PoesiadelNovecento – I Contemporanei

Poesie di poeti noti e meno noti del panorama letterario italiano … di Antonio Donadio

 

Novità in libreria: LUNARIO DI DESIDERI a cura di Vincenzo Guarracino

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Si commetterebbe un madornale errore definire, tout court, “Lunario di Desideri (DiFelice Edizioni, Martinsicuro (TE), 2019, pagg. 348 Euro, 25,00), a cura del poeta e critico letterario Vincenzo Guarracino, un’antologia di poesie d’amore.

Non è, credetemi, la “solita” antologia. Lunario che definirei come un delizioso, originale trattato a più voci, quelle dei tanti poeti ospiti, che si avvale di una parte introduttiva, che in realtà è un pregevole mini saggio sull’ars amandi a firma del prof. Guarracino.

O meglio ancora, mi spingerei a definire questo “Lunario” un’” Amorosa Comedia” che vede al fianco di Guarracino, un Catullo nelle vesti del Virgilio dantesco. Il viaggio in cui il poeta traghettatore ci conduce, si snoda in mille gironi quanti sono i rivoli del sentimento amoroso argomentati, singolarmente, dai versi di noti e meno noti poeti italiani contemporanei. “Il Liber” di Catullo, quindi, come guida e paradigmatico indice dell’intero Lunario. Guarracino, premurosamente, prende per mano il lettore fornendogli i necessari strumenti per una lettura attenta e coinvolgente, fin dalla stessa definizione della parola “amore”: “Ma cosa vuol dire esattamente la parola “amore”? Legato etimologicamente all’accadico amaru (“conoscenza”), il verbo “amare”, come precisava anche il vescovo Isidoro di Castiglia, implica, prima e forse più ancora dell’aspetto emotivo e morale, essenzialmente un forte coinvolgimento di sensi (dilectio carnalis, “attrazione sessuale” Etymologiae, VIII, 2,7).”

E poi ancora, interrogarsi sul Basium (bacio). Dopo essersi soffermato sulla comparsa e il suo diverso uso sulla scena letteraria di questo termine (basium o anche savium), il curatore sintetizza il tutto rifacendosi a un delizioso epigramma anonimo dell’Anthologia Latina di cui riporto la traduzione in italiano: “Baci se ne danno alle mogli, baci se ne danno alle amiche/ ma i baci più baci son quelli che uniscono labbra impudiche”.

Molti i poeti presenti, dicevo. alcuni noti o notissimi quali Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Valerio Magrelli, Paolo Ruffilli, Gian Mario Villalta, Ottavio Rossani, Giancarlo Pontiggia, Daniele Piccini, Guido Oldani, Dante Maffia, Vivian Lamarque, Maria Lenti, Alessandro Fo, Giuseppe Conte, Franco Buffoni, Luigi Cannillo, Arnaldo Ederle, Mauro Ferrari, Franco Loi, Massimo Scrignoli, Claudio Damiani o altri meno noti o più giovani. Lunario, veramente come testimonianza variegata e ricchissima di voci poetiche che hanno caratterizzato o caratterizzano l’evoluzione della poesia italiana del secondo Novecento e di questi primi vent’anni del secondo millennio.

Mi è molto gradito sottolineare che il Lunario ospita anche un inedito dell’amico poeta parmense/cavese Fabio Dainotti e, mi sia concesso, anche un mio inedito. Testi di seguito riportati con una sintesi del commento introduttivo di Vincenzo Guarracino.

Per quel male l’amò senza ritorno”
Umberto Saba

Alla finestra

Mi affacciavo ogni giorno alla finestra,
per vederti arrivare da lontano,
e salutarti a gesti.
Tu la mano
destra agitavi; ebbi l’illusione
che potesse risorgere l’amore.

Fabio Dainotti

Uno stato d’animo tra attesa e illusione, filtrati attraverso il ricordo di una stagione di irripetibili emozioni: Fabio Dainotti ci lascia intravedere, col viatico prezioso di un verso di Umberto Saba, una scena fondante del suo immaginario, legato com’è nella sua ripetitività (“ogni giorno”) a un sentimento inconcluso, che, vissuto “alla finestra”, dall’alto cioè e da una certa distanza, e a un gesto, più che a una voce, autorizza il “cuore” ad un’attesa dolorosa e interminabile,…”

Salva neppure tu che supponevo

Almeno tu pensavo
salva d’oltraggiosa rovina
scampata bella
sempre bella come sai come so
nel respiro impaziente al tuo
volteggiare nuda
distesa accanto
presunta unicità
del bacio che a promesse eternava
or or sorpreso sulla sgualcita guancia.

