eventi & appuntamenti

 

Il Museo dello Sbarco, un tesoro da far conoscere … e da proteggere

Cronaca di una visita in un luogo della storia che vive solo grazie al volontariato


SALERNO. L’invito a visitare il Museo dello Sbarco, a Salerno, arriva improvviso, solo poche ore fa. Ma non c’è bisogno di riflettere su una proposta del genere, si accetta e basta. Per me che amo la storia, in particolare la II Guerra mondiale, non c’è da scegliere, si va.

Ad accoglierci il Presidente del Museo, Antonio Palo, che sarà anche il nostro speciale Cicerone.

La piantina del Museo ci obbliga in una direzione, perché ci sono eventi cronologici che vanno sottolineati, come racconta la prima foto manifesto, che riporta la frase di Jack Belden corrispondente di “Life”, la rivista che diede inizio, di fatto, alla diretta dal fronte. È anche grazie a loro che si possono oggi raccontare momenti particolari che hanno segnato quei giorni che avrebbero dato l’esito che conosciamo a quella che davvero ha meritato, purtroppo, la definizione di Guerra Mondiale. Il numero di civili caduti, testimoniano di come si sia combattuto ben oltre le linee di trincea.

Siamo pochi e tutti seguiamo attenti le parole del direttore Palo, ma quello che rapisce la mia attenzione, oltre al già indicato interesse per la materia, è la luce che gli brilla negli occhi. Il Museo, come scoprirò a breve, è di fatto un’iniziativa privata, il lavoro di raccolta, di allestimento e di catalogazione è frutto di una loro passione e non di un’iniziativa Comunale. A me è sembrato strano, a voi non so che effetto fa.

In questa gigantesca sala, come si mostra dopo il breve angolo d’ingresso, c’è un pezzo della storia non solo di Salerno, né d’Italia, ma del mondo intero. Tutto è cambiato dopo quel conflitto, forse quello che non è rimasto è proprio la Memoria. Quella Memoria fondamentale che andrebbe tutelata dalle Istituzioni, ma che invece viene lasciata spesso sbiadire. Ed ecco allora che il lavoro di persone come Antonio Palo e dei suoi collaboratori, diventa servizio per la comunità, diventa rispetto per l’Umanità.

Sono tanti i dettagli che ci ha svelato, come la storia di “Ciccio ‘u ferroviere”, che non è il capostazione della strada ferrata, ma il nomignolo affibbiato all’aereo ricognitore, il “Mosquito”, che aveva sorvolato per tantissime sere il cielo salernitano senza mai agire, e per questo considerato quasi un appuntamento quotidiano, come quello del treno alla stazione. Sarà proprio lui intanto, la sera del 20 giugno del 1943, a sganciare la prima bomba su una Salerno che si era considerata molto fortunata rispetto alla vicina Napoli, che di bombardamenti ne aveva subiti tantissimi, tanto da contare, a fine guerra, un numero di morti tra i più alti della Nazione.

Fu così che anche il nostro cielo conobbe “la morte che arriva dall’alto”, in un periodo relativamente breve, ma che riuscì a segnare i destini di tantissime famiglie.

Palo ci mostra foto che ritraggono immagini di macerie che lasciano spazio a palazzi intatti che riconosciamo ancora presenti ai nostri giorni, o come la statua antistante la Stazione, che però risultava già monca della Vittoria Alata, opera in ferro staccata nel ’41 durante la raccolta di metallo per il conflitto.

Ogni tappa davanti alle foto è occasione di aneddoti, come quando ci racconta del bombardamento su Battipaglia, giovane città nata solo nel 1926 e definita la Guernica d’Italia, per la violenza con cui fu colpita vista l’importanza del suo nodo ferroviario. A differenza della vicina Eboli che ne subì uno soltanto.

Ci parla di Montecassino, bombardata su preciso volere di uno degli alleati perché convinto che vi fossero all’interno i tedeschi, mentre furono oltre 250 civili a perdervi la vita, diventando poi comodo rifugio per i tedeschi che riuscirono a sfruttare le macerie del Monastero per resistere alle truppe alleate.

Ma quei giorni frenetici fecero da sfondo a cambiamenti importanti. La vita politica si spostò nella provincia campana che fu eletta capitale e nelle nostre città si ebbero residenze famose, come quelle del Presidente Badoglio a Cava, o del re in persona, a Ravello.

Davanti alla mappa delle manovre organizzate dagli alleati per arrivare “nel ventre molle di Hitler”, come Churchill definì l’Italia, mi sento un po’ soldato anche io. Immagino le tensioni di quelle strategie che in realtà non furono così oculate. Il generale Patton ebbe a dire che se fosse stato un semplice sergente tedesco, avrebbe saputo come ributtare a mare gli alleati. E questa eventualità davvero stava per realizzarsi, perché il territorio salernitano, con tutte le montagne che si trovano alle sue spalle, offriva alle truppe tedesche una grande copertura per la controffensiva. Fu solo grazie alla collaborazione con le truppe di terra e aeree che gli uomini di Clark riuscirono a mantenere la posizione.

Dovunque guardiamo c’è un’atmosfera quasi irreale. Dalle divise originali di paracadutisti e ufficiali, dalle bombe, agli attrezzi, al cannone ritrovato in tempi recentissimi durante gli scavi del Crescent, tutto ci trasporta dentro un’atmosfera irreale. La terra su cui sono posti quegli oggetti, sembra avere ancora l’odore della polvere da sparo, delle lacrime e della morte che li accompagnavano.

Curiosi guardiamo le pagine dei giornali dell’epoca, la comparsa della Coca Cola, “le prime bollicine” assaporate e le scatole di sigarette e medaglie e documenti e una Bibbia e tante vite passate troppo in fretta sotto i colpi di una follia senza fine.

Ma il giro continua: i manifesti con i ministri del nuovo governo, nomi storici, da De Gasperi a Togliatti, Croce ai due futuri presidenti Saragat e Gronchi, ci guardano dalle pareti, ma non sono immobili. In loro vibra ancora lo spirito, il desiderio di un cambiamento che oggi sembra più lontano di allora.

E poi ancora foto di quel lontano 1944, con l’eruzione del Vesuvio che rese Salerno completamente nera di lapilli, o il famoso e occultato treno per Balvano, che con quasi 600 morti, rimane una delle sciagure più gravi nell’ambito ferroviario della nostra storia.

Ma ci sono anche due giovani sposi che attraversano le macerie, a testimonianza di come si debba sempre guardare al futuro.

E poi, i ricordi di Henry Blisset, ufficiale inglese, regalati al Museo dal figlio, che ha arricchito la collezione con pezzi pregiati, come il diario dei Commandos, pezzo unico al mondo. Ma anche tanti ricordi della vita da civile, tramandati a voce per testimoniare come esperienze così gravi come la guerra ti segnano per sempre.

Non vi racconterò tutti i segreti che abbiamo scoperto, vorrei che in voi nascesse la giusta curiosità per andare a verificare di persona, ma un’ultima cosa ve la dico.

All’uscita, quando ci ritroviamo di nuovo “in libertà”, guadiamo due ultimi pezzi: un cannone e un carro merci.

Su quest’ultimo c’è una scritta, sbiadita ma ancora leggibile “Cavalli 8 – Uomini 40”. Questo il potenziale, in realtà in carri come questi sono state trasportate fino a 100 persone per viaggi con destinazione allora ignota a porte piombate. Con loro un bidone per l’acqua, uno per i bisogni fisici. Chi non sopravviveva, ed erano tanti, diventava seduta più morbida per chi resisteva.

Noi andiamo via. Torniamo a casa in macchina, con il nostro spazio. Non è quella la nostra realtà e vorremmo sperare che non lo sia per nessuno, ma quando sei in compagnia di teste pensanti, alle tue riflessioni aggiungi le loro.

