CavaViva

Fatti, fattarielli ed eventi della vita culturale a Cava … e dintorni. A cura di Franco Bruno Vitolo.

 

CAVA DE’ TIRRENI (SA). In scena i due fratelli di Vietri e la maschera di Totò. Premio Licurti: un successo al galoppo

Leggende locali, canzoni accattivanti, marionette danzanti e richiami al grande Totò nel prosieguo della Rassegna del Premio Licurti, che si sta incuneando nell’estate con progressivo e meritato successo di pubblico, corroborato da apprezzamenti sempre più convinti per l’opera della Direttrice Artistica Geltrude Barba.

Il giorno di Ferragosto, in scena la giovane Compagnia Il Proscenio di Vietri sul Mare (in cui brilla anche il cavese Pietro Paolo Parisi) con I due fratelli…una storia leggendaria; la sera successiva, la stabiese Compagnia degli Sbuffi, teatranti di strada alle nozze d’argento con lo spettacolo, ha celebrato la figura di Antonio De Curtis con le marionette giganti de L’Immaginifico Totò.

I due fratelli recupera una delle svariate leggende sull’origine dei due faraglioni che troneggiano pittoreschi sul mare di Vietri. I due fratelli della storia, innamorati della stessa ragazza, muoiono insieme, annegati, per soccorrerla, invano, tra le onde di una violenta tempesta. Il dio del mare, pur impossibilitato a salvarli, nel luogo dove si sono gettati per il nobile tentativo di salvataggio, fa nascere dalle acque due grandi scogli ad imperitura memoria del loro amore e della loro generosità.

Lo spettacolo, preparato con passione e spirito di gruppo, è caratterizzato da alcuni pregi e limiti emersi con netta evidenza.

Si sviluppa infatti con colorata e coinvolgente gradevolezza, arricchita da alcune idee originali, sfiziose e “gustose”. Ora i singoli ora il gruppo intero, ben guidati in scena dal regista cantattore Claudio Collano, con affiatati movimenti ed intonazioni vocali adeguate, hanno intonato in successione quasi ininterrotta le più belle e famose melodie della canzone napoletana, con costumi vivaci che evocano epoche antiche, in una scenografia dominata da banchi di mercato ricchi di frutta, con frequenti interpolazioni tra la scena e la platea, culminanti nel dono concreto di succulenti limoni sfusati della Costiera e addirittura di saporiti “cuoppi” contenenti fragrante frittura di paranza “vera” e tutta da sgranocchiare nel godersi lo spettacolo.

Questo aspetto musicale, che è stato manifestamente gradito da un pubblico da tutto esaurito, ha finito però col mettere in un angolo la parte squisitamente narrativa, ridotta di fatto all’osso: un’introduzione narrante accompagnata da immagini del luogo, la conclusione narrata, l’evocazione rapidissima della tempesta e della nascita degli scogli, qualche battuta volante appena accennata tra una canzone e l’altra. La successione delle canzoni solo a tratti era in linea con la storia, svelando la scelta di voler giocare sul sicuro con musiche consolidate anziché rischiare con testi ancora da inventare.

Era però solo il “prebattesimo” di questo nuovo lavoro, che non è stato ancora presentato neppure a Vietri: si ha quindi tutto il tempo di arricchirlo con un testo più corposo ed efficace, che magari serva anche da collante per la successione delle canzoni.

Insomma, un’opera piacevole, ma che può e deve ancora crescere: le premesse e le doti ci sono. Quindi, niente scogli per il suo futuro navigare: solo, i due magnifici fratelli… che comunque sono già ben lieti dell’omaggio amico offerto da quelli del Proscenio. E ringraziano di cuore. Ma aspettano, anche…

Neppure la Compagnia degli Sbuffi ha inventato testi nuovi, mettendo in scena L’Immaginifico Totò. Ha però inventato una scrittura scenica originale fondata sull’artigianalità sempre affascinante del marionettismo. E non era facile. Non è mai facile in questo campo, soprattutto quando si devono scalare gli stilemi della comicità.

Stavolta erano marionette per adulti, con periodici saltelli nel mondo dei bambini: e così lo spettacolo poteva tranquillamente piacere a tutte le età, così come riesce ancora il grande comico, che è stato ben capace di sfondare le barriere del suo tempo.

Alle varie maschere del burattino Totò si sono affiancate gallinelle e animali danzanti, ad integrazione di una vivace sarabanda di colonne sonore e canzoni sapor Totò e di evocazioni cinematografiche, con la partecipazione straordinaria di spalle giganti come Anna Magnani e Nino Taranto. Il tutto cucito, con notizie biografiche e piccoli aneddoti, dalla freschezza coinvolgente del giovane “presentattore” Christian Izzo, che per conto suo si è anche esibito in accenni di can can, passeggiatine musicali con il tamburo-piatti a spalla, richiami alla famosa dettatura della lettera di Totò e Peppino e la malafemmina, per finire con la lirica malinconia della preghiera dell’attore, recitata malincomicamente in stile Totò col naso rosso del clown triste. Interessante anche la soluzione scenica di rendere il più possibile visibili i marionettisti e quindi la finzione scenica, alla fine smascherando e spiegando i meccanismi del movimento del burattino.

Ne è derivata un’ora forse senza grandi picchi artistici (a parte alcune finezze da burattinai), ma piacevole ed originale: di mestiere, ma con un’anima ed una personalità.

Così come anima e personalità sta del resto dimostrando tutta la Rassegna del Premio Licurti, grazie all’appassionata tenacia ed all’orgogliosa competenza di Geltrude Barba, la General Motors del Premio Licurti e della nuova vita di tutto il Teatro Comunale.

Cava de’ Tirreni (SA). Premio Licurti, la rassegna è bella. E spuntano gli Extravagantes di Gargiulo

Nel mezzo del cammino della rassegna teatrale estiva, stanno emergendo nei fatti le linee guida del lavoro della Direttrice artistica Geltrude Barba. Non voleva lavori semplicistici o dilettanteschi, non voleva fermarsi ai confini della Valle Metelliana e delle sue pur gradevoli compagnie più o meno parrocchiali. E ci sta riuscendo bene: i sei spettacoli finora effettuati sono stati decisamente all’altezza, per qualità e contenuto. Ha emozionato Nel campo delle viole cantando le vittime innocenti della camorra (Simonetta Lamberti in primis), ha entusiasmato la coinvolgente versatilità della magnifica Rosaria De Cicco, star numero uno dell’intera rassegna, hanno fatto riflettere lo smarrimento sociale e lo spirito di lotta di Petruzzi, hanno divertito i pornoconfusionari di Primo aiuto.

