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Rossiniana: aria di commiato e arie di festa per una grande chiusura delle Corti dell’Arte

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Scrivere dell’ultima serata delle Corti dell’Arte mette sempre una certa tristezza. Ci accoglie, nella Corte del Teatro comunale, Eufemia Filoselli; il suo benvenuto sottolinea qualche sedia stranamente vuota, ma il cambio di data ha causato qualche defezione forzata, anche se si è comunque in tanti.

Eufemia stasera avrà un ruolo particolare. La sua presenza discreta, durante tutta la manifestazione, è sempre segno di una competenza profonda, di un amore verso il mondo della musica e di sentito rispetto per il grande lavoro che c’è alle spalle di quanto noi veniamo ad apprezzare stando comodamente seduti. Eppure stasera ci darà qualcosa di più.

Per l’ultima rappresentazione c’è anche la presenza del sindaco Vincenzo Servalli che, nel saluto, sottolinea la grande riconoscenza per la famiglia Cavaliere, a papà Felice per quanto già fatto, e al figlio Giuliano per quello che farà in futuro. Entrambi artefici di una manifestazione che negli anni ha dato, a Cava, un ruolo prestigioso a livello internazionale nel campo musicale.

Rossiniana è il titolo della serata. Grande dedica per celebrare il 150° anniversario della morte di Gioacchino Rossini e qui entra in scena Eufemia, anche senza mai salire sul palco. Ci parla del compositore, della sua capacità di scrivere opere buffe ma non solo; della sua passione per la realizzazione di ricette che dedicava agli amici ma senza mangiare. Del suo soprannome, “il tedeschino” , per il paragone con Mozart e dell’esistenza di un crescendo Rossiniano. Di quanto disegnatori e pittori, si siano ispirati al suo volto per numerosi ritratti e caricature. Insomma, una panoramica per introdurci al personaggio e alla serata dedicata al belcanto, tecnica tipicamente italiana, che permise ai compositori di scrivere testi adatti a disciplinare il canto per meglio adattarsi alle opere stesse.

E anche qui si sottolinea l’importanza dei corsi dell’Accademia Jacopo Napoli; è proprio grazie a questi perfezionamenti che si possono realizzare serate come quella che seguiremo. E se davvero Cava saprà adeguarsi a questa eccellenza, regalandole spazi idonei, allora, con la presenza di orchestre e cori, si potrà avvicinare ancora più pubblico alle opere dei grandi artisti del passato, che hanno però tracciato una strada maestra per la nostra formazione.

Sarà dunque la voce di Eufemia, negli intervalli tra le varie arie scelte da diverse opere, a portarci per mano in questo cammino, studiato dal maestro Enzo Di Matteo, accompagnato al piano da Luigi Maresca.

Paolo Visentin, baritono, è l’interprete della prima aria: “Medaglie incomparabili”, tratta da Il viaggio a Reims. Viaggio che molti nobili e corti al seguito intrapresero per seguire l’incoronazione di Carlo X.

Visentin è giovane già conosciuto e apprezzato dal pubblico della Corti, per la capacità di dare, nel canto, tutte le varie inflessioni tipiche delle lingue che cita, dallo spagnolo, al polacco, al francese, al tedesco, al russo: bellissimo effetto.

La voce narrante ci presenta la seconda aria, “Come tacer” , tratta dall’opera La Cambiale di matrimonio e scritta da Rossini a soli diciotto anni. La interpreta il soprano Angelica DIsanto. C’è una così intensa partecipazione da diventare recitazione. Si canta un sentimento, uno stato d’animo e non può essere solo una questione di voce, che è comunque bellissima. Segue perfettamente l’andare del pianoforte, sono sulla stessa lunghezza d’onda, e quando arrivano al finale, incantevole, la voce si trasforma in musica.

Le prossime tre arie arrivano da Il Barbiere di Siviglia. In successione “Il vecchiotto cerca moglie” interpretata da Anna Facciolo, soprano; poi “La calunnia” con il basso Vito Difonzo e “Una voce poco fa” del soprano Erika Liuzzi, anche lei già seguita negli anni passati.

Quando si passa a La Cenerentola, Eufemia ricorda che fu un successo generale, l’unica voce fuori dal coro fu quella di Stendhal. L’aria è “Sia qualunque delle figlie” e ritorna Paolo Visentin, accompagnato in scena dalle colleghe che lo aiutano nella rappresentazione. Quando scende dal palco e canta in mezzo a noi, ci permette di apprezzare ancora più da vicino la perfetta padronanza della dizione e una scioltezza quasi sorprendente.

Sul Don Pasquale di Donizetti, Eufemia sottolinea ancora il belcanto e le trame che hanno accoppiato versi e musica. È una prerogativa tutta italiana ed è per questo che vengono qui a studiare da tutto il mondo.

È poi la volta di “Pronta io son”, con Erika Liuzzi e Paolo Visentin. Coppia ben affiatata, che abbina la grande voce e la grande capacità espressiva.

Da Offenbach, autore de I racconti di Hoffman, l’aria della “Bambola”, con Fabrizia Spada soprano. Viene “consegnata” al palco come un pacco e messa lì al centro. Carinissima nel vestitino corto rosso, e bellissima quando si spegne e il suo “guardiano” la rimette in movimento. La riporta via come l’aveva introdotta, come un sacco, ma lei, a sua insaputa, ci saluta birbona!

Torna Rossini con La Danza, che è in realtà una tarantella. Di nuovo Angelica Disanto, e di nuovo a creare atmosfere romantiche con l’ombrellino ricamato.

Ultimo pezzo. Eufemia ancora una volta ci spiega anche la scelta del brano, perché “…noi crediamo alle fiabe e al lieto fine. Le Corti dell’Arte hanno sempre un lieto fine e voi (noi pubblico), siete la certezza che quanto facciamo viene apprezzato”

Da La Cenerentola, “Non più mesta”, affidata a Erika Liuzzi, anche se arrivano tutti sul palco. Tutti per amplificare l’esibizione di una. Fanno il coro ed è un bellissimo effetto. Che sia un’anticipazione di quanto auspicato all’inizio? Loro, il piano e un sogno che si realizza.

Per gli applausi finali, meritatissimi, arrivano anche il pianista Luigi Maresca e il maestro Enzo Di Matteo. Eufemia ne approfitta per un ultimo saluto a chi ha permesso ancora una volta tanto raffinato lavoro, con il dovuto augurio che Cava sappia mantenere e soddisfare la sua grande tradizione.

Noi pure salutiamo e ringraziamo. Chi è stato dietro le quinte, chi ci ha portati per mano, i grandi maestri che ci hanno regalato le loro splendide performance.

Sarà lungo un altro anno per poterli ritrovare tutti; compagna della nostra attesa, la certezza di trovare ancora meravigliosa musica e professionalità.

“Amori sospesi” alle Corti dell’Arte: le note di Mirabassi, Di Modugno e Balducci

… e la Corte di Palazzo Talamo s’illumina d’intenso.


le-corti-dellarte-palazzo-talamo-cava-de-tirreni-agosto-2018-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Le Corti dell’Arte, l’annuale rassegna di Musica da camera che si svolge a Cava de’ Tirreni ed è organizzata dall’Accademia “Jacopo Napoli”, mercoledì 29 agosto sono arrivate alla corte di Palazzo Talamo, che a Cava de’ Tirreni ha ospitato la regina Margherita e non solo. La storia, il tempo passato si respirano e si vedono, anche nelle enormi cascate di edera che abbracciano muri e balconi.

Quando Eufemia Filoselli prende la parola, invita al raccoglimento, ricordando i vecchi fasti del luogo, l’accoglienza che da sempre la famiglia Talamo ha riservato alle Corti dell’Arte e che ancora oggi continua, come sottolineeranno con la targa ricordo consegnata a fine serata ad un emozionatissimo Andrea Talamo.

Eufemia riserva complimenti anche al pubblico delle Corti. Complimenti partiti dagli stessi artisti che si sono esibiti nelle serate precedenti, che hanno apprezzato l’educazione e la competenza di chi segue i concerti. E non è un dettaglio!

La serata, dal titolo “Amori sospesi”, vede esibirsi il trio composto da Gabriele Mirabassi al clarinetto, Nando Di Modugno alla chitarra classica, Pierluigi Balducci al basso. Il curriculum dei tre musicisti è di quelli da più pagine.

Per Gabriele Mirabassi, perugino, sottolineo la capacità di spaziare dalla musica classica al jazz, con collaborazioni che lo vedono impegnato anche nel campo del teatro, della danza e della canzone d’autore. Cito ad esempio, Erri De Luca, Mina, Cammariere, Fossati per non dilungarmi. Questa sua vena poliedrica sarà elemento trainante di tutta la serata.

Nando Di Modugno, “quello con i capelli bianchi per far capire chi comanda” (cit. Mirabassi), barese, cresciuto con la musica, ha studiato con maestri che venivano dalla scuola di Segovia. Ha partecipato a registrazioni di diverse colonne sonore e suonato con Premi Oscar come Morricone, Shore e Piovani. Insegna chitarra al “N. Piccinini” di Bari.

Dal sud anche Pierluigi Balducci, bassista elettrico e acustico tra i più famosi nel campo jazz non solo italiano. Molte riviste del settore gli hanno dedicato ampie interviste per sottolineare la sua competenza e duttilità. È docente di Basso elettrico presso il Conservatorio “Duni” di Matera.

Le poche notizie date sui componenti del trio già devono far capire che anche stasera avremo la possibilità di assistere ad una esibizione di altissimo livello. Quanto saprà sorprenderci lo scoprirete con noi.

I musicisti sono vicinissimi sul palco ridotto che ha dovuto cedere spazio al numeroso pubblico. Piccoli accordi al basso, tutto il resto è silenzio. Note. Il clarinetto assapora in silenzio l’inizio dei colleghi, ma la sua pausa dura poco. Parte e sembra un incantatore di serpenti: nell’ondeggiare del corpo, nel guardare il pubblico, nel cercare le note giuste per ammaliarci. La sua musica è prepotente, ma non sarebbe la stessa senza quel tappeto che la sorregge e le permette di scivolare via, penetrante e curioso. Quando finisce il brano, si preoccupa di chiedere dell’acustica per il pubblico seduto in fondo e siamo sorpresi di sentire la sua voce che interagisce con noi. La contaminazione dello spettacolo di cui vi ho parlato, non casualmente, comincia a delinearsi, ma ancora non capiamo quanto.

Ci presenta i brani che eseguiranno, cominciando da un pezzo composto per Erri De Luca. Per ogni brano c’è una storia, un aneddoto, una curiosità. Come la teoria che Don Chisciotte sia il vero invincibile per lo scrittore, perché aveva la grande capacità di sapersi sempre rialzare.

Tutto il concerto sarà un continuo viaggiare dal repertorio italiano a quello brasiliano, in tanti pezzi un racconto di un Brasile un po’ meno conosciuto, non quello della solita samba, non quello delle più famose mete turistiche. Il viaggio con loro è dentro una terra di cui spesso si conosce solo l’apparenza ma poca profondità. La musica che decidono di suonare nasce con le storie dei luoghi, insieme alla gente che li ha vissuti.

È proprio questo vissuto che raccontano quelle note e pretende di essere anche recitato. Mirabassi non suona soltanto, interpreta il ruolo che la musica gli crea. Cammina con passi che non lo portano da nessuna parte, ma si ha la certezza che si muova. Anche quando sono le corde “a parlare”, lui continua quel balletto, il corpo segue ogni minimo movimento. Con rinnovata energia si rimette in moto, anche se si ha la sensazione che lo spazio a disposizione gli stia un po’ stretto. In fondo il viaggio porta lontano!

Parlare col microfono e suonare senza. Strano!” Arriviamo al pezzo che dà il titolo alla serata. Scritto da Di Modugno, ha avuto diverse evoluzioni, essendo stato tradotto in francese, poi in brasiliano. “Tipo volubile Sono parentesi sorprendenti che continua a regalarci. È il suo modo di renderci partecipi della complicità che esiste tra di loro, tra i percorsi che li hanno fatti incontrare. Ci dice che il pezzo è bellissimo e noi gli crediamo sulla parola.

