VersiCavesi

Cavesi di ieri e di oggi, “poeti o semplici facitori di versi” a testimonianza di un genuino amore per la Poesia … di Antonio Donadio

 

I versi “ nascosti” di Raffaele Avagliano

Succede anche che alla scomparsa di un carissimo amico, tu scopra “qualcosa” di lui che non avevi mai immaginato. Poco più di un anno fa, è scomparso Raffaele Avagliano, noto a Cava, e non solo, come “cantore metelliano” (rimando a You TubeI cantori metelliani” di Livio Trapanese). Un uomo buono, marito e padre di un bel numero di figli, che aveva conosciuto l’emigrazione in Germania e nella nebbiosa terra lombarda di quegli anni sessanta, ma poi aveva deciso, assieme a sua moglie Concetta Adinolfi, di ritornare a Cava, l’amata Cava, dove ha vissuto lavorando presso una nota impresa cittadina. Ti colpivano di Raffaele gli occhi, o meglio, ti colpiva un’inconsueta forza che dagli occhi traspariva, forza dell’immaginare, del sognare, ma soprattutto del prospettare ipotesi per un più giusto vivere naturale e sociale. Credevo di conoscerlo bene, invece, alla sua morte ho scoperto che mi aveva gelosamente nascosto “qualcosa”: un buon numero di aforismi, riflessioni e anche versi che ora si possono leggere in un semplice ma prezioso per pulizia ed esattezza d’intenti, volumetto (Sempre con noi) edito dalla sua famiglia e a cura di Franco Bruno Vitolo. Versi che ho letto vincendo una comprensibile emozione: di quei fogli, di quei versi che ora erano tra le mie mani, Raffaele non me ne aveva mai parlato. Certamente non per timore del giudizio critico dell’”amico poeta”, ma, credo, per un innato senso del pudore. Ecco alcuni suoi versi, queste sue Sillabe di Silenzi.

Spuntano celesti
dal mio petto
prigioniero sillabe di silenzi
ancor timidi.

Poesia che dà il titolo a un florilegio da me curato e inserito nel succitato volume. Ecco, allora, venir fuori il più nascosto, il più intimo Raffaele (“dal mio petto/ prigioniero”) in cui “sillabe di silenzi” spuntano come da un sogno e si fanno, seppur timidi, di cielo (celesti). Una ricerca poetica racchiusa in un unico decennio (1980 al 1889) in cui si evidenziano due fasi di scrittura assai diverse, anche per temi. Nella prima fase, fino all’ottantacinque, si evidenzia un’esigenza di dire, di raccontare attraverso una forma chiara, discorsiva, da prosa poetica, con l’intento precipuo di farsi capire, di trasmettere “qualcosa”, un dettato, un pensiero logico, dal respiro, a volte, persino gnomico. Le figure retoriche, presenti qua e là, appaiono a volte liricamente partorite altre volte organizzate concettualmente. Migliore, più maturi anche stilisticamente, i versi della seconda fase. Brevi, sintetici versi, a volte persino criptici. Alla base ancora il desiderio di comunicare, ma esclusivamente attraverso la trasmissione di sensazioni, sentimenti, stati d’animo in cui il lettore possa ritrovarsi o non ritrovarsi, ma che caratterizzano l’anelito di chi scrive: istituire un legame. Dal soggettivo all’universale laddove il linguaggio diventa pregnante. Essenziale. Una sorpresa, una piacevolissima sorpresa che però lascia l’amaro in bocca per aver potuto leggere solo ora questa sua interessante produzione. E un invito, allora, a quanti “nascondono” versi nei cassetti a condividerli. Non certo per “sentirsi poeti”, ma artefici di un ponte, un ponte assai privilegiato, come solo può essere una poesia che nata dal chiuso di un animo di un solo uomo, cerca altri animi, altri uomini per il suo autonomo cammino vitale.

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“Spicchi di … limone” di Maria Olmina D’Arienzo

Questa volta, le mie due rubriche: “VersiCavesi e “PoesiadelNovecento-I contemporanei“si attengono al tema di Expo 2015, L’Alimentazione correlata, ovviamente, alla Poesia:

  • In “VersiCavesi “: Spicchi di limone” di Maria Olmina D’Arienzo. (Limoni)
  • In “PoesiadelNovecento-I contemporanei “: In vino levitas” di Maria Lenti ( Vino) .

