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CAVA DE’ TIRRENI (SA). Le emozioni adolescenziali e la conquista dell’autostima alla premiazione del Concorso scolastico “Le parole sono ponti”, dedicato a Betty Sabatino

Le piccole grandi domande sui cambiamenti nella vita quotidiana (i primi servizi fuori casa da solo…) e nelle relazioni sociali, comprese le prime uscite con gli amici, i dubbi e le incertezze sull’effettiva capacità di affrontare la vita nuova… (Sto diventando grande, prosa di Francesco Criscuolo – IV Circolo – Santa Lucia – Classe V A).

La paura di rompersi in questa fase della vita piena di nuove sensazioni, quando i desideri avanzano e i pensieri inseguono, ma, nonostante il brivido di freddo, le stelle polari rimangono la bellezza e l’innocenza. E nella loro cristallina sinteticità brillano i versi come raggi di piccole stelle… (Un brivido di freddo, poesia di Ludovica Memoli – I.C. “Carducci –Trezza” – classe II D)

La crisi morale e culturale di un giovanissimo soldato, cresciuto ed educato nel culto della guerra e della gloria, che durante il battesimo del fuoco, affrontato comunque con senso del dovere, da una parte scopre le mistificazioni propagandistiche a cui è stato sottoposto, dall’altra, pur a costo della vita, facendo appello alle sue radici, esalta la dignità umana nel momento di una scelta estrema. Il tutto in un racconto in stile “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, elaborato con la nettezza e l’incisività di un talento già in fase di avanzata maturazione. (Avanti, Savoia!, di Alfonso Maria Di Somma – Liceo Classico “Marco Galdi” – classe IV B).

Sono questi i contenuti, stimolanti già a prima vista, dei testi vincitori nelle tre sezioni del sesto Concorso Scolastico “Le parole sono ponti”, organizzato dal Comune di Cava de’ Tirreni in memoria della carissima professoressa Elisabetta Sabatino, troppo presto volata via, grande maestra di dialogo, umanità e saggezza, fantasiosa innovatrice didattica.

La cerimonia di premiazione, condotta dallo scrivente, è stata effettuata a Palazzo di Città venerdì 8 marzo, come sempre in occasione della Giornata della Donna, con la presenza e gli interventi, oltre che dei familiari stretti e di tanti studenti, docenti, amici e parenti, del Sindaco Vincenzo Servalli, dell’Assessore alla Pubblica Istruzione Armando Lamberti, della Presidente del Consiglio Comunale Lorena Iuliano. Ad illuminare la lettura le voci calde, duttili e convincenti di Giuliana Carbone e Manuela Pannullo, targate Arte Tempra, giovani ma già consumati animali di scena.

A conservare la memoria della giornata, come sempre la pubblicazione di un allegro opuscolo, curato graficamente da Gaetano Guida, contenente i testi premiati. La scelta dei vincitori, il cui elenco è allegato in appendice all’articolo, è stata operata da una giuria formata da Paola Sabatino, Barbara Sabatino, Gabriella Liberti, dalla Dirigente dell’ IIS “Filangieri” Raffaella Luciano e dallo scrivente, Franco Bruno Vitolo.

Le opere vincitrici sono solo la punta dell’iceberg di una serie di spunti e di riflessioni provenienti dai numerosissimi lavori presentati per l’occasione ed incentrati sui temi delicatissimi dell’autostima, della gestione di emozioni, sentimenti e paure nella fase cruciale della crescita adolescenziale e della comunicazione che l’accompagna. È su queste basi che si costruiscono i ponti con se stessi e tra se stessi e il mondo, anche se troppe volte si finisce con l’ergere muri sconfortanti di solitudine, depressione o incomunicabilità.

Sono venute fuori vere e proprie lezioni di vita, che assumevano sempre più colore e calore al pensiero che sono nate in quel luogo-ponte per eccellenza che è la scuola, magari in quei momenti in cui più si abbassano le frontiere del ruolo tra insegnanti ed alunni e più si sentono le voci della persona che è in loro ed in ognuno di noi. Sono i momenti che Elisabetta Sabatino amava di più, per arricchire ed arricchirsi in un intenso reciproco afflato.

Non solo lezioni e riflessioni generali, però, ha offerto la cerimonia della premiazione, ma anche significative finestre sulle questioni nodali che caratterizzano la vita intima e sociale degli adolescenti, che, come hanno sottolineato alcune delle opere premiate, è per certi versi un mondo a parte, di difficile interpretazione da parte del mondo degli adulti, già spesso peccatori per scarsa empatia. Ed è anche il ponte tra le coccole rassicuranti del porto e il fascinoso ma rischioso veleggiare nell’oceano, in cui si cerca di rimanere aggrappati ai bambini che si era in precedenza. Alla fine però la stella polare rimane pur sempre la voglia di conoscersi, la trepidante speranza di riuscire a completare il volo verso se stessi e manifestarlo al mondo e al proprio io, pur con tutto il mistero che questo comporta,

A lasciare la scia più forte sono stati come sempre soprattutto quei momenti speciali di emozione “che non ha voce”, che esplodevano ogni volta che si rievocavano la figura di Betty e la sua calda percezione della vita. Hanno raggiunto l’acme nella fase di apertura, con un video esaustivo, coinvolgente ed emozionante creato da Anna Paola De Luca, seguito dalla lettura di una poesia di Enrico Mosca, e nel finale, quando a semicerchio, come in una dolce preghiera del cuore, come sempre si è letto un testo che evoca la sua figura.

Al termine, un emozionato arrivederci, con la speranza che la giornata sia stata, come voleva essere, soprattutto un ponte verso il futuro. È tanto triste che Betty se ne sia andata tanto presto e non ci sia più, ma è anche tanto bello che comunque ci sia stata e ci sia ancora. Ci vogliono pur sempre gambe e cuori per far camminare le sue parole… e costruire ponti.


Ed ecco l’elenco dei premiati di quest’anno.

Sezione “Scuola Primaria”: 1) Francesco Criscuolo (IV Circolo – Santa Lucia); 2) Tommaso Francesco Di Domenico (Scuola Opera Pia “Di Mauro”); 3) Rosalba Celentano (II Circolo – Via Balzico) – Segnalazioni di merito: 3) Mattia Andretta (IC Carducci Trezza – San Lorenzo) – Lucia Vitale (IV Circolo – Santa Lucia); Valentina Mancusi (II Circolo – Via Balzico); Anna Siani (IV Circolo – Epitaffio) – Vittoria Giordano (IV Circolo – Epitaffio)- Martina Mollo (II Circolo – Via Balzico). 

Sezione “Scuole Medie”: 1) Ludovica Memoli (ICCarducci Trezza – classe III H); 2) Benedetta Mazzotta (Scuola “Balzico”, Santa Lucia – classe III M); 3) Sophie D’Amato (IC Giovanni XXIII – classe II F) – Segnalazioni di merito: Michela Di Martino (IC Giovanni XXIII – classe III H); Roberta Siani e Marika Siani (SM “Balzico” – classe I B); Paola Santoriello (ICCarducci Trezza – classe II D), Francesco Stanzione (ICCarducci Trezza – classe III C); Ginevra Karol Ferrara (SM “Balzico” – classe III B),

Anna Di Marino, Benedetta Ferrara, Arianna Esposito (Scuola “Balzico”, Santa Lucia – classe I N).