E non possiamo non immaginare quei bombardamenti che vediamo di sfuggita nei servizi dei TG, quelli che ci colpiscono solo per pochi attimi, quelli che possiamo cancellare col tasto del telecomando. Non possiamo non sottolineare come la paura di pochi giorni ha segnato intere generazioni, figurarsi chi da anni vive quotidianamente quella condizione.

Memoria è stata una delle prime parole che Palo ha pronunciato. Memoria è anche quella che voglio lasciare qui alla fine di questi pensieri. Non cancelliamo le nostre origini, non evitiamo di scoprire la nostra storia, non permettiamo a qualcuno di farci credere che non serve conoscere il nostro passato. Quel passato ci ha consegnato il mondo in cui viviamo e se non ne siamo contenti, dobbiamo guardare indietro e capire quali sono stati gli errori, per non ripeterli ancora, per poter essere migliori, per poter creare nuove opportunità non solo nuovi guadagni. La guerra è solo interesse economico, non cercate mai di nascondere questa parola dietro un sentimento di umanità.

“’A poesia d’ ‘a vita mia”

Domenica 5 agosto a Santa Lucia di Cava de’ Tirreni presentazione del libro postumo di Francesco Lodato.


lodato-locandina-a-poesia-da-vita-mia-cava-de-tirreni-agosto-2018-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Si vivrà un momento di particolare emozione domenica 5 agosto a Santa Lucia di Cava de’ Tirreni, alle ore 20, 45, quando, a poco più di un anno dalla sua scomparsa, nella Chiesa Parrocchiale sarà presentato il libro postumo di Francesco Lodato, ‘ A poesia d’ ‘a vita mia, una raccolta delle liriche composte durante l’arco dell’intera esistenza da un personaggio che ha fatto e cantato la storia recente della frazione. Oltre ad essere stato un protagonista della vita quotidiana, è stato uno dei fondatori del locale Museo Arti e Mestieri ed è l’autore dei versi incisi su piastrelle di ceramica di Giuseppe Cicalese diffuse per il territorio del Borgo, versi che sono un inno alla sua storia ed alle radici della civiltà contadina luciana.

Queste ultime liriche erano state già inserite nel Volume Museo Arti e Mestieri Civiltà Contadina, di cui Lodato è coautore ed alla cui presentazione non poté partecipare perché scomparso proprio due giorni prima. In quell’occasione l’Editore Gerardo Di Agostino (Area Blu) offrì ai familiari di Franco di pubblicare questa raccolta di liriche in lingua napoletana e italiana, che racchiudono sia la sua passione per la scrittura sia lo spirito poetico con cui egli ha ornato le asprezze e le dolcezze della vita quotidiana sua e del paese che tanto ha amato.

Emozioni giovani con “Giulietta e Romeo, una tragedia in musica”

In scena al Cortile del Teatro Barba, con il Gruppo “Emotions on stage” e la regia di Carla Russo.


CAVA DE’ TIRRENI (SA). Dopo le emozioni di “Hope”, nuovo appuntamento, il 20 luglio, con la Rassegna “Cava è… estate”, sempre nel Cortile del Teatro Luca Barba. Ritrovo una grande appassionata di teatro e di ballo, Carla Russo, presidente della compagnia “Emotion on stage”, che ha curato la regia dello spettacolo “Romeo e Giulietta – Tragedia in musica”.

Spiegare la vicenda di Giulietta e Romeo sembra cosa banale, perché davvero mi chiedo chi possa non conoscere il dramma di questo amore. E allora, prima che dalla storia, mi faccio incuriosire dai particolari, come quei due stemmi che saranno lo sfondo immobile in tutta la scenografia, a rappresentare i Montecchi in blu e i Capuleti in rosso, risvegliando ricordi di una storia infinita, di un amore secolare, di divisioni e di incomprensioni che ancora oggi non si sanno risolvere: rosso e blu, bianco e nero, ricco e povero…

Non puoi schierarti con chi vuoi”, canta il Principe di Verona, a sottolineare come spesso si nasca già prigionieri di un pensiero senza aver l’opportunità di scegliere secondo i propri principi. Le marionette che mostra nelle mani, ovviamente una blue e una rossa, sono quello che noi diventiamo quando lasciamo che la nostra vita sia gestita da pregiudizi e non da raziocinio.

Mi colpiscono frasi come “voi arrugginiti nell’odio…”, perché davvero l’odio logora, corrode, distrugge: e ne sappiamo qualcosa ancora oggi. E parole antiche tradotte in scene moderne, concetti che vorremmo definire retrogradi risuonano ancora con grande peso: “…noi siamo i re…” in uno sfoggio di potere e onnipotenza “…né leggi né morale…”.

Mentre noi ci perdiamo dentro il canto di Romeo, e il “popolo” si accapiglia restando fedele alle diatribe dei “padroni”, fanno anche un gran lavoro i tecnici, coi cambi di scena, e tavoli che erano torri diventano panche e poi letti… Il teatro è lavoro di gruppo, ma è soprattutto lavoro. Una fatica che genera gioia e piacere…

Intanto le emozioni brulicano in scena. Quando Romeo e Giulietta si scoprono travolti dall’amore, ancora non sanno quanto difficile sarà vivere quel sentimento.

Ride delle cicatrici chi non è mai stato ferito”. Grande coinvolgimento per quella scoperta, per quell’emozione che investe e impaurisce. Il pubblico applaude al loro bacio anche sapendo che sarà l’inizio della tragedia, ma rivivere quella storia, quella passione, non smorza l’emozione neanche a distanza di secoli, “…ama e cambia il mondo…”

Ma in questa storia è già tutto scritto; l’incontro scontro tra Mercuzio e Tebaldo, il loro inveirsi contro con parole che non gli appartengono forse, ma che li hanno nutriti da sempre, sfocia nella tragedia. Solo dopo ci saranno considerazioni razionali

“…vivi la libertà di dire sì e dire no…”

“…chi raccoglierà i sogni che avevi…”

In un attimo confluiscono i rancori di generazioni che genereranno la punizione: non morte, ma esilio per Romeo.

Mi colpisce il dramma del padre di Giulietta, il suo tentativo di sistemare la faccenda promettendola in sposa a Paride: “…bambina mia rimani qui…” ma con rabbia e dolore, strazio e amore.

Questi sono sentimenti moderni? O l’amore padre-figlio è più vecchio di noi, di Shakespeare, o è lui padre del mondo?

Mentre i pensieri mi affollano la testa, si compie il dramma: non si applaude alla morte, neanche a quella finta di Giulietta.

Una musica dura fa da sottofondo, sottolineando la gravità del momento.

Quante bugie possono nascondersi dietro vite che si spengono? Una domanda che ha un’attualità paurosa o forse lo è già stata in passato e continuerà ad esserlo per il futuro.

“…chi ti ha strappato dagli occhi i colori…?”

Non solo gli occhi di chi non c’è più saranno senza colore, ma chi resta, i colori se li strappa coscientemente di dosso. Tutti restano in bianco a cancellare un’appartenenza una divisione.

Per l’ennesima volta Romeo e Giulietta hanno sentito nascere questo grande amore e ancora una volta non sono riusciti a viverlo. Riusciremo noi ad essere più fortunati?

