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Blu Ponti di Ceramica Francesco De Maio alla mostra “Tutto Ponti, Gio Ponti archi-designer”

Nella più grande retrospettiva che si tiene al MAD di Parigi, la Ceramica Francesco De Maio riproduce con le sue maioliche decorate a mano alcune opere di Gio Ponti.


tutto-ponti-gio-ponti-archi-designer-mad-ceramica-ottobre-2018-vivimediaC’è tutto Gio Ponti a Parigi dove la Ceramica Francesco De Maio presenta la riedizione di alcune grandi opere del celebre architetto italiano, riproducendo le maioliche bianche e blu e le straordinarie ceramiche in rilievo bianche e bludisegnate da Ponti per l’Hotel Parco dei Principi di Sorrento e le famose maioliche bianche e gialle in cotto fatto a mano che pavimentarono l’ultima residenza di Gio Ponti in Via Dezza, Milano.

Una mostra-omaggio, l’unica di questo tipo mai realizzata sull’opera di Gio Ponti, per testimoniare il genio progettuale e creativo del grande maestro, dall’architettura all’editoria, dalle ceramiche ai vetri.

L’esposizione che si tiene dal 19 ottobre 2018 al 10 febbraio 2019 al MAD (Musée des Arts Décoratifs situato nell’area Marsan del Louvre), sarà una grande retrospettiva su Gio Ponti, a cura di Olivier Gabet, Dominique Forest, Sophie Bouilhet-Dumas e Salvatore Licitra in collaborazione con “Gio Ponti Archives”.

Ripercorrendo momenti salienti della carriera del grandissimo designer, sono presenti oltre 500 pezzi provenienti da tutto il mondo. Un’opera straordinaria resa possibile anche dalla preziosa collaborazione della Ceramica Francesco De Maio, esclusivista mondiale per 5 continenti dei decori di Gio Ponti, che arricchisce con i suoi capolavori ceramici questa meraviglia.

In particolare, la Ceramica Francesco De Maio ricrea lo scenario di una stanza dell’Hotel Parco dei Principi di Sorrento con i colori del cielo e del mare delle maioliche bianche e blu che Gio Ponti realizzò tra il 1960 e il 1962 per pavimentare, con diverse combinazioni, la hall e le cento camere. E lo fa con il Decoro Tipo 8 della Collezione “Blu Ponti”. Maioliche rigorosamente decorate a mano in formato 20x20cm con spessore 12,5 millimetri, che riproducono fedelmente lo smalto, i colori, i decori e lo spessore di quelle fatte negli anni ’60 e con la riproduzione in cotto fatto a mano dei ciottoli a rilievo bianchi e bludisegnati all’epoca da Ponti per rivestire la hall dell’hotel.

Ma non solo. Dopo una lunga ricerca ceramica, la Ceramica Francesco De Maio è riuscita a riprodurre fedelmente la famosa maiolica 25x25cm in cotto fatto a mano rigato in diagonale bianco e giallo che Gio Ponti disegnò negli anni ’50 per pavimentare la suacasa di Via Dezza in Milano che abitò, con i suoi cari, dal ’57 in avanti, arredata con tutte le invenzioni pontiane in fatto di pianta, pareti, mobili, oggetti. “Una casa dimostrativa. E in cui tutto felicemente veniva da una stessa mente e da una stessa mano”.

Riprodurre fedelmente queste bellissime maioliche è stata per noi una sfida superata con grande orgoglio e soddisfazione. Così com’èun onore e un’emozione partecipare alla retrospettiva di Gio Ponti più grande al mondo”, dicono Gianni e Patrizia De Maio, rispettivamente Ceo ed Art Director della Ceramica Francesco De Maio. “Due anni di intensa ricerca ceramica e duro lavoro svolto all’interno dell’azienda insieme Salvatore e Anna Licitra e in continuo dialogo con i curatori della mostra”.

La retrospettiva su Gio Ponti realizzata in sinergia con la Ceramica Francesco De Maio, Salvatore Licitra, Olivier Gabet, Dominique Forest, Sophie Bouilhet-Dumas, il Mad di Parigi, Gio Ponti Archives, Molteni&C, Richard Ginori, Domus, Elle Decoration e lo studio Wilmotte & Associés, valorizza uno dei più grandi protagonisti della storia del design italiano nel panorama internazionale. (Lara Adinolfi)

Biblioteca Comunale: a rischio gli storici volumi del Palladio

Soccorriamoli col Progetto Art Bonus e pagheremo meno imposte!


biblioteca-cava-de-tirreni-ottobre-2018-vivimediaSOS dalla nostra storica Biblioteca Avallone, una delle più antiche e prestigiose del Sud Italia, custode di opere secolari, importanti e rare, tra cui un’Edizione della Rivoluzionaria Enciclopedia di Diderot e D’Alembert e tante cinquecentine. Proprio queste non godono di florida salute, perché logorate dall’umidità di luoghi sotterranei e dalle difficoltà tecniche ed economiche di cura e di preservazione.

Il grido di allarme riguarda proprio una delle opere più prestigiose, i “Quattro libri dell’Architettura”, di un grandissimo come Andrea Palladio, edizione veneziana, stampata da Bartolomeo Carampello nel 1581. Si trovano nella nostra città perché prima erano proprietà del tavolario cavese Giovan Bernardino Bongiorno e poi sono passati a Vincenzo Meccia, il pittore che restaurò i dipinti della chiesa di San Francesco.

Per poterla salvare, l’opera è stata inserita nel Progetto Nazionale Art Bonus, che pone sotto la sua tutela alcune opere d’arte di particolare importanza e per stimolare finanziamenti da parte dei privati garantisce un credito d’imposta del 65% rispetto all’importo offerto. Quindi dare un contributo economico sarebbe non solo cosa buona e giusta, ma anche remunerativa. Soprattutto, significherebbe aggiungere un mattone al castello sempre pericolante del nostro patrimonio culturale. E farlo con i libri ha sempre un sapore in più, anche perché, come diceva l’imperatore Adriano nelle sue memorie yourcenariane, le biblioteche sono il granaio dell’anima, le depositarie di un’identità collettiva, oltre che testimoni di una storia radicata in tempi a volte fascinosamente secolari.

Allora non resta che aprire il cuore alla sensibilità e mobilitarsi. Come? Rivolgendosi alla Direttrice della Biblioteca Comunale Teresa Avallone e/o alla sua sorella in bibliofilia, Federica Clarizia (con lei nella foto), oppure aprendo il link http://artbonus.gov.it/1648-i-quattro-libri-dellarchiettura. E occorre anche fare presto, perché il Pogetto può essere sostenuto solo entro quest’anno solare. Meditiamo, gente, meditiamo…

Esito felice per il Concorso “Maria SS. Dell’Olmo”

 Il Premio “Silvio Albano” all’Associazione “Il Cireneo”


Ancora una volta tradizione, novità, varietà e qualità hanno caratterizzato il Concorso di Poesia e Prosa religiosa Maria SS. Dell’Olmo, giunto alla tredicesima e, sotto la guida del Rettore Padre Adriano Castagna e del Parroco Padre Giuseppe Ragalmuto,  indetto dal Convento dei Padri Filippini della Basilica dell’Olmo di Cava de’ Tirreni, la cui premiazione, riguardante opere incentrate sul tema “Maria madre del sorriso”, si è svolta mercoledì 5 settembre 2018, all’interno della storica Chiesa.

È un evento radicato in un ampio territorio, tanto è vero che ci sono stati vincitori assoluti anche dalla Lombardia, dall’Emilia Romagna, dalla Puglia, oltre che da quella Sicilia che, grazie all’opera meritoria di apostolato svolta a suo tempo a Palermo dai cari e indimenticati Padre Silvio Albano e Raffaele Spiezia, è diventata “sorella della basilica”. Una Sicilia vincente, grazie a Palma Civello, giunta alla sua quinta palma consecutiva: segnalata nella Poesia (con una lirica che esalta la forza consolatrice e la maternità universale di Maria al di là degli stessi demeriti di noi mortali) e prima ex aequo nella Prosa, con una spiazzante rielaborazione della maternità di Maria vissuta con gli occhi di Giuseppe e di Maria-moglie. Una Sicilia vincente grazie anche all’amico Toti Palazzolo, palermitano di vita quotidiana ma parrocchiano onorario della Basilica, che ha raccontato una bella storia di integrazione di tre extracomunitari in un quartiere difficile della sua Palermo.