È veramente sospesa la musica che viene fuori. Tocchi lievi, come a temere che qualcosa di delicato si possa rovinare. Una danza, piccoli passi: trovarsi e perdersi. Il basso mette un certo spessore alla storia, ma la chitarra lo tiene a bada. Su tutti torna il clarinetto, a mettere pace in quel ballo a tre che non riesce a decretare nessun protagonista. I passi di danza si ripetono più voluttuosi, più sensuali, fino a lasciare i ballerini sulla pista immobili.

A risvegliare tutti un nuovo ritmo brasiliano: colori da quelle note, arcobaleni.

Finalmente suoniamo un pezzo bellissimo che non è nostro, ma, buon per voi, non lo canteremo,” Continua a spiegarci, come durante una lezione ai suoi numerosi allievi, pure presenti tra il pubblico, che i brasiliani non hanno linee diritte, ma amano le sinuosità e questo modo di raccontare la musica è piaciuta anche a lui e l’ha fatto suo. Ascoltiamo questa canzone muta. Di sicuro è un corteggiamento: inizia lenta, delicata. Ha bisogno di conoscere, di farsi conoscere. Non è una serenata da lontano, no. È guardarsi negli occhi, è tenersi la mano, è una carezza tra i capelli, sono labbra sfiorate. È gioia raccolta in uno scrigno e conservata.

Ma in questa giostra che Mirabassi guida per noi, non si sta mai fermi. A Recife si balla il “frevo”, in pugliese Di Modugno ci traduce “A frev”. È una musica che mette allegria e fretta allo stesso tempo. Ritmo che invita a muoversi, a cercare. C’è quasi una corsa in quella sedia minuscola, in quello spazio minimo. Ma c’è. Corpo incontrollabile sotto l’effetto della musica. Virtuosismi di chitarra e basso, sottili fili che si tendono a regalare brillanti di sudore e brividi di piacere.

Cita Martin Rojas: “ha scritto pochissimo ma questo bolero è un pezzo fantastico.”

La delicatezza inizia con la chitarra. Apre la porta alle dolci note del clarinetto e poi arriva il basso. Solo ora che sono tutti insieme iniziano il racconto. Parte dal profondo quella musica. Attraversa tutti i sensi, fa sorridere, fa sognare ad occhi aperti. Incide qualche parola nell’anima e poi la copre con una coperta di amore, aspettando che la persona giusta venga a scoprirla.

Sarà perché noi restiamo senza parole che Mirabassi continua a lanciarcele come àncore? “Il chitarrista è colui che passa metà della vita ad accordare e l’altra metà a suonare scordato. Detto da Segovia!”

C’è un pezzo di Balducci, Fredrich? Lo scrivo così, anche se nella descrizione di Mirabassi potrebbe essere scritto in qualsiasi modo, ma non ha nessuna importanza adesso. Prima impressione è l’autostrada che va. Di notte, lampioni che non illuminano abbastanza. Ci vuole altro. Ci vuole quella luce di dentro, quel fuoco che brucia. Fa anche male, ma serve. Altrimenti si ghiaccia. E dunque soffri e stai bene allo stesso modo, nello stesso momento. Strani questi viaggi nella notte. Ti nascondono la strada e ti mostrano l’invisibile profondità dell’anima. Stridore di freni, visone improvvisa, realtà svelata. Stupore. Bellissima.

Non ci fa riprendere. C’è da scoprire la storia del “Farrò”, parola nata dalla scritta For all che si leggeva sui manifesti con cui i militari americani invitavano i nativi del luogo a partecipare ai balli che organizzavano per inserirsi nella vita di quel Brasile ancora poco conosciuto.

E poi cominciano i ringraziamenti. Per i Cavaliere padre Felice e figlio Giuliano, che hanno permesso e permettono questa manifestazione bellissima, e per noi pubblico: “desiderabile”.

Avevo sentito dire di quello che succedeva quaggiù, ma non c’ero mai stato. Tutto vero.”

La musica che arriva è quella intorno al fuoco, è l’incontro e il saluto, è voglia di ballare, è voglia anche solo di ascoltare e basta. È lasciarsi andare al loro ritmo, fidandosi che sarà un bell’andare.

Un leade, Mirabassi, ma la sua grandezza è stata quella di esserlo e lasciar chiaramente capire quanto gli altri due lo siano allo stesso modo. Umiltà.

Quando Eufemia torna, invita Felice Cavaliere a fare un saluto a questo pubblico che davvero gli è infinitamente grato per quanto ha saputo regalarci in queste storiche edizioni delle Corti dell’Arte. Non è mai molto contento lui di prendere la parola, ma sa sempre dire qualcosa di importante. Come sottolineare la grande bellezza di Cava, di come nella sua mente ci sia di certo un nuovo progetto. Gli viene fuori una parola, “Cava on the road”. Se è una nuova sfida, noi siamo qui ad aspettare che venga lanciata. Ma il suo intervento è breve, toccata e fuga. I nostri applausi per lui e per il gruppo chiedono un bis. Di sicuro non lo concederà Felice, ma il trio sì.

Parlano tra di loro e come sempre a usare il microfono è Mirabassi: “Il pugliese mi ha detto di un fatto.”

È il suo modo di introdurci la scelta del pezzo finale. Pezzo scritto da Erri Mancini (autore della musica de “La Pantera Rosa”), tratto dalla colonna sonora del film I Girasoli per la regia di De Sica. Pur di farci entrare nell’atmosfera della musica, ci racconta buona parte della trama. A noi non dispiace ascoltare quella voce che sa far vedere le scene di un giovane Mastroianni, di una testarda Loren, della tragedia della guerra, della forza di un amore.

È così che in una corte tanto piccola ci regalano il concetto di immensità come può esserlo un campo di girasoli. Sapremo correrci dentro o resteremo a guardarli, rapiti da tanta grandezza? Non ha molta importanza adesso. Qualunque sia la strada, la si percorrerà con animo libero, come questa musica vuole, fino all’ultimo passo.

Corti dell’Arte: il violino di Brodsky e il piano di De Simone in una grande serata di musica … e di vento

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Alle Corti dell’Arte di Cava de’ Tirreni può diminuire l’ampiezza dei luoghi che le ospitano, ma non diminuisce mai la qualità degli interpreti e della loro musica. Lunedì 27 agosto, nella Corte del Teatro Comunale, Vadim Brodsky al violino e Sergio De Simone al pianoforte, hanno deliziato il consueto numeroso pubblico che segue con passione la manifestazione.

Il primo è uno dei grandi violinisti della scuola ucraina, vincitore del primo premio ad ogni concorso a cui ha partecipato, con riconoscimenti in ogni parte del mondo. L’Italia gli ha concesso l’onore di suonare il “Guarnieri di Gesù”, appartenuto a Paganini!

Non meno brillante la carriera di De Simone, fiorentino, che ha legato il suo nome a concerti in tutta Europa e negli Stati Uniti. Grandissimo interprete di musica da camera, insegna pianoforte a Londra, a Livorno e a Sesto Fiorentino.

Gli onori di casa spettano ad Eufemia Filoselli, che come sempre ci parla dei suoi ospiti, delle loro performance in giro per il mondo e di come le Corti diventano, per gli stessi maestri, occasione di esibizione, ma soprattutto di insegnamento. Sono loro infatti, a tenere anche i corsi per gli allievi dell’Accademia Jacopo Napoli, da cui tutto parte. Tra un curriculum e l’altro, una sonata e l’altra, avrà poi anche modo di ricordare un cambio di data importante, perché la serata prevista per sabato 1 settembre sarà anticipata a venerdì 31 agosto.

La serata non minaccia pioggia, ma un venticello dispettoso si presenta e si ha l’impressione che vorrà in qualche modo partecipare allo spettacolo.

I due artisti arrivano tutti in nero, si presentano al pubblico e prendono possesso dei rispettivi strumenti. Un leggero cenno di intesa col capo e si va.

Schumann apre il programma. Ritmo dolce, che serve per calmare le agitazioni del cuore; grande rimedio, la musica.

Il vento prova a distrarci trascinando via lo spartito del violino, ma non ci riesce. Le note continuano ad andare, scolpite nella mente e in quella mano che non ha lasciato l’archetto. Quando i tasti affondano, danno un senso di definitivo, di assoluto.

Le corde pizzicano il cuore che sembra voglia battere per conto suo. Non capisco se c’è qualcosa nella musica che mi spinge contro il muro o se la musica è il muro che non mi fa cadere giù. Ma il tocco finale è proprio una carezza, allora di sicuro è la mia àncora.

Incredibile come si muovano in perfetta coordinazione l’archetto del violino e il capo del pianista: ad ogni affondo, ad ogni rincorsa, corrisponde lo stesso movimento.

Il pezzo è finito e non ho scritto niente. Mi scuserete ma ero in viaggio con loro. Mi hanno offerto un biglietto per un treno che viaggiava in luoghi deserti, ma che volevano essere ammirati. Quando fuori da un finestrino osservi il nulla, sei obbligato a guardare il tuo dentro; e non è mai compito facile.

Ripartiamo. A bordo sono salite le note di Camille Saint-Saens, mi fanno compagnia. Ballano tra i sedili, si affacciano ai finestrini polverosi ma non si lasciano distrarre dal loro gioco. Corri, ti inseguo, ti prendo, mi sfuggi…

I capelli bianchi del maestro Brodsky raccontano dei tanti viaggi fatti, ma nulla ha perso della ricerca, della curiosità, della voglia di scoprire ancora una volta dove arriverà questo treno.

De Simone suona, legge lo spartito e sembra che gli parli. Col capo fa cenni di assenso, come a confermare che quanto sta accadendo, quanto si sta raccontando, è tutto giusto, tutto vero.

Applausi da noi e tra di loro complimenti a vicenda.

Il vento torna, prepotente discolaccio in una serata che vuole essere raffinata. Ma non vincerà. Il maestro ucraino fa un gesto col violino che mi ha dato proprio la sensazione di una carezza. Una piega del collo, ad insinuarlo ancora di più sotto il capo, come per proteggere un oggetto caro. Attimi di dolcezza e di pausa da dedicare al piano. Si parlano sottovoce, il vento si intrufola dispettoso, ma non cambia il senso del discorso, che si ravviva all’improvviso, come se si fossero accesi gli animi. Un parlare veloce, a tratti sovrapposto, dove ognuno cerca di mantenere alto il suo punto di vista. È la musica di César Franck: porta confronto, ricerca, storia. Mai scontro.

Si guardano i maestri come se stessero per intraprendere un cammino più difficile e devono tenersi pronti, all’erta. Tutto cresce di intensità, l’archetto graffia le pareti del cuore mentre i tasti ci saltellano sopra.

Anche l’acrobazia fisica, a bloccare l’intero leggìo che il vento vuole portare via, dimostra quanto sia difficile superare un momento così intenso. Ma riescono a non distrarsi mai. Quelle note sono incise nella loro anima e non si dimenticano, non si saltano.

Ritmo veloce, come a voler recuperare gli attimi perduti, come a rincorrere il filo del discorso.

L’archetto ha un movimento che ipnotizza. Se lo segui per un po’, ti senti in suo potere.

Ma non siamo prigionieri. Siamo liberi di applaudire un’altra meravigliosa serata di musica, di arte, di emozioni.

Il maestro Brodsky, in perfetto italiano, dice: “Eravamo sicuri del nostro successo e abbiamo preparato un bis. Non si sa mai…” Apprezziamo divertiti la battuta e soprattutto siamo felici che non sia ancora finita.

Ma prima di esibirsi con La zingaresca, ci tiene a precisare che il pezzo di Franck è uno dei più difficili da interpretare. Ed è un omaggio al collega De Simone, alla loro formidabile competenza, alla grande empatia che hanno e che gli ha permesso di omaggiare noi di un concerto di così grande spessore.

Dalle nostre sedie possiamo solo dire che davvero hanno dimostrato, oltre alla già riconosciuta bravura e maestria, una grandissima personalità, una forte presenza in scena, una padronanza assoluta della loro esibizione.

Riparte la musica, piano, ad illuderci di calmare le nostre emozioni. Ma dura poco. Ci prendono e ci portano in giro a ballare vorticosamente tenendoci solo con la punta delle dita. Sta a noi non cadere, restare aggrappati. Loro vanno fino in fondo, noi abbiamo resistito.

