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Alla Provincia presentazione di “padre Camorra”, opera prima di Vittorio Vavuso

padre-camorra-copertina-salerno-aprile-2018-vivimediaSALERNO. È una felice sorpresa il battesimo letterario di un talentuoso studente del Liceo Classico “Torquato Tasso”, Vittorio Vavuso, con la sua opera prima, Padre Camorra (Il quaderno edizioni).

Uno scontro generazionale a tinte fortissime, un urlo ribelle contro la criminalità organizzata, un’alleanza d’amore contro l’odio della violenza, un romanzo breve e gradevole ricco di temi brucianti e colpi di scena…

Il libro sarà presentato venerdì 20 aprile p.v. presso Sala di Rappresentanza della Provincia di Salerno (Palazzo Sant’Agostino – via Roma), con inizio alle ore 17,00,

Interverranno il Presidente della Provincia di Salerno, Giuseppe Canfora, la Dirigente Scolastica del Liceo “Tasso” Carmela Santarcangelo, l’Assessore Provinciale Maria Rosaria Vitiello, l’Editrice Stefania Spisto, lo scrittore Tonino Scala. Nel corso della manifestazione si esibirà il Coro Polifonico del Liceo Tasso, diretto dal prof. Romeo Mario Pepe e coordinato dalla prof. Rosanna Perna. Condurrà la serata Franco Bruno Vitolo, editor e prefatore del libro.

Premiazione del Concorso chiusura alla grande, con tante “aperture”, per la kermesse Disarmiamo l’ignoranza – AnimArte

SALERNO. A Palazzo Fruscione, storico palazzo collocato nel cuore della Salerno antica, sii è chiusa il 15 aprile scorso la manifestazione AnimArte – Disarmiamo l’ignoranza, kermesse artistica, fotografica e letteraria organizzata dal Maric (Movimento Artistico per il Recupero delle Identità Culturali, fondato e presieduto dal maestro Vincenzo Vavuso).

Al centro della serata finale, la premiazione del I Concorso nazionale “Disarmiamo l’ignoranza”, con opere incentrate su un tema spesso implicito, troppo spesso trascurato, eppure fondamentale: “La Cultura e i suoi valori”. Ed ha avuto valore la proposta, sia per il numero e la qualità delle opere (circa cento), sia per gli stimoli offerti dai vincitori della Sezione Letteraria: il poeta siriano Amarji, autore di un’emozionante lirica inviata “dalla Siria con dolore”, ed il giovanissimo talento Raffaele D’Elia, liceale di Cava de’ Tirreni, che ha elaborato un fulminante monologo in prosa sul tema del dialogo. Nella Sezione Fotografia, affermazione di Gaetano De Rosa, artista salernitano dello scatto. Sul podio, anche Teresa D’Amico, Alessandro Bruno, Antonio Barracato, Alfonso Tramontano Guerritore (Poesia), Carmine Montella, Giuseppe Zarrella, Salvatore La Moglie, Giulia Reale, la Classe III dell’IC “Lettieri” di Rofrano, guidata dalla prof. Luigia Sica (Prosa), Teresa Carrella, Loredana Mollo, Daniela Saglioli, Roberta Manzin, Rossella Sicilia (Fotografia). Dopo la premiazione, un avvolgente concerto rock con due campioni della PM Records, prima il ventitreenne Pyer e poi la band di Antonya, una prodigiosa quindicenne già in grado di tenere con sicurezza la scena e di catturare tutti con la sua voce pastosa e matura due gradini oltre la sua età.

Anche l’apertura, il 6 aprile, era stata alla grande, con gli artisti giunti in loco vestiti di soli giornali, in cammino su uno strato di libri e giornali, a testimoniare la capacità della Cultura di essere un “vestito del cuore” e nello stesso tempo anche il colpevole calpestamento che la nostra società ne fa quotidianamente.

Tra il 6 e il 15 aprile, quasi centocinquanta opere in esposizione (dipinti, sculture, fotografie, poesie), circa quindici eventi di alto profilo spettacolare e culturale (come ad esempio il concerto del grande chitarrista cantante Espedito De Marino, la performance del gruppo di danze arabe, la produzione in diretta di una ceramica al suono del violoncello ad opera di Anna Maria Panariello, il work shop del fotografo Enzo Truppo, la presentazione del libro di Claudio Grattacaso “La notte che ci viene incontro”, le conferenze del prestigioso critico Rosario Pinto… e via dicendo). Nel cuore della manifestazione, il punto fermo del Maric, cioè la raccolta di fondi per la Costruzione di una Casa della Cultura nella ricostruenda Accumoli, devastata dal sisma dell’agosto 2016.

Insomma, una chiusura ricca di aperture: a talenti nuovi o consolidati, a valori di ampio respiro umano e sociale… e naturalmente all’Arte e alla Cultura, armi irrinunciabili per disarmare l’ignoranza. Come è nel DNA del Maric, un moto perpetuo già capace di costruire quaranta eventi in meno di due anni di vita.

Grande successo di folla e di valori alla presentazione del libro “Francesco il ribelle”, di Padre Enzo Fortunato

CAVA DE’ TIRRENI (SA). La folla delle grandi occasioni ha occupato in ogni ordine di posti, venerdì 6 aprile, il Salone di Rappresentanza dell’Arcivescovado di Cava de’ Tirreni in occasione della presentazione del libro “Francesco il ribelle. Il linguaggio, i gesti e i luoghi di un uomo che ha segnato il corso della storia” (Mondadori), di Padre Enzo Fortunato, frate minore conventuale di Assisi, giornalista e direttore della Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi, del mensile San Francesco Patrono d’Italia e del portale sanfrancesco.org.

Da ogni parte della nostra provincia (Cilento, agro nocerino-sarnese, Salerno e naturalmente Cava de’ Tirreni) hanno voluto dimostrare il loro affetto all’umile seguace del poverello di Assisi, nativo di Scala, splendido borgo medievale della Divina Costiera.

L’evento culturale di grande spessore (il libro è stato presentato per la prima volta in Campania) è stato organizzato dall’Associazione Giornalisti Cava- Costa d’Amalfi “Lucio Barone” guidata dal giornalista Emiliano Amato, che ha sottolineato l’importanza ed il valore etico e sociale dell’ultimo lavoro di p. Enzo. Tra i graditi ospiti, una delegazione studentesca dell’Istituto “De Filippis-Galdi”, accompagnati dai docenti e dalla Dirigente Scolastica prof. Ester Cherri, al temine di un percorso giornalistico svolto parallelamente all’attività didattica.

All’incontro era presente anche l’arcivescovo di Amalfi-Cava, Mons. Orazio Soricelli, che nel suo saluto ha evidenziato il senso dell’apostolato di San Francesco di Assisi invitando a meditare su una frase del cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano, che ha curato la prefazione del libro di p. Enzo: “San Francesco è stato certo un ribelle, ma un ribelle obbediente. Un uomo obbediente, certo, ma obbediente sempre libero“.

Il Sindaco della città metelliana, Enzo Servalli, nel ringraziare l’Associazione Giornalisti Cava-Costa d’Amalfi, ha voluto ricordare nel suo intervento la validità del messaggio francescano ancora oggi. Ha donato a p. Enzo, alla fine del suo intervento, una prestigiosa pubblicazione di Salvatore Milano: “La Chiesa di Santa Maria de Jesu, Santuario di San Francesco e Sant’Antonio in Cava de’ Tirreni“. Con la verve che gli appartiene ha presentato il libro Beppe Giulietti, presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana.