Ci piace qui sottolineare quella che finora è stata la scoperta forse più interessante e gravida di promesse: i napoletani Extravagantes, in scena il 7 ed il 9 agosto con Menecmi di Plauto e La felicità comica, viaggio nella cultura napoletana teatrale e letteraria  di stampo pulcinelliano.

Compagnia giovane, fresca ed appassionata, è nata da poco più di tre anni ed ha già toccato livelli professionistici, mostrando una produttività da conigli di scena: quasi quindici spettacoli, su testi codificati oppure rielaborati in proprio, con autori che vanno dai classici antichi fino a Salemme (E fuori nevica…. O Premiata Pasticceria Bellavista) o anche alla Comencini oppure scherzosità parodianti ma non aliene dall’attualità come Le promesse spose.

Merito principale di tanta ricchezza produttiva va al fondatore e capocomico, il giovane Antonio Gargiulo. Cultura classico-liceale alle spalle, passione da innamorato per la scena, talento teatrale nel DNA, cultore, sceneggiatore, attore e soprattutto regista,  ambizioni legittime e ad hoc con colazione mattutina a pane e orgoglio, Antonio, che ha solo ventisei anni e una maturità teatrale di almeno dieci anni superiore, ha dimostrato di avere come capo comico il capo di un comico ed il senso del tragico che a volte insito nel comico.

Gargiulo, che pure ha ancora grandi margini di miglioramento e, speriamo, l’umiltà giusta per raggiungerli, ha comunque dimostrato di saper già allestire una scrittura scenica adeguata coniugando leggerezza e profondità, di poter gestire con sufficiente sicurezza il ritmo dello spettacolo, occupare lo spazio scenico nella sua pienezza, armonizzare il rapporto tra i toni e le singole battute, dare un’anima ed un’unità all’insieme.

Nell’interpretazione delle scene si intravede bene questo lavoro preparatorio, perfezionato dal fatto che, essendo egli stesso un bravo attore, può anche fare il regista in campo. Così alla fine i singoli attori sono portati a dare il meglio di sé, il che, a prescindere dal valore assoluto che varia a seconda del talento dei singoli, è comunque una cifra importante.

Queste capacità si sono evidenziate in forme diverse nei due spettacoli presentati dagli Extravagantes.

In Menecmi di Plauto, è stata creata una traduzione moderna, agile, ricca di venature dialettali, con i classici doppi sensi e giochi verbali del grande drammaturgo latino, ma senza le forzature volgari a cui spesso lo condannano autori ed attori in cerca di effetti speciali per conquistare il pubblico e purtroppo dimentichi che lo special one è proprio Plauto: padre della tecnica comica, che ha tra i suoi figli oltre duemila anni di teatro e di attori. Sulla base del testo, agile e comprensibile, la storia, basata sul doppio, un classico di sempre, è riuscita a catturare gli spettatori nel vortice continuo dell’equivoco e nell’elastico efficace tra la soddisfazione del pubblico che conosce la verità e lo smarrimento dei personaggi che invece la ignorano, almeno fino allo scioglimento finale.

Ne La felicità comica, occorreva invece trovare una sintesi tra la popolarità della maschera di Pulcinella e la necessità di indagare sulle radici più profonde del suo essere l’anima di Napoli, maschio e femmina, uno e centomila. Radici fatte di subordinazione sociale, di contaminazioni amare con la vicinanza del senso di morte, di voglia e capacità di giocare sulle cose e con le cose, di ricerca affannosa della felicità o almeno dei suoi surrogati, di energia scoppiettante nelle scoperte dell’amore e delle speranze, nella compresenza di allegria e tristezza in un perenne malincomico gioco esistenziale.

Il tutto ancora una volta messo in scena con l’intento di evitare le facili furbizie catturaspettatori e di riproporre la figura di Pulcinella attraverso le parole dei letterati antichi che lo hanno fatto vivere nell’immaginario (Fiorilli, Perrucci, Petito, Malaparte e Parlante). Non era facile, anche perché occorreva allontanarsi il meno possibile dalle forme della lingua napoletana del passato. La compagnia alla fine ha vinto la sua battaglia, sconfiggendo anche alcune ritrosie iniziali del pubblico, che si aspettava uno spettacolo più “comodo”.

Dopo un primo tempo vivace ma più concettuale e letterario, e comunque con dialoghi resi al meglio non solo nei momenti di universalità ma anche in quelli di latente inattualità, il secondo tempo si è espanso con piccoli fuochi artificiali scenici, accesi dalla bravura degli attori, tra i quali non possiamo non evidenziare il pirotecnico Biagio Musella, proveniente dalla scuola di Nando Paone, ammirato prima come Pulcinella-Leporello e poi come Pulcinella tritato d’amore e come scatenato e denudato Dottor Nonloseppi.

Alla fine, nello spettatore amante del teatro specchio-cantore dell’uomo senza sfarfallii televisivi o telepubblicitari, è rimasto il sapore della scoperta di giovani a loro modo “alternativi” (se no che extra vagantes sarebbero…) e di un leader  che ha già un bell’avvenire dietro le spalle e un avvenire più bello ancora da venire. Insomma, un piccolo ma significativo sapore di futuro…e di futuro del passato: non è poco in tempi in cui futuro fa rima sempre con oscuro …

Badia di Cava de’ Tirreni – Il Millennio apre ancora le porte ai giovani (24-25 agosto)

Terza edizione alla Badia di Cava per Il millennio apre le porte ai giovani, lo stimolante meeting che con una sapiente intuizione due anni fa è stato ideato dall’Abate Dom Giordano Rota. L’obiettivo era, ed è, quello di creare all’ombra di Sant’Alferio e tra le carezze di verde delle colline metelliane due “giornate per la gioventù”, ricche di aggregazione, socializzazione e spiritualità.

