cultura & sociale

 

Premio Letterario Badia: scelta la terna dei libri finalisti

Di Claudio Pellizzeni, Gianrico Carofiglio, Salvatore Basile i romanzi che saranno giudicati dagli studenti. Il 22 novembre la consegna dei volumi.


premio-letterario-badia-cava-de-tirreni-novembre-2018-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Ed è finalmente arrivata la scelta dei libri che si sfideranno alla dodicesima edizione del Premio Letterario “Badia di Cava de’ Tirreni”, organizzato dal Comune e riservato agli studenti delle scuole superiori, che fanno contemporaneamente da giurati e da candidati, in virtù delle loro recensioni e degli esiti di una prova estemporanea da affrontare al termine del cammino.

La Commissione Scientifica che ha scelto i libri era composta:

dal Prof. Antonio Avallone, presidente onorario del Premio, dalla dott.ssa Annamaria Armenante, ideatrice del Premio, dalla dott.ssa Filomena Ugliano della Biblioteca Comunale, dal prof. Franco Bruno Vitolo, coordinatore dei lavori fin dalla prima edizione, dai docenti referenti del Premio segnalati dai dirigenti scolastici degli Istituti superiori del territorio, ovvero: per il Liceo Scientifico A.Genoino la professoressa Annamaria Senatore;, per l’Istituto Vanvitelli ITG e per l’ ITC Matteo Della Corte la prof.ssa Rosa Rocco; per il Liceo Classico Marco Galdi la Prof.ssa Maria Pia Vozzi, per il Liceo Linguistico e Socio-psico-pedagogico la prof.ssa Mariella Logiudice; per l’IIS “Filangieri” la prof.ssa Lucia D’Urso.

Il tema prescelto era “Il viaggio”, nelle sue varie sfaccettature (geografico, storico, interiore, sociologico, fantasioso, et sim.). I libri finalisti, scelti tra una rosa di dieci a suo tempo preselezionati, sono i seguenti:

*L’orizzonte ogni giorno un po’ più in là (Sperling&Kupfer edizioni) di Claudio Pellizzeni, trentasettenne scrittore-viaggiatore, ex bancario, noto al grande pubblico per i servizi speciali realizzati per Licia Colò e trasmessi nella trasmissione Il mondo insieme, su TV 2000.

È un diario vivace, coinvolgente e appassionato dei suoi viaggi nei cinque continenti, fatti dopo aver lasciato il lavoro di impiegato, che era sicuro, ma non gli faceva “ribollire il sangue” né sapeva regalargli spiccioli di quella felicità alla quale egli riteneva di aver diritto come essere umano e come giovane che non vuole rinunciare ai propri sogni.

È però tutt’altro che pura cronaca, tutt’altro che una guida turistica, ma il contatto vivo con un’esperienza di vita, fatta di scelte che comportano rotture, rischi, scommesse esistenziali, riuscendo anche ad aprire finestre sul mondo, sulle culture altre, sulla vita stessa vista da altre angolazioni. È anche una storia di resilienza e di lotta, perché, oltre che dalla prostrazione della routine lavorativa, Pellizzeni si deve difendere anche dall’insidia permanente del diabete che lo affligge fin dalla tenera età.

Alla fine, si rivela, per certi versi, la storia di un innamoramento: per il viaggio, per la scoperta, per la conoscenza vera del mondo e di se stessi. Un innamoramento che diventa poi amore, per tutto ciò che ci circonda e per la vita stessa.

*Le tre del mattino (Einaudi edizioni) di Gianrico Carofiglio, cinquantasettenne scrittore pugliese, ex magistrato ed ex deputato, scrittore di grande successo nazionale e internazionale: al suo attivo una ventina di libri, tradotti in ventotto lingue, cinque milioni di copie vendute, una quindicina di premi al suo attivo, una popolarità grandissima tra i lettori, apprezzamenti unanimi di critica e pubblico…

Questo romanzo è scritto in stile Carofiglio: espressioni chiare, sintetiche, essenziali, che arrivano dirette al cuore e alla mente e aprono finestre “ad espansione”. Viene raccontato, in prima persona dal giovane protagonista, l’incontro-scoperta del ventenne Antonio, col padre, nel corso di due giornate e nottate trascorse insieme nella Marsiglia degli anni ’80, dove si sono recati per una visita importante del giovane, malato di epilessia ma in via di guarigione.

Il loro rapporto fino a quel momento era stato superficiale e soffocato dalle tensioni familiari, che avevano portato poi alla rottura tra i due genitori. Ne era nata una dimensione di estraneità reciproca, che proprio nei due giorni a Marsiglia viene per fortuna rotta dal lievitante piacere di stare insieme e conoscere il rispettivo vissuto, poi dai colloqui sempre più intimi, dalle piccole e grandi complicità e confessioni, dal recupero di un canale di affetto e di comunicazione che alla fine non solo fa crescere il loro rapporto ma diventa per entrambi un momento di formazione individuale e nello stesso tempo una lezione di vita e di umanità che va ben oltre la loro storia personale.

*Lo strano viaggio di un oggetto smarrito (Garzanti Editore), del “napoletano di Roma” Salvatore Basile, regista e sceneggiatore televisivo (al suo attivo, tra l’altro, Don Matteo 8, Una pallottola sul cuore, A un passo dal cielo, Il restauratore), al sua primo, folgorante romanzo, già tradotto in cinque lingue e venduto in vari paesi stranieri.

La vicenda racconta di Michele, nato e cresciuto in una stazione dove il padre fa il ferroviere. Abbandonato dalla madre quando aveva sette anni, il giovane arriva a trent’anni con il cuore imbalsamato. Vive rintanato nella stessa stazione dell’infanzia, a fare lo stesso lavoro che aveva fatto il padre. È solo, isolato, imbranato. Unica sua attività, l’unico treno che ogni giorno arriva nella sua stazione; unico hobby, la raccolta degli oggetti smarriti ritrovati proprio su quel treno. Un giorno, tra questi, trova un suo diario-bambino che lui sapeva essere in mano alla madre il giorno della “fuga”. E nel contempo conosce Elena, una ragazza piena di vita, ma non solo…

Da qui, anche sulla spinta di Elena, comincia un lungo e defatigante viaggio alla ricerca della madre e alla scoperta della vita che intanto c’è stata in questi suoi anni di imbalsamamento. Il racconto si snoda attraverso una miriade di episodi, ognuno dei quali è capace di trafiggere il cuore e smuovere la mente nella creazione di un vero e proprio “poema del dolore, dell’amore e degli affetti”. Nello stesso tempo, essendo un viaggio nel mistero, diventa una specie di thriller dell’anima, un romanzo giallo d’azione e di emozione. Alla fine, Michele capirà che raccoglieva gli oggetti smarriti perché anche lui si sentiva un oggetto smarrito… Ma intanto saranno successe tante cose veramente straordinarie…

Il libro è lungo, ma alla fine sembra quasi “breve”, perché è scritto con una chiarezza ed una capacità di coinvolgimento a tratti tali da lasciare col fiato sospeso e con la voglia di sapere altro.

E si giunge alla fine con il piacere stimolante di poter tenere al guinzaglio non solo gli smarrimenti di Michele, ma anche quelli personali. 

I libri saranno consegnati agli studenti delle scuole superiori di Cava, salvo complicazioni, giovedì 22 novembre alle ore 10 a Palazzo di Città. La premiazione, nella giornata dell’incontro diretto con lo scrittore vincitore, si terrà verso la fine di maggio. 

Sono, come si può vedere, tre variazioni ad ampio respiro sul tema del viaggio, tutte e tre stimolanti e coinvolgenti. Ci si augura che possano entrare nel cuore dei ragazzi così come sono entrati nel cuore dei Commissari che li hanno scelti. Soprattutto, si spera che siano un incentivo per la lettura e per una riflessione non superficiale e solo di pancia sulla vita e sulla società. Ne abbiamo bisogno come il pane, in questi tempi in cui la Cultura troppe volte sembra un Panda in via di estinzione …

Ripartito l’Autunno Cavese dell’Arte Tempra. Un viaggio nel cinema con Renata Fusco: ed è subito incanto

CAVA DE’ TIRRENI (SA). La magia del teatro … magia della creazione … nulla si sa, tutto si immagina. È un tradimento organizzato della realtà che apre la finestra proprio sulla realtà.