Salva neppure tu che supponevo.
(2014)
Antonio Donadio

Il tempo è impietoso con tutti, deposita tracce incancellabili del suo passaggio: tracce “d’oltraggiosa rovina” che non risparmia niente e nessuno. Malae tenebrae Orci quae ominia bella devoratis, “ Maledette, maledette tenebre dell’Orco, che ogni cosa più bella divorate!” esclamava già Catullo (c. 3). E’ questo che dice Antonio Donadio, con un pensiero nostalgico ad un passato con il suo dolce ma anche con le sue ferite forse non più rimarginabili…”

In tempi di selfie alla riscoperta del mito di Orfeo ed Euridice nei versi di Plinio Perilli

Un giorno di fine dicembre, a Milano, per la mostra “Picasso Metamorfosi“ e ritrovarsi immersi in una selva di gente come rapita in un’impressionante gara di selfie, selfie su selfie e ancora selfie … Un unicum. Giovani ma anche meno giovani: a fotografarsi con alle spalle il Duomo, il gigantesco albero di Natale, persino, in tanti, in galleria ad immortalarsi dinanzi al ristorante di Carlo Cracco (sì quel cuoco-vip-star che in una pubblicità televisiva, c’informa – bontà sua! – che finalmente solo lì, nel bagno di “casa sua”, può sentirsi “solo Carlo”). Un selfie, mille selfie, non per semplice ricordo personale, familiare, ma per documentare, trasmettere in tempo reale, questa testimonianza, attraverso istagram, a tanti, vicini o lontanissimi “amici” o ai propri follever destinatari, forse, impazienti ed esultanti! Moda, o meglio mania, che ormai ha stravolto perfino i ritmi di una normale quotidianità. Esserci per Essere o meglio documentare di essere lì in quel momento per Essere. Non è più tempo delle foto, quelle istantanee, spontanee, ad immortalare attimi di vita vissuta, un ricordo per tempi futuri “di quando si era giovani e felici, lì a Venezia” o in piazza Duomo a Milano; foto, semmai, da tirare fuori da impolverati cassetti, da mostrare a nipoti “increduli” che anche i nonni, un tempo, erano stati giovani. Vado a rileggere, in tale “sconforto”, una vecchia poesia di Plinio Perilli, da me antologizzata in “Versi d’amore” (ndr San Paolo 2002) qui riportata. Altri tempi, altre atmosfere, un altro mondo visto con gli occhi di un grande poeta.

L’hobby d’Euridice

Scatti fotografie all’improvviso!: tante istantanee
eternate per due … E’ Orfeo che stupito, smarrito
si volta- intenzionale l’immortala, lo salva Euridice
in uno sguardo d’Amore … sto su una scala mobile da STANDA,
scendo innamorato fino a te-te che ridendo mi accogli,
innalzi nel tuo cuore e nella Pentax. ma la tua macchinetta
non riesce a comprenderci: sa che nella vita a volte
c’è poca luce (“Occorreva il flash!”): anche i ricordi
svaniscono, ci è negato trattenerli indelebili-
e perfino le belle foto assolate … non vengono più.

(da Plinio Perilli Preghiere d’un laico Amadeus Edizioni, 1994)

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Esempio di un duetto lirico dal ritmo veloce, coinvolgente. Il quotidiano che diventa affabulazione fantastica, rivestendosi di atmosfere mitiche. Un incalzare di versi attraverso un ordito fantastico, dall’inizio: “tante istantanee/eternateun’iterazione di solo due vocali “a” e “e” legate da identico gruppo consonantico” nt”; una pregnante rima al mezzo:“stupito, smarrito”; …. alla fine: “ trattenerliindelebili,” il susseguirsi, quasi l’inseguirsi, delle vocali “e” e “i” suggerisce lo sforzo del poeta nel voler trattenere questi momenti d’amore. I due amanti sono ai grandi magazzini Standa. E’ lì che si rinnova lo straordinario mito di Orfeo ed Euridice. Non deve voltarsi questo novello Orfeo e invece…, ma a salvarlo è una moderna Euridice, “ in uno sguardo d’Amore…” con la complicità di una macchina fotografica, una Pentax. Eppure il miracolo d’amore ora, come spesso nella vita, non si avvera e la foto non riesce “a comprenderci: sa che nella vita a volte c’è poca luce (“Occorreva il flash!”) “. E’ il dramma del vissuto che non sa trattenere attimi di presente, che non si fa respiro d’eterno e persino le foto tecnicamente più riuscite: “perfino le belle foto assolate…non vengono più.” Un momento d’amore, intimo, personale, gelosamente custodito dai due amanti, senza necessità alcuna di condividerlo con altri.

Plinio Perilli,  laureato in giurisprudenza, è poeta e critico letterario, collaboratore delle più autorevoli riviste culturali come “Poesia” e vincitore di prestigiosi premi letterari internazionali (Montale, Gatto, Gozzano,). Tra le sue numerose pubblicazioni, citiamo: L’Amore visto dall’alto, 1989, (Finalista al Premio Viareggio); Ragazze italiane - racconti in versi- (1990): Preghiere d’un laico (1994); Storia dell’arte italiana in poesia (1990), antologia interdisciplinare; Promises of Love (Selected Poems) (2004);Costruire lo sguardo. Storia Sinestetica del Cinema in 40 grandi registi (2009), compendio sui rapporti fra il cinema e le altre arti; Gli Amanti in Volo (2014). E il recente :Stretti nello stretto. Ponte di cultura, ponte della legalità. Tremila anni fra Scilla e Cariddi (2017)

“E’ arrivato l’inverno” una poesia del grande Attilio Bertolucci, padre del regista Bernardo, scomparso da poco