Sezione “Scuole Superiori”: 1) Alfonso Maria Di Somma (Liceo Classico “Marco Galdi” – classe IV B); 2) Franziska Dura (Liceo Classico “Marco Galdi” – classe III B); 3) Beatrice Avallone (Liceo Linguistico “De Filippis” – classe II BL); – Segnalazioni di merito:Marianna Cannavacciuolo (Liceo Classico “Marco Galdi” – classe IV B); Daisy Michelle Giulia Pisapia (Liceo Linguistico“De Filippis” – classe II BL); Anna Paola De Luca (Liceo Scientifico “A.Genoino” – classe III E), Rita Spinelli (IIS “Filangieri” – classe IV D); Anna De Sanctis e Giulia Senatore (Liceo Linguistico“De Filippis” – classe I A L).

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Napoli milionaria: un’emozione che attraversa le generazioni … e genera poesia

In scena al Teatrino dell’ex Seminario nella bella interpretazione del Piccolo Teatro al Borgo di Mimmo Venditti


Anche solo a nominarlo, Napoli milionaria, il capolavoro teatrale di Eduardo De Filippo, trasmette un’ondata di emozioni.

L’emozione di una storia, della nostra storia. La prima andò in scena quando ancora nel Centro Nord dell’Italia era in atto la guerra di liberazione e a Napoli si leccavano le ferite profonde e laceranti delle bombe, dei crolli e della fame, si sentiva l’eco comunque drammatica della cacciata dei tedeschi, si respirava la presenza deli alleati anglo americani e le speranze della nuova Italia.

La storia di don Gennaro, che torna dalla guerra e trova la sua famiglia arricchita dal mercato nero, ma imbastardita dalla smania del denaro e senza più quell’identità etica che lui aveva cercato, non sempre con successo, di trasmettere, è la storia di Napoli, dell’Italia in macerie e con voglia di rinascita. Una Napoli in attesa che “passi la nottata”, così come don Gennaro e la famiglia devono aspettare che superi la nottata la piccola Rituccia grazie all’antibiotico donato proprio da una vittima dello sciacallaggio da mercato nero esercitato dalla moglie di Gennaro.

Perciò vengono i brividi a ripensare a quella prima rappresentazione del 15 marzo 1945, quando, alla chiusura del sipario, ci fu un eterno momento di silenzio, che fece temere a Eduardo l’onta e il dolore dell’insuccesso, prima che nascesse uno dei più lunghi ed emozionati applausi della storia del teatro, con il pubblico in piedi e in lacrime, che aveva appena assistito allo specchio delle sue piaghe e che stava aspettando anch’esso che passasse la nottata.

Perciò ogni volta che viene messa in scena, per chi è consapevole del suo significato, oltre che della sua bellezza di capolavoro, si scatena quell’ondata di emozioni che accomuna spettatori e attori.

Perciò siamo grati alla compagnia del Piccolo Teatro al Borgo, che più volte l’ha inserita nel suo cartellone e che da due anni ha rinnovato la messa in scena con attori più o meno “new entry”, ai quali bisogna fare grandi complimenti perché si sono dimostrati ben all’altezza del ruolo da ricoprire e degli storici interpreti del Piccolo Teatro al Borgo, a cominciare dalla magnifica Ida Damiani, sanguigna, appassionata e coinvolgente nel parte cruciale di Amalia. Senza contare naturalmente il buon Mimmo Venditti, come sempre gran maestro regista e attore. Nell’applauso aggiungiamo gli “storici” Matteo Lambiase e Raffaele Santoro (il ragioniere e Settebellizze), una garanzia lunga negli anni, e con loro Daniela Picozzi, Carlo Della Rocca, Andrea Manzo, Roberto Palazzo, Enzo Senatore, Titta Trezza, senza dimenticare i fedelissimi collaboratori tecnici Bruno Rispoli (scene e luci) e Anna Maria Venditti Rispoli (costumi).

L’ultima messa in scena è avvenuta il 2 e 3 febbraio scorsi, nell’ambito del cartellone congiunto con i giovani della Compagnia Arcoscenico. È stata l’occasione per riproporre un pezzo della nostra storia anche alle nuove generazioni. Ed è stato fatto centro, come è dimostrato anche dall’allegato canto nella nostra lingua suscitato sulle corde del trentenne Alessandro Bruno, nelle cui parole si avverte l’emozione della scoperta di un’opera capitale, di una recitazione all’altezza, ma anche, vedi le parole finali, lo sconcerto del presente, in cui per i componenti della nuova generazione il tunnel verso il futuro ha di nuovo il sapore di una nottata. Riusciremo a far passare anche questa?… Ai posteri.
(FBVitolo)

 

Napoli Milionaria: Piccolo Grande Teatro al Borgo!

 

Dinto a nu tiatro bello, ma ‘e quatto sorde,

addò ghiacciata era ll’aria,

faceva friddo…e chi s’’o scorda…

ma va in scena Napoli Milionaria!

 

‘A campana sona e a sipario arapruto

tavula apparicchiata e cafettera pe vvinte.

Fore ô vico voce ‘e ggente sparuta

Amedeo nun è pe niente convinto!

 

È sparuto nu piatto ‘e paste e ffasule!

Ll’indiziato è Gennaro ‘o pate, se capisce,

‘a guerra… se sa… te fa sbaglià da sulo

‘e ‘o piatto ‘e pasta… piglia ‘e sparisce!

 

Gennaro Jovine, un Venditti che gran colpi sferra,

incarna paro paro il buon padre di famiglia

purtanno ‘ncuollo ‘a fatica di una guerra

è tutto puteca, casa, mugliera e ffiglie!

 

Ma ‘e ccose a Napule nun ggirano a dduvere,

‘a mugliera, ‘Onna Amalia, superbamente interpretata,

è trasuta ‘e preputenza dinto ‘a borza nera

aumentanno ‘o prezzo d’ ‘a rrobba… ca tene accuata!

 

È una Napoli sotto ‘e bbumbardamente

nu via vai ‘e persone suspettose

‘a sirena sona tutte ‘e mumente

e pe campà se trovano mille scuse!

 

Pecchè è guerra pure int’ ‘a famiglia ‘e Gennaro

e ‘a guerra te cagna ‘nzino e dint’ a ll’osse.

Pecchè quanno nun ce sta ‘o denaro

faje ‘e tutto pe nun te scavà ‘a fossa!

 

E senza Gennaro, ma cu ‘a sacca chiena ‘e sorde,

‘a famiglia se scorda d’ ‘o bbene ‘e ll’ammore

nun s’accorge d’ ‘o dulore ca porta

e ce ne vo’ pe truvà dignità e calore.

 

La compagnia di Venditti fa vedere tutto questo:

hanno battagliato pe ddoje ore

hanno interpretato a meraviglia tutto il testo.

per il piccolo Teatro al Borgo grande onore!

 

Pecchè nun è ffacile pe nniente

a tenè ‘e spettature appassiunate!

E pe tutto ‘o tiempo chelli ggente

scurdannese d’ ‘ friddo se so’ arrecriate!

 

‘A Cumpagnia ha tenuto sempe aveta ‘a pressione

so’ passate da ‘e bomme a nu murtorio accamuffato.

Se vede ca ce metteno assaje core e tanta passione.

‘A Cumpagnia ‘e Venditti emozioni ha regalato!

 

È forte forte assaje… ‘a fine ‘e sta cummedia…

P’ ‘a famiglia, pe’ Napule e l’Italia è ‘a stessa traggedia!