La magia del cinema … che non è il teatro e per certi versi sa essere teatro della vita, ispirandosi alla vita e trasformandola in visioni.

La magia della vita … che in lampi appare e scompare ai nostri occhi ora ignari ora fortunatamente consapevoli.

La magia della musica … che accompagna e colora l’immaginazione della mente, l’emozione del cuore, l’incanto dei lampi di vita.

E intanto, a ricordarci che “La vita è bella”, volano le canzoni e sembrano gli aquiloni …

Così, tra luci, note, armoniose movenze, pensieri e parole è apparsa sulla scena Renata Fusco a dare la chiave di apertura del suo “one woman fantashow” , “Cinema incanto”, da lei diretto oltre che interpretato, un viaggio da Cinema Paradiso nel paradiso del Cinema nel cinema e nelle sue musiche. Un’apertura che è valsa anche per tutta la rassegna dell’annuale, sempre atteso e amato, Autunno Cavese del Gruppo “TemprArte”, diretto da lei e da Mamma Clara Santacroce.

Veramente un Fantashow, quello di Renata, che si è confermata una delle artisti italiane più complete, versatili e coinvolgenti nel campo del musical. Del resto, se non si è una “Top” ai massimi livelli. non si sta per anni sui palcoscenici maggiori a lavorare, con gente come Lorella Cuccarini o Sandro Massimini o Roberto De Simone, né tanto meno si viene prescelti per doppiare la protagonista dell’edizione cinematografica italiana del “Fantasma dell’Opera”… e questo solo per citare le cime della sua personale carriera.

È stato veramente un fantashow, il suo: per la fantasia creativa con cui si sono fusi tutti gli elementi,

per l’accompagnamento “a bacio” e ad atmosfera del “pianista sull’Oceano” Lucio Grimaldi, per l’armoniosa composizione delle immagini, dei primi piani parlanti e dei filmati realizzata in squadra da Francesco Cuoco, Giovanni Noviello, Alberto Fusco (una squadra felicemente completata dall’assistente di regia Giuliana Carbone e da Francesco Sorrentino, Daniele Pisapia, Franchino Fausto, Felice Giordano), per la musica interiore creata dalla presenza di due grandi banner con celebri quadri di Friedrich… e naturalmente per la sua carismatica capacità di calamitare attenzione ed emozione, da sola, senza cadute di ritmo, per quasi due ore senza neppure l’intervallo.

La romantica carrozza con la quale ci ha portati nelle musiche di cento anni di cinema ci ha fatto fermare a pupille dolcemente incantate in tante stazioni che poi sono rimaste nel cuore e nella mente, resi ancora più ricettivi da un’ouverture che comprendeva Nuovo Cinema Paradiso, La vita è bella, Charlot, Fellini…

Dalle fantasmagorie di questi grandi ai silenzi-sguardi-campi lunghi parlanti di Sergio Leone, il passaggio è stato dolcemente elettrico, a creare la tensione giusta per un tuffo ad anima calda nella straordinaria voce muta di C’era una volta il west e poi, dopo Leone, nella poesia del Postino, con quel volto scavato di Troisi che campeggiava in diapositiva, per poi dissolversi dolorosamente nonostante in controluce le mani di Renata in disperata tensione cercassero di fermare la partenza precoce di quel carissimo Massimo che a suo tempo si era scusato per il ritardo e poi non ha avuto il tempo di scusarsi per l’anticipo…

Da qui il viaggio partito in romantica carrozza ha preso la strada di una ariosa e solare prateria, ad incontrare grandi musical come Mamma mia!, Cabaret. Jesus Christ Superstar, Cantando sotto la pioggia, Yentl,, Il mago di Oz, film epocali con colonne sonore altrettanto epocali come Indiana Jones, Ritorno al futuro, Lo squalo, A qualcuno piace caldo, ET, Il padrino,Love Story, Bodyguard , senza contare le dolci e dolenti esplorazioni nell’al di là di Robin Williams, le fantasiose magie di Harry Potter e Peter Pan.

Così il viaggio si è trasformato in romantica cavalcata, guidata a turno ora dal pianista in veste di accattivante solista, ora da Renata a dare l’imbeccata, ora dalle immagini e dai ben noti volti che fin da ragazzi ci hanno sempre coinvolti, quindi ancora dalla voce di Renata con l’incanto di splendide variazioni tonali, dolci gorgheggi e armoniose modulazioni

Alla fine abbiamo avuto tutti la sorridente sensazione di trovarci anche noi a cavalcioni dell’arcobaleno e forse anche in quell’isola che non c’è e che per tutte lo spettacolo c’è stata eccome. Se questo è avvenuto, però, è stato perché prima di tutto ci stava lei, Renata, a godersi il suo spettacolo, la sua personale immersione nei fondali colorati del Mar Sipario, dove lei guazza felice come il pesciolino Nemo. Lo ha confessato lei stessa, quando nella cavalcata del finale ha detto che il teatro è il suo cielo, il suo prato verde, il suo modo di guardare Dio, il luogo della sua rinnovata e rinnovabile rinascita nella trasfigurazione del reale. E nel dire questo il suo sguardo si illuminava con tutti i colori dell’arcobaleno. Quelle tavole da quando era piccolissima sono sempre stata la sua vitamina, che permette di farsi esplodere la vita dentro, come una mina.

Ed è bello esplodere così: dopo non ci si sente a pezzi, ma finalmente ricomposti …

Il prossimo appuntamento della Rassegna sarà domenica 18 e lunedì 19 novembre:“In nome del figlio – Storie di donne in chiaroscuro”, con la regia di Clara Santacroce.

Anacleto Postiglione, la saggezza dei classici e il sorriso dell’intelligenza

Un ricordo del noto docente, scomparso il 16 ottobre, poco prima della moglie Anna.


anacleto-postiglione-salerno-vivimediaSALERNO. Un dolcissimo mito dell’antica Grecia racconta che un giorno Giove e Mercurio, per mettere alla prova gli esseri umani, scesero sulla Terra sotto le mentite spoglie di due viandanti che chiedevano ospitalità. Furono accolti con gentilezza e piena disponibilità solo da due vecchi coniugi, Filemone e Bauci. Il giorno dopo, dichiarando la loro identità, offrirono ai due una ricompensa a scelta. E loro chiesero solo la grazia di morire insieme. Qualche tempo dopo, mentre erano vicino al focolare, lentamente si trasformarono in una quercia e in un tiglio uniti per il tronco…

Il mito è divenuto realtà per il professore Anacleto Postiglione, scomparso a Salerno il 16 ottobre scorso all’età di ottantotto anni, e per sua moglie Anna, spirata la notte successiva, a Firenze, dove era ricoverata da tempo. Dopo oltre cinquant’anni di matrimonio e la formazione di una bella e numerosa famiglia, quando erano ridotti ormai ad un’ala sola, sono volati via abbracciati. E forse il dolore di familiari e amici per la perdita, perché non ci sono più, è stato, per citare quel Sant’Agostino tanto amato dal professore, ammorbidito dal sorriso per quello che c’è stato, da quel lontano 5 dicembre anni Sessanta fino all’ultimo, comune respiro.

La scomparsa di Anacleto Postiglione ha scatenato un’onda lunga di emozione e di ricordi nei tanti colleghi e amici, che gli volevano bene come uomo e lo stimavano come docente “stellare” di Latino e Greco, come conferenziere di alto profilo, come appassionatissimo cultore dei classici, come saggista sagace, autore tra l’altro di un magnifico viaggio letterario nel rapporto tra gli scrittori latini e la schiavitù.