La principale novità è consistita nella presenza vincente di nuovi concorrenti di qualità sia tra i partecipanti sia tra i premiati. Su tutti, la cavese Angela Pappalardo, che ha vinto (ex aequo con Palma Civello) il primo premio nella Sezione Prosa raccontando con calore umano e passione di fede la storia di un aborto felicemente evitato grazie ad un recupero della coscienza favorito da una militante del Movimento per la Vita ed all’illuminazione proveniente dal contatto emozionale con una Madonnina posta nell’Ospedale. L’argomento è presente anche nel racconto secondo classificato, in cui la casoriese Lucia Plateroti ha rievocato un episodio di vita familiare, che poi ha dichiarato come autobiografico, emozionandosi ed emozionando nell’evocazione di una gravidanza precoce e di un nipote carissimo e bellissimo, oggi ventenne, preservato dall’aborto grazie all’amore che animava i due genitori ed anche all’intercessione della nonna, sostenuta dalla sua fede mariana.

È una new entry anche la terza classificata in entrambe le sezioni, Anna Maria Santoriello, nata felicemente alla scrittura da poco tempo e già reduce da successi e apprezzamenti. La Santoriello ha utilizzato il filo rosso del suo matrimonio, avvenuto oltre mezzo secolo fa proprio alla Basilica dell’Olmo, per raccontare con vivace senso dello humour l’imbarazzo tragicomico causatole da una confessione molto pruriginosa, come nello stile dell’epoca, ma anche per toccare con ovattata e intensa delicatezza l’emozione della cerimonia e della sua unione, che ha visto una famiglia forte e unita manche la svangante, precoce perdita di un figlio.

È new entry anche il depositario della menzione d’onore, Pasquale Di Domenico, che ha ricordato il tradizionale rito ferragostano di una messa nel cortile di casa sua paterna intorno al quadro di Maria Assunta voluto dalla madre Assunta, oggi nel paradiso della memoria ma capace di lasciare nel cuore un sorriso come quello di Maria nell’immagine.

Si è confermato alla grande, nella Poesia, il vietrese Alessandro Bruno, già vincitore lo scorso anno come galoppante talento emergente e quest’anno, dopo vittorie, riconoscimenti e pubblicazioni, oramai talento emerso, come autore in vernacolo (un panda, dati i tempi ed i suoi freschi trent’anni) vivace, originale e coinvolgente su tematiche di vario genere. La sua esecuzione della poesia vincente (‘O viento e ‘a terra d’ ‘a Maronna) rimarrà nella memoria per l’incisività del testo, la lettura “atmosferica”, la suggestione di una litania catartica scandita dal ritmo lento e incalzante della tammorra di Cristian Brucale, giovane cantautore vietrese, recentemente premiato a Napoli direttamente dal grande Mogol.

Come Alessandro Bruno, non si ferma nella sua ascesa neanche Stefania Siani, segnalata al merito lo scorso anno e ora seconda con una poesia ad alto tasso di concentrata intensità, in cui con poche ma taglienti pennellate esprime il rimpianto, suo ma estensibile a tanti altri esseri umani, per non aver saputo aprire il cuore alla madre quando era in vita e per essere impotente a farlo ora che lei non c’è più.

Il premio speciale della Giuria è andato ad un’altra giovane emergente-emersa, Iolanda Della Monica, studentessa di teologia, volontaria di solidarietà, che ha invocato il sorriso liberatorio di Maria verso tanti peccati sociali della nostra epoca, enunciati con strofe incalzanti ed emozionate.

Tra i segnalati a vario titolo, ci piace ricordare sia Carla Pappalardo (new entry e sorella di Angela) autrice di una suadente lirica stile vintage basata sulla comparazione tra il sorriso di Maria e quello di sua madre, sia tre cari amici dell’Olmo, già pluripremiati nelle scorse edizioni: il maestro Giuseppe Siani, che prospetta come il sogno primario di Dio un mondo senza lacrime né “figli inchiodati a liquide croci”; Carla D’Alessandro, che ha innalzato a Maria un inno devozionale di calda intensità, e Iosefina Citro, che ha narrato in versi una storia-parabola su un incontro diretto con Maria e il suo sorriso. Segnalati infine anche il frusinate Francesco Patrizi, la salernitana Grazia Sammarco e la costaiola Maddalena Della Mura, anche lei habitué di premi in concorsi religiosi.

Il gran finale è stato dedicato, come ogni anno, alla consegna del Premio Silvio Albano, dedicato al nostro indimenticabile Padre Silvio, precocemente scomparso, destinato a testimoni attivi dell’amore e della carità evangelica. Confermando la linea dello scorso anno, è stato assegnato ad un’Associazione di volontariato,: Il Cireneo (Il cui nome evoca la figura biblica dell’uomo che si accollò la croce di Cristo per alleviarne le pene), impegnata nell’assistenza agli anziani e ai bisognosi qui nel territorio e in solidarietà a distanza in Brasile e Filippine. Vivace ed emozionante la consegna del riconoscimento, sia per la folta presenza del Gruppo, sia per il ricordo di Sidra, una delle care ospiti di Villa Serena, recentemente scomparsa alla straordinaria età di centosette anni, sia per l’energia emanata dal suo fondatore e presidente, Salvatore Costabile, sia per la poesia dedicata ad hoc da Iolanda Della Monica, una delle cirenee più giovani e attive.

Alla fine della premiazione, abbraccio generale e foto ricordo con i giurati-lettori di VersoCava presenti o assenti (Maria Alfonsina Accarino, Lucia Antico, Lucia Criscuolo, Maria Teresa Kindjarsky D’Amato, Emanuele Occhipinti, Rosanna e Teresa Rotolo, Anna Maria Violante e lo scrivente Franco Bruno Vitolo, che ha fatto anche da conduttore).

A detta di tutti i presenti, è stata una serata varia, ricca di stimoli, con recitazione ben accoppiata ai versi e qualche nota ad hoc, con molte chiavi ad apertura di cuore. Una serata che, in linea con il tema, è stata calda e “religioiosa”. Purtroppo, in controtendenza con le scarse gioie che ci vengono dalle notizie di ogni giorno e che altro che sorriso di Maria. Auguriamoci allora che questa tendenza cambi e che anche il “sorriso di Maria” abbia più ragione di essere. Per dirla con Alessandro Bruno, sarebbe quello il vero miracolo…

Il responso della Giuria

Sezione “Poesia “

  1. O viento e ‘a terra d’ ‘a Madonna, di Alessandro Bruno – Vietri sul mare

  2. Un oceano sotto la pioggia, di Stefania Siani – Cava de’ Tirreni

  3. Un viaggio d’amore, di Anna Maria Santoriello – Cava de’ Tirreni

Premio speciale della Giuria : Sorridi, Maria!, di Iolanda Della Monica – Cava de’ Tirreni

Menzioni di merito: Sorriso di mamma, di Carla Pappalardo (Cava de’ Tirreni); Son certa che sorridi, di Palma Civello (Palermo); Il sorriso di Maria, di Maddalena Della Mura (Maiori – Salerno)

Pubblicazione: La seggiola della Madonna, diJosephina Citro (Mercato San Severino – SA); Il sogno di DiodiGiuseppe Siani(Cava de’ Tirreni); Abbraccio amoroso, diCarla D’Alessandro (Nocera Inferiore – SA); Ave, immacolata,diFrancesco Patrizi(Monte S. G. Campano – Frosinone); La mia preghiera, di Grazia Sammarco (Salerno) 

Sezione “Prosa“

  1. Il sorriso di Maria attraverso frammenti di pagine ritrovate del diario di Giuseppe, suo sposo – di Palma Civello - Palermo

Un’amica per la vita – di Angela Pappalardo Cava de’ Tirreni

  1. Il sorriso di Maria, canto alla vita – di Lucia Plateroti(Casoria – Napoli)

  2. Un matrimonio… avventuroso, di Anna Maria Santoriello (Cava de’ Tirreni)

Premio speciale della Basilica dell’Olmo : Aldo, Giovanni e Giacomo, di Salvatore Palazzolo (Palermo))

Menzione di merito: Nutrirsi di nostalgia, di Pasquale Di Domenico (Montecorvino Pugliano – Salerno)

La Battaglia di Cava del ’43 sarà rievocata in Comune lunedì 10 settembre

Costituito in Provincia un Comitato dei comuni dello Sbarco.


SALERNO, EBOLI, PONTECAGNANO, VIETRI SUL MARE, CAMPAGNA, CAVA DE’ TIRRENI: rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni, personalità della cultura insieme, grazie alla meritoria iniziativa del giornalista Eduardo Scotti, di Repubblica.