 

Spicchi di … limone” di Maria Olmina D’Arienzo

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Fuor de la muraglia su l’indaco del cielo/canta la nota verde un bel limone in fiore”. Eccolo il limone così cantato da Gabriele D’annunzio. Limone protagonista di un elegante e veramente prezioso libretto. “ Spicchi di … limone” Edizioni dell’Ippogrifo, 2000, corredato da foto della costiera Amalfitana, a firma di Maria Olmina D’Arienzo. Studiosa doviziosamente attenta, tratta di sua maestà, il limone, incontrastato signore della divina costiera, (definita da Goethe e da Strauss, suoi innamorati cantori: “La terra dove fioriscono i limoni”), e da sempre agrume regale oggetto di canto. Si inizia con la “carta d’identità”: da Divisione alla Classe, all’ Ordine al Genere fino alla Specie. Nulla è tralasciato. Ma la parte centrale del libro è riservata al limone nella Poesia. Si va da Carducci, Machado, Lorca fino al grande Eugenio Montale. Chi non conosce questi versi?

[ …]

Quando un giorno da un mal chiuso portone/
ci si mostrano i gialli dei limoni,/
e il gelo del cuore si sfa,/
e in petto ci scrosciano/
le loro canzoni/ le trombe d’oro della solarità.

Sono solo gli splendidi versi finali de “I limoni” non potendo riportare, per ragioni di spazi editoriali, l’intera lirica. Scrive la saggista D’Arienzo: “Nella lirica di Montale si compie la più alta trasposizione simbolica del limone: il suo colore squillante (sottolineo: l’uso forte e pregante della sinestesia, proprio di chi ha cuore di poeta come la scrivente!) e gioioso e il suo profumo capace di infondere un senso di benessere al cuore, travalicando la dimensione poetica, per attingere al mondo stupefacente ed inebriante della musica, all’incanto ed alla magia dei suoni e dei ritmi”. Cosa altro dire? Si elencano poi le proprietà e le virtù del limone; il limone come soggetto artistico: da Beato Angelico ( “Annunciazione “1939-32 circa) a Mantegna, Caravaggio col suo famosissimo “Cesto di frutta “ (1598), poi a Manet, Matisse… Grazie all’autrice di questo dono. In apertura, versi di D’annunzio, chiudiamo con un altro grande poeta, il cileno Pablo Neruda: “Il limone? Raggio della luce convertito in frutto”. (Ode al limone) 

  • Un legame fra “Spicchi di … limone” di Maria Olmina D’Arienzo e “In vino levitas” di Maria Lenti?

Ecco il vino e il limone insieme nella testimonianza di Plinio ( “Naturalis Historia”) : “I citrea – i limoni- si bevono nel vino o essi stessi o il seme come antitodo contro il veleno”. (Citrea contra venenum in vino bibuntur vel ipsa vel semen). Quale connubio più vincente ?

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Maria Olmina D’Arienzo.. Cavese doc, vive a Cava.. Preside del Liceo Marco Galdi della Citta Metelliana, è figura notissima e di grande rilievo culturale in ambito non solo cittadino. Molti i suoi studi e suoi saggi sempre caratterizzati da estremo rigore scientifico e filologico da ricchezza d’interpretazioni analitiche profonde ed originalissime, alla luce di una scelta di vita da sempre improntata nel voler mettere al centro di tutto non il sapere fine a se stesso,ma l’uomo con il suo sapere, i suoi tanti dubbi e le sue poche certezze. 