‘O miereco ha ditto: ‘a nuttata ha da passà

ma…

simmo sicure ca mo nun ce sta n’ata nuttata da passà?
(Alessandro Bruno)

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Il prestigioso riconoscimento al Cappellano Militare del Contingente Italiano

A Don Claudio Mancusi, Cappellano del Comitato per il Sacrario Militare di Cava, la Croce Patriarcale.


don-claudio-mancusi-cappellano-militare-cava-de-tirreni-febbraio-2019-vivimediaConcessa la Croce Patriarcale al Cappellano Militare del Contingente Italiano, don Claudio Mancusi. Viva la soddisfazione da parte del presidente del Comitato per il Sacrario Militare di Cava de’ Tirreni Daniele Fasano.

“Mi congratulo con don Claudio – sottolinea Daniele Fasano – Un grandissimo riconoscimento per il Cappellano del Comitato per il Sacrario Militare di Cava de’ Tirreni. E’ per tutti noi motivo di grande orgoglio”.

Il riconoscimento, concesso da Youssef Absi, Patriarca di Antiochia e di tutto l’Oriente, Arcieparca Metropolita di Damasco, Alessandria e Gerusalemme dei Melchiti, Gran Maestro dell’Ordine Patriarcale della Santa Croce di Gerusalemme, è stato assegnato al Cappellano Militare del Contingente Italiano, don Claudio Mancusi, al Comandante di Italbatt, Colonnello Giacomo Giannattasio, al Comandante della Joint Task Force Lebanon-Sector West, Gen. Brig. Diodato Abagnara, per le attività umanitarie e l’efficace supporto profuso a favore delle comunità Greco-Cattoliche di Tiro.

L’Ordine Patriarcale della Santa Croce di Gerusalemme è un ordine cavalleresco conferito per meriti caritatevoli e religiosi che promuove iniziative volte a far conoscere la realtà culturale e religiosa dell’Oriente cristiano e sostiene le opere sociali e religiose dei fedeli. A consegnare l’importantissima onorificenza, l’Arcivescovo Metropolita Melchita di Tiro, S.E.R. Mons. Michael Abrass, nel corso della Santa Messa domenicale tenutasi nella Base UNP 2-3 di Shama.

Il riconoscimento è segno di affetto e gratitudine della realtà religiosa locale verso l’operato dei peacekeepers italiani che, solo pochi giorni fa, hanno organizzato un significativo meeting interreligioso con i rappresentanti delle fedi presenti nella regione di Tiro, che ha portato alla redazione condivisa di un documento di reciproca collaborazione per la stabilità e la pace.

A Cava de’ Tirreni il 23 febbraio Giornata della Pace con Stefania Proietti, Sindaca di Assisi

stefania-proietti-sindaco-assisi-2019-vivimediaIl 23 febbraio prossimo, alla Giornata della Pace, indetta da Papa Francesco sul tema La buona politica è al servizio della Pace, organizzata dall’Arcidiocesi Amalfi-Cava e dal suo Arcivescovo Mons. Orazio Soricelli con la feconda collaborazione di associazioni e istituti scolastici, ci sarà a Cava un ospite d’eccezione, Stefania Proietti, da due anni Sindaca di Assisi, prima donna a ricoprire questo ruolo nella Città di Francesco e di Chiara. Ed è sulle loro orme, sul dettato evangelico di amore per il prossimo e di attenzione ai più deboli, sull’etica del servizio, nello spirito della Chiesa sognato di Papa Francesco, che Stefania Proietti sta esercitando la sua carica, riscuotendo apprezzamenti profondi dai suoi concittadini e da tutte le persone di buona volontà, pur in un tempo in cui la Buona Novella viene lodata da tutti, ma da molti viene disinvoltamente tenuta in frigo.

L’impegno più recente, di respiro internazionale, è stata l’ ordine del giorno deliberato a novembre dell’Amministrazione comunale di Assisi: una presa di posizione contro i massacri che stanno avvenendo nello Yemen ed il commercio delle armi che li supporta: commercio in cui l’Italia è implicata in primissima persona. Contestualmente, un appello ai Sindaci italiani perché sottoscrivano questo ordine del giorno. È quello che sarà fatto anche durante l’incontro del 23, in cui saranno presenti i primi cittadini, o i loro rappresentanti, di Cava e dei comuni viciniori.

manifesto-giornata-pace-assisi-febbraio-2019-vivimediaImportantissima e stimolante novità rispetto alle precedenti Giornate della Pace, finora tutte pomeridiane e serali, l’incontro con la Sindaca e il resto della manifestazione si svolgeranno di mattina, per favorire un contatto diretto con le scuole e con gli studenti e i giovani in generale. L’appuntamento è infatti alle 9 al Cinema Metropol, dove è prevista la presenza di circa trecento studenti provenienti dagli Istituti Superiori: Liceo “De Filippis Galdi”, Liceo Scientifico “A.Genoino”, “IIS Vanvitelli-Della Corte”, IIS “Filangieri” (di Cava de’ Tirreni), “ISS Marini-Gioia” (Amalfi). I ragazzi saranno protagonisti, sia perché il Gruppo del Liceo Musicale “M.Galdi” effettuerà l’apertura musicale, sia perché sarà dato ampio spazio alle loro domande ed alle loro osservazioni, con particolare riguardo all’argomento “Le declinazioni della Pace al servizio delle Comunità locali”.

Al termine dell’incontro, verso le 11,30, si formerà un corteo, al quale parteciperanno anche altri studenti e, naturalmente, tutte le persone di buona volontà. Tra canti, striscioni e cuori aperti si giungerà a Piazza San Francesco, al Convento di San Francesco, dove sarà simbolicamente piantumato un Ulivo e, con i rinnovati saluti delle autorità e della Sindaca, il congedo musicale sarà affidato a un mini concerto di gruppi musicali studenteschi.

Salerno-Accumoli. Casa della Cultura nella terremotata Accumoli: iniziati i lavori!

Esulta il Maric, promotore dell’iniziativa. Il Presidente Vavuso: “Sarà la primavera di un territorio”.


È un’emozione grandissima. Da settembre 2016 abbiamo cominciato a sperare nella realizzazione di qualcosa che potesse darci la possibilità di stare un’altra volta insieme. L’arancione dei bandini è oggi il colore più bello del modo.” Queste parole di Michelangelo Cirmi, presidente dell’Associazione Illica Onlus, arrivano dirette al cuore perché esprimono l’emozione e la commozione della comunità di Illica, frazione di Accumoli, devastata dal terremoto dell’agosto 2106. Sono infatti arrivate le prime ruspe, che hanno cominciato a preparare il terreno per la Casa della Cultura, primo passo della ricostruzione e della nuova vita della comunità dopo tante sofferenze. In qualche settimana, prepareranno la platea di cemento sulla quale sarà collocato l’edificio con tutte le strutture necessarie. Il taglio del nastro è previsto nel corso della prossima primavera. 

Promotore di  questo evento, il MARIC (Movimento Artistico per il Recupero delle Identità Culturali), gruppo di creativi dell’Arte, della Letteratura, dell’Immagine e della Musica, nato a Salerno e guidato da Vincenzo Vavuso, noto artista salernitano nonché sottufficiale dell’Esercito italiano. Dall’autunno del 2016 ha lanciato una raccolta di fondi per Accumoli con l’ obiettivo di donare ad una comunità dispersa, un luogo di incontro e di speranza per ricostruire, oltre alle case, una identità che viene da lontano.

Grazie anche e soprattutto all’incrollabile tenacia di Vincenzo Vavuso, leader del movimento, il Maric sta raccogliendo fondi attraverso iniziative culturali e artistiche di vario genere ed ora è allo sprint finale per tagliare il traguardo.

