ringrazia per l’apporto caloroso ricevuto fin da subito, ma sono loro che fin da subito ci hanno deliziati.

Nell’assolo del contrabbasso, Gabriele ci racconta la complicità che ha con il suo strumento, da cui tira fuori un suono potente, quasi cupo.

Quando riprende la tromba, manca solo il fumo delle vecchie strade di New Orleans. L’atmosfera è quella della notte, quella delle emozioni nascoste cercate dentro vicoli e bar malmessi. Nascoste, ma lo sforzo per cercarle è inutile: basta seguire l’uno o l’altro strumento e ti accorgi che sono a portata di mano. La loro forza è proprio nello stare insieme.

Un solo attimo di sospensione, crediamo di avere tempo per applaudire, ma non è così. Ripartono ma quel ringraziamento scrosciante non si interrompe, fino a quando Julien viene lasciato solo.

Ma è solo un uomo che suona il piano in quel modo? E prima che le ultime lente note si stacchino dai tasti, la tromba riprende il suo verso struggente. Poi il lento ingresso della batteria e le dure e forti corde del contrabbasso.

Ci sono di nuovo tutti, ma sono così uno dentro l’altro, che ci sembra di percepire un’unica voce: la voce della strada.

È finita, ma non ci muoviamo. La tromba arriva improvvisa tra di noi, graffiante, passionale. Fabrizio ci regala i suoi suoni da vicino, attraversa le file degli ospiti stupiti e colpiti da quella maestria che si legge sui tanti volti sorridenti e intanto continua a raccontarsi fino a quando raggiunge di nuovo il palco.

Ora è finita. Loro si abbracciano tutti per il saluto finale, noi registriamo la passione di artisti che non possono far altro che condividerla e regalarla con gioia.

 

Corti dell’Arte terzo atto. Arpa e violoncello al Palazzo Talamo: attimi di meravigliosa dolcezza

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Lunedì 21 Agosto, le porte di palazzo Talamo su Corso Umberto I, a Cava de’ Tirreni, si sono riaperte per le Corti dell’Arte, che già in passato l’ha accolta numerose volte. Confesso che quando sono entrata avevo scritto qualche pensiero sul luogo, ma a fine serata, mentre Felice Cavaliere, direttore artistico della Rassegna musicale, salutava la padrona di casa Nuvola Talamo Calenda, ne ha parlato come di un luogo dall’acustica straordinaria per la musica da camera. La capacità di far arrivare le note in maniera perfetta all’intero cortile e ben oltre, immagino io, è un pregio che a volte non si ritrova neanche nelle grandi sale appositamente predisposte. Felice Cavaliere ne ha parlato asciugandosi gli occhi, vittima forse di qualche granello di polvere portato dal vento, o dei numerosi ricordi legati a questo gioiello che sono le Corti dell’Arte e che, come continuiamo a dire senza volerci davvero credere, dopo trent’anni di splendenti e suggestive esecuzioni sembrano giunte alle soglie della chiusura.

Lo diciamo dopo aver assistito ad un’altra magnifica esibizione, ancora con il cuore gonfio di ammirazione ed emozione per questi regali che rischiamo di dover abbandonare.

Al centro della Corte il palco è di assoluta proprietà di un’arpa magnifica che aspetta il suo maestro. Il legno lucido, le ombre che riflette, la rendono maestosa e imponente. Tanto quanto delicata saprà essere nel momento del suono!

Eufemia Filoselli prende il microfono e non sale neanche sul palco. Saluta con una commozione che sale di serata in serata, ricordando che in questo magnifico palazzo ha soggiornato anche la Regina Margherita, contribuendo a far nascere in tutti noi, un’attesa ancora maggiore per ciò che sarà da lì a breve.

La coppia che si esibirà è composta dai maestri Mattia Zappa e Alexander Boldachev. Enfant prodige li definisce la Filoselli e dalla brochure di sala ne scopriamo il perché, mentre la loro giovane età ce ne dà l’immediato riscontro. Sono musicisti compositori e contemporaneamente docenti dei corsi di perfezionamento dell’Accademia Jacopo Napoli, e questo spiega, oltre al numerosissimo pubblico che obbliga l’aggiunta di posti a sedere, la presenza di tantissimi giovani che li guardano già ammirati. Sanno bene cosa li aspetta.

Aggiungo qui un pensiero personale prima che tutto inizi, per evitare contaminazioni immeritate con l’arte. Ho detto di posti completamente esauriti, ma è la terza serata che alcune sedie continuano a rimanere vuote. Le Corti dell’Arte, Felice Cavaliere e i suoi collaboratori non hanno ancora meritato la presenza di un rappresentante delle istituzioni. Avevo detto che un “ad maiora semper” , scritto dal Sindaco sulla brochure, mi sembrava decisamente poco, ma che si potesse far peggio non me lo aspettavo. Meno male che ci saranno altre serate. Per noi che ne godremo il piacere dell’arte e per altri che potranno, eventualmente, riparare.

