PoesiadelNovecento – I Contemporanei

Poesie di poeti noti e meno noti del panorama letterario italiano … di Antonio Donadio

 

Regaliamoci un sorriso targato Stefano Benni

E’ piacevole, a volte, scegliere a caso un libro fra migliaia di titoli e, semmai dopo anni, sfogliarlo, rileggerlo. E così, senza essere spinto da motivazioni culturali, da ricerche o approfondimenti più o meno professionali, ma solo per concedermi un momento di otium, l’altro giorno, ho ripreso in mano un vecchio libro di Stefano Benni “ Ballate”. In tempi certamente non facili, giorni macchiati da indicibili storie di morte e sopraffazione, ingiustizie e dolori immensi, istintivamente, ho cercato, forse un sorriso lenitivo. Una poesia che voglio condividere con i lettori e che inquadra umoristicamente la condizione di una coppia di coniugi durane il corso degli anni. Le piccole cose, è un po’ più lunga di quelle che normalmente scelgo, ma ne vale la pena. 

Le piccole cose

Le piccole cose
che amo di te
quel tuo sorriso
un po’ lontano
il gesto lento della mano
con cui mi accarezzi i capelli
e dici: vorrei
averli anch’io così belli
e io dico: caro
sei un po’ matto
e a letto svegliarsi
col tuo respiro vicino
e sul comodino
il giornale della sera
la tua caffettiera
che canta, in cucina
l’odore di pipa
che fumi la mattina
il tuo profumo
un po’ blasé
il tuo buffo gilet
le piccole cose
che amo di te

Quel tuo sorriso
strano
il gesto continuo della mano
con cui mi tocchi i capelli
e ripeti: vorrei
averli anch’io così belli
e io dico: caro
me l’hai già detto
e a letto sveglia
sentendo il tuo respiro
un po’ affannato
e sul comodino
il bicarbonato
la tua caffettiera
che sibila in cucina
l’odore di pipa
anche la mattina
il tuo profumo
un po’ demodé
le piccole cose
che amo di te

Quel tuo sorriso beota
la mania idiota
di tirarmi i capelli
e dici: vorrei
averli anch’io così belli
e ti dico: cretino,
comprati un parrucchino!
E a letto stare sveglia
e sentirti russare
e sul comodino
un tuo calzino
e la tua caffettiera
che é esplosa
finalmente, in cucina!
La pipa che impesta
fin dalla mattina
il tuo profumo
di scimpanzé
quell’orrendo gilet
le piccole cose
che amo di te.

(da Stefano Benni Ballate I canguri/Feltrinelli 1991)

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Tralascio, questa volta, la consueta rapida analisi del testo. Mi limiterò solo a sottolineare che Benni richiama, umoristicamente, atmosfere gozzaniane, ma soprattutto fa il verso alle belle (non tutte) poesie di Prevert tanto amate da “romantici” giovani degli anni 60 e richiama alla mente i fidanzatini di Peynet.

Stefano Benni, umorista, scrittore, autore teatrale, poeta.Autore dallo stile inconfondibile che nella sua spiccata e forte satira alla società – nel 2015 rifiutò il Premio De Sica, in protesta contro i tagli alla cultura e alla scuola attuati dal Governo di Matteo Renzi- spazia da “richiami dotti” a neologismi a originali calembour. Tra i romanzi e raccolte di racconti, citiamo:Terra!, Feltrinelli, 1983;La Compagnia dei Celestini, Feltrinelli, 1992. Prendiluna, Feltrinelli, 2017; Bar Sport, Mondadori, 1976; La tribù di Moro Seduto, Mondadori, 1977; Il bar sotto il mare, Feltrinelli, 1987.Cari mostri, Feltrinelli, 2015.Tra le raccolte di poesie: Prima o poi l’amore arriva, Feltrinelli, 1981;Ballate, Feltrinelli, 1991.

Da leggersi: Il moto delle cose (Mondadori, 2017) di Giancarlo Pontiggia

Più che il valore magico della parola poetica, la magia è nella parola. Quando la parola effettivamente trova e ritrova questa immedesimazione con la cosa, questa identificazione e non è più una cifra, o un segno convenzionale, ma è finalmente la parola, che significa la Cosa che veramente significa e che veramente la fa nascere, la fa nascere dal pensiero”. Così, Mario Luzi. E Giancarlo Pontiggia nel suo ultimo libro “ Il moto delle cose”: “ un libro che stai leggendo/ da troppo tempo, ormai, senti/ che i nomi si sgretolano, uno per uno, ostinati, / in polvere di suoni e di niente, e implori/ / un senso/ unico, forte, uno/ stupefacente prodigio che illumini/il buio, intediato, della mente,/la tua,” (Vita, ma cos’è la vita. E cos’è il fiele)”. Al centro del libro il rapporto fra la nominazione della parola e la Cosa, incomprensibile e misteriosa. L’unico vero accento che possa dar forza vitale alla conoscenza. Non alchimie orchestrate dalla volontà del dire al fine sterile o finalizzato a priori ma ricerca scevra da qualsiasi condizionamento estetico o letterario fino al limite del “segreto” che sembra scaturire e poi dissolversi ogni volta che il poeta principia il cominciamento della vera discoperta. Libro di grande interesse che ti prende e ti coinvolge o meglio sconvolge, fino a dettare il respiro stesso in un crescendo che diviene il Tuo credo al limite dello stesso tuo desiderio, inconsapevole nell’essere coinvolto, assieme al poeta, assieme a questi suoi versi, verso il cominciamento non della nominazione delle cose, ma della Cosa, la prima e assoluta. Nessun surrogato o interpretazioni, neppure artistiche ma Essa, l’unica. Ecco il fine: piena graduale conoscenza del nascituro che si snoda incessantemente lungo il fluire degli anni. Anni che nulla disvelano a chi non sa cercare a chi non vuol ascoltare e capire. E’ una nuova nascita, o meglio, un’ultima e totale renovatio.