La stessa onda lunga di emozione e ricordi ha invaso e pervaso anche il ben nutrito esercito di studenti che da lui sono stati abbeverati di cultura umanistica e di apertura mentale nel corso della sua lunga carriera, in particolare presso il Liceo “Marco Galdi” di Cava de’ Tirreni e il Liceo “Tasso” di Salerno. Studenti che hanno goduto del suo saper essere non solo un gran professore, ma anche più che un semplice professore: parafrasando Catone, un vir bonus docendi peritus (un uomo di qualità esperto nell’insegnare), un maestro ascoltato, stimato ed amato, nella cattedra e nella vita.
La sua venuta nella aule fu una ventata di aria fresca, in quegli anni Sessanta in cui si sentiva il bisogno di creare varchi in una scuola ancora troppo severa e accademica e poco attenta al possibile “volto umano”. Pur senza nessun compromesso rispetto alla qualità ed al rigore dello studio, Anacleto Postiglione riuscì a guadagnarsi uno spazio luminoso di affetto e di stima, perché era chiaro nelle spiegazioni e nella comunicazione, sapeva coinvolgere con la passione personale e con il sorriso dell’intelligenza, riusciva a far amare il mondo dei classici, sapeva stimolare sia con le aperture culturali di grande portata, sia con vivaci ammiccamenti e perfino con maliziose complicità. Insomma, si proponeva come una persona nella sua totalità, umanissimi difetti compresi.. e compreso anche il suo dichiarato elastico “tra il pane e salame e le finezze della musica di Mozart e Beethoven”.

E come tale sapeva emozionarsi, emozionare, farsi conoscere, far crescere.

Anche per questo, quando una decina di anni fa è tornato a Cava per una lectio magistralis su Sant’Agostino e le donne, c’è stata una mobilitazione piena di fermento tra noi ex alunni del Galdi. In quell’aula magna del “suo” liceo, oltre alle sue parole come sempre sostanziose e profonde, si scorgevano nei sorrisi a luce piena di tutti noi l’emozione di una gioiosa rimpatriata, la soddisfazione di ritrovare ancora una volta, in cattedra, un docente veramente speciale, e nello stesso tempo il piacere pervasivo di abbandonarsi a memorie, nostalgie, fremiti esistenziali lunghi una vita, a rivangare mille episodi di gioventù e di “scuola viva”.

Accanto a questo ricordo collettivo, mi è dolce evocare anche fattori personali, a cominciare dai suoi stimoli “pigmalionici” e dall’amore per il mondo classico che lui mi seppe trasmettere e che è stato decisivo per tante scelte professionali… E poi, quegli indimenticabili venti giorni in cui, non ancora laureato, ebbi l’onore di essere suo supplente nel nostro liceo e nella nostra sezione B…. Fu onore, ma anche dolore, perché erano i giorni terribili della malattia del piccolo Pierpaolo, nel suo lungo viaggio verso la notte che tanta notte fece scendere, e forse rimanere, anche nel cuore di Anacleto.

E che dire dell’emozione del giorno del mio pensionamento? Quell’11 giugno del 2011, in una reciprocità spontanea ed emozionante, lui mi mandò attraverso la figlia Daniela, allora mia collega, una copia della bellissima poesia “Itaca” di Kavafis, e io, sapendo che lui sarebbe andato dopo due mesi ad Auschwitz, consegnai per lui a Daniela una copia del mio “Cioccolato ad Auschwitz”, con tutto il calore di un pensiero affettuoso e grato al mio carissimo mentore.

Né posso tralasciare il dispiacere dell’ultima primavera, quando, presentando il bel romanzo del genero Claudio Grattacaso e informandomi da lui sulla salute di Anacleto, seppi che purtroppo anche lui forse aveva imboccato il lungo viaggio verso la notte.

Eppure, anche allora, mi venne in aiuto la sempre meravigliosa lezione esistenziale ricevuta dalla classicità, in particolare dal “suo” Seneca, dal “nostro” Seneca, che ricordava come sia una giusta conquista diventare amico di se stesso e da se stesso aprirsi agli altri, riconoscere la dignità in tutti gli esseri umani, anche e soprattutto negli ultimi (“respirano la nostra stessa aria e stanno sotto lo stesso cielo”), saper affrontare il dolore come parte della vita, perché “o finisce o ti finisce”, capire che più che la durata sono importanti la qualità del vivere e i momenti veramente vissuti. E ho pensato che lui ha saputo essere tutto questo, ho pensato all’abbondanza e alla ricchezza della sua semina: e forse ci avrà pensato anche lui, pur nel tormento degli ultimi tempi. Forse anche lui, come Neruda, ha potuto dire “Confesso che ho vissuto”.

E quel suo vivere ha comunque lasciato una scia che profuma oltre la sua vita. E che lo fa vivere ancora.

Grazie, Anacleto. E ti sia lieve la terra …

Esito felice per il Concorso “Maria SS. Dell’Olmo”

 Il Premio “Silvio Albano” all’Associazione “Il Cireneo”


Ancora una volta tradizione, novità, varietà e qualità hanno caratterizzato il Concorso di Poesia e Prosa religiosa Maria SS. Dell’Olmo, giunto alla tredicesima e, sotto la guida del Rettore Padre Adriano Castagna e del Parroco Padre Giuseppe Ragalmuto,  indetto dal Convento dei Padri Filippini della Basilica dell’Olmo di Cava de’ Tirreni, la cui premiazione, riguardante opere incentrate sul tema “Maria madre del sorriso”, si è svolta mercoledì 5 settembre 2018, all’interno della storica Chiesa.

È un evento radicato in un ampio territorio, tanto è vero che ci sono stati vincitori assoluti anche dalla Lombardia, dall’Emilia Romagna, dalla Puglia, oltre che da quella Sicilia che, grazie all’opera meritoria di apostolato svolta a suo tempo a Palermo dai cari e indimenticati Padre Silvio Albano e Raffaele Spiezia, è diventata “sorella della basilica”. Una Sicilia vincente, grazie a Palma Civello, giunta alla sua quinta palma consecutiva: segnalata nella Poesia (con una lirica che esalta la forza consolatrice e la maternità universale di Maria al di là degli stessi demeriti di noi mortali) e prima ex aequo nella Prosa, con una spiazzante rielaborazione della maternità di Maria vissuta con gli occhi di Giuseppe e di Maria-moglie. Una Sicilia vincente grazie anche all’amico Toti Palazzolo, palermitano di vita quotidiana ma parrocchiano onorario della Basilica, che ha raccontato una bella storia di integrazione di tre extracomunitari in un quartiere difficile della sua Palermo.

La principale novità è consistita nella presenza vincente di nuovi concorrenti di qualità sia tra i partecipanti sia tra i premiati. Su tutti, la cavese Angela Pappalardo, che ha vinto (ex aequo con Palma Civello) il primo premio nella Sezione Prosa raccontando con calore umano e passione di fede la storia di un aborto felicemente evitato grazie ad un recupero della coscienza favorito da una militante del Movimento per la Vita ed all’illuminazione proveniente dal contatto emozionale con una Madonnina posta nell’Ospedale. L’argomento è presente anche nel racconto secondo classificato, in cui la casoriese Lucia Plateroti ha rievocato un episodio di vita familiare, che poi ha dichiarato come autobiografico, emozionandosi ed emozionando nell’evocazione di una gravidanza precoce e di un nipote carissimo e bellissimo, oggi ventenne, preservato dall’aborto grazie all’amore che animava i due genitori ed anche all’intercessione della nonna, sostenuta dalla sua fede mariana.

È una new entry anche la terza classificata in entrambe le sezioni, Anna Maria Santoriello, nata felicemente alla scrittura da poco tempo e già reduce da successi e apprezzamenti. La Santoriello ha utilizzato il filo rosso del suo matrimonio, avvenuto oltre mezzo secolo fa proprio alla Basilica dell’Olmo, per raccontare con vivace senso dello humour l’imbarazzo tragicomico causatole da una confessione molto pruriginosa, come nello stile dell’epoca, ma anche per toccare con ovattata e intensa delicatezza l’emozione della cerimonia e della sua unione, che ha visto una famiglia forte e unita manche la svangante, precoce perdita di un figlio.

È new entry anche il depositario della menzione d’onore, Pasquale Di Domenico, che ha ricordato il tradizionale rito ferragostano di una messa nel cortile di casa sua paterna intorno al quadro di Maria Assunta voluto dalla madre Assunta, oggi nel paradiso della memoria ma capace di lasciare nel cuore un sorriso come quello di Maria nell’immagine.