“Il testo di padre Enzo – ha sottolineato- richiama molto anche agli insegnamenti che noi troviamo tra gli scritti del Cardinal Martini. Un libro semplice e profondo, com’è nello stile dell’autore”.

La serata è stata conclusa con l’intervista a padre Fortunato del giornalista Francesco Romanelli, che nella sua introduzione ha asserito: “Questo libro, specialmente ai giorni nostri, secondo me, doveva essere scritto, e naturalmente letto. Ce ne era una grande esigenza e non poteva che essere vergato da “uno di Assisi”, uno che vive e respira quotidianamente l’aria di questo meraviglioso borgo dell’Umbria verde“. “Il cardinale Parolin – ha ribadito Romanelli – è molto fine quando descrive l’essenza del luogo francescano per eccellenza: Assisi. Padre Enzo sa bene che Assisi è un Santuario speciale, perché normalmente nei santuari si va a chiedere una grazia, un miracolo. Ad Assisi no,ad Assisi ci si va per incontrare Francesco. Camminando per le strade della città che ha conservato la sua atmosfera medievale, i pellegrini sperano di incontrarlo in carne ed ossa, per rivederlo, per parlarci o semplicemente per stare con lui. Si va ad Assisi per incontrare un uomo che ha vissuto il Vangelo. Nel leggere il testo di Padre Enzo ti accorgi che tanti momenti della vita del Poverello di Assisi ti vengono in mente le esortazioni del Santo Padre: “Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri! ” ed ancora : “Siate preti di strada, vicino alla gente”. Queste asserzioni non ci riportano a San Francesco?” “Nelle ultime cinque righe del suo libro -conclude Romanelli- Padre Enzo si domanda: “Non è questo forse lo stile del frate di Assisi che sta vivendo e proponendo papa Francesco? Certo le responsabilità e le funzioni sono diverse. Il primo è un membro della Chiesa e il secondo è un pastore,ma l’obiettivo è simile: seguire e vivere le ombre del Vangelo. In queste righe finali si condensa, secondo me, l’essenza del testo di Padre Enzo“.

Nel corso della serata sono stati letti alcuni brani del libro dalla “voce narrante”, Valeria Palladino, brava attrice di Cava de’ Tirreni. Poi, tutta la platea per padre Enzo Fortunato che ha risposto alle domande del giornalista Romanelli. “San Francesco senza ombra di dubbio – ha spiegato l’autore del libro – può essere considerato il primo prete di strada, il sogno di Francesco è insieme il sogno di una modernità nel segno del Vangelo.Francesco vuol dire sognare oggi una società migliore, solidale e aperta ai più deboli. E soprattutto sognarla nel segno della pace.”.

Padre Enzo ha poi “spiegato” l’essenza del primo “film a colori” della storia, gli affreschi di Giotto, che “illustrano” la vita del Santo di Assisi, che si trovano della Basilica maggiore del borgo umbro. Padre Enzo ne ha contestato anche un fotogramma: “Francesco, allorché presenta la sua “Regola” a papa Innocenzo III, lo fa non in ginocchio come lo dipinge Giotto, ma eretto, pronto a difendere le sue ragioni“.

Importante, se non essenziale, la “rivoluzione” anche lessicale del Poverello di Assisi. “Le strutture religiose non vengono più chiamate monastero o abbazia: viene scelto il nome di “convento”, che richiama al “convenire”, allo stare insieme e al ripartire”. “San Francesco, girando a cavallo, si era sempre tenuto lontano dal rumore delle raganelle che annunciavano la presenza dei lebbrosi. Poi, la trasformazione. Smette di sentirsi “migliore”. Francesco inaugura una logica effettiva della fraternità. Il cammino di Francesco è un correre verso l’altro. Francesco abita l’aperto, è difficile immaginarlo in uno spazio chiuso, claustrale. Francesco è l’apertura stessa“.

A chiusura del suo intervento, P. Enzo ha invitato tutti ad Assisi per il prossima 4 ottobre, festa di San Francesco. Nel corso della importante manifestazione religiosa sarà la regione Campania ad offrire l’olio per la lampada ubicata sulla tomba del Santo. “Venite tutti ad Assisi – ha concluso p. Enzo – quest’anno con un pizzico di orgoglio vorrei che il primato delle presenze fosse della mia regione di origine“.

(a cura dell’Associazione Giornalisti di Cava de’ Tirreni e Costa d’Amalfi “Lucio Barone”)

Dolce, inquieta e polemica la “Sintonia poetica di Vittorio Pesca” – Alla presentazione, anche il compianto prof. Luigi Crescibene: quasi un commiato

SALERNO. La sintonia con la natura, l’abbandono filiale a Dio ed alla religione, la polemica contro lo l’attuale crisi etica e la perdita dei valori tradizionali, la sospensione tra affettuose memorie e lo spiazzante galoppare del tempo. Quattro filoni diversi e convergenti, una coinvolgente “Sintonia poetica”, come evoca il titolo dell’ultima raccolta di Vittorio Pesca, presentata lo scorso dicembre nella Grande Sala “Bottiglieri” della Provincia di Salerno, nel corso di una serata che ha lasciato una scia di emozione, per l’impatto del cuore che il poeta salernitano imprime costantemente nelle sue opere (siamo giunti oramai alla settima perla della sua collana di poesie, racconti, memorie) e nelle sue presentazioni. Oggi, a distanza di un po’ di tempo, la scia è diventata un’onda lunga perché essa ha rappresentato una delle ultime apparizioni pubbliche del caro prof. Luigi Crescibene, scomparso lo scorso 29 marzo dopo una lunga malattia.

Come al solito, il professore si era distinto per le sue dotte e stimolanti riflessioni sul senso e il significato della poesia, infiorate di colorite citazioni critiche. E non ha mancato di evidenziare la novità di questa produzione di Pesca, che stavolta non si è concentrato tanto sul tronco robusto della memoria familiare e delle sue esperienze da emigrante quanto nel lirico intimismo e nella tensione umana suscitata da quei già citati filoni legati alla natura, alla religione, alla crisi dei valori, alla fugacità del tempo. Per Crescibene, nella resa lirica di Pesca non trova comunque spazio l celebrazione del crudo dolore, ma tutto poi sfuma nella tenerezza agrodolce dell’elegia.

E gli hanno fatto eco gli altri relatori della serata: l’Assessore provinciale Pasquale Sorrentino, la Presidente del Centro Artisti Salernitani Elena Ostrica, la prof. Antonella Sparano, il conduttore Michele Sessa, il Sindaco di Orria Mauro Inverso, il sottoscritto scrivente Franco Bruno Vitolo, nel corso di una manifestazione lunga e intensa, addolcita dal canto delicato di Imma Russo, dalle melodiche chitarrate di Joe Chiariello, dalle numerose letture di testi, non solo in italiano, ma alcuni anche in inglese, secondo la contestuale e fedele traduzione che nel libro ne ha fatto Rosetta Monteforte.

In effetti, è in queste direzioni che procede la sintonia peschiana, trasformandosi in una pluritonale sinfonia interiore, ben interpretata, oltre che dai versi stessi, semplici e comunicativi, dalla suggestione visiva delle aeree evocazioni di Maria Grazia Mancino, ricche di coloriture tonali, di vaghezze espressive e vibrazioni emozionali.