E nascemmo

E nascemmo
alla vita che già c’era.
Le cose
c’erano, le tante, le inaudite
cose, di cui c’invaghimmo
a poco a poco.
E noi guardavamo
l’aria che luceva
e piove e nevi
e soli che stagnavano, tiepidi,
nelle mattine troppo
quiete.

E guardammo, un giorno, i nomi
le parole prime, scure
che dicono sì o no, che oscillano
tra le cose

(da Il moto delle cose, Mondadori 2017)

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La consapevolezza di chi da nuovo giunto si aggiunge ad altre vite “alla vita che già c’era” fatta di tante cose di cui mai si era udito parlare (inaudite) come accettazione dell’essere catapultato in un mondo costruito da altri (di cui le cose son pietre d’angolo) che valga per tutti, anche per chi non ebbe modi e tempi per farne, ancora, parte. Ma il vivere quotidiano è lì e non ammette tentennamenti, né indugi; e il vivere si fa accettazione “ guardavamo/ l’aria che luceva…nelle mattine troppo/quiete”. Ma la vera conoscenza, la vera vita, avviene nella scoperta, la consapevolezza, unica ed insopprimibile della Parola/Cosa che apre monti che affermano e negano nella affannoso oscillare “tra le cose”. Versi questi di una cifra esemplare scandita da un ritmo limpido, lineare, laddove serpeggia sottile l’impalpabile linea di una classicità che da remota si fa presente, di una presenza consapevolmente calata nella contemporaneità. Elegante, di un’eleganza quasi schiva, desiderosa di nascondersi per un anelito di unicità nel divenire poieis: “E piove e nevi/e soli ” l’iterazione della congiunzione “e” sapientemente legata a gruppi consonantici dalle medesime tre vocali: “i, o, e “modulati armoniosamente in un gioco ritmico magistrale.

Giancarlo Pontiggia, docente di materie letterarie presso un liceo milanese. è poetacritico letterario, scrittore, traduttore. Presenza primaria in riviste letterarie e prestigiose antologie. Tra i suoi libri di versi: Con parole remote, Guanda, 1998 (Premio Montale), Bosco del tempo, Guanda, 2005 e il recente Il moto delle cose, Mondadori, 2017.

Da rileggersi: Il disperso di Maurizio Cucchi (1976) ristampato da Guanda

Nel 1976 esce “Il disperso” (Lo Specchio, Mondadori) a firma di un giovane poeta milanese Maurizio Cucchi. Testo che immediatamente consacra l’allora trentenne poeta tra le voci più interessanti e importanti del secondo novecento. Cosi scrive Giovanni Raboni in quarta di copertina: “Fedele ai propri temi sino all’ossessione, Cucchi ci dà con Il disperso, oltre che uno dei più sicuri libri di poesia di questi anni, un vero romanzo milanese, un repertorio di “disegni” urbani e suburbani….” A distanza di più di quarant’anni, nella recente ristampa (Tascabili Guanda Poesia, 2018) il poeta Valerio Magrelli riafferma l’assunto Raboniano:“Lenticolare e concentrica, la forza del Disperso rimane a tutt’oggi esemplare, nella sua intatta capacità di tradurre la fibrillazione psichica in parola poetica”. Oltre che “un vero romanzo milanese”, “Il disperso” appare come una recitazione in versi per una rappresentazione teatrale in cui il poeta è simultaneamente attore, regista e spettatore. Il lettore è catapultato, assieme allo stesso autore, su un palcoscenico che è sì la Milano di un tempo, ma la forza della traslitterazione poetica opera il miracolo: la vecchia Milano è lì, ancora viva, la si sente come cosa che appartiene a tutti per un’attualità atemporale. Cristallizzare il dato reale (e con esso i personaggi coinvolti) e nello stesso tempo regalargli il respiro dell’eternità. “Monte Sinai” è testo esemplificativo della vis poetica di Cucchi: attraverso una cifra stilistica volontariamente lontana da atmosfere liriche codificate, il poeta delinea un “idillio amoroso” tra due giovanissimi con un lessico “comune”, privo di letterarietà, ma con la forza del vero e dell’immediato regalando al lettore, come detto, la sensazione di essere lì accanto ai due innamorati. Al richiamo del prete (“ cosa fate/voi due alla vostra età,/lì seduti nel prato. E poi è proprietà privata”) nell’ingenuo e timido stupore (C’era davvero da sprofondarsi? O piuttosto da ridere e incavolarsi?) traspare il dubbio misto a ribellione, nel chiedersi delle norme del buon vivere (borghese) per un innocente rendez vous su un prato cittadino (“ma guarda tu,/che razza di imbecille. Si stava lì tranquilli. Chi faceva/ niente di male?...). Nel Disperso, oggi riproposto da Guanda con piccole variazioni rispetto alla prima edizione, la Milano di un tempo remoto si ritrova come un incantesimo ancora tutto da scoprirsi e viversi. 