Una lirica del poeta amalfitano Sigismondo Nastri

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Un mattino d’aprile … ad Amalfi

Ed è in un mattino d’aprile di ottant’anni fa che nasce Sigismondo Nastri, a due passi da noi, ad Amalfi, dietro il “nostro Monte Finestra”. Uomo schivo, riservato, quello che un tempo, si definiva con una sola parola, “un signore”. Professore d’intere generazioni di giovani e da sempre innamorato della poesia. Quella vera. E Acquamorta, da cui è tratta la lirica in oggetto, è la sua opera prima, importante esordio. Esordio maturo: è il 1970 e Sigismondo ha già trentacinque anni. Allora, a quell’età, si era già uomini “fatti”. E di lui si accorge un’importante e autorevole casa editrice del Nord, la padovana Rebellato. Nel suo catalogo annovera fior di poeti. Verranno poi altri libri di liriche, e non solo, per il nostro poeta amalfitano (che mi piace inserire in questa mia rubrica “VersiCavesi” sentendolo “uno dei nostri”: lo sappiamo innamorato della nostra città e amico sincero di molti di noi).

Un mattino d’aprile 

Il candore pieno d’un mattino

d’aprile

il solito tonfo dell’onda

sugli scogli del porto

un respiro leggero d’alghe

un ramo fiorito di pesco che pende

dal muro 

un mattino d’aprile come un altro

ma non sono solo

e divido con te la gioia del sole

appena nato

il fresco della marina

la rosea ebbrezza del pesco fiorito nel giardino

il buongiorno del gallo

e questa luce azzurra profonda dei tuoi occhi.

Sigismondo Nastri

da Acquamorta Rebellato Editore, Padova 1970

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Versi dal respiro pittorico: non immemore è la lezione della Scuola di Posillipo, per chi, come il nostro poeta, nasce con negli occhi il mare e il cielo della divina costiera. Quasi pennellate, leggiadre, armoniche, dal tessuto ritmico intrecciato da rotismi qua e là disseminati : “pieno/ mattino /aprile(vv.1/2)e ancora ”respiro/leggero / fiorito” (vv 5/6) o d’assonanze al mezzo“ tonfo/porto (vv3/ 4) ”. Eccolo il mattino di un giorno d’aprile sbocciare in terra amalfitana: dal mare “il solito tonfo dell’onda/sugli scogli del porto/ un respiro leggero d’alghe (vv 3/5), alla terra “un ramo fiorito di pesco che pende/ dal muro”(vv. 6/7) . Basta solo un semplice ramo di pesco che pende da un muro d’orto (splendida atmosfera montaliana) a regalare la gioia dell’attesa giovanile che preme per esplodere in tutta la sua vitalità: e in aprile regna la prima primavera! E poi ancora elementi naturali partecipi e complici,“la gioia del sole”(v. 10) , il “fresco della marina”(v. 12) e al centro ancora il pesco, anzi “la rosea ebbrezza del pesco” (v.13), col canto di un gallo ad annunziare un giorno diverso da tutti gli altri, dove a splendere su ogni cosa umana è “ questa luce azzurra profonda (v. 15)” degli occhi della donna amata. Delicato verso finale, da climax, coinvolgente e vibrante: è un giorno in cui Aprile, quasi nume tutelare, si fa Amore. E la “divina” è lì a far da incomparabile scena. 

E al poeta Sigismondo Nastri, parafrasando Ungaretti, vadano vivissimi auguri per i suoi splendidi “vent’anni per quattro “.

“Per la morte di mio padre” una struggente lirica di Emanuele Occhipinti

Emanuele Occhipinti, nato nella splendida Ragusa, è da considerarsi un cavese doc: vive nella città metelliana dal 1974 con un passato da docente di lettere e un eterno presente da poeta.

Per la morte di mio padre

Quando mi fu detto
all’improvviso mi feci
come un filo d’erba
staccato dalla sua radice.
Poi venni senza fretta
stranamente
e ti conobbi per la prima volta
immobile.
Subito non piansi,
ma corsi con la mente
nella tua memoria
nella mia memoria
negli angoli banali
nell’insignificante,
e vi portai la fiamma di una vita.
Sulle tue labbra smunte
l’impercettibile sorriso,
che ignoravo,
pareva che dicesse:
”Scusate del disturbo,
ho finito:
me ne vado”.

