PoesiadelNovecento – I Contemporanei

Poesie di poeti noti e meno noti del panorama letterario italiano … di Antonio Donadio

 

Trieste: la città di Saba ma anche di Sergio Penco

Trieste e Saba sono legati indissolubilmente. Non si può pensare al grande poeta senza pensare alla splendida città. Eppure c’è anche un altro poeta, triestino come Saba, che merita non solo un ricordo, ma anche un’attenzione particolare, non ricevuta, forse, adeguatamente in vita: Sergio Penco. Di lui ho scelto la poesia “L’osteria” che, secondo me, esemplifica molto dell’uomo e del poeta. 

L’osteria

Un gabbiano che piani per caso dentro un’osteria
sospinto dal vento e dai cattivi pensieri
non può fare altro che bere del vino rosso
e unirsi alla bella compagnia
in sarabanda di bestemmie e di ammiccamenti e giochi d’azzardo,
girando invano lo sguardo
dagli angoli più celati a sotto i tavolini,
dove ristagnano macchie d’unto e di muffa
e polvere e facchini.

Eppure si sa che fuori dall’uscio, oltre le case grigie,
oltre la nebbia, oltre l’odore di ruggine,
aspro brulica il mare,
ma non è il caso di sbattere forte le ali
né di gemere come la pioggia che si uccide sui tetti,
nel riluttante spegnersi del giorno
è più opportuno fingersi uguali
al gatto, e fare le fusa, e sonnecchiare.

Dalle panche dell’osteria non si fa ritorno
ma il fumo dell’osteria raggiunge la luna.

(da “Ballata dal Mary Celeste” Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione, 1998)

L’osteria, dove un gabbiano è planato per puro caso, diventa il luogo dell’esistere, dello stare. Lo sventurato uccello si ritrova, così, in un posto a lui non naturale sospinto da una forza fuori di sé e da una forza dentro di sé, entrambe incontrollabili (“sospinto dal vento e dai cattivi pensieri”). Palese riferimento a L’albatros di Baudelaire catturato dai marinai e posato sulla tolda, “que ces rois de l’azur”. L’osteria è un’osteria, e come tale, luogo destinato all’illusorio star bene nel bere vino in godibile e bella compagnia, ma tutt’intorno “girando invano lo sguardo” (il movimento dell’atto del guardare è reso da Penco attraverso un gioco iterativo in rima al mezzo del gruppo consonantico in a e o: girando invano lo sguardo), la realtà è ben altra cosa, celata agli occhi degli avventori: “macchie d’unto e di muffa / e polvere”. Ecco il luogo in cui è costretto a vivere un gabbiano, nato per il cielo e per il mare. E’ fuori il luogo dove poter essere realmente se stesso; fuori da quell’uscio “oltre le case grigie,/oltre la nebbia, oltre l’odore di ruggine”, fuori è il regno della piena libertà, del volo libero. Ad aspettare i suoi voli, “aspro brulica il mare”. E’ questo verso, il cuore dell’intera poesia. Ma sarebbe retorica decadente inneggiare a un luogo fatto di serenità e quiete da contrapporsi all’osteria. Infatti ad attendere i voli del gabbiano, ecco un mare brulicante di vita, di mille esseri viventi e pensanti, ma nello stesso tempo un mare per nulla rassicurante, impetuoso, duro, severo, (“aspro brulica”), ma anche fiero. Metafora della vita non rassicurante ma viva e fatta di uomini che non distraggono menti e pensieri nell’illusorio consolatorio calice di vino rosso d’osteria. Eppure il gabbiano è lì, chiuso tra quattro pareti, le sue ali son chiuse; nulla varrebbe sbatterle frementi per un impossibile volo. Sarebbe solo un suicidarsi proprio come fa la pioggia che nata dal cielo e per il cielo, gemendo, sceglie di lasciarsi morire sui tetti: “come la pioggia che si uccide sui tetti”. Quale possibilità, quindi per il gabbiano/uomo? Lasciarsi vivere, accettare a male in cuore un ritmo di vita scelto da altri, uniformarsi alla loro vita, fingersi uguali tacendo l’urlo della diversità, vivere da gatto d’osteria: “fare le fusa, e sonnecchiare”. E’ la scelta per la sopravvivenza! Triste accettazione di una condizione di vita esistenziale. Ma la ballata non finisce qua: si chiude con un distico dal respiro aforistico: “Dalle panche dell’osteria non si fa ritorno/ ma il fumo dell’osteria raggiunge la luna”. Un velato incoraggiamento del poeta: se è pur vero che da “una vita d’osteria” non si esce immuni, “non si fa ritorno”, sappia l’uomo che non è solo pensiero, non solo realtà temporale limitata, ma anche sogno, fantasia, speranza: regni certamente inesistenti e impalpabili proprio come “fumo” che si alza dal nostro vivere di osteria, ma libero proprio come un volo di gabbiano che può raggiungere il cielo e volare molto alto, fino alla luna.