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La mia scelta, questa volta, è caduta su una poesia di Attilio Bertolucci, padre di Bernardo, celebrato regista scomparso da poco e di Giuseppe, anch’egli eccellente regista e sceneggiatore, amico e collaboratore, tra gli altri, di Massimo Troisi e di Roberto Benigni, morto prematuramente nel 2012. Perché una poesia, proprio, di Bertolucci? Il figlio Bernardo, doverosamente, è stato oggetto di omaggi da parte di tutti i mezzi d’informazione anche con riproposizioni dei suoi film, in primis L’ultimo imperatore, opera che gli valse ben nove premi Oscar. Con un certo disappunto, però, ho potuto notare che pochi, pochissimi, hanno ricordato che era figlio di Attilio. “Non sapevo neppure che suo padre fosse stato un poeta” sorprendente affermazione di un collega giornalista. E non solo unico. Ricordare il papà Attilio, non solo perché uno dei maggiori poeti del Novecento, ma per il forte legame che ebbe con i figli e ai quali dedicò parecchie liriche che sarebbe bene andare a rileggere (o a leggere per chi addirittura ignora questo legame). Tra queste: “A Giuseppe, in ottobre”, “A Bernardo”, “ Per B…. “ poesia nota e molto antologizzata dove gli aeroplani di carta con cui il piccolo Bernardo gioca, si perdono nell’aria “ come farfalle notturne” senza più far ritorno, proprio come non torneranno più quei dolci momenti vissuti assieme. E poi la bellissima “Bernardo a cinque anni” in cui si parla di un primo distacco dai genitori “Tu hai salutato con un cenno debole/ E un sorriso patito, sei rimasto/ Ombra nell’ombra un attimo, ora corri/ A rifugiarti nella nostra ansia”. Mi è sembrato, quindi, doveroso parlare del poeta Bertolucci scegliendo, per questo mese di dicembre, una poesia a tema. 

E’ arrivato l’inverno

E’ arrivato l’inverno
a questi viali
chiari e spogli,
vestito di una pelle
bianca e nera,
un bastone di betulla
e un fiore di giacinto
tra i capelli.
Ha incantato le timide fontane
i grigi fiumi
gli asciutti venti.
E’ passato solitario
di mattino, sulle ringhiere dei balconi
e sui davanzali delle finestre
è fiorita la neve.

Attilio Bertolucci

(da La lucertola di Casarola, Garzanti 1997)

Rappresentazione dell’inverno, originale, lontana da stantie immagini oleografiche: per Bertolucci, l’inverno che arriva non è il vecchio brontolone che tutto sconquassa e di cui, potendo, se ne farebbe volentieri a meno, ma un’ammaliante figura umana dalla pelle bianca e nera, che si regge a un bastone di betulla (la betulla: legno elastico ma resistente e nome dal “suono carezzevole” dato dal gruppo consonantico della doppia elle finale) e un giacinto tra i capelli. Una figura che non solo non fa paura, anzi, incanta la natura tutta. Da notare gli aggettivi timide, grigi e asciutti, quasi che rispettivamente, le fontane, i fiumi e i venti partecipassero con deferenza al suo arrivo senza cercare d’arrecare alcun disturbo. Arrivato solitario di mattino, l’inverno, non visto da nessuno, lascia solo un candido segno del suo passaggio: sui davanzali delle finestre/è fiorita la neve.

Attilio Bertolucci (San Prospero Parmense, 1911 – Roma, 2000) poeta tra i più importanti del novecento. Scrittore e traduttore si è occupato anche di cinema per la radio e ha diretto una trasmissione televisiva di vari temi culturali. Tra le sue opere in versi, citiamo: Sirio, Minardi, Parma, 1929; Fuochi in novembre, Minardi, Parma, 1934; La capanna indiana, Sansoni, Firenze, 1951 ;Viaggio d’inverno, Garzanti, Milano, 1971 ; La Camera da letto vol. I, Garzanti, Milano, 1984 e vol. II , Garzanti, Milano, 1988; La lucertola di Casarola, Garzanti, Milano, 1997. Tutta la sua produzione in Opere a cura di P. Lagazzi e G. Palli Baroni, Mondadori (I Meridiani), Milano, 1997

Regaliamoci un sorriso targato Stefano Benni

E’ piacevole, a volte, scegliere a caso un libro fra migliaia di titoli e, semmai dopo anni, sfogliarlo, rileggerlo. E così, senza essere spinto da motivazioni culturali, da ricerche o approfondimenti più o meno professionali, ma solo per concedermi un momento di otium, l’altro giorno, ho ripreso in mano un vecchio libro di Stefano Benni “ Ballate”. In tempi certamente non facili, giorni macchiati da indicibili storie di morte e sopraffazione, ingiustizie e dolori immensi, istintivamente, ho cercato, forse un sorriso lenitivo. Una poesia che voglio condividere con i lettori e che inquadra umoristicamente la condizione di una coppia di coniugi durane il corso degli anni. Le piccole cose, è un po’ più lunga di quelle che normalmente scelgo, ma ne vale la pena. 