A fine serata Carla arriva per i dovuti ringraziamenti istituzionali, agli sponsor che hanno permesso la realizzazione di uno spettacolo ambizioso, che ha richiesto un grande impegno anche economico vista la presenza dei numerosi microfoni e a collaboratori e attori che le hanno permesso di creare uno spettacolo ambizioso: Francesco Capuano – Romeo, Luisa Della Rocca – Giulietta, Luana Milone – Lady Montecchi, Antonio Ferrara – Conte Montecchi, Serena Rispoli – Lady Capuleti, Alfredo Santoriello – Conte Capuleti, Martina Nunziante – Nutrice, Leonardo Sorrentino – Mercuzio, Luca Mannara – Benvolio, Mariano Granata – Tebaldo, Paolo Santoriello – Paride, Mattia Ruocco – Principe di Verona, Gerardo Siani – Frate Lorenzo, Vincenzo Pio Senatore – Frate Giovanni, e Giulia Impero, Chiara Carotenuto, Stefania Della Rocca, Gabriella Germani, Elena Manzo, e Ada Palestra nei ruoli di serve e cittadine di Verona. A cui aggiunge Michelangelo Maio per le musiche, Carla Leone per le coreografie, Lorena Raia per le scenografie , Anna Avella, Anna Ragone e Paolo Vitale per i costumi. Vincenzo Casaburi per il Service Audio-Luci, Alfredo Santoriello per l’elaborazione grafica e l’organizzazione Emotion on stage e Re.Ame srl.

Tra i tanti ringraziamenti mancano solo quelli per la stessa Carla Russo e allora li faccio personalmente ripensando a considerazioni che nascevano mentre guardavo i ragazzi recitare, il loro reale adattamento al ruolo, in particolare la spensieratezza di Mercuzio, la gravità di Tebaldo: saper assegnare ruoli è compito di chi sa vedere prima degli altri le doti nascoste. e lei sicuramente ha questa dote. E allora grazie a tutti voi che ci avete regalato una vecchia storia che dopo secoli ancora può regalarci riflessioni.

“Hope, fame di vita”: il dolore dei tempi, la necessità della speranza

Un’emozionante creazione teatrale di Luigi Sinacori e Mariano Mastuccino, con “La bottega della ribalta


La manifestazione è “Cava è… estate”, il luogo è il Cortile Teatro “Luca Barba” e la compagnia di turno in questo mercoledì 18 luglio è l’Associazione Arcoscenico “La bottega della ribalta”.

Il dramma rappresentato ha testi e regia di Luigi Sinacori e Mariano Mastuccino, due giovani appassionati che da anni vivono in simbiosi con il teatro, regalandosi e regalandoci liberi pensieri e visioni di vita.

Lo spettacolo ha come titolo “Hope, fame di vita” e noi la Speranza la troviamo scritta davanti ai nostri occhi, al bordo del palco, ai piedi di chi reciterà. Divisa in pezzi, in uno spelling silenzioso, letterine divise da piccoli vasi che provano ad illuminarle con deboli fiammelle che tremano sotto rari refoli di vento.

Una musica calda in sottofondo ci accompagna negli ultimi attimi di attesa, mentre guardiamo una sedia, un leggio e una chitarra alla nostra sinistra; a destra panche? Coperte? E sullo sfondo un muro con lunghi tendaggi neri. Dove ci porteranno?

Luigi Sinacori e Mariano Mastuccino fanno gli onori di casa, spiegando come il lavoro, realizzato a quattro mani sia per i testi che per la regia, si svolga in un unico atto diviso in tre quadri; ringraziano l’Amministrazione per l’opportunità che ha dato alle giovani compagnie cavesi che hanno aderito all’iniziativa e velocemente lasciano spazio alla chitarra, che è la prima ad animarsi grazie a Lorenzo Cammarano. Le sue note anticipano l’ingresso di due giovani: il velo sul capo di lei è una protezione o simbolo di appartenenza? Altri li seguiranno occupando quelle panche perché i luoghi dell’attesa e della speranza non sono mai solitari…

Adesso partiamo…” inizierà con le stesse parole il discorso di ognuna di quelle persone che si alterneranno al centro del palco. Un centro che è un ideale centro di vita, quel luogo da cui di vite ne partono tante quasi quante non riusciranno mai a partire.

“…partenze, barconi, bombe, nuvole di fumo…”

Di nuovo “Adesso partiamo…” “…da quale guerra, la guerra di chi? La guerra è guerra…”

Alle loro spalle una ballerina esprime col corpo il disagio, la rabbia, la paura che nascono ascoltando quelle parole.

Adesso partiamo…” “In Italia non c’è guerra” Ma la guerra ha tante forme, tante facce. “Lì c’è democrazia, si parla. Le loro guerre sono umanitarie”. E spuntano i signori ben vestiti che vanno a proteggersi dalle bombe con i giubbotti antiproiettile, ma quelli non servono, non bastano contro le bombe. Tra l’altro sono in genere fortunati, perché mentre loro sorridono e scambiano strette di mano, non ne cadono di bombe…

Adesso partiamo…” e tocca il tema del lavoro dello sfruttamento delle umiliazioni e del ritorno a casa “torni con le tasche vuote e capisci che hai fallito e fallire vuol dire morire…”

E i clandestini nei centri di accoglienza? Soliti personaggi ben vestiti che regalano sorrisi e stringono mani che poi nascondono!

Ognuno dei personaggi, ognuno di quegli uomini e donne hanno raccontato il perché del proprio viaggio, la disperazione nel dover lasciare e la speranza di arrivare dove qualcosa potrebbe essere concesso.

Ma la speranza è davvero facile da coltivare? È davvero giusto mantenerla viva dove nulla ti aiuta ad alimentarla, dove la realtà non concede spiragli per la sopravvivenza, quando dormire è un lusso perché dai sogni ci si risveglia e ciò che vedi è ciò che non puoi sopportare?

Nulla concede un attimo di forza per continuare a pensare al domani, solo continue domande: chi sgancia le bombe? Dicono che sono loro… ma loro chi sono?

Non serve pregare perché tutti si mescolano e diventano tutti complici delle bombe che si sganciano per abbattere moschee, cantine, grotte. Tutte allo stesso modo.

Adesso partiamo…” cosa sarà della famiglia che lasci o che ti porti dietro? E cosa vogliamo, un padre che porta da mangiare o un padre vivo? Domande senza risposta!

Adesso partiamo…” dal barcone vedi ancora quello che si vede a terra? “…Non vedo uomini vestiti bene, che parlano bene, ma uomini che lasciano famiglie e vedo moschee che saltano insieme a cantine e a grotte…”

Chi parte ha ancora la forza, ha ancora SPERANZA.

Ma tra le immagini che si accavallano in un viaggio che è un incubo, prevale quella della coperta accesa per riscaldarsi. E allora perché non lasciarsi annegare? Senza speranza, senza forza, senza luce.

Le parole e l’interpretazione ormai hanno coinvolto tutti. Il corpo della ragazza che danza, Laura Cammarota, racconta a modo suo la stessa sofferenza che abbiamo ascoltato da tutte quelle parole e la chitarra di Lorenzo attacca una formidabile Rocket man di Elton John; peccato che la tensione del momento non gli renda il meritatissimo applauso che è rimasto nelle mani di tutti, ne sono certa, ma che avrebbe spezzato l’incantesimo che magistralmente avevano creato i componenti della compagnia. Cioè Gianluca Pisapia, Francesca Cretella, Maria Fiungo, Federico Santucci, Licia Castellano, oltre a Mariano e Luigi, mentre le panche diventano letto e Luigi come Diogene usa una lanterna. Cosa cerca?

Ci trasportano velocemente in uno dei tanti centri di raccolta, luoghi dove centinaia di persone non riconoscono più vita o morte. E qui nasce il dialogo-confronto tra Luigi e Mariano, tra chi spera e chi non ce la fa più. Sogni che si scontrano con la realtà.

Pregare, credere nei miracoli? Nessuno sa niente di ciò che accadrà una volta partiti, ma tutti vogliono andare. “…a noi sopravviverà la speranza…”

Ma al completo sconforto si oppone il sorriso: condividere il viaggio è già una fortuna.