Finalmente, sia pure senza finanziamenti particolari, in occasione del settacinquesimo anniversario dell’evento, si è costituito un comitato intercittadino che comprende i comuni a suo tempo coinvolti nell’Operazione Avalanche, cioè nello sbarco degli Alleati angloamericani, avvenuto nel 1943 sulla Costa salernitana e immediatamente successivo all’Armistizio dell’8 settembre, che unilateralmente rompeva l’alleanza italotedesca e faceva passare l’Italia dalla parte degli Angloamericani e i Tedeschi nel novero dei nemici in terra propria. Se pensiamo allo sfruttamento in senso positivo che i Francesi hanno fatto dello sbarco in Normandia e consideriamo che lo sfondamento delle truppe di sbarco è stato decisivo per la se sorti dell’Italia e forse della guerra stessa, ci rendiamo conto delle opportunità che si potrebbero cogliere… e anche di quelle che finora si sono perdute, con iniziative parcellizzate e frammentate. 

Momento cruciale di questo sfondamento è stata la cosiddetta Battaglia di Cava, con gli Alleati a premere dal mare e i Tedeschi a difendersi sulle colline metelliane. Giorni drammatici, giorni difficili, giorni indimenticabili. Giorni che, nella distribuzione delle date dei vari eventi (rimandiamo ad altra sede il calendario generale), saranno rievocati, con la presenza del Sindaco Vincenzo Servalli e del Coordinatore del Comitato Edoardo Scotti, a Cava lunedì 10 settembre, alle ore 18, 30, nella Sala del Consiglio Comunale, nel corso della manifestazione intitolata, appunto, “La Battaglia di Cava”.

La manifestazione, condotta dal sottoscritto scrivente, si articolerà in quattro momenti:

*Diario del ’43 – Lo sbarco in diretta -Conversazione con Gregorio Di Micco.

I giorni dello sbarco, molto difficili per la popolazione, costretta a lasciare le proprie case ed a cercare alloggi di fortuna, in un’altalena terribile di pericoli e di morte, sono stati raccontati praticamente in diretta attraverso il diario di una signora napoletana sfollata a Cava e ritrovato in casa dell’avvocato Vincenzo Mascolo dal giornalista Gregorio Di Micco e pubblicato nel suo recentissimo libro Cava 1943 – I giorni del terrore. Non solo diario e cronaca in diretta, però, ma anche uno sguardo a trecentosessanta gradi sugli eventi epocali di quei giorni, con corredo di testimonianze e carrellate di personaggi ed episodi, Mamma Lucia in testa, naturalmente. Il tutto raccontato con la cura del giornalista, la competenza dell’uomo di cultura, la chiarezza del cronista, la passione del cittadino.

*Il video di Cava Storie

Non solo storici di antico pelo ed esperienza si stanno appassionando alla ricostruzione degli eventi del secolo scorso che hanno cambiato la storia del nostro territorio, ma anche giovani ricercatori, che all’attenzione per la lettura uniscono l’abilità dei moderni supporti tecnologici. Tra questi, un gruppo che fa capo al sito web Cava Storie, per l’occasione rappresentato da Aniello Ragone, che mostrerà il promo di un docufilm sullo sbarco e ritagli di documentari da loro già realizzati sugli eventi di quegli anni.

*Verso il Museo di Mamma Lucia.

Sulla scia dell’autorizzazione a visionare il materiale giornalistico e iconografico contenuto in apposite casse di famiglia, quattro anni fa fu costituito dall’Amministrazione Comunale (allora guidata da Marco Galdi) un Comitato per il riordino e la catalogazione, in vista della realizzazione di un Museo dedicato all’amatissima “Madre dei caduti”, che in occasione della battaglia di Cava recuperò e restituì alle famiglie i corpi di oltre seicento soldati tedeschi, considerati non nemici ma “figli di mamma”. La nipote di Mamma Lucia depositaria del materiale, Lucia Apicella, e la Coordinatrice del Comitato, Beatrice Sparano, insieme con esponenti dell’Amministrazione, faranno il punto della situazione e per l’occasione sarà ancora una volta attribuito il dovuto omaggio, a parole e in video, a questa magnifica testimone di Maternità universale.

*Nina, la sposa americana

Sarà poi rievocata, attraverso un filmato realizzato in frazione Passiano in occasione del suo ritorno tra noi, avvenuto sette anni fa, la storia di Nina, la sposa americana. Una storia cominciata durante lo sbarco, nel 1943, quando Nina aveva solo nove anni e George, ventiquattrenne, era un marine di stanza a Passiano, e continuata quando George, dopo la guerra, si era mosso dall’America per venire a sposare la sua “principessa”, oramai cresciuta ma ancora un po’ “smarrita” dagli eventi.

Quando nel 1951, a Passiano, Nina e George si sposarono, tutta Cava e tanta parte dell’Italia e degli Stati Uniti parteciparono all’evento. Mille e mille persone raccolte davanti alla Chiesa e sotto il balcone del Dopolavoro, reportage fotografici su “Il tempo illustrato”, “La settimana Incom”, perfino l’americana “Life”, addirittura la sceneggiatura di un film da girare con la regia di Corbucci. Era, pur se tra tante contraddizioni, la materializzazione del sogno americano per l’Italia povera di allora. George è scomparso da qualche anno e Nina, fresca ancora della sua bellezza di sempre, di cuore, di sorriso e di pelle, oggi vive in California con i suoi tre figli ed è in continuo contatto con la nostra città, che è rimasta “sua” fin nel profondo dell’anima. 

Insomma, un poker di servizi di ampio ventaglio di interesse, che non si esauriranno però nel solo 10 settembre, ma proseguiranno nel corso dell’anno, essendo i protagonisti disponibili a fare giri itineranti nelle scuole, per mostrare quel sapore della storia e delle radici che è necessario come il pane per l’identità delle nuove generazioni, un pane che però troppo spesso è lasciato nella madia con tanta muffa e poco lievito. Che sia finalmente l’inizio di una giusta “cottura” di questo saporitissimo cibo della mente?.

Rossiniana: aria di commiato e arie di festa per una grande chiusura delle Corti dell’Arte

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Scrivere dell’ultima serata delle Corti dell’Arte mette sempre una certa tristezza. Ci accoglie, nella Corte del Teatro comunale, Eufemia Filoselli; il suo benvenuto sottolinea qualche sedia stranamente vuota, ma il cambio di data ha causato qualche defezione forzata, anche se si è comunque in tanti.

Eufemia stasera avrà un ruolo particolare. La sua presenza discreta, durante tutta la manifestazione, è sempre segno di una competenza profonda, di un amore verso il mondo della musica e di sentito rispetto per il grande lavoro che c’è alle spalle di quanto noi veniamo ad apprezzare stando comodamente seduti. Eppure stasera ci darà qualcosa di più.

Per l’ultima rappresentazione c’è anche la presenza del sindaco Vincenzo Servalli che, nel saluto, sottolinea la grande riconoscenza per la famiglia Cavaliere, a papà Felice per quanto già fatto, e al figlio Giuliano per quello che farà in futuro. Entrambi artefici di una manifestazione che negli anni ha dato, a Cava, un ruolo prestigioso a livello internazionale nel campo musicale.

Rossiniana è il titolo della serata. Grande dedica per celebrare il 150° anniversario della morte di Gioacchino Rossini e qui entra in scena Eufemia, anche senza mai salire sul palco. Ci parla del compositore, della sua capacità di scrivere opere buffe ma non solo; della sua passione per la realizzazione di ricette che dedicava agli amici ma senza mangiare. Del suo soprannome, “il tedeschino” , per il paragone con Mozart e dell’esistenza di un crescendo Rossiniano. Di quanto disegnatori e pittori, si siano ispirati al suo volto per numerosi ritratti e caricature. Insomma, una panoramica per introdurci al personaggio e alla serata dedicata al belcanto, tecnica tipicamente italiana, che permise ai compositori di scrivere testi adatti a disciplinare il canto per meglio adattarsi alle opere stesse.

E anche qui si sottolinea l’importanza dei corsi dell’Accademia Jacopo Napoli; è proprio grazie a questi perfezionamenti che si possono realizzare serate come quella che seguiremo. E se davvero Cava saprà adeguarsi a questa eccellenza, regalandole spazi idonei, allora, con la presenza di orchestre e cori, si potrà avvicinare ancora più pubblico alle opere dei grandi artisti del passato, che hanno però tracciato una strada maestra per la nostra formazione.