Nel cammino ha avuto sostegni importanti, non solo da singole persone, ma anche da enti o aziende che hanno offerto un contributo fondamentale. A loro va il sincero e profondissimo ringraziamento del Presidente e dei componenti del Movimento. In primo luogo la Ditta Industrial Starter, che ha offerto una somma considerevole. Infatti dopo vari incontri tra Vavuso e i responsabili dell’azienda, si è convenuto sull’erogazione di fondi da utilizzare per la nobile causa: proventi ricevuti in beneficenza dai dipendenti della stessa azienda. Si sono poi accodate l’Associazione Onlus di Illica, anch’essa con un importante contributo economico a sostegno del progetto, la Regione Lazio, che sta provvedendo alla platea, l’Azienda Arti Grafiche Boccia di Salerno, sempre vicina in tutti i modi all’iniziativa, così come l’US Salernitana 1919, e tanti altri ancora, che sarebbe troppo lungo elencare e ai quali va il pensiero riconoscente del MARIC.

Una volta completata l’opera, il Movimento continuerà ad alimentarla attraverso un filo diretto di scambi, di partecipazione e di eventi, che sanciranno negli anni questo bel gemellaggio amico che si è instaurato tra il Gruppo artistico e la comunità di Accumoli in generale e di Illica in particolare.

Il primo gesto che compirò, sarà collocare nella casa della Cultura quella scarpetta che trovai tra le macerie proprio ad Illica. Quella scarpetta era il simbolo di anni e vite tarpate nel fiore. Mi auguro che presto diventi il simbolo e il fiore di speranze recuperate e della rinascita di un intero territorio.” Parole emozionate ed emozionanti, pronunciate dal Presidente Vavuso con gli occhi liquidi e con una scarica di battiti del suo cuore panzer.

Parole che facciamo nostre, con tutto lo slancio possibile.

E che nasca veramente un fiore tra le spine… e dai semi dell’ombra fiorisca finalmente la luce …

Hope-Fame di vita all’ex Seminario: sulla scena le crisi del mondo moderno targate Arcoscenico

E per il cartellone congiunto a Mimmo Venditti e Luigi Sinacori sarà dato il Premio “Ponte Giovane”.


CAVA DE’ TIRRENI (SA).  Adesso partiamo …

E sono partiti veramente. Sulla scena, i migranti sui barconi, nel viaggio della speranza e della disperazione.

Nella vita, i giovani emergenti e rampanti della Compagnia Arcoscenico, fondata e diretta da Luigi Sinacori, che dopo una decina di spettacoli a sketch o comico-farseschi con vaghe venature storiche o sociali, hanno fatto il grande salto verso un teatro d’impegno civile, di ricerca esistenziale, di linguaggio letterario, con tocchi di realtà misti a momenti surreali o metaforici. E, con un titolo fortemente evocativo, è nato Hope, fame di vita, il secondo spettacolo della Compagnia nel cartellone congiunto 2018-19 con Il Piccolo Teatro al Borgo di Mimmo Venditti, in scena nella sala dell’ex Seminario in Piazza Duomo a Cava de’ Tirreni.

Il terzo, un memoriale del volto comico della compagnia, è previsto per il 16 e il 17 febbraio.

Hopeè un atto unico diviso in tre quadri distinti, nel tempo e/ nello spazio, ma uniti appunto alla tematica del dramma sociali ed esistenziali che affliggono la nostra epoca e che, più in generale, tormentano l’uomo dal momento in cui ha preso coscienza del suo essere.

Il primo quadro, Adesso partiamo, con testo di Mariano Mastuccino, si richiama al dramma dei migranti e dei barconi che affondano. È il quadro più spettacolare e immediato, sia per la coralità della rappresentazione scenica, fatta di movimenti a tutta scena, giochi di luci e chiaroscuri, accordi di chitarra (di Lorenzo Cammarano) e passi di danza (di Laura Cammarota) ben inseriti nell’insieme, alternanza delle battute, concitate e a periodi brevi ed incisivi, tra tutti gli attori della compagnia: Luigi Sinacori, Mariano Mastuccino, Gianluca Pisapia, Licia Castellano, Francesca Cretella, Federico Santucci, Luigi Sinacori, Maria Fiungo.

Il contenuto è coinvolgente e attuale. Canta la disperazione della fuga da tante nuvole di fumo, da bombe già sganciate, da quelle che cadranno. Dalla guerra. Quale guerra? Non certo di chi parte, perché chi parte la subisce, non la fa. Meglio salire su un barcone, anche se inscatolati come sardine. Vanno via dalla guerra, verso l’Italia, dove non c’è la guerra. Ma la guerra ha tante forme, non solo quella delle armi. La guerra è dappertutto….

Il pezzo è stato scritto sette anni fa, quando ancora era facile approdare sulle nostre coste, quando però la Chiesa non aveva ancora goduto delle aperture attive di papa Francesco. Cosa avrebbe il nostro autore messo sulla bocca dei partenti oggi?

Una cosa non è cambiata: il disagio, il naufragio, la morte in mare, la morte in gruppo. Ed il lento cammino verso la sepoltura nelle onde, grazie sia alla regia di Luigi Sinacori sia alla recitazione, raggiunge momenti di partecipata emozione, ottenendo l’effetto magico tipico del teatro della dislocazione fantastica, perché su quelle onde, sotto quelle onde ci finiscono tutti: personaggi, attori, pubblico…e purtroppo anche la realtà della nostra tormentata società…

Per la stessa magia, nel secondo quadro, Vagone di emergenza, il teatro esce fuori dalla storia e ci proietta in una dimensione in cui l’esistenza è quasi border line. Sono tre emarginati o sono semplicemente tre esseri umani quei tre personaggi chiusi in un metaforico vagone ferroviario: un rifugio obbligato, una pausa di attesa oppure, come è più probabile, una ragnatela di disagio esistenziale e di stralunato amore per la vita rispetto ad una vita che proprio non li ama? Parlano quasi a vuoto, come se stessero in una bolla di non senso esistenziale. Eppure il loro cuore è pieno: di dolore, di smarrimento, dell’attesa di uscire fuori… ma per andare dove?

Si farebbe male a storicizzare questa situazione. Si rende un maggiore omaggio al testo se vi si sentono gli echi del teatro dell’assurdo di stampo esistenziale, percependovi la beckettiana attesa di un Godot, o anche la chiara citazione della santanelliana Uscita di emergenza, quel modernissimo Santanelli controcorrente, quasi mai rappresentato a Cava, l’ultima volta proprio da Venditti, una ventina di anni fa (L’isola di Sancho).

Nel quadro sinacoriano i due protagonisti si consumano inquieti in quel vagone che costituisce la loro prigione ma anche il loro utero di protezione, presi da una smania di uscire, che però non li porta mai oltre la soglia di quello sbarramento ferroso e freddo.