E quando vanno ad interrogare un silenzioso terzo uomo scoprono che è cieco “…non mi manca ciò che non conosco, ma le vostre voci le ricorderò per sempre”. E anche questo è un miracolo ed un motivo in più per aspettare domani.

Non è passato molto tempo dall’inizio dello spettacolo e non è ancora finito, ma qualcosa di molto forte è già arrivato a destinazione. Dialoghi curati, parole usate con grande maestria, con cura dei dettagli. Tante voci mischiate, tanti problemi toccati senza nessuna retorica e senza mostrarsi da nessuna angolazione politica, ma negli aspetti umani più profondi. Peccato che l’uomo sia rimasto vittima della stessa politica che ha creato per essere libero! Ma stasera non è lei la protagonista, lo sono quelle immense masse che vengono staccate dalle loro radici e gettate in pasto ad un mondo che non li vuole, anche se è lui stesso la causa di quella fuga. Un cane che si morde la coda, un continuo rimbalzare compiti e doveri senza cercare il bandolo della matassa.

Ma la solitudine non passa solo attraverso barconi e bombe.

L’ultima scena ci mostra due amiche sedute al bar: una attenta alla sua malattia, alla sua raggiunta indifferenza verso gli altri, al suo essere finalmente INTOLLERANTE. L’altra disponibile al dialogo, con il piccolo difetto di non ascoltare assolutamente la persona che le parla. Due vite vicine, due vite parallele, due vite distanti.

Intolleranza, indifferenza, superficialità, solitudine. Dialoghi senza confronti, parole che rotolano ognuna per la propria strada senza incontrarsi mai.

Questa indifferenza agli altri genera egoismo, voglia di sopraffare chi ci sta intorno. Il monologo di Gianluca è perfetto per esprimere questo concetto. L’uomo nella disperazione rischia di perdere il senso comune, perdendosi nei “colori e negli odori industriali”, cercando il modo per prevalere su chiunque gli sia accanto.

La chitarra ritorna per accompagnare gli attori che vengono presentati al pubblico.

Io l’ho già fatto e ne sono contenta. Loro sono stati le voci di chi voce non ha, loro hanno parlato di un problema di cui si parla troppo e da troppo tempo, ma a cui non si vuole dare soluzione.

La guerra, gli spostamenti di massa, le ricostruzioni sono fonte di guadagno. Fino a quando l’uomo vedrà, nella persona che ha di fronte, solo un portafogli in movimento o un pericolo per il suo portafogli, nulla mai cambierà.

Per questo ringrazio gli autori di questo spettacolo dramma, perché è necessario mantenere vivo il ricordo dell’essere vivente che è in noi, perché è giusto toccare tasti così delicati e dolenti senza necessariamente sentirsi vittime, ma solo, semplicemente PERSONE.

La Ceramica Francesco De Maio decora il “Pointillisme” di Alessandro Mendini

Il capolavoro ideato e realizzato per il Festival del Paesaggio 2018 di Capri, farà parte della collezione permanente del nuovo Museo dell’isola.


CAPRI (NA). Una parete di maioliche invasa da25.590 minuscole pennellate a forma di puntini, in una sorta di nebulosa colorata dalle infinite valenze semantiche e simboliche dell’isola azzurra. L’opera d’arte, ideata dall’architetto Alessandro Mendini e realizzata dalla Ceramica di Vietri Francesco De Maio di Nocera Superiore rivisita in stile mendiniano il pavimento della Chiesa di San Michele di Anacapri e sarà esposta nel nuovo Museo Casa Rossa di Anacapri. 

Il pannello, dalle dimensioni 280x240cm con maioliche 20x20cm della Ceramica Francesco De Maio decorate a mano ed ispirate al puntinismo, ovviamente coloratissimo, “alla Mendini”, impreziosirà la terza edizione del Festival del Paesaggio di Capri curata da Arianna Rosica e Gianluca Riccio in agenda dal 27 luglio al 20 ottobre. 

Attrazione della kermesse che, attraverso le mostre Renato Mambor / Anacapri 2018 e Postcards, proporrà nuove riflessioni sul tema del paesaggio osservato e analizzato da inediti punti di vista, sarà proprio il progetto speciale “Pointillisme” di Alessandro Mendini appositamente realizzato per il Museo della Casa Rossa di Anacapri. 

E così, nel vernissage previsto per venerdì 27 luglio alle ore 19, la poetica del grande artista di origine milanese regalerà un’ulteriore apertura ai linguaggi del contemporaneo nel solco della tradizione valorizzando, al tempo stesso, gli spazi e le architetture preesistenti sul territorio. 

Una perfetta occasione d’incontro tra l’eccellenza e l’antica tradizione della ceramica vietrese di cui la Francesco De Maio è emblema mondiale e la creatività made in Italy di Alessandro Mendini, tra i più apprezzati designer contemporanei. (Lara Adinolfi)

Federica Santoro in Siberia da jazz star

Successo e apprezzamenti per la tournée asiatica della cantante, cavese doc e residente a Roma.


federica-santoro-jazz-siberia-cava-de-tirreni-luglio-2018-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA) – ROMA. Un elegante manifesto, siberiano doc, in caratteri latini e cirillici. Al centro, c’è lei, Federica Carmen Santoro, la diva della serata, con il suo bel volto giovane vagamente tenebroso e ripieno di una luce morbidamente sensuale, a promettere un gran concerto jazz in cui danzerà la sua voce carica di swing e ricca di dolci e intense modulazioni. È uno dei cinque manifesti di una tournée in Siberia, che ha visto Federica protagonista dal 23 al 27 aprile a Pervomaysk, Barnaul, Tomsk, Kemerovo, Novosibirsk, non solo in qualificati jazz club ma anche in sale di alto prestigio destinate alle filarmoniche.

Federica, oggi di stanza a Roma, è cavese doc e figlia d’arte. I genitori sono infatti la prof. Rosa Salsano, ceramista e scultrice di vaglia, dal volatile spirito creativo, e l’avvocato Raffaele Santoro, attore per vocazione esistenziale e teatrale, da decenni sulla scena con Mimmo Venditti e la sua compagnia, con la quale debuttò nel primo anno di vita la stessa Federica, “interpretando” il ruolo di una neonata nella commedia “Mio marito aspetta un figlio!”

Federica è donna di spettacolo talentuosa e ad ampio spettro. Pur avendo avuto esperienze di regia e scrittura teatrale (tra i suoi lavori, il dramma Sempre amore), si è caratterizzata come cantante, inizialmente leggera. Da ragazzina si distinse in musical prodotti dal suo maestro Michelangelo Maio, in testa quello molto suggestivo sulla nostra Mamma Lucia, poi è arrivata alla TV nazionale, cantando nella trasmissione RAI di Carlo Conti I raccomandati, dove fece anche coppia con Orietta Berti, ricevendone elogi e incoraggiamenti.

Dopo un breve periodo di stasi forzata, è riuscita, come era nei suoi sogni iniziali, a maturare altezze e profondità della voce e si è perfezionata come cantante di jazz, sempre più apprezzata, tanto da essere scelta nel 2017 per il progetto romano del Gregory’sclub dal titolo provocatorio We hate singers (Noi detestiamo i cantanti), proprio perché considerata una “strumentista vocale” capace di ispirarsi ai grandi del passato senza fermarsi all’ imitazione ma pervenendo alle conquiste dell’interpretazione personale.