Emanuele Occhipinti

da Come un filo d’erba, Demetrio Cuzzola Editore, Salerno, 1982

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Quando tanti anni fa Emanuele Occhipinti mi chiese quale delle sue poesie preferissi, non ebbi dubbi e gli indicai una scelta che oggi riconfermo. Non potrei dire che “Per la morte di mio padre” sia la più bella o anche la più riuscita, ma è quella in cui “si sente vibrare” all’unisono l’uomo e il poeta, indistintamente; dove non c’è spazio né per retorica né per letterarietà (entrambe uccidono il vero poeta); dove i versi emettono flebili e al tempo stesso icastici respiri a demarcare il triste tema dell’estremo doloroso addio. Si legga attentamente questa struggente lirica che credo meriterebbe degnamente di figurare nell’antologie scolastiche: trasuda la mediterraneità palpitante e vigorosa della gente del Sud (non lontana da atmosfere sinisgalliane). “Quando mi fu detto” è lo splendido incipit. Il poeta non chiarisce né tempi né luoghi della ferale notizia: cosa importerebbe chi fu a informarlo della morte del padre e dove fosse in quel momento? Quell’indefinito colpisce violentemente come pietra scagliata “ all’improvviso” e non lascia scampo. E’ accaduto. Ed ecco che il poeta si fa filo d’erba. Non si sente “come” un filo d’erba, ma “si fa” ovvero diventa protagonista della sua vita ora che è “staccato dalla sua radice”. E’ un nascere nuovamente. Definitivamente. E solo ora: “ti conobbi per la prima volta” nell’immobilità ultima. Nella mente passano tanti momenti vissuti, i più banali, insignificanti, ma è ora, e soltanto ora, che acquistano, sorprendentemente, una luce di vita“ la fiamma di una vita” tesa a sconfiggere per sempre la morte. E’ il momento dell’addio: teneramente, discretamente, con “l’impercettibile sorriso,/ che ignoravo” il padre saluta “ ho finito/me ne vado” scusandosi del “disturbo” arrecato. Come da “Congedo del viaggiatore cerimonioso” caproniano.

Emanuele Occhipinti, Ragusa 1934. Ha pubblicato parecchi testi di poesie (ne possiedo solo alcuni: Come un filo d’erba, prefazione di Attilio Della Porta, disegni di A.S. D’Aragona, Demetrio Cuzzola Editore, Salerno, 1982;Fili invisibili Alba Editrice Salerno. 1984; Creature, Loffredo Editore, 1988; Fili invisibili (Ristampa) Presentazione di Luigi Reina, Croce del Sud, 1992; Enandro e Callidia- Diaframma di un amore- Introduzione di Francesco D’Episcopo, Ripostes, 1994), saggi critici su Giuseppe Ungaretti, Pasquale Maffeo, … oltre a pubblicazioni storico-geografiche su Capri, Sorrento, Amalfi.

Una “SERA CAVESE” dei primi anni sessanta di Lucio Barone

E’ una sera del 1964. Al ridotto del Cinema Capitol (oggi rudere indecoroso) viene presentato un libro di poesie “Occhi neri” ed. “il castello” cava de’ tirreni, a firma Rajeta, pseudonimo di un giovane universitario, Lucio Barone. Era stato lui a invitarmi; sapeva del mio amore per la poesia e dei miei primi versi. Ci andai… e il libro è qui, mentre scrivo, fra le mie mani. Rajeta, scelta che rileva l’amore di Lucio per Raito e per Vietri sul mare, suo luogo di nascita, ma egli è stato, ed è ancora nell’amoroso ricordo di noi tutti, cittadino cavese. Lucio Barone ci ha lasciato troppo presto e bene hanno fatto i colleghi giornalisti a intitolare l’ Associazione Giornalisti Cava Costa d’Amalfi “Lucio Barone” .“Occhi neri, un ingenuo, delicato libricino che diventa preziosa testimonianza se non di un “poeta laureato”, ma di un coltivato amore puro e tenerissimo per la poesia. Specchio anche di un’epoca: la prefazione porta la firma di un altro giovane universitario nonché amico di Lucio, Tommaso Avagliano, futuro insegnante di materie letterarie e editore. Sono poesie semplici, acerbe e come tali non immuni da pecche, che però denunciano letture colte: in primis “ IlPorto Sepolto” di Giuseppe Ungaretti. Sarebbe un errore, quindi, da parte mia anche una seppur timida lettura critica: il mio vuole essere solo un pubblico grazie ad un giovanissimo, allora Lucio aveva solo 23 anni e frequentava la Facoltà di Scienze Politiche, per aver lasciato il segno di questo suo amore per la scrittura poetica. Di là da risultati o riconoscimenti. In verità Lucio Barone, nel 1977 pubblicherà un altro libro di poesia “Ritmi di paese” senza prefazione alcuna, ma impreziosito da disegni di Antonio Petti. Non so se ne abbia pubblicati altri. Questi sono gli unici che posseggo. Tra le poesie di “Occhi neri” ho scelto questa brevissima

