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A colloquio con Christian Izzo, stella del “Li Curti”, star teatrale in Bulgaria e Romania, in scena-prova a Torre con “Pornocinella”

cristian-izzo-pornocinella-li-curti-cava-de'-tirreni-aprile-2016-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Qualche giorno fa, una finestrella di quelle virtuali, che troppo spesso restano solo “virtuali”, ha mandato un invito. Un invito felicemente accolto che ha permesso un incontro.

Ritrovo Cristian Izzo, nuovo look, barba e una nuova consapevolezza negli occhi. Dovrei spiegare di Cristian e, avendolo conosciuto mentre recitava, dovrei definirlo “attore”, ma qualcosa mi lascia un attimo in dubbio. È solo un attore Cristian? È solo un regista? È solo un ricercatore? Penso che sia tante cose insieme.

La nostra conversazione comincia e tocca momenti lontani, quelle situazioni che ci hanno fatti conoscere e che sono poi il motivo per cui Cristian è qui con me oggi a parlarmi dei suoi progetti. Il desiderio di raccontare di un cammino che è iniziato l’anno scorso, quando ha deciso di inviare i suoi testi “visionari” a qualcuno che non avesse domicilio solo in Italia, ma anche all’estero. In questo modo ha scoperto che, oltre i confini nazionali, succede qualcosa di concreto: leggono i tuoi copioni e se li ritengono validi, ti invitano a rappresentarli.

Così ha partecipato, vincendolo, all’International Youth Theatre Festival Vreme in Bulgaria nel giugno del 2015 con il monologo “L’ultimo primo giorno di Re Ferdinando VIII e la fragilità della Luna di cartapesta” . In quell’occasione, essendo luogo di ricerca e di scoperte, Cristian è stato contattato dalla “Janacek International Academy of Music and Performing Art” di Brno, nella persona di Michaela Mikulova. Per loro scriverà il testo di “Pornocinella” partecipando ad una selezione con in gara 66 testi provenienti da vari paesi. La motivazione che l’ha portato ancora una volta ad essere scelto è stata “per l’idea rivoluzionaria di interpretare il teatro”.

L’essere risultato vincitore gli ha permesso di fare una settima di prove all’Accademia dove ha conosciuto il professore di drammaturgia che è rimasto incantato, e subito gli è stata concessa una tournee di quattro date tra Slovacchia e Repubblica Ceca, mentre dal 13 al 18 aprile sarà in Romania all’Apollo International Theatre Festival, con Ferdinando.

Pornocinella è un testo con quattro attori, dove ognuno recita in una lingua diversa: italiano, napoletano, inglese e ceco. L’obiettivo è quello di sovrapporre voci, musiche, luci e il risultato è un mantra, una cantilena dove lo spazio e il suono divorano la comunicazione. Proprio lì vuole arrivare Cristian: rifiutare la comunicazione che è l’arma di distruzione del teatro di massa. Il tentativo di fusione rende l’unicità del singolo. La musicalità che non ha bisogno di immagini, di suoni, di gesti. E il titolo Porno richiama la pornografia dell’immagine che deforma l’individuo fino a renderlo prodotto. Porno, il concetto oltre l’Eros. Sacrificato l’erotismo, rimane la pornografia, l’inutilità del talento. Il tentativo di unificare il tutto deforma il tutto stesso: il suono, la parola, l’immagine.

Cristian si tocca continuamente la barba. Sarà questo il motivo per cui l’ha fatta crescere. Si tira su i capelli, sembra quasi che cerchi un contatto continuo con se stesso per rimanere presente, agganciato ad una realtà che, sinceramente, gli sta molto stretta.

  • L’uomo si dice che fa parte dell’universo, ma per me l’universo fa parte dell’uomo.”

Queste sue continue sottolineature, questi passaggi che approfondiscono concetti che spesso si sentono “dire”, in lui escono fuori come un’appartenenza, come qualcosa che gli rende ossigeno per respirare.

E mi torna in mente una frase che mi ha detto appena ci siamo seduti, come un biglietto da visita, come una giustificazione:

  • sono condannato a fare teatro come un pesce che non può smettere di nuotare”.

Il discorso tra di noi non segue sempre un filo logico, il racconto si fonde con le citazioni, “…di uno o è quell’altro?”, non importa. In Cristian certi concetti hanno messo radici e non importa più tanto da dove sono arrivati, importante è quello che hanno creato.

Il racconto delle sue “visioni”, si mescola alla realtà del teatro italiano di oggi.

  • Amo il confronto con un pubblico che non sia fatto solo di parenti e di amici che non sai mai fino in fondo se ti dicono bravo per affetto o perché lo sei per davvero”

Stare così lontano da casa lo ha “obbligato” a confrontarsi con sconosciuti. Sconosciuti a cui ha preteso di portare il suo Ferdinando in italiano, perché è la sua lingua, insieme al napoletano, che definisce appunto un vero e proprio idioma, come ricorda nel monologo Devolution Revolution, “e se nun’ o capisce, sturia”.

Anche perché restare sempre nello stesso posto crea “il ricreativo”.

  • All’estero quando ti contattano per uno spettacolo si parla di teatro, del tuo progetto; qui da noi ti chiedono se riesci a rientrare delle spesa per la pulizia del locale!

È questo modo strano di sentire parole che dicono cose e fatti che ne raccontano altri che sta stretto, giustamente, a Cristian.