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Sergio Penco (Trieste 1943- 2009). Poeta raffinato e assai riservato amò essere lontano dai “salotti letterari” (o pseudo tali). Tra le sue raccolte di versi ricordiamo “Guadalajara” , Rebellato Editore , 1978; “Ballata dal Mary Celeste” Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione, 1998; “Ballate di Cane Nero”, Sciascia Editore,2002; “Con una rosa dei Venti tra i denti” ,Hammerle Editori, 2009. Tradotto in inglese, francese e sloveno, collaborò con testate giornalistiche locali firmando anche diverse trasmissioni radiofoniche per la sede regionale Rai. Nel 2009 è uscito postumo, in edizione limitata di 250 copie, il libro “Poesie inedite”, Franco Rosso Editoree lo scorso anno”Poesie”, Libreria Editrice San Marco.

Per una nuova stagionatura degli uomini nei versi di Giancarlo Zizola

copertina-libro-giancarlo-zizola-vivimediaAlla ricerca di un filo che annodi l’uomo, tormentato, dubbioso, impaurito, svogliatamente spavaldo, col taciuto desiderio di un mondo mitico per una mitologia dell’uomo lungamente e ininterrottamente sognato, giammai fantastico solo terribilmente umano, ecco la sognata renovatio, in quest’ultimo libro di Carlo G. Zizola (La neve e il tempo Casa Editrice el squero, Venezia, 2016). Una nuova Alba: “ L’alba apre squarci azzurri/per una nuova stagionatura degli uomini”. Il vivere presente non è che “dimora provvisoria” laddove “ i lampioni frugano/ come volessero portare in superficie/ un groviglio di cose incerte” (Dal vento che accarezza le colline). La scrittura di Zizola è scrittura matura, non regala nulla allo scontato, all’effetto, al coup de théâtre. Esigenza che viene dal profondo, dall’inconoscibile, dal misterioso magma che è proprio del ποιείν.Tutto si fa verso, la natura con le sue creature inanimate e animate e tra di esse l’uomo, mai artifex, mai giudice del suo destino, ma solo eterno viandante segnato dal perenne interrogarsi del suo cammino, del nostro cammino di uomini. Ma non è solo: “ e il cuore s’abbandona/a una strana selva/di gnomi e fate incorniciata/dal cristallo definitivo della luna” (Un bosco magico). Versi caratterizzati, a volte, persino da una vigoria gnomica. Il ritmo, nella mal celata veste prosastica, accompagna i versi dondolando immagini su immagini dove il lettore (se non è distratto) si lascia andare.

L’alba

Tra nuvole aureola di Dio
l’alba apre squarci azzurri
per una nuova stagionatura degli uomini,
ingravida il tempo l’attesa, illumina
bivacchi notturni e un silenzio eccitato
dal bagliore dei primi eventi.
Inevitabilmente, il giorno rotola
verso domande imbarazzanti,
strade bagnate e cortili sommersi
dai mozziconi delle nostre abitudini
motori arrugginiti e pensieri senza logica;
qualcuno, ancora carico d’ombra
chiede al primo sconosciuto che incontra,
come se avesse la risposta in faccia,
se capire ciò che sta nel cuore
sia cosa semplice.

Carlo G. Zizola (Giancarlo) è nato ad Asolo (Treviso) dove vive. Laureato in sociologia, da molti anni si occupa d’importanti eventi culturali. Tra le sue pubblicazioni in versi più recenti: “Per le strade” Edizioni del Leone, 2004; “Vortici” Edizioni del Leone, 2007 e il romanzo “Quando l’amore odia” Campanotto Editore, 2016. E’ in via di pubblicazione un prossimo libro di poesie.