Il vento ha perso. Al muro spiccano le bandiere degli Sbandieratori dei Città de La Cava. Lo hanno catturato e nelle loro pieghe conserveranno la magia di questa splendida notte.

Corti dell’Arte atto terzo: un “Viento” che unisce Napoli con Siviglia e Buenos Aires

In scena il gruppo “Flamenco Tango Neapolis”, con canti e danze dal suggestivo sapore di sole


locandina-molfetta-spettacolo-viento-le-corti-dellarte-cava-de-tirreni-agosto-2018-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Sabato 27 Agosto, ancora il complesso di San Giovanni a Cava de’ Tirreni per la nuova serata della XXXI Edizione delle Corti dell’Arte. Ci accoglie come sempre, da perfetta padrona di casa, Eufemia Filoselli, con la sua voce calda e, devo dire, particolarmente emozionata stasera. Sta per fare una sorpresa e davvero non riesce a nascondere la gioia e la riconoscenza verso questa persona che già anche noi aspettiamo con grande curiosità. Si tratta di Pasquale Pisapia, ma non c’è persona di Cava che non identifichi il suo nome con la storica edicola del Borgo Scacciaventi. Persona timida e riservata, sale sul palco davvero colpito da questo riconoscimento che tutta la famiglia delle Corti gli ha voluto tributare. Le motivazioni di Eufemia sono semplici quanto concrete: Pasquale sente questa manifestazione quasi come qualcosa di suo, tanto da accompagnare ogni giornale venduto con uno spot pubblicitario verbale, costante, sentito. Per ricordare e sottolineare a tutti, indipendentemente che sappiano o no, la bellezza e l’importanza di questo evento, cittadino, ma di caratura internazionale. Gli lascia come ricordo tangibile una delle targhe che si trovano in ogni Corte che ha ospitato la manifestazione, e non abbiamo nessun dubbio che la troveremo esposta, con grande orgoglio, nella sua cara edicola libreria!

Altri saluti e ringraziamenti vanno poi a Carlo Catuogno ed Ernesto Manzolillo, designer e grafico, che mettono gratuitamente a disposizione della Rassegna la loro arte.

Sorprese, miscuglio di emozioni che introducono perfettamente il gruppo che ascolteremo stasera: Flamenco Tango Neapolis, con lo spettacolo “Viento”. Ci sarebbe molto da dire a presentazione di questo progetto originale, che fonde culture che vanno da Napoli a Siviglia fino a Buenos Aires, ma come sempre, quando si tratta di arte, lascio parlare le emozioni che suscita.

Vi dirò chi sono i protagonisti, a cominciare dal direttore Salvo Russo (pianoforte, piano e percussioni), accompagnato dai musicisti Marco Pescosolido (violoncello), Gianni Migliaccio (chitarra, voce e percussioni), Agostino Oliviero (violino, oud arabo e chitarra). A loro si uniscono i ballerini di flamenco Alessia Demofonti e Massimiliano De Pasquale “El Bicho” e quelli di tango Natalia Cristofaro e Pietro Ripoli.

Ecco, ora che li conoscete tutti, mettetevi comodi, lo spettacolo inizia.

Arrivano a luci spente, tutti vestiti di scuro i musicisti, quasi a volersi sottrarre alla vista del pubblico, ma sarà impossibile non subirne la notevole presenza.

La voce di Salvo ci cattura; le parole del nostro dialetto, della nostra musica napoletana ci raccontano del mare, del suo mistero e della sua imponenza. Chiama subito in causa il pubblico, chiede una partecipazione che all’inizio è un po’ timida, “Faciteve sentì”, perché lui sa dove ci porterà e sa che bisognerà essere vigili.

Napoli compare prepotente non solo nelle parole delle canzoni, ma anche nell’immaginazione. Presenta i suoi compagni di viaggio e il violoncello ci illude con un’apertura sul cuore, ma poi la chitarra anticipa i ballerini di flamenco e il ritmo va. Stranissimo effetto la mescolanza tra suono, ballo e testi. La prima sensazione è quella di una centrifuga che ti impedisce di pensare, di concentrarti su un’unica cosa. Come se i sensi, apparentemente impegnati sullo stesso soggetto, vedessero contemporaneamente più spettacoli.

Femmena” e i ballerini si accomodano dopo l’assaggio della loro bravura, ma dalle sedie che occupano sul palco continuano a seguire il ritmo della musica battendo le mani, come se ancora fosse in corso una loro esibizione.

Parte la seconda coppia. Abiti aderenti, luccicanti e sexy per lei, elegante per lui. Seducenti come può essere la rumba, coinvolgenti per la musica che li accompagna.

Tutta la serata vedrà l’alternanza delle coppie. Massimiliano ha, nella definizione delle mani, la perfetta forma per l’applauso ritmato che il suo ballo richiede. I passi che rimbombano sulle assi del palco ci rimandano una sintonia perfetta.

Cambiano gli abiti, ma la magia resta intatta. Le mani di Alessia e Massimiliano accanto a Gianni, sono uno strumento aggiunto al gruppo.

Lingua spagnola adesso, col violino che sale di tono e nell’incrocio tutto si trasforma in “Torna a Surriento”.

Salvo, che batte con i piedi scalzi i pedali del piano, attacca con “Scalinatella”. Tu immagini la notte della costiera sorrentina, ma davanti a noi si balla il flamenco. E per confonderci ancora di più, i due ballerini sembrano cantare la loro personale canzone. Per magia, il movimento del corpo si ritrova perfettamente nella stessa musica, indipendentemente dall’idioma parlato.

E ritorna il tango, con un rosso fuoco… “Te voglio, te sento, te chiammo” Quanto sentimento, quanta sensualità regala questo ballo? Sono magnifici. Natalia sembra non aver peso mentre volteggia tra le braccia di Pietro.

Provato a viaggiare stando seduti su un prato? Se l’obiettivo era pagarci un biglietto, ci sono riusciti. Se in questo viaggio volevano insegnarci che si possono mescolare culture e passioni e conservare intatta l’identità e il rispetto per ognuna, la lezione è riuscita.

L’alternanza continua. “Mane dint’ ‘a sacca”, ma io aggiungerei piedi ben sciolti. Si può occupare un metro di palco e raccontare secoli di vita, di storie. Passi brevissimi, ritmati, veloci. Così veloci che diventano viaggio, sforzo, sudore. Ma che rende, per noi, una vera meraviglia.

Tutto si ripete, tutto ricomincia, come un lungo pranzo che ti propone tante portate ma che non ti bastano mai. I musicisti rendono facile questa miscela di sonorità, di sensazioni. Cosa che credo sia possibile solo a chi ha cuori senza confini. I limiti sono creazioni della mente, se si superano, allora si scopre l’infinito.

Ora i quattro ballerini si presentano insieme, per un attimo mescolati anche tra di loro. Sguardi taglienti e complici che dividono e ricompongono. Non sai se preferire quel ritmo vorticoso o il morbido appartenersi in un continuo intreccio di corpi. Ma abbiamo goduto di entrambi e questo ci appaga.

La conclusione appena accennata già crea un mormorio di disappunto. Il viaggio è comodo, intrigante, coinvolgente. Perché interromperlo?

Tu si’ na cosa grande… Dimm ca me vuò bene” E le due coppie, alternate, se lo raccontano che si vogliono bene. Senza parole, ma con passi e corpi senza segreti. Forti e leggeri, ancora una volta ci lasciano un segno delle grandi passioni dei popoli che hanno voluto raccontare.

Finisce, purtroppo, anche questa serata. Salvo ringrazia Felice Cavaliere , storico direttore artistico delle Corti dell’Arte, ora degnamente sostituito dal figlio Giuliano. Noi ringraziamo lui e il suo gruppo, perché davvero ci ha portato un “Viento” fresco, nuovo, intrigante e pensieroso. I brividi della sera meritavano di essere provati.

Ancora musica, musica, E passi di danza e spallucce e sorrisi ammiccanti. Applausi: ritmati, meritati.

Corti dell’Arte atto secondo: il magico jazz di Julian Mazzariello e Fabrizio Bosso

Incantevole connubio del piano con la tromba con note trascinanti che alleggeriscono il cuore.


le-corti-dellarte-cava-de-tirreni-22-agosto-2018-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Serata all’aperto. Serata a rischio. Per il secondo spettacolo della XXXI Edizione delle Corti dell’Arte, mercoledì 22 agosto, ci sono guardiani d’eccezione: una splendida luna con paladini di stelle e un cielo striato di nuvole che danno solo un effetto speciale, ma avranno di certo rispetto per il concerto che ci aspetta. Entriamo dai famosi portici di Cava e ce li ritroviamo nei pannelli alle spalle del palco. Il classico grigio e quell’insegna rossa “Accademia Jacopo Napoli”, per ricordare chi dobbiamo ringraziare per questa ulteriore opportunità di ascoltare talenti della musica, col suo direttore artistico Giuliano Cavaliere.

Fabrizio Bosso alla tromba e Julian Oliver Mazzariello al piano. Sono i nomi che pronuncia Eufemia Filoselli a presentazione della serata, dopo aver consegnato un’altra targa ricordo ai luoghi che hanno ospitato, in questi lunghi e meravigliosi anni, lo spettacolo delle Corti. Tocca al Complesso monumentale di San Giovanni, altro simbolo del passato di una Cava che ha saputo scrivere la storia del suo territorio e dei suoi cittadini e non vuole cedere il passo al tempo che avanza. Figlio di questa Cava è anche Julian, dal nome “straniero” perché nato in Inghilterra, ma con un papà cavese e dunque praticamente a casa sua. In questo viaggio ha toccato già vette altissime (tra cui concerti con Dalla, una trasmissione RAI con Bonolis, una vittoria nell’unico Sanremo dedicato al jazz), ha fatto incontri e tra i tanti, famosi e storici, un posto d’onore spetta a Fabrizio Bosso di Torino. Incontro fortunato per loro, che hanno scoperto una passione da condividere e direi fortunato anche per noi che raccogliamo i frutti di tanta meraviglia. Perché meraviglia sarà questo viaggio che hanno deciso di condividere con noi. Da Tandem, il nome del loro album, con le interpretazioni dei grandi, da George Gershwin ad Antonio Carlos Jobim, da Legrand a Bernard Hermann, gli omaggi a Nino Rota ma anche con spazio per loro brani originali: “Wide Green Eyes”, “Dizzy’s Blues”, “Goodness Gracious”.

Il tandem che ho immaginato mi aveva fatto sognare pedalate tranquille, ma da quando il jazz è stato questo?

Arrivano in maniera semplice, Julian vestito di scuro, Fabrizio in grigio chiaro. Un tocco di colore è dato dai fiorellini della sua camicia, ma non hanno nulla da mostrare, solo da regalare. Svanisce tutta l’apparenza, la tromba si sveglia e suona come a voler catturare l’attenzione di qualche animo ancora distratto.

I tasti di Julian si insinuano perfettamente nelle note cristalline della tromba. Si avvicinano e inizia una corsa, col piano che mostra più resistenza, continuando senza stancarsi, senza sfiancarsi.

L’ingresso della tromba da una stradina laterale sorprende, ma si sente subito che hanno lo stesso passo, lo stesso ritmo.

Lo spazio aperto ci consente subito un applauso liberatorio e i loro sorrisi complici, sul palco, ci avvisano che tutto è cominciato, che il viaggio ha avuto inizio.

Guida Julian, Fabrizio segue con occhio attento. Ad ogni nota lenta, cercata, un lieve cenno del capo. E di nuovo lei, la tromba della sera, quella che non suona ma parla. Quella tromba lì apre scenari nella via, apre le porte di casa, richiama gente nelle strade. È un suono ammaliatore che potresti ascoltare per ore, senza pronunciare mai una parola, per rispetto di quel racconto muto. Unico interlocutore: il piano.

Tutto nuovo. Tutto diverso. Ritmo, virtuosismi, colpi pesanti. Qui c’è forza, quella vera, invincibile. Quella che non combatte con nessuno perché non ha nessun avversario. Vince sempre.

Non si aspetta la fine per applaudire. Come le mani di Julian, anche le nostre non resistono alla tentazione di correre. Ma le sue sono ben altra cosa, sia chiaro!!!