Monte Sinai

Non dico di no, un pochino, magari,
ci avevo anche pensato (ma, in fondo,
ero talmente poco sveglio…). Ma, poi, alla vista lassù in cima
di quel prete nero, mani sui fianchi, sguardo fiero (“ cosa fate
voi due alla vostra età,
lì seduti nel prato. E poi è proprietà privata”).
C’era davvero da sprofondarsi? O piuttosto
da ridere e incavolarsi? Resta il fatto che borbottando
ci siamo messi in tasca io e lei i nostri fazzoletti
e siamo scesi giù. E ancora non sapendo dove andare (“ ma guarda tu,
che razza di imbecille. Si stava lì tranquilli. Chi faceva
niente di male?…”)

(da Il disperso, Mondadori , 1976)copertina-libro-cucchi-poesia-del-novecento-vivimedia

A questo libro – alla sua prima edizione – è legato un aneddoto deplorevole: nel 2011 ne trovai una copia tra un cumulo di cartacce destinate alla discarica proveniente da una Biblioteca Comunale di un paese bergamasco con adesivo e timbri resi quasi illeggibili. In seguito Maurizio Cucchi ,simpaticamente, sottolineò “questo mio salvataggio”. C’è da chiedersi come sia possibile che ci siano Biblioteche Civiche che periodicamente scartino libri anche d’indubbio valore. E’ di pochi giorni la notizia che a Cerveteri, il giovane sceneggiatore Igor Artibani tra un mucchio di libri che giacevano buttati (da un anonimo “lettore?”) accanto ad un cassonetto per la raccolta degli abiti usati, ha ritrovato una preziosa prima edizione de Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, classico tra i più importanti della nostra letteratura.

Le foto: Copertina della prima edizione ritrovata e “ringraziamento “ per il salvataggio.

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Maurizio Cucchi (poeta, critico letterario, traduttore), voce tra le più autorevoli del panorama letterario italiano. Oltre a Il disperso (1976) citiamo: Le meraviglie dell’acqua (1980); Glenn (1982) Premio Viareggio; Poesia della fonte (1993)  Premio Montale; L’ultimo viaggio di Glenn (1999);  Per un secondo o un secolo (2003); Malaspina (2013) Premio Bagutta. Tra i romanzi: Il male è nelle cose 2005; La traversata di Milano 2007; L’indifferenza dell’assassino (2012). Curatela de Dizionario della poesia italiana (1983) e 1990) e, con Stefano Giovanardi, l‘antologia Poeti italiani del secondo Novecento ( I MeridianiMondadori, ( 1998).

I giardini della Minerva di Salerno

Fra i dieci parchi più belli d’Italia 2018, nei versi di Ferdinando Dello Iacono.


Invito a far un “viaggio”. Forse non è un andar troppo lontano o forse sì. E’ un piccolo viaggio “sull’erta ai giardini di Minerva”: è da lassù che si vede l’infinito, e oltre. Iperbole? Forse solo forza dell’immaginazione, forza degli occhi del poeta che ci fa da cicerone. Non è una diminutio delle ebbrezze naturalistiche e paesaggistiche che in questa parte alta di Salerno si possono ammirare, è solo l’incipit di un viaggio reale, ma soprattutto di un viaggio che senti nascere dentro. E allora ben venga l’invito del poeta … 

Aperture

Ho salito fin lassù sull’erta
ai giardini della Minerva
fra gli afrori dell’erbe
che un silvatico dalla barba bianca
sistemò nell’orto romito dell’eremo.

Mi s’aprirono costiere
e l’immenso orizzonte di falce
protetto dalla tramontana
le agavi favoriva e le zagare
fra tetti mediterranei e solari.