Venticinque anni fa moriva Padre Turoldo. In “Luminoso vuoto” le sue ultime poesie i suoi ultimi scritti

[…] Descriver tutte le parti dolenti? Tutte le fasi di spasimo? Impossibile; e per di più imprevedibili. Sarà necessario abituarsi: come si faccia Dio solo lo sa. Non pensare, fingere di non pensare, di non sentire. Ad esempio, non è che mi sia assente la paura di impazzire. E’ così, ormai da mesi. Signore, abbi pietà di me”. Terribile e al tempo stesso meravigliosa testimonianza di cosa sia il dolore fisico, e non solo, in questo scritto ultimo di Padre Davide Maria Turoldo (morirà di cancro, pochi giorni dopo, nel febbraio del 1992). Raccolto e conservato gelosamente dall’amico e confratello padre Camillo de Piaz che così annota: “ Scritto una settimana prima di morire. Per se stesso”. E oggi pubblicato in un elegante volumetto (Davide Maria Turoldo Luminoso vuoto- Ultimi scritti Premessa, postfazione e antologia critica a cura di Giorgio Luzzi, Servitium Editrice (MI), 2016 pagine144, Euro 12,00). Si rende omaggio a Turoldo in occasione del centenario della nascita (1916/2016) e del venticinquesimo della scomparsa. Dirompenti questi ultimissimi suoi versi:

Gli altri scrivono di “altopiani”,
in forme stupende,
parlano con tutti…
sanno tutte le malizie della mente
le sante malizie,
sono dentro il grande fiume delle lettere,
del discorso umano:
e sono certo che hanno ragione.
Ma io non riesco, non riesco,
sono un maniaco di Dio.
E’ come se avessi la fronte un chiodo…

Turoldo, quindi, “maniaco di Dio”, ma non solo: “… egli era anche non molto meno, un maniaco del verso, del suono, del ritmo, una forte e assolutamente paritetica mano che batta sulla pelle del proprio tamburo a mandare segnali scivolanti, orizzontali, agli altri abitatori dell’altopiano a metterli in comunicazione tra loro”. (Luzzi). “Mettere in comunicazione gli abitatori dell’altopiano”, quasi un epitaffio dell’intera esistenza di quest’uomo, padre dei Servi di Maria e poeta. Ma chi è Padre Davide Maria Turoldo, nato in un paesino friulano (Coderno) il 22 novembre 1916 battezzato col nome di Giuseppe e per gli amici “Bepi il rosso” per via della fulva capigliatura? Un uomo robusto dagli occhi penetranti e dalla parola vigorosa, come pietra; combattivo, forte, pugnace. Originalissimo poeta, ma soprattutto prete “scomodo”: la scelta coraggiosa e difficile di prender parte personalmente alla Resistenza e poi scomodo per le sue improvvide (per taluni) omelie dal pulpito del Duomo della Milano degli anni ’60 che non gli risparmiò critiche feroci e attacchi violenti. Attacchi che non ebbero mai veramente fine. In Turoldo l’uomo e il poeta si fondono, sono tutt’uno. La sete dell’apostolato è sete costante, i suoi versi come semina, germinazione sicura. Non può, non sa trattenersi: è la luce della Fede che lo illumina verso un cammino che sa che non può essere altro che quello indicato dal Signore. Tutto ciò afferisce alla sfera teologico – metafisica: visione ed esperienza piena di Dio che non annienta la nostra personalità, ma la potenzia al grado supremo. Uomo tra gli uomini, sempre. Questo libro curato da Giorgio Luzzi non ci restituisce solo il Turoldo che conosciamo, attraverso un inedito mannello di “meditazioni liriche” e scritti in prosa oltre a un’ importante mini antologia di scritti critici a firma di importanti poeti e critici tra cui Ungaretti, Fortini, Giudici, Luzi, Porta, Zanzotto e ancora Bo, Guarracino, Ramat, ma anche un singolare, inaspettato scritto dal sapore di confessione. Turoldo, un mese prima di morire, sente il bisogno, l’urgenza di confessare, si potrebbe dire, “un peccato di gioventù”: aver dedicato una poesia a Mussolini. Si era nel 1934 e il poeta aveva solo diciotto anni. Scrive: “Ebbene, amici, cedo e rilascio per iscritto anche questo ricordo. Ce l’ho qui, da sempre, nella mente come una lucida ferita. Ero nato troppo presto per non subire; e il tempo della Libertà è venuto troppo tardi. Da ricordare che stavo ostaggio in seminario, e perciò non finirò mai di scusarmi e di confidare nel perdono. Per fortuna che, dopo, appena uscito e giunto a Milano, è cominciata subito l’altra storia: questa, che sto ancora vivendo. Dunque, anch’io ho cantato al Duce”. A seguire una breve lirica di diciassette versi. Turoldo chiede di essere perdonato. E Luzzi così scrive: “E’ la sua lucida ferita” tenuta segreta, almeno nel suo significato più profondo, per un’esistenza intera. […] …Vai in pace, David, noi tutti ti assolviamo, i tuoi versi all’”Uomo” sono persino belli”.