SERA CAVESE

C’è pace
finalmente
in questo luogo
all’imbrunire,
pace per me
che vago con gli occhi
sulla distesa
di questa città
cinta di monti.

estate ‘63

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Eccola Cava dei primi anni ’60 in una sera d’estate che volge al termine. Durante il giorno, forse una domenica, vi è stata tanta gente “in piazza” come nostra inveterata abitudine e ora al tramonto (all’imbrunire) ritorna la pace e con essa la città ritrova una più genuina dimensione umana: è possibile allora lasciarsi andare a un più intimo sentire e regalarsi con lo sguardo (vago con gli occhi) lo spettacolo di quest’amata città, serenamente distesa, racchiusa come in uno scrigno (cinta di monti). Un bozzetto delicato, realistico e al tempo stesso intimista. Sera Cavese è un ricordare quegli anni, un tracciare un piccolo segmento, parziale e forse ingenuo, che contribuisce però ad annodare il lungo filo della memoria collettiva. La piccola, grande per noi, storia della nostra Cava. E’ anche questo il dovere di chi scrive e di chi ha scritto prima di noi e, mi auguro, di chi ancora vorrà scrivere.

Mimì Apicella e Tommaso Avagliano: l’antico ”duellar” in versi

Domenico Apicella e Tommaso Avagliano. Due cavesi molto noti: il primo, il mai dimenticato avvocato, direttore de’ “Il Castello”,  il secondo, ex docente di Lettere alle Scuole Medie, oggi brillante editore assieme al figlio Sante. Cosa unisce i due? Un genere di poesia molto particolare: la “poesia giambica” caratterizzata  dal tono canzonatorio con versi che oscillano tra il faceto, l’ironico e il polemico fino a rasentare l’ingiuria. E’ il 1964 e il giovane ventiquattrenne Tommaso Avagliano, allora laureando in lettere, pubblica un libro di poesie che si divide in due parti : Poesie a Lil. e altri versi  – Doce doce, la prima parte reca il suo nome,  la seconda lo pseudonimo  Masoagro. Tralascio la prima parte “lirica” (promettendomi di ritornare in altra occasione  su queste e altre poesie di  Avagliano) e vengo a Doce doce. L’autore nella nota introduttiva  sottolinea che l’altro da sé, Masoagro: “è convinto che un uomo non deve aver paura di dire ciò che pensa: altrimenti non si sentirà mai in pace con se stesso. Così sono nati gli epigrammi di “Doce doce” e in conclusione “ chi si sentisse bruciacchiare la coda da una delle sue scoppiettanti composizioni, se la prenda con Masoagro. Io, per me, me ne lavo le mani.”

La Donna e l’arte

Scrisse Apicella un dì
da qualche parte:
“ Come la Donna è l’Arte,
proprio così:
a chi sa prenderla si dà
con gran facilità”.
Povero don Mimì,
questo dunque è il motivo
per cui con odio vivo
maledice la Donna
e di tutto l’accusa:
d’alzare un po’ la gonna
ad una bella Musa
non fu, e mi dispiace,
non sarà mai capace!

Non c’è da aggiungere alcun commento: è tutto molto chiaro. Avagliano “sfotteva” l’avvocato Apicella, (per tutti era confidenzialmente Don Mimì), per presunte scarse capacità seduttive. In verità Avagliano nello stesso libro si sofferma anche  su un’altra “qualità” che attribuisce  all’Avvocato: la “pirchiaria”

Da tant’anne, don Mimì,
capetuosto a nun fenì,
tene ancora (e ce cammina)
na scassona ‘e Topolino …
- Capetuosto? Auh figliu mio,
chillo è ‘o rre d’ ‘a pirchiaria!