Sarà dunque la voce di Eufemia, negli intervalli tra le varie arie scelte da diverse opere, a portarci per mano in questo cammino, studiato dal maestro Enzo Di Matteo, accompagnato al piano da Luigi Maresca.

Paolo Visentin, baritono, è l’interprete della prima aria: “Medaglie incomparabili”, tratta da Il viaggio a Reims. Viaggio che molti nobili e corti al seguito intrapresero per seguire l’incoronazione di Carlo X.

Visentin è giovane già conosciuto e apprezzato dal pubblico della Corti, per la capacità di dare, nel canto, tutte le varie inflessioni tipiche delle lingue che cita, dallo spagnolo, al polacco, al francese, al tedesco, al russo: bellissimo effetto.

La voce narrante ci presenta la seconda aria, “Come tacer” , tratta dall’opera La Cambiale di matrimonio e scritta da Rossini a soli diciotto anni. La interpreta il soprano Angelica DIsanto. C’è una così intensa partecipazione da diventare recitazione. Si canta un sentimento, uno stato d’animo e non può essere solo una questione di voce, che è comunque bellissima. Segue perfettamente l’andare del pianoforte, sono sulla stessa lunghezza d’onda, e quando arrivano al finale, incantevole, la voce si trasforma in musica.

Le prossime tre arie arrivano da Il Barbiere di Siviglia. In successione “Il vecchiotto cerca moglie” interpretata da Anna Facciolo, soprano; poi “La calunnia” con il basso Vito Difonzo e “Una voce poco fa” del soprano Erika Liuzzi, anche lei già seguita negli anni passati.

Quando si passa a La Cenerentola, Eufemia ricorda che fu un successo generale, l’unica voce fuori dal coro fu quella di Stendhal. L’aria è “Sia qualunque delle figlie” e ritorna Paolo Visentin, accompagnato in scena dalle colleghe che lo aiutano nella rappresentazione. Quando scende dal palco e canta in mezzo a noi, ci permette di apprezzare ancora più da vicino la perfetta padronanza della dizione e una scioltezza quasi sorprendente.

Sul Don Pasquale di Donizetti, Eufemia sottolinea ancora il belcanto e le trame che hanno accoppiato versi e musica. È una prerogativa tutta italiana ed è per questo che vengono qui a studiare da tutto il mondo.

È poi la volta di “Pronta io son”, con Erika Liuzzi e Paolo Visentin. Coppia ben affiatata, che abbina la grande voce e la grande capacità espressiva.

Da Offenbach, autore de I racconti di Hoffman, l’aria della “Bambola”, con Fabrizia Spada soprano. Viene “consegnata” al palco come un pacco e messa lì al centro. Carinissima nel vestitino corto rosso, e bellissima quando si spegne e il suo “guardiano” la rimette in movimento. La riporta via come l’aveva introdotta, come un sacco, ma lei, a sua insaputa, ci saluta birbona!

Torna Rossini con La Danza, che è in realtà una tarantella. Di nuovo Angelica Disanto, e di nuovo a creare atmosfere romantiche con l’ombrellino ricamato.

Ultimo pezzo. Eufemia ancora una volta ci spiega anche la scelta del brano, perché “…noi crediamo alle fiabe e al lieto fine. Le Corti dell’Arte hanno sempre un lieto fine e voi (noi pubblico), siete la certezza che quanto facciamo viene apprezzato”

Da La Cenerentola, “Non più mesta”, affidata a Erika Liuzzi, anche se arrivano tutti sul palco. Tutti per amplificare l’esibizione di una. Fanno il coro ed è un bellissimo effetto. Che sia un’anticipazione di quanto auspicato all’inizio? Loro, il piano e un sogno che si realizza.

Per gli applausi finali, meritatissimi, arrivano anche il pianista Luigi Maresca e il maestro Enzo Di Matteo. Eufemia ne approfitta per un ultimo saluto a chi ha permesso ancora una volta tanto raffinato lavoro, con il dovuto augurio che Cava sappia mantenere e soddisfare la sua grande tradizione.

Noi pure salutiamo e ringraziamo. Chi è stato dietro le quinte, chi ci ha portati per mano, i grandi maestri che ci hanno regalato le loro splendide performance.

Sarà lungo un altro anno per poterli ritrovare tutti; compagna della nostra attesa, la certezza di trovare ancora meravigliosa musica e professionalità.

Salerno on stage: dal 7 settembre uno stage per i migliori talenti e un Concorso di danza

tp-locandina-salernonstage-salerno-settembre-2018-vivimediaSALERNO. L’associazione culturale TP Dance Events ha creato una preziosa occasione d’incontro con i migliori professionisti del mondo della danza e dello spettacolo. La manifestazione “SalernOnstage” patrocinata dal comune di Salerno e dal comune di Pontecagnano Faiano (SA) , è un evento alla sua prima edizione realizzato con l’obiettivo di unire la vitalità dello “Stage” alla competizione del “Concorso “. Una grande opportunità di aggregazione per tutti i giovani danzatori interessati a perfezionare la tecnica, sperimentare le capacità creative, misurarsi davanti a una giuria d’eccezione. Appuntamento al 7 settembre per tre giorni intensi tra stage e concorso, con la direzione artistica di Mauro Mosconi, ballerino, coreografo e giudice di “Amici.

lo stage, tenuto da maestri di chiara fama quali Mauro Mosconi, Bill Goodson, Claudia Rossi, Fabrizio Bartoli, Fernando Lazaro, Veronica Peparini, Eugenio Buratti, vedrà tutti i partecipanti impegnati in lezioni di vario livello, (principiante, intermedio, avanzato) di danza classica, moderna, contemporanea e hip hop.
Le due giornate si svolgeranno negli spazi attrezzati dalla Masseria Casella.
Domenica 9 settembre 2018, sarà invece il turno del teatro Augusteo di Salerno, dove si ritroveranno i partecipanti al “Primo Concorso Internazionale di Danza SalernOnstage 2018″. 
Il Concorso è aperto a tutti i danzatori non professionisti. I partecipanti avranno l’occasione di esibirsi davanti a una giuria d’eccezione formata dallo staff di SalernOnstage.
“Siamo molto soddisfatti del fatto che il nostro progetto stia riscuotendo successo già dalla prima edizione, – spiegano gli organizzatori –  . L’interesse riscontrato sui social, le numerose richieste di partecipazione allo stage, le adesioni al concorso “Best Talents”, giunte da tutta Italia, ci hanno sorpresi positivamente. Questo grazie anche alla collaborazione di un illustre corpo insegnante, maestri pronti ad offrire ai partecipanti l’opportunità di immergersi nelle molte novità riguardanti la danza classica, moderna, contemporanea”. La Tp Dance Events ha creato un “premio speciale” unico, diretto a riconoscere e valorizzare soprattutto il talento dei giovani. “ Con il premio Best Talents vogliamo ritornare a parlare di grandi sogni, di quelli che si fanno strada con impegno, determinazione e talento –  affermano gli organizzatori – “ . È dunque ancora possibile (viste le numerose richieste pervenuteci al rientro dalle vacanze) iscriversi sia al concorso che allo stage. Di seguito ricordiamo le date.

Stage dal 7 all’ 8 settembre 2018 presso la Masseria Casella
Concorso 9 settembre 2018 presso il teatro Augusteo di Salerno

Info e iscrizioni – sito www.tpdanceevents.it –  pagina Facebook : Tp Danceevents cliccando sull’evento SalernOnstage Concorso e Stage di Danza.

Vi aspettiamo!

“Amori sospesi” alle Corti dell’Arte: le note di Mirabassi, Di Modugno e Balducci

… e la Corte di Palazzo Talamo s’illumina d’intenso.


le-corti-dellarte-palazzo-talamo-cava-de-tirreni-agosto-2018-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Le Corti dell’Arte, l’annuale rassegna di Musica da camera che si svolge a Cava de’ Tirreni ed è organizzata dall’Accademia “Jacopo Napoli”, mercoledì 29 agosto sono arrivate alla corte di Palazzo Talamo, che a Cava de’ Tirreni ha ospitato la regina Margherita e non solo. La storia, il tempo passato si respirano e si vedono, anche nelle enormi cascate di edera che abbracciano muri e balconi.

Quando Eufemia Filoselli prende la parola, invita al raccoglimento, ricordando i vecchi fasti del luogo, l’accoglienza che da sempre la famiglia Talamo ha riservato alle Corti dell’Arte e che ancora oggi continua, come sottolineeranno con la targa ricordo consegnata a fine serata ad un emozionatissimo Andrea Talamo.