Sono avvolti da un silenzio totale. Anzi, da tanti silenzi, tali da fare nel cuore un rumore che non permette nemmeno di dormire. O forse uno di loro tutt’al più chiude gli occhi… per pregare… anzi pregare di non aprire più gli occhi la prossima volta che li avrebbe chiusi. Tra i primi due si crea una elettrica dialettica: perché dei due uno cerca di dormire e pregare veramente, vuole sentirsi vivo, ascolta con piacere anche il silenzio rotto dal fruscio del vento, considera bello sognare, insomma vuole conservare l’illusione di sentirsi vivo. L’altro non sente queste scosse, si considera l’ombra di se stesso, ma alla fine si lascerà prendere anche lui dalla fame di vita… e gusterà l’antipasto della speranza. Il terzo uomo, che si trova in una carrozza adiacente, è cieco dalla nascita e vive in una buia solitudine, ma si consola pensando che non gli può mancare ciò che non conosce e che anche una voce che gli parla può dargli un pizzico di luce. Anche lui, pur nello smarrimento, ha fame e mastica quello che può…

Bisogna fare decisamente i complimenti per questo pezzo, ambizioso e di buon eito, sia per la scrittura, in un misurato bilico tra ombre e luci, tra realtà e metafora, che va ben al di là del sentire giovane di un men che trentenne come Sinacori, sia per l’ambientazione, scarna ed evocativa, sia per la recitazione mai oltre le righe dello stesso Sinacori, di Mariano Mastuccino e Gianluca Pisapia.

Per la qualità del pezzo e lo spirito di pur nebulosa speranza che lo pervade, avrebbe potuto essere questo il quadro conclusivo dell’opera, che invece si chiude con Specchioriflessa, di Mariano Mastuccino, una multimetafora a più piani e più spazi e più personaggi: frammenti sparsi di quello strano puzzle che è la dimensione umana. All’interno di una stanza anonima che potrebbe essere un bar si confrontano con dialoghi ora realistici ora stralunati, Silvia e Giulia, la prima “finalmente intollerante”, in lamentoso brontolio contro tutto e tutti: in fondo, però, è un’insoddisfatta del matrimonio, del sesso, e forse anche della sua salute malferma. Più vitale, Giulia va alla ricerca di ciò che è bello, o almeno tale le appare, come un giro di turisti sulla ruota o il cane dell’amica Marta che raccoglie briciole sotto il tavolo. Un altro avventore, Giulio, fino a quel momento silenzioso, si scatena in un monologo sul naufragio di una zattera, che rappresenta il naufragio di un’intera società dove la paura e il bisogno finiscono con l’incattivire gli animi e fare dell’uomo un lupo contro l’uomo. Quasi di rimando, la scena si chiude con uno scontro anche fisico tra Silvia e Giulia, con Silvia che accusa Giulia di prendersi gioco di lei. Uno scenario doloroso, che richiama il naufragio dei migranti del primo quadro.

Nello scorrerei tre quadri, il vertice dell’energia, paradossalmente, viene dato dalla dialettica dei tre emarginati nel vagone di emergenza. Come a dire, se nella cantina non splende il sole, siamo pur sempre capaci di dipingerlo… È la fame, signori. La fame della speranza, l’ultima dea, la vera alternativa alla paura. La paura ci fa prigionieri, la speranza ci apre la finestra della libertà.

E speranza sia anche quella che viene sia dalla Compagnia Arcoscenico, per la quale l’emergenza significa voglia e possibilità di emergere, sia dal ponte col quale ha stabilito per la stagione un canale direttissimo di collaborazione insieme con i veterani del Piccolo Teatro al Borgo: cartellone unico, cinque spettacoli a testa, sala comune, condivisione delle fasi organizzative, scambio di esperienza e di amicizia. Questo ponte è stato molto apprezzato in Città dalle persone di buona volontà e opportunamente ha ricevuto anche un magnifico riconoscimento ufficiale. Il 15 marzo, nella Sala d’Onore di Palazzo di Città, al termine di un convegno con personalità di livello nazionale come Don Enzo Fortunato e il giornalista Borrometi, MimmoVenditti e Luigi Sinacori, e di rimando i due gruppi che rappresentano, riceveranno dall’Associazione Giornalisti “Lucio Barone” il premio ComunICARE – Ponte giovane, destinato in coppia a figure di prestigio della seconda e terza età che promuovano iniziative di qualità con giovani emergenti. Lo scorso anno il premio è stato dato a Federico Buffa (tanto nomine…) con Elena Catozzi, coautori insieme del libro Rizzoli sulla vita di Mohamed-Ali, alias Cassius Clay.

E che questo Ponte e questo Premio siano un vero viatico nel cammino verso le colline dei sogni. Intanto, cin cin e… applausi! Anzi, possibilmente … bis!

Meditazioni ed emozioni ne “La settima Arte – Il senso della vita nel cinema e nel teatro”

E dal 17 al 19 febbraio gran finale della Rassegna Teatrale di Arte Tempra con il Musical “Gran Caffè ‘900”


CAVA DE’ TIRRENI (SA).  Portare sulla scena teatrale una meditazione sulla vita dell’uomo e sul senso che ha o che le si può dare. Riflettere sul cammino alla nascita alla morte e sulle emozioni chiave che lo punteggiano: l’Amore in primo luogo, e poi il Tempo e l’uso che se ne fa, e le Paure che ci accompagnano e tanto spesso ci bloccano. Una sfida di quelle che fanno tremare le vene e i polsi, di quelle che piacciono ai tipi “tosti”, che, nonostante le insidie del caso, pur non nascondendosi la paura, non hanno nemmeno paura di aver coraggio. E tipo tosto Renata Fusco non sappiamo se lo nacque, ma certamente lo è, anche grazie al supporto che le viene a vari livelli da Mamma Clara Santacroce, che con lei fa vivere da anni la magnifica Compagnia dell’Arte Tempra.

Per dare senso alla sua voglia di riflettere sul senso, la Fusco ha ricercato, ha scartabellato, ha visionato testi, musiche, film, opere teatrali, e nel giro di poche settimane ha assemblato, integrato, costruito, provato e messo in scena.

È nato così, ed è andato in scena all’Auditorium De Filippis di Cava de’ Tirreni il 20 e il 21 gennaio scorsi, “La settima Arte – Il senso della vita tra cinema e teatro”, senza dubbio uno dei più complessi e difficili spettacoli nella storia del Gruppo e del suo annuale e prestigioso “Autunno cavese”. È anche uno dei più suggestivi, a cominciare dalla scenografia, fondata su sei cilindri telati e trasparenti che prendono luce da una fonte in alto. Da qui, in uno scenario “spaziale” e con tute “spaziali”, accompagnati da note misteriose e suggestive, con giochi di luce che sembrano provenire dall’oltre, escono lentissimamente gli attori e si collocano sulla scena. Da dove vengono? Qual è il “prequel”? Da un simbolico utero materno, da una culla spaziale in stile 2001 Odissea nello spazio ultima scena, dal mistero del nulla? E perché il primo approccio è il pianto? proprio per il primo respiro o anche per aver abbandonato l’edenica comodità o forse, come suggeriscono Lucrezio e Leopardi, per le difficoltà che dovremo affrontare?

Una voce fuori campo si pone queste domande, riprese e ampliate dalle prime parole degli attori, e il nostro immaginario grazie alla magia del teatro viene proiettato in una dimensione cosmica. A confronto del tutto, ci sentiamo tutti quanti Mr. Nemo Nobody, il mitico, cinematografico signor Nessuno, ultimo mortale in una Terra di Immortali. Chissà come e perché, sentiamo anche noi quel soffio d’angelo che ci ha immerso nel Lete della memoria al momento di nascere. E noi, come antichi bambini gettati ai confini del nulla, rimaniamo smarriti e incantati, di fronte al Tutto che ci circonda e che pure noi, nella nostra nullità, sentiamo di avere la forza e il privilegio di poter percepire e sfiorare. Un elastico infinito…

È cominciato così il nostro viaggio spaziale con la Settima Musa e la Settima Arte. In ideale empatia tra scena e platea, siamo stati accompagnati da sei magnifici “famelici attori” (Antonietta Calvanese, Gabriele Casale, Mario Fusco, Manuela Pannullo, Lella Zarrella, Gerardo Senatore), perfettamente affiatati, intensamente comunicativi, che hanno saputo coordinare alla grande la memoria, i movimenti, i legami fisici e spirituali che li univano come personaggi. Nello stesso tempo con misura e profondità sono rimasti se stessi come persone e ci hanno trasmesso l’impressione di essersi sentiti, anche loro come noi, bambini gettati ai confini del nulla, capaci di vedere il paradiso con le pupille dei bambini quando son bambini, di disperdersi di fronte all’incalzare del tempo, di sentire le vibrazioni dell’Amore, i brividi della paura e l’incanto del respiro stesso della vita. E poi con noi, e come noi, si sono avviati verso la conclusione ideale del cammino, che forse conclusione non è, perché, come Truman che nella sua fuga cinematografica varca la porta nera, è allora che forse comincia, o ricomincia il Grande Mistero.