Una cascata di energia precipita dal palco e ci sommerge. Ma non ci fa paura. Anzi! E che ingresso per Fabrizio! Come posso spiegare ciò che sento? Sono due folli che pedalano a perdifiato in una discesa senza freni. È l’unica immagine che rende lontanamente il brivido che lasciano uscire dai loro strumenti.

Ma poi bisogna riprendere fiato.

Un thè seduti al bar, offre Julian. Racconti di un quotidiano tran tran, donne a passeggio sottobraccio e uomini d’affari chini sotto i loro cappelli a falda larga; un tempo passato ma sempre attuale. Fabrizio serve lo zucchero. Il sapore del pomeriggio si addolcisce, è quasi languido il suo guardare fuori dalla vetrina. Ma si interroga e come su ciò che vede, su ciò che sente e ce lo racconta.

Difficile guardarsi intorno. Il racconto di Julian ha un altro scenario, ma la strada è sempre protagonista. Fabrizio comprende e si insinua, modifica la sua tromba e ora sembrano in tanti a suonarla. Graffia di più.

Pioggia, una Cadillac Town Sedan che passa, poliziotti con manganelli che guardano… Tante differenze, ma quella musica unisce tutti. E tutto.

La tromba sembra produrre un’eco, Fabrizio suona e anche quando non lo fa la musica continua, come un’anima a sé, come un corpo che ha preso nuova forma. Sempre la stessa cadenza, un ritornello di note…

Voi non le leggete le pause che faccio. Ma alcune note non hanno parole che possano renderle. Potrei, forse, parlarvi dei massi che sanno spingere giù dal cuore. E per loro sono macigni senza corpo, leggere pietruzze spostate con dolcezza, cancellandone il peso e rendendo leggera anche me. Felice.

Ma il viaggio continua. Piccoli passi veloci. Se c’è una cosa certa tra questi due formidabili musicisti, è che sanno dove andare. Sorridono, siamo noi a corrergli dietro, inconsapevoli dell’obiettivo, ma certi di non voler mancare quell’appuntamento. Pedaliamo con loro, senza fiato perché non siamo preparati. Vedo solo le mani di Fabrizio, ma so per certo che quelle di Julian si muovono allo stesso modo: il suono ha perfetta sincronia, non lascia dubbi.

Parentesi tecnica, si rompe la corda del piano? Fabrizio lo prende in giro: “è la potenza di quest’uomo”

È il loro mondo questo. Sono loro che si cercano e, per fortuna nostra, si trovano. Ognuno è perfetto nell’incrocio con l’altro. Un incastro impeccabile che ci rende un quadro immaginario esemplare, che non vediamo mai, ma della cui esistenza non possiamo dubitare.

Grande assolo di Julian, ma in quel suo andare solo ci trascina tutti con se. La tromba penetra, porta sorsi d’acqua alla truppa in corsa, distrae dalla fatica. Se ne accolla lei il peso e lo rende leggero, filtrandolo attraverso le note libere nella serata ormai fresca, come in una vecchia odiata “Estate”.

Le note arrivano sconosciute ma chiare, inaspettate ma anche prevedibili, tanto che il corpo segue un ritmo che facciamo nostro, come se fosse quello che aspettavamo, che quello che volevamo. Mitici.

Siamo di nuovo accelerati. Non c’è troppo tempo per riflettere su quanto vediamo, il paesaggio va fotografato nella memoria e rielaborato altrove. L’imperativo adesso è andare, procedere, avanzare con questo ritmo che non prevede soste. Solo continui tocchi, tasti, nervi tesi, stridori di pelle, scontri nella folla: ma non si indietreggia di un passo. Un leone ruggisce alle nostre spalle, non conviene rallentare.

Julian non si trattiene. Dopo il ruggito di Fabrizio, il suo urlo non è da meno.

Il saluto di Fabrizio è nel riconoscimento per l’amico prima e per il musicista poi. Grandi incontri che regalano emozioni uniche, come il loro abbraccio, sincero, di slancio e quasi pudico, come se avesse svelato per intero la grande sintonia che la musica e poi la vita gli ha regalato.

Si separano. Julian sul palco, Fabrizio sul prato. Sentire la tromba che ti accarezza le spalle fa un grande effetto. È solo, ma ci circonda tutti. Il suono si allontana ma lo sai che non ti lascerà. C’è Julian a trattenerlo, a richiamarlo. Ci sono ancora e noi tra di loro, in un incanto magico. Arriverà dal centro, Julian lo aspetta continuando a suonare; sorride e dedica note pazienti, sa che si mostrerà ancora.

Ci concedono un bis dopo gli applausi scroscianti.

Sembra che stiano sciogliendo i muscoli. Sorridono e muovono le spalle. Ma quella velocità è sorprendente. Non si corre così. È scorretto. Non possiamo avere il vostro passo. Restiamo seduti, sconfitti, ma felici di sapere che ci sono “folli” che sanno pedalare con tanta energia da trascinarsi dietro una carovana numerosa come tutto il pubblico delle Corti dell’Arte, incantato da un viaggio che ricorderemo a lungo.

Il Museo dello Sbarco, un tesoro da far conoscere … e da proteggere

Cronaca di una visita in un luogo della storia che vive solo grazie al volontariato


SALERNO. L’invito a visitare il Museo dello Sbarco, a Salerno, arriva improvviso, solo poche ore fa. Ma non c’è bisogno di riflettere su una proposta del genere, si accetta e basta. Per me che amo la storia, in particolare la II Guerra mondiale, non c’è da scegliere, si va.

Ad accoglierci il Presidente del Museo, Antonio Palo, che sarà anche il nostro speciale Cicerone.

La piantina del Museo ci obbliga in una direzione, perché ci sono eventi cronologici che vanno sottolineati, come racconta la prima foto manifesto, che riporta la frase di Jack Belden corrispondente di “Life”, la rivista che diede inizio, di fatto, alla diretta dal fronte. È anche grazie a loro che si possono oggi raccontare momenti particolari che hanno segnato quei giorni che avrebbero dato l’esito che conosciamo a quella che davvero ha meritato, purtroppo, la definizione di Guerra Mondiale. Il numero di civili caduti, testimoniano di come si sia combattuto ben oltre le linee di trincea.

Siamo pochi e tutti seguiamo attenti le parole del direttore Palo, ma quello che rapisce la mia attenzione, oltre al già indicato interesse per la materia, è la luce che gli brilla negli occhi. Il Museo, come scoprirò a breve, è di fatto un’iniziativa privata, il lavoro di raccolta, di allestimento e di catalogazione è frutto di una loro passione e non di un’iniziativa Comunale. A me è sembrato strano, a voi non so che effetto fa.

In questa gigantesca sala, come si mostra dopo il breve angolo d’ingresso, c’è un pezzo della storia non solo di Salerno, né d’Italia, ma del mondo intero. Tutto è cambiato dopo quel conflitto, forse quello che non è rimasto è proprio la Memoria. Quella Memoria fondamentale che andrebbe tutelata dalle Istituzioni, ma che invece viene lasciata spesso sbiadire. Ed ecco allora che il lavoro di persone come Antonio Palo e dei suoi collaboratori, diventa servizio per la comunità, diventa rispetto per l’Umanità.

Sono tanti i dettagli che ci ha svelato, come la storia di “Ciccio ‘u ferroviere”, che non è il capostazione della strada ferrata, ma il nomignolo affibbiato all’aereo ricognitore, il “Mosquito”, che aveva sorvolato per tantissime sere il cielo salernitano senza mai agire, e per questo considerato quasi un appuntamento quotidiano, come quello del treno alla stazione. Sarà proprio lui intanto, la sera del 20 giugno del 1943, a sganciare la prima bomba su una Salerno che si era considerata molto fortunata rispetto alla vicina Napoli, che di bombardamenti ne aveva subiti tantissimi, tanto da contare, a fine guerra, un numero di morti tra i più alti della Nazione.

Fu così che anche il nostro cielo conobbe “la morte che arriva dall’alto”, in un periodo relativamente breve, ma che riuscì a segnare i destini di tantissime famiglie.

Palo ci mostra foto che ritraggono immagini di macerie che lasciano spazio a palazzi intatti che riconosciamo ancora presenti ai nostri giorni, o come la statua antistante la Stazione, che però risultava già monca della Vittoria Alata, opera in ferro staccata nel ’41 durante la raccolta di metallo per il conflitto.

Ogni tappa davanti alle foto è occasione di aneddoti, come quando ci racconta del bombardamento su Battipaglia, giovane città nata solo nel 1926 e definita la Guernica d’Italia, per la violenza con cui fu colpita vista l’importanza del suo nodo ferroviario. A differenza della vicina Eboli che ne subì uno soltanto.

Ci parla di Montecassino, bombardata su preciso volere di uno degli alleati perché convinto che vi fossero all’interno i tedeschi, mentre furono oltre 250 civili a perdervi la vita, diventando poi comodo rifugio per i tedeschi che riuscirono a sfruttare le macerie del Monastero per resistere alle truppe alleate.

Ma quei giorni frenetici fecero da sfondo a cambiamenti importanti. La vita politica si spostò nella provincia campana che fu eletta capitale e nelle nostre città si ebbero residenze famose, come quelle del Presidente Badoglio a Cava, o del re in persona, a Ravello.

Davanti alla mappa delle manovre organizzate dagli alleati per arrivare “nel ventre molle di Hitler”, come Churchill definì l’Italia, mi sento un po’ soldato anche io. Immagino le tensioni di quelle strategie che in realtà non furono così oculate. Il generale Patton ebbe a dire che se fosse stato un semplice sergente tedesco, avrebbe saputo come ributtare a mare gli alleati. E questa eventualità davvero stava per realizzarsi, perché il territorio salernitano, con tutte le montagne che si trovano alle sue spalle, offriva alle truppe tedesche una grande copertura per la controffensiva. Fu solo grazie alla collaborazione con le truppe di terra e aeree che gli uomini di Clark riuscirono a mantenere la posizione.

Dovunque guardiamo c’è un’atmosfera quasi irreale. Dalle divise originali di paracadutisti e ufficiali, dalle bombe, agli attrezzi, al cannone ritrovato in tempi recentissimi durante gli scavi del Crescent, tutto ci trasporta dentro un’atmosfera irreale. La terra su cui sono posti quegli oggetti, sembra avere ancora l’odore della polvere da sparo, delle lacrime e della morte che li accompagnavano.

Curiosi guardiamo le pagine dei giornali dell’epoca, la comparsa della Coca Cola, “le prime bollicine” assaporate e le scatole di sigarette e medaglie e documenti e una Bibbia e tante vite passate troppo in fretta sotto i colpi di una follia senza fine.

Ma il giro continua: i manifesti con i ministri del nuovo governo, nomi storici, da De Gasperi a Togliatti, Croce ai due futuri presidenti Saragat e Gronchi, ci guardano dalle pareti, ma non sono immobili. In loro vibra ancora lo spirito, il desiderio di un cambiamento che oggi sembra più lontano di allora.

E poi ancora foto di quel lontano 1944, con l’eruzione del Vesuvio che rese Salerno completamente nera di lapilli, o il famoso e occultato treno per Balvano, che con quasi 600 morti, rimane una delle sciagure più gravi nell’ambito ferroviario della nostra storia.

Ma ci sono anche due giovani sposi che attraversano le macerie, a testimonianza di come si debba sempre guardare al futuro.

E poi, i ricordi di Henry Blisset, ufficiale inglese, regalati al Museo dal figlio, che ha arricchito la collezione con pezzi pregiati, come il diario dei Commandos, pezzo unico al mondo. Ma anche tanti ricordi della vita da civile, tramandati a voce per testimoniare come esperienze così gravi come la guerra ti segnano per sempre.

Non vi racconterò tutti i segreti che abbiamo scoperto, vorrei che in voi nascesse la giusta curiosità per andare a verificare di persona, ma un’ultima cosa ve la dico.

All’uscita, quando ci ritroviamo di nuovo “in libertà”, guadiamo due ultimi pezzi: un cannone e un carro merci.

Su quest’ultimo c’è una scritta, sbiadita ma ancora leggibile “Cavalli 8 – Uomini 40”. Questo il potenziale, in realtà in carri come questi sono state trasportate fino a 100 persone per viaggi con destinazione allora ignota a porte piombate. Con loro un bidone per l’acqua, uno per i bisogni fisici. Chi non sopravviveva, ed erano tanti, diventava seduta più morbida per chi resisteva.