Eufemia riserva complimenti anche al pubblico delle Corti. Complimenti partiti dagli stessi artisti che si sono esibiti nelle serate precedenti, che hanno apprezzato l’educazione e la competenza di chi segue i concerti. E non è un dettaglio!

La serata, dal titolo “Amori sospesi”, vede esibirsi il trio composto da Gabriele Mirabassi al clarinetto, Nando Di Modugno alla chitarra classica, Pierluigi Balducci al basso. Il curriculum dei tre musicisti è di quelli da più pagine.

Per Gabriele Mirabassi, perugino, sottolineo la capacità di spaziare dalla musica classica al jazz, con collaborazioni che lo vedono impegnato anche nel campo del teatro, della danza e della canzone d’autore. Cito ad esempio, Erri De Luca, Mina, Cammariere, Fossati per non dilungarmi. Questa sua vena poliedrica sarà elemento trainante di tutta la serata.

Nando Di Modugno, “quello con i capelli bianchi per far capire chi comanda” (cit. Mirabassi), barese, cresciuto con la musica, ha studiato con maestri che venivano dalla scuola di Segovia. Ha partecipato a registrazioni di diverse colonne sonore e suonato con Premi Oscar come Morricone, Shore e Piovani. Insegna chitarra al “N. Piccinini” di Bari.

Dal sud anche Pierluigi Balducci, bassista elettrico e acustico tra i più famosi nel campo jazz non solo italiano. Molte riviste del settore gli hanno dedicato ampie interviste per sottolineare la sua competenza e duttilità. È docente di Basso elettrico presso il Conservatorio “Duni” di Matera.

Le poche notizie date sui componenti del trio già devono far capire che anche stasera avremo la possibilità di assistere ad una esibizione di altissimo livello. Quanto saprà sorprenderci lo scoprirete con noi.

I musicisti sono vicinissimi sul palco ridotto che ha dovuto cedere spazio al numeroso pubblico. Piccoli accordi al basso, tutto il resto è silenzio. Note. Il clarinetto assapora in silenzio l’inizio dei colleghi, ma la sua pausa dura poco. Parte e sembra un incantatore di serpenti: nell’ondeggiare del corpo, nel guardare il pubblico, nel cercare le note giuste per ammaliarci. La sua musica è prepotente, ma non sarebbe la stessa senza quel tappeto che la sorregge e le permette di scivolare via, penetrante e curioso. Quando finisce il brano, si preoccupa di chiedere dell’acustica per il pubblico seduto in fondo e siamo sorpresi di sentire la sua voce che interagisce con noi. La contaminazione dello spettacolo di cui vi ho parlato, non casualmente, comincia a delinearsi, ma ancora non capiamo quanto.

Ci presenta i brani che eseguiranno, cominciando da un pezzo composto per Erri De Luca. Per ogni brano c’è una storia, un aneddoto, una curiosità. Come la teoria che Don Chisciotte sia il vero invincibile per lo scrittore, perché aveva la grande capacità di sapersi sempre rialzare.

Tutto il concerto sarà un continuo viaggiare dal repertorio italiano a quello brasiliano, in tanti pezzi un racconto di un Brasile un po’ meno conosciuto, non quello della solita samba, non quello delle più famose mete turistiche. Il viaggio con loro è dentro una terra di cui spesso si conosce solo l’apparenza ma poca profondità. La musica che decidono di suonare nasce con le storie dei luoghi, insieme alla gente che li ha vissuti.

È proprio questo vissuto che raccontano quelle note e pretende di essere anche recitato. Mirabassi non suona soltanto, interpreta il ruolo che la musica gli crea. Cammina con passi che non lo portano da nessuna parte, ma si ha la certezza che si muova. Anche quando sono le corde “a parlare”, lui continua quel balletto, il corpo segue ogni minimo movimento. Con rinnovata energia si rimette in moto, anche se si ha la sensazione che lo spazio a disposizione gli stia un po’ stretto. In fondo il viaggio porta lontano!

Parlare col microfono e suonare senza. Strano!” Arriviamo al pezzo che dà il titolo alla serata. Scritto da Di Modugno, ha avuto diverse evoluzioni, essendo stato tradotto in francese, poi in brasiliano. “Tipo volubile Sono parentesi sorprendenti che continua a regalarci. È il suo modo di renderci partecipi della complicità che esiste tra di loro, tra i percorsi che li hanno fatti incontrare. Ci dice che il pezzo è bellissimo e noi gli crediamo sulla parola.

È veramente sospesa la musica che viene fuori. Tocchi lievi, come a temere che qualcosa di delicato si possa rovinare. Una danza, piccoli passi: trovarsi e perdersi. Il basso mette un certo spessore alla storia, ma la chitarra lo tiene a bada. Su tutti torna il clarinetto, a mettere pace in quel ballo a tre che non riesce a decretare nessun protagonista. I passi di danza si ripetono più voluttuosi, più sensuali, fino a lasciare i ballerini sulla pista immobili.

A risvegliare tutti un nuovo ritmo brasiliano: colori da quelle note, arcobaleni.

Finalmente suoniamo un pezzo bellissimo che non è nostro, ma, buon per voi, non lo canteremo,” Continua a spiegarci, come durante una lezione ai suoi numerosi allievi, pure presenti tra il pubblico, che i brasiliani non hanno linee diritte, ma amano le sinuosità e questo modo di raccontare la musica è piaciuta anche a lui e l’ha fatto suo. Ascoltiamo questa canzone muta. Di sicuro è un corteggiamento: inizia lenta, delicata. Ha bisogno di conoscere, di farsi conoscere. Non è una serenata da lontano, no. È guardarsi negli occhi, è tenersi la mano, è una carezza tra i capelli, sono labbra sfiorate. È gioia raccolta in uno scrigno e conservata.

Ma in questa giostra che Mirabassi guida per noi, non si sta mai fermi. A Recife si balla il “frevo”, in pugliese Di Modugno ci traduce “A frev”. È una musica che mette allegria e fretta allo stesso tempo. Ritmo che invita a muoversi, a cercare. C’è quasi una corsa in quella sedia minuscola, in quello spazio minimo. Ma c’è. Corpo incontrollabile sotto l’effetto della musica. Virtuosismi di chitarra e basso, sottili fili che si tendono a regalare brillanti di sudore e brividi di piacere.

Cita Martin Rojas: “ha scritto pochissimo ma questo bolero è un pezzo fantastico.”

La delicatezza inizia con la chitarra. Apre la porta alle dolci note del clarinetto e poi arriva il basso. Solo ora che sono tutti insieme iniziano il racconto. Parte dal profondo quella musica. Attraversa tutti i sensi, fa sorridere, fa sognare ad occhi aperti. Incide qualche parola nell’anima e poi la copre con una coperta di amore, aspettando che la persona giusta venga a scoprirla.

Sarà perché noi restiamo senza parole che Mirabassi continua a lanciarcele come àncore? “Il chitarrista è colui che passa metà della vita ad accordare e l’altra metà a suonare scordato. Detto da Segovia!”

C’è un pezzo di Balducci, Fredrich? Lo scrivo così, anche se nella descrizione di Mirabassi potrebbe essere scritto in qualsiasi modo, ma non ha nessuna importanza adesso. Prima impressione è l’autostrada che va. Di notte, lampioni che non illuminano abbastanza. Ci vuole altro. Ci vuole quella luce di dentro, quel fuoco che brucia. Fa anche male, ma serve. Altrimenti si ghiaccia. E dunque soffri e stai bene allo stesso modo, nello stesso momento. Strani questi viaggi nella notte. Ti nascondono la strada e ti mostrano l’invisibile profondità dell’anima. Stridore di freni, visone improvvisa, realtà svelata. Stupore. Bellissima.

Non ci fa riprendere. C’è da scoprire la storia del “Farrò”, parola nata dalla scritta For all che si leggeva sui manifesti con cui i militari americani invitavano i nativi del luogo a partecipare ai balli che organizzavano per inserirsi nella vita di quel Brasile ancora poco conosciuto.

E poi cominciano i ringraziamenti. Per i Cavaliere padre Felice e figlio Giuliano, che hanno permesso e permettono questa manifestazione bellissima, e per noi pubblico: “desiderabile”.

Avevo sentito dire di quello che succedeva quaggiù, ma non c’ero mai stato. Tutto vero.”

La musica che arriva è quella intorno al fuoco, è l’incontro e il saluto, è voglia di ballare, è voglia anche solo di ascoltare e basta. È lasciarsi andare al loro ritmo, fidandosi che sarà un bell’andare.