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In libreria: Il Fiore della poesia italiana dalle origini ai nostri giorni

copertina-il-fiore-della-poesia-giugno-2017-vivimediaSenza pretese di completezza ma con l’ambizione di avere scelto testi significativi e degni di rappresentare il magma della poesia contemporanea, offriamo al lettore il film della poesia italiana dal Duecento alla seconda metà del Novecento, e una istantanea degli ultimi anni, sperando che fungano da sprone ad approfondire la lettura, la conoscenza e soprattutto l’amore per la poesia” cosi Mauro Ferrari nel presentare questa voluminosa opera in due volumi (Il Fiore della poesia italiana. Tomo I: Otto secoli a cura di Vincenzo Guarracino; Tomo II: I contemporanei a cura di Mauro Ferrari, Vincenzo Guarracino, Emanuele Spano- Puntoacapo Editrice, Pasturana, Alessandria, 2016).

Nel primo volume, dal Duecento fino ai primi anni del 1900, ritroviamo un florilegio (è proprio il caso di dirlo) di testi molto noti, vere gemme della letteratura italiana, da Il cantico delle creature di san Francesco, a Tanto gentile e tanto onesta pare (è necessario che citi l’autore?), a Solo e pensoso di Petrarca, ma anche liriche di autori dimenticati come Jacopo da Lentini, Federico II, Giovanni Pontano, e poi via via fino a Ariosto, Tasso, ma anche Bembo, Metastasio, Parini, e ancora Manzoni, Leopardi, Carducci, Pascoli, D’annunzio e infine i grandi del “nostro Novecento” Ungaretti, Montale, Quasimodo, Pavese, Gatto, Pasolini, accanto a poeti quasi (ahimè) banditi del tutto dai testi scolatici come Scotellaro, Caproni, Roversi, fino a Turoldo, Luzi, Zanzotto. Anche il titolo stesso nel richiamo al Fiore si collega alla più nobile tradizione letteraria. Ricordiamo il caso di una traduzione in lingua toscana del XIV del “Roman de la Rose” di Guillaume de Lorris (1225/ 1240), pubblicata poi solo a fine ottocento con il titolo “Il fiore” di cui non si conosce l’autore ma che alcuni, come Gianfranco Contini, sostengo essere Dante Aligheri, anche se quest’attribuzione sembra alquanto improbabile. Importante notare che il fiore, rappresentazione allegorica dell’amore cortese nell’originale opera francese, nella traduzione è rivestito di un’intensa sensualità realistica borghese con spunti naturalistici. Ed è questo filo naturalistico-poetico che ritroviamo nel lavoro di Guarracino. Infatti, così scrive:

Così, nel fiore, nel mite segno dell’amore degli dèi per gli umani, si condensa la segreta domanda di comunione con la Natura, con il Creato, e il bisogno inconfessato di mirare al cuore, di stabilire un contatto più profondo ed essenziale con gli altri. […] Tutto questo, tutt’insieme, si significa, se di fiori s’intesse in sapiente variopinto assemblaggio una ghirlanda, e con traslazione di senso un’Antologia, una raccolta cioè di “fiori”, di scritti di raffinata perfezione e intensità. Così, nel termine Antologia, natura e arte condensano una conquista di bellezza e preziosità e vicendevolmente si illuminano nell’immagine di una miracolosa fioritura di testi, quale che sia la loro più o meno effimera durata. Qui pertanto, in maniera molto personale e niente affatto perentoria, si convocano e assemblano personalità, auctores nel senso più etimologico del termine, con l’unica pregiudiziale che la loro data di nascita sia entro il 1935, riservando ai nati oltre questo spartiacque un’eventuale, successiva esplorazione.”