La natura è stretta “quasi in un abbraccio”, da cui emerge la “fanciullina” meraviglia di contemplazione e il personale cantico delle creature che risuona nello spirito francescano di Vittorio Pesca. Davanti alle sue pupille dilatate, si espande l’incanto del firmamento, nello splendore di Fratello Sole, che dona il pane della vita, di Sorella Luna, che tra le foglie di tenerezza e pianto indora il cielo di mistero, e delle sorelle Stelle, teneri diamanti del cielo, di quel cielo che bacia le belle impalcature del creato: i grandi monti, vicini a Dio e luccicanti come diamanti, e i piccoli fiori, che a loro volta con la boccuccia baciano l’aurora del sole. In mezzo, il laborioso fermento dei campi, concreta realtà che segna il passaggio e firma il paesaggio, e il lirico fremito della natura, che in un lieve frusciare di vento e di foglie accarezza il sogno dell’uomo.

Consequenziale per Pesca è vedere nella Natura, perla del creato, il segno più limpido della Creazione, che fa scattare lodi dirette del cuore a Dio, a Gesù, alla Madre di Gesù. A Dio, con la sua purezza, egli si affida come un bambino che gioca innocente alla fonte, a Dio Padre e a Cristo figlio egli chiede di farsi abbracciare e sempre più amare.

Da qui il connubio emozionato tra Fede e Abbraccio, che gli permette di assaporare sia il miele della vita che il pane salato, conquistabile solo col sacrificio e il dolciastro aspro gusto del cuore.

Tutto questo variegato sapore non si assapora senza il gusto dei grandi valori della vita sociale e della “lotta quotidiana”: senso del dovere e della giustizia, bontà del cuore, rispetto della famiglia e del lavoro, di sé e degli altri. Valori che la nostra squinternata epoca sembra aver colpevolmente annacquato e disperso. Pesca al riguardo mette sul banco degli imputati l’egoismo, individuale e sociale, di un mondo incosciente dominato dall’uomo Caino, contaminato ulteriormente dal pessimo esempio dei grandi che ci avvelenano il cielo e la terra che brucia e s’oscura ovunque languente.

Contro i “grandi caini” e senza escludere la responsabilità dell’uomo comune grida forte, il poeta, che di rimando si affida alla poesia e all’arte come strumenti per recuperare l’umanità perduta, nel nome della Bellezza e della Pace. A loro, al suo ideale più puro, egli vuole dedicare la sua poesia, un verso fatto di sentimento, di fuoco ardente, un verso forse senza parole nel silenzio utopico dell’amore.

Già, utopia… è questo il frutto amaro dei suoi delusi sogni abbandonati al suo tramonto e lui si sente come un solitario colombo nero che sbatte le ali sulla ringhiera e non riesce più a volare, invischiato nella nostalgia di sogni del cuore. È un colombo che soffre, travolto dalla malinconia, ma in lui non smette mai di tacere l’uomo che dalla vita ha imparato prima di tutto a combattere, con l’illusione, o almeno il flebile sospiro della speranza, di poter abbracciare il mondo intero, pieno di gioia pieno d’incanto.

Pieno di tutti i coloridel cuore. Un cuore fragile triste emozionato, ma, proprio perché combattente, alla fine vincente. Comunque vada …

Auguri di BUONA PASQUA da tutta la Redazione

Con questi raffinati versi di Antonio Donadio pubblicati nell’aprile del 2001 su I Luoghi dell’infinto mensile del quotidiano Avvenire e riproposti con la lettura critica del saggista e storico della chiesa Marco Roncalli.

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Pasqua

e poi
resta nel sepolcro vuoto
la veglia rumorosa ancora

chi mai più veglia?

Il libro inutile reliquia
di mani in mani
sarà riposto insieme: Segno
spentosi altrove
nell’ora che ritorna

e dal sepolcro
vuoto tornerà
la furia un dì deposta.
(Antonio Donadio).

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( da Avvenire /I Luoghi dell’Infinto aprile 2001 pagine 70/71
sullo sfondo “Deposizione nel sepolcro”, tessuto russo
del secolo XV – San Pietroburgo, Museo di Stato
)

“L’incipit, originale, è costituito da un dato immediato: il sepolcro è vuoto, e ciò significa – con una “sovra interpretazione” del figurato evangelico (J.Ernst) – che Gesù era veramente il Figlio di Dio. Donadio sembra voler ignorare la testimonianza dei due angeli (“Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”cfr Lc 24, 4-6 ), mentre i suoi versi propongono subito immagini reali che si rarefanno progressivamente in un enunciato essenziale. Gli increduli (“ la veglia runorosa”) si attardano “ancora” davanti al sepolcro vuoto, ma ormai non c’è più bisogno di vegliare ( “chi mai più veglia?”). Il “prodigio” è avvenuto: la Notte è finita. Quindi il poeta avanza una sua lettura dell’evento: davanti alla Resurrezione le sacre scritture (“il libro”) assumono la valenza di “inutile reliquia”, perché la Resurrezione ne ha svelato il mistero custodito e ha dato inizio al tempo dello Spirito. O meglio, interpretando l’aggettivo “inutile” come ormai insufficiente, “il libro” , passerà ora “di mani in mani” per essere “riposto insieme”: testimonianza della comunione spirituale e umana dai primi cristiani a oggi. Il “Segno” è Cristo che, risorto dalla morte (“spentosi altrove”), ritorna alla Pasqua celebrata ogni anno, E dal sepolcro vuoto, colmato del prodigio divino, tornerà l’umanità avendo per sempre deposta la propria animalità ( “la furia un dì deposta”)“

M.Roncalli

Artisti vestiti di soli giornali in cammino su uno strato di libri, per disarmare l’ignoranza

maric-fruscione-locandina-salerno-aprile-2018-vivimediaSALERNO. La Mostra Disarmiamo l’IgnoranzaAnimArte, patrocinata dal Comune di Salerno, organizzata dall’Associazione MARIC (Movimento Artistico per il Recupero delle Identità Culturali) ed in esposizione a Salerno, nel centralissimo Palazzo Fruscione, sarà inaugurata il 6 aprile p. v., alle ore 18, con una provocatoria e spettacolare performance. Infatti gli artisti, guidati dal Fondatore e Presidente del Maric, il maestro Vincenzo Vavuso, arriveranno dall’adiacente via Mercanti al vicolo Adalberga, sede dell’esposizione, camminando su uno strato di libri e vestiti di soli giornali, in tema con lo slogan permanente del MARIC, cioè Disarmiamo l’Ignoranza, ed in linea con il principale obiettivo, che è la difesa della Cultura e dell’Arte dall’Indifferenza e dal Degrado che le stanno soffocando. La Mostra sarà presentata dal critico d’arte Rosario Pinto. Porteranno il saluto istituzionale rappresentanti del Comune e la dottoressa Mariarosaria Vitiello, consigliere politico del Presidente della Provincia di Salerno per le politiche Culturali Educative e Scolastiche.

La Mostra, che prevede anche una sezione poetico-letteraria, sarà esposta al pubblico, con ingresso gratuito, dal 6 fino al 15 aprile (apertura ore 10,00 – 13 e dalle 16,00 alle 22,00 tutti i giorni, compresi festivi e prefestivi).