Comincia con un assolo il maestro Zappa al violoncello. Arriva in abito scuro, inizia subito e noi ne siamo immediatamente rapiti. Questo strumento fa uno strano effetto. La sua musica arriva forte, ti avvolge e quasi ti lascia incapace di provare qualcosa di personale, come se tutto quello che serve ci fosse già; il resto sarebbe superfluo. Sentirsi sazi senza aver mangiato, dissetati senza aver bevuto. Immaginate questa presenza forte in mezzo a centinaia di ospiti silenziosi e rapiti, mai distratti nemmeno dal vento che tenta di intrufolarsi tra le vecchie piante, rimaste a testimoniare la presenza di un giardino che fu.

Quando è il momento dell’assolo di Boldachev, sembra che stia arrivando un ragazzino. Anche lui vestito di nero, ma con la camicia e senza giacca, si avvicina al suo di strumento, lo regola e i primi tocchi ci fanno già grandi promesse. Che delizia. Le dita sembrano generare cristalli che parlano e raccontano storie con una delicatezza ammaliatrice. Lui è rapito, noi siamo prigionieri.

Che differenza di suoni e mi chiedo: come saranno insieme? Pochi minuti e siamo già senza parole.

Ora sono insieme sul palco. Alexander saluta in inglese e un giovane traduttore ci conferma i suoi saluti, brevi perché la musica aspetta. Si siede e accoglie di nuovo quell’immenso strumento che sembra una donna tra le sue braccia. Il violoncello ora è più dolce, l’arpa più delicata, hanno molte più pause.

L’effetto è un velo di pace che ricopre la Corte.

Quel violoncello che prima aveva avuto un atteggiamento da maschiaccio di cortile, ora è diventato giovane galante nel salone del ballo, alla presenza di una giovane donna da corteggiare. E noi, pubblico rispettoso o solo incantato, quando finisce il ballo, restiamo ancora un attimo con il fiato sospeso, come chi non vuole rovinare il momento dell’incontro.

Hanno suonato Bach, Arvo Part, poi arriva Vivaldi e con lui è sempre più facile pensare alla natura. Le note si fanno più estrose, hanno più ritmo, danzano con più allegria sulle corde degli strumenti e il vento cerca ancora di trovare un suo spazio, intrufolandosi con forza negli spartiti. Ma dura poco. Tutto si calma di nuovo. Dolcezza. Infinita dolcezza.

Applausi. Il tempo di togliere un po’ di umidità alle corde e si riprende con un pezzo più attuale “Mirror in the mirror”, specchio nello specchio. Il suono è talmente delicato che mi sembra di dover guardare attentamente il movimento delle dita sulle corde e sull’archetto per aver la certezza che stiano davvero suonando. Un ricamo che crea un’atmosfera incantata. Com’è cambiato il violoncello! Un docile strumento ora sembra. Rispettoso dell’altra dolcezza non ne invade mai il suono, né si sovrappone. Ascolto e rispetto. Un andare insieme, come l’immagine che segue il suo riflesso nello specchio.

L’applauso che meritano oltre ogni dire sembra però che non voglia partire, quasi per non rovinare l’incanto che hanno saputo creare. Quante trasformazioni ascoltiamo.

Ora è tornata la forza, una nuova consapevolezza. Un nuovo racconto di conoscenza stavolta, una storia certa, voluta. Qualcosa che esiste per davvero ha trovato il suo posto.

Alexander pronuncia due parole “Romantic music” uguale Schubert.

Una musica d’amore e il vento diventa forte, come un amante geloso disposto a rovinare la serata. Ma non ci riuscirà. Le note lo sovrastano, iniziano un ballo classico e indissolubile.

Riesco a staccare gli occhi dai questi due grandi artisti e faccio una panoramica sul pubblico. Volti assorti che, ad occhi chiusi, immaginano e seguono quelle note; altri rapiti e incollati all’esecuzione perfetta, quasi senza cercare il respiro vitale che potrebbe disturbare un così magico momento. E silenzio. E note che si rincorrono libere, ma in perfetta armonia.

Se esiste questa musica, se esiste questa esecuzione, non può esistere nulla di brutto al mondo.

“Welcome to XX secolo”: tango e la sua sensualità. L’arpa ora serve come base per il ritmo del tango. Il passo deciso, il sincronismo dei tangheri è identico a quello dei musicisti. L’archetto vibra in maniera impensabile. Movimenti continui decisi leggeri dominano la sala dove si balla questo tango che sarà meraviglioso, come la musica che lo accompagna.

E finisce. L’applauso non si interrompe, noi non vorremmo che fosse già passato il nostro tempo. Pochi pronunciano la parola “bis” ma tutti lo vorremmo. Se dovessi scegliere io chiederei senza dubbio l’ultimo pezzo. MERAVIGLIOSO.

Ma Eufemia, che trova le parole magiche “intenso struggente nuovo”, chiude la serata, perché i maestri sono davvero stanchi, visto che fanno lezione durante il giorno.

I due musicisti tornano per un nuovo scrosciante applauso e non posso non andare a complimentarmi con entrambi. E al mio apprezzamento per l’ultimo pezzo, Mattia mi dice “Abbiamo improvvisato”.

Io resto a bocca aperta e penso a quanto siamo stati fortunati a ricevere un così grande e spettacolare regalo.