Ferdinando Dello Iacono 

( da Di/visioni d’amore – Liriche dell’età levante, Palladio (SA) dic. 2012) 

Due strofe lapidarie di cinque versi ciascuna. Il poeta sale “fin lassù sull’erta/ai giardini della Minerva”, regno botanico millenario. “Rivede” l’antico maestro Matteo Silvatico (“un silvatico dalla barba bianca”) che nel 1300 volle su quell’erta istituire un Giardino Botanico primo esempio di orti botanici d’Europa. Da notare: oltre alla confacente assonanza erta/Minerva (I / II verso), l’iterazione al verso V della r e relativi gruppi sillabici (orto romito eremo) che conferiscono musicalmente un suono “chiuso” a suggerire l’immagine dell’uomo raccolto intensamente nel suo ruolo di scienziato, come rapito dalla natura e i suoi effluvi. Quasi atmosfera di un laico San Girolamo penitente. Ma ecco che nella seconda strofa i versi s’illuminano: è la luce della costiere o meglio delle “costiere” (quella amalfitana e quella che da Salerno si spinge fino a Paestum ), è“l’immenso orizzontedi falce”. Apoteosi del regno vegetale che incornicia questa parte di terra fortunata inglobando in essa in un vortice di vento ( “tramontana”) i segni dell’uomo (tetti mediterranei e solari) che divenuti un unicum con il tutto vanno a proiettarsi verso l’infinito.

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Ferdinando Dello Iacono, nato a Palma Campania nel 1944, ma salernitano d’adozione. Poeta, stimato da alcuni grandi poeti del ‘900 come Alfonso Gatto e Salvatore Quasimodo, è anche saggista e autore teatrale Tra le sue pubblicazioni, ricordiamo: Costiere, liriche dell’età calante (2012); Di/visioni d’amore, liriche dell’età levante (2012); Genialità & Scalogna. L’eterno di Napoli. Elegia per Sansevero (2013); Salvia. Un paese in esilio. Canto per Passannante (2013) e il recente saggio Al mio Leopardi detto Giacomo Taldegordo Francesco Salesio Saverio Pietro (2017)

Il fugace eterno attimo di gioia per un goal nei versi dell’indimenticabile Luigi Amendola

Quando due anni fa pubblicai il libro: Calcio d’autore da Umberto Saba a Gianni Brera: il football degli scrittori, Postfazione di Alessandro Bonan, Editrice La Scuola, 2016 (vedasi Vivimedia del 29 novembre 2016 servizio di Paola Valle ndr) dovetti, seppure a malincuore, operare una scrupolosa selezione. Avrei voluto inserire questa o quella poesia, ma la fedeltà tematica m’imponeva tagli ed esclusioni. Eppure vi era una poesia che avrei voluto assolutamente pubblicare, ma non mi fu possibile ritrovarla, confusa nel mare magnum di libri su libri, di fogli su fogli. E proprio in questi giorni dei Mondiali di Russia, orfani della nostra Nazionale, che inaspettatamente l’ho ritrovata: 

ed eccomi sul campetto
illuminato a giorno,
una serata illune, a driblare
portiere e numero sette
ch’è arduo vincere e gioire.
Ma intanto stasera godo
questo goal segnato
e questa brezza mite,
la stretta dei compagni
a portiere battuto,
il cielo di stelle e marzapane …

                          Luigi Amendola

Premio Badia, 15 ottobre 1994,  da sx LUIGI AMENDOLA, Antonio Donadio, Gianna Schelotto

Premio Badia, 15 ottobre 1994, da sinistra LUIGI AMENDOLA, Antonio Donadio, Gianna Schelotto

E’ una poesia “chiara”, di quel chiarore che si nutre di un’intima luce, quella propria dei poeti. Riflette l’attimo fugace ed eterno dopo una segnatura, un goal, in una partita giocata tra ragazzi “sul campetto /illuminato a giorno”, ma in una serata senza luna (“illune”)! Uno di quei campetti di periferia tipici degli anni sessanta e cosi cari a Pier Paolo Pasolini. Mi sarebbe piaciuto affiancarla a una poesia di Antonio Porta, (questa pubblicata), in cui regna un’identica atmosfera. Versi velati di un’inconsapevole malinconia (“arduo vincere e gioire”): un’altra crudele notte avrebbe avvolto i due poeti, scomparsi prematuramente.

Luigi Amendola, poeta e scrittore raffinato, morì nel 1997 a soli quarantasei anni. Era un amico, un caro amico. C’eravamo conosciuti a Roma presso il Centro Internazionale Eugenio Montale diretto da Maria Luisa Spaziani, frequentando alcuni dei più importanti poeti del primo novecento Mario Luzi, Giorgio Caproni, Luciano Erba, Andrea Zanzotto e anche un giovanissimo Valerio Magrelli. Fu per me un prezioso regalo essere suo amico. Ricordo di una sera in cui fui ospite a casa sua. Ci conoscevamo da poco eppure volle che mi fermassi a dormire, così spontaneamente. Dopo cena c’intrattenemmo a lungo a parlare, mi lesse anche alcune sue poesie: tra esse, questa, ritrovata in questi giorni. Scusami caro Luigi, per questa mia mancanza. A Luigi Amendola è legato anche il nostro Premio Badia. Nell’edizione del 1994, fu nella cinquina degli autori finalisti con il libro Carteggio del rancore (Mancosu Editore, 1993). Ricordo la sua gioia nel dialogare con gli alunni, la nostra passeggiata sotto i portici e la sua meraviglia: ” sembra di stare a Bologna”. Mi aveva promesso che sarebbe ritornato, semmai con un nuovo libro, …

Rileggiamo come Mario Luzi “commentò” il ritrovamento del corpo di Aldo Moro in quel funesto 9 maggio di quarant’anni fa