Nel corso dell’esposizione, sono previste numerose performance di natura artistica, letteraria, musicale e gastronomica.

Una sezione sarà dedicata al paese di Accumoli, distrutto dal sisma dell’agosto 2016, a beneficio del quale, il Maric ha lanciato quindici mesi fa una raccolta di fondi per una Casa della Cultura inserita nell’opera di ricostruzione. Raccolta oramai vicina all’ultimo sforzo per il traguardo finale.

Gli artisti e letterati del Maric, che parteciperanno all’iniziativa sono i seguenti:

Valentino Annunziata, Emanuele Biagioni, Gaetano Clemente, Gabriella Corrente, Rosalia Cozza, Teresa D’Amico, Giuseppe De Michele, Lucia De Santis, Rosanna Di Marino, Andrea Dubbini, Claudio Fezza, Mario Formica, Alfonso Gargano, Gerardo Iorio, Stefania Maffei, Anna Morra, Giorgio Eros Morandini, Annamaria Panariello, Gaetano Patalano, Franco Porcasi, Maria Raffaele, Marina Romiti, Piero Sani, Grazia Taliani, Vincenzo Vavuso, Angela Vigorito, Franco Bruno Vitolo.


Il calendario delle iniziative è il seguente:

Venerdì 6 aprile, ore 18,00 Performance Disarmiamo l’Ignoranza a cura di Stefania Maffei,

Rosanna Di Marino, Annamaria Panariello, Annunziata Valentino e Vincenzo Vavuso. A seguire:

  • Apertura della mostra Disarmiamo l’Ignoranza- AnimArte.

  • Saluti istituzionali – Relazione introduttiva del critico d’Arte Rosario Pinto.

  • Presentazione del libro Around me di Stefania Maffei – Interventi di Mariarosaria Vitiello e Franco Bruno Vitolo.

Promozione dell’antologia “Oltre le Pietre”, a beneficio della raccolta per una Casa della Cultura ad Accumoli.

Buffet offerto dai ristoranti Il Cantastorie ed Il Pescatore di Vietri sul Mare.

Sabato 7, ore 19,00 – Presentazione del libro La notte che ci viene incontro di Claudio Grattacaso, interventi di Rosalia Cozza e Franco Bruno Vitolo. 

Domenica 8, ore 10,30 Conferenza sul tema Lo stato dell’arte e i suoi valori, a cura di Rosario

Pinto.

Lunedì 9, ore 18,00 - Performance dal vivo Dall’argilla al vaso, a cura di Annamaria Panariello, con accompagnamento musicale di Valerio Di Nardo, al violoncello elettrico.

Ore 19,00 - Presentazione dei libri Non solo come sono, di Teresa D’Amico, Una disperata ricerca, di Gianni Scudieri – Antologia poetica, con liriche di Antonio Di Riso.

Martedi 10, ore 15,00 visita guidata della mostra per gli alunni dell’Istituto comprensivo Statale”Don Antonio Lettieri” di Rofrano (SA) con laboratorio didattico in lingua inglese a cura della British School International di Salerno “Let’s Paly with Art”.

Mercoledì 11, ore 18,00Concerto di Espedito De Marino: “Se potessi” – Recital per voce e chitarra dalla tradizione messicana al folk napoletano… Omaggio a Dalla, Endrigo, Tenco, De André, Murolo, Totò, Gragnaniello, Pino Daniele.

Giovedì 12, ore 18,00Workshop fotografico a cura di Enzo Truppo: Identità Partenopea.

Venerdì 13, ore 18,30Presentazione del libro I quadri che suonano, di Romeo Mario Pepe.

Sabato 14, ore 18,00 Performance poetica: Le parole della poesia e della narrativa. Incontro con i poeti e gli scrittori del M.A.R.I.C. (Gabriella Corrente, Rosalia Cozza, Teresa D’Amico, Lucia De Santis, Alfonso Gargano, Franco Bruno Vitolo).

Ore 19,30 La danza araba “oltre gli stereotipi”. Si esibiranno le danzatrici: Sara Salvati, Ilaria Picarone, Natalja Misina, Annachiara Milo.

Ore 20,15 Poesie in lingua napoletana – con Alessandro Bruno, Lucia De Santis, Alfonso Gargano,Stefania Russo, Pina Sozio eFranco Bruno Vitolo. Promozione dell’antologia Oltre le pietre.

Domenica 15, ore 18,00Premiazione dei finalisti del Concorso di poesia, prosa e fotografia Disarmiamo l’Ignoranza. Modera Rosalia Cozza. Interventi di Claudio Grattacaso, Maurizio Isacco, Enzo Truppo, Mariarosaria Vitiello, Franco Bruno Vitolo e Vincenzo Vavuso. Lettura dei testi ed esposizione fotografica delle opere finaliste.

Ore 20,00 – PM Records presenta Pjero e Antonya in “Questa è la mia musica”. 

Cerimonia di finissage della Mostra Disarmiamo l’Ignoranza.

Tra TV e attenzione critica decolla “Il segreto di Nonna Ninna”

C AVA DE’ TIRRENI (SA). Ci fa particolarmente piacere sapere che sta ricevendo consensi e riconoscimenti “Il segreto di Nonna Ninna” (Europa Edizioni), della cavese Anna Maria Santoriello, che Vivimedia aveva già presentato in anteprima, dopo l’emozionato ed emozionante battesimo per immagini, voci, suoni, canzoni, ricordi, pensieri e versi, avvenuto nella Sala di Rappresentanza del Palazzo di Città il 24 novembre scorso. Nel “sacco bello” potremmo già inserire la prefazione del prestigioso scrittore Andrea Pinketts, l’intervista televisiva a Roma per Caos Film, i vari servizi per Quarta Rete RTC, compresa la recente “Cena con l’autore”, oltre naturalmente ai numerosi complimenti ricevuti a pieno cuore dall’autrice per aver saputo rappresentare in versi con chiarezza, vivacità e intensità le vicende di una bambina cresciuta da una nonna che non è sua nonna, ma con la sua famiglia vera distante appena un tiro di cannocchiale. Una situazione non rara nell’Italia difficile del dopoguerra, il che permette alla poetessa anche uno spaccato di quella nostra società… e della nostra Cava, in cui è ambientata la vicenda.

Al sacco bello, ultima ma non meno importante perlina, aggiungiamo oggi l’acuta recensione che del romanzo ha fatto una critica di lusso, cioè la prof. Maria Olmina D’Arienzo, già benemerita della Città per volere del Sindaco Galdi e attualmente benvoluta e benestimata Dirigente del nostro Liceo Scientifico “Genoino”, che già era intervenuta nel giorno del “battesimo” (nella foto del momento finale, è al centro, ditro Anna Maria che suona il pianoforte). La pubblichiamo integralmente, con l’augurio che rappresenti un’ulteriore folata di vento per la nostra scrittrice e il suo brillante poemetto dell’anima.(FBV)

Un caleidoscopio d’amore e di dolore

Mentre la sabbia alla clessidra / lenta scorre e insegue il tempo, / Silvia va a ritroso: intorpidita, / cheta cheta s’addormenta / e nei labirinti della psiche / s’insinua a pieni sensi, / tra misteri, bizzarrie, / gioiosità e aneddoti. / E anche l’impercettibile / si concretizza e si presenta”.