Noi andiamo via. Torniamo a casa in macchina, con il nostro spazio. Non è quella la nostra realtà e vorremmo sperare che non lo sia per nessuno, ma quando sei in compagnia di teste pensanti, alle tue riflessioni aggiungi le loro.

E non possiamo non immaginare quei bombardamenti che vediamo di sfuggita nei servizi dei TG, quelli che ci colpiscono solo per pochi attimi, quelli che possiamo cancellare col tasto del telecomando. Non possiamo non sottolineare come la paura di pochi giorni ha segnato intere generazioni, figurarsi chi da anni vive quotidianamente quella condizione.

Memoria è stata una delle prime parole che Palo ha pronunciato. Memoria è anche quella che voglio lasciare qui alla fine di questi pensieri. Non cancelliamo le nostre origini, non evitiamo di scoprire la nostra storia, non permettiamo a qualcuno di farci credere che non serve conoscere il nostro passato. Quel passato ci ha consegnato il mondo in cui viviamo e se non ne siamo contenti, dobbiamo guardare indietro e capire quali sono stati gli errori, per non ripeterli ancora, per poter essere migliori, per poter creare nuove opportunità non solo nuovi guadagni. La guerra è solo interesse economico, non cercate mai di nascondere questa parola dietro un sentimento di umanità.

Emozioni giovani con “Giulietta e Romeo, una tragedia in musica”

In scena al Cortile del Teatro Barba, con il Gruppo “Emotions on stage” e la regia di Carla Russo.


CAVA DE’ TIRRENI (SA). Dopo le emozioni di “Hope”, nuovo appuntamento, il 20 luglio, con la Rassegna “Cava è… estate”, sempre nel Cortile del Teatro Luca Barba. Ritrovo una grande appassionata di teatro e di ballo, Carla Russo, presidente della compagnia “Emotion on stage”, che ha curato la regia dello spettacolo “Romeo e Giulietta – Tragedia in musica”.

Spiegare la vicenda di Giulietta e Romeo sembra cosa banale, perché davvero mi chiedo chi possa non conoscere il dramma di questo amore. E allora, prima che dalla storia, mi faccio incuriosire dai particolari, come quei due stemmi che saranno lo sfondo immobile in tutta la scenografia, a rappresentare i Montecchi in blu e i Capuleti in rosso, risvegliando ricordi di una storia infinita, di un amore secolare, di divisioni e di incomprensioni che ancora oggi non si sanno risolvere: rosso e blu, bianco e nero, ricco e povero…

Non puoi schierarti con chi vuoi”, canta il Principe di Verona, a sottolineare come spesso si nasca già prigionieri di un pensiero senza aver l’opportunità di scegliere secondo i propri principi. Le marionette che mostra nelle mani, ovviamente una blue e una rossa, sono quello che noi diventiamo quando lasciamo che la nostra vita sia gestita da pregiudizi e non da raziocinio.

Mi colpiscono frasi come “voi arrugginiti nell’odio…”, perché davvero l’odio logora, corrode, distrugge: e ne sappiamo qualcosa ancora oggi. E parole antiche tradotte in scene moderne, concetti che vorremmo definire retrogradi risuonano ancora con grande peso: “…noi siamo i re…” in uno sfoggio di potere e onnipotenza “…né leggi né morale…”.

Mentre noi ci perdiamo dentro il canto di Romeo, e il “popolo” si accapiglia restando fedele alle diatribe dei “padroni”, fanno anche un gran lavoro i tecnici, coi cambi di scena, e tavoli che erano torri diventano panche e poi letti… Il teatro è lavoro di gruppo, ma è soprattutto lavoro. Una fatica che genera gioia e piacere…

Intanto le emozioni brulicano in scena. Quando Romeo e Giulietta si scoprono travolti dall’amore, ancora non sanno quanto difficile sarà vivere quel sentimento.

Ride delle cicatrici chi non è mai stato ferito”. Grande coinvolgimento per quella scoperta, per quell’emozione che investe e impaurisce. Il pubblico applaude al loro bacio anche sapendo che sarà l’inizio della tragedia, ma rivivere quella storia, quella passione, non smorza l’emozione neanche a distanza di secoli, “…ama e cambia il mondo…”

Ma in questa storia è già tutto scritto; l’incontro scontro tra Mercuzio e Tebaldo, il loro inveirsi contro con parole che non gli appartengono forse, ma che li hanno nutriti da sempre, sfocia nella tragedia. Solo dopo ci saranno considerazioni razionali

“…vivi la libertà di dire sì e dire no…”

“…chi raccoglierà i sogni che avevi…”

In un attimo confluiscono i rancori di generazioni che genereranno la punizione: non morte, ma esilio per Romeo.

Mi colpisce il dramma del padre di Giulietta, il suo tentativo di sistemare la faccenda promettendola in sposa a Paride: “…bambina mia rimani qui…” ma con rabbia e dolore, strazio e amore.

Questi sono sentimenti moderni? O l’amore padre-figlio è più vecchio di noi, di Shakespeare, o è lui padre del mondo?

Mentre i pensieri mi affollano la testa, si compie il dramma: non si applaude alla morte, neanche a quella finta di Giulietta.

Una musica dura fa da sottofondo, sottolineando la gravità del momento.

Quante bugie possono nascondersi dietro vite che si spengono? Una domanda che ha un’attualità paurosa o forse lo è già stata in passato e continuerà ad esserlo per il futuro.

“…chi ti ha strappato dagli occhi i colori…?”

Non solo gli occhi di chi non c’è più saranno senza colore, ma chi resta, i colori se li strappa coscientemente di dosso. Tutti restano in bianco a cancellare un’appartenenza una divisione.

Per l’ennesima volta Romeo e Giulietta hanno sentito nascere questo grande amore e ancora una volta non sono riusciti a viverlo. Riusciremo noi ad essere più fortunati?

A fine serata Carla arriva per i dovuti ringraziamenti istituzionali, agli sponsor che hanno permesso la realizzazione di uno spettacolo ambizioso, che ha richiesto un grande impegno anche economico vista la presenza dei numerosi microfoni e a collaboratori e attori che le hanno permesso di creare uno spettacolo ambizioso: Francesco Capuano – Romeo, Luisa Della Rocca – Giulietta, Luana Milone – Lady Montecchi, Antonio Ferrara – Conte Montecchi, Serena Rispoli – Lady Capuleti, Alfredo Santoriello – Conte Capuleti, Martina Nunziante – Nutrice, Leonardo Sorrentino – Mercuzio, Luca Mannara – Benvolio, Mariano Granata – Tebaldo, Paolo Santoriello – Paride, Mattia Ruocco – Principe di Verona, Gerardo Siani – Frate Lorenzo, Vincenzo Pio Senatore – Frate Giovanni, e Giulia Impero, Chiara Carotenuto, Stefania Della Rocca, Gabriella Germani, Elena Manzo, e Ada Palestra nei ruoli di serve e cittadine di Verona. A cui aggiunge Michelangelo Maio per le musiche, Carla Leone per le coreografie, Lorena Raia per le scenografie , Anna Avella, Anna Ragone e Paolo Vitale per i costumi. Vincenzo Casaburi per il Service Audio-Luci, Alfredo Santoriello per l’elaborazione grafica e l’organizzazione Emotion on stage e Re.Ame srl.

Tra i tanti ringraziamenti mancano solo quelli per la stessa Carla Russo e allora li faccio personalmente ripensando a considerazioni che nascevano mentre guardavo i ragazzi recitare, il loro reale adattamento al ruolo, in particolare la spensieratezza di Mercuzio, la gravità di Tebaldo: saper assegnare ruoli è compito di chi sa vedere prima degli altri le doti nascoste. e lei sicuramente ha questa dote. E allora grazie a tutti voi che ci avete regalato una vecchia storia che dopo secoli ancora può regalarci riflessioni.

“Hope, fame di vita”: il dolore dei tempi, la necessità della speranza

Un’emozionante creazione teatrale di Luigi Sinacori e Mariano Mastuccino, con “La bottega della ribalta


La manifestazione è “Cava è… estate”, il luogo è il Cortile Teatro “Luca Barba” e la compagnia di turno in questo mercoledì 18 luglio è l’Associazione Arcoscenico “La bottega della ribalta”.

Il dramma rappresentato ha testi e regia di Luigi Sinacori e Mariano Mastuccino, due giovani appassionati che da anni vivono in simbiosi con il teatro, regalandosi e regalandoci liberi pensieri e visioni di vita.

Lo spettacolo ha come titolo “Hope, fame di vita” e noi la Speranza la troviamo scritta davanti ai nostri occhi, al bordo del palco, ai piedi di chi reciterà. Divisa in pezzi, in uno spelling silenzioso, letterine divise da piccoli vasi che provano ad illuminarle con deboli fiammelle che tremano sotto rari refoli di vento.

Una musica calda in sottofondo ci accompagna negli ultimi attimi di attesa, mentre guardiamo una sedia, un leggio e una chitarra alla nostra sinistra; a destra panche? Coperte? E sullo sfondo un muro con lunghi tendaggi neri. Dove ci porteranno?

Luigi Sinacori e Mariano Mastuccino fanno gli onori di casa, spiegando come il lavoro, realizzato a quattro mani sia per i testi che per la regia, si svolga in un unico atto diviso in tre quadri; ringraziano l’Amministrazione per l’opportunità che ha dato alle giovani compagnie cavesi che hanno aderito all’iniziativa e velocemente lasciano spazio alla chitarra, che è la prima ad animarsi grazie a Lorenzo Cammarano. Le sue note anticipano l’ingresso di due giovani: il velo sul capo di lei è una protezione o simbolo di appartenenza? Altri li seguiranno occupando quelle panche perché i luoghi dell’attesa e della speranza non sono mai solitari…

Adesso partiamo…” inizierà con le stesse parole il discorso di ognuna di quelle persone che si alterneranno al centro del palco. Un centro che è un ideale centro di vita, quel luogo da cui di vite ne partono tante quasi quante non riusciranno mai a partire.

“…partenze, barconi, bombe, nuvole di fumo…”

Di nuovo “Adesso partiamo…” “…da quale guerra, la guerra di chi? La guerra è guerra…”

Alle loro spalle una ballerina esprime col corpo il disagio, la rabbia, la paura che nascono ascoltando quelle parole.

Adesso partiamo…” “In Italia non c’è guerra” Ma la guerra ha tante forme, tante facce. “Lì c’è democrazia, si parla. Le loro guerre sono umanitarie”. E spuntano i signori ben vestiti che vanno a proteggersi dalle bombe con i giubbotti antiproiettile, ma quelli non servono, non bastano contro le bombe. Tra l’altro sono in genere fortunati, perché mentre loro sorridono e scambiano strette di mano, non ne cadono di bombe…

Adesso partiamo…” e tocca il tema del lavoro dello sfruttamento delle umiliazioni e del ritorno a casa “torni con le tasche vuote e capisci che hai fallito e fallire vuol dire morire…”

E i clandestini nei centri di accoglienza? Soliti personaggi ben vestiti che regalano sorrisi e stringono mani che poi nascondono!

Ognuno dei personaggi, ognuno di quegli uomini e donne hanno raccontato il perché del proprio viaggio, la disperazione nel dover lasciare e la speranza di arrivare dove qualcosa potrebbe essere concesso.

Ma la speranza è davvero facile da coltivare? È davvero giusto mantenerla viva dove nulla ti aiuta ad alimentarla, dove la realtà non concede spiragli per la sopravvivenza, quando dormire è un lusso perché dai sogni ci si risveglia e ciò che vedi è ciò che non puoi sopportare?

Nulla concede un attimo di forza per continuare a pensare al domani, solo continue domande: chi sgancia le bombe? Dicono che sono loro… ma loro chi sono?

Non serve pregare perché tutti si mescolano e diventano tutti complici delle bombe che si sganciano per abbattere moschee, cantine, grotte. Tutte allo stesso modo.

Adesso partiamo…” cosa sarà della famiglia che lasci o che ti porti dietro? E cosa vogliamo, un padre che porta da mangiare o un padre vivo? Domande senza risposta!