Esplorazione che trova il suo compimento nel Tomo II curato non solo dallo stesso Vincenzo Guarracino e da Mauro Ferrari, ma anche da Emanuele Spano. Ritroviamo, quindi, testi di poeti nati rigorosamente dopo il 1935. Alcuni poeti sono poco conosciuti, ma la stragrande maggioranza è rappresentata da poeti assai noti come Giuseppe Conte, Maurizio, Cucchi, Cesare Damiani, Milo De Angelis, Dante Maffia, Valerio Magrelli, Guido Oldani, Plinio Perilli, Paolo Ruffilli, oltre agli stessi Vincenzo Guarracino, Mauro Ferrari e lo scrivente. Nel primo come nel secondo volume, ogni testo è introdotto da un’attenta analisi critica, lavoro, per i tre curatori, assai impegnativo trattandosi di otto secoli di poesia. Un’opera che non può mancare nella libreria di ognuno. Si avrà così il piacere di rileggere versi che ci furono assai cari (semmai relegati nei ricordi della nostra gioventù), ma si avrà modo anche di imbattersi in poeti ormai dimenticati o forse mai studiati, assieme a poeti contemporanei che silenziosamente, con onestà e pudore come si conviene a un vero poeta, coltivano questo fiore, la Poesia, che inebria non solo i sensi ma soprattutto l’animo di un profumo persistente. Basta solo volerne godere. 

Il ricordo di Antonio Donadio del prof. Giorgio Barberi Squarotti

Il caso ha voluto che ero alla scrivania e stavo scrivendo il consueto biglietto augurale per il prof. Giorgio Barberi Squarotti, quando mi è arrivata la triste notizia della sua scomparsa avvenuta proprio in quelle stesse ore. Avevo incontrato il professore l’ultima volta il 28 maggio del 2015, a casa sua, a Torino. Mi ricevette, come sempre, nel suo studio/salottino tra migliaia di libri e quadri alle parti. In quell’occasione era presente anche sua moglie, la signora Piera, già inferma. Scomparve, infatti, nell’agosto dello stesso anno. Fu per lui un dolore fortissimo, mi scrisse infatti: “… e anche se l’evento era previsto dopo il peggioramento di febbraio, non minore è lo strazio. E’ il vuoto dopo quasi sessant’anni di vita insieme” … e in una lettera di alcuni mesi dopo: “Dura, in me, il dolore per la perdita di Piera …” Non voglio parlare, in quest’occasione, del prof. universitario, poeta e critico letterario (mi riprometto di farlo in seguito), ma dell’uomo Giorgio Barberi Squarotti. Negli ultimi due anni c’eravamo sentiti spesso in occasione della preparazione del mio ultimo libro “Calcio d’autore”. Prodigo di consigli preziosi; generosissimo, mi regalò una sua lirica inedita, scritta in memoria del Grande Torino. Sempre gentile e cortese nei confronti di tutti, mai si negava a chiunque si rivolgesse a lui. Forse a volte fu anche troppo disponibile. Tanti poeti, giovani e meno giovani, si sono avvalsi di sue presentazioni e introduzioni. Non volli mai disturbarlo: erano sufficienti per me le lettere che ci scambiavamo. Preziosi i suoi consigli, i suoi complimenti: “Lavoro nella sua essenzialità perfetto…”, i suoi incoraggiamenti. Corrispondenza d’anni (circa trenta) sempre ritmata dagli immancabili auguri di Natale e di Pasqua. Nessuna e-mail, solo biglietti e lettere. Lettere caratterizzate sempre dall’immancabile suo scrivere “ E’ per Antonio Donadio”. Era il suo timbro. Nell’ultimo biglietto, in risposta ai miei auguri per l’anno nuovo, scriveva” “Auguro anche a Lei un sereno Natale di speranza e di fiducia e un anno operoso e fruttuoso”. Mi mancheranno molto queste sue lettere.

Il mio triste addio a lui con questi suoi versi per l’addio ai campioni del Grande Torino:

[ ]………l’applauso

che cancella i corpi e tutto il sogno eterno

che c’è stato dentro.

