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Premio “Badia”: vince Catozzella, scrittore dal grande passato e dal “Grande futuro”. Tra gli studenti prevale Claudia Sessa

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Un romanzo splendido e attuale, Il grande futuro (Ed. Feltrinelli), aperto a problematiche sociali, umane e etiche di portata universale, incentrato sulle guerre civili in Africa e sulla parabola di un giovane fondamentalista islamico. Anche senza che sia dichiarato il luogo e il tempo dell’azione, ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti non è casuale….

Un autore giovane e brillante, Giuseppe Catozzella, appena quarantenne ma con un grande avvenire dietro le spalle, dato che con il suo secondo libro, “Alveare”, ha scoperchiato il verminaio legato alla presenza della ndrangheta in Lombardia, e con il successivo, Non dirmi che hai paura (storia vera di una ragazza somala che prima riesce a partecipare alle Olimpiadi e poi muore sui barconi) ha vinto il Premio Strega giovani, è stato finalista allo Strega classico, ha venduto cinquecentomila copie in quaranta paesi, è diventato ambasciatore dell’ONU e si accinge a vedere realizzato un film di produzione internazionale e magari a ricevere ancora chissà quali e quanti altri premi…

Giuseppe Catozzella e “Il grande futuro” sono stati i trionfatori del Premio Badia 2017, organizzato dal Comune di Cava, rivolto agli studenti degli istituti superiori, giunto al ventiseiesimo anno di vita e quest’anno incentrato sul tema del conflitto sociale, personale, relazionale.

La cerimonia di premiazione, condotta dallo scrivente Franco Bruno Vitolo (che è anche membro della Commissione Scientifica) si è svolta sabato 20 settembre (mattina e sera) nelle belle sale del Comune di Cava. Oltre che per la presenza del Sindaco di Cava Vincenzo Servalli, del Consigliere Delegato alla Pubblica Istruzione Vincenzo Passa, della Direttrice della Biblioteca Teresa Avallone,del Presidente della Commissione Scientifica Antonio Avallone (con i docenti Maria Pia Vozzi, Anna Maria Senatore, Lucia D’Urso, Rosa Rocco, Mariella Lo Giudice, e con il “motore primo”, la coordinatrice Mena Ugliano) e dell’ideatrice del Premio Annamaria Armenante, essa è stata esaltata anche dalla musica.

Al mattino, applausi per le esecuzioni del Gruppo del Liceo Musicale “M.Galdi”, e la sera per il trascinante show poetico-teatral-musicale del giovane “gabbiano cantattoreGiacomo Casaula, a sua volta già “figlio” del “Badia” e membro della Commissione Scientifica. Casaula, accompagnato dal chitarrista Davide Trezza, ha eseguito alcuni dei pezzi già presentati in uno show con la sua band al completo nientemeno che al Teatro San Carlo ed incentrato sulla figura sempreverde di Rino Gaetano.

Il grande futuro ha dovuto superare la concorrenza agguerritissima di due romanzi pure loro molto graditi dai ragazzi: I miei genitori non hanno figli, di Marco Marsullo – Ed. Einaudi (storia del rapporto difficile di un ventenne con i due genitori separati e, per “adultescente” individualismo, ben poco genitoriali), e Ero cattivo, di Antonio Ferrara – Ed. San Paolo (il recupero, in comunità, di un ragazzo “cattivo” nelle azioni, ma di fatto vittima di stritolanti meccanismi sociali e familiari). L’incontro di Catozzella con i ragazzi e la comunità cittadina è stato di quelli ad alto tasso di interesse e di stimolo, per la chiarezza comunicativa dello scrittore, oltre che per le tematiche trattate e da lui conosciute direttamente per ricerche “giornalistiche” e/o legate alla scrittura dei romanzi : le odissee dei migranti, la diffidenza e la paura nei loro confronti, la cooptazione e il reclutamento dei ragazzi jihadisti, l’anima positiva dell’Islam, la fondamentale importanza della lettura e dell’informazione ai fini della crescita, del pensiero e dell’azione.

Da uscirne insomma emotivamente appagati e intellettivamente stimolati e umanamente arricchiti.

Per quanto riguarda gli studenti, che hanno recensito e valutato i tre libri e poi in finale si sono sottoposti ad una prova estemporanea di analisi e creatività relativa ad un frammento di romanzo, la parte del leone l’ha fatta ancora una volta un terzetto al femminile: Claudia Sessa (Liceo Scientifico “Genoino”), Roberta Falco e Rita Liguoro (Liceo Classico “Marco Galdi”), rispettivamente prima, seconda e terza nella graduatoria assoluta. Claudia ha vinto anche la Sezione Creatività e si è classificata seconda in quella dell’Analisi; Roberta ha prevalso nell’Analisi e si è piazzata seconda in Creatività; Rita ha conquistato il secondo posto in Creatività e, ex aequo, in Analisi. Nel dominio del tris di campionesse si sono inserite Anna Chiara Ruggiero (“Genoino”) e Marta Della Rocca (“De Filippis”), rispettivamente terza in Analisi e terza ex aequo in Creatività. Le graduatorie d’Istituto sono state vinte da Marta Della Rocca (“De Filippis”), Pasquale Nacchia Crescenzo (“Vanvitelli”), Rossella Vitale (Della Corte”), Fabio Santoriello (“Filangieri”), un  premio speciale della Biblioteca e’ andato a Valeria Boccara, campionessa in erba della scrittura e della poesia.

Quest’anno c’è stata una grande e giovane novità, il Concorso legato alla creazione di un tweet relativo ai romanzi o ai frammenti dell’estemporanea, proposto dall’Associazione Giornalisti “Lucio Barone” diretta da Emiliano Amato e rivolto a tutti i concorrenti, non solo ai finalisti. Ha trionfato Simone Avagliano (Galdi”) con il tweet: “Il grande futuro”, sempre presente. Fiaba alla ricerca di sé tra rabbia, sogni e fucili. Seconde, due ragazze del “De Filippis”: Marta Della Rocca (Se i miei genitori non hanno figli, io chi sono?) e Giuliana Di Donato (Non si è mai troppo moderni per non appellarsi alle stelle nei momenti dell’assenza o del bisogno –relativo al romanzo Ero cattivo). Terze a pari merito Maria Olmina Fariello (IIS “Filangieri”) e Maria Cesaro (“Genoino”). Segnalazioni speciali per Giorgia Zenobio e Francesca Amato (“Genoino”), Lucia Oro e Luana Campanile (“Della Corte – Vanvitelli”), Cristina Abate (“Filangieri”).

Ancora una volta, una grande, originale e stimolante kermesse, di quelle che permettono di vedere il mondo da un’altra angolazione. Premio Badia speranza dell’umanità, ha scritto il giovane Fabio Santoriello (“Filangieri”). Pur senza pensarla così alla grande, ci piace affermare che il Premio Badia è bello che c’è stato e che c’è… e speriamo che ci sarà. E, parafrasando la frase di Truffaut sul Festival di Giffoni, ci piace ritenere che di tutti i Premi letterari il Premio Badia sia uno dei più necessari …

Trionfo keniano nella 56ª “Podistica Internazionale San Lorenzo”

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Doppio successo keniano nella 56ª edizione della “Podistica Internazionale San Lorenzo”, svoltasi domenica 24 settembre 2017 a Cava de’ Tirreni (Sa). Tra gli uomini vittoria di Sammy Kipngetich, che ha preceduto i marocchini Hicham Boufars e Cherkaoui Laalami. Tra le donne trionfo di Vivian Jerop Kemboi davanti a Palma De Leo ed Erica Sorrentino. Negli Allievi affermazione di Ketzal Cifuentes. Prima della partenza commovente omaggio ai podisti cavesi Marco Senatore e Gianpaolo Viscito. Grande emozione per la consegna ad Antonietta Di Martino del riconoscimento allo “Sportivo cavese dell’anno” – Premio alla carriera

Due cavalcate trionfali. Due prestazioni eccezionali, con i record della corsa sfiorati per pochi secondi. In campo femminile, praticamente per una falcata. Protagonisti i keniani Sammy Kipngetich e Vivian Jerop Kemboi, vincitori rispettivamente della Gara Assoluti Maschile e Femminile della 56ª edizione della “Podistica Internazionale San Lorenzo”, svoltasi domenica 24 settembre 2017 a Cava de’ Tirreni (Sa) con partenza ed arrivo nella frazione San Lorenzo.

È stata l’ennesima entusiasmante edizione della kermesse organizzata dal Gruppo Sportivo “Mario Canonico S. Lorenzo” e dal Comitato di Cava de’ Tirreni del Centro Sportivo Italiano, che rappresenta ormai una “classica” del podismo su strada, oltre ad essere tra le più antiche manifestazioni podistiche sul territorio nazionale.