Le piccole cose

Le piccole cose
che amo di te
quel tuo sorriso
un po’ lontano
il gesto lento della mano
con cui mi accarezzi i capelli
e dici: vorrei
averli anch’io così belli
e io dico: caro
sei un po’ matto
e a letto svegliarsi
col tuo respiro vicino
e sul comodino
il giornale della sera
la tua caffettiera
che canta, in cucina
l’odore di pipa
che fumi la mattina
il tuo profumo
un po’ blasé
il tuo buffo gilet
le piccole cose
che amo di te

Quel tuo sorriso
strano
il gesto continuo della mano
con cui mi tocchi i capelli
e ripeti: vorrei
averli anch’io così belli
e io dico: caro
me l’hai già detto
e a letto sveglia
sentendo il tuo respiro
un po’ affannato
e sul comodino
il bicarbonato
la tua caffettiera
che sibila in cucina
l’odore di pipa
anche la mattina
il tuo profumo
un po’ demodé
le piccole cose
che amo di te

Quel tuo sorriso beota
la mania idiota
di tirarmi i capelli
e dici: vorrei
averli anch’io così belli
e ti dico: cretino,
comprati un parrucchino!
E a letto stare sveglia
e sentirti russare
e sul comodino
un tuo calzino
e la tua caffettiera
che é esplosa
finalmente, in cucina!
La pipa che impesta
fin dalla mattina
il tuo profumo
di scimpanzé
quell’orrendo gilet
le piccole cose
che amo di te.

(da Stefano Benni Ballate I canguri/Feltrinelli 1991)

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Tralascio, questa volta, la consueta rapida analisi del testo. Mi limiterò solo a sottolineare che Benni richiama, umoristicamente, atmosfere gozzaniane, ma soprattutto fa il verso alle belle (non tutte) poesie di Prevert tanto amate da “romantici” giovani degli anni 60 e richiama alla mente i fidanzatini di Peynet.

Stefano Benni, umorista, scrittore, autore teatrale, poeta.Autore dallo stile inconfondibile che nella sua spiccata e forte satira alla società – nel 2015 rifiutò il Premio De Sica, in protesta contro i tagli alla cultura e alla scuola attuati dal Governo di Matteo Renzi- spazia da “richiami dotti” a neologismi a originali calembour. Tra i romanzi e raccolte di racconti, citiamo:Terra!, Feltrinelli, 1983;La Compagnia dei Celestini, Feltrinelli, 1992. Prendiluna, Feltrinelli, 2017; Bar Sport, Mondadori, 1976; La tribù di Moro Seduto, Mondadori, 1977; Il bar sotto il mare, Feltrinelli, 1987.Cari mostri, Feltrinelli, 2015.Tra le raccolte di poesie: Prima o poi l’amore arriva, Feltrinelli, 1981;Ballate, Feltrinelli, 1991.

Da leggersi: Il moto delle cose (Mondadori, 2017) di Giancarlo Pontiggia

Più che il valore magico della parola poetica, la magia è nella parola. Quando la parola effettivamente trova e ritrova questa immedesimazione con la cosa, questa identificazione e non è più una cifra, o un segno convenzionale, ma è finalmente la parola, che significa la Cosa che veramente significa e che veramente la fa nascere, la fa nascere dal pensiero”. Così, Mario Luzi. E Giancarlo Pontiggia nel suo ultimo libro “ Il moto delle cose”: “ un libro che stai leggendo/ da troppo tempo, ormai, senti/ che i nomi si sgretolano, uno per uno, ostinati, / in polvere di suoni e di niente, e implori/ / un senso/ unico, forte, uno/ stupefacente prodigio che illumini/il buio, intediato, della mente,/la tua,” (Vita, ma cos’è la vita. E cos’è il fiele)”. Al centro del libro il rapporto fra la nominazione della parola e la Cosa, incomprensibile e misteriosa. L’unico vero accento che possa dar forza vitale alla conoscenza. Non alchimie orchestrate dalla volontà del dire al fine sterile o finalizzato a priori ma ricerca scevra da qualsiasi condizionamento estetico o letterario fino al limite del “segreto” che sembra scaturire e poi dissolversi ogni volta che il poeta principia il cominciamento della vera discoperta. Libro di grande interesse che ti prende e ti coinvolge o meglio sconvolge, fino a dettare il respiro stesso in un crescendo che diviene il Tuo credo al limite dello stesso tuo desiderio, inconsapevole nell’essere coinvolto, assieme al poeta, assieme a questi suoi versi, verso il cominciamento non della nominazione delle cose, ma della Cosa, la prima e assoluta. Nessun surrogato o interpretazioni, neppure artistiche ma Essa, l’unica. Ecco il fine: piena graduale conoscenza del nascituro che si snoda incessantemente lungo il fluire degli anni. Anni che nulla disvelano a chi non sa cercare a chi non vuol ascoltare e capire. E’ una nuova nascita, o meglio, un’ultima e totale renovatio.

E nascemmo

E nascemmo
alla vita che già c’era.
Le cose
c’erano, le tante, le inaudite
cose, di cui c’invaghimmo
a poco a poco.
E noi guardavamo
l’aria che luceva
e piove e nevi
e soli che stagnavano, tiepidi,
nelle mattine troppo
quiete.