Due anni fa, il punto di riferimento era il Millenario dell’Abbazia, che ha dato anche il nome all’iniziativa. Adesso, si aggiunge anche il respiro religioso ed umano di un momento di transizione importante.

Da una parte, il cambio di direzione all’interno dell’Abbazia Benedettina: da qualche mese Dom Giordano Rota ha lasciato il passo a don Leone Morinelli, un nuovo Amministratore Apostolico fatto in casa. Don Leone è alla Badia praticamente da una vita e ne rappresenta un punto di riferimento fondamentale, dal punto di vista non solo culturale (docente di Latino e Greco ai tempi del Liceo Classico, custode del preziosissimo patrimonio bibliotecario, sapiente ed appassionato studioso, padre generatore del periodico “Ascolta”), ma anche umano, con il suo sorridente spirito di accoglienza ed amicizia.

La transizione dipende poi dalle recenti evoluzioni della Chiesa, che potrebbero avere un sapore epocale.

L’evento del Millennio Benedettino è infatti legato ancora al nome di Benedetto XVI, perché rientra nel periodo dell’Anno della Fede (il tema sarà infatti La fede, fonte di pace e di gioia), a suo tempo indetto da Papa Ratzinger per ricordare sia il cinquantesimo anniversario della storica apertura del Concilio delle aperture, il Concilio Ecumenico Vaticano II, voluto dall’indimenticato e Beato Giovanni XXIII, sia il ventesimo anniversario della promulgazione del Catechismo della Chiesa cattolica, voluta da Giovanni Paolo II, altro pontefice indimenticato e Beato.

Pur se nato nel nome di Benedetto XVI, “Il Millennio apre le porte ai giovani” si sviluppa comunque nell’era di Papa Francesco, che, con il suo coraggioso richiamo al Santo più grande e più “difficile” da imitare, con il suo innovativo recupero della tradizione e con quel linguaggio così comunicativo e così privilegiante il potere dei segni sui segni del potere, sta portando nella Cristianità una ventata di aria fresca, e forse anche provocatoria.

Insomma, la cornice del “Millennio” è allettante, di antico solido legno e di moderni intarsi. Ora, bisogna ridipingere il quadro con adeguate vivacità, intensità, spiritualità e tanta partecipazione.

La manifestazione si svolgerà il 24 e il 25 agosto 2013.

Sabato 24 alle 15,30si procederà alle iscrizioni e alle registrazioni dei partecipanti, quindi si terrà la consueta cerimonia di apertura dell’evento e a seguire la visita guidata all’interno della millenaria abbazia benedettina.

Alle 18,30 i ragazzi della Scuola Media “Carducci-Trezza” offriranno ai partecipanti uno spettacolo di poesie religiose recitate in dialetto napoletano, mentre dopo cena Tony Martin curerà lo spettacolo “Maria… una storia meravigliosa”.

Domenica 25 si potrà scegliere la partecipazione alle letture e alle lodi mattutine insieme alla comunità monastica dell’abbazia, mentre prima della messa i monaci procederanno con le confessioni.

Quindi, pranzo domenicale e saluti con arrivederci.. Per Info, telefonare al 347.1946957: per iscrizioni consultare i siti www.badiadicava.it o badiagiovani@badiadicava.it.“

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Alla scoperta del Signor G(iacomo Casaula). Vent’anni di freschezza ed un talento versatile e creativo

C’è un talento nuovo coi fiocchi che si aggira sotto i portici di Cava de’ Tirreni: il suo nome è Giacomo Casaula.

Ha solo vent’anni e rotti, ma già ha avuto modo di far brillare le luci della sua estrosa e versatile creatività.

Stiamo imparando a conoscerlo come scrittore, poeta, attore, cantante, show man. Ed in ognuna di queste manifestazioni si sente il seme dell’artista, un seme che ha già germogliato petali colorati e si avvia, con il naturale trascorrere del tempo, a far fiorire l’intera pianta da iridescente giardino, il che avverrà in non molto tempo, soprattutto se troverà i giusti giardinieri e sarà il giusto giardiniere di se stesso.

I primi squilli pubblici Giacomo ha avuto modo di suonarli come attore in erba presso la scuola di Mimmo Venditti, dove era utilizzato più volte come istrionico caratterista, in funzione della sua tendenza ad accentuare, anche comicamente, toni e movimenti.

Contemporaneamente, però, egli ha avuto modo di offrire una brillante performance all’ultimo Premio Letterario “Badia”, dove, pur se ammesso solo come riserva alla prova finale, oltre a mostrare le sue capacità di analisi letteraria e di scrittura “laterale” e non banale, si è divertito in una prova creativa all’insegna del “piacere di essere uno” ed è salito sul podio dei vincitori.

Come si dice e come si auspica sempre, il più bello doveva ancora venire. Così, in questi due anni, Giacomo ha imboccato o sta imboccando i due binari, che potrebbero caratterizzarne brillantemente il futuro.

Esaltandosi come show man, si sta specializzando con la sua band in cover di grandi cantautori: De André e soprattutto Giorgio Gaber. Le serate dedicate al magnifico Signor G si stanno moltiplicando ed ogni volta si avverte uno spicchio di dolce in più, come segno della maturità sua e dei suoi compagni (tra cui spicca il già brillante monologante Giuseppe Salsano). A noi della “terza generazione” fa naturalmente molto piacere il recupero di un cantore geniale della nostra storia che a dire la verità è defunto ma non è mai morto, ma nel caso di Casaula fa quasi impressione sentire sempre di più il tocco fisico e tonale gaberiano.

Giacomo, che già gli somiglia non poco per il fisico longilineo ed il volto leggermente oblungo e l’aria dinoccolata, quando canta le sue canzoni ed interpreta i suoi monologhi, si abbevera del suo spirito e giorno dopo giorno si sta impossessando delle pause, degli occhi vagamente strabuzzati, delle espressioni irridenti, del corpo “girante”, delle vaghezze grottesche che caratterizzavano le prestazioni gaberiane.

Tutto questo varrebbe poco se alle spalle non lo sostenesse una voce intonata e improntata alle classiche sfumature del big Giorgio. Del suo repertorio, da giovane del XXI secolo, egli naturalmente ha estrapolato di meno i testi specificamente politici e di passaggio datato, di più quelli problematici e profetici e le canzoni armoniosamente danzanti intorno a noccioli di contenuto terribilmente seri e/o razionalmente emozionali.