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In libreria la poesia degli ultimi venticinque anni

passione-poesia-copertina-marzo-2017-vivimediaQuale lo “stato di salute” della Poesia Italiana degli ultimi venticinque anni? Quali i poeti e i versi più rappresentativi? A queste due domande tende di dare risposta l’interessante e corposo volume Passione Poesia – Letture di poesia contemporanea (1990-2015), a cura di Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo, Nino Iacovella, pp 380, Euro 20.00 Ed. CFR, Milano, 2016. Luigi Cannillo nell’introduzione sottolinea che “ Passione Poesia riguarda testi poetici come specchio di un’intera raccolta, o rappresentativi di un autore, di una poetica, accompagnati da note di presentazione agili e allo stesso approfondite nelle quali i diversi saggisti, dopo avere scelto autore e testo, si augurano di poter trasmettere a un pubblico ampio e diversificato curiosità e interesse per la poesia”.

Insomma un libro che non è una delle solite antologie che “infestano” il mercato, (centinaia le pubblicazioni ma inesistenti, o quasi, le vendite). Passione Poesia vuole documentare la vitalità della poesia degli ultimi venticinque anni, (1990/2015) ospitando versi di grandissimi poeti non più viventi come Mario Luzi, Andrea Zanzotto, Luciano Erba, Roberto Roversi, Giovanni Giudici, Franco Fortini e d’importanti poeti contemporanei quali Giuseppe Conte, Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Claudio Damiani, Valerio Magrelli, Dante Maffia, Plinio Perilli. A firmare le recensioni, sovente veri mini saggi, sono critici che spesso sono anch’essi poeti come Giancarlo Pontiggia, Vincenzo Guarracino, Ottavio Rossani, Maria Lenti, Luigi Cannillo e lo stesso scrivente che firma “L’epifania del poeta come scriba” su una lirica di Mario Luzi. Un’occasione, quindi, da non lasciarsi sfuggire per coloro i quali vogliono “saperne” un po’ di più della Poesia (con la P maiuscola) tanto bistrattata oggi da essere confusa spesso da taluni con “lo scrivere andando ogni tanto a capo rigo”.

Cenni sulla Poetica di Alfonso Gatto “il glauco dai grandi occhi lunari …” a 40 anni dalla scomparsa

L’opera poetica di Alfonso Gatto “ il glauco dai grandi occhi lunari …” (Augusto Hermet, 1937) copre un periodo che va dagli anni ’30, nascita dell’ermetismo, fino alla metà degli anni settanta, passando attraverso l’esperienza dolorosa e fondamentale della Resistenza.

Nel 1932 esce a Napoli il suo primo libro di versi “Isola” con giudizi molto positivi sia di Ungaretti sia di Montale. Il giovane poeta salernitano ha solo 23 anni. E’ un Gatto ermetico, ma di un ermetismo molto originale: la coscienza critica svetta e s’impone come cifra inalienabile. Coscienza che convive e lotta osmoticamente con la meraviglia dell’esistere in assonanza, ora armonica ora conflittuale, con l’empirica testimonianza dei sensi. Nell’opera poetica di Gatto appaiono, oltre a talune appartenenze: dall’insostituibile Leopardi, alla sofferenza interiore del primo Ungaretti, anche riflessi del suo grande corregionale Salvatore Di Giacomo, esponente fondamentale della lirica meridionale, e del divertente, a volte “irriverente”, Vincenzo Cardarelli. Anche Gatto, infatti, amò, accanto all’asciutto linguaggio ermetico, la poesia dalle rime facili, dal gusto burattinesco da vecchia filastrocca, atavica testimonianza delle storie fantastiche della nobile novellistica meridionale del Basile fino alle libere contaminazioni personali di eserciti di mamme meridionali legate ai loro figli come alla loro terra. Ben presto, come tanti intellettuali meridionali prima e dopo di lui, il poeta emigra a Milano ove entra in contatto con gli ambienti artistici lombardi. Il suo dichiarato antifascismo, il suo comunismo “romantico”, lo porterà nel 1936 a essere rinchiuso nel carcere di San Vittore per circa sei mesi. Il tempo, poi, della guerra, della Resistenza. Con “La storia delle vittime”1966 (Premio Viareggio), Gatto con slancio e passionalità conduce il lettore nei dolori di quegli anni con struggente vis poetica tesa al recupero di una realtà sofferente, ma terribilmente vera. Per lui lo spiritualismo e il populismo nell’” umile accordo di voci e parole”, si allineano perfettamente per cercata, difficile ascesi dell’umano nell’esistere quotidiano.Sofferenze mai dimenticate pur se con “ La forza degli occhi” 1954, sembra che l’inventio poetica si stacchi dalle esperienze precedenti per divenire sicura arma di speranza, mai doma e fortemente sentita, alla luce di migliori prospettive di futuro; lontano ormai dalle angolose strutture ermetiche attraverso un linguaggio che perfettamente si adegua all’estro del fantastico, del semplice bozzetto: “ Le ragazze moderne/ Non sono eterne./ Oh, che bella novità/ ma danno fresco alla città” (Canzonetta). Un altro libro fondamentale e tra i più belli di Gatto è “Osteria flegrea” (1962) che ha la morte come tema. La figura materna si erge come figura centrale del libro in cui meditazione e sentimento trovano un perfetto idilliaco equilibrio. Equilibrio tra vita e poesia come testimoniato dall’epitaffio di Eugenio Montale posto sulla sua “pietra tombale” presso il cimitero di Salerno dove il poeta riposa a seguito di un incidente d’auto che lo uccise all’età di 67 anni: “ Ad Alfonso Gatto/ per cui vita e poesia/ furono un’unica testimonianza/ d’amore”.