Perciò la tournée in Siberia, ricca di pubblico e di applausi, è stata la consacrazione di un’autorevolezza crescente, un gratificante traguardo di ripartenza. Magari, la definitiva scalata al Monte dei sogni …

Cari ragazzi che volete un mondo senza criminalità

Nell’anniversario dell’attentato, una prof ricorda Borsellino ai giovani di buona volontà


cava-legalita-borsellino-cava-de-tirreni-luglio-2018-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Mi occupo da molti anni di Educazione alla legalità presso il Liceo Scientifico ‘Genoino’, un progetto didattico che fa parte integrante del DNA dell’Istituto e che ha favorito incontri ad altissimo tasso di interesse con personaggi simbolo a livello nazionale, tra cui Maria Falcone, Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo. E tante sono state le produzioni creative: tra tutte, il cortometraggio Pallottolina, che una quindicina di anni fa a Marano vinse il Primo premio e il riconoscimento fu consegnato personalmente da Rita Borsellino, sorella di Paolo, generando una tempesta di emozioni e di stimoli. E poi, il viaggio a Palermo fino all’Albero Falcone con la nave della legalità… E poi, tante altre iniziative, mirate a fare in modo che gli ideali dei “grandi” come Falcone e Borsellino camminino veramente con le gambe delle nuove generazioni.

L’idea di scrivere questo articolo mi è venuta dopo aver partecipato di recente a due eventi molto significativi per la nostra città: la manifestazione ‘A testa alta’ , svoltasi presso il mio Liceo, e l’incontro al Bar Libreria “Rodaviva” con il diciassettenne Vittorio Vavuso per la presentazione del suo romanzo ‘Padre camorra’. Questi due eventi mi hanno fatto comprendere che i nostri giovani vogliono essere protagonisti, vogliono analizzare e capire eventi anche oscuri della nostra storia passata e recente. Io, come cittadina e soprattutto come prof., ho sentito il dovere di raccontare alle nuove generazioni uno di questi fatti, la condanna a morte del giudice Paolo Borsellino.

Sono trascorsi ventisei anni dal tragico attentato in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino, insieme ai coraggiosi agenti della sua scorta. Ventisei anni di dolore , di mistero, di rabbia per una morte annunciata che nessuno ha saputo o voluto impedire. Tra il 23 maggio e il 19 luglio 1992, in quei cinquantasette giorni che separarono le stragi di Capaci e Via D’Amelio, in Italia la fiducia nelle istituzioni venne messa a dura prova. Una parte di Paolo Borsellino morì insieme a Falcone. Lui stesso chiamava Giovanni Falcone ‘la mia assicurazione sulla vita’. Dopo il 23 maggio il giudice capì che il prossimo sarebbe stato lui.

Il 19 giugno 1992 il generale dei carabinieri Antonio Subranni, comandante del ROS, invia un rapporto al comando generale dei carabinieri in cui sottolinea che numerose fonti , mafiose e non, hanno riportato la decisione di Cosa Nostra di uccidere Paolo Borsellino.

Il 28 giugno presta giuramento il governo Amato: ministro della Giustizia Claudio Martelli, alla Difesa Salvo Andò, al Viminale Nicola Mancino. Di ritorno da Bari, a Fiumicino Paolo Borsellino viene raggiunto dal ministro Andò che gli comunica dell’informativa del ROS, spedita anche alla Procura di Palermo. Possibili bersagli di Cosa Nostra sarebbero, oltre al giudice, lo stesso ministro Andò e il PM di Milano Antonio Di Pietro. Paolo Borsellino non sa assolutamente nulla di questa informativa, il procuratore Pietro Gianmanco non gli ha comunicato nulla.

Il 29 giugno Borsellino si precipita nell’ufficio di Gianmanco, è indignato, vuol capire perché nessuno lo abbia informato. Gianmanco farfuglia delle giustificazioni incomprensibili, sa che nulla potrà mai giustificare il suo comportamento. Paolo Borsellino è ormai un Dead man walking, un uomo morto che cammina, lo Stato lo sa , i suoi colleghi lo sanno, ma nessuno muove un dito per evitare questo tragico evento.

Antonino Caponnetto ha più volte raccontato l’ultimo straziante incontro con Paolo. “Lo salutai e gli dissi : ‘Arrivederci a presto’. Paolo mi rispose:’ Sei sicuro, Antonio, che ci rivedremo?’ Allora mi abbracciò con una forza che mi fece male, come a non volersi distaccare, come a volere tenere avvinto qualcosa di caro e portarselo via. Ecco, lì ho sentito che quello era l’addio di Paolo.”

Agnese Borsellino ha ricordato che negli ultimi tempi suo marito usciva da solo per comprare le sigarette o il giornale, come se volesse mandare un messaggio ai suoi carnefici, perché lo uccidessero quando lui era solo e non quando si trovava con i suoi angeli custodi.

Il 30 giugno Paolo Borsellino inizia a verbalizzare le dichiarazioni del pentito Leonardo Messina che evidenziano con chiarezza lo stretto rapporto esistente in Sicilia tra mafiosi, politici ed imprenditori.

Il 1° luglio interroga il pentito Gaspare Mutolo. Dall’agenda grigia del giudice risulta che alle 15 sarebbe stato alla Dia per interrogare il pentito; alle 18.30 avrebbe avuto appuntamento con il Capo della Polizia Parisi e alle 19.30 con il Ministro degli Interni Mancino. Il pentito racconta che il giudice ritornò talmente sconvolto dall’incontro al Viminale ‘da mettere in bocca contemporaneamente due sigarette’: probabilmente non incontrò Mancino ma Bruno Contrada e lo stesso Parisi.

Il resto della storia,purtroppo, è noto a tutti. Paolo Borsellino dichiarò pubblicamente: ‘Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri’.

Gli ultimi giorni di vita del giudice furono tesi e febbrili. Due giovani colleghi lo videro piangere. Disteso sul divano, mentre le lacrime gli bagnavano il volto disse. ‘ Non posso pensare che un amico mi abbia tradito’. Dopo tanti anni quelle parole forse hanno trovato un senso. In questi ultimi giorni i giudici della Corte d’Assise di Caltanissetta hanno depositato le motivazioni della sentenza del processo Borsellino quater: milleottocentocinquantasei pagine, un lavoro minuzioso che dimostra senza ombra di dubbio che le indagini sulla strage di via D’Amelio furono depistate da uomini delle istituzioni. In queste ore il funzionario di polizia Mario Bo e gli agenti Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di calunnia in concorso: avrebbero confezionato una verità di comodo sulla fase preparatoria dell’attentato, costretto il finto pentito Vincenzo Scarantino a fare nomi e cognomi di persone innocenti , determinando, inoltre, la sparizione della famosa agenda rossa del giudice. Una ricostruzione, seppur sintetica, di questa amara vicenda era necessaria, per ricordare che servitori infedeli dello Stato, mossi da ‘un proposito criminoso’, esercitarono in modo distorto il loro potere.

Caro Paolo, la tua onestà è stata la tua condanna. Avevi paura di essere ucciso, eri straziato dall’idea di lasciare i tuoi bellissimi figli e la dolce Agnese, ma hai continuato anche senza il tuo amico Giovanni a combattere, a lavorare freneticamente, perché eri vicino alla verità. Su quell’agenda rossa probabilmente erano annotati i nomi dei traditori dello Stato, la loro pubblicazione sicuramente avrebbe provocato un terremoto politico di inaudite proporzioni. Così non è stato, ma non dimentico che tu, Giovanni, i ragazzi della scorta siete morti per noi , che abbiamo un grande debito di riconoscenza nei vostri confronti e che, seppure non possiamo riportarvi in vita, possiamo onorarvi ogni giorno facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, agendo con onestà, tenendoci a debita distanza da piccole e grandi forme di corruzione. Solo questo possiamo e dobbiamo fare con coraggio per tenervi vivi e per essere degni del grande messaggio di impegno civile che ci avete lasciato. (Angela Di Gennaro)

Omaggio ad Allen Ginsberg

Alla Locanda del Mare i versi potenti e taglienti di un poeta visionario della Beat Generation. Proiezione del rarissimo film di Robert Frank e Alfred Leslie, “Pull My Daisy” (1959).


allen-ginsberg-poeta-salerno-luglio-2018-vivimediaPAESTUM (Salerno). Continuano gli incontri dedicati alla grande poesia attraverso la collaborazione tra Casa della Poesia e La Locanda del Mare. Sarà un omaggio ad Allen Ginsberg e alla beat-generation l’appuntamento in cartellone per giovedì 12 luglio alle ore 21.30, con ingresso rigorosamente gratuito.