Un leade, Mirabassi, ma la sua grandezza è stata quella di esserlo e lasciar chiaramente capire quanto gli altri due lo siano allo stesso modo. Umiltà.

Quando Eufemia torna, invita Felice Cavaliere a fare un saluto a questo pubblico che davvero gli è infinitamente grato per quanto ha saputo regalarci in queste storiche edizioni delle Corti dell’Arte. Non è mai molto contento lui di prendere la parola, ma sa sempre dire qualcosa di importante. Come sottolineare la grande bellezza di Cava, di come nella sua mente ci sia di certo un nuovo progetto. Gli viene fuori una parola, “Cava on the road”. Se è una nuova sfida, noi siamo qui ad aspettare che venga lanciata. Ma il suo intervento è breve, toccata e fuga. I nostri applausi per lui e per il gruppo chiedono un bis. Di sicuro non lo concederà Felice, ma il trio sì.

Parlano tra di loro e come sempre a usare il microfono è Mirabassi: “Il pugliese mi ha detto di un fatto.”

È il suo modo di introdurci la scelta del pezzo finale. Pezzo scritto da Erri Mancini (autore della musica de “La Pantera Rosa”), tratto dalla colonna sonora del film I Girasoli per la regia di De Sica. Pur di farci entrare nell’atmosfera della musica, ci racconta buona parte della trama. A noi non dispiace ascoltare quella voce che sa far vedere le scene di un giovane Mastroianni, di una testarda Loren, della tragedia della guerra, della forza di un amore.

È così che in una corte tanto piccola ci regalano il concetto di immensità come può esserlo un campo di girasoli. Sapremo correrci dentro o resteremo a guardarli, rapiti da tanta grandezza? Non ha molta importanza adesso. Qualunque sia la strada, la si percorrerà con animo libero, come questa musica vuole, fino all’ultimo passo.

Corti dell’Arte: il violino di Brodsky e il piano di De Simone in una grande serata di musica … e di vento

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Alle Corti dell’Arte di Cava de’ Tirreni può diminuire l’ampiezza dei luoghi che le ospitano, ma non diminuisce mai la qualità degli interpreti e della loro musica. Lunedì 27 agosto, nella Corte del Teatro Comunale, Vadim Brodsky al violino e Sergio De Simone al pianoforte, hanno deliziato il consueto numeroso pubblico che segue con passione la manifestazione.

Il primo è uno dei grandi violinisti della scuola ucraina, vincitore del primo premio ad ogni concorso a cui ha partecipato, con riconoscimenti in ogni parte del mondo. L’Italia gli ha concesso l’onore di suonare il “Guarnieri di Gesù”, appartenuto a Paganini!

Non meno brillante la carriera di De Simone, fiorentino, che ha legato il suo nome a concerti in tutta Europa e negli Stati Uniti. Grandissimo interprete di musica da camera, insegna pianoforte a Londra, a Livorno e a Sesto Fiorentino.

Gli onori di casa spettano ad Eufemia Filoselli, che come sempre ci parla dei suoi ospiti, delle loro performance in giro per il mondo e di come le Corti diventano, per gli stessi maestri, occasione di esibizione, ma soprattutto di insegnamento. Sono loro infatti, a tenere anche i corsi per gli allievi dell’Accademia Jacopo Napoli, da cui tutto parte. Tra un curriculum e l’altro, una sonata e l’altra, avrà poi anche modo di ricordare un cambio di data importante, perché la serata prevista per sabato 1 settembre sarà anticipata a venerdì 31 agosto.

La serata non minaccia pioggia, ma un venticello dispettoso si presenta e si ha l’impressione che vorrà in qualche modo partecipare allo spettacolo.

I due artisti arrivano tutti in nero, si presentano al pubblico e prendono possesso dei rispettivi strumenti. Un leggero cenno di intesa col capo e si va.

Schumann apre il programma. Ritmo dolce, che serve per calmare le agitazioni del cuore; grande rimedio, la musica.

Il vento prova a distrarci trascinando via lo spartito del violino, ma non ci riesce. Le note continuano ad andare, scolpite nella mente e in quella mano che non ha lasciato l’archetto. Quando i tasti affondano, danno un senso di definitivo, di assoluto.

Le corde pizzicano il cuore che sembra voglia battere per conto suo. Non capisco se c’è qualcosa nella musica che mi spinge contro il muro o se la musica è il muro che non mi fa cadere giù. Ma il tocco finale è proprio una carezza, allora di sicuro è la mia àncora.

Incredibile come si muovano in perfetta coordinazione l’archetto del violino e il capo del pianista: ad ogni affondo, ad ogni rincorsa, corrisponde lo stesso movimento.

Il pezzo è finito e non ho scritto niente. Mi scuserete ma ero in viaggio con loro. Mi hanno offerto un biglietto per un treno che viaggiava in luoghi deserti, ma che volevano essere ammirati. Quando fuori da un finestrino osservi il nulla, sei obbligato a guardare il tuo dentro; e non è mai compito facile.

Ripartiamo. A bordo sono salite le note di Camille Saint-Saens, mi fanno compagnia. Ballano tra i sedili, si affacciano ai finestrini polverosi ma non si lasciano distrarre dal loro gioco. Corri, ti inseguo, ti prendo, mi sfuggi…

I capelli bianchi del maestro Brodsky raccontano dei tanti viaggi fatti, ma nulla ha perso della ricerca, della curiosità, della voglia di scoprire ancora una volta dove arriverà questo treno.

De Simone suona, legge lo spartito e sembra che gli parli. Col capo fa cenni di assenso, come a confermare che quanto sta accadendo, quanto si sta raccontando, è tutto giusto, tutto vero.

Applausi da noi e tra di loro complimenti a vicenda.

Il vento torna, prepotente discolaccio in una serata che vuole essere raffinata. Ma non vincerà. Il maestro ucraino fa un gesto col violino che mi ha dato proprio la sensazione di una carezza. Una piega del collo, ad insinuarlo ancora di più sotto il capo, come per proteggere un oggetto caro. Attimi di dolcezza e di pausa da dedicare al piano. Si parlano sottovoce, il vento si intrufola dispettoso, ma non cambia il senso del discorso, che si ravviva all’improvviso, come se si fossero accesi gli animi. Un parlare veloce, a tratti sovrapposto, dove ognuno cerca di mantenere alto il suo punto di vista. È la musica di César Franck: porta confronto, ricerca, storia. Mai scontro.

Si guardano i maestri come se stessero per intraprendere un cammino più difficile e devono tenersi pronti, all’erta. Tutto cresce di intensità, l’archetto graffia le pareti del cuore mentre i tasti ci saltellano sopra.

Anche l’acrobazia fisica, a bloccare l’intero leggìo che il vento vuole portare via, dimostra quanto sia difficile superare un momento così intenso. Ma riescono a non distrarsi mai. Quelle note sono incise nella loro anima e non si dimenticano, non si saltano.

Ritmo veloce, come a voler recuperare gli attimi perduti, come a rincorrere il filo del discorso.

L’archetto ha un movimento che ipnotizza. Se lo segui per un po’, ti senti in suo potere.

Ma non siamo prigionieri. Siamo liberi di applaudire un’altra meravigliosa serata di musica, di arte, di emozioni.

Il maestro Brodsky, in perfetto italiano, dice: “Eravamo sicuri del nostro successo e abbiamo preparato un bis. Non si sa mai…” Apprezziamo divertiti la battuta e soprattutto siamo felici che non sia ancora finita.

Ma prima di esibirsi con La zingaresca, ci tiene a precisare che il pezzo di Franck è uno dei più difficili da interpretare. Ed è un omaggio al collega De Simone, alla loro formidabile competenza, alla grande empatia che hanno e che gli ha permesso di omaggiare noi di un concerto di così grande spessore.

Dalle nostre sedie possiamo solo dire che davvero hanno dimostrato, oltre alla già riconosciuta bravura e maestria, una grandissima personalità, una forte presenza in scena, una padronanza assoluta della loro esibizione.

Riparte la musica, piano, ad illuderci di calmare le nostre emozioni. Ma dura poco. Ci prendono e ci portano in giro a ballare vorticosamente tenendoci solo con la punta delle dita. Sta a noi non cadere, restare aggrappati. Loro vanno fino in fondo, noi abbiamo resistito.

Il vento ha perso. Al muro spiccano le bandiere degli Sbandieratori dei Città de La Cava. Lo hanno catturato e nelle loro pieghe conserveranno la magia di questa splendida notte.