L’altro “binario” merita molto, ma soprattutto merita il rispetto della discrezione, perché è in gestazione: si tratta di un romanzo, opera prima di Giacomo, che dovrebbe essere pubblicato entro la fine dell’anno o giù di lì.  È un “metaromanzo” che  “ad andamento lento” lascia decisamente una scia e fa capire quanto egli sia ulteriormente maturato anche nella scrittura, pervenendo ad un periodare breve, intenso ed espressivo, in preda alla voglia di mangiare l’idea e condire la parola ad ogni pagina.

Sui due binari l’ “espresso Giacomo” si sta incamminando veloce, sostenuto dalla sua voglia di emergere tutta fatta di orgogliose bollicine, oltre che benedetto dalle speranze della famiglia, a cominciare dalla “Nonna d’arte” Annamaria Ackermann, a suo tempo attrice giovane con Eduardo, brillante show woman radiofonica (ricordate Spaccanapoli?), sperimentata attrice teatrale e cinematografica (con Nino Taranto, Peppino De Filippo e registi al top come Liliana Cavani e Luigi Magni).

Se imparerà a gestire tempi, a coltivare al massimo l’umiltà, a personalizzare sempre più stile e talento, a “non correre in curva”, l’Espresso Giacomo si trasformerà presto in un Freccia Rossa. E magari lui non sarà solo “il nipote della Ackermann”, e lei diventerà “la nonna di Giacomo Casaula”.  E, naturalmente, ne sarebbe felicissima…

Buon viaggio, signor G(iacomo)!

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Dal 27 luglio Rassegna Teatrale Totò e Premio “Licurti”. Il programma … e il perché di un nome

Saranno undici, e di buona qualità, gli spettacoli che da sabato 27 luglio fino al 9 settembre (orario d’inizio ore 21) costituiranno la Rassegna Teatrale Estiva, artisticamente diretta da Gertrude Barba ed organizzata dalla Sala Teatro “Luca Barba” con il contributo del Consorzio Cava Centro Commerciale Naturale ed il patrocinio della Città di Cava de’ Tirreni e dell’Azienda di Soggiorno e Turismo metelliana.

La manifestazione è anche un Concorso: allo spettacolo giudicato di maggiore qualità ed impatto sarà infatti assegnato a fine rassegna il Premio Licurti, che verrà consegnato da una madrina di eccezione, Liliana De Curtis, la celebre figlia del grande Totò, al quale è dedicata l’intera rassegna, destinata ad avere un seguito anche nei prossimi anni, con conseguente impatto positivo sulla qualità dell’estate cavese e sull’immagine attrattiva della nostra Città.

Madrina, dedica della manifestazione e nome del premio non sono casuali.
Infatti la vicenda umana di Totò ha un frammento significativo legato al suo rapporto con Cava ed in particolare con l’amena località adiacente a Santarcangelo.

Come è noto, Antonio De Curtis-Totò, cresciuto in ambienti poveri e popolari, era convinto di discendere da una nobile casata e per questo fece ricerche accurate ed appassionate per tutta la vita, fino a che non riuscì a ricostruire un albero genealogico “di classe” ed a documentare, in buona fede anche se con un verdetto non indiscusso, le sue origini dalla casata dei De Curtis. Individuò proprio nella località di Li Curti (il cui toponimo richiama il cognome De Curtis e tutti e due insieme il termine “corte” legato ai possedimenti feudali medioevali e rinascimentali) uno dei luoghi di origine della sua presunta famiglia. E credette di trovare un riscontro fotografico in un quadro che tuttora campeggia nel nostra Sala Comunale, raffigurante il nobile Camillo de Curtis, di Li Curti. Cercò con insistenza di acquisirlo, offrendo anche una somma considerevole, ma il Sindaco Abbro si rifiutò decisamente di venderlo, anche a costo di trovarsi di fronte un Principe De Curtis plorante senza speranza ai limiti della commozione e del pianto.

La nomina a madrina di Liliana De Curtis, di cui è stata a sua volta “madrina” il neo assessore alla Cultura Teresa Sorrentino, ha un po’ il gusto di una “riparazione di rapporti”. E chissà che non arrivi anche la buona idea di offrirle in omaggio un “quadro anastatico”. Sarebbe un emozionante legame della memoria con il grande Totò… 

Ed ora ecco il programma della manifestazione, pienamente conforme al comunicato inviato dall’Agenzia MTN Company. 

La Rassegna Teatrale Estiva si aprirà sabato 27 luglio, alle ore 21.00 (orario d’inizio di tutti gli spettacoli), con la Compagnia Teatrale “Resistenza Teatro”, che metterà in scena “Nel campo delle viole”. Una rappresentazione dedicata ed incentrata sulla cavese Simonetta Lamberti e sui napoletani Antonio Landieri e Salvatore Nuvoletta, giovani ed innocenti vittime della camorra.

Si proseguirà mercoledì 31 luglio con uno degli appuntamenti più attesi della Rassegna, che ospiterà Rosaria De Cicco, protagonista dello spettacolo “Io… e le donne”, da lei stessa scritto e curato. Grande “colpo”, dunque, per il Premio “Li Curti”, sul cui palco la famosa interprete partenopea di teatro, televisione e cinema proporrà la storia un po’ autobiografica di una donna ed attrice alle prese con i suoi “terrificanti” ed al contempo divertenti rapporti con gli uomini.
Domenica 4 agosto, poi, sarà la volta di “Io… Testardo io”, con l’attore e cabarettista Emiliano Petruzzi che racconterà in chiave comica la scommessa di un ragazzo pieno di speranze che dal Sud Italia decide di affrontare una delle sfide più ardue: “trovare il proprio posto nel mondo”.