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Antonio Donadio e Alfonso Vitale alla Biblioteca Centrale di Milano

da sinistra: Gotti, Rossani, Donadio, Vitale

da sinistra: Gotti, Rossani, Donadio, Vitale

MILANO. Antonio Donadio ancora una volta ospite della Biblioteca Centrale di Milano per la presentazione di un suo libro. Già ospite nel 2012 con “Riscrittura in versi di 247 aforismi di Tagore, Edizioni Paoline”, Donadio, il 13 novembre ha presentato presso Palazzo Sormani, sede della Biblioteca, nell’incantevole Sala del Grechetto dalle pareti interamente ornate da pannelli seicenteschi di G.B. Castiglione (il Grechetto), il suo ”La vita al quadrato – Sulla poetica di Mario Luzi”, LietoColle, 2014 già presentato presso il Comune di Cava a dicembre dello scorso anno.
Relatore è stato il prof. Ottavio Rossani, critico letterario del Corriere della Sera.
Le letture sono state affidate alla voce dell’attrice dr.ssa Lia Gotti.
Presentazione che ha visto partecipe anche il prof Alfonso Vitale che ha offerto a corredo del libro di Antonio Donadio e in omaggio a Mario Luzi nel centenario della nascita, una sua opera litografica a tiratura limitata.
Piena riuscita della serata sia  per pubblico sia  per vivo interesse mostrato.

Nelle città delle fiabe

Una rubrica che si occupa di Poesia non può non parlare della Poesia per eccellenza, quella del mondo fantastico delle fiabe. Un viaggio coniugato col viaggio reale dove le fiabe hanno avuto origine: da mondi leggendari, ma anche da storie realmente accadute.
Plauso allo scrittore Emanuele Roncalli che si è proposto un simile meritorio, e difficile, progetto: Le città delle fiabe -Viaggi in Europa nei luoghi della letteratura per l’infanzia- Morellini Editore 2015. Questo libro vuole essere un tuffo nell’origine e nella storia delle fiabe.
Si scoprirà che Biancaneve è realmente esistita come pure i sette nani. E così Alice … Un lungo itinerario che fa tappa nei paesi di tutta Europa fra parchi, esposizioni, monumenti legati ai personaggi delle fiabe: Danimarca (La sirenetta, Il brutto anatroccolo), la Francia di Perrault (Il gatto con gli stivali, La bella addormentata), la Germania dei Grimm (Cappuccetto rosso, Biancaneve e i sette nani, Il barone di Munchausen), L’ Irlanda e il suo Gulliver, Il Regno Unito con Alice, La Svizzera con la “ecologista” Heidi. E come non sfogliare subito le pagine che parlano dell’Italia e in particolare di Pinocchio? Il suo papà letterario noto come Collodi (nome mutuato dal paese di origine) si chiamava Carlo Lorenzini. Il cuore e la culla di Collodi è il Parco Pinocchio, complesso monumentale per celebrare il personaggio letterario più amato al mondo.
Entrare in questo parco è come ripercorrere le fantastiche avventure di Pinocchio. Mosaici, sculture tra cui due opere a firma di due grandi artisti, Emilio Greco e Venturino Venturi. Un pittore noto anche per i quattordici piccoli tondi dipinti per altrettante stazioni della Via Crucis per la Pasqua del 1999 su invito di Giovanni Paolo
II con testo del poeta Mario Luzi. Roncalli sottolinea che tante sono le testimonianze d’arte in omaggio a Pinocchio disseminate in tutta Italia. Ricordiamo anche il Parco Pinocchio a Salerno con opera del pittore e scultore Antonio Petti. Un Pinocchio che sembra interagire con quanti, grandi e piccini, quotidianamente si aggirano nell’odoroso fiabesco giardino. E Biancaneve? Realmente vissuta.
Siamo nel 1500 ed era la contessina Margarethe von Waldeck di Bad Wildungen. E i sette nani? Anch’essi vissuti; solo che non erano nani ma bambini che lavoravano (ahimè!) nelle miniere di bronzo di proprietà della famiglia della contessina. Così piccoli che parevano nani, e per proteggersi portavano un cappuccio simile a quello di cui ci parlano i fratelli Grimm nella celebre fiaba.
L’epilogo reale fu una morte violenta per la contessina a soli 21 anni. La fiaba, invece, ci regala una Biancaneve felice e contenta accanto al suo principe azzurro.
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Emanuele Roncalli è giornalista e scrittore. Autore di testi in ambito turistico, vanta collaborazioni con enti e testate giornaliste. Ha firmato anche libri a carattere religioso e per l’infanzia. 