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A inizio maggio di quarant’anni fa, il corpo di Aldo Moro fu fatto ritrovare nel cofano di una Renault 4 parcheggiata in via Gaetani a Roma. Era il terribile epilogo del sequestro del presidente della Democrazia Cristiana iniziato, ad opera delle Brigate Rosse, 55 giorni prima con l’eccidio dei cinque poliziotti che ne formavano la scorta. All’indomani di quel funesto 9 maggio 1978, Mario Luzi compose quella che è, a parer mio, un’esemplare, illuminata testimonianza non solo di quanto orrenda possa essere la ferocia umana (“Acciambellato in quella sconcia stiva,/ crivellato da quei colpi”), ma anche di quello che era in quegli anni, il “gioco politico” di cui Moro fu figura preminente, insostituibile (“il capo di cinque governi, /punto fisso o stratega di almeno dieci altri,/ la mente fina, il maestro/ sottile /di metodica pazienza”) ridotto ora aquell’abbosciato/sacco di già oscura carne”. Nella seconda strofa, (rigorosamente, suddivisa dalla prima), Luzi sprona se stesso – e noi lettori- al compito di cercare la verità, solo apparentemente palese, su quanto è accaduto (“o ben dentro l’occhio/ di una qualche silenziosa lungimiranza- quale?”). Consapevoli che è cammino impervio e difficile ritrovare in noi l’oculata perspicacia (“silenziosa lungimiranza”) che porterebbe a capire il perché dell’omicidio Moro, della sua scorta e anche di quegli anni di morte e terrore. Ma un super ostacolo si frappone in questa impervia ricerca (“non lascia tempo di avvistarla/ la super inseguita gibigianna”.): quel riverbero di luce (la gibigianna”),che, metaforicamente, abbaglia e impedisce di accedere distintamente alla verità. 

Acciambellato in quella sconcia stiva,
crivellato da
quei colpi, è lui, il capo di cinque governi,
punto fisso o stratega di almeno dieci altri.
la mente fina, il maestro
sottile
di metodica pazienza, esempio
vero di essa
anche spiritualmente: lui –
come negarlo? – quell’abbosciato
sacco di già oscura carne

fuori da ogni possibile rispondenza
col suo passato
e con i suoi disegni, fuori atrocemente-
o ben dentro l’occhio
di una qualche silenziosa lungimiranza- quale?
non lascia tempo di avvistarla
la super inseguita gibigianna.
 

Mario Luzi

(da  Per il battesimo dei nostri frammenti, Garzanti, marzo 1985)

“POESIA” mensile fondato e diretto da Nicola Crocetti compie 30 anni. In edicola un numero speciale: “La nostra storia in versi”

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Poesia”, mensile internazionale di cultura poetica, Fondazione Poesia Onlus, compie trent’anni. Trentennale festeggiato con un numero speciale: “30 anni. La nostra storia in versi”. Scrive il poeta e traduttore Nicola Crocetti, ideatore ed anima di quest’ importante mensile, voce autorevole nel panorama poetico internazionale: ”Trent’anni fa, quando nacque “Poesia”, nessuno avrebbe scommesso, non diciamo sulla sua durata, ma sulla sua sopravvivenza per un periodo superiore a qualche mese o a pochi anni. Di anni ne sono passati trenta, e siamo qui”. Ed io fui tra i primissimi lettori. Finalmente si poteva leggere della Vera Poesia e non solo italiana. Ricordo bene l’acquisto della prima copia. Ero a Bergamo nel gennaio del 1988. Mi ero recato, quella mattina, in Città Alta presso la Biblioteca Angelo May per consultare un antico volume sulle Rime di Bernardo Tasso. All’uscita, all’edicola dei giornali, la mia attenzione fu colpita da questa nuova testata. Incominciai a leggerla subito, quasi avidamente. Ricordo, ero in funicolare che da Bergamo Alta porta a Bergamo Bassa. Ne divenni un fedele abbonato. Giovane poeta potevo “andare a Lezione di Poesia” dai Grandi: Pavese, Luzi, Fortini.,… fino ad essere, in seguito, “ospitato” su quelle stesse pagine ( l’ ultima volta fu a gennaio dello scorso anno: il mio Calcio d’autore recensito dal poeta e critico Plinio Perilli). Questo numero speciale che consta di più di 200 pagine, si apre con gli auguri-ricordi di alcuni poeti: “Con la rivista “Poesia” è stato amore a prima vista. Ricordo benissimo il primo numero, nel gennaio del 1988, le foto di Rebora e Baldini, …! (Milo De Angelis); “ In un caffè del centro di Milano. autunno del 1987- Nicola Crocetti mi comunicava la sua “pazza idea”: fondare una rivista di poesia e chiamarla col nome più naturale “Poesia”.(Silvio Ramat); “Una rivista come “Poesia”, per restare nella metafora, è una sorta di faro, che da un ideale promontorio di terraferma illumina queste isole e ne annulla le diversità…” (Silvio Raffo). Segue un compendio lungo trenta anni: testi di poeti italiani e stranieri, nomi già noti a fianco d’altri che, confesso, furono per me vere scoperte. Poeti non solo di lingue neolatine, ma d’idiomi di tutto il mondo. Una rivista che orgogliosamente e legittimamente, fa dire ancora a Crocetti: “ Da trent’anni siamo la rivista di poesia più diffusa d’Europa e una delle prime al mondo. Alcuni numeri hanno raggiunto la tiratura di 50 mila copie, per poi assestarsi sulle 20.000 copie….” per concludere: “La poesia non è per chi non la merita”.