Questi versi, che concludono il Prologo del romanzo Il segreto di Nonna Ninna di Annamaria Santoriello, danno immediatamente senso e significato a tutta la narrazione e ne suggeriscono la chiave interpretativa: dopo l’ouverture o, se si vuole, l’incipit, accompagnato dalle note vibranti di un Notturno di Chopin, e il riferimento al caffè e alla crostatina calda, che richiama senza dubbio la madeleinette proustiana della Récherche (in Dalla parte di Swan) ed innesca il recupero memoriale, irrompe sulla scena Silvia/Annamaria, il personaggio narrante, che à rébours ripercorre la storia del suo passato, “tra misteri, bizzarrie, gioiosità e aneddoti”, penetrando “nei labirinti della psiche”, per farne emergere e concretizzare “anche l’impercettibile”, i fremiti più nascosti e i palpiti più reconditi.

Un romanzo composito e complesso, difficile da ricondurre ad un solo genere o tipologia, perché ricchissimo di sentimenti, di contenuti, di spunti, di sfaccettature: un vero caleidoscopio, che porta dentro impresso tutto il dolore del mondo e tutto l’amore del mondo. Una favola, come quelle di cui “mai una la mamma ne aveva letta o detta” a Silvia, di quelle che ti fanno ritornare bambina, ma sono terribilmente da grandi. “C’era una volta” … e subito si avvertono la tenerezza e il calore, capaci di creare un cerchio magico, come “intorno a quel braciere” del cap. 11.

Un mito: per tutto quello che di misterioso e ancestrale si porta dietro e dentro, come racconto capace di superare le barriere del tempo e dello spazio, per vivere in una dimensione altra, surreale ed archetipica o, se si vuole, epos fantastico e straordinario, storia/romanzo intrigante e fascinosa.

Favola – mito – epos, con un unico indicatore semantico, che rimanda alla Parola, che non solo dice, né è semplicemente forma di un contenuto, ma è essa stessa sostanza, res concreta e palpabile.

Poi ancora romanzo, per di più in versi: una scelta coraggiosa e originale, quasi a rappresentare l’andamento e lo stile della ninna nanna, della filastrocca o cantilena, tipica del linguaggio infantile, di quel fanciullino pascoliano, che fa grandi le cose piccole e piccole le cose grandi, che dà nome alle cose e ne coglie l’essenza.

Parola e Poesia: un binomio vincente, perché alle suggestioni della parola si abbinano e si connettono intimamente quelle della poesia che, nella valenza semantica del termine, (dal greco poiéo = fare), ha il potere di plasmare, creare, rappresentare, in una modalità straordinariamente efficace e plastica, la realtà e il mondo.

Autobiografia e memoriale: Silvia è certamente l’alter ego di Annamaria, che attraverso i suoi occhi rivede il proprio passato, lo ricostruisce, per poi sublimarlo e trasfigurarlo. Questo processo fa sì che la scrittura diventi possibilità di catarsi, redenzione, discesa agli inferi per riuscire a risalirvi, dopo aver “riunito le giunture spezzate” (come direbbe Salvatore Quasimodo).

Il recupero della storia personale è una sorta di visione, come fa intendere la radice del termine storia, che è conoscenza di sé, sia a livello della coscienza che dell’inconscio.

Un romanzo sicuramente psicologico, che sonda le profondità della psiche, ma anche didascalico, per il profondo ethos che lo permea e i riferimenti gnomici che ne attraversano le pagine: “seppur piccola io fossi, / avevo già imparato / a non piangermi addosso, / a voltare pagina, / a lasciar dietro il grigiore / e a sognare l’alba / d’infiniti, caldi colori”.

È la chiusa del cap. 19, o ancora quella del cap. 24:

Così, la tenera traversata / scorreva liscia come l’olio / per occhi distratti, / ma nessuno teneva conto / che il vestire, il mangiare, / sono priorità di coda / per un cuore che palpita”.

Un Bildungroman, un romanzo di formazione, dove si cresce attraverso il dolore e le prove difficili della vita, si impara ad accogliere e condividere la sofferenza dell’umanità tutta, attraverso esperienze forti ed intense.

Non manca neppure un pizzico di giallo, di noir, di fantasy… e un segreto da scoprire, come preannunciato dal titolo stesso.

Disseminati qua e là, oggetti- simbolo, ora inquietanti, ora rivelatori, allusivi o evocativi: la bambola “che di mamma aveva ruolo” e il braciere del cap. 11; la larva acciambellata, il cane, il cavallo inesistente e la ruspa del cap. 17; il binocolo proibito del cap. 20; il cavolfiore del cap. 38; la cristalliera del cap. 26, già ricordata nel cap. 14, dove magicamente centro tavolo, calici, lattiere e gialle tazze oro zecchino si animano e diventano parlanti nell’immaginario della piccola Silvia, ricreando l’atmosfera della fiaba, e fanno pensare alla Pisana delle Confessioni di Ippolito Nievo, nel castello di Fratta.

Ovviamente vari sono i toni stilistici e i registri espressivi, riconducibili alle matrici del logos e del pathos: riflessivo, meditabondo, razionale, dolente, emozionale, intimistico, elegiaco, tragico, comico, ironico, umoristico nel senso pirandelliano di sentimento del contrario, per citarne alcuni. Un sapiente mélange per dare forma alle innumerevoli suggestioni, reminiscenze, memorie, ricordi, frammenti e spaccati di storie e di vite, tra sorrisi e fantasmi.

Tanti sono i personaggi, protagonisti e non, presenti nel racconto, tutti ugualmente delineati e descritti con cura e attenzione e, perciò, resi indimenticabili. Uno in particolare risulta estremamente incisivo e accompagna, costantemente e romanticamente inteso, il dipanarsi della storia: si tratta del paesaggio, che spesso coincide con il luogo reale e interiore più caro ad Annamaria Santoriello, la sua Cava:

Spazio lo sguardo sul maestoso Monte Castello, / sulla viuzza serpeggiante / che verso valle si disperde; / su Santa Maria al Quadruviale, / sulle indistinte case immerse / nel verde lussureggiante / di orticelli, di vigneti, /in un silenzio spezzato / dal trascinìo d’un carretto” (cap. 02, pag. 23).

Mi trovo al lato opposto / del Borgo Scacciaventi / e corro, quanto corro! / lungo il Corso Umberto,/ sotto i secolari portici / del Millequattrocento. La respiro quella quiete / e penso che tra verde e pulizia, / quel paesaggio elvetico / la denominazione non tradisce: / l’Avvocata, Monte Finestra, / la meravigliosa Abbazia Benedettina / …Sento che la mia Cava de’ Tirreni / è la più bella cittadina che esista” (cap. 35, pag. 204).

Il paesaggio, o per analogia o per contrasto, sottolinea e fa da sfondo agli stati d’animo. Così a pag. 62, cap. 10: “La notte aveva calato /il velo scuro dappertutto / e ancora più rendeva fragile / il mio equilibrio di fanciulla”.

O a pag. 195 del cap. 33: “Sento addosso un fremito,/ leggero. Sarà l’oro del sole / che sfiora la mia pelle; / sarà l’azzurro della volta /ferito da un aereo; /o sarà la solarità di nonna / che nel cuor mi si riflette? / Impervia era la china / in quella tiepida giornata di maggio / e un profumo di rose, di gelsomini, / di arrampicati fior d’arancio,/ ci inebriava lo spirito /ci invitava a respirare”.