L’ETA’ DELLA PAURA MERAVIGLIOSA nella lirica di Rodolfo Vettorello

Un vetro verde di bottiglia

Erano gli anni che si andava, a notte,
lungo le strade di periferia,
in cerca di un superstite locale.
Un po’ di vino rosso nel bicchiere
al tavolino di quell’osteria,
per fare l’alba. Poi di corsa a casa,
dormire un’ora, poi di nuovo:
                                       via!
Erano gli anni della timidezza,
la malattia che fa tremare il cuore
per il terrore folle di sbagliare.
Tenersi lungamente per la mano
al lume di una lampada discreta,
farsi coraggio,
                    col versare piano
un ultimo bicchiere e quella voglia
di bermela con gli occhi,
                                 lei che amo,
traverso un vetro verde di bottiglia.

Rodolfo Vettorello
da “In ripetuti soffi” – Poesie- Rhegium Julii (RC) 2014

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Strada di periferia. E’ una notte di tanti anni fa. Il poeta è in cerca di un locale ancora aperto, superstite, per fare l’alba. Turbinio di stati d’animo che vengono dettati da una strana malattia, la timidezza tipica della giovinezza Erano gli anni della timidezza/ la malattia che fa tremare il cuore /per il terrore folle di sbagliare”. Anni giovanili vissuti in un paese come tanti altri dove le ore con passo lento vengono scandite da incontri al bar o all’osteria. Un incontro d’amore al lume di una lampada discreta davanti ad una bottiglia di vino rosso. Si cerca coraggio anche nel semplice atto del versare (ma piano) del vino per l’ultimo bicchiere. Ma la sete è di ben altra natura! Bermela con gli occhi. Eccolo, sembra vederlo il volto dell’amata traverso un vetro verde di bottiglia.” Simboli di un qualcosa d’irripetibile: la giovinezza. Fragile e che pretende particolare attenzione come vetro; verde bottiglia come età trasparente fatta d’impalpabili sogni, attese emozioni. E’ l’età della paura meravigliosa. Poesia godibilissima impreziosita – nel suo apparente andare prosastico- qua e là da un gioco di rime: periferia v2/ osteria v 5 con richiamo assonante al verso ottavo: via; intreccio di rime al mezzo: cuore v 10 / terrore v 11, tremare v 10/ sbagliare v 11; pregevole l’allitterazione (vv.12/13) delle lettere N e M unite alle vocali E e A: TeNErsi lungAMENte per la MAno/ al luME di uNA lAMpada; rime: mano v 12/ piano v 15 in assonanza con amo v 18 e, in chiusa finale, una rima esemplificativa dell’intera lirica: voglia v 16 / bottiglia v 19.

Rodolfo Vettorello. Nato a Castelbardo (PD) nel 1937. Laureato in architettura al Politecnico di Milano ha operato nel settore pubblico e poi nella libera professione. Presidente o membro di giuria di diversi premi letterari. Ha al suo attivo circa venti volumi di poesia che gli sono valsi premi e riconoscimenti tra cui il “Premio G. Trisolini 2012” per la raccolta “In ripetuti soffi” da cui è tratta la poesia in oggetto.