Si è confermato alla grande, nella Poesia, il vietrese Alessandro Bruno, già vincitore lo scorso anno come galoppante talento emergente e quest’anno, dopo vittorie, riconoscimenti e pubblicazioni, oramai talento emerso, come autore in vernacolo (un panda, dati i tempi ed i suoi freschi trent’anni) vivace, originale e coinvolgente su tematiche di vario genere. La sua esecuzione della poesia vincente (‘O viento e ‘a terra d’ ‘a Maronna) rimarrà nella memoria per l’incisività del testo, la lettura “atmosferica”, la suggestione di una litania catartica scandita dal ritmo lento e incalzante della tammorra di Cristian Brucale, giovane cantautore vietrese, recentemente premiato a Napoli direttamente dal grande Mogol.

Come Alessandro Bruno, non si ferma nella sua ascesa neanche Stefania Siani, segnalata al merito lo scorso anno e ora seconda con una poesia ad alto tasso di concentrata intensità, in cui con poche ma taglienti pennellate esprime il rimpianto, suo ma estensibile a tanti altri esseri umani, per non aver saputo aprire il cuore alla madre quando era in vita e per essere impotente a farlo ora che lei non c’è più.

Il premio speciale della Giuria è andato ad un’altra giovane emergente-emersa, Iolanda Della Monica, studentessa di teologia, volontaria di solidarietà, che ha invocato il sorriso liberatorio di Maria verso tanti peccati sociali della nostra epoca, enunciati con strofe incalzanti ed emozionate.

Tra i segnalati a vario titolo, ci piace ricordare sia Carla Pappalardo (new entry e sorella di Angela) autrice di una suadente lirica stile vintage basata sulla comparazione tra il sorriso di Maria e quello di sua madre, sia tre cari amici dell’Olmo, già pluripremiati nelle scorse edizioni: il maestro Giuseppe Siani, che prospetta come il sogno primario di Dio un mondo senza lacrime né “figli inchiodati a liquide croci”; Carla D’Alessandro, che ha innalzato a Maria un inno devozionale di calda intensità, e Iosefina Citro, che ha narrato in versi una storia-parabola su un incontro diretto con Maria e il suo sorriso. Segnalati infine anche il frusinate Francesco Patrizi, la salernitana Grazia Sammarco e la costaiola Maddalena Della Mura, anche lei habitué di premi in concorsi religiosi.

Il gran finale è stato dedicato, come ogni anno, alla consegna del Premio Silvio Albano, dedicato al nostro indimenticabile Padre Silvio, precocemente scomparso, destinato a testimoni attivi dell’amore e della carità evangelica. Confermando la linea dello scorso anno, è stato assegnato ad un’Associazione di volontariato,: Il Cireneo (Il cui nome evoca la figura biblica dell’uomo che si accollò la croce di Cristo per alleviarne le pene), impegnata nell’assistenza agli anziani e ai bisognosi qui nel territorio e in solidarietà a distanza in Brasile e Filippine. Vivace ed emozionante la consegna del riconoscimento, sia per la folta presenza del Gruppo, sia per il ricordo di Sidra, una delle care ospiti di Villa Serena, recentemente scomparsa alla straordinaria età di centosette anni, sia per l’energia emanata dal suo fondatore e presidente, Salvatore Costabile, sia per la poesia dedicata ad hoc da Iolanda Della Monica, una delle cirenee più giovani e attive.

Alla fine della premiazione, abbraccio generale e foto ricordo con i giurati-lettori di VersoCava presenti o assenti (Maria Alfonsina Accarino, Lucia Antico, Lucia Criscuolo, Maria Teresa Kindjarsky D’Amato, Emanuele Occhipinti, Rosanna e Teresa Rotolo, Anna Maria Violante e lo scrivente Franco Bruno Vitolo, che ha fatto anche da conduttore).

A detta di tutti i presenti, è stata una serata varia, ricca di stimoli, con recitazione ben accoppiata ai versi e qualche nota ad hoc, con molte chiavi ad apertura di cuore. Una serata che, in linea con il tema, è stata calda e “religioiosa”. Purtroppo, in controtendenza con le scarse gioie che ci vengono dalle notizie di ogni giorno e che altro che sorriso di Maria. Auguriamoci allora che questa tendenza cambi e che anche il “sorriso di Maria” abbia più ragione di essere. Per dirla con Alessandro Bruno, sarebbe quello il vero miracolo…

Il responso della Giuria

Sezione “Poesia “

  1. O viento e ‘a terra d’ ‘a Madonna, di Alessandro Bruno – Vietri sul mare

  2. Un oceano sotto la pioggia, di Stefania Siani – Cava de’ Tirreni

  3. Un viaggio d’amore, di Anna Maria Santoriello – Cava de’ Tirreni

Premio speciale della Giuria : Sorridi, Maria!, di Iolanda Della Monica – Cava de’ Tirreni

Menzioni di merito: Sorriso di mamma, di Carla Pappalardo (Cava de’ Tirreni); Son certa che sorridi, di Palma Civello (Palermo); Il sorriso di Maria, di Maddalena Della Mura (Maiori – Salerno)

Pubblicazione: La seggiola della Madonna, diJosephina Citro (Mercato San Severino – SA); Il sogno di DiodiGiuseppe Siani(Cava de’ Tirreni); Abbraccio amoroso, diCarla D’Alessandro (Nocera Inferiore – SA); Ave, immacolata,diFrancesco Patrizi(Monte S. G. Campano – Frosinone); La mia preghiera, di Grazia Sammarco (Salerno) 

Sezione “Prosa“

  1. Il sorriso di Maria attraverso frammenti di pagine ritrovate del diario di Giuseppe, suo sposo – di Palma Civello - Palermo

Un’amica per la vita – di Angela Pappalardo Cava de’ Tirreni

  1. Il sorriso di Maria, canto alla vita – di Lucia Plateroti(Casoria – Napoli)

  2. Un matrimonio… avventuroso, di Anna Maria Santoriello (Cava de’ Tirreni)

Premio speciale della Basilica dell’Olmo : Aldo, Giovanni e Giacomo, di Salvatore Palazzolo (Palermo))

Menzione di merito: Nutrirsi di nostalgia, di Pasquale Di Domenico (Montecorvino Pugliano – Salerno)

La Battaglia di Cava del ’43 sarà rievocata in Comune lunedì 10 settembre

Costituito in Provincia un Comitato dei comuni dello Sbarco.


SALERNO, EBOLI, PONTECAGNANO, VIETRI SUL MARE, CAMPAGNA, CAVA DE’ TIRRENI: rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni, personalità della cultura insieme, grazie alla meritoria iniziativa del giornalista Eduardo Scotti, di Repubblica.

Finalmente, sia pure senza finanziamenti particolari, in occasione del settacinquesimo anniversario dell’evento, si è costituito un comitato intercittadino che comprende i comuni a suo tempo coinvolti nell’Operazione Avalanche, cioè nello sbarco degli Alleati angloamericani, avvenuto nel 1943 sulla Costa salernitana e immediatamente successivo all’Armistizio dell’8 settembre, che unilateralmente rompeva l’alleanza italotedesca e faceva passare l’Italia dalla parte degli Angloamericani e i Tedeschi nel novero dei nemici in terra propria. Se pensiamo allo sfruttamento in senso positivo che i Francesi hanno fatto dello sbarco in Normandia e consideriamo che lo sfondamento delle truppe di sbarco è stato decisivo per la se sorti dell’Italia e forse della guerra stessa, ci rendiamo conto delle opportunità che si potrebbero cogliere… e anche di quelle che finora si sono perdute, con iniziative parcellizzate e frammentate. 

Momento cruciale di questo sfondamento è stata la cosiddetta Battaglia di Cava, con gli Alleati a premere dal mare e i Tedeschi a difendersi sulle colline metelliane. Giorni drammatici, giorni difficili, giorni indimenticabili. Giorni che, nella distribuzione delle date dei vari eventi (rimandiamo ad altra sede il calendario generale), saranno rievocati, con la presenza del Sindaco Vincenzo Servalli e del Coordinatore del Comitato Edoardo Scotti, a Cava lunedì 10 settembre, alle ore 18, 30, nella Sala del Consiglio Comunale, nel corso della manifestazione intitolata, appunto, “La Battaglia di Cava”.

La manifestazione, condotta dal sottoscritto scrivente, si articolerà in quattro momenti:

*Diario del ’43 – Lo sbarco in diretta -Conversazione con Gregorio Di Micco.