E guardammo, un giorno, i nomi
le parole prime, scure
che dicono sì o no, che oscillano
tra le cose

(da Il moto delle cose, Mondadori 2017)

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La consapevolezza di chi da nuovo giunto si aggiunge ad altre vite “alla vita che già c’era” fatta di tante cose di cui mai si era udito parlare (inaudite) come accettazione dell’essere catapultato in un mondo costruito da altri (di cui le cose son pietre d’angolo) che valga per tutti, anche per chi non ebbe modi e tempi per farne, ancora, parte. Ma il vivere quotidiano è lì e non ammette tentennamenti, né indugi; e il vivere si fa accettazione “ guardavamo/ l’aria che luceva…nelle mattine troppo/quiete”. Ma la vera conoscenza, la vera vita, avviene nella scoperta, la consapevolezza, unica ed insopprimibile della Parola/Cosa che apre monti che affermano e negano nella affannoso oscillare “tra le cose”. Versi questi di una cifra esemplare scandita da un ritmo limpido, lineare, laddove serpeggia sottile l’impalpabile linea di una classicità che da remota si fa presente, di una presenza consapevolmente calata nella contemporaneità. Elegante, di un’eleganza quasi schiva, desiderosa di nascondersi per un anelito di unicità nel divenire poieis: “E piove e nevi/e soli ” l’iterazione della congiunzione “e” sapientemente legata a gruppi consonantici dalle medesime tre vocali: “i, o, e “modulati armoniosamente in un gioco ritmico magistrale.

Giancarlo Pontiggia, docente di materie letterarie presso un liceo milanese. è poetacritico letterario, scrittore, traduttore. Presenza primaria in riviste letterarie e prestigiose antologie. Tra i suoi libri di versi: Con parole remote, Guanda, 1998 (Premio Montale), Bosco del tempo, Guanda, 2005 e il recente Il moto delle cose, Mondadori, 2017.

Da rileggersi: Il disperso di Maurizio Cucchi (1976) ristampato da Guanda

Nel 1976 esce “Il disperso” (Lo Specchio, Mondadori) a firma di un giovane poeta milanese Maurizio Cucchi. Testo che immediatamente consacra l’allora trentenne poeta tra le voci più interessanti e importanti del secondo novecento. Cosi scrive Giovanni Raboni in quarta di copertina: “Fedele ai propri temi sino all’ossessione, Cucchi ci dà con Il disperso, oltre che uno dei più sicuri libri di poesia di questi anni, un vero romanzo milanese, un repertorio di “disegni” urbani e suburbani….” A distanza di più di quarant’anni, nella recente ristampa (Tascabili Guanda Poesia, 2018) il poeta Valerio Magrelli riafferma l’assunto Raboniano:“Lenticolare e concentrica, la forza del Disperso rimane a tutt’oggi esemplare, nella sua intatta capacità di tradurre la fibrillazione psichica in parola poetica”. Oltre che “un vero romanzo milanese”, “Il disperso” appare come una recitazione in versi per una rappresentazione teatrale in cui il poeta è simultaneamente attore, regista e spettatore. Il lettore è catapultato, assieme allo stesso autore, su un palcoscenico che è sì la Milano di un tempo, ma la forza della traslitterazione poetica opera il miracolo: la vecchia Milano è lì, ancora viva, la si sente come cosa che appartiene a tutti per un’attualità atemporale. Cristallizzare il dato reale (e con esso i personaggi coinvolti) e nello stesso tempo regalargli il respiro dell’eternità. “Monte Sinai” è testo esemplificativo della vis poetica di Cucchi: attraverso una cifra stilistica volontariamente lontana da atmosfere liriche codificate, il poeta delinea un “idillio amoroso” tra due giovanissimi con un lessico “comune”, privo di letterarietà, ma con la forza del vero e dell’immediato regalando al lettore, come detto, la sensazione di essere lì accanto ai due innamorati. Al richiamo del prete (“ cosa fate/voi due alla vostra età,/lì seduti nel prato. E poi è proprietà privata”) nell’ingenuo e timido stupore (C’era davvero da sprofondarsi? O piuttosto da ridere e incavolarsi?) traspare il dubbio misto a ribellione, nel chiedersi delle norme del buon vivere (borghese) per un innocente rendez vous su un prato cittadino (“ma guarda tu,/che razza di imbecille. Si stava lì tranquilli. Chi faceva/ niente di male?...). Nel Disperso, oggi riproposto da Guanda con piccole variazioni rispetto alla prima edizione, la Milano di un tempo remoto si ritrova come un incantesimo ancora tutto da scoprirsi e viversi. 

Monte Sinai

Non dico di no, un pochino, magari,
ci avevo anche pensato (ma, in fondo,
ero talmente poco sveglio…). Ma, poi, alla vista lassù in cima
di quel prete nero, mani sui fianchi, sguardo fiero (“ cosa fate
voi due alla vostra età,
lì seduti nel prato. E poi è proprietà privata”).
C’era davvero da sprofondarsi? O piuttosto
da ridere e incavolarsi? Resta il fatto che borbottando
ci siamo messi in tasca io e lei i nostri fazzoletti
e siamo scesi giù. E ancora non sapendo dove andare (“ ma guarda tu,
che razza di imbecille. Si stava lì tranquilli. Chi faceva
niente di male?…”)

(da Il disperso, Mondadori , 1976)copertina-libro-cucchi-poesia-del-novecento-vivimedia