Corti dell’Arte atto terzo: un “Viento” che unisce Napoli con Siviglia e Buenos Aires

In scena il gruppo “Flamenco Tango Neapolis”, con canti e danze dal suggestivo sapore di sole


locandina-molfetta-spettacolo-viento-le-corti-dellarte-cava-de-tirreni-agosto-2018-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Sabato 27 Agosto, ancora il complesso di San Giovanni a Cava de’ Tirreni per la nuova serata della XXXI Edizione delle Corti dell’Arte. Ci accoglie come sempre, da perfetta padrona di casa, Eufemia Filoselli, con la sua voce calda e, devo dire, particolarmente emozionata stasera. Sta per fare una sorpresa e davvero non riesce a nascondere la gioia e la riconoscenza verso questa persona che già anche noi aspettiamo con grande curiosità. Si tratta di Pasquale Pisapia, ma non c’è persona di Cava che non identifichi il suo nome con la storica edicola del Borgo Scacciaventi. Persona timida e riservata, sale sul palco davvero colpito da questo riconoscimento che tutta la famiglia delle Corti gli ha voluto tributare. Le motivazioni di Eufemia sono semplici quanto concrete: Pasquale sente questa manifestazione quasi come qualcosa di suo, tanto da accompagnare ogni giornale venduto con uno spot pubblicitario verbale, costante, sentito. Per ricordare e sottolineare a tutti, indipendentemente che sappiano o no, la bellezza e l’importanza di questo evento, cittadino, ma di caratura internazionale. Gli lascia come ricordo tangibile una delle targhe che si trovano in ogni Corte che ha ospitato la manifestazione, e non abbiamo nessun dubbio che la troveremo esposta, con grande orgoglio, nella sua cara edicola libreria!

Altri saluti e ringraziamenti vanno poi a Carlo Catuogno ed Ernesto Manzolillo, designer e grafico, che mettono gratuitamente a disposizione della Rassegna la loro arte.

Sorprese, miscuglio di emozioni che introducono perfettamente il gruppo che ascolteremo stasera: Flamenco Tango Neapolis, con lo spettacolo “Viento”. Ci sarebbe molto da dire a presentazione di questo progetto originale, che fonde culture che vanno da Napoli a Siviglia fino a Buenos Aires, ma come sempre, quando si tratta di arte, lascio parlare le emozioni che suscita.

Vi dirò chi sono i protagonisti, a cominciare dal direttore Salvo Russo (pianoforte, piano e percussioni), accompagnato dai musicisti Marco Pescosolido (violoncello), Gianni Migliaccio (chitarra, voce e percussioni), Agostino Oliviero (violino, oud arabo e chitarra). A loro si uniscono i ballerini di flamenco Alessia Demofonti e Massimiliano De Pasquale “El Bicho” e quelli di tango Natalia Cristofaro e Pietro Ripoli.

Ecco, ora che li conoscete tutti, mettetevi comodi, lo spettacolo inizia.

Arrivano a luci spente, tutti vestiti di scuro i musicisti, quasi a volersi sottrarre alla vista del pubblico, ma sarà impossibile non subirne la notevole presenza.

La voce di Salvo ci cattura; le parole del nostro dialetto, della nostra musica napoletana ci raccontano del mare, del suo mistero e della sua imponenza. Chiama subito in causa il pubblico, chiede una partecipazione che all’inizio è un po’ timida, “Faciteve sentì”, perché lui sa dove ci porterà e sa che bisognerà essere vigili.

Napoli compare prepotente non solo nelle parole delle canzoni, ma anche nell’immaginazione. Presenta i suoi compagni di viaggio e il violoncello ci illude con un’apertura sul cuore, ma poi la chitarra anticipa i ballerini di flamenco e il ritmo va. Stranissimo effetto la mescolanza tra suono, ballo e testi. La prima sensazione è quella di una centrifuga che ti impedisce di pensare, di concentrarti su un’unica cosa. Come se i sensi, apparentemente impegnati sullo stesso soggetto, vedessero contemporaneamente più spettacoli.

Femmena” e i ballerini si accomodano dopo l’assaggio della loro bravura, ma dalle sedie che occupano sul palco continuano a seguire il ritmo della musica battendo le mani, come se ancora fosse in corso una loro esibizione.

Parte la seconda coppia. Abiti aderenti, luccicanti e sexy per lei, elegante per lui. Seducenti come può essere la rumba, coinvolgenti per la musica che li accompagna.

Tutta la serata vedrà l’alternanza delle coppie. Massimiliano ha, nella definizione delle mani, la perfetta forma per l’applauso ritmato che il suo ballo richiede. I passi che rimbombano sulle assi del palco ci rimandano una sintonia perfetta.

Cambiano gli abiti, ma la magia resta intatta. Le mani di Alessia e Massimiliano accanto a Gianni, sono uno strumento aggiunto al gruppo.

Lingua spagnola adesso, col violino che sale di tono e nell’incrocio tutto si trasforma in “Torna a Surriento”.

Salvo, che batte con i piedi scalzi i pedali del piano, attacca con “Scalinatella”. Tu immagini la notte della costiera sorrentina, ma davanti a noi si balla il flamenco. E per confonderci ancora di più, i due ballerini sembrano cantare la loro personale canzone. Per magia, il movimento del corpo si ritrova perfettamente nella stessa musica, indipendentemente dall’idioma parlato.

E ritorna il tango, con un rosso fuoco… “Te voglio, te sento, te chiammo” Quanto sentimento, quanta sensualità regala questo ballo? Sono magnifici. Natalia sembra non aver peso mentre volteggia tra le braccia di Pietro.

Provato a viaggiare stando seduti su un prato? Se l’obiettivo era pagarci un biglietto, ci sono riusciti. Se in questo viaggio volevano insegnarci che si possono mescolare culture e passioni e conservare intatta l’identità e il rispetto per ognuna, la lezione è riuscita.

L’alternanza continua. “Mane dint’ ‘a sacca”, ma io aggiungerei piedi ben sciolti. Si può occupare un metro di palco e raccontare secoli di vita, di storie. Passi brevissimi, ritmati, veloci. Così veloci che diventano viaggio, sforzo, sudore. Ma che rende, per noi, una vera meraviglia.

Tutto si ripete, tutto ricomincia, come un lungo pranzo che ti propone tante portate ma che non ti bastano mai. I musicisti rendono facile questa miscela di sonorità, di sensazioni. Cosa che credo sia possibile solo a chi ha cuori senza confini. I limiti sono creazioni della mente, se si superano, allora si scopre l’infinito.

Ora i quattro ballerini si presentano insieme, per un attimo mescolati anche tra di loro. Sguardi taglienti e complici che dividono e ricompongono. Non sai se preferire quel ritmo vorticoso o il morbido appartenersi in un continuo intreccio di corpi. Ma abbiamo goduto di entrambi e questo ci appaga.

La conclusione appena accennata già crea un mormorio di disappunto. Il viaggio è comodo, intrigante, coinvolgente. Perché interromperlo?

Tu si’ na cosa grande… Dimm ca me vuò bene” E le due coppie, alternate, se lo raccontano che si vogliono bene. Senza parole, ma con passi e corpi senza segreti. Forti e leggeri, ancora una volta ci lasciano un segno delle grandi passioni dei popoli che hanno voluto raccontare.

Finisce, purtroppo, anche questa serata. Salvo ringrazia Felice Cavaliere , storico direttore artistico delle Corti dell’Arte, ora degnamente sostituito dal figlio Giuliano. Noi ringraziamo lui e il suo gruppo, perché davvero ci ha portato un “Viento” fresco, nuovo, intrigante e pensieroso. I brividi della sera meritavano di essere provati.

Ancora musica, musica, E passi di danza e spallucce e sorrisi ammiccanti. Applausi: ritmati, meritati.

Corti dell’Arte atto secondo: il magico jazz di Julian Mazzariello e Fabrizio Bosso

Incantevole connubio del piano con la tromba con note trascinanti che alleggeriscono il cuore.


le-corti-dellarte-cava-de-tirreni-22-agosto-2018-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Serata all’aperto. Serata a rischio. Per il secondo spettacolo della XXXI Edizione delle Corti dell’Arte, mercoledì 22 agosto, ci sono guardiani d’eccezione: una splendida luna con paladini di stelle e un cielo striato di nuvole che danno solo un effetto speciale, ma avranno di certo rispetto per il concerto che ci aspetta. Entriamo dai famosi portici di Cava e ce li ritroviamo nei pannelli alle spalle del palco. Il classico grigio e quell’insegna rossa “Accademia Jacopo Napoli”, per ricordare chi dobbiamo ringraziare per questa ulteriore opportunità di ascoltare talenti della musica, col suo direttore artistico Giuliano Cavaliere.