Martedì 6 agosto, invece, spazio a “Gang Bang”, spettacolo presentato dall’Associazione Culturale “Primo Aiuto” e liberamente ispirato all’omonimo libro di Chuck Palahniuk, con una donna e tre uomini “controversi” protagonisti sul set di un “affollatissimo” film porno.
A seguire doppio appuntamento con la Compagnia Teatrale “Extravagantes”, che metterà in scena giovedì 8 agosto “I Menecmi”, classico latino sempre attuale di T.M. Plauto, e sabato 10 agosto “La felicità comica”, spettacolo che tra contaminazioni moderne e sberleffi tipici della commedia dell’arte si propone di ripercorrere le orme della tradizione teatrale classica.
Un atteso e ravvicinato “trittico” animerà il Ferragosto cavese. La leggenda dei due scogli di Vietri sul Mare (Sa), raccontata attraverso suoni e musiche del repertorio classico napoletano, sarà al centro dello spettacolo “I due fratelli… una storia leggendaria”, rappresentato giovedì 15 agosto dall’A.T.C. “Il Proscenio Onlus”. L’indomani, venerdì 16 agosto, grande omaggio a Totò, “maschera” attuale oggi come ieri, con “L’Immaginifico Totò” proposto dalla “Compagnia degli Sbuffi”.

Domenica 18 agosto, invece, Skenai Teatro e Angelico Bestiario Compagnia presenteranno “Foto di bordello con Nanà”, suggestivo percorso nella scrittura di Enzo Moscato tra i suoi testi più lirici e rappresentativi.

Il gran finale del Premio “Li Curti” sarà affidato alla Compagnia Teatrale “Scena Teatro”, che rappresenterà venerdì 6 settembre “L’avara vedova”, tratto da “L’avaro” di Molière, e lunedì 9 settembre “Jennifer”, storia di una figura alla continua ricerca di sé, della sua sessualità, della sua natura di uomo e della sua verità di donna.

Il costo del biglietto per assistere ai singoli spettacoli è pari a 5 euro (fatta eccezione per la rappresentazione di Rosaria De Cicco10 euro – e per quella di Emiliano Petruzzi6 euro). I ticket si possono acquistare direttamente presso il Teatro Comunale “Luca Barba” nelle serate degli spettacoli o in prevendita telefonando al numero 393.3378060 (disponibile anche per info e prenotazioni). Tutti gli appuntamenti della kermesse sono consultabili sul sito www.cavain.it.

CAVA DE’ TIRRENI (SA). L’Assostampa “Barone” batte il cinque. Fuoco estivo con tre giornalisti e due scrittori e a settembre si riprende con Caramiello e Pino Aprile


Le ultime settimane sono state uno sprint continuo e proficuo per l’Associazione Giornalisti di Cava e Costa d’Amalfi “Lucio Barone”, che ha organizzato ben cinque manifestazioni pubbliche: due presentazioni di libri e tre incontri con giornalisti della serie Pagine di parole.

pagine di parole 1 cava de' tirreni vivimedia

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Il 5 giugno, nella Mediateca Marte, Flora Calvanese e Emiliano Amato hanno conversato con la quirinalista dell’Unità Marcella Ciarnelli (foto 1): un fiorire di aneddoti scherzosi e serie riflessioni sulla sua vicinanza professionale ed umana con il Presidente Giorgio Napolitano ed in particolare sul suo rapporto conflittuale con Silvio Berlusconi, che, bollandola come stalinista, una volta l’ha stoppata prima della domanda in una conferenza stampa e, pur se con la sua giocosa canzonante cavalleria, non ha mancato di punzecchiarla sul contrasto tra la sua eleganza signorile e l’appartenenza al mondo per lui nefando dei “comunisti”.

L’11 giugno, al Social Tennis Club, Franco Romanelli, coadiuvato da Antonio Di Giovanni, ha condotto con conviviale intelligenza una brillante conversazione col Caporedattore del Mattino Luciano

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Pignataro (foto 2) sul giornalismo gastronomico. Si è passeggiato con appetitose parole sulle indagini effettuate in loco dai

giornalisti esploratori in assaggio nei ristoranti esaminandi, ma si è anche riflettuto sulla possibilità di trasformare la gastronomia in opportunità economica anticrisi, come è capitato alla collettività cetarese, che per fronteggiare la riduzione drastica dei proventi da pesca ha puntato sulla qualità e l’originalità dei suoi prodotti, colatura in testa.

L’11 luglio, in piena, estate, conversazione in Mediateca sulla spettacolarizzazione dell’informazione con Marco De Marco, direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno, giornale locale allegato al  Corriere della Sera, con una personalità autonoma tale da far tremare con la sua forza di fare opinione.  Ne sa qualcosa il Presidente della Regione Campania  Bassolino: la Gazzetta di De Marco disse che il re era nudo quando gli osanna si sprecavano e lo rivestì in parte quando invece si sprecarono le invettive. Molto stimolante questo incontro fin dall’introduzione: un collage di frammenti di satira televisiva preparato con classe e brillantezza dalla spigliata intervistatrice Imma della Corte (coadiuvata dal Presidente Walter Di Muncio), attiva e fattiva vicepresidente della “Barone”, a cui ha poi fatto da pendant nel finale un altro collage ispirato alla spettacolarizzazione della cronaca nera, in testa il giallo di Avetrana con frammenti illuminanti sulle figure dei protagonisti attraverso le loro voci, colte in particolare prima del coinvolgimento giudiziario.

Tra i numerosi temi trattati, oltre alla spettacolarizzazione, che De marco non ama ma non senza riconoscerne l’efficacia (vedi Saviano), di spicco le tecniche moderne di informazione, che alcuni demonizzano come spersonalizzanti e segni di un tramonto. Per De Marco invece sono comunque albe di un nuovo mondo ancora da decifrare nelle sue specificità, così come lo era la nascita della scrittura ai tempi di Platone e Socrate, che pure fu maledetta in quanto assassina della comunicazione a memoria. E invece…

 

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Interessantissima anche l’analisi sulle diverse modalità di comunicazione tra la generazione vicina alla Terza Età e quella degli under 30. Secondo De Marco, non c’è mai stato un fossato così grande tra le due fasce, neppure nel ’68, quando, sia pure per contestare, i giovani facevano degli anziani un punto di riferimento, mentre invece oggi si sono superdiversificati interessi, linguaggi e purtroppo anche prospettive.  Altro che cambiare il mondo, come nel ’68: oggi i giovani sono costretti a stare in trincea per far sopravvivere esangui speranze ed opportunità…(foto 3, con la presenza dell’Ass. alla Cultura Teresa Sorrentino, che ha portato un acuto saluto “formato Mac Luhan”).