I giorni dello sbarco, molto difficili per la popolazione, costretta a lasciare le proprie case ed a cercare alloggi di fortuna, in un’altalena terribile di pericoli e di morte, sono stati raccontati praticamente in diretta attraverso il diario di una signora napoletana sfollata a Cava e ritrovato in casa dell’avvocato Vincenzo Mascolo dal giornalista Gregorio Di Micco e pubblicato nel suo recentissimo libro Cava 1943 – I giorni del terrore. Non solo diario e cronaca in diretta, però, ma anche uno sguardo a trecentosessanta gradi sugli eventi epocali di quei giorni, con corredo di testimonianze e carrellate di personaggi ed episodi, Mamma Lucia in testa, naturalmente. Il tutto raccontato con la cura del giornalista, la competenza dell’uomo di cultura, la chiarezza del cronista, la passione del cittadino.

*Il video di Cava Storie

Non solo storici di antico pelo ed esperienza si stanno appassionando alla ricostruzione degli eventi del secolo scorso che hanno cambiato la storia del nostro territorio, ma anche giovani ricercatori, che all’attenzione per la lettura uniscono l’abilità dei moderni supporti tecnologici. Tra questi, un gruppo che fa capo al sito web Cava Storie, per l’occasione rappresentato da Aniello Ragone, che mostrerà il promo di un docufilm sullo sbarco e ritagli di documentari da loro già realizzati sugli eventi di quegli anni.

*Verso il Museo di Mamma Lucia.

Sulla scia dell’autorizzazione a visionare il materiale giornalistico e iconografico contenuto in apposite casse di famiglia, quattro anni fa fu costituito dall’Amministrazione Comunale (allora guidata da Marco Galdi) un Comitato per il riordino e la catalogazione, in vista della realizzazione di un Museo dedicato all’amatissima “Madre dei caduti”, che in occasione della battaglia di Cava recuperò e restituì alle famiglie i corpi di oltre seicento soldati tedeschi, considerati non nemici ma “figli di mamma”. La nipote di Mamma Lucia depositaria del materiale, Lucia Apicella, e la Coordinatrice del Comitato, Beatrice Sparano, insieme con esponenti dell’Amministrazione, faranno il punto della situazione e per l’occasione sarà ancora una volta attribuito il dovuto omaggio, a parole e in video, a questa magnifica testimone di Maternità universale.

*Nina, la sposa americana

Sarà poi rievocata, attraverso un filmato realizzato in frazione Passiano in occasione del suo ritorno tra noi, avvenuto sette anni fa, la storia di Nina, la sposa americana. Una storia cominciata durante lo sbarco, nel 1943, quando Nina aveva solo nove anni e George, ventiquattrenne, era un marine di stanza a Passiano, e continuata quando George, dopo la guerra, si era mosso dall’America per venire a sposare la sua “principessa”, oramai cresciuta ma ancora un po’ “smarrita” dagli eventi.

Quando nel 1951, a Passiano, Nina e George si sposarono, tutta Cava e tanta parte dell’Italia e degli Stati Uniti parteciparono all’evento. Mille e mille persone raccolte davanti alla Chiesa e sotto il balcone del Dopolavoro, reportage fotografici su “Il tempo illustrato”, “La settimana Incom”, perfino l’americana “Life”, addirittura la sceneggiatura di un film da girare con la regia di Corbucci. Era, pur se tra tante contraddizioni, la materializzazione del sogno americano per l’Italia povera di allora. George è scomparso da qualche anno e Nina, fresca ancora della sua bellezza di sempre, di cuore, di sorriso e di pelle, oggi vive in California con i suoi tre figli ed è in continuo contatto con la nostra città, che è rimasta “sua” fin nel profondo dell’anima. 

Insomma, un poker di servizi di ampio ventaglio di interesse, che non si esauriranno però nel solo 10 settembre, ma proseguiranno nel corso dell’anno, essendo i protagonisti disponibili a fare giri itineranti nelle scuole, per mostrare quel sapore della storia e delle radici che è necessario come il pane per l’identità delle nuove generazioni, un pane che però troppo spesso è lasciato nella madia con tanta muffa e poco lievito. Che sia finalmente l’inizio di una giusta “cottura” di questo saporitissimo cibo della mente?.

Il Museo dello Sbarco, un tesoro da far conoscere … e da proteggere

Cronaca di una visita in un luogo della storia che vive solo grazie al volontariato


SALERNO. L’invito a visitare il Museo dello Sbarco, a Salerno, arriva improvviso, solo poche ore fa. Ma non c’è bisogno di riflettere su una proposta del genere, si accetta e basta. Per me che amo la storia, in particolare la II Guerra mondiale, non c’è da scegliere, si va.

Ad accoglierci il Presidente del Museo, Antonio Palo, che sarà anche il nostro speciale Cicerone.

La piantina del Museo ci obbliga in una direzione, perché ci sono eventi cronologici che vanno sottolineati, come racconta la prima foto manifesto, che riporta la frase di Jack Belden corrispondente di “Life”, la rivista che diede inizio, di fatto, alla diretta dal fronte. È anche grazie a loro che si possono oggi raccontare momenti particolari che hanno segnato quei giorni che avrebbero dato l’esito che conosciamo a quella che davvero ha meritato, purtroppo, la definizione di Guerra Mondiale. Il numero di civili caduti, testimoniano di come si sia combattuto ben oltre le linee di trincea.

Siamo pochi e tutti seguiamo attenti le parole del direttore Palo, ma quello che rapisce la mia attenzione, oltre al già indicato interesse per la materia, è la luce che gli brilla negli occhi. Il Museo, come scoprirò a breve, è di fatto un’iniziativa privata, il lavoro di raccolta, di allestimento e di catalogazione è frutto di una loro passione e non di un’iniziativa Comunale. A me è sembrato strano, a voi non so che effetto fa.

In questa gigantesca sala, come si mostra dopo il breve angolo d’ingresso, c’è un pezzo della storia non solo di Salerno, né d’Italia, ma del mondo intero. Tutto è cambiato dopo quel conflitto, forse quello che non è rimasto è proprio la Memoria. Quella Memoria fondamentale che andrebbe tutelata dalle Istituzioni, ma che invece viene lasciata spesso sbiadire. Ed ecco allora che il lavoro di persone come Antonio Palo e dei suoi collaboratori, diventa servizio per la comunità, diventa rispetto per l’Umanità.

Sono tanti i dettagli che ci ha svelato, come la storia di “Ciccio ‘u ferroviere”, che non è il capostazione della strada ferrata, ma il nomignolo affibbiato all’aereo ricognitore, il “Mosquito”, che aveva sorvolato per tantissime sere il cielo salernitano senza mai agire, e per questo considerato quasi un appuntamento quotidiano, come quello del treno alla stazione. Sarà proprio lui intanto, la sera del 20 giugno del 1943, a sganciare la prima bomba su una Salerno che si era considerata molto fortunata rispetto alla vicina Napoli, che di bombardamenti ne aveva subiti tantissimi, tanto da contare, a fine guerra, un numero di morti tra i più alti della Nazione.

Fu così che anche il nostro cielo conobbe “la morte che arriva dall’alto”, in un periodo relativamente breve, ma che riuscì a segnare i destini di tantissime famiglie.

Palo ci mostra foto che ritraggono immagini di macerie che lasciano spazio a palazzi intatti che riconosciamo ancora presenti ai nostri giorni, o come la statua antistante la Stazione, che però risultava già monca della Vittoria Alata, opera in ferro staccata nel ’41 durante la raccolta di metallo per il conflitto.

Ogni tappa davanti alle foto è occasione di aneddoti, come quando ci racconta del bombardamento su Battipaglia, giovane città nata solo nel 1926 e definita la Guernica d’Italia, per la violenza con cui fu colpita vista l’importanza del suo nodo ferroviario. A differenza della vicina Eboli che ne subì uno soltanto.

Ci parla di Montecassino, bombardata su preciso volere di uno degli alleati perché convinto che vi fossero all’interno i tedeschi, mentre furono oltre 250 civili a perdervi la vita, diventando poi comodo rifugio per i tedeschi che riuscirono a sfruttare le macerie del Monastero per resistere alle truppe alleate.

Ma quei giorni frenetici fecero da sfondo a cambiamenti importanti. La vita politica si spostò nella provincia campana che fu eletta capitale e nelle nostre città si ebbero residenze famose, come quelle del Presidente Badoglio a Cava, o del re in persona, a Ravello.