Come non ricordare “… quel ritorno / in quelle sere stellate! /Quella luna in pallore / colla faccia schiacciata, / colle sue luci ed ombre” del cap. 37, pag. 215, che Leopardi definirebbe poeticissimi.

O le lucciole che “a sprazzi ferivano il buio / ed io a passo ovattato,/mani a coppe, a canguro, / a salti cercavo / di catturarle a insaputa / e in un mini barattolo / le deponevo al sicuro: / in quell’habitat coatto / gustavo i piccoli lampi di luce / come stelline a Natale / in ambienti un po’ scuri”.

Un’ultima notazione per le illustrazioni di Chiara Savarese, che accompagnano con delicatezza e levità le pagine del libro, attagliandosi perfettamente allo spirito della scrittura e al sentire dell’autrice.

La parola di Annamaria Santoriello sapit, ha sapore, ha gusto nella sua immediatezza espressiva e nella sua pregnanza narrativa, è sempre lucida, calibrata, curata, nonostante l’empito e il pathos forte, tremendo che rappresenta. E questo è prerogativa della grande arte, della grande scrittura che, sola, di fronte alla incommensurabilità del dolore, alla lacerazione straziante del cuore, riesce a far intravedere il “varco” e a proiettare la provvisorietà fragile dell’esistenza terrena in una dimensione “più certa e più grande” (per dirla con Manzoni), lassù, dove tutto si ricapitola e s’ “illumina d’immenso”. (Maria Olmina D’Arienzo)

Quinta edizione del Concorso “Le parole sono ponti”: pensieri, emozioni e tanta comunicazione in memoria di Betty Sabatino

premio-betty-sabatino-logo-cava-de-tirreni-marzo-2018CAVA DE’ TIRRENI (SA). Una donna dell’8 marzo e un 8 marzo degno del suo essere donna… Un pensiero fecondo che vuole ancora seminare, il ricordo di una rosa che non smette di profumare, parole che aprivano alla mente gli occhi del cuore, emozioni a taglio di coltello, ricordi d’affetto che si snocciolavano a caminetto, tanti semi ancora piantati tra i banchi della crescita.

Così, nella grande Sala del Consiglio di Palazzo di Città, nel corso di una cerimonia ricca, intensa e felicemente veloce nonostante la “mole”, con una partecipazione ancora una volta ricchissima dei vari istituti di Cava e alla presenza delle massime autorità comunali, il Sindaco Vincenzo Servalli, la Presidente Lorena Iuliano, l’Assessora Ida Damiani, è andato felicemente in porto il Concorso scolastico letterario Le parole sono ponti.

Giunto alla sua quinta edizione, istituto già a poche settimane dalla sua precoce scomparsa, il premio è dedicato alla memoria della prof. Elisabetta Sabatino, per tutti Betty, educatrice di mente e di cuore, che ha saputo dare calore e colore a quel mondo comunque privilegiato che è la scuola, ritenendo che insegnare, oltre che informare, sia soprattutto formare, dialogare, far fiorire negli allievi i semi della “meraviglia”, della conoscenza, della comunicazione.

Dopo la premiazione delle scuole superiori, tutti insieme affettuosamente

Dopo la premiazione delle scuole superiori, tutti insieme affettuosamente

Il tema di quest’anno, “Il dialogo non è la somma di due monologhi”, è come sempre tratto dal pensiero di Betty, che dal 2017 ha trovato collocazione nel libro “La felicità del pensare”, una raccolta dei suoi scritti e delle sue azioni sempre feconde e stimolanti, ispirate al principio che si fa lezione con i ragazzi non ai ragazzi, e che la prima materia è la vita, da imparare a gestire con la coscienza delle scelte, vale a dire con l’ “Amica Sofia”, quella filosofia che è cuore pulsante della quotidianità e non arida astrazione. Una “filosofia” che ha come stelle polari proprio il dialogo, la comunicazione, come è stato adeguatamente evidenziato anche dal Sindaco Vincenzo Servalli e dalla Dirigente Raffaela Luciano nell’introduzione all’opuscolo che annualmente viene redatto e distribuito e contenente tutti i testi vincitori.

Ricordando che le tematiche trattate sono state spesso di scottante attualità (vedi le comunicazione in famiglia, la violenza sulle donne, la diversità tra le culture), e fermo restando che i vincitori veri sono stati ancora una volta tutti gli oltre trecento “partecipautori”, per il fatto stesso di aver “pensato al pensare, alla sua “felicità”, alla meraviglia dei ponti rispetto allo squallore dei muri, ci sembra giusto qui citare quelli di quest’anno. Sono stati scelti dalla giuria composta da Paola e Barbara Sabatino, sorelle di Elisabetta, dalla Dirigente Gabriella Liberti, amica del cuore di Betty, dalla prof. Luisa Ferrara e dal sottoscritto scrivente Franco Bruno Vitolo, che ha anche condotto, come sempre, la manifestazione.

I lavori, con la consueta bravura, sono stati letti da Pasquale Senatore e Giuliana Carbone, brillanti protagonisti della compagnia teatrale Tempr-Art, diretta da Clara Santacroce e Renata Fusco. Un gradito e gradevole intermezzo musicale è stato offerto dal Gruppo del Liceo Musicale “Marco Galdi”.

 

Scuole primarie

1° Premio: Il re chiacchierone, di Laura Trezza, Ilaria Matrisciano,Melissa Giorgia Oliva e Anna Chiara Di Domenico, Scuola elementare “Epitaffio” VA – IV Circolo Cava de’ Tirreni

2° Premio:Le Parole sono colori, di Maria Chiara Di Domenico e Francesca FerraraScuola elementare “S. Lucia” VB – IV Circolo Cava de’ Tirreni

3° Premio: La soluzione, di Alessio VitaleOpera Pia “Di Mauro”

Menzioni speciali:

Tito Di Domenico – IV Circolo – plesso “Epitaffio” – V B

Chiara Adinolfi – I Circolo – plesso “S. Martino”

Lorenzo Maria Siani – IV Circolo – plesso “S. Giuseppe al Pozzo”

Emma Lamberti e Elena Sorrentino – IV Circolo – plesso “S. Anna”

III Circolo didattico – plesso SS. Annunziata – Classe V

Lorenzo Lodato – I. C. “Carducci Trezza” – V C

Noemi Volzone e Emanuelita Lambiase - IV Circolo – plesso “Epitaffio” – V B

Lorenzo Maria Landi – II Circolo – plesso “Della Corte”

Ludovica Mosca – I Circolo – plesso “Don Bosco” – V E

Denis Horvath – IV Circolo – plesso “S. Lucia” – V B

 

Scuole secondarie di primo grado

1° PremioTra i banchi di scuola, di Walter Lambiase – S. M. S. Balzico – II B

2° Premio – Fianco a fianco dietro al banco – Silvana Pirollo- I. C. Giovanni XXIII – III G

3° Premio – Un monologo e un dialogo – Francesca Guerrazzi – I. C. Giovanni XXIII – I D

Menzioni speciali:

Ginevra Esposito - I. C. Giovanni XXIII – I D

RosannaViola – I. C. Giovanni XXIII – II H

Sophie  D’Amato - I. C. Giovanni XXIII – I F

MichelaDi Martino - I. C. Giovanni XXIII – II H

Maria ChiaraMatonti - I. C. Giovanni XXIII – I E

SimoneBasso - I. C. Carducci Trezza – II C

Manuel Faella - S. M. S. Balzico – I N

 