Non solo pagine di parole, ma anche libri. Il 12 giugno Teresa Fasano, intervistata nel grande Salone del Palazzo

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Vescovile da Walter Di Munzio e Magrina Di Mauro (foto 4), ha emozionato con  la sua opera prima, Crollo di un’identità, in cui, con una scrittura articolata e istintiva, suggestiva e profonda, rievoca il suo difficile cammino purgatoriale dall’inferno di un terribile trauma infantile: la perdita della famiglia in seguito al crollo della casa in cui abitava.

E poi, il 25 giugno, un tuffo nella Lingua Napoletana e nella Letteratura Italiana del Seicento: al Social Tennis, con la superdotta relazione dell’Isp. Agnello Baldi,  è stato presentato Lo Tasso Napoletano (Edizioni Area Blu), in cui, a cura di Vito Pinto (foto 5 e 6), Dirigente della “Barone”, viene riproposto in edizione anastatica Gerusalemme Liberata, il grande poema che Torquato Tasso scrisse per esaltare le Crociate e che concepì non solo nella natia Sorrento ma anche nella ricca Biblioteca dell’Abbazia Benedettina. La trasformazione (non proprio una traduzione) è di Gabriele Fasano, un intellettuale di spicco nell’epoca , ben conosciuto  anche a livello

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nazionale (ad es. dal Redi, che lo cita nel suo Bacco in Toscana). Tra le curiosità legate al libro, sia la conferma documentata che Fasano è di Dragonea (allora appartenente a “La Cava”) e non di Solofra, come viene riferito anche dalle fonti librarie più accreditate, sia la traslocazione in Cava e dintorni di episodi e situazioni, con riferimenti molto gustosi, tra l’altro, anche all’eterna contesa tra Cava e Salerno, che facevano tra loro come cani e gatti (per approfondimenti, vedi il servizio specifico su CavaViva).

Insomma, una conclusione alla grande della prima fase della gestione del neopresidente Walter Di Munzio, ben degna di quelle pur degnissime di Antonio Di Giovanni ed Antonio De Caro. Si è caratterizzata per una grande ricchezza e qualità di iniziative, svoltesi in strutture aperte (in primis il Marte) e quindi con maggiore possibilità di partecipazione dei cittadini. Gli incontri sono stati abbastanza affollati (più di pubblico che di giornalisti…), ma si può ancora dare di più. Pagine di parole, incontri di giornalismo,in precedenza aveva visto la presenza di figure di prestigio come la free lance Luisella Battaglia, corrispondente nei paesi arabi, e lo straordinario Renzo Rossellini, figlio di del regista Roberto e lui stesso giornalista d’assalto, e l’accoppiata- legalità del prof. Isaia Sales (prestigioso docente di storia della criminalità) e della giornalista Amalia De Simone, fondatrice della Radio dedicata a Giancarlo Siani, giornalista martirizzato della camorra.

 

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In particolare, la Barone vorrà caratterizzarsi ancor più per un’azione costante a difesa dei diritti dei giornalisti, soprattutto quelli giovani, ed a promozione di un ‘attività che sta vivendo un tempo di epocali trasformazioni, con annessi rischi paurosi e nello stesso tempo fascinose prospettive.

Appuntamento a settembre, ora, con la ripresa di Pagine di parole, che concluderà la prima serie con due incontri in linea con la qualità di sempre: sempre in Mediateca, Luigi Caramiello il 13 settembre parlerà con Walter Di Munzio di Giornalismo e Cinema, e a distanza di una settimana gran botto finale con Pino Aprile, che converserà con Vito Pinto di giornalismo nell’ottica del Meridione.

E poi, ripartenza per nuovi e ambiziosi obiettivi qualificanti, con l’augurio e la speranza che si raggiungano tutti. Alla fine, il cinque battuto sarebbe un applauso di congratulazioni capace di andare ben oltre il numero…

Enzo, Stefano e Antonio profeti in patria. Il 6 agosto a Passiano di Cava de’ Tirreni con Lucya

enzo-siani-1-vivimediaEnzo Siani (tastierista e programmatore), Stefano Torino (chitarrista poliedrico, attualmente specializzando in chitarra jazz presso il Conservatorio “Cimarosa” di Avellino) e Antonio Sorrentino (voce e chitarra), sono tre giovani, bravissimi musicisti cavesi “in carriera”. Tra loro, Enzo, cresciuto al Santa Caterina di Salerno e maturato sotto i raggi del Maestro Alfredo Capozzi e del Conservatorio Cimarosa, innamorato attivo dei Queen, ha già un significativo avvenire dietro le spalle, avendo inciso con la sua band dei Cosmorama l’LP Radioscopio alieno, presentato  anche al Giffoni Contest, ed un singolo molto apprezzato, dal titolo Odio e  reperibile su Itunes.

Il nostro tris, conosciuto e apprezzato dal prestigioso bassista Max Barba (diplomato al Conservatorio Martucci di Salerno, insegnante di basso e contrabbasso, già in tour con i Pquadro e con Lighea), e poi applaudito dall’altrettanto prestigioso batterista Dino Barba, è stato cooptato per la realizzazione di un album di Lusya, la cui canzone di punta, Elettrica, colonna sonora del progetto Contro la violenza sulle donne, è già stata presentata in anteprima il 30 aprile ad ad Unomattina su RAI 1, nella rubrica di Philippe Davério (vedi foto).

lusya-elettrica-vivimediaLusya, al secolo Claudia Spitoni (vedi foto), romana di origine, è reduce da un notevole successo in terra di Francia, dove ha venduto quindicimila copie del suo Vivre l’amour, registrato tra Roma e Parigi e masterizzato a New York.  

Lucya e la sua band sono ora impegnati in una ricca tournée estiva, che girerà per tutta l’Italia, toccando il 6 agosto anche la loro Cava de’ Tirreni, a Passiano, a pochi passi dalla casa di Enzo Siani, dove tutti insieme hanno approntato musiche ed arrangiamenti.