Davanti alla mappa delle manovre organizzate dagli alleati per arrivare “nel ventre molle di Hitler”, come Churchill definì l’Italia, mi sento un po’ soldato anche io. Immagino le tensioni di quelle strategie che in realtà non furono così oculate. Il generale Patton ebbe a dire che se fosse stato un semplice sergente tedesco, avrebbe saputo come ributtare a mare gli alleati. E questa eventualità davvero stava per realizzarsi, perché il territorio salernitano, con tutte le montagne che si trovano alle sue spalle, offriva alle truppe tedesche una grande copertura per la controffensiva. Fu solo grazie alla collaborazione con le truppe di terra e aeree che gli uomini di Clark riuscirono a mantenere la posizione.

Dovunque guardiamo c’è un’atmosfera quasi irreale. Dalle divise originali di paracadutisti e ufficiali, dalle bombe, agli attrezzi, al cannone ritrovato in tempi recentissimi durante gli scavi del Crescent, tutto ci trasporta dentro un’atmosfera irreale. La terra su cui sono posti quegli oggetti, sembra avere ancora l’odore della polvere da sparo, delle lacrime e della morte che li accompagnavano.

Curiosi guardiamo le pagine dei giornali dell’epoca, la comparsa della Coca Cola, “le prime bollicine” assaporate e le scatole di sigarette e medaglie e documenti e una Bibbia e tante vite passate troppo in fretta sotto i colpi di una follia senza fine.

Ma il giro continua: i manifesti con i ministri del nuovo governo, nomi storici, da De Gasperi a Togliatti, Croce ai due futuri presidenti Saragat e Gronchi, ci guardano dalle pareti, ma non sono immobili. In loro vibra ancora lo spirito, il desiderio di un cambiamento che oggi sembra più lontano di allora.

E poi ancora foto di quel lontano 1944, con l’eruzione del Vesuvio che rese Salerno completamente nera di lapilli, o il famoso e occultato treno per Balvano, che con quasi 600 morti, rimane una delle sciagure più gravi nell’ambito ferroviario della nostra storia.

Ma ci sono anche due giovani sposi che attraversano le macerie, a testimonianza di come si debba sempre guardare al futuro.

E poi, i ricordi di Henry Blisset, ufficiale inglese, regalati al Museo dal figlio, che ha arricchito la collezione con pezzi pregiati, come il diario dei Commandos, pezzo unico al mondo. Ma anche tanti ricordi della vita da civile, tramandati a voce per testimoniare come esperienze così gravi come la guerra ti segnano per sempre.

Non vi racconterò tutti i segreti che abbiamo scoperto, vorrei che in voi nascesse la giusta curiosità per andare a verificare di persona, ma un’ultima cosa ve la dico.

All’uscita, quando ci ritroviamo di nuovo “in libertà”, guadiamo due ultimi pezzi: un cannone e un carro merci.

Su quest’ultimo c’è una scritta, sbiadita ma ancora leggibile “Cavalli 8 – Uomini 40”. Questo il potenziale, in realtà in carri come questi sono state trasportate fino a 100 persone per viaggi con destinazione allora ignota a porte piombate. Con loro un bidone per l’acqua, uno per i bisogni fisici. Chi non sopravviveva, ed erano tanti, diventava seduta più morbida per chi resisteva.

Noi andiamo via. Torniamo a casa in macchina, con il nostro spazio. Non è quella la nostra realtà e vorremmo sperare che non lo sia per nessuno, ma quando sei in compagnia di teste pensanti, alle tue riflessioni aggiungi le loro.

E non possiamo non immaginare quei bombardamenti che vediamo di sfuggita nei servizi dei TG, quelli che ci colpiscono solo per pochi attimi, quelli che possiamo cancellare col tasto del telecomando. Non possiamo non sottolineare come la paura di pochi giorni ha segnato intere generazioni, figurarsi chi da anni vive quotidianamente quella condizione.

Memoria è stata una delle prime parole che Palo ha pronunciato. Memoria è anche quella che voglio lasciare qui alla fine di questi pensieri. Non cancelliamo le nostre origini, non evitiamo di scoprire la nostra storia, non permettiamo a qualcuno di farci credere che non serve conoscere il nostro passato. Quel passato ci ha consegnato il mondo in cui viviamo e se non ne siamo contenti, dobbiamo guardare indietro e capire quali sono stati gli errori, per non ripeterli ancora, per poter essere migliori, per poter creare nuove opportunità non solo nuovi guadagni. La guerra è solo interesse economico, non cercate mai di nascondere questa parola dietro un sentimento di umanità.

Il tanto atteso sviluppo per “La Nostra Famiglia” di Cava de’ Tirreni

Nei giorni scorsi hanno preso il via i lavori per l’ampliamento del Centro di Riabilitazione “La Nostra Famiglia” di Cava de’ Tirreni (Sa). In un’area di 6200 mq sorgerà una nuova struttura, dotata di spazi moderni e accessibili per la cura e la riabilitazione di bambini con disabilità fisiche, psichiche e sensoriali. Il 12 settembre la posa della prima pietra.


la-nostra-famiglia-ex-hotel-due-torri-demolizione-cava-de-tirreni-luglio-2018-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Dal 1976 fino ad oggi “La Nostra Famiglia” di Cava de’ Tirreni (Sa) ha accolto presso il Centro di Riabilitazione di via Marghieri, in Villa Ricciardi, più di 2000 utenti. I bambini provengono da tutte le province del territorio regionale. Per poter rispondere ancora meglio ai bisogni delle famiglie e dei bambini del territorio campano, l’Associazione ha deciso di realizzare una nuova struttura, dove verranno trasferite tutte le attività riabilitative ambulatoriali.

Il servizio in diurnato, invece, continuerà a svolgersi in Villa Ricciardi, dove i bambini effettuano gli interventi riabilitativi relativi al loro Piano Riabilitativo Individuale e contemporaneamente frequentano la scuola dell’infanzia e primaria annessa al Centro in convenzione con il MIUR (Ufficio Scolastico Provinciale di Salerno).

La nuova sede sorgerà sempre a Cava de’ Tirreni, in via Rotolo, località Maddalena, sul terreno dove c’era l’ex hotel Due Torri, che proprio in questi giorni è in fase di demolizione. Si tratta di un’area di 6200 mq, con una superficie utile calpestabile di circa 2600 mq adiacente e collegata alla Villa Ricciardi.

L’area sarà oggetto di un completo restyling: in quanto abbandonata da oltre 30 anni, era diventata fonte di pericolo e di inquinamento. La zona collinare della Maddalena, una delle più belle zone di Cava de’ Tirreni immersa nel verde, verrà pertanto riqualificata come merita. Sono previsti 24 mesi di cantiere.

L’edificio si svilupperà su 4 piani con spazi specificamente progettati e maggiormente flessibili, oltre che completamente e facilmente accessibili da persone con limitate capacità motorie: qui avranno sede la reception, l’area clinico-sanitaria con 8 studi dedicati, le aree di riabilitazione con 27 apposite stanze, le sale di formazione e le sale riunioni.

«Ci occupiamo della diagnosi e della riabilitazione neuromotoria e neuropsichiatrica di soggetti in età evolutiva affetti da disabilità fisiche, psichiche e sensoriali, nonché del loro inserimento scolastico e sociale», sottolinea la Direttrice del Centro, Carmen Chiaramonte. Il Centro si occupa, infatti, della prevenzione, diagnosi e riabilitazione funzionale di bambini affetti da esiti di paralisi cerebrali infantili, traumi cranio-encefalici e lesioni espansive del sistema nervoso centrale, sindromi malformative, neuromiopatie, patologie neuromuscolari, disabilità cognitiva, disturbi dello spettro autistico, disturbi visivi e uditivi complessi, disturbi specifici del linguaggio, della funzione prassico-motoria, dell’apprendimento scolastico, disturbi emozionali e comportamentali a rischio psicopatologico, disturbi neuropsicologici e neurolinguistici patologie sensoriali e neurosensoriali complesse.