Ai nastri di partenza circa 250 atleti, provenienti da 6 Paesi (Kenya, Marocco, Uganda, Slovenia, Polonia ed Italia). Nella Gara Maschile – Trofeo Armando Di Mauro (km 7,8) dominio assoluto del keniano Sammy Kipngetich (classe 1991), che si è imposto al termine di una marcia solitaria fin dai primissimi metri. Il portacolori dell’Athletic Terni ha impresso un’andatura forsennata alla gara, “viaggiando” a lungo sui ritmi del primato della corsa (22’27”), stabilito nel 2008 dal connazionale Meli Ezekiel Kiprotich e sfuggito al vincitore di quest’edizione per soli 30” (22’57”).

Piazza d’onore per il marocchino Hicham Boufars (classe 1988) dell’ASD International Security Service, che ha chiuso con il tempo di 24’36”. Sul 3° gradino del podio un altro marocchino, Cherkaoui Laalami (classe 1977) del Running Club Futura, al traguardo con il riscontro cronometrico di 25’03”.

Ancora un marocchino al 4° posto, Youssef Aich (classe 1987, tempo 25’16”) dell’ASD Podistica Il Laghetto, che ha preceduto il primo degli italiani, Gilio Iannone (classe 1985, tempo 25’26”) dell’ASD International Security Service, vincitore della “Podistica Internazionale San Lorenzo” 2014. Anche quest’anno nella “top ten”, così come in tutte le ultime edizioni, il 47enne cavese Antonello Barretta: per lui un lusinghiero 8° posto finale.

Successo africano anche nella Gara Femminile – Trofeo Agnese Lodato, vinta dalla keniana Vivian Jerop Kemboi (classe 1994) dell’Athletic Terni, che si è involata subito dopo lo “start” ed ha progressivamente scavato un solco tra sé e le sue avversarie. Una prestazione straordinaria, chiusa con l’eccezionale crono di 27’12”, ad un 1” soltanto dal record della corsa di Claudia Pinna (2012).

Al 2° posto con il tempo di 30’18” una protagonista “storica” della manifestazione, Palma De Leo (classe 1977) del G.S. Lammari, trionfatrice delle edizioni 2009-2010-2013. Ottima 3ª posizione per la giovanissima Erica Sorrentino (classe 1998, tempo 32’42”) dell’ASD Polisportiva Astro 2000, plurivincitrice negli anni scorsi delle categorie Allieve e Cadette.

In contemporanea e sullo stesso percorso degli Assoluti – grande novità di quest’edizione – hanno gareggiato anche gli Allievi – Trofeo Giuliano Ferrara, che hanno terminato la loro “fatica” al traguardo intermedio di San Lorenzo (km 2,8). Successo bis dopo quello dello scorso anno per Ketzal Cifuentes (classe 2000, tempo 9’45”) dell’ASD Atletica Isaura Valle dell’Irno, che ha preceduto Roberto Adduono (classe 2000, 10’07”) ed Antonio Stabile (classe 2000, 10’09”), entrambi dell’ASD Podisti Cava Picentini Costa d’Amalfi.

La giornata si è aperta come da tradizione con la gara dedicata agli studenti delle Scuole Medie (mt 600), a conclusione del progetto “Aspettando la San Lorenzo”. Successo finale per Mamadou Diallo della “Carducci-Trezza”, alle cui spalle si sono piazzati nell’ordine Nicola Santoriello della “Balzico” e Christian Civale della “Carducci-Trezza”. Nella classifica per società trionfo dell’ASD Atletica Isaura Valle dell’Irno, che ha preceduto l’ASD Atletica Camaldolese - Campagna (Sa) e l’ASD International Security Service – Nola (Na).

Le intense emozioni della giornata agonistica, “gustate” sia al traguardo che lungo il percorso da un foltissimo pubblico ed “amplificate” dalla verve dello speaker Marco Cascone, sono state precedute da momenti di profonda commozione in occasione dell’omaggio pre-gara a Marco Senatore e Gianpaolo Viscito, due podisti cavesi prematuramente scomparsi nel 2016 e nel 2013. Un “ricordo” in memoria dei loro cari è stato consegnato alle mogli, rispettivamente Paola Santoriello ed Annalisa Simplicio, che poi hanno anche dato all’unisono lo “start” alla Gara Assoluti.

Un’altra novità di quest’edizione ha riguardato la location della cerimonia di premiazione, svoltasi nella corte rinascimentale di Casa Apicella ed alla quale sono intervenute come di consueto numerose autorità, tra cui il Sindaco di Cava de’ Tirreni, Vincenzo Servalli, il già Senatore ed Europarlamentare Alfonso Andria, il Delegato provinciale del CONI, Paola Berardino, ed il Presidente regionale del Centro Sportivo Italiano, Enrico Pellino.

Tra i momenti più attesi la consegna ad Antonietta Di Martino del riconoscimento allo “Sportivo cavese dell’anno” – Premio alla carriera, istituito dall’Amministrazione comunale per premiare lo sportivo metelliano maggiormente distintosi nel corso dell’anno. Primatista nazionale di salto in alto sia all’aperto (2,03 m) che al coperto (2,04 m), vincitrice di due medaglie d’argento ed una di bronzo ai Mondiali, di una medaglia d’oro ed una d’argento agli Europei e di 10 titoli italiani assoluti, la campionessa e neo mamma cavese ha “incassato” con soddisfazione l’ovazione dei presenti ed ha invitato i più giovani a coltivare il loro sogno sportivo. Come ha fatto lei in passato con tenacia e determinazione, il che le ha consentito di superare tanti infortuni e di competere con avversarie mondiali più “dotate” dal punto di vista fisico.  

Tra i numerosi riconoscimenti consegnati, sia la Medaglia di Bronzo del Presidente del Senato che la Targa della Città di Cava de’ Tirreni, destinate alle società prime classificate rispettivamente delle categorie giovanili e della categoria Assoluti, sono andate all’ASD Atletica Isaura Valle dell’Irno, mentre il “Portico d’Argento”, premio messo in palio dall’Azienda di Soggiorno e Turismo metelliana ed assegnato a giudizio insindacabile del Comitato Organizzatore, è stato assegnato a Gerardo Canora, storico fondatore e “Presidentissimo” del Centro Sportivo Italiano di Cava de’ Tirreni.

Calato il sipario su quest’ennesima soddisfacente edizione, la “Podistica Internazionale San Lorenzo” dà fin d’ora appuntamento a settembre 2018 per il 57° capitolo di un’entusiasmante storia che prosegue dal 1962 

Premiazione in Aula Consiliare del Concorso “Una Torre per la Pace”, organizzato dagli Sbandieratori Cavensi

una-torre-per-la-pace-cava-de-tirreni-maggio-2017-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Nella mattinata del 24 maggio si è tenuta, nell’Aula Consiliare del Palazzo di Città di Cava de’ Tirreni, la cerimonia di premiazione del concorso scolastico “Una torre per la pace“, organizzato nell’ambito delle attività del XXVIII Festival delle Torri, dal Comitato Permanente Organizzazione “Festival delle Torri”, settore dell’Ente Sbandieratori Cavensi – Città di Cava de’ Tirreni e dagli Assessorati alla Pubblica Istruzione, alle Politiche Sociali e alle Politiche Giovanili del Comune di Cava de’ Tirreni.

Oggetto del concorso era il tema della diversità culturale, attraverso le tradizioni della propria città, del Cile e della Georgia, nazioni ospiti del XXVIII Festival delle Torri. All’iniziativa, giunta alla sua seconda edizione, hanno partecipato, con disegni, manufatti ed elaborati di scrittura creativa, oltre trecento studenti in rappresentanza dalle scuole primarie e secondarie di secondo grado della città di Cava de’ Tirreni.

Le opere sono state valutate da una commissione giudicante così composta: Prof. Franco Bruno Vitolo, Presidente; Prof. Vincenzo Passa, Consigliere delegato all’Istruzione; Dott.ssa Autilia Avagliano, Assessore alle Politiche Sociali; Avv. Paola Moschillo, Assessore alle Politiche Giovanili; Prof. Alfonso Vitale, artista e disegnatore della Torre della Pace. Sono stati premiati, sia per le scuole primarie che per le scuole secondarie: il miglior disegno; il miglior manufatto; il miglior elaborato di scrittura creativa.

Le opere vincitrici saranno in futuro esposte per tutta la durata del XXVIII Festival delle Torri dal 2 al 6 agosto 2017 e saranno inoltre presentate nel corso delle serate rassegna dedicate al Cile e alla Georgia, alla presenza del gruppo di alunni premiati, dei loro insegnanti e dei rispettivi Dirigenti Scolastici.

Sezione Disegno:

Scuola primaria : Primo premio all’opera “Il mondo che vorrebbero i bambini è un mondo di pace” – Classe IV A – II Circolo Didattico.

Menzione speciale all’opera “Una torre per la pace” – Classe II C, I.C. “Carducci – Trezza”.

Scuola secondaria: Primo premio all’opera “Insieme con gioia. La torre vivente” – Classe I G, Istituto Comprensivo Giovanni XXIII.