Adesso partiamo…” dal barcone vedi ancora quello che si vede a terra? “…Non vedo uomini vestiti bene, che parlano bene, ma uomini che lasciano famiglie e vedo moschee che saltano insieme a cantine e a grotte…”

Chi parte ha ancora la forza, ha ancora SPERANZA.

Ma tra le immagini che si accavallano in un viaggio che è un incubo, prevale quella della coperta accesa per riscaldarsi. E allora perché non lasciarsi annegare? Senza speranza, senza forza, senza luce.

Le parole e l’interpretazione ormai hanno coinvolto tutti. Il corpo della ragazza che danza, Laura Cammarota, racconta a modo suo la stessa sofferenza che abbiamo ascoltato da tutte quelle parole e la chitarra di Lorenzo attacca una formidabile Rocket man di Elton John; peccato che la tensione del momento non gli renda il meritatissimo applauso che è rimasto nelle mani di tutti, ne sono certa, ma che avrebbe spezzato l’incantesimo che magistralmente avevano creato i componenti della compagnia. Cioè Gianluca Pisapia, Francesca Cretella, Maria Fiungo, Federico Santucci, Licia Castellano, oltre a Mariano e Luigi, mentre le panche diventano letto e Luigi come Diogene usa una lanterna. Cosa cerca?

Ci trasportano velocemente in uno dei tanti centri di raccolta, luoghi dove centinaia di persone non riconoscono più vita o morte. E qui nasce il dialogo-confronto tra Luigi e Mariano, tra chi spera e chi non ce la fa più. Sogni che si scontrano con la realtà.

Pregare, credere nei miracoli? Nessuno sa niente di ciò che accadrà una volta partiti, ma tutti vogliono andare. “…a noi sopravviverà la speranza…”

Ma al completo sconforto si oppone il sorriso: condividere il viaggio è già una fortuna.

E quando vanno ad interrogare un silenzioso terzo uomo scoprono che è cieco “…non mi manca ciò che non conosco, ma le vostre voci le ricorderò per sempre”. E anche questo è un miracolo ed un motivo in più per aspettare domani.

Non è passato molto tempo dall’inizio dello spettacolo e non è ancora finito, ma qualcosa di molto forte è già arrivato a destinazione. Dialoghi curati, parole usate con grande maestria, con cura dei dettagli. Tante voci mischiate, tanti problemi toccati senza nessuna retorica e senza mostrarsi da nessuna angolazione politica, ma negli aspetti umani più profondi. Peccato che l’uomo sia rimasto vittima della stessa politica che ha creato per essere libero! Ma stasera non è lei la protagonista, lo sono quelle immense masse che vengono staccate dalle loro radici e gettate in pasto ad un mondo che non li vuole, anche se è lui stesso la causa di quella fuga. Un cane che si morde la coda, un continuo rimbalzare compiti e doveri senza cercare il bandolo della matassa.

Ma la solitudine non passa solo attraverso barconi e bombe.

L’ultima scena ci mostra due amiche sedute al bar: una attenta alla sua malattia, alla sua raggiunta indifferenza verso gli altri, al suo essere finalmente INTOLLERANTE. L’altra disponibile al dialogo, con il piccolo difetto di non ascoltare assolutamente la persona che le parla. Due vite vicine, due vite parallele, due vite distanti.

Intolleranza, indifferenza, superficialità, solitudine. Dialoghi senza confronti, parole che rotolano ognuna per la propria strada senza incontrarsi mai.

Questa indifferenza agli altri genera egoismo, voglia di sopraffare chi ci sta intorno. Il monologo di Gianluca è perfetto per esprimere questo concetto. L’uomo nella disperazione rischia di perdere il senso comune, perdendosi nei “colori e negli odori industriali”, cercando il modo per prevalere su chiunque gli sia accanto.

La chitarra ritorna per accompagnare gli attori che vengono presentati al pubblico.

Io l’ho già fatto e ne sono contenta. Loro sono stati le voci di chi voce non ha, loro hanno parlato di un problema di cui si parla troppo e da troppo tempo, ma a cui non si vuole dare soluzione.

La guerra, gli spostamenti di massa, le ricostruzioni sono fonte di guadagno. Fino a quando l’uomo vedrà, nella persona che ha di fronte, solo un portafogli in movimento o un pericolo per il suo portafogli, nulla mai cambierà.

Per questo ringrazio gli autori di questo spettacolo dramma, perché è necessario mantenere vivo il ricordo dell’essere vivente che è in noi, perché è giusto toccare tasti così delicati e dolenti senza necessariamente sentirsi vittime, ma solo, semplicemente PERSONE.

Nella Real Casina di Caccia una splendida serata di musica e solidarietà, con Espedito De Marino, il Maric… e l’esercito italiano

PERSANO (SA). Il giorno dopo la serata del 15 settembre a Salerno presso l’Associazione Azimut col Sindaco di Accumoli Petrucci (vedi articolo uscito su Vivimedia sabato 23 settembre), siamo ancora insieme al MARIC, Movimento Artistico Recupero Identità Culturali, per la presentazione del libro “Oltre le pietre- Pagine di creatività per la nuova Accumoli” (Ed. Arti Grafiche Boccia), ma tutto intorno a noi è completamente diverso. Siamo ospiti della Casina Reale a Persano, residenza di caccia dei re borbonici. Natura, mezzi militari, divise e stellette ad accoglierci.

Il luogo è incantevole. Ci introduciamo nel cortile già pronto ad accogliere la serata: sedie rosse disposte perfettamente di fronte ad un palco con tanto di divani e poltrone, preparato con gusto dalla first lady Isabella Pizzo, moglie del Presidente del Maric Vincenzo Vavuso.

La prima cosa che mi colpisce è la chiesa aperta ed illuminata che si intravede immediatamente di fronte al portone d’entrata, nel porticato opposto. Tenue tonalità di verde e giallo al soffitto, il Vangelo aperto e un organo particolare si offrono allo sguardo dei curiosi che vi entrano.

Arriviamo ancora con la luce del giorno e un rapido giro ai primi piani ci permette di fare degli scatti sul panorama e sugli interni maestosi sulle cui pareti spiccano quadri dei famosi cavalli di Persano, che ritorneranno spesso nel corso della serata. E un cane in marmo sulla balaustra della scalinata si fa rispettare senza però incutere timore.

Che la serata sarà ancora una volta diversa lo testimonia l’atteggiamento di Franco Bruno Vitolo, presentatore e una delle anime di questo movimento; sta seduto in prima fila con i suoi innumerevoli appunti e ancora sfoglia quel libro che ha fatto nascere e di cui conosce ogni singola virgola. Ma l’arte non diventa mai monotona, guai se così fosse. Lui sa che in ogni posto le parole possono assumere significati diversi e valori nuovi.

Ci accoglie come padrone di casa il colonnello Stefano Capriglione, che guida una delle caserme che appartengono al vasto comprensorio di Persano. Le sue parole non sono “doverose”, ma volute e sentite.

Ci parla della loro vita in caserma, di questo luogo voluto dare Carlo III e opera del grande Vanvitelli, del loro ruolo di servitori dello stato, dell’orgoglio di poter essere d’aiuto e di difesa per noi tutti. Si dice profondamente colpito dall’iniziativa del Maric e da questo spirito di solidarietà che lascia la sfera dell’astratto e si rende pratico nella raccolta di fondi per raggiungere l’obiettivo che è la Casa della Cultura da costruire ad Accumuli.

Stasera manca la delegazione che rappresenta Accumoli, ma ci sono ancora Teresa D’Amico, senza la sfilata anche se la location sarebbe invidiabile con la sua passerella naturale, e Rosalia Cozza, scrittrice “straniera” nella nostra Campania, che ci regala il ricordo dello scalpiccio dei cavalli che sembra evocarsi tra queste mura e che le portano alla mente la natia Calabria e l’infanzia vissuta con il papà che allevava proprio cavalli. La Terra ritorna e non credo che sia perché compia un viaggio, ma semplicemente perché ci plasma. E noi le apparteniamo; ovunque ci portino i nostri piedi, l’anima è sempre legata alle sue radici.

E poi Gerardo Iorio, che ha “prestato” la sua pittura al Maric e che ha le sue radici proprio qui a Persano, che, da borgo così importante, non può non avere un’Associazione che ne conservi la storia. Conosciamo così Antonio Gallotta, presidente dell’Associazione “Persano nel cuore” (coorganizzatrice della manifestazione), che specifica come le sue radici appartengano a questo posto fin dal 1760. Un modo per sentire non un racconto di storia, ma entrarci completamente dentro.

Stasera Franco la legge la pagina di “Oltre le pietre” scritta da Stefano Petrucci, sindaco di Accumoli, che ieri sera ha preferito non risentirla per non aggiungere batticuore a batticuore, dato che vi si accenna alla vita che un tempo c’era al suo paese, per cui sta lottando affinché non vada tutto perduto. Nel cammino si incontrano ostacoli ma anche nuovi amici e dunque c’è, vivo e sentito, il ringraziamento all’opera del MARIC. E non può mancare l’intervento di Vincenzo Vavuso, Presidente fondatore del movimento. E se da sempre ho sentito nei suoi interventi una partecipazione forte, stasera, se possibile, mi sembra ancora più coinvolto. Ci racconta del viaggio che stava compiendo alla ricerca di artisti che volessero aderire al progetto MARIC e che si svolgeva proprio negli stessi giorni di agosto dello scorso anno. Fa fermata ad Accumuli, il giro nella zona rossa e la necessità di non restare indifferenti davanti a tanto scempio. Da quella sosta alla decisone di devolvere tutto il lavoro di questo primo anno di vita per quel paese così stravolto dalla furia della natura passò forse solo il tempo per formularne il pensiero.

E così è stato. Ma la sua emozione stasera è data dalla “confessione” di essere lui stesso un militare. Uomo che già da tanti anni, come ricordava il colonnello Capriglione, ha deciso di dedicare la propria vita al prossimo e quindi, ritrovarsi così calorosamente accolto da colleghi per una causa così nobile, lo rende orgoglioso, felice, fiero. Sono queste le cose che ti danno la spinta per sacrificare tutto per un sogno. E Vincenzo ha avuto il piacere di vivere emozioni così grandi.

Adattissima allora la lettura di Franco Bruno della poesia di Alfonso Gargano, “L’esercito Italiano” particolarmente apprezzata, che precede l’intervento di Maria Rosaria Vitiello, Consigliere Provinciale e Insegnante di Matematica e Fisica al Liceo scientifico di Pagani. È la prima volta che la incontro, ma noto anche in lei, come tutti i suoi colleghi, la profonda certezza che bisogna agire sull’educazione delle nuove generazioni affinché la cultura resti qualcosa di sempre vivo nelle coscienze e non un abitudine al mordi e fuggi, come accade troppo spesso con le nuove realtà dei social, che sembrano rendere vere le notizie solo per il tempo di una visualizzazione e poi se ne perdono tracce e ricordi.

La citazione che ci ricorda, di Bernard Shaw ,“Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso e si usano le opere d’arte per guardare la propria anima”, spiega molto dell’essenza del suo e del nostro pensiero.

Uno degli ultimi saluti e ringraziamenti sono per Luigi Chirico e Giuseppe Zaccaria, titolari dei ristoranti vietresi “Il cantastorie” e “Il pescatore”, che anche stasera hanno lavorato per offrire un buffet agli ospiti della caserma.

Ma la serata ha ancora un grande regalo per i presenti: Espedito De Marino, chitarrista cantante che per vent’anni ha accompagnato l’indimenticabile Roberto Murolo e che stasera ci regalerà alcuni pezzi del suo vasto repertorio.

Arriva sul palco uscendo dalla Chiesa che abbiamo di fronte e nella quale ha trascorso l’attesa del suo momento. Non mi sembra un gesto casuale e quasi nello stesso momento arriva all’improvviso un odore forte che sembra trascinare i sensi verso quella Terra che per così tanto anni ha visto allevare cavalli. Quella di cui parla Rosalia, quel ricordo sommerso che a volte viene ricoperto da cose inutili, da lontananza, da pietre…, ma la vita che è stata vissuta non può scomparire mai. Ed è nel ricordo che diventiamo immortali.