Scuole secondarie di secondo grado  

Primo premio – Il dialogo, oltre il limite e le differenze, di Maria Giordano – Liceo Classico “Marco Galdi”- Classe IV B  

Secondo premio – Elogio del monologo, di Raffaele D’Elia – Liceo Classico “Marco Galdi” – Classe IV B

Terzo premio – Andrà tutto bene! – diNaida Albino – IIS “Filangieri”- Classe V P

Menzioni speciali:

Mara Giangregorio - Liceo Scientifico “A. Genoino”

Gian Mario Di Prisco – IIS “Filangieri”

Giovanna Bifera – IIS “Filangieri”

Luigi Pascale – IIS “Della Corte-Vanvitelli”

Serena Autieri - Liceo Classico “Marco Galdi”

Gaia Mirra - Liceo Classico “Marco Galdi”

 

Alla fine, tutti insieme affettuosamente davanti allo schermo a salutare Betty attraverso il bel video preparato per l’occasione. Abbracci caldi e sinceri di un incontro carico di emozionata umanità. E appuntamento alla prossima edizione: e chissà che non sia la prima “oltrevalle”…

Presentata a Palazzo di Città “Parole, segni, colore”, la sesta edizione dell’Annuario dell’Accademia “Arte e Cultura”

parole-segni-colore-cava-de-tirreni-marzo-2018-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Ricco di poesie, di dipinti, sculture, fotografie, impreziosito dalle notazioni critiche per ogni autore, strutturalmente semplice eppure bello ed elegante: è Parole, segni e colore, l’Annuario dell’Accademia Arte e Cultura, una ultraventennale istituzione artistica fondata dal cavese Michelangelo Angrisani con sede a Castel San Giorgio, paese natio del fondatore. La sua sesta edizione è stata presentata presso la Sala del Consiglio Comunale di Palazzo di Città di Cava de’ Tirreni, nel corso di una manifestazione arricchita dalla presenza del Presidente del Consiglio Comunale, Lorena Iuliano, dal prof. Fabio Dainotti, che ha redatto alcune recensioni critiche (le altre sono state scritte dalla new entry prof. Emanuela Ingenito e per la maggior parte dal sottoscritto scrivente, che ha anche condotto la serata.

È stato l’ennesimo momento di festa e di riconoscimento per un’Accademia che oramai da anni sa offrire un importante punto di riferimento e di lancio per il territorio. ha alle spalle un’attività intensa e prestigiosa: promozione sul campo, corsi di formazione, valorizzazione di artisti locali e non, spazio per ii “baby artisti”, gran vivaio di Cultura, un Concorso Internazionale di Pittura e di Letteratura, apertura di legami stabili con altri paesi, in primis la Romania (ma esistono rapporti anche con pittori israeliani, francesi, belgi, brasiliani e spagnoli).

Il merito principale va al suo fondatore, Michelangelo Angrisani, artista di riconosciuti prestigio e qualità, che attraverso la varietà delle forme espressive usate (figurativo classico, figurativo simbolico, figurativo vago su materia, sculture) trasmette un intenso messaggio etico ed esistenziale, intriso di una religiosità oltre le forme rituali, dolorosamente gioiosa e pacatamente egualitaria. Nel suo campo egli è anche innovativo, come dimostra la tecnica che più lo caratterizza: il cosiddetto colore del legno, cioè il dipingere nel legno e senza stravolgerne le tonalità cromatiche originali, a riaffermare che un ponte rispettoso tra uomo e materia e quindi tra uomo e natura e quindi tra uomo e Dio.

Se padre e anima dell’Accademia è Michelangelo Angrisani, non bisogna però dimenticare che essa non avrebbe forza e contenuto senza il contributo dei suoi magnifici artisti. Giusto allora ricordare uno per uno i protagonisti dell’annuario 2017-2018.

Luigi Abbro, Nancy Avellina, Antonio Arpaia, Gaetano Cerino, Carmine Avagliano, Filomena Baratto, Maria Rosella Cetani, Saverio Barone, Vincenzo Caccamo, Giuseppina Califano, Paola cetani, Raffaella Cerino, Anna Cervellera, Antonietta Ciancone, Filippo Chiappara, Ettore Cicoira, Antonietta Maria Ilaria Cicale, Maria Flora Cocchi, Sofia Colaiacovo, Lucia D’Aleo, Donato D’Angelo, Paola De Lorenzo, Eugenio Di Leva, Fiorello Doglia, Assunta Gneo, Ignazio De Rosa, Giuseppe Di Mauro, Pasquale Esposito, Marilena Fanfani, Emanuela Ingenito, Contrut O’Ion, Rosanna Ferraiuolo, Adriana Ferri, Gianna Formato, Sandra Gigantino,Silvana Lazzarino, Alessandro Lolletti, Jeanine Lucci, Angelino Malandruccolo, Olga Matera, Rosaria Minosa, Annabella Mele, Gennaro Pascale, Emanuele Occhipinti, Stefania Ortolani, Pasqualina Petrarca, Giuseppe Panella, Nicolae Adrian Popescu, Giuseppe Romano, Maria Raffaele, Rosa Ricciardelli, Giovanni Rotunno, Maurizio Santoro, Lorenzo Siani, Lucia Sottili, Maria Stimpfl, Francesco Terrone, Angela Maria Tiberi, Liliana Scocco Scilla, Stefania Siani, Giancarlo Trapanese, Pilar Segura Badia, Giammaria Trotta, Amalia Viti, Sergio Zappia, Dina Zilberberg, Francesca Vitagliano, Rosaria Zizzo, i Baby Artisti Andrei Dumitru Baciu Bianca Elena Raileanu,, Constantin Iulian Lucaci Mariana Larisa Dragomir, Vincenzo Middei, Nicoleta Andreea Onisimiuc, Laura Orosanu,Denisa Paraschiva Juganariu,Andreea Spetco, Mihai Gabriel Ursulean, , i collaboratori esterni Luigi Crescibene, Fabio Dainotti, Emanuele Ingenito, Rita Occidente Lupo, Franco Bruno Vitolo.

È bello sapere che si siete. Buon viaggio, amici!

La Cava del Cinquecento e le “Farse Cavajole” di Vincenzo Braca

CAVA DE’ TIRRENI (SA). “Vincenzo Braca e i Cavoti – L’immagine di Cava e dei suoi abitanti nei versi dell’autore delle “Farse”, di Mario Lamberti (Ed. Marlin) è il libro che non c’era, un libro che ci voleva. Ci voleva per sfatare alcuni luoghi comuni sia sulla conflittuale rivalità tra gli abitanti di Cava e quelli di Salerno, sia sulla reale portata sociale e letteraria delle famose farse cavajole, oggi sempre più citate che conosciute, sia sulla figura stessa di quel Vincenzo Braca tante volte “vilipeso” come salernitano mangiacavjuoli.

Mario Lamberti, cavese doc, docente di materie letterarie e Dirigente scolastico in pensione, avvertendo l’esigenza di un lavoro specifico su queste tematiche, dopo un accurato e profondo lavoro di ricerca da par suo, fondendo crocianamente acutezza di intuizione e chiarezza di espressione, ha prodotto un’opera ragionata ed illuminante, corredata di un’ampia ed esauriente documentazione letteraria e poetica, facilmente decodificabile perché, accanto alla lingua “cavota” dell’epoca, non mancano mai le traduzioni corrispondenti.