Poeta visionario, Allen Ginsberg  incarna al meglio gli ideali portati avanti dagli avanguardisti della beat generation assieme ad altre figure letterarie eccezionali quali Jack Kerouac o William Burroughs.

I materiali presentati a La Locanda del Mare da Sergio Iagulli, Raffaella Marzano e Giancarlo Cavallo fanno parte del gigantesco archivio sonoro e visivo di Casa della Poesia, raccolto in più di 20 anni di attività, straordinario patrimonio per il nostro territorio.

Tra questi anche una serie di letture di Allen Ginsberg, tra cui “Howl” (Urlo) l’opera che ha segnato un’epoca e creato un nuovo mondo, oltre ad una serie di video di Ginsberg e di altri protagonisti della beat-generation (Lawrence Ferlinghetti, Janine Pommy Vega, Martin Matz) e le collaborazioni con Paul McCarthy e Bob Dylan.

Versi taglienti e disperati, quelli di Ginsberg in Howl. «Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa, hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte», scrive. Sono il preambolo di ciò che diventerà il caso editoriale del XX secolo, oltre che il poema per eccellenza della Beat Generation, movimento culturale che destò l’America dal torpore post conflitto mondiale. Urlo (Hawl) è una ballata psichedelica dedicata dall’autore a Carl Salomon, un amico incontrato nell’istituto psichiatrico in cui era ricoverata la madre di Ginsberg, ed è intrisa dei sentimenti di protesta e ribellione nei confronti dell’autoritarismo della società americana di quel tempo, considerata dall’autore una feroce matrigna.

Infine un vero piccolo evento sarà la proiezione del rarissimo film di Robert Frank e Alfred Leslie, “Pull My Daisy” (1959, min. 26), nella traduzione italiana di Raffaella Marzano che ridà poeticità e accuratezza filologica al testo di Ginsberg e Jack Kerouac.

Il film vede come protagonisti Allen Ginsberg, Gregory Corso, Peter Orlovsky, e con Jack Kerouac che, come autore e voce fuori campo, accompagna l’intero film con una lettura strepitosa del testo. Il film di Frank e Leslie è considerato da molti, insieme a “Shadows” di Cassavetes, il film di riferimento del cinema underground newyorkese degli anni ’50. 

A Carl Solomon

Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate  nude isteriche,

trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa,

hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte,

che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua fredda fluttuando sulle cime delle città contemplando jazz,

che mostravano il cervello al Cielo sotto la Elevated e vedevano angeli Maomettani illuminati barcollanti su tetti di casermette

che passavano per le università con freddi occhi radiosi allucinati di Arkansas e tragedie blakiane fra gli eruditi della guerra,

che venivano espulsi dalle accademie come pazzi & per aver pubblicato odi oscene sulle finestre del teschio,

che si accucciavano in mutande in stanze non sbarbate, bruciando denaro nella spazzatura e ascoltando il Terrore attraverso il muro,

che erano arrestati nelle loro barbe pubiche ritornando da Laredo con una cintura di marijuana per New York,

che mangiavano fuoco in alberghi vernice o bevevano trementina nella Paradise Alley, morte, o notte dopo notte si purgatoratizzavano il torso

con sogni, droghe, incubi di risveglio, alcool e uccello e sbronze a non finire…  […..continua]

ALLEN GINSBERG, Urlo (1955-1956)

Bancarella Sport: anche la cavese Elena Catozzi tra i finalisti

Insieme con Federico Buffa ha scritto la biografia di Mohammad Alì-Cassius Clay


elena-catozzi-federico-buffa-premio-bancarella-cava-de-tirreni-luglio-2018-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Esaminare la produzione editoriale non con l’ottica della nicchia, ma in base alla capacità di impatto con il pubblico. Fin dalla sua nascita, è questo il DNA del Premio Bancarella, che ha fatto la fortuna del Concorso, uno dei più ambiti, perché nasce dal consenso e moltiplica il consenso.

Sulla scia del successo ottenuto, il Premio è cresciuto e si è moltiplicato, creando al suo interno la Sezione Sport, che quest’anno per i cittadini della Valle Metelliana ha riservato una magnifica sorpresa. Infatti, tra i finalisti risultanti dalla Selezione elaborata dalla Giuria ufficiale, è presente anche Elena Catozzi, cavese doc, operativa a Roma, laureata in Lettere, giornalista, studiosa di Cinema e Storia del Cinema.

Insieme con Federico Buffa, che è oggi in Italia il maggior aedo multimediale dello sport, ha scritto Muhammad Alì, un uomo decisivo per uomini decisivi, pubblicato da Rizzoli. È l’appassionata ed appassionante biografia di Cassius Clay, “il più grande”, il pugile che nella seconda metà del secolo scorso ha lasciato una scia profonda anche a livello sociale. Con un’affabulazione avvolgente che ha spaziato ad ampio raggio tra sport e storia, musica e società, la coppia ha dimostrato di essere magnificamente assortita.

La finale, con la proclamazione dei vincitori, sarà effettuata a Pontremoli il 21 luglio prossimo. I rivali della coppia Buffa-Catozzi sono di primissima qualità e popolarità. C’è Non so parlare sottovoce (Cairo Editore), autobiografia di Aldo Agroppi, mediano di costruzione e opinionista polemista dalla linguaccia toscanaccia. E si è messo in moto Loris Capirossi, grande e tormentato campione delle due ruote, che ha raccontato con Simone Sarasso La mia vita senza paura (Ed. Sperling & Kupfer). Il rombo dei motori da accendere nell’anima è necessario quando lo sport si sposa con vicende umane e necessità di resilienza: è allora che devi cercare L’eroe che è in te ed ecco che il dott. Claudio Marcello Costa racconta tanti anni e tanti episodi vissuti tra i box nella sua lunghissima carriera di medico del motomondiale. All’attacco della vittoria, un campione della difesa come Sergio Brio, la cui biografia è raccontata da lui stesso insieme con Luigia Casertano in L’ultimo stopper. E poi, Arpad Weisz e il Littoriale, di Matteo Matteucci (Ed. Minerva), la storia terribile e straziante di un allenatore italiano di calcio di origine ebraica all’epoca del ventennio fascista, che insieme con la sua famiglia subì l’emarginazione per le leggi razziali e poi la deportazione nei campi di lager.

Se consideriamo che sono stati solo segnalati due volumi ad altissimo tasso di popolarità come Inter 110 di Gianfelice Facchetti e Nicolas Ballario (Ed. Skira) e Nuvolari, lui, di Cesare De Agostini (Ed. Ponchiroli), appaiono chiari sia l’importanza del traguardo comunque raggiunto sia il livello di difficoltà per andare oltre. Ma Federico Buffa e Elena Catozzi oltre ci sono già andati, non solo per la finale, ma soprattutto perché il libro è bello, leggibile e profondo. E, nel caso di Elena, perché l’accoppiata gestita alla grande con un grande come Federico Buffa è un vero e proprio salto di qualità, che Le auguriamo possa essere una rampa di lancio verso la scalata al monte dei sogni.

Intanto, un brindisi è d’obbligo.In stile “La vita è bella”, Elena può già ben dire: “Ho vinto anche io!”…

Il gran finale di “Arte e Cultura 2018”

La premiazione dei vincitori, tanti eventi e artisti provenienti da dodici paesi.