Menzione speciale all’opera “Una torre per la pace” – Classe III G, I.C.”Carducci – Trezza”

 Sezione Manufatto:

Scuola primaria : Primo premio all’opera “Una torre per la pace” – Classi III B, III C – I.C. Carducci-Trezza.

Menzione speciale alle opere: “Pensieri di pace” – II A, I.C. “Carducci – Trezza”; “Costruiamo la pace” – Classi III B – III C – I.C. “Carducci Trezza”; “Uniti per la pace” – III A, I Circolo didattico

Scuola secondaria: Primo premio all’opera “The tower of transformation” – Classe I G – I.C.

“Carducci – Trezza”.

 Sezione Scrittura Creativa:

Scuola primaria : Primo premioall’opera “Noi costruttori di pace” – Chiara Senatore IV A – I.C. “Carducci-Trezza”.
Menzione speciale all’opera “Noi costruttori di pace” – Felice Scermino IV A – I.C. “Carducci- Trezza”.

Scuola secondaria: Primo premioall’opera “Differenza non c’è” – Classe III M – Scuola

Media Statale A. Balzico.

In partenza per la Nigeria l’Ambulanza Cava 3, donata dall’Associazione Mani Amiche e trasportata dall’Associazione SOSolidarietà

SALERNO e CAVA DE’ TIRRENI (SA). SOSolidarietà, di Salerno, e Mani Amiche, di Cava de’ Tirreni: due associazioni che hanno la Solidarietà nel loro DNA, oltre che nel nome, e che sono nate proprio per viverla, applicarla e diffonderla. Insieme, hanno costituito un ideale gemellaggio per superare barriere e frontiere, unendosi per la donazione di un’ambulanza, la Cava3, finora di proprietà di Mani Amiche, al villaggio nigeriano di Ngugo-Ikeduru, “adottato” da SOS Solidarietà, che ha curato la realizzazione del trasporto in loco del prezioso mezzo di locomozione.

La consegna è avvenuta ufficialmente domenica 19 aprile, nel corso di una calda cerimonia, presieduta dal Presidente di Mani Amiche, Luigi Ferrarese, che, dopo aver affettuosamente abbracciato la memoria dell’ultradecennale e compianto Presidentissimo Antonio Lodato, di cui è degnissimo successore, ha ricordato con giusta soddisfazione i quasi venticinque anni di attività di Mani Amiche. Le sue ambulanze per trasportare malati hanno percorso centinaia di migliaia di chilometri, quasi un giro del mondo, senza fini di lucro e fondandosi solo sul lavoro di benemeriti volontari e sulle offerte volontarie di pazienti, soci e benefattori. Insomma, nozze d’argento con la solidarietà che sono oro di umanità…

Ha portato il saluto e il ringraziamento del Comune di Cava l’Assessore ai Servizi Sociali, la Dott. Autilia Avagliano, che ha ricordato lo spirito senza frontiere e senza barriere della vera solidarietà e, nel nome del bellissimo slogan con cui la nuova Amministrazione Servalli si vorrebbe caratterizzare, cioè Nessuno resti solo, ha garantito un impegno sempre maggiore del Comune a sostegno del volontariato, sia con agevolazioni amministrative sia con la promozione di una degna Cultura della Dignità del cittadino.

A nome dell’Associazione SOSolidarietà ha parlato la Dott. Maria Aolide Tonin, un motore rombante di energia civile e morale. Nel suo discorso ha “decollato” con un grazie per la donazione generosa, utile e significativa, ponendo poi sul piatto delle questioni senza frontiere. Le ingiustizie sociali e le disuguaglianze tra i popoli sono una piaga della nostra società, resa ancora più grave e purulenta dal peso della povertà, che in certi luoghi è durissima da sostenere e tende ad avanzare a macchia d’olio. Oltre alle sempre esecrabili e mai innocenti guerre scatenate in continuazione, è proprio la povertà una delle cause prime dei dilaganti fenomeni di immigrazione che stanno insanguinando il Mediterraneo e togliendogli il respiro.

Pur con tutta la buona volontà, la povertà non si combatte solo con l’accoglienza: mancano lo spazio e le risorse per aprirsi a tutti e a tutto. Si può ottenere qualche risultato in più creando strutture e offrendo mezzi nei territori di origine degli sventurati che ne sono oppressi. Scuole, agricoltura, assistenza ed educazione sanitaria, informazioni sul controllo delle nascite e sulla vita sessuale, riduzione del rischio nel parto, idrocondutture, sono i volani di un atteggiamento costruttivo che possa portare a offrire non solo il pesce per il pranzo, ma anche la rete per poter pescare.
Pur sapendo che ogni gesto rimane la classica goccia nell’oceano, è importante che chi può si faccia almeno goccia: è questa la via per salvare i fratelli e nello stesso tempo proteggere noi stessi. In questa direzione va l’utilizzo dell’ambulanza in loco, così come molte delle iniziative intraprese dall’Associazione nella Provincia nigeriana di Owerri nell’Imo State, alias l’ex Biafra di tristissima memoria per le odissee di fame che hanno dovuto affrontare i suoi abitanti.

Alla fine, scambio di abbracci, materiali ed ideali, davanti all’ambulanza in partenza, la Cava 3, che saluta la “sua” Mani Amiche in perfetta efficienza dopo alcuni lustri di onorato servizio, ed alla nuova, modernissima ambulanza, intitolata proprio al rimpianto Presidente Antonio Lodato. L’Associazione se ne è potuta dotare grazie alle ben meritate donazioni ed al rastrellamento del pur inflazionato cinque per mille, nonostante non riceva ancora a livello pubblico, tutte le agevolazioni che meriterebbe: ad esempio, quanto “respiro” regalerebbero i circa duemilacinquecento euro risparmiati, se le fosse condonato il pagamento di Tarsu&Co, in quanto Ente di servizio pubblico e senza fini di lucro …

Amicizia, amore, libertà, ribellioni silenti in “La tristezza ha il sogno leggero”, di Lorenzo Marone, presentato a Palazzo Marciani e preselezionato per il Premio “Badia di Cava de’ Tirreni”

ROCCAPIEMONTE (SA). È bello tornare a Palazzo Marciani. Dopo essere stati per diverse occasioni ospiti in altre sedi, l’atmosfera qui a Rocca ti manca. Il tappeto rosso, l’aria pulita di una splendida giornata, la frescura di quelle mura accoglienti… Qui si sta bene.

La serata è per Lorenzo Marone, scrittore napoletano autore de “La tristezza ha il sonno leggero” edito da Longanesi. Se poi a presentarlo è Irene Fimiani, componente del direttivo di Fedora, che di professione è insegnante, tutto diventa particolare. Quando ci invita al silenzio e a prendere posto, ha molto il tono della maestra con gli alunni. In verità se lo può permettere perché sono tutti amici suoi, ci sono molti ragazzi in sala e l’atmosfera è come sempre familiare, distesa, cordiale e, cosa che non guasta, ottiene subito ciò che vuole.

Con le Associazioni Fedora e Rosa Aliberti, sappiamo bene che tipo di incontri ci aspettano: Gaetano Fimiani, Luca Badiali, Antonio Pagano, Orlando Di Marino sono dei perfetti padroni di casa e sanno come accogliere i loro ospiti. Non a caso la prima frase di Lorenzo è di ringraziamento proprio per il pubblico: “Grazie per essere così tanti”.

Irene prende la parola e fa subito riferimento al primo libro di Lorenzo, “La tentazione di essere felici”, che ha letto per avere un quadro più ampio dell’ospite che avrebbe intervistato. Confessa di averlo trovato molto bello e che qualche dubbio le era sorto perché, dopo una prima pubblicazione di così alto livello, il secondo avrebbe potuto non reggere al naturale confronto. Ma così non è stato.

E partono i confronti e i riferimenti ai protagonisti dei due libri, che Lorenzo semplifica come personaggi alla ricerca di qualcosa: l’importanza di saper scegliere e la continua ricerca di un proprio sé.

La storia, di cui Irene ci legge le prime pagine, ci svela l’esperienza di un bambino, Erri, alle prese con i litigi dei genitori e con quella necessità di “dover scegliere” tra uno dei due, che non è una cosa normale. Quella condizione, quella situazione di paura e immobilità, di attesa di qualcuno “che venisse a prenderlo”, è ciò che gli resta impressa nell’anima e nella mente per molti dei successivi anni della sua vita. L’incapacità di scegliere, di rendersi protagonista degli eventi e delle relazioni della sua vita, segnerà il percorso di Erri, ragazzo con genitori separati, madre risposata e fratelli nuovi da accettare.

Da qui cominciano a presentarci alcuni dei numerosi personaggi che arricchiscono la trama di questo libro, a cominciare dalla madre di Erri, Matilde, definita “il capo miliziano”, termine molto apprezzato da Irene e dal pubblico. Forse essi si riconoscono in questa donna forte, capace di prendere decisioni. Mentre invece Erri viene definito uno “che da 40 anni si fa di speranze”.