Il ragionamento di Lamberti parte da una deduzione logica, mutuata anche dai fondamentali studi a suo tempo effettuati dal prof. Achlle Mango.

Al tempo delle farse cavajole, cioè tra il XVI e il XVII secolo, il genere della farsa era già abbondantemente diffuso. Le sue ascendenze remote risalivano nel territorio campano-laziale, addirittura alle farse atellane, culla dell’Italum acetum di oraziana memoria. Le ascendenze recenti, come forma comica popolare di ispirazione laica e non religiosa, risalivano al Medio Evo, in Francia, da cui si erano diffuse poi in Italia, per pervenire a Napoli proprio nel Rinascimento, alla Corte Aragonese, e annoverando un autore nobilissimo in Pietro Antonio Caracciolo.

All’interno di questa corrente si inserisce il genere della farsa cavajola, sbocciato con Vincenzo Braca, che ha una sua specificità perché legato direttamente all’ambiente popolare e cittadino della sola Città de La Cava e realizzato attraverso l’uso della parlata “cavota”, diversa da quella delle zone circostanti. Se è vero che queste opere sono delle satire nei confronti di situazioni, ambienti, categorie e mentalità di una Città carica di contraddizioni ma in galoppante fioritura economica e sociale (e quindi naturalmente soggetta a rivalità e invidie), è anche vero che la figura del cavoto come maschera buffa e come tipo un po’ rozzo e a volte risibilmente goffo e/o presuntuoso era preesistente a Vincenzo Braca. Esisteva infatti già in altri autori, in primis in Masuccio Salernitano (vedi la celebre novella de I due cavoti), in secundis nel già citato Caracciolo, in tertiis nello scrittore Giovambattista Pino.

Il passaggio a maschera comica, secondo Lamberti, è avvenuto perché proprio i Cavoti avevano l’abitudine di andare in giro nei dintorni in alcune feste particolari, come Capodanno e Carnevale, a proporre spettacolini comici e satirici. Quindi il cavoto era un tipo particolare di abitante del territorio, da una parte vivace e creativo, dall’altra non privo di modi buffi e soggetti a derisione. Da questo a trasformare le persone creative in maschere diffuse il cammino non è stato lunghissimo.

Su questa fondamentale premessa, il prof. Lamberti apre un’amplissima finestra su Vincenzo Braca, creando di fatto una monografia che finora non era mai stata scritta da nessuno, così completa e così esauriente. Ed è un viaggio affascinante, il suo, che è miele per la curiosità intellettuale di un cavese di oggi che vuole “affondare” nell’identità storica, ma è nello stesso tempo stimolo per tutti coloro che si appassionano alla letteratura, alle radici della classicità latina, ai suoi gangli con le lingue parlate e le espressioni popolari.

Sono due i punti essenziali che egli sviluppa.

Braca era un salernitano, ma con i cavoti, anche se poi ne fa satira, non aveva un rapporto del tutto conflittuale, tanto è vero che ha abitato a lungo proprio in quella Città de La Cava. Che a suo dire “apprezzava, rispettava e considerava come una figlia proveniente dalle sue viscere”: una “confessione” che, per quanto possa anche essere ironica, esprime comunque, unita al legame di vita stessa, un forte attaccamento alla Città e, come dimostrato dai versi e dalle sue opere, anche una valida e sostanziale conoscenza di essa.

Braca, laureato a Salerno ma assiduo frequentatore della corte aragonese e degli ambienti più colti (conoscendo persone come Caracciolo e basile), ha inteso prima di tutto fare letteratura, come dimostra il fatto che ha composto anche opere di altro genere, come le Egloghe di stampo virgiliano, dove manifesta uno spirito bucolico “brachianamente agrodolce”. E comunque anche qui non dimentica il richiamo a questa nostra città, che evidentemente gli stava fissa nella mente, pur con tutti i suoi difetti. Da una parte egli confronta la palude culturale cavota con la vivacità dell’ambiente napoletano, ma dall’altra non manca di esaltare la potenziale bellezza di vita offerta da La Cava, realizzata soprattutto nel passato (la madre dei lodatori del tempo andato è sempre incinta…). E in altri momenti parla addirittura di Arcadia cavota: per un poeta del tempo, impregnato di virgilianesimo, l’Arcadia rappresentava pur sempre una forma di Eden…

Nelle stesse farse, dove pur beffeggia, ora con stiletto ora con cazzotti, la “goffaggine cavota” (vedi la Farsa de La Maestra o Il maestro di schola, o anche la rappresentazione del mercato nel Sautabanco, oppure nella celebre Recevuta de lo Imperatore, con l’attesa fremente e orgogliosamente presuntuosa dei Cavoti per una “visita” che poi di fatto non ci fu), Braca non manca di citare se stesso e il fatto che forse per queste prese in giro egli sarà bastonato. E non dimentichiamo che egli nel Processo dà addirittura voce ai suoi denigratori, con una sorta di autoironia che è degna di un grande intellettuale come egli in effetti fu. Un intellettuale che non può e non deve essere ridotto solo ad un beffeggiante autore di farse, perché ha scritto di tanto altro, compreso di filosofia, come si ricava dall’indice del suo manoscritto. Un intellettuale che, parlando di una Città nobilissima come era allora La Cava (non dimentichiamo neppure questo), è stato pur capace, come sostiene Lamberti, “di conferire carattere letterario ad un genere di satira in cui i protagonisti sono le maschere degli abitanti de La Cava”.

È una dignità da riconoscere e da rivalutare, quella del Braca scrittore e della Farsa cavajola come genere. E Lamberti ha collocato un solido mattone per tale operazione. Un mattone importante e significativo, anche perché, a fronte di un tempo di linguaggio globalizzato e globalizzante ed in un ambiente critico in cui tante volte il culto dell’Italofonia a scapito delle lingue dialettali è stato eccessivo e debordante, non si perde occasione di rivalutare quelle lingue territoriali che hanno una storia ed un’identità da preservare. Lo ha fatto l’Unesco con il napoletano riconosciuto come lingua e patrimonio immateriale dell’umanità (cosa molto buona e molto giusta…), lo hanno fatto tanti operatori culturali andando a ricercare nel settoriale e ripescando proprio le farse cavajole. Queste, non dimentichiamolo, a fine Novecento sono state portate più volte in scena, con attori del calibro di Mario Scarpetta, di Antonio e Maurizio Casagrande, di Marina Pagano. E a Cava, a parte un’edizione particolarmente originale della Festa di Monte Castello, ci hanno pensato figure del calibro di Anna Maria Morgera, di Francesco Senatore e della splendida Compagnia dell’Arte Tempra ( alias Temprart) di Clara Santacroce e Renata Fusco, che proprio di recente hanno messo in scena più volte la Recevuta de lo Imperatore, con contaminazioni di altre farse cavajole.

Insomma, è una pagina della nostra storia, che in certi momenti potrebbe diventare quasi una copertina, essendo in esse Cava una sorta di “ombelico del mondo”. A quell’ombelico corrispondeva un corpo che, al di là delle piccole goffaggini, sprizzava energia da tutte le parti. Un’energia che ci servirebbe tanto ancora oggi …