A questo libro – alla sua prima edizione – è legato un aneddoto deplorevole: nel 2011 ne trovai una copia tra un cumulo di cartacce destinate alla discarica proveniente da una Biblioteca Comunale di un paese bergamasco con adesivo e timbri resi quasi illeggibili. In seguito Maurizio Cucchi ,simpaticamente, sottolineò “questo mio salvataggio”. C’è da chiedersi come sia possibile che ci siano Biblioteche Civiche che periodicamente scartino libri anche d’indubbio valore. E’ di pochi giorni la notizia che a Cerveteri, il giovane sceneggiatore Igor Artibani tra un mucchio di libri che giacevano buttati (da un anonimo “lettore?”) accanto ad un cassonetto per la raccolta degli abiti usati, ha ritrovato una preziosa prima edizione de Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, classico tra i più importanti della nostra letteratura.

Le foto: Copertina della prima edizione ritrovata e “ringraziamento “ per il salvataggio.

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Maurizio Cucchi (poeta, critico letterario, traduttore), voce tra le più autorevoli del panorama letterario italiano. Oltre a Il disperso (1976) citiamo: Le meraviglie dell’acqua (1980); Glenn (1982) Premio Viareggio; Poesia della fonte (1993)  Premio Montale; L’ultimo viaggio di Glenn (1999);  Per un secondo o un secolo (2003); Malaspina (2013) Premio Bagutta. Tra i romanzi: Il male è nelle cose 2005; La traversata di Milano 2007; L’indifferenza dell’assassino (2012). Curatela de Dizionario della poesia italiana (1983) e 1990) e, con Stefano Giovanardi, l‘antologia Poeti italiani del secondo Novecento ( I MeridianiMondadori, ( 1998).

I giardini della Minerva di Salerno

Fra i dieci parchi più belli d’Italia 2018, nei versi di Ferdinando Dello Iacono.


Invito a far un “viaggio”. Forse non è un andar troppo lontano o forse sì. E’ un piccolo viaggio “sull’erta ai giardini di Minerva”: è da lassù che si vede l’infinito, e oltre. Iperbole? Forse solo forza dell’immaginazione, forza degli occhi del poeta che ci fa da cicerone. Non è una diminutio delle ebbrezze naturalistiche e paesaggistiche che in questa parte alta di Salerno si possono ammirare, è solo l’incipit di un viaggio reale, ma soprattutto di un viaggio che senti nascere dentro. E allora ben venga l’invito del poeta … 

Aperture

Ho salito fin lassù sull’erta
ai giardini della Minerva
fra gli afrori dell’erbe
che un silvatico dalla barba bianca
sistemò nell’orto romito dell’eremo.

Mi s’aprirono costiere
e l’immenso orizzonte di falce
protetto dalla tramontana
le agavi favoriva e le zagare
fra tetti mediterranei e solari.

Ferdinando Dello Iacono 

( da Di/visioni d’amore – Liriche dell’età levante, Palladio (SA) dic. 2012) 

Due strofe lapidarie di cinque versi ciascuna. Il poeta sale “fin lassù sull’erta/ai giardini della Minerva”, regno botanico millenario. “Rivede” l’antico maestro Matteo Silvatico (“un silvatico dalla barba bianca”) che nel 1300 volle su quell’erta istituire un Giardino Botanico primo esempio di orti botanici d’Europa. Da notare: oltre alla confacente assonanza erta/Minerva (I / II verso), l’iterazione al verso V della r e relativi gruppi sillabici (orto romito eremo) che conferiscono musicalmente un suono “chiuso” a suggerire l’immagine dell’uomo raccolto intensamente nel suo ruolo di scienziato, come rapito dalla natura e i suoi effluvi. Quasi atmosfera di un laico San Girolamo penitente. Ma ecco che nella seconda strofa i versi s’illuminano: è la luce della costiere o meglio delle “costiere” (quella amalfitana e quella che da Salerno si spinge fino a Paestum ), è“l’immenso orizzontedi falce”. Apoteosi del regno vegetale che incornicia questa parte di terra fortunata inglobando in essa in un vortice di vento ( “tramontana”) i segni dell’uomo (tetti mediterranei e solari) che divenuti un unicum con il tutto vanno a proiettarsi verso l’infinito.

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Ferdinando Dello Iacono, nato a Palma Campania nel 1944, ma salernitano d’adozione. Poeta, stimato da alcuni grandi poeti del ‘900 come Alfonso Gatto e Salvatore Quasimodo, è anche saggista e autore teatrale Tra le sue pubblicazioni, ricordiamo: Costiere, liriche dell’età calante (2012); Di/visioni d’amore, liriche dell’età levante (2012); Genialità & Scalogna. L’eterno di Napoli. Elegia per Sansevero (2013); Salvia. Un paese in esilio. Canto per Passannante (2013) e il recente saggio Al mio Leopardi detto Giacomo Taldegordo Francesco Salesio Saverio Pietro (2017)

Il fugace eterno attimo di gioia per un goal nei versi dell’indimenticabile Luigi Amendola