Lorenzo definisce la rabbia uno di quei sentimenti che ti permette di spezzare gli equilibri e dunque può essere vista positivamente: ma Erri ne è privo, dunque perde anche questa spinta emotiva. Lui è un ribelle silente. I suoi cambiamenti arrivano solo quando è costretto, non per scelta; fino a quando non ritroverà, nel profondo dei ricordi, quei sogni che tutti abbiamo ma che non sempre rispettiamo.

Irene ci racconta che lei trova molti dei personaggi che affiancano Erri come dei veri co-protagonisti, perché in ognuno di loro ci sono messaggi profondi e forti su molti argomenti: dall’amicizia, all’amore, alla libertà.

Cita la frase “Fai una cazzata una volta nella vita” e lo fa con estrema sincerità, con la serenità di una conversazione da cui vuole poter ricavare il massimo delle informazioni per sé e per noi, come se fosse sul divano di casa. Questa atmosfera risulta particolarmente gradevole, invita alla partecipazione.

Sarà anche per questo che Lorenzo parte col raccontarci della sua personale esperienza di famiglia allargata, anche se i personaggi descritti sono completamente diversi dai suoi familiari. I primi bambini, quelli degli anni 70, che hanno subito l’esperienza del divorzio. Confessa di aver voluto riveder il film Kramer contro Kramer, di aver studiato le cicatrici di quei ragazzi per capire cosa sono diventati negli anni. “Tutti feriamo e tutti veniamo feriti”. I veri amori sono quelli che sanno sopravvivere a tutto questo.

In questo libro ogni personaggio affronta un’esperienza di dolore, ma ognuno la affronta in maniera diversa, anche perché il dolore è una di quelle cose che ti cambia, o addirittura, può schiacciarti. Nelle relazioni, nel tempo, tendiamo ad eliminare i gesti d’affetto, mentre invece dovremmo aggiungerne, perché l’altra persona è sempre da tutelare, da coccolare. Bisogna saper perdonare.

Quando poi si parla di Mario, papà adottivo di Erri, uomo ideale, con grandi qualità, Irene confessa che per sua esperienza personale, la figura paterna è anche più importante di quella materna. Ma in realtà nessun uomo è mai perfetto o cattivo in assoluto. Gli uomini sono segno tangibile di imperfezione per questo “Innamorarsi è un atto di fiducia”.

Lorenzo ci confessa che per raccontare una parte dei sogni legati alla sospirata maternità di Matilde, moglie di Erri, si è dovuto inventare un diario che ha consegnato pochi giorni prima di andare in stampa, cosa non molto apprezzata dai curatori, ma che comunque apre ancora un’altra porta: problematiche sul non poter avere figli a cui si uniranno le considerazioni sull’adozione e di cui Irene sembra molto ben informata.

Ma poi passa velocemente ad un’altra lettura, il racconto di un’uscita in auto, Erri e Matilde, il traffico, la pioggia e la domanda “Mi ami?” “E tu mi ami?” Nessuna risposta e squarci di nuovi orizzonti svelano novità.

Lorenzo dice che ha voluto raccontare l’amore della vita reale non quello delle favole. Quando decidiamo chi saranno i nostri compagni, lo facciamo anche in base a ciò che ci serve, guardiamo chi compensa le nostre mancanze.

E poi l’infanzia. È un periodo sempre magico? “Non credo” risponde Lorenzo “Non abbiamo potere decisionale, siamo alla mercé dei grandi, sottoposti a continui giudizi.” Confessa che, per quanto un autore cerca di nascondersi dentro le pagine del proprio libro, non ci riesce mai completamente.

Le sensazioni che Lorenzo descrive sono tante, lo abbiamo detto: quel senso di libertà che ti prende immediatamente dopo essere stato lasciato; quel dolore che si mescola alla gioia per le immense possibilità che si aprono sul futuro; o ancora quel formicolio alla pancia per tutte le emozioni che si possono ancora vivere.

Nel suo passato reale Lorenzo ha una laurea in giurisprudenza e 10 anni di lavoro di avvocato fatto “perché papà lo fa”, ma senza convinzione e forse senza qualità. Poi un dolore gli ha dato il coraggio di cambiare strada, perché bisogna “alzarsi dopo ogni caduta”. Tante persone si amano poco e non è una buona cosa. Bisogna coltivare la propria felicità per poterla donare, anche rispetto ad un figlio. Anche se Lorenzo questo libro l’ha scritto prima di essere padre, quando non immaginava neanche che lo sarebbe diventato. “Oggi forse dovrei riscriverlo”.

Ma la sala freme, i ragazzi hanno letto e vogliono partecipare. La prima domanda è sul titolo:

  • Perché quello?

Si apre di nuovo una parentesi sul primo libro “La tentazione di essere felici”, che Lorenzo ci svela è stato scelto dagli editori mentre lui temeva che potesse sembrare uno di quei titoli per pubblicazioni new age che danno risposte sulla felicità. Questo invece, scelto da lui, rappresenta un po’ ‘a pucundria, quell’espressione tipica napoletana per indicare un malessere con cui conviviamo, che ci portiamo dentro.

Poi si alza un signore che pure ha letto e li ha definiti bellissimi “come una seduta di psicanalisi”, “ti obbligano a fare i conti con una parte della tua vita” e che l’hanno aiutato per situazioni personali. Ricorda una sua metafora sul dolore: “ero un bambino felice prima che la vita mi si schiantasse addosso come un’onda che ti prende alle spalle.” Poi fa riferimento ad Aldo Masullo, filosofo napoletano, che spesso ricorda come la vita è fatta di tante cose ed è difficile fare sempre delle scelte, e di contro associa ad Erri quasi un autismo comportamentale perché, a fronte di tanti input, lui rimane troppo spesso passivo.

  • Quando hai capito di essere uno scrittore?

La scelta non è stata così romantica: lascio l’avvocatura per scrivere. No. Ho iniziato a 20 anni a scrivere racconti che non facevo leggere a nessuno. Poi mia moglie mi ha spinto e, dopo aver vinto diversi premi, ho deciso di scrivere. E ricorda una testimonianza di uno dei suoi fratelli, che descriveva così la sua esperienza con Lorenzo: “In una famiglia dai discorsi pesanti (tutti avvocati), quando entravo nella stanza di Lorenzo, trovavo tutto un altro mondo, treacquari, musica…” a testimonianza di altre aspirazioni che poi per fortuna sono venute fuori.

A volte il consiglio sbagliato può venire proprio da chi ci ama di più.”

Quando si prende una decisione bisogna mettere in preventivo anche un fallimento.”

  • Qual è l tuo concetto di adozione? E quale rapporto con i fratellastri?

Per questi ultimi all’inizio c’è gelosia perché pensi di perdere le attenzioni ricevute fino ad allora. Per l’adozione sono estremamente favorevole: è l’incontro tra che vuole dare amore e chi ha bisogno di riceverne. Ammiro chi non si ferma davanti alla lunghissima burocrazia prevista.

  • E il cane Ernesto? E il legame tra Erri e Matilde?

Lorenzo scoppia a ridere. “Lo sai che non ci ho mai pensato? Amo gli animali e ce n’è sempre uno nei miei romanzi, ma solo perché fa parte del mio concetto di amore universale. Forse anche nel mondo dei cani il dolore plasma gli animi più meritevoli.”

La serata è andata via così. Mi accorgo, scrivendo, che di cose ne abbiamo dette tante. Non so se erano tutte quelle che Lorenzo voleva, ma ce le ha raccontate con una sincerità palpabile. In verità ci lasciamo anche perché Irene, e non è la sola, ci tiene a ricordarci che a breve ci sarà una partita importante (che al nostro Napoli è andata malissimo!!!). Già, la passione del calcio qui è viva quanto quella dei libri, perché non è vero che non possono convivere.

L’ultima notizia che mi è stata comunicata poco prima dell’arrivo e che Irene annuncia pubblicamente, è che il romanzo “La tristezza ha il sonno leggero” è entrato a far parte della lista dei nove titoli da cui usciranno i tre finalisti del Premio Badia di Cava de’ Tirreni. Ciliegina sulla torta.

Mi avvicino a Lorenzo, che non ho il piacere di conoscere, e lui mi scrive una dedica che si riferisce a Erri e alla speranza che possa regalarmi qualcosa. Mi colpisce perché affida ad un personaggio inventato il compito di raccontare, di lasciare tracce, che è sicuramente quello che lui ha lasciato nell’animo del protagonista. Un uomo finto, ma pieno di emozioni vere.