Tra le moltissime poesie, ho scelto Il poeta di Ghiannis Ritsos, notissimo poeta di lingua greca, nella traduzione di Nicola Crocetti.

Il poeta

Per quanto si bagni la mano nell’oscuro,
la mano non si annerisce mai. La sua mano
è impermeabile alla notte. Quando se ne andrà
(perché un giorno tutti ce ne andiamo), credo che resterà
un sorriso dolcissimo in questo mondo
che dirà incessantemente “sì” e ancora “sì’”
a tutte le secolari speranze vanificate.

Karlòvasi, 17,VII.87

Ghiannis Ritsos

Traduzione di Nicola Crocetti

(da Poesia, mensile internazionale di cultura poetica, Anno XXXI gennaio 2018 N.333 Fondazione Poesia Onlus, Milano, pagine 211, Euro 10,00)

Che questosorriso dolcissimo” resti e continui ancora a illuminare -anche dalle pagine di Poesia – per un “ incessantemente “sì” e ancora “sì’”.

Ghiannis Ritsos (Monemvasia,  1909 – Atene, 1990 ). E uno dei più importanti poeti greci del secolo scorso. Tra le sue opere maggiori, ricordiamo: Trattori (1934), Lo straniero (1936), Veglia (1941–1953). E tra le traduzioni in italiano di Nicola Crocetti, le recenti: Delfi: la sonata al chiaro di luna, introd. di Moni Ovadia, Crocetti 2012; Quarta dimensione, Crocetti, 2013.

Gli “angeli di terra “ di Alessandro Fo

Angelo a sorpresa (incrociandolo)

Sotto la poggia, al buio, figura

delicata e leggera,

stivaletti da sera in andatura

da fuga verso casa. Quasi accanto,

invernale, si svela la segreta

fisionomia ma sì, forse era l’angelo

dal vestito di seta:

flash d’incanto, un istante

breve, bruciante.

 

Angelo pesciolino

Le volò il palloncino

fatto a coniglio blu.

Prendilo , mamma, presto

che lassù

troverà tuoni fulmini e tempeste

avrà freddo e paura

senza di me, e non ci vedremo più.

Alessandro Fo

(da Mancanze Einaudi, 2014)

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In “Mancanze” (Premio Viareggio 2014) Alessandro Fo, riserva un’ intera sezione agli angeli: “Figure d’angeli” con un esplicativo esergo dalla “Vita nova” di Dante: “ Onde partiti costoro, ritornaimi a la mia opera, cioè del disegnare figure d’angeli”. Libro di versi che apre uno spiraglio ampiamente articolato nel panorama poetico di Fo. In quarta di copertina si legge: “ La poesia di questa raccolta è estremamente contigua, per forma e ispirazione, ai meccanismi della preghiera”. Ma sia avvisato il lettore: qui non ci troviamo dinanzi a una “poesia religiosa” come potrebbe essere ad esempio in Clemente Rebora: poesia come dono della vita nobilitata dalla grazia che ha come centro il mistero di Cristo fattosi uomo per la nostra redenzione. Fo, invece, attraverso un costante anelito spirituale, fortemente mariano, (bella la sezione “Libro d’oro” dedicata, appunto, alla Madonna) scruta la vita, le vicende della vita, anche le più quotidiane (per taluni, scontate) per scoprire in esse il segno del divino attraverso “quella sostanza angelica che abita nelle contingenze terrene e umane meno canoniche”. E di questa “sostanza” l’angelo, la figura angelica, non può non essere mezzo e messaggero del respiro dell’Oltre. L’angelo, come “ricovero per l’uomo” nella trasfigurazione poetica di Mario Luzi. Il poeta, infatti, affermava che la mente umana si crea dei ricoveri ed uno di questi non può non essere l’angelo. Ed è in queste “figure d’angeli” che il lettore s’imbatte; ma sono, oserei dire, “angeli di terra”: con lo sguardo al divino ma al tempo stesso fisso negli occhi dell’uomo. Angeli che richiamano (o forse lo sono) figure di persone care al poeta che hanno attraversato con lui tratti di cammino terreno. O angeli a loro insaputa, come figure femminili incrociate per caso, piene di forza materiale eppure angeliche. Esemplari queste due poesie di due angeli a loro insaputa. “Angelo a sorpresa”, una normale figura femminile come se ne incontrano tante per via, in cui il poeta ritrova e “svela la segreta fisionomia”: è l’angelo “dal vestito di seta” che fulmineo ti passa accanto in un lungo bruciante istante di vita che suggerisce l’Altrove. E’ l’angelo pesciolino, la bimba ingannata dal vento che a lei rapisce “il palloncino/fatto a coniglio blu”. E l’accorata invocazione alla madre (chissà, forse con la M maiuscola) di non lasciarlo fuggire, di riprenderlo, non per sé, per il suo divertimento ma per sottrarre il palloncino ad una fine dolorosa: “lassù/troverà tuoni fulmini e tempeste”, ma soprattutto sarà solo, “avrà freddo e paura” senza il suo piccolo angelo di terra. 