Quando due anni fa pubblicai il libro: Calcio d’autore da Umberto Saba a Gianni Brera: il football degli scrittori, Postfazione di Alessandro Bonan, Editrice La Scuola, 2016 (vedasi Vivimedia del 29 novembre 2016 servizio di Paola Valle ndr) dovetti, seppure a malincuore, operare una scrupolosa selezione. Avrei voluto inserire questa o quella poesia, ma la fedeltà tematica m’imponeva tagli ed esclusioni. Eppure vi era una poesia che avrei voluto assolutamente pubblicare, ma non mi fu possibile ritrovarla, confusa nel mare magnum di libri su libri, di fogli su fogli. E proprio in questi giorni dei Mondiali di Russia, orfani della nostra Nazionale, che inaspettatamente l’ho ritrovata: 

ed eccomi sul campetto
illuminato a giorno,
una serata illune, a driblare
portiere e numero sette
ch’è arduo vincere e gioire.
Ma intanto stasera godo
questo goal segnato
e questa brezza mite,
la stretta dei compagni
a portiere battuto,
il cielo di stelle e marzapane …

                          Luigi Amendola

Premio Badia, 15 ottobre 1994,  da sx LUIGI AMENDOLA, Antonio Donadio, Gianna Schelotto

Premio Badia, 15 ottobre 1994, da sinistra LUIGI AMENDOLA, Antonio Donadio, Gianna Schelotto

E’ una poesia “chiara”, di quel chiarore che si nutre di un’intima luce, quella propria dei poeti. Riflette l’attimo fugace ed eterno dopo una segnatura, un goal, in una partita giocata tra ragazzi “sul campetto /illuminato a giorno”, ma in una serata senza luna (“illune”)! Uno di quei campetti di periferia tipici degli anni sessanta e cosi cari a Pier Paolo Pasolini. Mi sarebbe piaciuto affiancarla a una poesia di Antonio Porta, (questa pubblicata), in cui regna un’identica atmosfera. Versi velati di un’inconsapevole malinconia (“arduo vincere e gioire”): un’altra crudele notte avrebbe avvolto i due poeti, scomparsi prematuramente.

Luigi Amendola, poeta e scrittore raffinato, morì nel 1997 a soli quarantasei anni. Era un amico, un caro amico. C’eravamo conosciuti a Roma presso il Centro Internazionale Eugenio Montale diretto da Maria Luisa Spaziani, frequentando alcuni dei più importanti poeti del primo novecento Mario Luzi, Giorgio Caproni, Luciano Erba, Andrea Zanzotto e anche un giovanissimo Valerio Magrelli. Fu per me un prezioso regalo essere suo amico. Ricordo di una sera in cui fui ospite a casa sua. Ci conoscevamo da poco eppure volle che mi fermassi a dormire, così spontaneamente. Dopo cena c’intrattenemmo a lungo a parlare, mi lesse anche alcune sue poesie: tra esse, questa, ritrovata in questi giorni. Scusami caro Luigi, per questa mia mancanza. A Luigi Amendola è legato anche il nostro Premio Badia. Nell’edizione del 1994, fu nella cinquina degli autori finalisti con il libro Carteggio del rancore (Mancosu Editore, 1993). Ricordo la sua gioia nel dialogare con gli alunni, la nostra passeggiata sotto i portici e la sua meraviglia: ” sembra di stare a Bologna”. Mi aveva promesso che sarebbe ritornato, semmai con un nuovo libro, …

Rileggiamo come Mario Luzi “commentò” il ritrovamento del corpo di Aldo Moro in quel funesto 9 maggio di quarant’anni fa

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A inizio maggio di quarant’anni fa, il corpo di Aldo Moro fu fatto ritrovare nel cofano di una Renault 4 parcheggiata in via Gaetani a Roma. Era il terribile epilogo del sequestro del presidente della Democrazia Cristiana iniziato, ad opera delle Brigate Rosse, 55 giorni prima con l’eccidio dei cinque poliziotti che ne formavano la scorta. All’indomani di quel funesto 9 maggio 1978, Mario Luzi compose quella che è, a parer mio, un’esemplare, illuminata testimonianza non solo di quanto orrenda possa essere la ferocia umana (“Acciambellato in quella sconcia stiva,/ crivellato da quei colpi”), ma anche di quello che era in quegli anni, il “gioco politico” di cui Moro fu figura preminente, insostituibile (“il capo di cinque governi, /punto fisso o stratega di almeno dieci altri,/ la mente fina, il maestro/ sottile /di metodica pazienza”) ridotto ora aquell’abbosciato/sacco di già oscura carne”. Nella seconda strofa, (rigorosamente, suddivisa dalla prima), Luzi sprona se stesso – e noi lettori- al compito di cercare la verità, solo apparentemente palese, su quanto è accaduto (“o ben dentro l’occhio/ di una qualche silenziosa lungimiranza- quale?”). Consapevoli che è cammino impervio e difficile ritrovare in noi l’oculata perspicacia (“silenziosa lungimiranza”) che porterebbe a capire il perché dell’omicidio Moro, della sua scorta e anche di quegli anni di morte e terrore. Ma un super ostacolo si frappone in questa impervia ricerca (“non lascia tempo di avvistarla/ la super inseguita gibigianna”.): quel riverbero di luce (la gibigianna”),che, metaforicamente, abbaglia e impedisce di accedere distintamente alla verità. 