Ma quello che il libro mi racconterà, lui lo saprà da queste pagine, solo che in quel momento non lo poteva immaginare …

foto di Serena Pepe

Convegno sulla “cura della Casa Comune“ alla luce dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco

locandina-convegno-laudato-si'-cava-de'-tirreni-aprile-2016-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Nell’ambito delle varie attività di solidarietà e di sensibilizzazione all’impegno, tra cui quello di sostenere i progetti di scolarizzazione e di prevenzione dell’Aids , l’Associazione missionaria “Pietre Vive”, dal 2008 impegnata nella Repubblica Democratica del Congo con i frati cappuccini della Provincia Salernitana-lucana, in collaborazione con il Punto Pace Pax Christi e l’Arcidiocesi di Amalfi – Cava de’Tirreni, ha organizzato presso l’Aula Consiliare del Palazzo di Città di Cava de’ Tirreni, sabato 16 aprile, ore 9.00, un convegno sull’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, per riflettere e dialogare insieme sui temi della solidarietà, della giustizia, dell’ambiente e salvaguardia del creato.

Interverranno: il Sindaco di Cava de’ Tirreni Vincenzo Servalli, l’Arcivescovo di Amalfi-Cava Mons. Orazio Soricelli, Padre Giuseppe Celli, ofm cap. socio fondatore di Pietre vive, Maria Olmina D’Arienzo, Dirigente Scolastico del Liceo Scientifico “A.Genoino” di Cava de’ Tirreni, Carmine Timpone, Vicepresidente di Pietre vive, Valentino Incampo, Padre Guardiano del Convento di San Felice, fraGiuseppe Caso dal Congo (RDC) il cantautore fra Massimo Poppiti.Condurrà Rita Cardone, Presidente dell’ Ass. “Pietre vive”, con la collaborazione di Franco Bruno Vitolo.

Il Convegno si preannuncia molto interessante perché tratta di tematiche di grande attualità nel contesto storico attuale e ritenute necessarie per la creazione di nuovi stili di vita attraverso un “cammino educativo “, che conduca alla protezione della “Casa Comune”, preoccupati “di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile ed integrale”. 

Nuove intitolazioni di luoghi pubblici: una strada a San Cesareo per Pasquale Capone, eroe di guerra, e una villetta per Giorgio Lisi, docente, giornalista, umanista

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Dopo i tributi toponomastici resi a Benedetto Gravagnuolo (il viale che costeggia il Trincerone), a Gaetano Avigliano (la piazza della stazione ferroviaria), a Maria Casaburi (una strada nuova di San Cesareo), è andata in porto laterza puntata della serie di cerimonie, convegni e scoprimento delle lapidi in attuazione delle delibere stabilite fin dal novembre 2014, nell’ultimo periodo della sindacatura di Marco Galdi, dalla Commissione Toponomastica, guidata dall’architetto Alberto Barone.

“In scena” Giorgio Lisi e Pasquale Capone: un insegnante umanista e giornalista e un eroe di guerra, due cavesi non “doc”, ma come se lo fossero, due cittadini capaci nel corso della loro vita di guardare ben oltre il loro ombelico, due personaggi che hanno saputo lasciare un segno fecondo,

La commemorazione, ricca di ricordi batticuore e di finestre sulla storia cittadina e nazionale, è avvenuta sabato 2 aprile 2016 nella bellissima Sala di Rappresentanza del Comune. Al prof. Giorgio Lisi è stata intestata la villetta nello slargo tra via Ragone e via Sala, vicina alla sua abitazione; al Maggiore dell’Esercito Pasquale Caponeuna strada nuova nella zona residenziale di San Cesareo, vicina alla sua casa di Castagneto ed al luogo dove egli fu giustiziato dai Tedeschi.

Pasquale Capone (Salerno 1896 – Cava de’ Tirreni 1943), dopo aver partecipato alla Prima Guerra Mondiale come ufficiale di complemento, partecipò come capitano di artiglieria alla Seconda Guerra Mondiale, combattendo in Africa. Per malattia fu rimpatriato e collocato in aspettativa col grado di Maggiore, nel 1941. Si ritirò nella sua casa di Castagneto a Cava e qui nel 1943, dopo lo sbarco degli Alleati, avvenne l’episodio che lo ha consacrato alla storia e gli ha fatto guadagnare la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Avendo infatti visto dalle finestre dell’abitazione un gruppo di civili arrestati da un drappello tedesco e, prevedendo che si stesse preparando un’esecuzione di massa, scompaginò la situazione non esitando ad aprire il fuoco, con armi proprie, contro i soldati nemici. Questi reagirono e attaccarono la casa, uccidendo il padre di Capone, che lo aveva aiutato nell’attacco, e, davanti agli occhi atterriti del figlioletto, trascinarono fuori il Maggiore passandolo per le armi.

Giorgio Lisi (Locorotondo 1914 – Cava de’ Tirreni 1979), nato in Puglia e laureatosi in Lettere a Napoli, durante la fase finale della Seconda Guerra Mondiale si rifugiò con la famiglia a Cava da Napoli e qui rimase fino alla prematura scomparsa, avvenuta all’improvviso solo due anni dopo quella della consorte Adalgisa: una morte forse inconsciamente cercata e indotta dal dolore insopportabile della perdita del “cemento amato” della sua vita e dei suoi sei figli. Fu appassionato educatore (insegnante di materie letterarie presso il Liceo “Marco Galdi” ed in precedenza presso i Licei di Nocera Inferiore e Amalfi), sagace giornalista (corrispondente dei quotidiani Roma e Napoli notte, collaboratore incisivo e stimolante dei periodici Il Pungolo e Il Castello, conduttore di una trasmissione di attualità su Radio Cava Centrale), elegante poeta (varie sue liriche furono pubblicate da Il Castello), attivo motore della vita culturale, sociale e politica cavese (consigliere comunale, coinvolgente conferenziere, studioso appassionato di Dante, coideatore della Lectura Dantis Metelliana, cofondatore del Social Tennis). Ha lasciato interessanti saggi letterari, tra cui ricordiamo: 1876 – La Sinistra al potere, Tasso e Galilei, Il “Sacrificio” di Ulisse, Introduzione allo studio del Verismo, Benedetto Croce nel centenario della nascita.

Numerose le personalità intervenute sia alla cerimonia in Comune sia allo scoprimento della targa.

L’Avvocato Giovanni Del Vecchio, Consigliere Comunale Delegato alla Cultura, che ha ufficialmente rappresentato il Sindaco Vincenzo Servalli, ha manifestato il suo compiacimento per la presenza nella storia cittadina di due personalità portatrici di valori alti e formativi e si è fatto espressione del giusto e affettuoso orgoglio della comunità cittadina di oggi per la qualità ed il prestigio di due cavesi acquisiti ed ammirati.

Sulla stessa linea si è posto l’ex Sindaco Marco Galdi, sotto la cui Amministrazione è stato concesso l’alto onore e che con affettuosa soddisfazione ha rimarcato il valore della scelta e l’importanza civica di una linea valoriale di continuità abbracciata dal suo successore.

Attraverso un breve e significativo messaggio, presentato dal figlio Dott. Daniele, il prof. Salvatore Fasano, storico Presidente della Commissione Toponomastica che per un ventennio ha dato nomi e volti alle strade e ai luoghi pubblici cittadini, nell’esprimere il proprio compiacimento per la realizzazione della cerimonia, ha giustamente ricordato che essa giunge al termine di un lungo cammino, essendo stata formulata la prima proposta di intitolazione relativa a Pasquale Capone circa venti anni fa, e che entrambi figurano tra le proposte inserite nel libro “Le strade di Cava – Toponomastica storica”, realizzato da lui stesso insieme con altri quattro coautori.

Alberto Barone, Presidente della Commissione Toponomastica uscente (che, detto per inciso, è stata magnificamente supportata dalla segretaria Marisa Zenna), dopo aver evidenziato con sintetica e comunicativa chiarezza la linea della Commissione aperta a personaggi significativi, moderni e di vario settore ed appartenenza, ha tracciato un esauriente profilo biografico dei due personaggi, sottolineando il valore della scelta. Nel caso di oggi, entrambi i personaggi non sono cavesi di nascita, eppure la città si riconosce in loro e nelle loro azioni.

Di Pasquale Capone, Alberto Barone ha detto che egli “ha donato alla nostra città la forza di un gesto che, se definissi eroico sarebbe riduttivo: gli eroi appartengono al mondo dei miti, elementi immaginari di congiunzione tra il monde degli uomini e quello degli dei.

Mi piace pensare a Pasquale Capone come uomo vero e reale: il coraggioso non è il temerario, lo sconsiderato, l’avventato, piuttosto colui che si impegna, lotta e combatte con la forza delle proprie convinzioni e dei valori in cui crede. La sua è una vicenda umana che va ben oltre i limiti temporali e che invece conferma la propria tragica attualità. Da una parte la ferocia della violenza espressa con il fragore delle armi, o nascosta nel corpo di un kamikaze, nel dramma di un gommone alla deriva, nella profanazione dei luoghi d’arte e di natura; dall’altra il sacrificio che per il solo fatto di essere accaduto, opponendosi alla logica del male lo riscatta ripristinando quei valori sacri ed inviolabili della libertà e della vita umana, intorno ai quali una comunità si riconosce e costruisce sé stessa.