Ma i pensieri non possono più correre liberi nei prati, la chitarra parte con le sue note magiche. Dai testi di Murolo a Malafemmena di Totò, da ‘O ciucciariello che il Principe De Curtis volle usare per il film Totò Peppino e ‘a malafemmena allo splendido assolo per chitarra con Granada… e tanto, tanto altro Nel viaggio che egli ci invita a fare, tocca gli anni del primo ‘900 per poi arrivare a Pino Daniele, a Sergio Endrigo, fino all’immancabile ‘O sole mio, che ci svela essere stata scritta ad Odessa!!!

La musica sembra stringerci in un grande abbraccio, grazie anche all’acustica perfetta che questo luogo offre.

La serata sembra finita quando il colonnello riprende la parola per dichiararsi così entusiasta dell’iniziativa, da chiedere di poter di nuovo ospitare questa manifestazione in futuro, ma mentre mi alzo sento che parte un’altra musica. È l’Inno di Mameli! Non potete immaginare quanto sia diverso ascoltarlo in un posto così.

I militari che ci stanno facendo da assistenti con la loro immensa gentilezza e disponibilità, scattano sull’attenti. Resto per un attimo immobile e, chiudendo gli occhi, immagino tutto quello che può significare indossare quelle divise. Molte volte le istituzioni ci deludono con i loro comportamenti poco edificanti, ma stasera qui è tutto perfetto. Loro adesso, rappresentano tutti i sogni e tutte le aspettative che noi civili riponiamo in loro. Noi indifesi, loro paladini del popolo. E vi assicuro che la sensazione di protezione è di quelle che ti scaldano il cuore e ti rendono davvero inviolabile.

Scopro che ogni mattina cantano una delle cinque strofe dell’Inno ed immagino che sia un bel modo di ricordare il ruolo importante che svolgono all’interno della nostra comunità.

In due giorni siamo passati dal mare alle montagne, abbiamo viaggiato sulle barche ed immaginato cavalli. Quanto di più diverso è passato davanti ai nostri occhi, ma i principi che hanno dato il via a tutte queste iniziative sono gli stessi: solidarietà e cultura. I valori che il MARIC e i suoi esponenti portano in giro per l’Italia, meritano di essere sottolineati ed appoggiati.

La ruota del mondo gira sempre e non possiamo sapere dove ci troveremo la prossima volta che si fermerà, arrivarci preparati sarà già stata una bella lezione.

 

Un’emozionante giornata di solidarietà e amicizia in Costiera e al Molo col Sindaco di Accumoli Petrucci, ospite dell’Associazione Azimut e del Maric

SALERNO. La minicrociera in Costiera con le barche Azimut

Abbiamo parlato spesso delle iniziative dell’Associazione Maric, movimento artistico che si ripropone di recuperare identità culturali e che, spinta dall’energico presidente Vincenzo Vavuso, ha deciso che la raccolta di fondi di questo primo anno di vita, dovrà essere destinata alla costruzione di una Casa della Cultura nel comune di Accumoli, uno dei paesi più colpiti dal terremoto del 24 agosto dello scorso anno.

Per raggiungere questo obiettivo sono state lanciate tante iniziative, tra cui un libro, “Oltre le pietre – Pagine di creatività per la nuova Accumoli”, e soprattutto si sono incontrate tante persone che hanno avuto modo di rendere concreto quello spirito di solidarietà che spesso è solo una parola, una speranza, ma che non trova facile riscontro nella realtà.

Tra quelle che Vincenzo ha saputo coinvolgere, c’è Giovanni Carrella, presidente dell’Associazione velica salernitana “Azimut”, che venerdì 15 settembre ha aperto le porte del suo circolo offrendo un giro in barca a vela a rappresentanti del Maric e ad una delegazione di Accumoli guidata dal sindaco Stefano Petrucci.

Così ci siamo ritrovati a Salerno in una bella giornata di un settembre ancora disposto ad offrire il suo contributo di sole, pronti per un’avventura nuova ed emozionante.

L’accoglienza di Giovanni è stata calorosa, degna del nobile e spettacolare intento della giornata.

Nell’attesa che arrivino tutti, facciamo un giro di perlustrazione. Insieme a Rosalia Cozza, componente del Maric, curiosiamo tra catene e funi e vedo un dettaglio di estrema contraddizione: tutte bianche quelle appese al sole e solo una nera. Regalo uno scatto a questo contrasto, così come rubo uno spicchio di mare che compare dietro gli scogli e che si mostra già accogliente e pacificamente in attesa.

Le barche che usciranno saranno due, per ospitare gli skipper dell’Azimut (Giovanni Carrella, con la sua barca dalla doppia bandiera italiana e borbonica, e Matteo De Santis), me e Salvatore di Vivimedia, e poi il “misto Maric con Accumoli”: Franco, Paola, Valentino, Salvatore, Gabriele, Gabriella, Stefano, Isabella, Rosalia, Luigi, Annamaria, Francesca, Cinzia.

La prima cosa bella è dare una mano a Matteo per salpare. Niente di eclatante, ma tenere una corda mi ha dato il piacere di sentirmi parte dell’operazione. Quando il nostro capitano ci porta oltre le acque calme del porto, scopriamo che per Valentino è in assoluto un battesimo del mare. Ma sarà bravissimo.

I primi momenti di viaggio cominciano a regalare racconti per tutto quanto ci circonda. Il nostro Cicerone ufficiale è Franco, ma Matteo e Luigi non sono da meno, con le loro esperienze aggiunte di uomo di mare e navigato ristoratore. Il primo appunto è per il Crescent, l’ammasso di cemento che domina all’ingresso di Salerno: Matteo ci spiega che non era assolutamente così nel progetto originale, che voleva invece ricordare le Ramblas di Barcellona, ma che poi in corso d’opera ha subito tanti di quegli stravolgimenti da indurre il progettista iniziale ad abbandonare il piano di lavoro.

È bello ascoltare racconti e commenti, così, sulla leggerezza delle onde e con il vento che a me sembra portare vitalità nuova, pensieri da lontano e considerazioni che so che si nasconderanno da qualche parte e che poi saprò ritrovare.

Arriviamo a Vietri, alle sue ceramiche, alla prima delle tante cupole maiolicate che sono il segno distintivo delle chiese costaiole, a memoria del forte legame con il mondo arabo. Ma a Vietri ci sono “i due fratelli”, gli scogli “che ricordano i famosi Faraglioni”, frase che suscita qualche sorriso perché quelli di Capri hanno ben altra fama e statura.

Pur se minori, i “due fratelli” hanno una storia fascinosa che Franco prontamente ci regala: la storia di un fratello “Caino” e uno “Abele”, di un fratricidio, di un osso rivelatore, zufolante e parlante, di una giusta punizione e di un magica e familiare spuntar di scogli.

La storia ci cattura e in pochissimo tempo ci troviamo di fronte Raito, il cui nome ricorda i raggi del sole che sempre riesce a raccogliere dall’alto della sua collina. Luigi coglie l’occasione per parlare di una ricetta che è a sua volta storia di questi luoghi. Qui molti hanno vissuto di pesca e, quando il pranzo dipende dall’abbondanza della raccolta, può capitare che si torni a rete vuota e allora cosa si mangia? “Zuppa di pesce fuiuto”.

Il nome spiega già tutto perché in una zuppa di pesce l’ingrediente principale è ovviamente una bella varietà di pescato, ma se è “fuiuto”, vuol dire che non c’è. E come si fa? Pomodori, cipolle, pietre di mare per dare l’indispensabile sapore e pane raffermo che in casa non manca mai. E la cena è servita.

Gabriele e Stefano, pur essendo di Accumoli, hanno già dei ricordi della costiera visitati in tempi diversi, chi in vacanza da ragazzino chi per lavoro, ma dal mare non l’avevano vista mai.

Io guardo le meravigliose discese a mare, il territorio patrimonio dell’Unesco, le montagne maestose che ancora raccontano silenziose lo scempio del fuoco di questa estate e alle mie spalle la grande immensità di un mare che si fermerà ai piedi della Costa Cilentana.

E mi sento parte di una realtà che è la mia. Qui ci sono i miei colori, i miei odori. Se guardo con i miei occhi, vedo qualcosa che mi appartiene, ma, se mi sposto in quelli degli altri, non ci trovo riflesse le stesse cose. Mentre Franco elogia la capacità o forse la necessità che si è avuta in questi posti di rispettare l’ambiente con costruzioni adeguate memori di alluvioni e terremoti, Stefano Petrucci fa uno dei suoi primi commenti: “Noi siamo in alto, da noi allagamenti non possono esserci. Solo frane. E terremoti.” Un primo campanello, una scossa a quelle pietre che loro si portano dentro come un peso che non si scrolleranno mai di dosso. Ma è un attimo. Anche per lui, come per me poco fa, forse sono ritornati i suoi di odori, i suoi colori e probabilmente non combaciano. Siamo tutti qui a vivere una giornata meravigliosa, ma il nostro meraviglioso è necessariamente diverso da quello di persone che quotidianamente pagano il prezzo altissimo di una tragedia collettiva…

La barca procede veloce. Siamo a Cetara, con la sua famosa “colatura di alici”, il vecchio “garum dei Romani”, ricca di sapore ma nata forse soprattutto per nascondere il cattivo odore di alimenti, che andavano conservati per forza ma ancora senza metodi adeguati.

Tra un racconto e tante foto, ci avviciniamo all’altra barca dove si fa un brindisi a cui partecipiamo anche se a distanza di sicurezza. Un sorso di vino è piacevole; è un incontro, è un continuo raccontarsi e un bicchiere è di buona compagnia. Ulteriore buona compagnia.

Dopo le torri di Erchie, compare Maiori, forse l’unico paese che non regala particolari emozioni visto che qui, dopo l’alluvione del 1954, l’uomo ha approfittato per edificare costruzioni di ogni genere che le hanno tolto la classica particolarità di tutti i paesi della costiera.

Poi Atrani, salotto buono di Amalfi, e la mitica Repubblica marinara che si offre meravigliosa anche dal mare. E qui si ricordano le rivalità, soprattutto con Pisa, e la regata storica che ancora adesso le quattro città si contendono. E l’albergo dei Cappuccini (con il chiostro all’interno uguale a quello della cattedrale), dove purtroppo morì Salvatore Quasimodo. Quel racconto serve per sottolineare che in paesi come questi, bellissimi da visitare, per chi ci vive ci sono complicazioni di ben altra natura da affrontare, come il pronto intervento in casi di problemi di salute. Matteo, da buon medico, sottolinea come per un periodo ci siano state le ambulanze del mare, mezzi veloci di soccorso che potevano garantire primi interventi e spostamenti rapidi verso gli ospedali più vicini. Ma anche questo è un servizio che si è perso. Mancanza di fondi. E cerchiamo di non cadere già nelle polemiche.

Da lontano gli isolotti de “Li Galli” sembrano invitare come una sirena col suo canto e noi non sappiamo sottrarci a quel fascino e alla possibilità di poter vedere l’ultima perla della costiera: Positano. Le sue classiche casette sono messe tutte in discesa in una specie di danza pittoresca e suggestiva. E nello stesso tempo sembrano essere davvero la fine di tutto perché, dopo quegli agglomerati, non c’è più traccia di vita. Solo una lunga strada che porta alla penisola sorrentina. Immense rocce solitarie ma che hanno una bellezza nonostante la loro invivibilità. Sembra che vogliano ricordare che sono loro a comandare, sono loro a decidere dove e come ospitare quell’uomo che non sempre è in grado di riconoscere quel gesto di accoglienza che la terra concede. Siamo ospiti e non padroni, ma questa lezione è troppo dura da tenere a mente.

Al contrario l’isola de Li Galli, che fu di Nureyev e Eduardo De Filippo, è ricca di vegetazione. Qui è Matteo a darci altre notizie. Non è più possibile gettare l’ancora nei suoi paraggi. È disabitata e sono in pochi a potersi permettere il suo utilizzo. Uno di questi, anni fa, è stato l’imprenditore russo Abramovich per la festa di fidanzamento con la modella Naomi Campbell, ma questi sono una parte della vita social che si vive ogni stagione in questi magnifici luoghi.