 

 

Cava de’ Tirreni: una mostra al top, Cesare da Sesto … e tanto Leonardo

Due sedi di esposizione, il genio italico per eccellenza, un pittore rinascimentale che ha lasciato il segno in tutta Italia, l’intervento di esperti di statura mondiale, due chicche artistiche di gran pregio, una panoramica su un’epoca d’oro della nostra cultura, la riproduzione fedele di geniali macchine o sognanti plastici di cinquecento anni fa.

Eccolo, il quadro di un’iniziativa culturale che non può non riempire d’orgoglio un’intera cittadinanza.

La mostra Leonardo e Cesare da sesto nel Rinascimento meridionale, visibile fino a settembre a Santa Maria del Rifugio e presso l’Abbazia benedettina, ha suscitato l’interesse del mondo culturale ed artistico di tutta Italia, oltre che quello dei media (vedi arrivo della troupe RAI di Unomattina).

Merito della Pala Lucana, il quadro scoperto nel 2008 dal prof. Nicola Barbatelli presso una collezione privata e che probabilmente è un autoritratto di Leonardo da Vinci.

Merito del Polittico rappresentante in nove quadri San Pietro, la Madonna col bambino, San Paolo, San Benedetto, il Battesimo di Cristo, e nella predella una trafila di altri dieci santi con Dio Padre, concepito nel XVI secolo come una pala d’altare ed oggi conservato nel Museo dell’Abbazia Benedettina: un’opera  commissionata a suo tempo dall’Abate a Girolamo Ramarino e realizzata con la collaborazione di Cesare da Sesto, pittore della scuola raffaellesca e di formazione leonardesca.

Merito dell’importanza tecnica ed artistica di queste opere, che, come ha spiegato nei suoi studi il prof. Peter Hohenstadt, riproducono artisticamente l’idea aristotelica del movimento e della vita negli esseri viventi, rappresentati, oltre che con le già usate tecniche rinascimentali, con l’uso della binocularità, cioè secondo la visione complementare dell’uno e dell’altro occhio insieme, che permette di avere una visione delle cose non appiattita. È questa una tecnica che superava anche la già fondamentale prospettiva geometrica, utilissima per esprimere il mondo secondo lo sguardo umano, in piena conformità con l’importanza che nel periodo rinascimentale si dava alla riscoperta delle facoltà dell’uomo stesso.

Merito della presenza in sede inaugurale di personalità come i prof. Nicola Barbatelli e Peter Hohenstadt e del prof. Carlo Pedretti, docente dell’Università di Los Angeles e della sua sede in Urbino, forse il maggior esperto vivente di studi leonardeschi.

Merito di un catalogo di altissimo profilo artistico, curato dallo stesso Barbatelli, destinato ad essere conosciuto ben oltre i confini della Città e della Regione.

Merito dell’idea brillantissima di corredare a Santa Maria del Rifugio le immagini pittoriche con la riproduzione fedele e documentata delle macchine con spirito profetico ideate da Leonardo. Quelle macchine, che si possono ammirare, toccare, fotografare, capire grazie a disegni e didascalie, rappresentano un’attrazione irresistibile, un’occasione da non perdere.

Tutto bene, dunque? È il momento buono per un rilancio alla grande dell’attenzione turistica diffusa per la nostra Città?

In potenza sì, se non fosse per un piccolo difetto di comunicazione.

Sui manifesti non si fa cenno minimamente né della Pala Lucana né  tanto meno dell’esposizione delle macchine, che, anche se non originali, sono una fonte di attrazione ben più forte del puro richiamo pittorico. E, nei comunicati stampa diffusi, rispetto alle macchine viene evidenziata la presenza dei disegni, che, pur se preziosi, hanno ben altro impatto.

Inoltre il manifesto sembra finalizzato più alla figura di Cesare da Sesto, rispettabile ma non particolarmente attrattiva, che a quella di Leonardo, che non solo in Italia, ma in tutto il mondo è di quelli che basta la parola.

Il motivo, i responsabili? Mistero, per ora.

E peccato. Peccato per un’idea veramente alla grande, tanto più valorizzabile in un periodo di crisi e di spese limitate. Un’idea che ben si sposa con la Settimana Rinascimentale, giunta alla seconda edizione, tale da accorpare una serie di eventi in un evento unico e molto più di impatto.

Quindi, brava l’Amministrazione che si è mossa per un’iniziativa qualificata ed originale. Ma ancora più brava se correrà ai ripari con una promozione più chiara, anche tra i Cavesi stessi, sempre un po’ restii a valorizzare certe manifestazioni di livello culturale “specialistico”.

Non vorremmo che, con la comunicazione limitata ed ambigua, si facesse la fine di chi ha vinto la lotteria ma ha perso il biglietto.

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Il Tasso in napoletano: parola del “cavese” Gabriele Fasano

Il Tasso in napoletano Torquato Tasso, il grande poeta cinquecentesco de La Gerusalemme liberata, è uno di quegli autori che si studiano a scuola e sono soggetti ad interrogazione e quindi sono soggetti anche ad istintive ripulse di utilitaristica antipatia. Ma, se si va oltre e, al di là delle valenze squisitamente religiose, lo si considera, al pari dell’Ariosto, come un fascinoso narratore di storie amorose controverse e di vicende fantastiche che oggi starebbero bene anche in un film di successo in 3 D e con effetti speciali, allora non può non intrigarci. E noi cavesi siamo ancora più intrigati dal fatto che egli, sorrentino di nascita, ha di fatto concepito il suo poema durante la permanenza alla Badia ed è rimasto tanto affascinato dalla nostra vallata da dedicarle un’ottava specifica nella Gerusalemme conquistata. Ma l’intrigo diventa ancora più intrigante se scopriamo che del suo poema è stata fatta una celebre, ed apprezzatissima ai suoi tempi nel XVII secolo, traslitterazione in dialetto, anzi in lingua napoletana, proprio da un cavese, Gabriele Fasano. Era di Dragonea, ad essere precisi, ma Dragonea faceva parte di Cava. Ergo…

La riscoperta, pienamente avvalorata dai documenti, è di Vito Pinto, giornalista, critico d’arte ed operatore culturale di punta nel nostro territorio. Il suo scavo è stato totale e l’operazione effettuata, con la spinta e con la firma della Casa editrice Area blu (alias Grafica Metelliana) e dell’Ass. Amici del Santuario di San Vincenzo, ha curato la ristampa anastatica dell’opera Lo Tasso napoletano e nello stesso tempo ha documentato che “GrabieleFasano era di Dragonea e non di Solofra, come si è dato troppo spesso per scontato.