Di Giorgio Lisi, ha ricordato la pungente sagacia giornalistica, l’alto profilo culturale, l’incisività della presenza didattica, la sensibilità poetica ed umana, il senso di partecipazione viva ed attiva alla vita della Città sia a livello istituzionale sia nell’humus della piazza e della vita quotidiana. E non ha mancato di ricordare affettuosamente la figlia Armida, Direttrice dell’Università della Terza Età cittadina, presentatrice dell’originaria domanda di intitolazione e scomparsa giusto un mese prima della cerimonia, e di salutare la nipote, arch. Adalgisa Sammarco, che ha rinfrescato e sollecitato la richiesta nel corso del 2014.

Lo storico di Cava Massimo Buchicchio, dopo aver ripercorso i momenti drammatici di quei giorni non solo nel nostro territorio ma in tutta Italia, ha descritto quasi al rallentatore l’arresto dei civili, la sparatoria di Capone e la successiva esecuzione, con il dichiarato intento di inserire l’episodio nel più vasto contesto storico nazionale e di valorizzarlo non come un semplice “fatto di guerra”, ma come uno dei primi nobili e lodevoli esempi della Resistenza contro il nazifascismo, che poi porterà alla Liberazione ed alla nascita della nuova Italia, democratica e repubblicana.

Il senso del dovere, la forza della reazione, il coraggio dell’azione, lo spirito “per sempre” della divisa: questi i valori umani e militari di alto profilo emersi in parole chiare ed incisive nel successivo intervento, tenuto dal Tenente Colonnello GennaroTroise, che ha rappresentato e “raccontato” la Caserma di Persano dell’VIII Reggimento di Artiglieria, dedicata proprio all’eroico Maggiore Pasquale Capone, ex Artigliere.

Dopo un significativo saluto del Vice Presidente della Provincia, Sabato Tenore, a testimonianza della portata della manifestazione, è stato il turno dello scrivente, Franco Bruno Vitolo, che ha fatto anche da conduttore dell’intera manifestazione. Tratteggiando la figura del prof. Giorgio Lisi dalla doppia ottica giornalistica e familiare (il fratello Carmine era il genero del professore), è risalito al rapporto incancellabile con la sua terra ed alle lontane radici contadine. Queste sono state del resto ricordate anche in una toccante poesia di Lisi letta in apertura di giornata, in cui egli rievoca le scarpe rotte e la cartella di legno che lo accompagnavano agli inizi del suo cammino di studi, realizzato in seminario, come allora si confaceva ai giovani capaci ma non in grado di sostenersi da soli.

Il relatore ha quindi ripercorso la sua storia umana e sociale, rimarcando, oltre alle informazioni sopracitate, qualche aspetto particolare. Ad esempio, l’attualità sempre viva dei suoi quaderni di doglianza mensili sul Pungolo, l’onestà intellettuale del suo pensiero politico, dato che, pur da convinto sostenitore della Destra, fu sempre rispettoso dei “politicamente diversi” e non esitò a dare il suo voto altrove quando ne apprezzava il voto o l’opportunità. E le tre P del suo essere docente: la Persona da rispettare nell’alunno, la Passione da vivere e trasmettere rispetto agli argomenti studiati, l’autonomia della Personalità, da conservare rispetto a chiunque, a cominciare dall’autorità, fosse anche il Preside… Infine ha tracciato un profilo del suo amare la famiglia, vivere per la famiglia, farsi famiglia: severo e presente, austero e autorevole, non sempre accessibile, ma sempre garanzia di affettuosità. E innamorato di sua moglie, al punto da non sopportare più di viverne senza e da averla “raggiunta” molto presto per un malore naturale ma forse “desiderato”. Sarebbe stato felice di essere come i mitici Filemone e Bauci, i due anziani coniugi che chiesero agli dei la grazia di andarsene insieme…

L’avv. Luciano D’Amato, uno degli ultimi allievi di Lisi, ha innalzato un affettuoso canto di gratitudine, a nome anche dei suoi compagni oggi tutti affermati professionisti, con un intervento intenso, sincero e partecipato, oltre che arricchito dall’ostentazione di un libro autografato, datogli in dono dal prof. Giorgio in persona con una benaugurante dedica di viatico verso un luminoso avvenire.

Sulle prime ci sembrò accigliato, burbero, distaccato. Direi quasi che nel mio immaginario incarnasse uno dei personaggi danteschi che tentava di illustrare nel loro spessore, nel loro significato a noi sedicenni, ricchi di grandi idee, speranze ma anche di ormoni tardoestivi…. Era forse un po’ stanco di una lunga carriera, ma diede, ritengo, ancora una volta il meglio di sé.

La sua passione per Alighieri traspariva intensamente, soprattutto nelle sue dissertazioni circa i motivi riportati in ogni singolo canto. E nella mia mente è rimasta impressa, con un ricordo nitido, la sua analisi dell’ invettiva della Capraia e della Gorgona. Quando tornai a casa, ne parlai, ancora affascinato, con i miei genitori. Mia madre, che è di origini lucchesi, ricordava bene fatti e cose, e, visto come ero stato colpito, mi disse: “Bravo certamente chi l’ ha scritto ma ancor più bravo chi te l’ha fatto apparire così bello…”

Per rendere il giusto onore ad un concittadino così prestigioso, è venuta direttamente dalla sua natia Locorotondo una delegazione ufficiale, guidata dall’Ass. Michele De Giuseppe, che, con sorridente e affettuosa bonomia, oltre a promettere altre azioni in loco di recupero della figura di Lisi, ha comunicato l’orgoglio di tutta la sua comunità ed ha fatto riferimento alla pugliesità identitaria, che non fa perdere mai ad un concittadino il rapporto con la sua terra e le sue origini.

Una pugliesità, di cui Giorgio Lisi andava fiero e che riusciva magnificamente a coniugare con la cavesità, in un mix di valori solidi e rigore morale che ha lasciato una profonda traccia, soprattutto nella sua numerosa famiglia, che ancora oggi “odora di babbo, di nonno, di Giorgio”. Lo si è visto anche nel momento finale del convegno, quando sul telone bianco dello schermo in sala, commentate con calore dalla nipote Adalgisa, si sono susseguite le foto personali e quelle di uomo pubblico, in famiglia, con gli alunni, con personalità come Eugenio Abbro, Daniele Caiazza, Domenica Apicella, l’Abate della Badia, Domenico Rea, Giuseppe Prezzolini. Un emozionato percorso, al quale hanno partecipato con gli occhi e col cuore anche le figlie Marussia, Brunella e Floriana, i tanti nipoti, compreso il delizioso new entry Michelino, e gli altri parenti ed amici, di cui alcuni venuti anche da fuori Regione. E, a modo loro,”hanno partecipato” anche Armida e Franco, scomparsi negli ultimi tre mesi, assenze presenti in un’occasione dolcemente desiderata per anni. E con loro Nino… e Arturo… e non solo…

Un momento caldo e ricco, come del resto è stato quello delle immagini rievocative di Pasquale Capone, commentate dalla nipote Paola e, medaglia d’oro in bella mostra, dal nipote suo omonimo, figlio proprio di quel ragazzino che assistette impotente alla tragedia dell’arresto del padre prima dell’esecuzione. Una vita segnata da quell’episodio, non digeribile facilmente ma tale da lasciare una luminosa scia di valore civico e morale.

Alla fine, tutti insieme allo scoprimento delle lapidi, dove l’aria si è impregnata del calore degli applausi e dell’emozione dei ricordi, trasformandosi in un ideale e generale abbraccio tra i presenti.

È bello per tutti, sapere che tali persone ci sono state …

A colloquio con Christian Izzo, stella del “Li Curti”, star teatrale in Bulgaria e Romania, in scena-prova a Torre con “Pornocinella”

cristian-izzo-pornocinella-li-curti-cava-de'-tirreni-aprile-2016-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Qualche giorno fa, una finestrella di quelle virtuali, che troppo spesso restano solo “virtuali”, ha mandato un invito. Un invito felicemente accolto che ha permesso un incontro.

Ritrovo Cristian Izzo, nuovo look, barba e una nuova consapevolezza negli occhi. Dovrei spiegare di Cristian e, avendolo conosciuto mentre recitava, dovrei definirlo “attore”, ma qualcosa mi lascia un attimo in dubbio. È solo un attore Cristian? È solo un regista? È solo un ricercatore? Penso che sia tante cose insieme.

La nostra conversazione comincia e tocca momenti lontani, quelle situazioni che ci hanno fatti conoscere e che sono poi il motivo per cui Cristian è qui con me oggi a parlarmi dei suoi progetti. Il desiderio di raccontare di un cammino che è iniziato l’anno scorso, quando ha deciso di inviare i suoi testi “visionari” a qualcuno che non avesse domicilio solo in Italia, ma anche all’estero. In questo modo ha scoperto che, oltre i confini nazionali, succede qualcosa di concreto: leggono i tuoi copioni e se li ritengono validi, ti invitano a rappresentarli.