Tante le tappe del viaggio spaziale in cui ci hanno portato i magnifici sette: Renata col suo pensiero e la sua scrittura di scena, e i sei famelici attori con la loro fisicità a ponte d’emozione.

Le prime tappe soprattutto, per le scottanti tematiche esistenziali e per la dinamicità con cui sono state toccate, ci hanno fatto volare con l’impatto tra finzione e realtà, tra magia musicale, evocazione delle immagini, meditazione delle parole.

Quando il bambino era bambino, risplendeva di una luce senza tempo…, trasformava un ruscello in un fiume… e si faceva le prime domande sulla misteriosa avventura che stava vivendo e le rivolgeva agli adulti, che gli ricordavano che era troppo bambino per avere queste risposte, ma in fondo essi stessi, noi stessi non è che siamo tanto capaci di darle, anche a noi stessi… Forse, se diventassimo bambini dopo essere già stati adulti, chissà. Ed ecco il richiamo allo strano caso di Benjamin Button, nato vecchio e morto bambino, come il Pipino di una famosa favola.

Meglio allora dare le istruzioni per l’uso della vita stessa. Pillole di saggezza… e di orgoglio.

Se non sei orgoglioso della tua vita, abbi la forza di ricominciare da zeroE…non permettere mai a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa, neanche a chi ti ama…Se hai un sogno tu lo devi proteggere… vai e vivilo! Bravo Will Smith a dire tali parole al suo bambino anche nei momenti più neri. In fondo è anche questa la ricerca della felicità.

Ma la felicità non è solo nelle grandi cose: giusto ricordare Cechov e il suo gabbiano. E ricordare anche che la felicità non è grattacieli da scalare, ma sfide da vincere mettendosi alla prova. Ed è fatta di emozioni in punta di piedi. In fondo, come traspare nella parte corale più bella dello spettacolo, la felicità è il dono stesso della vita, il miracolo che essa rappresenta, istante dopo istante. Bisogna solo avere il terzo occhio vederlo. Forse anche quell’occhio magico che il cinema ci sa trasmettere, come nelle pupille sgranate di Hugo Cabret nel capolavoro di Scorsese.

Queste percezioni ci coinvolgono tutti, come esseri umani. È la livella delle emozioni: amore, tempo, morte. Già, tutti noi desideriamo l’amore, vorremmo avere più tempo e temiamo la morte.

Il tempo è l’unica moneta che dopo spesa non ci può più essere restituita e che noi sprechiamo incoscientemente, dimenticando che non è breve la vita, ma il tempo della vita in cui viviamo veramente (bellissimo il richiamo atavico a Seneca). E il mistero della morte… e dei 21 grammi dell’anima che volano via….

Eppure è sempre è l’amore, indecifrabile mistero, il centro motore, una necessità vitale. Il viaggio termina quando gli innamorati si incontrano, diceva Shakespeare, ma la realtà è che noi rimaniamo comunque sbalorditi dal potere assoluto che ha l’amore di alterare e definire la nostra esistenza. Compiere il viaggio senza essersi innamorati profondamente è come non aver vissuto…

Meditazioni, filosofia… ma i nostri “famelici attori” ci ricordano che è anche poesia, perché la poesia siamo noi… e mentre lo dicono e ci fanno sentire poeti e loro stessi si sentono poeti, oltre la recitazione. Potenza beata del teatro.

Ma come si fa a parlare di poesia, di senso della vita, senza citare il meraviglioso Robin Williams e l’altrettanto meraviglioso Attimo fuggente, che ha segnato una generazione e ancora oggi, per chi lo vede, è una pagina di Vangelo del cuore? Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità, succhiando tutto il midollo della vita. Per non scoprire in punto di morte che non ero vissuto” Carpe Diem. Cogli l’attimo. Cogli la rosa quand’è il momento!

Eppure, ci sono giornate in cui quello che vediamo (o che proviamo noi stessi) è scioccante: il contatto col dolore fisico, con le ferite laceranti e invisibili che la malattia provoca nei pazienti e nei loro cari. Se non fossimo sconvolti, non saremmo umani.

Eppure, sembra quasi che noi esorcizziamo la morte, al punto da non parlarne, o da non affrontare il problema neppure nelle sedi adatte: ad esempio anche nelle lezioni di medicina. E qui la Settima Arte ci viene in soccorso, con l’evocazione molto opportuna di Patch Adams, della terapia del sorriso, del sempre meraviglioso Robin Williams con i suoi iperbolici giochi a naso rosso. Una piccola rivoluzione non per sconfiggere la morte, ma per raccogliere energie nella lotta familiare che si deve fare contro il suo spettro generato dalla malattia. Bello il monologo di Lella Zarrella, fascinosa mescolanza di fantasia e realtà, dato che la stessa Lella nel quotidiano è un “naso rosso”… Non c’era sipario, signori, c’era la vita…

E vita diventava anche la morte, se trattata con un po’ di empatia, dignità, decenza, magari anche con un po’ di umorismo, ma coscienti che il vero nemico non è la morte, ma l’indifferenza.

Può essere un nemico anche il futuro, che noi temiamo così, in astratto, e tante volte a scapito del presente. Non preoccuparti del futuro, oppure preoccupati ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un’equazione algebrica. Il presente è verità, è amore possibile, se lo usiamo per conoscere, se siamo capaci di restare con noi stessi.

E non è forse un nemico è anche la Paura? Non ci aiuta, ma ci frena! L’unica paura che ci è lecita e non dannosa è la paura di aver paura…

Quanto allora dipende da come noi stessi affrontiamo le cose, non tanto da come le cose si catapultano su di noi! Noi diventiamo quello che crediamo di essere…

Appelliamoci allora a noi, alle nostre capacità di lotta e di reazione. Ma… dove mettiamo la questione Dio? I “magnifici sette” non la tralasciano, ma la interfacciano in modo stimolante con la capacità dell’uomo di raddoppiare le stelle polari dell’esistenza: da una parte la luce da scoprire agostinianamente dentro di noi, dall’altra la necessità di sperare in una presenza che vada oltre la sua vita terrena. È un cammino affascinante per gli stimoli che comporta, ma nello stesso tempo doloroso perché tante volte Dio Lo chiamiamo e lo invochiamo, e se Egli non risponde pensiamo che non esiste. Ed è un’invocazione dolorosa, una partita a scacchi con la Fede. La fede è una cosa astratta, complessa… è una pena dolorosa,come amare qualcuno che è lì fuori al buio e che non si mostra mai.

Parola del dubbio, ma anche dello slancio d’infinito. Parole da quel capolavoro che “Il settimo sigillo” di Bergman, padre del pensiero anni ’50-‘60, magnificamente riesumato per l’occasione.