«Tra i progetti peculiari del nostro Centro – prosegue Chiaramonte - vi è quello rivolto in età precoce ai bambini con diagnosi di Disturbo dello Spettro Autistico». L’Equipe dedicata è costituita da neuropsichiatri, psicologi, educatori, logopedisti e neuropsicomotricisti. Il percorso coinvolge significativamente la famiglia come custode di conoscenza del profilo funzionale del bambino e di sostegno ben informato al suo percorso adattivo: «Questo progetto ha un’articolazione complessa riabilitativa ed educativa, mirata al progressivo adattamento alla comune richiesta ambientale coerente per l’età, con particolare riferimento alla scuola. L’intensa attività riabilitativa ed educativa dedicata all’età tipica della scuola dell’infanzia predispone percorsi mirati per il successivo inserimento nella scuola primaria», conclude la Direttrice.

La sede si avvale di un’équipe di oltre 60 operatori fra dipendenti e consulenti e nel 2017 sono state effettuate circa 35.000 prestazioni a beneficio di 300 utenti, in regime ambulatoriale e semiresidenziale. La posa della prima pietra del nuovo Centro avverrà nella mattinata di mercoledì 12 settembre 2018.

Cari ragazzi che volete un mondo senza criminalità

Nell’anniversario dell’attentato, una prof ricorda Borsellino ai giovani di buona volontà


cava-legalita-borsellino-cava-de-tirreni-luglio-2018-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Mi occupo da molti anni di Educazione alla legalità presso il Liceo Scientifico ‘Genoino’, un progetto didattico che fa parte integrante del DNA dell’Istituto e che ha favorito incontri ad altissimo tasso di interesse con personaggi simbolo a livello nazionale, tra cui Maria Falcone, Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo. E tante sono state le produzioni creative: tra tutte, il cortometraggio Pallottolina, che una quindicina di anni fa a Marano vinse il Primo premio e il riconoscimento fu consegnato personalmente da Rita Borsellino, sorella di Paolo, generando una tempesta di emozioni e di stimoli. E poi, il viaggio a Palermo fino all’Albero Falcone con la nave della legalità… E poi, tante altre iniziative, mirate a fare in modo che gli ideali dei “grandi” come Falcone e Borsellino camminino veramente con le gambe delle nuove generazioni.

L’idea di scrivere questo articolo mi è venuta dopo aver partecipato di recente a due eventi molto significativi per la nostra città: la manifestazione ‘A testa alta’ , svoltasi presso il mio Liceo, e l’incontro al Bar Libreria “Rodaviva” con il diciassettenne Vittorio Vavuso per la presentazione del suo romanzo ‘Padre camorra’. Questi due eventi mi hanno fatto comprendere che i nostri giovani vogliono essere protagonisti, vogliono analizzare e capire eventi anche oscuri della nostra storia passata e recente. Io, come cittadina e soprattutto come prof., ho sentito il dovere di raccontare alle nuove generazioni uno di questi fatti, la condanna a morte del giudice Paolo Borsellino.

Sono trascorsi ventisei anni dal tragico attentato in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino, insieme ai coraggiosi agenti della sua scorta. Ventisei anni di dolore , di mistero, di rabbia per una morte annunciata che nessuno ha saputo o voluto impedire. Tra il 23 maggio e il 19 luglio 1992, in quei cinquantasette giorni che separarono le stragi di Capaci e Via D’Amelio, in Italia la fiducia nelle istituzioni venne messa a dura prova. Una parte di Paolo Borsellino morì insieme a Falcone. Lui stesso chiamava Giovanni Falcone ‘la mia assicurazione sulla vita’. Dopo il 23 maggio il giudice capì che il prossimo sarebbe stato lui.

Il 19 giugno 1992 il generale dei carabinieri Antonio Subranni, comandante del ROS, invia un rapporto al comando generale dei carabinieri in cui sottolinea che numerose fonti , mafiose e non, hanno riportato la decisione di Cosa Nostra di uccidere Paolo Borsellino.

Il 28 giugno presta giuramento il governo Amato: ministro della Giustizia Claudio Martelli, alla Difesa Salvo Andò, al Viminale Nicola Mancino. Di ritorno da Bari, a Fiumicino Paolo Borsellino viene raggiunto dal ministro Andò che gli comunica dell’informativa del ROS, spedita anche alla Procura di Palermo. Possibili bersagli di Cosa Nostra sarebbero, oltre al giudice, lo stesso ministro Andò e il PM di Milano Antonio Di Pietro. Paolo Borsellino non sa assolutamente nulla di questa informativa, il procuratore Pietro Gianmanco non gli ha comunicato nulla.

Il 29 giugno Borsellino si precipita nell’ufficio di Gianmanco, è indignato, vuol capire perché nessuno lo abbia informato. Gianmanco farfuglia delle giustificazioni incomprensibili, sa che nulla potrà mai giustificare il suo comportamento. Paolo Borsellino è ormai un Dead man walking, un uomo morto che cammina, lo Stato lo sa , i suoi colleghi lo sanno, ma nessuno muove un dito per evitare questo tragico evento.

Antonino Caponnetto ha più volte raccontato l’ultimo straziante incontro con Paolo. “Lo salutai e gli dissi : ‘Arrivederci a presto’. Paolo mi rispose:’ Sei sicuro, Antonio, che ci rivedremo?’ Allora mi abbracciò con una forza che mi fece male, come a non volersi distaccare, come a volere tenere avvinto qualcosa di caro e portarselo via. Ecco, lì ho sentito che quello era l’addio di Paolo.”

Agnese Borsellino ha ricordato che negli ultimi tempi suo marito usciva da solo per comprare le sigarette o il giornale, come se volesse mandare un messaggio ai suoi carnefici, perché lo uccidessero quando lui era solo e non quando si trovava con i suoi angeli custodi.

Il 30 giugno Paolo Borsellino inizia a verbalizzare le dichiarazioni del pentito Leonardo Messina che evidenziano con chiarezza lo stretto rapporto esistente in Sicilia tra mafiosi, politici ed imprenditori.

Il 1° luglio interroga il pentito Gaspare Mutolo. Dall’agenda grigia del giudice risulta che alle 15 sarebbe stato alla Dia per interrogare il pentito; alle 18.30 avrebbe avuto appuntamento con il Capo della Polizia Parisi e alle 19.30 con il Ministro degli Interni Mancino. Il pentito racconta che il giudice ritornò talmente sconvolto dall’incontro al Viminale ‘da mettere in bocca contemporaneamente due sigarette’: probabilmente non incontrò Mancino ma Bruno Contrada e lo stesso Parisi.

Il resto della storia,purtroppo, è noto a tutti. Paolo Borsellino dichiarò pubblicamente: ‘Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri’.

Gli ultimi giorni di vita del giudice furono tesi e febbrili. Due giovani colleghi lo videro piangere. Disteso sul divano, mentre le lacrime gli bagnavano il volto disse. ‘ Non posso pensare che un amico mi abbia tradito’. Dopo tanti anni quelle parole forse hanno trovato un senso. In questi ultimi giorni i giudici della Corte d’Assise di Caltanissetta hanno depositato le motivazioni della sentenza del processo Borsellino quater: milleottocentocinquantasei pagine, un lavoro minuzioso che dimostra senza ombra di dubbio che le indagini sulla strage di via D’Amelio furono depistate da uomini delle istituzioni. In queste ore il funzionario di polizia Mario Bo e gli agenti Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di calunnia in concorso: avrebbero confezionato una verità di comodo sulla fase preparatoria dell’attentato, costretto il finto pentito Vincenzo Scarantino a fare nomi e cognomi di persone innocenti , determinando, inoltre, la sparizione della famosa agenda rossa del giudice. Una ricostruzione, seppur sintetica, di questa amara vicenda era necessaria, per ricordare che servitori infedeli dello Stato, mossi da ‘un proposito criminoso’, esercitarono in modo distorto il loro potere.