In La Donna e l’arte  Avagliano si riferiva ad una poesia apparsa in un libro di Apicella: “Il mio cuore vagabondo”. Libro che in una 2a edizione di quasi vent’anni dopo, nel 1982, contiene la seguente risposta, ovviamente  in versi:

Quando lo scrissi , caro Tommasino,
non dell’arte parlai, ma di fortuna.
Per quel che resta, dirvi poi conviene
che un filosofo antico lasciò scritto
essere l’uomo misura di tutto:
dimenticò, però, di dire ancora
che ognun si pensa gli altri a sua misura!

L’avvocato Apicella facendo riferimento al sofista Protagora, rimanda l’offesa al mittente: è lui che non è capace “d’alzare un po’ la gonna /ad una bella Musa”.  Sorrido a queste reciproche “accuse” per  sottolineare che  tutto ciò è splendido. Un ricorrersi in  un dolce amaro duello in versi e per così tanti anni. Sono versi molto semplici, con rime irregolari dettate dalla necessità del dire. Del dare spazio all’invettiva che diviene il “motivo del canto”. Testimonianza di un vivere “dell’altro ieri” quando la realtà, quella  vera, scandita dai passi, dalle voci, dai colori, dalle emozioni, dai turbamenti trovava  asilo sotto gli amati portici. Pagine da sottrarre all’oblio. Recupero memoriale di tasselli certamente minimi, ma che hanno la forza di storicizzare la vita di un piccola città come la nostra. Ciò che ieri trovava  intelligente  e divertente “duello in veste giambica”, oggi, ahimé, indossa abiti  postribolari e trova compiacente ospitalità in mille agorà massmediatiche.

“E la città” di Sofia Genonino

Diciamolo subito, ci son altre poesie più belle di questa, ma la mia scelta è stata motivata dall’oggetto divenuto motivo poetico, (esplicitato anche nel titolo del libro ““poesie alla città”): Cava di ieri e di oggi, o meglio dei primi anni 90, anno di pubblicazione. Della Signora Sofia Genonio, tra i miei circa settemila volumi, ho quattro testi di poesie, questo e “Ho dato un nome al silenzio”, “ i luoghi del tempo” e “la poesia ha gli occhi stanchi; della sua vita so solo che discende dall’antica famiglia dei Conti Genoino, già docente di lettere e che ha sempre coltivato l’amore per la poesia. E tutto ciò mi basta. Dalla lettura delle sue liriche si evince in modo chiaro che la Signora Sofia Genonio è un poeta. Non è che non ci siano liriche meno felici e riuscite (cosa che capita anche ai “poeti laureati”), ma la sua scrittura è scrittura poetica: ritmica o artimie funzionali e non casuali, stilemi e grafemi, figure retoriche, … insomma un buon ordito che fa di un insieme di versi, una poesia. Non mancano evidenti richiami pascoliani  e atmosfere crepuscolari, ma, ho potuto ritrovarvi, anche echi novecenteschi di un neorealismo come da “Scuola Lombarda”, di quell’intimismo, di quel “cosismo” che ha avuto in Luciano Erba uno dei più importanti rappresentanti.

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E la città

Spesso ritorno alla mia vecchia casa

al mio paese:

la basilica bianca, l’antico olmo

brunito dell’altare

richiamano alla mente luminarie

fiori e festoni di settembri chiari.

Il convento di suore, San Francesco

il campanile alto sulla piazza

la strettoia dei portici

fioriti ad ogni arcata

lo spiazzo con la chiesa ed il sagrato.

Poi giuliva la città si apre

con i portoni ampi dell’ingresso

dove i giardini folti dell’estate

danno silenti l’ombre della sera.

E la piazza più nuova, il duomo austero

mentre volano rapide colombe

e i gradini di pietra

e i delfini nel gorgoglio dell’acqua.