In questa summa incalzante di valori e di immagini si sono concentrati i due terzi dello spettacolo, che già di per sé era esaustiva di molte delle problematiche proposte ed entrate nel cuore. La seconda parte procede più dilatata sull’applicazione di queste tematiche. Ed ecco, tra l’altro, le grandi scelte della vita, materializzate ad esempio in Marylyn Monroe (Monster) Fame. Ecco il senso della libertà, che viene in parte storicizzato e socializzato attraverso scene de “Il miglio verde”, sulla pena di morte” e “Le ali della libertà”, sulla figura di Mandela, o attraverso il richiamo alla riabilitazione dei carcerati, dove ancora una volta sono state richiamate esperienze degli attori stessi.

E poi, il lungo volo finale, un volo di angeli gravitante intorno a “Il cielo sopra Berlino”, intriso di poetici giochi di fantasia sulla dialettica tra divino e terreno, tra l’essere immateriale e immortale come un angelo e vivere godimenti e patimenti e piaceri e dispiaceri in una vita materiale proiettata verso la morte, ma sempre in cerca di uno sguardo vero… sincero.

Oramai però il cammino verso l’epilogo-non epilogo è tracciato. È il cammino verso il buco della morte, il mistero di Dio e dell’Eternità, che ci suona dentro come una batteria rombante o un’elettrizzante chitarra elettrica, come i fremiti derivanti dai Pink Floyd di Shine. Come l’elettricità che sentiva nel giorno della sua morte il protagonista di American Beauty, quando nel momento decisivo in cui perdiamo tutto ciò che è vita finalmente ci accorgiamo che c’è tutta un’intera vita dietro ogni cosa. Ci accorgiamo che a volte c’è tanta bellezza nel mondo che non riusciamo a accettarla… e tante volte siamo stati ciechi di fronte ad essa. E di fronte all’idea della morte ci esplode dentro come non mai la Pace, quella Pace che oggi come non mai ha bisogno di essere cantata. È questo fremito di Vita, troppe volte tardivo, la vera Stairway into to Heaven, la strada delle stelle verso il Paradiso.

È il respiro dell’eternità, se accendiamo la luce dell’Amore. Solo allora il cuore si può riempire come un palloncino che sta per scoppiare. E così quando si chiude il sipario e si accendono le luci, la mente è ancora con la pila in mano per districarsi nel labirinto di tante idee, ma il cuore è effettivamente pieno come un palloncino. Facciamolo volare: la strada verso il “nostro” Paradiso ha ancora qualche semaforo verde …

Donati aiuti umanitari al dispensario per i profughi di Tiro

La consegna degli aiuti umanitari al dispensario per i profughi di Tiro con il Contingente Italiano ed il Comitato per il Sacrario Militare di Cava de’ Tirreni


01-aiuti-umanitari-tiro-cava-de-tirreni-febbraio-2019-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Una donazione di vestiti e materiali per il dispensario della città di Tiro nel Libano del Sud, l’area maggiormente colpita dall’ultimo conflitto. La donazione, effettuata nei giorni scorsi, andrà ad alleviare i bisogni delle famiglie più disagiate della zona, nella quale stanziano anche numerosi campi profughi.

L’iniziativa è stata resa possibile grazie al coordinamento del Contingente Militare Italiano con il Comitato del Sacrario Militare di Cava de’ Tirreni, che opera da tempo a favore del ricordo dei caduti in guerra e che ha raccolto il materiale in sinergia con il Cappellano Militare del Reggimento “Cavalleggeri Guide” (19°) Don Claudio Mancusi, attualmente in servizio come Cappellano Militare nell’Operazione Leonte nel sud del Libano.

La donazione al dispensario della Croce Rossa libanese di Tiro è avvenuta alla presenza del presidente Miss Mouzayan Seklawi, di don Claudio Mancusi e dei suoi collaboratori, il Caporal Maggiore Scelto Principe e dei Volontari in Ferma Prolungata Luise e Grimaldi.

“Questa donazione, che allevierà i bisogni di decine di famiglie – sottolinea Don Claudio Mancusi – è stata resa possibile con il contributo del Comitato del Sacrario in memoria dei caduti cavesi”.

Grande soddisfazione anche da parte del presidente del Comitato per il Sacrario Militare di Cava de’ Tirreni Daniele Fasano. “Grazie don Claudio, siamo orgogliosi – evidenzia Daniele Fasano – per questa consegna che ci ha dato lustro ONU internazionale”.

Don Claudio Mancusi, già Cappellano militare delle ” Guide” di Salerno, nonché Cappellano del Sacrario Militare di Cava de’ Tirreni, recentemente è stato assegnato al Contingente Italiano in Libano nell’Operazione ONU “Leonte” sotto il comando del Gen. Diodato Abagnara, Comandante della Brigata Bersaglieri “Garibaldi” di stanza in Caserta.

La Brigata annovera tra i propri ranghi il Reggimento “Cavalleggeri Guide” (19°), Unità di punta dell’Esercito Italiano, da sempre impegnata in missioni per il mantenimento della pace, cosiddette di “peacekeeping”, in numerosi teatri operativi nel mondo, sia sotto l’egida dell’ONU che della NATO.

 

Un’iniziativa da pionieri all’IIS Della Corte – Vanvitelli: gli studenti a scuola di Pace

CAVA DE’  TIRRENI (SA). Iniziativa originale, innovativo e formativa Dopo la positiva sperimentazione pionieristica all’IIS Filangieri nello scorso anno scolastico, la Scuola di Pace proposta dal Punto Pace Pax Christi coordinato da Antonio Armenante quest’anno si sta realizzando, con qualche variazione e interessanti finestre collettive, presso l’IIS Vanvitelli Della Corte, diretto da quel motore turbo che è la prof. Franca Masi.

L’iniziativa, mirante a stimolare nei giovani una cultura teorica e applicata di Pace che parta dalla vita quotidiana e si estenda a tutto il campo sociale si caratterizza già dalla denominazione: La ginestra, La pace comincia da me. Il titolofa riferimento alla famosa poesia pacifista di Giacomo Leopardi, il sottotitolo è la formula necessaria per far capire che la Pace è un cammino dall’io agli altri attraverso se stesso che coinvolge al massimo livello anche la vita quotidiana di ogni persona.

Finora sono stati già realizzati due appuntamenti specifici con la classe pilota dell’esperimento, la Seconda A EE, ed uno collettivo, aperto all’intero istituto e ad altre realtà scolastiche. Il primo è stato incentrato sull’io e sul tema Come trasformare la rabbia in una scelta di Pace con la specialista del Rebirthing Lorena Tari Benvenuti.

Rapporto col proprio corpo, liberazione della compressione attraverso il respiro, apertura di finestre sulla consapevolezza e la comunicazione delle proprie emozioni, coscienza del malessere e del possibile benessere… argomenti che hanno coinvolto profondamente i ragazzi, inducendoli a guardare il mondo da un’altra angolazione. Del resto, è proprio quello l’obiettivo primario dell’iniziativa, come evidenziato dalla chiave di apertura dell’incontro, quando il sottoscritto scrivente, coordinatore dei vari incontri, ha mostrato agli studenti una scena del bellissimo film “Mignon è partita”, in cui un conflitto tra due adolescenti viene risolto proprio dalla diversa angolazione con la quale uno dei due reagisce ad un provocatorio insulto: non rifiuto, ma apertura e mano tesa. Dato che di solito scene del genere finiscono “a mazzate”, la lezione è stata proprio costruttiva per i ragazzi….