È stata gran festa per la per la serata di gala del ventiduesimo Premio “Arte e Cultura”, organizzato dall’omonima Accademia, venticinquennale istituzione artistica fondata dal cavese Michelangelo Angrisani con sede a Castel San Giorgio, paese natio del fondatore. Un Premio accompagnato da una mostra d’Arte ricca di opere (ben 135) e mai tanto internazionale, con la presenza di artisti provenienti da ben 12 paesi: oltre che dall’Italia, daFrancia, Belgio, Romania, Spagna, Algeria, Portogallo, Israele, Egitto, Giappone, Iran e Canada.

L’Accademia, lo ricordiamo, ha alle spalle un’attività intensa e prestigiosa: un’azione incisiva di promozione sul territorio, annuali corsi di formazione, valorizzazione di numerosissimi artisti locali e non, istituzione del Concorso Internazionale di Pittura e di Letteratura, apertura di legami stabili con altri paesi.

Tutto questo è stato ricordato e giustamente esaltato nel corso della manifestazione finale del Concorso, che, all’interno del periodo di esposizione delle opere a Santa Maria al Rifugio (16-30 giugno), si è tenuta nel pomeriggio di sabato 23 giugno nella bellissima Sala d’Onore di Palazzo di Città.

Con la conduzione di Michelangelo Angrisani, Presidente dell’Ass. Arte e Cultura, sono intervenuti: Mons. Orazio Soricelli, Arcivescovo dell’Arcidiocesi Amalfi-Cava de’ Tirreni, Lorena Iuliano, Presidente del Consiglio Comunale di Cava de’ Tirreni, la Dott.ssa Manal Serrj, Presidente dell’Associazione Artistica Culturale Ibdar Peace (Il Cairo – Egitto), i proff. Fabio Dainotti, Rita Occidente Lupo, Franco Bruno Vitolo, la Dott.sa Anna Pisaturo, Critico d’Arte da Firenze, la Dott.ssa Alexandra Gigantino Voglioboldini, addetta ai rapporti dell’Accademia con l’estero,Vittorio Bertolaccini, Cobra Due, reporter del sito nazionale youreporter.it del Corriere Della Sera da Latina.

Erano presenti I cavalieri del Giglio, con armature e abiti d’epoca medievale. La serata è stata allietata dalle musiche avvolgenti del maestro pianista Francesco Adinolfi

Dopo i vari interventi sono state rese note le decisioni delle giurie, quella letteraria e quella artistica, composte la prima da Franco Bruno Vitolo, Antonietta Ciancone, Fabio Dainotti, Rosanna Rotolo e la seconda da Franco Bruno Vitolo, Raffaele Picarella, Gennaro Pascale, Michelangelo Angrisani.

Ecco i premiati.

Sez. poesia in lingua

1° premio: Ai confini della mia esistenza, di Francesco Terrone (Mercato San Severino), per l’intensità emotiva e la sintesi poetica con cui esprime uno stato d’animo per un’evocazione gravida di affettuosa umanità.

2° premio: I fiori non bastano (per Anna Frank), di Giuseppe Romano (Malcesine – Verona)per la poetica maestriacon cui, attraverso il vuoto della stanza e la vana evocazione del suo sorriso, ha rappresentato il pieno orrore della Shoah e della fine dei sogni per la giovanissima Anna Frank; Il colore delle lacrime, di Stefania Siani (Cava de’ Tirreni – Sa), sia per la sintesi lirica, sobria ed emozionata, con cui vengono descritte alcune delle piaghe che oggi affliggono il mondo, sia per la discrezione “a piuma” con cui dalle lacrime nere vengono fatti spuntare germogli bianchi di speranza. –

3° premio:Fili invisibili, di Emanuele Occhipinti (Cava de’ Tirreni – Sa), per la pregnanza lirica con cui descrive la forza del rapporto coniugale immergendolo in una dimensione di ineffabile affettuosità; Amore… amaro, di Rosaria Minosa (Verona), per il pathos e l’empatica partecipazione con cui ha messo a fuoco la violenza familiare sulle donne e i terribili sconquassi fisici e morali che essa comporta

4° premio: Le foglie cadute, di Giuseppina Califano (Nocera Inferiore – Salerno), per la lirica e commossa tenerezza con cui crea un dolce correlativo nella natura evocando la dolcezza di un rapporto e il dolore di una perdita; Una fiaba senza fine, di Teresa D’Amico (Cava de’ Tirreni – Salerno), per il lirico fluire di ricordi ed emozioni con cui accompagna la sua esperienza di mamma nel lancio dei suoi figli verso il mondo; La fine del mondo, di Manuel Mascolo (Salerno), per l’energia vitale intrisa di affettuosa ironia con cui dipinge il cammino di ognuno di noi verso il gusto pieno della vita

5° premio: Donna all’orizzonte, di Umberto Vigorito (Cava de’ Tirreni), per il lirico e fascinoso alone con cui tra vagheggiamenti e fantasiosa immaginazione evoca la figura della “donna più stupenda dall’aurora del mondo”.

Premi speciali del Presidente: Adel Al Khatib (Il Cairo – Egitto) e Anna Cervellera (San Vito dei Normanni – Brindisi), Paola De Lorenzo (Avellino).

Segnalazioni di merito a Gianni Terminiello (Massa Lubrense – Napoli), Antonio Arpaia (Pompei – Napoli), Sergio Zappia (Salerno), Sofia Colaiacovo (Latina), Pasqualina Petrarca (Pozzuoli – Napoli) 

Sezione Poesia in vernacolo

1° premio: E cantava, di Luigi Abbro (San Nicola la strada – Napoli), per l’emozionata, vivace ed intensa descrizione di una scena di dolcezza e di dolore da cui deriva una forte lezione di vita

2° premio: ‘O tatuaggio, diAlessandro Bruno (Vietri sul mare – Salerno), per la forza espressiva e l’incisiva intensità del messaggio con cui crea “un ponte da meditazione” tra la superficialità del consumismo modaiolo di oggi e i terribili drammi vissuti sulla propria pelle dalle generazioni di ieri

3° premio:Farfallina, di Vincenzo di Fiore (Giugliano – Napoli), per la delicata vivacità con cui gioca tra la descrizione di una farfalla e le dolci farfalle del cuore.

4° premio: Manifesto a lutto, di Gaetano Vitolo (Castel San Giorgio – Salerno), per l’affettuosa vivacità con cui ironizza sulla morte e smaschera le convenzioni legate ai suoi riti. 

Sezione Narrativa

1° premio: Nel labirinto, di Gaia Mirra (Cava de’ Tirreni – Salerno), per la pregnante efficacia espressiva con cui costruisce una sintetica successione di scene e crea una profonda metafora esistenziale intrisa di satira sociale.

2° premio: Il giorno del mio compleanno, diAssunta Gneo (Latina), per il respiro storico e umano con cui un compleanno centenario diventa lo spunto per rievocare la storia di una famiglia ed affrescare l’identità di un territorio.

3° premio: Miriam Russo (San Marzano sul Sarno – Salerno), per la fantasia e le suggestioni con cui crea un suggestivo elastico del tempo e costruisce una storia di mistero e d’amore intrisa di esistenziale eticità;A mia madre, di Franca Littera (Decimomannu – Cagliari), per l’intensità di sentimento con cui rievoca un rapporto familiare che ha lasciato una scia di affettuosi e laceranti rimpianti.

Premio speciale:Centane, di Silvana Lazzarini (Roma), per la lucida forza dell’emozione con cui ha evocato una storia plurigenerazionale, coniugandola con l’efficace “pittura” di un ambiente e di un’acquisita, profonda identità. 