Caro Paolo, la tua onestà è stata la tua condanna. Avevi paura di essere ucciso, eri straziato dall’idea di lasciare i tuoi bellissimi figli e la dolce Agnese, ma hai continuato anche senza il tuo amico Giovanni a combattere, a lavorare freneticamente, perché eri vicino alla verità. Su quell’agenda rossa probabilmente erano annotati i nomi dei traditori dello Stato, la loro pubblicazione sicuramente avrebbe provocato un terremoto politico di inaudite proporzioni. Così non è stato, ma non dimentico che tu, Giovanni, i ragazzi della scorta siete morti per noi , che abbiamo un grande debito di riconoscenza nei vostri confronti e che, seppure non possiamo riportarvi in vita, possiamo onorarvi ogni giorno facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, agendo con onestà, tenendoci a debita distanza da piccole e grandi forme di corruzione. Solo questo possiamo e dobbiamo fare con coraggio per tenervi vivi e per essere degni del grande messaggio di impegno civile che ci avete lasciato. (Angela Di Gennaro)

Omaggio ad Allen Ginsberg

Alla Locanda del Mare i versi potenti e taglienti di un poeta visionario della Beat Generation. Proiezione del rarissimo film di Robert Frank e Alfred Leslie, “Pull My Daisy” (1959).


allen-ginsberg-poeta-salerno-luglio-2018-vivimediaPAESTUM (Salerno). Continuano gli incontri dedicati alla grande poesia attraverso la collaborazione tra Casa della Poesia e La Locanda del Mare. Sarà un omaggio ad Allen Ginsberg e alla beat-generation l’appuntamento in cartellone per giovedì 12 luglio alle ore 21.30, con ingresso rigorosamente gratuito.

Poeta visionario, Allen Ginsberg  incarna al meglio gli ideali portati avanti dagli avanguardisti della beat generation assieme ad altre figure letterarie eccezionali quali Jack Kerouac o William Burroughs.

I materiali presentati a La Locanda del Mare da Sergio Iagulli, Raffaella Marzano e Giancarlo Cavallo fanno parte del gigantesco archivio sonoro e visivo di Casa della Poesia, raccolto in più di 20 anni di attività, straordinario patrimonio per il nostro territorio.

Tra questi anche una serie di letture di Allen Ginsberg, tra cui “Howl” (Urlo) l’opera che ha segnato un’epoca e creato un nuovo mondo, oltre ad una serie di video di Ginsberg e di altri protagonisti della beat-generation (Lawrence Ferlinghetti, Janine Pommy Vega, Martin Matz) e le collaborazioni con Paul McCarthy e Bob Dylan.

Versi taglienti e disperati, quelli di Ginsberg in Howl. «Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa, hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte», scrive. Sono il preambolo di ciò che diventerà il caso editoriale del XX secolo, oltre che il poema per eccellenza della Beat Generation, movimento culturale che destò l’America dal torpore post conflitto mondiale. Urlo (Hawl) è una ballata psichedelica dedicata dall’autore a Carl Salomon, un amico incontrato nell’istituto psichiatrico in cui era ricoverata la madre di Ginsberg, ed è intrisa dei sentimenti di protesta e ribellione nei confronti dell’autoritarismo della società americana di quel tempo, considerata dall’autore una feroce matrigna.

Infine un vero piccolo evento sarà la proiezione del rarissimo film di Robert Frank e Alfred Leslie, “Pull My Daisy” (1959, min. 26), nella traduzione italiana di Raffaella Marzano che ridà poeticità e accuratezza filologica al testo di Ginsberg e Jack Kerouac.

Il film vede come protagonisti Allen Ginsberg, Gregory Corso, Peter Orlovsky, e con Jack Kerouac che, come autore e voce fuori campo, accompagna l’intero film con una lettura strepitosa del testo. Il film di Frank e Leslie è considerato da molti, insieme a “Shadows” di Cassavetes, il film di riferimento del cinema underground newyorkese degli anni ’50. 

A Carl Solomon

Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate  nude isteriche,

trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa,

hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte,

che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua fredda fluttuando sulle cime delle città contemplando jazz,

che mostravano il cervello al Cielo sotto la Elevated e vedevano angeli Maomettani illuminati barcollanti su tetti di casermette

che passavano per le università con freddi occhi radiosi allucinati di Arkansas e tragedie blakiane fra gli eruditi della guerra,

che venivano espulsi dalle accademie come pazzi & per aver pubblicato odi oscene sulle finestre del teschio,

che si accucciavano in mutande in stanze non sbarbate, bruciando denaro nella spazzatura e ascoltando il Terrore attraverso il muro,

che erano arrestati nelle loro barbe pubiche ritornando da Laredo con una cintura di marijuana per New York,

che mangiavano fuoco in alberghi vernice o bevevano trementina nella Paradise Alley, morte, o notte dopo notte si purgatoratizzavano il torso

con sogni, droghe, incubi di risveglio, alcool e uccello e sbronze a non finire…  […..continua]

ALLEN GINSBERG, Urlo (1955-1956)

Bancarella Sport: anche la cavese Elena Catozzi tra i finalisti

Insieme con Federico Buffa ha scritto la biografia di Mohammad Alì-Cassius Clay


elena-catozzi-federico-buffa-premio-bancarella-cava-de-tirreni-luglio-2018-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Esaminare la produzione editoriale non con l’ottica della nicchia, ma in base alla capacità di impatto con il pubblico. Fin dalla sua nascita, è questo il DNA del Premio Bancarella, che ha fatto la fortuna del Concorso, uno dei più ambiti, perché nasce dal consenso e moltiplica il consenso.

Sulla scia del successo ottenuto, il Premio è cresciuto e si è moltiplicato, creando al suo interno la Sezione Sport, che quest’anno per i cittadini della Valle Metelliana ha riservato una magnifica sorpresa. Infatti, tra i finalisti risultanti dalla Selezione elaborata dalla Giuria ufficiale, è presente anche Elena Catozzi, cavese doc, operativa a Roma, laureata in Lettere, giornalista, studiosa di Cinema e Storia del Cinema.

Insieme con Federico Buffa, che è oggi in Italia il maggior aedo multimediale dello sport, ha scritto Muhammad Alì, un uomo decisivo per uomini decisivi, pubblicato da Rizzoli. È l’appassionata ed appassionante biografia di Cassius Clay, “il più grande”, il pugile che nella seconda metà del secolo scorso ha lasciato una scia profonda anche a livello sociale. Con un’affabulazione avvolgente che ha spaziato ad ampio raggio tra sport e storia, musica e società, la coppia ha dimostrato di essere magnificamente assortita.

La finale, con la proclamazione dei vincitori, sarà effettuata a Pontremoli il 21 luglio prossimo. I rivali della coppia Buffa-Catozzi sono di primissima qualità e popolarità. C’è Non so parlare sottovoce (Cairo Editore), autobiografia di Aldo Agroppi, mediano di costruzione e opinionista polemista dalla linguaccia toscanaccia. E si è messo in moto Loris Capirossi, grande e tormentato campione delle due ruote, che ha raccontato con Simone Sarasso La mia vita senza paura (Ed. Sperling & Kupfer). Il rombo dei motori da accendere nell’anima è necessario quando lo sport si sposa con vicende umane e necessità di resilienza: è allora che devi cercare L’eroe che è in te ed ecco che il dott. Claudio Marcello Costa racconta tanti anni e tanti episodi vissuti tra i box nella sua lunghissima carriera di medico del motomondiale. All’attacco della vittoria, un campione della difesa come Sergio Brio, la cui biografia è raccontata da lui stesso insieme con Luigia Casertano in L’ultimo stopper. E poi, Arpad Weisz e il Littoriale, di Matteo Matteucci (Ed. Minerva), la storia terribile e straziante di un allenatore italiano di calcio di origine ebraica all’epoca del ventennio fascista, che insieme con la sua famiglia subì l’emarginazione per le leggi razziali e poi la deportazione nei campi di lager.

Se consideriamo che sono stati solo segnalati due volumi ad altissimo tasso di popolarità come Inter 110 di Gianfelice Facchetti e Nicolas Ballario (Ed. Skira) e Nuvolari, lui, di Cesare De Agostini (Ed. Ponchiroli), appaiono chiari sia l’importanza del traguardo comunque raggiunto sia il livello di difficoltà per andare oltre. Ma Federico Buffa e Elena Catozzi oltre ci sono già andati, non solo per la finale, ma soprattutto perché il libro è bello, leggibile e profondo. E, nel caso di Elena, perché l’accoppiata gestita alla grande con un grande come Federico Buffa è un vero e proprio salto di qualità, che Le auguriamo possa essere una rampa di lancio verso la scalata al monte dei sogni.

Intanto, un brindisi è d’obbligo.In stile “La vita è bella”, Elena può già ben dire: “Ho vinto anche io!”…