D’improvviso la città riprende

aspetti e forme di perdute infanzie

il castello si apre a età vissute

ai fuochi nelle sere

e un accenno di pioggia

riporta agli attoniti dinieghi

quando a frotte scendevano le donne

dall’ombre della Serra; poi la festa

tra il risuonar di mille scoppi al cielo.

Granelli caldi di rosate sabbie

filtra ogni cosa, scendono i ricordi

e clessidra si fa la mano

mentre tramonti freschi come albe

segnano il tempo d’ieri

fermano quello d’oggi

sopra lontane lunghe primavere.

Sofia Genoino

da “poesie alla città”, Avagliano Editore, 1992

“E la città”. Rivedere Cava con gli occhi del passato, ma anche con la lucidità del tempo presente che “magicamente“ si ferma come per  un fermo immagine. Il poeta ritorna a Cava, rivede quanto del borgo antico elegantemente enumera: dalla basilica della Madonna dell’Olmo “ la basilica bianca, l’antico olmo/ brunito dell’altare/”…. via via attraverso “la strettoia dei portici/ fioriti ad ogni arcata “ fino a giungere in piazza Duomo “ il duomo austero / mentre volano rapide colombe “ (da notare: colombe e non colombi, nella comune terminologia). Ed è lì che avviene l’incantesimo: ecco che la città d’improvviso riprende “aspetti/e forme di perdute infanzie “ e il ricordo va ai giorni della festa di Castello e allo storico leggendario grido che allontana le donne dal maniero: ”attoniti dinieghi”. Ed il poeta diviene artefice dei tempi, del suo tempo storico, emozionale, intimo: le sue mani si fanno clessidra e il tempo si ferma come dono di “lontane lunghe primavere”. Una traccia di lettura testuale? Suggeriamo : l’uso degli aggettivi. Vediamoli: “settembri chiari, granelli caldi, tramonti freschi, primavere lontane lunghe”.  Chiari, caldi, freschi, lontane, lunghe.  Non inganni il “lontane”, non lontane da noi come cose passate ma che vengono da lontano come qualcosa di nostro che si ripropone come eterne “lunghe “ ovvero interminabili.  Aggettivi che danno la valenza all’intera lirica: non persa in errante nostalgia, ma presa dall’incanto di un eterna renovatio, come da sempre è giusto che siano le primavere. In ogni stagione della vita, e forse anche oltre.

“E GNORSI’” di Matteo Apicella

Te facevo nu segno passanno,

tu cu ‘a capa dicive ca no:

chesta storia duraie pe n’anno,

e na sera diciste: gnorsì!

Stu “gnorsì” ‘o diciste redenno,

t’arricuorde? Na sera d’està!

Tu na veste te stive cusenno

nnamze ‘a porta e me stive aspettà.

Chella veste ca stive facenno

nnanze ‘e piede ‘a  lassaste cadè,

pe ce strégnere  ‘e  mmane tremmanno,

pe  vvsarce sti vvocche, Mariè!

Matteo Apicella

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Da “ ‘a nnammurata mia  poesie napoletane “ Mitilia, Cava de’ Tirreni 1968

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Matteo Apicella 1989 (Proprietà Privata)

Una poesia semplice (versi di varia lunghezza suddivisi in tre quartine con rime alternate spurie), spontanea, ma ricca di suggestioni d’epoca. Testimonianza di situazioni, momenti, atmosfere  che sembrano, specie agli occhi delle  ultime generazioni,  non reali;  tanto sono oggi riproponibili.  Corteggiare una ragazza “pe n’anno”, potersi vedere così  sull’uscio di casa  e furtivamente scambiarsi un segno “cu ‘a capa”  durante le sere calde d’estate fino al tanto sospirato primo bacio. Un’estate di tanti anni fa, molto diversa da questa nostra, con  attorno  il verde delle colline di Cava così care a Matteo Apicella pittore. E’ un mio piccolo omaggio a un nostro concittadino  cui si può attingere attraverso le sue tele e anche riscoprendo  i suoi scritti che non hanno “ufficialità accademiche”, ma tessono un genuino  legame con chi visse prima di noi.

Matteo Apicella (Cava de’ Tirreni 1910 – 1996)