Sezione Pittura figurativa

1° premio: Silvie Hastir (Belgio), per lo spettacolare e incisivo impatto delle figure, liricizzate dalle suggestioni evocative dei colori e dalla forza espressiva e dolente dello sguardo, che riesce a trasmettere tutto il sapore delle lacrime e delle speranze della storia.

2° premio: Adriana Ferri (Salerno), per l’armonioso e dirompente gioco dei colori e la creazione di uno scenario gravido di tutta la forza della vita, ma nello stesso tempo evocativo delle tensioni che vi si creano all’interno, in un poetico, squilibrato equilibrio a favore del sempre stupefacente miracolo dell’essere; Anna Ciufo (Salerno), per l’elettrica suggestione che nasce dalla composta scomposizione e iterazione di pesci umanizzati, in una lirica dimensione di contrasto tra la tendenziale monocromia del tutto in blu e l’energia liberatoria del giallo che vola e nuota fuori scena con un grido quasi di sollievo che netto si stacca dallo smarrito ondeggiare di anime “esplose nel mondo e alla ricerca di amniotici silenzi”.

3° premio:Giuseppe Di Mauro (Cava de’ Tirreni – Sa), per la nettezza delle forme, la suggestione delle tonalità cromatiche e la plastica corporeità di una figura femminile intrisa di virginea e naturale sensualità.

Premi speciali del Presidente a Mohamed Larachiche (Algeria), Liliana Scocco Cilla (Ravenna) – Anna Esposito (Sorrento).

Segnalazioni di merito a Carmine Maccaferri (Napoli), Renato Cortese (Brescia), Marilena Fanfani (Arezzo), Giammaria Trotta (Nocera Inferiore – Salerno), Dina Zilberberg (Israele). 

Sezione Pittura non figurativa

1° premio: Jeanine Lucci (Belgio) per la delicatezza dei colori e la poetica composizione delle figure, in una canto di vita musicato dalla danza della leggerezza.

2° premio: Remo Romagnuolo (Napoli), per l’intelligente, stimolante e spettacolare rappresentazione della tecnologia informatica, in cui coniuga la geometria della scienza con le fantasie del colore; Giuseppe Citro (Castel San Giorgio- Salerno) per aver coniugato la forza polemica per l’inquinamento dei mari con la poetica bellezza dell’insieme, che offre la dolente sensazione di un paradiso perduto.

3° premio:Ludovic Èche (Francia) per la creatività estetica con cui ha caratterizzato l’impatto a volte straniante dell’astrazione, valorizzandola con l’armonizzazione dei colori e la tridimensionalità dell’immagine nel suo complesso. 

Sezione Scultura

1° Premio: Adamo, di Stefano Ortolani (Velletri – Roma), per l’emozionante e poetica tensione espressiva di una “forma parlante”, che, unita alle vibrazioni tonali e materiche del legno, rende perfettamente il rimorso in cerca di perdono del primo peccatore.

2° Premio: Crocifissione, di Fiorello Doglia (Genzano – Roma ), per la capacità di coniugare l’impatto scenico della Passione con l’onda di composto eppur complesso dolore che essa emana, lasciando una scia che vola nel tempo e oltre il tempo.

3° Premio: Yulia Shtern (Canada), per la geniale e fantasiosa evocazione di figure animali elaborate con materiale di riciclo e rivestite di colori forti, ricomposti con musicale armonia.

4° Premio: Keizo Mori (Giappone) – Premio Speciale: Antonietta Ciancone (Castel San Giorgio – Salerno) – Premio Speciale “fuori concorso” a Giuseppe Milite, restauratore (Cava de’ Tirreni – Salerno). 

Sezione Fotografia

Primo Premio: Flora Cocchi (Perugia), per la fantasia creativa e la sensibilità culturale con cui ha messo a fuoco la figura e l’immagine di una donna come Trotula, che a modo suo ha prefigurato una storia di genere e di conseguenza la storia stessa della società. –

2° Premio: Pasquale Esposito (Cava de’ Tirreni – Salerno), per la nettezza giornalistica, la profondità di campo e di pensiero e lo sguardo emozionato con cui viene adagiata nei nostri occhi una società fisicamente lontana eppure di scatto sempre più vicina

3° Premio: Maria Stimpfl (Padavena – Belluno), per l’affettuoso sguardo che trasmette della sua terra e delle sfumature di colore e di luce, che diventano piccola poesia dell’anima

Premio speciale: Giorgio Vezzaro (Vicenza) – Segnalazione: Gianna Burroni (Arezzo). 

Sezione Baby Artisti

1° Premio: Popescu Alexandru, anni 12 (Romania), per la maturità, ben superiore alla sua età, con cui ha saputo scomporre, ricomporre e armonizzare linee, immagini e colori – 2° Premio: Halip Istrade, anni 12 (Romania) – 3° Premio: Prelipcean Teodor, anni 12 (Romania)

Premi di Segnalazione: Popescu Alexandra e Popescu Sorin, da Radauti (Suceava, Romania) – Vincenzino Middei da Pontinia (Latina) e Sara Amaro (Cava de’ Tirreni, Salerno). 

Tra gli eventi da annotare nel corso dell’intera manifestazione, le battaglie medievali in costume simulate dal Gruppo folkloristico “I cavalieri del giglio”, la presenza dell’egiziana Manal Serrj,, che con parole e versi ha fatto assaporare l’anima solare e i drammi del Medio oriente, la presentazione del libro Frammenti, di Pino Zecca, poetica antologia di un cuore sospeso tra sogni incisi nell’anima e dolci realtà del presente, illusioni sfumate per un mondo in declino e la rassicurante certezza di aver comunque vissuto.

Un’emozione da lasciare il segno è stata donata dall’esposizionedella statua settecentesca di Santa Filomena, di proprietà della famiglia Ferrentino e restaurata dall’artista cavese Giuseppe Milite. Senza fare offesa a nessuno, la teca della statua ha rappresentato il punto di maggiore attrazione dell’intera mostra, non solo per l’antichità, ma per la bellezza intrinseca dell’opera e del recupero.

Tra i personaggi emersi nell’ambito del Concorso, non possiamo non evidenziare l’ennesima affermazione dell’ingegnere poeta Francesco Terrone, tra l’altro reduce dalla vittoria nel Concorso nazionale dedicato a Padre Pio, e l’affermazione della giovanissima Gaia Mirra, appena diciottenne, che con un racconto pregnante imperniato su un metaforico labirinto ha superato anche adulti già ben affermati.

E poi naturalmente lui, il big one di Arte e Cultura, Michelangelo Angrisani, che, oltre ad essere un dinamico operatore e organizzatore ha da sempre dimostrato anche una notevole valenza artistica. Accanto ai tanti lavori di livello della mostra, si sono fatte come sempre ammirare le sue opere, in primis la Crocifissione, con quella poetica e smarrita umanità immersa nel buio ai piedi della croce ed in attesa della Redenzione, che sta per nascere, per tutti, dalla sofferenza del Cristo sanguinante.

Se questo è uno dei suoi dipinti più significativi, non dimentichiamo neppure le opere caratterizzate dalla tecnica innovativa del colore del legno e dalla sua “pittura-messaggio”. Egli infatti crea dal disegno stesso e dalle increspature materiche, specificamente del legno, le linee, le sfumature e le vaghezze capaci di esprimere le sue permanenti inquietudini e la sua ricerca di una religiosità che vada oltre le forme rituali, dolorosamente gioiosa e pacatamente egualitaria.

La sua è una presenza stimolante per la vita culturale e rassicurante per il futuro di un’iniziativa che da qualche anno rappresenta uno dei fiori all’occhiello della prima estate cavese.

Dopo il salto di qualità di quest’anno, questo fiore promette veramente tanti altri petali, colorati e resistenti. Alla prossima!