Ne è risultato un lavoro di grande stimolo e respiro culturale, una finestra di eccitante conoscenza per chiunque abbia nel suo DNA ll friccichio della curiosità intellettuale.

Prima ancora della riproduzione, sono illuminanti le pagine introduttive dello stesso Vito Pinto e del prof. Agnello Baldi, signore degli studi letterari e linguistici. Ne spicca il ritratto di una società, quella gravitante intorno alla Cava del Seicento, aperta ed all’avanguardia, ricca di campioni letterari (in primis Gaudiosi e Canali), in contatto con gli intellettuali di tutta Italia. Vi si scopre il rapporto avuto dal Fasano con il Redi e l’intelleghenzia toscana: la sua opera risultò particolarmente gradevole e gradita ed egli fu citato anche nel capolavoro “Il Bacco in Toscana”, per motivi letterari ma anche in seguito ad una quérelle sul confronto tra la qualità del vino napoletano e quello toscano, presunta “pisciazzella”.

Ed emerge un mondo in cui, mancando il riferimento oggettivo di una lingua nazionale parlata, le lingue territoriali, legate all’ uso quotidiano, avevano piena dignità letteraria. La Gerusalemme, opera forse allora più popolare della stessa Commedia, fu tradotta, tutta o in parte, anche in bolognese, in calabrese, in milanese, in veneziano.

Tutto questo senza contare lo “sfizio” che nasce dal confronto tra i versi del Tasso ed a fronte quelli corrispondenti del Fasano, inevitabilmente più vivaci e legati ad una procacità popolaresca. Ed anche il divertimento di scoprire i riferimenti alla Costiera, o perfino le allusioni alle tensioni tra la Cava e Salierno, comme cane e gatto.

Insomma, ce n’è da leggere e da “meravigliarsi”. Ed anche da contemplare, data la conservazione delle magnifiche illustrazioni inserite nel testo originario dell’epoca, a cominciare dalla fascinosa copertina (l’”antiporta”) del pittore- incisore Giacomo Del Po.

E, per tornare all’orgoglio cittadino, c’è da essere triplamente soddisfatti: perché Fasano era uno dei nostri, perché il testo anastatizzato era presente in quel tesoro non sempre coccolato che è la nostra Biblioteca Comunale, e perché è stato recuperato oggi, con un’operazione in controtendenza rispetto alle becere marmellazioni della cultura e della non cultura.

Insomma, “l’Intelligenza liberata”…

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Monte Castello: la Messa dei pistoni e la mangiata più amata

Per molti, da sempre, la giornata sparante e mangiante e socializzante sul Castello è “il” momento clou della Sagra, insieme con la processione serale del Vescovo per la benedizione sulla montagna in ricordo di quella benedizione del  1656 che secondo la tradizione scongiurò l’avanzata della pestilenza che devastava Cava.

Per tutti i cavesi svegliarsi il giovedì mattina dell’ottava del Corpus Domini al rimbombo degli spari dei pistoni inondanti tutta la vallata è l’annuncio ufficiale e beneaugurante della festa più amata.

Per i protagonisti lassù, al Castello, è un assoluto piacere del cuore…e del corpo.

Quella grande croce che troneggia sulla vallata…Quel capannone sotto il quale il Vescovo celebra la rituale Messa delle otto mattutine davanti ad una folla coloratissima, con in testa le autorità ed i capitani dei gruppi in rigoroso costume da parata…Quei classici suoni del rito che grazie all’altoparlante echeggiano sul monte e rotolano con affettuosa gioiosità per tutta la valle… Quei pistoni in fila davanti alla Chiesetta in attesa di benedizione e già attrezzati per le cariche e gli spari di tutta la giornata. Quel pane della concordia, benedetto e poi spezzato tra i regi capitanei dei gruppi. Quel saluto benedicente che dà fine alla cerimonia religiosa ed inizio al rito laico degli spari ed a quello ancora più laico della colazione abboffante, ma saporitissima.

E poi, quei tavoli imbanditi ed arricchiti da paste e fagioli, soppressate, milza, formaggi, fiumi di vino e tanta allegria. E quelle tradizioni di gruppo che sono veri e propri riti d’amore…

Due per tutti.

La mitica soppressata del Rione Filangieri, alta oltre due metri e tanto imponente da sembrare un palo a sostegno del tendone.

E poi, la pasta e fagioli del Gruppo che tuttora si riunisce in memoria degli storici trombonieri Andrea Armenante e Alfredo Paolillo, inseparabili in vita e nel ricordo, nella postazione est proprio sotto le mura: una pasta e fagioli ancora oggi preparata alle cinque del mattino dalla carissima signora Caterina D’Amato, moglie di Andrea, novantunenne ancora superaccessoriata di amore ed energia. La Super pentola della bontà, insieme con le classiche “melenzane Maradona” sott’olio, preparate secondo la ricetta della suocera Mariuccella ‘a semmentara, è trasportata con senso di affettuosissima e quasi religiosa missione dal figlio Antonio Armenante (uomo di pace solo per un giorno conquistato dalla gioia dell’arma pistoniera, ma solo perché non ha proiettili….) e poi distribuita a tutti gli uomini di buon appetito, a cominciare naturalmente da quelli del gruppo, già di per sé benissimo attrezzato con le sue specialità, in primis la Pasta del Sindaco (Gravagnuolo) e la magnifica milza, forte della sua tenera morbidezza, preparata da Nostra Signora della Milza.

Il tutto, incorniciato sotto il sole limpido e caldo, ma non bollente, della prima estate tra le colline, con il verde che schizza da tutte le parti ed il mare di Vietri che occhieggia sullo sfondo, ai piedi della croce di san Liberatore.

Insomma, come non amare una tradizione del genere? E soprattutto, come non viverla, o non desiderare di viverla almeno una volta nella vita?

Rimane solo un rimpianto: ma perché nei giorni di Castello il castello è aperto e per il resto dell’anno ti saluta solo con un irridente cancello sempre  chiuso?