Fabrizio Bosso alla tromba e Julian Oliver Mazzariello al piano. Sono i nomi che pronuncia Eufemia Filoselli a presentazione della serata, dopo aver consegnato un’altra targa ricordo ai luoghi che hanno ospitato, in questi lunghi e meravigliosi anni, lo spettacolo delle Corti. Tocca al Complesso monumentale di San Giovanni, altro simbolo del passato di una Cava che ha saputo scrivere la storia del suo territorio e dei suoi cittadini e non vuole cedere il passo al tempo che avanza. Figlio di questa Cava è anche Julian, dal nome “straniero” perché nato in Inghilterra, ma con un papà cavese e dunque praticamente a casa sua. In questo viaggio ha toccato già vette altissime (tra cui concerti con Dalla, una trasmissione RAI con Bonolis, una vittoria nell’unico Sanremo dedicato al jazz), ha fatto incontri e tra i tanti, famosi e storici, un posto d’onore spetta a Fabrizio Bosso di Torino. Incontro fortunato per loro, che hanno scoperto una passione da condividere e direi fortunato anche per noi che raccogliamo i frutti di tanta meraviglia. Perché meraviglia sarà questo viaggio che hanno deciso di condividere con noi. Da Tandem, il nome del loro album, con le interpretazioni dei grandi, da George Gershwin ad Antonio Carlos Jobim, da Legrand a Bernard Hermann, gli omaggi a Nino Rota ma anche con spazio per loro brani originali: “Wide Green Eyes”, “Dizzy’s Blues”, “Goodness Gracious”.

Il tandem che ho immaginato mi aveva fatto sognare pedalate tranquille, ma da quando il jazz è stato questo?

Arrivano in maniera semplice, Julian vestito di scuro, Fabrizio in grigio chiaro. Un tocco di colore è dato dai fiorellini della sua camicia, ma non hanno nulla da mostrare, solo da regalare. Svanisce tutta l’apparenza, la tromba si sveglia e suona come a voler catturare l’attenzione di qualche animo ancora distratto.

I tasti di Julian si insinuano perfettamente nelle note cristalline della tromba. Si avvicinano e inizia una corsa, col piano che mostra più resistenza, continuando senza stancarsi, senza sfiancarsi.

L’ingresso della tromba da una stradina laterale sorprende, ma si sente subito che hanno lo stesso passo, lo stesso ritmo.

Lo spazio aperto ci consente subito un applauso liberatorio e i loro sorrisi complici, sul palco, ci avvisano che tutto è cominciato, che il viaggio ha avuto inizio.

Guida Julian, Fabrizio segue con occhio attento. Ad ogni nota lenta, cercata, un lieve cenno del capo. E di nuovo lei, la tromba della sera, quella che non suona ma parla. Quella tromba lì apre scenari nella via, apre le porte di casa, richiama gente nelle strade. È un suono ammaliatore che potresti ascoltare per ore, senza pronunciare mai una parola, per rispetto di quel racconto muto. Unico interlocutore: il piano.

Tutto nuovo. Tutto diverso. Ritmo, virtuosismi, colpi pesanti. Qui c’è forza, quella vera, invincibile. Quella che non combatte con nessuno perché non ha nessun avversario. Vince sempre.

Non si aspetta la fine per applaudire. Come le mani di Julian, anche le nostre non resistono alla tentazione di correre. Ma le sue sono ben altra cosa, sia chiaro!!!

Una cascata di energia precipita dal palco e ci sommerge. Ma non ci fa paura. Anzi! E che ingresso per Fabrizio! Come posso spiegare ciò che sento? Sono due folli che pedalano a perdifiato in una discesa senza freni. È l’unica immagine che rende lontanamente il brivido che lasciano uscire dai loro strumenti.

Ma poi bisogna riprendere fiato.

Un thè seduti al bar, offre Julian. Racconti di un quotidiano tran tran, donne a passeggio sottobraccio e uomini d’affari chini sotto i loro cappelli a falda larga; un tempo passato ma sempre attuale. Fabrizio serve lo zucchero. Il sapore del pomeriggio si addolcisce, è quasi languido il suo guardare fuori dalla vetrina. Ma si interroga e come su ciò che vede, su ciò che sente e ce lo racconta.

Difficile guardarsi intorno. Il racconto di Julian ha un altro scenario, ma la strada è sempre protagonista. Fabrizio comprende e si insinua, modifica la sua tromba e ora sembrano in tanti a suonarla. Graffia di più.

Pioggia, una Cadillac Town Sedan che passa, poliziotti con manganelli che guardano… Tante differenze, ma quella musica unisce tutti. E tutto.

La tromba sembra produrre un’eco, Fabrizio suona e anche quando non lo fa la musica continua, come un’anima a sé, come un corpo che ha preso nuova forma. Sempre la stessa cadenza, un ritornello di note…

Voi non le leggete le pause che faccio. Ma alcune note non hanno parole che possano renderle. Potrei, forse, parlarvi dei massi che sanno spingere giù dal cuore. E per loro sono macigni senza corpo, leggere pietruzze spostate con dolcezza, cancellandone il peso e rendendo leggera anche me. Felice.

Ma il viaggio continua. Piccoli passi veloci. Se c’è una cosa certa tra questi due formidabili musicisti, è che sanno dove andare. Sorridono, siamo noi a corrergli dietro, inconsapevoli dell’obiettivo, ma certi di non voler mancare quell’appuntamento. Pedaliamo con loro, senza fiato perché non siamo preparati. Vedo solo le mani di Fabrizio, ma so per certo che quelle di Julian si muovono allo stesso modo: il suono ha perfetta sincronia, non lascia dubbi.

Parentesi tecnica, si rompe la corda del piano? Fabrizio lo prende in giro: “è la potenza di quest’uomo”

È il loro mondo questo. Sono loro che si cercano e, per fortuna nostra, si trovano. Ognuno è perfetto nell’incrocio con l’altro. Un incastro impeccabile che ci rende un quadro immaginario esemplare, che non vediamo mai, ma della cui esistenza non possiamo dubitare.

Grande assolo di Julian, ma in quel suo andare solo ci trascina tutti con se. La tromba penetra, porta sorsi d’acqua alla truppa in corsa, distrae dalla fatica. Se ne accolla lei il peso e lo rende leggero, filtrandolo attraverso le note libere nella serata ormai fresca, come in una vecchia odiata “Estate”.

Le note arrivano sconosciute ma chiare, inaspettate ma anche prevedibili, tanto che il corpo segue un ritmo che facciamo nostro, come se fosse quello che aspettavamo, che quello che volevamo. Mitici.

Siamo di nuovo accelerati. Non c’è troppo tempo per riflettere su quanto vediamo, il paesaggio va fotografato nella memoria e rielaborato altrove. L’imperativo adesso è andare, procedere, avanzare con questo ritmo che non prevede soste. Solo continui tocchi, tasti, nervi tesi, stridori di pelle, scontri nella folla: ma non si indietreggia di un passo. Un leone ruggisce alle nostre spalle, non conviene rallentare.

Julian non si trattiene. Dopo il ruggito di Fabrizio, il suo urlo non è da meno.

Il saluto di Fabrizio è nel riconoscimento per l’amico prima e per il musicista poi. Grandi incontri che regalano emozioni uniche, come il loro abbraccio, sincero, di slancio e quasi pudico, come se avesse svelato per intero la grande sintonia che la musica e poi la vita gli ha regalato.

Si separano. Julian sul palco, Fabrizio sul prato. Sentire la tromba che ti accarezza le spalle fa un grande effetto. È solo, ma ci circonda tutti. Il suono si allontana ma lo sai che non ti lascerà. C’è Julian a trattenerlo, a richiamarlo. Ci sono ancora e noi tra di loro, in un incanto magico. Arriverà dal centro, Julian lo aspetta continuando a suonare; sorride e dedica note pazienti, sa che si mostrerà ancora.

Ci concedono un bis dopo gli applausi scroscianti.

Sembra che stiano sciogliendo i muscoli. Sorridono e muovono le spalle. Ma quella velocità è sorprendente. Non si corre così. È scorretto. Non possiamo avere il vostro passo. Restiamo seduti, sconfitti, ma felici di sapere che ci sono “folli” che sanno pedalare con tanta energia da trascinarsi dietro una carovana numerosa come tutto il pubblico delle Corti dell’Arte, incantato da un viaggio che ricorderemo a lungo.