Alessandro Fo (figlio di un fratello di Dario) nato a legnano nel 1955, è docente di Letteratura latina all’Università di Siena. Poeta, traduttore, saggista, autore teatrale. Tra le sue raccolte di versi: Otto febbraio (Scheiwiller 1995); Corpuscolo (Einaudi 2004); Vecchi filmati ( Manni 2006), Mancanze (Einaudi 2014). Molti i premi, tra cui : Montale (1988), Dessi (1995) Achille Marazza (2004) Gregor von Rezzori 2013 – per una superlativa traduzione dell’Eneide- Viareggio (2014) 

Nel segno della nominazione, l’ultimo libro di Paolo Romano

Nel segno della nominazione l’originalissimo testo poetico di Paolo Romano Mille quadri non dipinti ”. Dice l’autore: “Mille quadri non dipinti” è il parziale allestimento d’una pinacoteca dell’immaginario, liberazione d’archetipi, museo degli occhi che hanno veduto, hanno bevuto tutto il visibile e conservano le tele, una miriade di tele”. Pinacoteca nominale, pinacoteca della parola, del suono, dell’essenza in sé. Interessante la prefazione al libro di Erri De Luca, ma non del tutto condivisibile quando afferma: “Al catalogo dei titoli di Paolo Romano abbino gli autori ai quali commissionerei i lavori, alcuni dell’immenso catalogo. Affido al signor Claude Monet facitura del quadro “Neve alla miniera” in forza della sua intelligenza della natura dell’acqua. Affido “Il viaggio breve di un proiettile” al pittore Michelangelo per la sua intimità con il giovane Davide, primo maestro di basilica, oltre che re guerriero d’Israele”. Ritengo che se questi titoli “dessero vita” a una reale opera pittorica, il “lavoro” di Romano perderebbe forza, vigore, connotazione, identità. In questo libro al centro è la Nominazione, ovvero la Parola che è, s’impone e resta come Res a se stante, non denominazione di qualcos’altro da sé. E’ questa la forza di un libro non certo facile. Infatti molto arduo è l’esercizio del Nominare. Il grande Mario Luzi diceva: “Difficile il rapporto tra le cose e le parole. Più che il valore magico della parola poetica, la magia è nella parola. Quando la parola effettivamente trova e ritrova questa immedesimazione con la cosa, questa identificazione e non è più una cifra, o un segno convenzionale, ma è finalmente la parola, che significa la Cosa che veramente significa e che veramente la fa nascere, la fa nascere dal pensiero”. Ecco che allora questi titoli danno luogo al divenire nato da immagini sognate, sbiadite o ferme, da momenti lirici fortemente vissuti o solo desiderati per un insieme di frammenti poetici che, vissuti autonomamente, s’impongono di vivere incessantemente. Indagare le cose, i fatti naturali, la razionalità o meno dell’essere umano, i processi materici, la quotidianità del vivere, i tempi e i modi del puro sognare, attraverso la pura nominazione fattosi testo poetico. Questa “narrazione testuale” diviene un atipico mosaico attraverso una partitura caratterizzata da ritmi cadenzati da brevi o lunghi vuoti, e silenzi, lunghi silenzi, laddove il non-verso sembra tacere eppur detta sensazioni tutte da scoprire per un attento lettore.

 

L’isola della danza

La stanza vuota

A porte chiuse

L’osservatore

Ultimamente

Inventariare

Cartolina del Novecento

(da “Mille quadri non dipinti” pag.119)

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Paolo Romano, giornalista professionista, già in forza a Rai-Giubileo, è redattore di TDS Salerno. Collabora con il quotidiano La Città, gruppo L’espresso. Ha realizzato documentari in India, Tunisia, Germania, Israele, Egitto, Giordania. Ha vinto il premio Giornalistico “Città di Salerno” (2006) e il Premio “ Media e Territorio”(2010). Tra le sue pubblicazioni: “Menti perdute” (Ripostes 1995), “Circo-stanze” (Ripostes 2000), “Il Dio della valigia” (Il grappolo 2004). Una silloge di sue poesie è stata tradotta in inglese e pubblicata negli Stati Uniti su “Gradiva-Internazional Journal of Italian Poetry”.