Così ha partecipato, vincendolo, all’International Youth Theatre Festival Vreme in Bulgaria nel giugno del 2015 con il monologo “L’ultimo primo giorno di Re Ferdinando VIII e la fragilità della Luna di cartapesta” . In quell’occasione, essendo luogo di ricerca e di scoperte, Cristian è stato contattato dalla “Janacek International Academy of Music and Performing Art” di Brno, nella persona di Michaela Mikulova. Per loro scriverà il testo di “Pornocinella” partecipando ad una selezione con in gara 66 testi provenienti da vari paesi. La motivazione che l’ha portato ancora una volta ad essere scelto è stata “per l’idea rivoluzionaria di interpretare il teatro”.

L’essere risultato vincitore gli ha permesso di fare una settima di prove all’Accademia dove ha conosciuto il professore di drammaturgia che è rimasto incantato, e subito gli è stata concessa una tournee di quattro date tra Slovacchia e Repubblica Ceca, mentre dal 13 al 18 aprile sarà in Romania all’Apollo International Theatre Festival, con Ferdinando.

Pornocinella è un testo con quattro attori, dove ognuno recita in una lingua diversa: italiano, napoletano, inglese e ceco. L’obiettivo è quello di sovrapporre voci, musiche, luci e il risultato è un mantra, una cantilena dove lo spazio e il suono divorano la comunicazione. Proprio lì vuole arrivare Cristian: rifiutare la comunicazione che è l’arma di distruzione del teatro di massa. Il tentativo di fusione rende l’unicità del singolo. La musicalità che non ha bisogno di immagini, di suoni, di gesti. E il titolo Porno richiama la pornografia dell’immagine che deforma l’individuo fino a renderlo prodotto. Porno, il concetto oltre l’Eros. Sacrificato l’erotismo, rimane la pornografia, l’inutilità del talento. Il tentativo di unificare il tutto deforma il tutto stesso: il suono, la parola, l’immagine.

Cristian si tocca continuamente la barba. Sarà questo il motivo per cui l’ha fatta crescere. Si tira su i capelli, sembra quasi che cerchi un contatto continuo con se stesso per rimanere presente, agganciato ad una realtà che, sinceramente, gli sta molto stretta.

  • L’uomo si dice che fa parte dell’universo, ma per me l’universo fa parte dell’uomo.”

Queste sue continue sottolineature, questi passaggi che approfondiscono concetti che spesso si sentono “dire”, in lui escono fuori come un’appartenenza, come qualcosa che gli rende ossigeno per respirare.

E mi torna in mente una frase che mi ha detto appena ci siamo seduti, come un biglietto da visita, come una giustificazione:

  • sono condannato a fare teatro come un pesce che non può smettere di nuotare”.

Il discorso tra di noi non segue sempre un filo logico, il racconto si fonde con le citazioni, “…di uno o è quell’altro?”, non importa. In Cristian certi concetti hanno messo radici e non importa più tanto da dove sono arrivati, importante è quello che hanno creato.

Il racconto delle sue “visioni”, si mescola alla realtà del teatro italiano di oggi.

  • Amo il confronto con un pubblico che non sia fatto solo di parenti e di amici che non sai mai fino in fondo se ti dicono bravo per affetto o perché lo sei per davvero”

Stare così lontano da casa lo ha “obbligato” a confrontarsi con sconosciuti. Sconosciuti a cui ha preteso di portare il suo Ferdinando in italiano, perché è la sua lingua, insieme al napoletano, che definisce appunto un vero e proprio idioma, come ricorda nel monologo Devolution Revolution, “e se nun’ o capisce, sturia”.

Anche perché restare sempre nello stesso posto crea “il ricreativo”.

  • All’estero quando ti contattano per uno spettacolo si parla di teatro, del tuo progetto; qui da noi ti chiedono se riesci a rientrare delle spesa per la pulizia del locale!

È questo modo strano di sentire parole che dicono cose e fatti che ne raccontano altri che sta stretto, giustamente, a Cristian.

  • Non si contano le persone che mi dicono ti amo, ma io sono sempre solo.”

Essere stato scelto, da chi ha guardato ciò che fa e dopo aver ascoltato cosa ha da dire, è motivo di grande orgoglio per lui, ma soprattutto di spinta per continuare a lavorare su quelle idee che lo mettono in contrasto con molte della banalità che si respirano in giro.

  • La gente è abituata a vedere il quotidiano, ha paura di essere libera. Tutto si banalizza per poterlo rendere accessibile alla massa.”

Cristian per questo è fortemente convinto che portare qui, al Polo Artistico Torrese a Torre del Greco, il suo spettacolo Pornocinella, sarà una vera occasione per tutti quei ragazzi che studiano o solo amano il teatro, per poter vivere un modo diverso di affrontare le prove, il sudore.

Cristian è di quelli che, quando lavorano, lo fanno completamente, non hanno mai dieci appuntamenti in un giorno, non riesce a conciliare tante parti in così breve tempo, “perché non hai neanche il tempo di cambiare personaggio”. Non a caso le loro prove dureranno l’intera giornata e l’unica cosa che si chiede è il silenzio, l’attenzione e il rispetto per chi sta lavorando. Sono gradite le persone, non cellulari rumorosi, o ogni cosa che possa disturbare gli attori in scena.

Evitare il concetto di “evento”. Questa esperienza non avrà uno spettacolo a chiusura degli otto giorni, ma solo una “prova generale” il 12 sera: dieci spettacoli non fanno cultura in una città, osservare un lavoro per otto giorni di fila, può regalare molto di più. Per questo a maggio l’esperimento si ripeterà con l’”Amleto”, per un tempo ancora più lungo. La nuova compagnia di Cristan si chiama “Il Luogo in Buio” e con loro vuole mostrare come nasce una performance internazionale, come ha potuto pensare di mettere in scena quattro lingue diverse, per poter concepire un nuovo teatro. Dimostrare che un ragazzo campano può portare le sue idee in tutto il mondo.

Ad un certo punto chiedo a Cristian quanti anni ha. In realtà so che è giovanissimo, ma alla sua risposta

  • Venticinque

lo guardo ancora un po’. Di fronte non ho un ragazzino. Il discorso, i discorsi che mi ha fatto, non hanno niente a che vedere con la presunzione. Non è venuto fin qui a elencarmi i suoi progetti, i suoi successi per farsi adulare.

È venuto per mostrarmi i suoi limiti, per dirmi che sta cercando di superarli. Mi dice che quando lo definiscono idealista lui risponde in maniera colorita: “E grazie al … la realtà fa schifo”.

È venuto per dirmi che crede nelle differenze, che non ama la definizione “siamo tutti uguali”, perché la pretesa di renderci tutti simili ci annulla completamente, cancella la nostra individualità, aliena la nostra creatività.

Se Cristian ha deciso di segnare una strada, l’ha fatto per necessità, perché quella strada ancora non è stata percorsa. Perché ha deciso di sfidare qualcosa che è più grande di lui, di difficile realizzazione, ma che è l’unica cosa per cui valga la pena combattere. Perché ha voglia di togliere quella necessità di dover per forza raccontare il teatro come strumento civile sociale solidale: no. Il teatro è popolare in senso elevato, in quanto appartiene al popolo. Il teatro è estasi contemplativa, non deve mandare messaggi; non è classico, non è sperimentale. Esiste il teatro per come lo vede l’individuo: è l’unicità del soggetto da vedere sempre.

  • Non voglio cambiare i codici esistenti. Voglio utilizzare il mio. Non appartengo a nessun mondo, passo molto tempo da solo, faccio cose con persone con cui non devo confondere i ruoli. Non sempre chi ti vuole bene ti fa capire come ti giudica.

In Italia per fare grandi cose devi appartener ad un’Accademia, come la Silvio D’Amico ad esempio, ma lì lavorano solo i loro alunni, in un cerchio chiuso. In Romania i professori cercano il meglio che trovano in giro e lo portano davanti ai loro alunni per farli confrontare con altre realtà, Per questo Cristian terrà anche delle lezioni da loro, per poter trasferire le sue idee non solo attraverso il palco, ma con un confronto diretto.

Ci fermiamo quando si apre la porta e ci fanno notare che si è fatto buio. Sono passate quasi tre ore, noi non ce ne siamo neanche accorti.

Stavamo parlando ancora di Pornocinella, di come Napoli si impegna a mostrare un’immagine pornografica di sé, di come tutto ciò che si fa, se non ha una narrazione, praticamente non esiste…

Insomma, potevamo parlare ancora a lungo. Che poi non è altro che la stessa sensazione che mi è sempre rimasta dopo gli spettacoli che ho visto di lui. Quella voglia di ascoltare ancora quei sogni, quel cercare di afferrare tante di quelle cose che le parole a volte non dicono, ma che passano attraverso gli occhi, dove si riflettono immagini di esperienze vissute, ma molto di più ancora ci sono i tumulti di quello che ancora deve accadere.