Acciambellato in quella sconcia stiva,
crivellato da
quei colpi, è lui, il capo di cinque governi,
punto fisso o stratega di almeno dieci altri.
la mente fina, il maestro
sottile
di metodica pazienza, esempio
vero di essa
anche spiritualmente: lui –
come negarlo? – quell’abbosciato
sacco di già oscura carne

fuori da ogni possibile rispondenza
col suo passato
e con i suoi disegni, fuori atrocemente-
o ben dentro l’occhio
di una qualche silenziosa lungimiranza- quale?
non lascia tempo di avvistarla
la super inseguita gibigianna.
 

Mario Luzi

(da  Per il battesimo dei nostri frammenti, Garzanti, marzo 1985)

“POESIA” mensile fondato e diretto da Nicola Crocetti compie 30 anni. In edicola un numero speciale: “La nostra storia in versi”

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Poesia”, mensile internazionale di cultura poetica, Fondazione Poesia Onlus, compie trent’anni. Trentennale festeggiato con un numero speciale: “30 anni. La nostra storia in versi”. Scrive il poeta e traduttore Nicola Crocetti, ideatore ed anima di quest’ importante mensile, voce autorevole nel panorama poetico internazionale: ”Trent’anni fa, quando nacque “Poesia”, nessuno avrebbe scommesso, non diciamo sulla sua durata, ma sulla sua sopravvivenza per un periodo superiore a qualche mese o a pochi anni. Di anni ne sono passati trenta, e siamo qui”. Ed io fui tra i primissimi lettori. Finalmente si poteva leggere della Vera Poesia e non solo italiana. Ricordo bene l’acquisto della prima copia. Ero a Bergamo nel gennaio del 1988. Mi ero recato, quella mattina, in Città Alta presso la Biblioteca Angelo May per consultare un antico volume sulle Rime di Bernardo Tasso. All’uscita, all’edicola dei giornali, la mia attenzione fu colpita da questa nuova testata. Incominciai a leggerla subito, quasi avidamente. Ricordo, ero in funicolare che da Bergamo Alta porta a Bergamo Bassa. Ne divenni un fedele abbonato. Giovane poeta potevo “andare a Lezione di Poesia” dai Grandi: Pavese, Luzi, Fortini.,… fino ad essere, in seguito, “ospitato” su quelle stesse pagine ( l’ ultima volta fu a gennaio dello scorso anno: il mio Calcio d’autore recensito dal poeta e critico Plinio Perilli). Questo numero speciale che consta di più di 200 pagine, si apre con gli auguri-ricordi di alcuni poeti: “Con la rivista “Poesia” è stato amore a prima vista. Ricordo benissimo il primo numero, nel gennaio del 1988, le foto di Rebora e Baldini, …! (Milo De Angelis); “ In un caffè del centro di Milano. autunno del 1987- Nicola Crocetti mi comunicava la sua “pazza idea”: fondare una rivista di poesia e chiamarla col nome più naturale “Poesia”.(Silvio Ramat); “Una rivista come “Poesia”, per restare nella metafora, è una sorta di faro, che da un ideale promontorio di terraferma illumina queste isole e ne annulla le diversità…” (Silvio Raffo). Segue un compendio lungo trenta anni: testi di poeti italiani e stranieri, nomi già noti a fianco d’altri che, confesso, furono per me vere scoperte. Poeti non solo di lingue neolatine, ma d’idiomi di tutto il mondo. Una rivista che orgogliosamente e legittimamente, fa dire ancora a Crocetti: “ Da trent’anni siamo la rivista di poesia più diffusa d’Europa e una delle prime al mondo. Alcuni numeri hanno raggiunto la tiratura di 50 mila copie, per poi assestarsi sulle 20.000 copie….” per concludere: “La poesia non è per chi non la merita”.

Tra le moltissime poesie, ho scelto Il poeta di Ghiannis Ritsos, notissimo poeta di lingua greca, nella traduzione di Nicola Crocetti.

Il poeta

Per quanto si bagni la mano nell’oscuro,
la mano non si annerisce mai. La sua mano
è impermeabile alla notte. Quando se ne andrà
(perché un giorno tutti ce ne andiamo), credo che resterà
un sorriso dolcissimo in questo mondo
che dirà incessantemente “sì” e ancora “sì’”
a tutte le secolari speranze vanificate.

Karlòvasi, 17,VII.87

Ghiannis Ritsos

Traduzione di Nicola Crocetti

(da Poesia, mensile internazionale di cultura poetica, Anno XXXI gennaio 2018 N.333 Fondazione Poesia Onlus, Milano, pagine 211, Euro 10,00)

Che questosorriso dolcissimo” resti e continui ancora a illuminare -anche dalle pagine di Poesia – per un “ incessantemente “sì” e ancora “sì’”.

Ghiannis Ritsos (Monemvasia,  1909 – Atene, 1990 ). E uno dei più importanti poeti greci del secolo scorso. Tra le sue opere maggiori, ricordiamo: Trattori (1934), Lo straniero (1936), Veglia (1941–1953). E tra le traduzioni in italiano di Nicola Crocetti, le recenti: Delfi: la sonata al chiaro di luna, introd. di Moni Ovadia, Crocetti 2012; Quarta dimensione, Crocetti, 2013.