E’ in libreria l’ultimo libro di Milo De Angelis: Milo De Angelis. Tutte le poesie 1969-2015

E’ stato presentato il 24 ottobre scorso presso la splendida Sala del Grechetto di Palazzo Sormani sede della Biblioteca Centrale di Milano, l’ultimo libro di Milo De Angelis, autorevole voce della Poesia del Secondo Novecento (Milo De Angelis Tutte le poesie 1969-2015. Lo Specchio Mondadori, 2017, pagine 442 Euro 22,00). Il libro racchiude quasi quarant’anni di presenza costante nel panorama letterario italiano e non solo. Dal primissimo “Somiglianze” (1976) di cui Stefano Verdino, che assieme a Giancarlo Pontiggia e Anglo Lumelli, ha fatto da relatore durante la serata milanese, così afferma: “ … Esordio di un autore giovanissimo, perfettamente padrone, già allora, di una lingua poetica esatta e tagliente, capace di esprimere senza enfasi alcuna i vortici di una condizione esistenziale inquieta.” Fino al suo ultimo “Incontri e agguati” (2015) che contiene anche una breve lirica da me antologizzata lo scorso anno nel mio Calcio d’autore qui di seguito:

Bella come un grido ti ritrovo
nel tintinnio delle colline
quando lottavi sul prato con i maschi
in una giovinezza di soli istanti
in un sussurro di finte e schivate
ti guardavano i rami del tiglio
e si tendono le braccia vittoriose
a tutti noi che restiamo.

Questa poesia faceva quasi da “seguito ” a una’altra poesia scritta da Milo appena sedicenne quando frequentava l’Istituto Gonzaga di Milano. Poesia che il poeta, cortesemente, mise a mia disposizione per il libro di cui sopra. Si raccontava dell’irruzione del sesso femminile in una partita di calcio. Una ragazza nella squadra avversaria. Un’ irruzione che andava molto di là della sorpresa e che impauriva il giovanissimo futuro poeta: “ Era il vuoto/ che irrompeva nel cortile gesuita, era la vita! “. Ricordi e turbamenti che non svaniranno e che ritorneranno dopo molti anni, nei versi prima riportati. Ma in “Incontri e agguati” è doveroso sottolineare le poesie di Alta sorveglianza. Il poeta ”dà voce” a chi non ha voce, ai detenuti del carcere di Opera dove da molti anni De Angelis insegna. Poesie che invito i lettori a leggere con estremo pudore: in punta di piedi si entra con il poeta in “un mondo” a noi -che siamo fuori- del tutto sconosciuto se non attraverso le scontate cronache quotidiane. In esergo una frase da un tema di un detenuto “ Professore, forse un giorno riuscirò a parlarvi della mia giovane sposa e del mio delitto…forse ci riuscirò…forse a fine anno…nell’ultima pagina di un tema”. Tra queste poesie, una:

Qui non è prevista
la stagione dei dodici raccolti
qui ogni mese può essere infinito
o mancare per sempre
dipende da un giro di sigarette
da una compravendita o da un agente
che non ha ricevuto la giusta adorazione
e compila un rapporto feroce
dove ogni ora d’aria è avvelenata
e ogni parola trova un movente.

Ecco il dramma: l’eterno tema dell’esistere che, fra quelle mura, da trascendente si fa cosa terribilmente umana, fragile, legata a un semplice, ordinario “giro di sigarette”o a un capriccio di un agente di sorveglianza “ che non ha ricevuto la giusta adorazione”. Allora il tempo si fa “infinito” o addirittura “può mancare per sempre”. L’ultima sezione del libro è riservata alle poesie giovanili, (1969/1973) per certi versi, la più sorprendente perché ci regala un De Angelis inedito benché in essa già si ravvisi la personalissima cifra che lo contraddistinguerà in seguito. Con estrema sincerità De Angelis così scrive: “ Ho rispettato per filo e per segno il testo originale senza cambiare una virgola – in certi casi con qualche sforzo- ed ecco qui il risultato del mio lavoro, ossia ventisette poesie indubbiamente acerbe ma forse utili per comprendere meglio quello che ho scritto.” Il libro si chiude non solo con un’illuminante postazione di Stefano Verdino, ma ancor più con uno scritto di poetica dello stesso Milo: “ Cosa è la poesia”. Non una poesia, ma la poesia, tiene a sottolineare il poeta. Solo poche pagine, ma che riflettono bene il dramma e la gioia, lo sgomento e il rapimento magico e misterioso che prende ogni poeta- ogni vero poeta- che sa che nello scrivere versi non è egli l’agente, ma solo lo scriba come ebbe a dire il grande Luzi. Di chi è “quella voce” ? Da dove proviene? Il poeta sa che è solo un tramite. Consapevole che: “Non scrivi ciò che sai ma cominci a saperlo scrivendo.”. Un libro assolutamente da tenere nella propria libreria.

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Milo De Angelis (Milano 1951), docente da anni presso il carcere di Opera di Milano, è poeta, critico letterario, traduttore. Esordisce giovanissimo con “Somiglianze” (1976) cui faranno seguito, tra gli altri, “Millimetri” (1983), “Biografia Sommaria” (1999) “Tema dell’addio”, dedicato all’immatura scomparsa della moglie, la poetessa Giovanna Sicari (Premio Viareggio 2005), “ Quell’andarsene nel buio dei cortili” (2010), “Incontri e agguati” (2015). Tra le opere di saggistica da segnalare “Poesia e destino” edito nel 1982.