Perché Cristian, che non si riconosce negli atteggiamenti tipici dei napoletani “furbetti”, ha qualcosa che lo rende perfettamente figlio di questa terra: il tumulto di quel Vulcano che ci guarda, che ci protegge le spalle, che ogni giorno ci ricorda il potere che ha. Un magma in movimento che attira per la sua forza e che terrorizza per la sua capacità distruttiva.

Ecco. Questo c’è negli occhi di Cristian Izzo: la certezza di avere una storia da raccontare. Non la storia della sua vita, quella ogni uomo ce l’ha, ma la Storia che gli è stata tramandata. Quella cultura che rende unici gli uomini e che non vorrebbe mai essere sprecata e confusa in quelli che sono i bisogni quotidiani, che si dovrebbe sottrarre alle regole del denaro.

Quel sapere che ti consente di riflettere su quanto ci deve migliorare, che ci deve rendere felici, non famosi. Perché la fama contata con i “mi piace”, le “visualizzazioni”, i followers, è cosa effimera che appaga spiriti vuoti. La soddisfazione del fare per crescere è qualcosa che poco si sposa con questa società, ma che è ancora la spinta per chi questa società vuole viverla e non subirla.

Rifiuti da favola: consegnati i contenitori alle scuole

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Si è concluso stamattina, nell’Aula Consiliare di Palazzo di Città, con la consegna dei 100 contenitori di carta, il Concorso “Rifiuti da Favola, promosso dall’Amministrazione comunale e in particolare dall’Assessorato all’Ambiente, in collaborazione con Sabox, azienda campana attiva nel recupero della carta e la Cooperativa ERICA, società leader nel campo della comunicazione e progettazione ambientale.

Atto finale della manifestazione che lo scorso 25 novembre vide la premiazione degli alunni di 120 classi delle scuole primarie e secondarie inferiori cittadine che, dopo un percorso educativo con la partecipazione ai laboratori didattici sul riciclo e la raccolta differenziata, hanno prodotto oltre 60 elaborati oggetto di selezione da parte di una apposita commissione.

Ulteriore iniziativa è stata la consegna di quest’oggi, da parte del vicesindaco con delega all’Ambiente, Nunzio Senatore e Aldo Savarese, Amministratore unico della Sabox, di 100 contenitori di cartone riciclato a tutte le scuole per incentivare ancor di più la raccolta differenziata.

“Sull’Ambiente, l’igiene urbana, la raccolta differenziata stiamo puntando moltissimo – afferma il vicesindaco, Nunzio Senatore – una coscienza ambientale non può che formarsi da bambini. Insieme all’Assessore alla Pubblica Istruzione, Paola Moschillo vogliamo sempre di più stringere il rapporto con gli educatori per nuove iniziative come quella che lanceremo tra poco con un concorso fotografico riservato agli studenti cavesi”.

“Siamo lieti di sostenere un progetto del nostro territorio e di farlo con i nostri prodotti, un esempio di come l’economia circolare sia possibile anche in Campania – afferma Aldo Savarese, Amministratore Unico di Sabox – Quello che più ci ha colpito del progetto Rifiuti da Favola è la sensibilizzazione dei ragazzi delle scuole primarie e secondarie, perché crediamo che in questo momento l’educazione ambientale dei giovani sia assolutamente necessaria se vogliamo diffondere una nuova cultura della sostenibilità”.

Alla mediateca quarto spettacolo del Premio Li Curti: “Letti disfatti”, di e con Daniela Cenciotti: attualità viva, con famiglie allargate, amori bisex … e amore punto e basta

letti-disfatti-li-curti-1-cava-de'-tirreni-marzo-2016-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Quando arrivo alla Mediateca per il quarto appuntamento della Rassegna Li Curti, viste le continue vertigini che mi perseguitano, guardo con molto interesse il letto “disfatto” che hanno preparato per la scenografia: ma non posso usarlo!!!

Lo spettacolo di stasera è proprio “Letti disfatti”, da un testo che scopro essere stato scritto circa venti anni fa da quella che sarà la protagonista in scena, Daniela Cenciotti, e che adesso è stato rivisto con la collaborazione di Angela Matassa e Fabio Brescia, che ne ha curato anche la regia ed è suo collega sul palco, insieme ad un allievo della stessa Daniela, Riccardo Torrente.

La storia è una storia d’amore il cui protagonista è morto e quindi noi non lo vedremo mai in scena, ma le sue scelte in vita saranno il perno su cui ruoterà tutta la vicenda.

La voce di Ivano Fossati ci introduce in una casa che è stato il luogo dell’amore e della sofferenza e che ancora una volta accoglierà un problema, un dilemma, uno scontro, un dolore, una scelta.

Lui, compagno degli ultimi anni dell’ex marito di lei, scopertosi gay e malato di AIDS . In mezzo, il figlio conteso o protetto o zittito.

La storia parla di questo: l’incontro scontro tra due mondi diversi, tra persone che hanno vissuto la stessa situazione guardandola ovviamente dal proprio punto di vista.

letti-disfatti-li-curti-2-cava-de'-tirreni-marzo-2016-vivimediaI dialoghi sono molto belli, coloriti in alcuni passaggi, le accuse sembrano tutte giuste, così come le difese e a noi che guardiamo viene affidato un compito difficile: dover forse prendere una decisione, una posizione. Cosa sempre molto difficile, perché per avere delle convinzioni bisogna aver vissuto, bisogna essere sinceri con se stessi, bisogna saper rispettare le persone che ci vivono accanto. Non bisogna avere “sovrastrutture” dentro le quali spesso siamo obbligati a perderci, girandoci dentro e intorno come in un labirinto che non ci porterà mai da nessuna parte.

Daniela e Fabio, nei panni dei loro personaggi, si scambiano accuse feroci.

È giusto che un uomo lasci la moglie e il figlio per vivere con un compagno?

È giusto che la moglie si voglia vendicare per il torto subito?

È giusto che quest’uomo debba vedere ancora suo figlio?

È giusto che quest’uomo non debba vedere mai più suo figlio?

È giusto che la malattia venga vissuta solo dal nuovo compagno?

È giusto che la malattia sia divisa tra la moglie, il figlio e il nuovo compagno?

E così via potremmo interrogarci all’infinito e chi sarà in grado di dire di avere la risposta giusta in assoluto?

Tutto è molto esagerato, la violenza del dolore, i confronti urlati e il buio del luogo rendono ancora più pesante l’aria che si respira in quella casa. Un attimo di tregua ce lo regala di nuovo Fossati, quando la sua musica fa da sottofondo al tentativo di ricomporre un passato attraverso delle foto, per riassaporare il sapore dei ricordi. Passato doloroso, ma anche un passato felice, supportato da un grande sentimento. E l’amore torna prepotente. È sempre lui che regola le nostre scelte? Cosa saremmo senza amore? Cosa sapremmo regalare senza essere spinti dal vero amore? Domande, ancora domande.

Poi due “cancelli” si chiudono e si sente Fiorella Mannoia. Daniela, dietro “le sbarre”, recita il testo della canzone che viene contemporaneamente cantato, mentre arriva il giovane figlio e abbraccia quello che è stato l’ultimo grande amore del padre.

Il tempo per prendere delle posizioni certe non lo abbiamo. Carmela Novaldi prende il microfono sul lungo applauso del pubblico e ci presenta i protagonisti. Fabio Brescia velocemente ci deve salutare, ma riesce comunque a dare un suo pensiero su questo tema che oggi è di grande attualità e sulla capacità di interpretare ruoli che riescono a trasmettere emozioni perché, “quando l’artista ha qualcosa da dire e riesce a farlo, non è mai difficile”.

La parola passa poi a Daniela Cianciotti, attrice dal passato ricco di esperienze, a partire dalla frequentazione dell’Accademia Silvio D’Amico che le ha permesso di lavorare con Ronconi fino a Santanelli, “il suo preferito”: la sua prima regia è stata proprio con un testo del drammaturgo napoletano.

Ma domande sullo spettacolo non si possono evitare, anche se lei non vorrebbe dare un giudizio personale, perché quando l’amore è protagonista come ci si fa a chiedere “chi ama chi?” E poi ci sono le tanto citate “stepchild” (adozioni del figlio del compagno), che spesso mettono solo in evidenza l’aspetto economico “più florido” che viene fuori da queste situazioni e che, io aggiungo, spostando l’attenzione dall’amore ai soldi, cambiano pesantemente la prospettiva del gesto.

Quando Geltrude Barba, Direttrice artistica del Premio Li Curti, viene chiamata sul palco, aggiunge i saluti alla produttrice Paola Esposito e sottolinea una frase: Il teatro ci fa riflettere. La riporto, perché mai come questa sera sento che davvero ci siano tante, tante cose su cui, in tanti, dovremmo riflettere.