Il secondo incontro, il 29 gennaio, basato sul tema dell’accoglienza all’altro, soprattutto allo straniero, è stato incentrato sulle testimonianze dirette di migranti arrivati sui barconi e oggi ospitati a Cava. Sono intervenute due ragazze nigeriane, ospitate all’arrivo presso il monastero dei Cappuccini ed oggi da una Comunità, che, anche attraverso la loro assistente Imma, hanno raccontato la dolorosa esperienza del viaggio nel deserto con la speranza di uno sbocco felice in Europale vessazioni subite nei campi di detenzione libici, il rifiuto della prospettiva di dover invece subire l’onta della prostituzione, l’arrivo avventuroso in Italia, la rinascita della speranza.

Dopo di loro, è stata la volta di un giovane egiziano, oggi sedicenne, ospitato in una comunità e allievo dell’IIS Filangieri, che all’età di dodici anni è arrivato da noi dopo una traversata lunghissima senza i familiari, con momenti e ricordi veramente da brividi: persone morte per i disagi, persone gettate a mare, spazio minimo a disposizione, esposizione a tutte le intemperie, carenza di viveri e di servizi…

Hanno lasciato un solco profondo, queste testimonianze. La vita reale è esplosa davanti agli occhi dei ragazzi… e speriamo che uno spicchio di fraternità alternativa ad alcuni atteggiamenti di disarmante disumanità che si sentono in giro.

Sempre in tema di accoglienza, il 23 gennaio c’è stato l’incontro collettivo in Aula Magna, che ha avuto due ospiti molto stimolanti. L’avvocato Fernando Castaldo D’Ursi ha spiegato i contenuti, le motivazioni, le contraddizioni e i rischi del Decreto Sicurezza, aprendo la mente su opportune riflessioni rispetto ad un argomento che sta dividendo il paese e scatenando accesissime polemiche. In particolare, i ragazzi sono rimasti colpiti dalle conseguenze possibili della chiusura dei centri, che finora accoglievano i rifugiati non politici, con rischio di disagi e di affiliamento alla criminalità organizzata per queste persone senza più riferimenti certi.

Emozioni da brivido, come sempre quando la si incontra, sono venute dall’incontro con Suor Rita Giaretta. Con l’impeto e la passione e la determinazione che la caratterizzano, ha raccontato la storia di Casa Rut, associazione di Caserta nata quando lei ed un gruppo di sorelle decisero di impegnarsi per la liberazione diquelle ragazze, quasi tutte africane, che, prostituite e schiavizzate, costellano le strade di quel territorio,, di notte e spesso anche di giorno. Una coraggiosa sfida contro le armi della malavita con la sola arma dell’amore e della solidarietà…

Nonostante i rischi, grazie sia all’opportuna collocazione della sede nel cuore di Caserta e non in periferia, sia al sostegno progressivamente ricevuto dalla popolazione e dalle forze di polizia e dalle istituzioni, la scommessa è stata vinta: in circa un ventennio sono state salvate oltre cinquecento ragazzee sono nati, all’interno di Casa Rut, cinquanta bambini! Casa Rut è diventata così il simbolo della solidarietà attiva, un luogo di salvezza e di speranza, la riscoperta di una femminilità liberata, una finestra aperta su un futuro che sembrava perduto.

A rendere ancora più avvincente la manifestazione (magnificamente orchestrata dalla prof. Giusy Del Prete, c’è stato il concerto del prestigiosogruppo musicale I figli del Vesuvio (IV Istituto Comprensivo di Nocera Inferiore), diretto dal Maestro Enrico Della Monica: una musica prevalentemente etnica che ha trascinato ed entusiasmato gli studenti e nello stesso tempo ha mostrato la ricchezza dell’offerta pluriculturale.

Dopo questa fioritura la scuola di Pace non si ferma. I prossimi incontri riguarderanno il perdono consapevole, la gestione dei conflitti, il rapporto tra giovani e Pace, con il grande Alex Zanotelli.

Insomma, una gran bella semina da pionieri verso una formazione che esalti il rispetto della dignità umana.

Di solito i pionieri finiscono con l’avere un seguito. Succederà anche nel caso della Scuola di Pace e di Scuole aperte come quelle che l’hanno accolta? Magari… Intanto, dopo la semina, aspetteremo insieme che venga primavera …

“L’albero dormiente”: il risveglio del mondo che è dentro di noi nel “magico” libro di Ester Andreola

Dalla dott. Maria Gabriella Alfano, presidente dell’Associazione “L’Iride”, riceviamo e volentieri pubblichiamo il resoconto della presentazione al Marte del libro “L’albero dormiente”, che in un intreccio di vicende fantastiche e allegorie raccoglie storie tramandate dalle passate generazioni, qui raccontate da una madre alla figlia addormentata, in un “magico” colloquio con se stessa e con colei che, amatissimo e giovanissimo “ramo del suo albero”, porterà nel futuro la sua identità.


CAVA DE’ TIRRENI (SA). Un pubblico attento, coinvolto e caloroso ha seguito la presentazione del libro L’albero dormiente di Ester Andreola, che si è svolta nella serata di venerdì 1 febbraio presso la Mediateca Marte di Cava de’ Tirreni.

L’incontro è stato organizzato dall’Associazione L’Iride nell’ambito delle iniziative di promozione degli autori del territorio.

Ester Andreola, pedagogista e attuale dirigente del Liceo artistico Menna Sabatini di Salerno, ha scritto una storia che si svolge in un’unica magica notte. Una madre parla alla figlia addormentata e le narra storie che le sono state tramandate dalle passate generazioni.

Il racconto è un intreccio di storie fantastiche e di allegorie, con importanti riferimenti alla centralità della madre terra, alla natura ed ai suoi elementi.

Con la sapiente conduzione del giornalista Paolo Romano hanno parlato del libro Maria Gabriella Alfano, presidente de L’Iride, Maria Olmina D’Arienzo, dirigente scolastica, ed Enzo Lauria, che ne ha curato le bellissime illustrazioni.

Un vivace e costruttivo confronto con l’Autrice, stimolato dalla professionalità del conduttore che ha saputo legare voci e temi, lasciandosi coinvolgere egli stesso nei temi affrontati.

Le fantastiche letture di Geltrude Barba e di Pietro Paolo Parisi del “Teatro Luca Barba” hanno immerso il pubblico nell’atmosfera magica del libro ed hanno stimolato la discussione sul testo.  

L’albero dormiente è la nostra coscienza, è ciò che abbiamo dentro e che non sempre riusciamo a portare in superficie. L’albero dormiente è l’indifferenza, è l’assuefazione verso ciò che accade intorno a noi.

L’albero dormiente sono il buio e la paura che spesso bloccano la nostra mente e ci impediscono di pensare.

A conclusione dell’incontro, l’Autrice ha evidenziato la sua grande emozione per i temi trattati e soprattutto per l’ascolto della performance dei due attori. Ha confessato, poi, di sentire molta nostalgia per la perdita di un mondo in cui tutto era perfetto. “Ora c’è un altro tempo” ha proseguito “dobbiamo risvegliare, lavorando ciascuno sulla propria coscienza, questo mondo che è dentro di noi e che dobbiamo ricostruire per dare un senso a ciò che facciamo”.

Al termine della serata è stato proiettato il videoclip creato dalla classe V E del Sabatini Menna, tutor le prof. Claudia Imbimbo e Giuseppina Parisi, che hanno animato le bellissime immagini del libro.