Nel frattempo, anche se non possiamo fermarci, ci concediamo un giro attraverso i tre scogli che caratterizzano l’isola. Dall’interno dell’insenatura Matteo ci mostra la Chiesetta dove si possono anche celebrare matrimoni e noi continuiamo a restare affascinati dalla bellezza dei luoghi, dai giochi che la natura si è divertita a compiere con quelle rocce, una delle quali sembra il corno di un rinoceronte.

Ora vediamo ben distinti i Faraglioni di Capri e riconosciamo anche a chilometri di distanza la loro maestosa imponenza. Voltiamo le spalle ai Faraglioni e a “Li galli” e iniziamo il viaggio di ritorno.

Ci sono momenti che devono essere di pausa. Le parole si consumano in silenzio e facilmente sono prede della brezza che le porta via come qualcosa di cui si può fare a meno.

Ora però, cambiando rotta, il vento lo abbiamo lasciato alle spalle. Sembra quasi un pronti via, il comando che stavamo aspettando per affrontare discorsi che vogliamo sentire, curiosità che vogliamo soddisfare.

Ora le onde ci cullano, il panorama ha già avuto ogni forma di commento e allora solo il rumore del motore resta tra noi e la storia che stiamo aspettando. La barca non ci ha concesso il piacere delle vele, il tempo è breve, ma speriamo in nuove occasioni.

Le nuvole che si appoggiano sulle cime delle montagne mi sembrano come i pensieri che comunque affollano la mia testa: ci sono, tolgono un po’ di luce, ma sono solo contorno in un azzurro troppo più grande di loro. Creano ombre, ma non oscurano il sole.

Senza nessun ordine preciso, ci ritroviamo tutti seduti insieme. Siamo sempre gli stessi, sono ore che stiamo chiacchierando ma adesso sembra arrivato il momento di raccontarci altro. Stefano diventa l’interlocutore più loquace. Adesso parla l’uomo che si è trovato sindaco in un momento storico particolare e particolarmente tragico.

La prima frase che mi colpisce è “Dovrebbero chiamarli i signor no”. Il riferimento e non l’allusione è per quanti si nascondono dietro il continuo negare ogni iniziativa.

“A nessuno piace governare perché se lo fai devi decidere, è molto meglio fare opposizione perché lì, l’unica cosa che devi fare è appunto, dire no”

In lui è cambiata la postura e la voce quasi. Parla con noi in questo mare azzurro interrotto dai colori dei surfisti che sfrecciano tra le onde, ma non è proprio qui. Nei suoi occhi ci sono quei momenti che ne hanno generati altri altrettanto difficili. Dopo la tragedia ti devi scontrare con un altro muro che non è fatto di detriti cascati, ma di una burocrazia che crede di dover risolvere problemi pratici nascondendosi dietro le scrivanie che raccolgono tutte le scartoffie che lei stessa genera.

Al suo racconto di Sindaco si mescolano i ricordi di Stefano padre di una famiglia che ha dovuto “dimenticare” per giorni e settimane. Lo scontro tra il dovere di padre e marito e quello del responsabile di una comunità che si è trovata senza domicilio e con pochi punti di riferimento.

“Un uomo solo al comando…” Gli chiedo come ci si sente quando quella politica che si sceglie di fare e che spesso è solo un concetto astratto e lontano dalla realtà, ti obbliga a sentirsi sommerso di tutta la responsabilità reale di un paese da gestire, da risollevare, da indirizzare verso un nuovo futuro che è tutto da ricostruire. E non si parla solo di mattoni e case. Stefano sottolinea come la realtà di Accumoli, come quella di tanti altri paesi limitrofi, fosse già difficile prima del sisma. L’economia che va a rilento… i giovani che scappano da luoghi che non offrono opportunità… il suo compito oggi non è solo lottare per avere le case provvisorie piuttosto che le tende, o nuove stabili abitazioni per chi rimarrà, ma pensare anche a come ricostruire una realtà sociale ed economica che possa giustificare la presenza di case che non diventino solo ricoveri per anziani.

E allora la rabbia sale ancora più grande quando pensi a queste esigenze e ne devi parlare con chi invece non capisce la gravità del tuo discorso e soprattutto non ha competenza del ruolo che ricopre. Stefano di nomi ne fa tanti: ognuno ha avuto in questa storia pregi e difetti, ma sarebbe bello che qualcuno desse a lui la possibilità di dire a tutti chi ha fatto bene o male. Certo è che fa rabbia pensare che ci sono stati esponenti del Qatar che si erano offerti di stanziare cinque milioni di euro per la costruzione di un polo Universitario in quei luoghi e che qualcuno per incompetenza o superficialità li ha fatti restare solo un sogno irrealizzabile. Cinque milioni di euro. Io penso al lavoro immenso che il MARIC sta compiendo da un anno per raccoglierne almeno trentamila e mi si appesantisce il cuore. Per assurdo Stefano ribadisce che non sono mancati i fondi stanziati, la difficoltà è tutta nella possibilità di spenderli.

Descrive la Protezione Civile come un esercito disarmato: fino alla gestione dell’emergenza tutto perfetto, dopo, diventano burattini imbalsamati impossibilitati a fornire l’aiuto pratico per andare avanti.

Ora capisco come mai il sorriso che lo ha accompagnato non è mai stato assoluto. Forse capisco anche come mai non vedevo nei loro occhi la stessa meraviglia che accompagna noi nel vedere uno dei luoghi più belli al mondo. Loro sono qui perché hanno lasciato alle spalle un cumulo di macerie che in gran parte sono anche rimaste tali. Una condizione di dolore che ti ha anche concesso altre cose belle, ma te le fa vedere senza mai concederle del tutto.

Conosco questa condizione: essere sempre sospesi tra gli opposti. Mi ritornano in mente le corde tutte bianche e quell’unica nera in mezzo. Nulla può essere tutto.

Il silenzio è sceso tra di noi, ma in tutti c’è l’eco della forza di quelle parole. Mi giro e guardo la scia che lasciamo alle spalle. È un mare argentato, è un colore pieno di ricchezze che appartengono al passato ma che non devono essere dimenticate nel presente. Ci siamo e ancora abbiamo cose da portare a termine.

Contro il buio c’è la luce. Contro le scosse della terra c’è la forza delle rocce. Contro la paura della fine c’è la prova della vita.

Sono passate ore di mare, di racconti, di storie che potevano non raccontarsi e che invece hanno trovato voce. Un racconto di mille pensieri, di tanti ricordi, di punti di partenza diversi ma non proprio sconosciuti.

Un incontro che ha regalato qualcosa ad ognuno di noi, come la gioia di poter ammirare questa meravigliosa natura che non smette mai, però, di ricordare che è lei ad ospitarci. Ed è lei la più forte.

Una natura che ha nascosto il suo profumo in una camicia che se n’è impregnata, come un salvadanaio che ha protetto un piccolo tesoro. Ed è bastato tenerla in mano pochi attimi, perché mi svelasse di nuovo la ricchezza che conteneva.

 

La manifestazione serale di moda e solidarietà nella sede Azimut al Porto Commerciale

Ore 19.00. Al Circolo velico Azimut di Salerno, sito nel Porto Commerciale al Molo Manfredi, è cambiata l’ora, cambia la luce, cambiano le persone e cambia anche l’atmosfera.

Siamo nello stesso posto di stamattina e tutto sembra diverso. Solo le barche e il loro ondeggiare nelle calme acque del porto è identico a quello del mattino. Le nuvole, che ci hanno seguiti tutto il giorno, continuano a fare da cappello alle montagne senza osare scendere oltre, per non rovinare una serata così speciale.

Ci accoglie una musica in sottofondo, si vedono giacche e cravatte e signore eleganti: è il momento conclusivo di questa giornata dedicata al MARIC e alle sue iniziative solidali.

Ad aprire la serata il padrone di casa Giovanni Carrella, che si mostra entusiasta per l’occasione ricevuta di poter ospitare amici che hanno sofferto da poco ciò che noi abbiamo conosciuto molti anni fa. L’esperienza del terremoto non è cosa che si possa dimenticare, per cui è con immenso piacere che, insieme al Sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli, consegna a Stefano Petrucci, sindaco di Accumuli, un assegno a nome della sua Associazione, permettendo il superamento dei ventuno mila euro nella raccolta del Maric per la Casa della Cultura ad Accumoli.

Stefano è seduto in prima fila. Ha l’aria stanca, ma non credo che sia per le fatiche della giornata. Sta girando l’Italia in lungo e in largo portando il suo silenzioso grido d’aiuto ed è spesso obbligato ad essere sotto i riflettori; qualcuno sgomita per ruoli del genere, lui ci si è trovato suo malgrado e non è la stessa cosa. Accetta con commozione l’ennesimo segno di solidarietà ricevuto nel suo peregrinare.

In segno di riconoscenza, egli porge al Presidente Carrella un gagliardetto e un libro sulla storia di Accumuli, dove si racconta della Torre Civica e del Palazzo del Podestà, una volta vanto di Accumoli ed oggi rimasti solo un ricordo. Sono gesti semplici, un piccolo scambio di doni che però hanno al loro interno un valore immenso. Giovanni ne resta molto colpito. Alle vere emozioni non ci si abitua mai.

Poi Franco Bruno Vitolo, presentatore della serata e pilastro del Maric, invita Vincenzo Vavuso a fare il suo saluto.

L’energia che sprigiona è camuffata dall’andirivieni che fa di fronte al numeroso pubblico, a cui vorrebbe dire tanto, ma allo stesso tempo non vuole togliere tempo ai tanti momenti che ancora dovremo vivere.

La passerella su cui passeggia infatti, ospiterà la sfilata di moda curata da Teresa D’Amico, altro membro del Maric, scrittrice e poetessa oltre che titolare a Cava de’ Tirreni di un negozio di moda (Anter). Con i suoi abiti, i suoi colori, i sorrisi delle giovani modelle, che sfilano per gioco e non per mestiere, cerca di portare un po’ di leggerezza, anche se gli argomenti che si trattano sono di natura tutt’altro che lieve. “Noi giochiamo con la moda perché così la viviamo”.

In maniera del tutto sorprendente, scopriamo che la camicia che Vincenzo Vavuso indossa, come quelle di alcune modelle, sono state “colorate” proprio dal suo genio: un nuovo stilista che nasce?

Ma il centro della serata è il libro “Oltre le pietre” (Ed. Arti Grafiche Boccia): pubblicazione frutto della collaborazione di diversi artisti, che, appunto ognuno nel proprio campo, hanno cercato un modo per raccontare il terremoto sì, ma anche la speranza che deve nascere dopo la tragedia. E vi si trovano narrazioni, poesie, quadri, sculture, fantasie che sono diventati capi d’abbigliamento che sfilano sotto i nostri occhi.

Alcuni di questi brani (testi poetici di Rosalia Cozza, Alfonso Gargano e Teresa D’Amico) vengono letti da Franco Vitolo, con la sua solita capacità di aggiungere visioni alle parole.

E poi c’è anche una simpatica “apparizione” di Luigi e Giuseppe, titolari dei ristoranti Il Cantastorie e Il Pescatore di Vietri sul Mare, che hanno generosamente offerto il buffet per gli ospiti del circolo e che sono fin dall’inizio solide colonne a sostegno del Marc e della raccolta per la Casa della Cultura.

Avvicinandosi il momento del congedo, Franco Bruno chiede a Stefano se può leggere dal libro la lettera da lui inviata per raccontare Accumuli e per ringraziare il Maric, ma con un semplice gesto della testa egli fa intendere che non è il momento di aggiungere altri ricordi e rispettive malinconie.

È seduto davanti a me e di fronte abbiamo il lento ondeggiare delle barche: l’immagine è dolce, tranquillizzante, ma non so se è proprio quella che sta guardando. È come rivivere un altro momento della giornata: esserci fisicamente, ma mancare nello spirito.

Dure le esperienze di fronte alle quali la vita ci mette. Dure ma non insuperabili.

C’è una frase che Franco ha pronunciato e che mi piace riportare. È un detto indiano di alta saggezza: “Se aiuti qualcuno ad attraversare, quando arrivi avrai fatto qualcosa anche per te, perché sarai anche tu dall’altra parte”.

Ecco lo spirito di questo gruppo: ti aiutiamo per aiutarci. Migliorare è un bene per tutti.

Foto di Paola La Valle, Franco Bruno Vitolo, Vivimedia.eu, con contributi di Rosalia Cozza e Annarita Lodato