  • Non si contano le persone che mi dicono ti amo, ma io sono sempre solo.”

Essere stato scelto, da chi ha guardato ciò che fa e dopo aver ascoltato cosa ha da dire, è motivo di grande orgoglio per lui, ma soprattutto di spinta per continuare a lavorare su quelle idee che lo mettono in contrasto con molte della banalità che si respirano in giro.

  • La gente è abituata a vedere il quotidiano, ha paura di essere libera. Tutto si banalizza per poterlo rendere accessibile alla massa.”

Cristian per questo è fortemente convinto che portare qui, al Polo Artistico Torrese a Torre del Greco, il suo spettacolo Pornocinella, sarà una vera occasione per tutti quei ragazzi che studiano o solo amano il teatro, per poter vivere un modo diverso di affrontare le prove, il sudore.

Cristian è di quelli che, quando lavorano, lo fanno completamente, non hanno mai dieci appuntamenti in un giorno, non riesce a conciliare tante parti in così breve tempo, “perché non hai neanche il tempo di cambiare personaggio”. Non a caso le loro prove dureranno l’intera giornata e l’unica cosa che si chiede è il silenzio, l’attenzione e il rispetto per chi sta lavorando. Sono gradite le persone, non cellulari rumorosi, o ogni cosa che possa disturbare gli attori in scena.

Evitare il concetto di “evento”. Questa esperienza non avrà uno spettacolo a chiusura degli otto giorni, ma solo una “prova generale” il 12 sera: dieci spettacoli non fanno cultura in una città, osservare un lavoro per otto giorni di fila, può regalare molto di più. Per questo a maggio l’esperimento si ripeterà con l’”Amleto”, per un tempo ancora più lungo. La nuova compagnia di Cristan si chiama “Il Luogo in Buio” e con loro vuole mostrare come nasce una performance internazionale, come ha potuto pensare di mettere in scena quattro lingue diverse, per poter concepire un nuovo teatro. Dimostrare che un ragazzo campano può portare le sue idee in tutto il mondo.

Ad un certo punto chiedo a Cristian quanti anni ha. In realtà so che è giovanissimo, ma alla sua risposta

  • Venticinque

lo guardo ancora un po’. Di fronte non ho un ragazzino. Il discorso, i discorsi che mi ha fatto, non hanno niente a che vedere con la presunzione. Non è venuto fin qui a elencarmi i suoi progetti, i suoi successi per farsi adulare.

È venuto per mostrarmi i suoi limiti, per dirmi che sta cercando di superarli. Mi dice che quando lo definiscono idealista lui risponde in maniera colorita: “E grazie al … la realtà fa schifo”.

È venuto per dirmi che crede nelle differenze, che non ama la definizione “siamo tutti uguali”, perché la pretesa di renderci tutti simili ci annulla completamente, cancella la nostra individualità, aliena la nostra creatività.

Se Cristian ha deciso di segnare una strada, l’ha fatto per necessità, perché quella strada ancora non è stata percorsa. Perché ha deciso di sfidare qualcosa che è più grande di lui, di difficile realizzazione, ma che è l’unica cosa per cui valga la pena combattere. Perché ha voglia di togliere quella necessità di dover per forza raccontare il teatro come strumento civile sociale solidale: no. Il teatro è popolare in senso elevato, in quanto appartiene al popolo. Il teatro è estasi contemplativa, non deve mandare messaggi; non è classico, non è sperimentale. Esiste il teatro per come lo vede l’individuo: è l’unicità del soggetto da vedere sempre.

  • Non voglio cambiare i codici esistenti. Voglio utilizzare il mio. Non appartengo a nessun mondo, passo molto tempo da solo, faccio cose con persone con cui non devo confondere i ruoli. Non sempre chi ti vuole bene ti fa capire come ti giudica.

In Italia per fare grandi cose devi appartener ad un’Accademia, come la Silvio D’Amico ad esempio, ma lì lavorano solo i loro alunni, in un cerchio chiuso. In Romania i professori cercano il meglio che trovano in giro e lo portano davanti ai loro alunni per farli confrontare con altre realtà, Per questo Cristian terrà anche delle lezioni da loro, per poter trasferire le sue idee non solo attraverso il palco, ma con un confronto diretto.

Ci fermiamo quando si apre la porta e ci fanno notare che si è fatto buio. Sono passate quasi tre ore, noi non ce ne siamo neanche accorti.

Stavamo parlando ancora di Pornocinella, di come Napoli si impegna a mostrare un’immagine pornografica di sé, di come tutto ciò che si fa, se non ha una narrazione, praticamente non esiste…

Insomma, potevamo parlare ancora a lungo. Che poi non è altro che la stessa sensazione che mi è sempre rimasta dopo gli spettacoli che ho visto di lui. Quella voglia di ascoltare ancora quei sogni, quel cercare di afferrare tante di quelle cose che le parole a volte non dicono, ma che passano attraverso gli occhi, dove si riflettono immagini di esperienze vissute, ma molto di più ancora ci sono i tumulti di quello che ancora deve accadere.

Perché Cristian, che non si riconosce negli atteggiamenti tipici dei napoletani “furbetti”, ha qualcosa che lo rende perfettamente figlio di questa terra: il tumulto di quel Vulcano che ci guarda, che ci protegge le spalle, che ogni giorno ci ricorda il potere che ha. Un magma in movimento che attira per la sua forza e che terrorizza per la sua capacità distruttiva.

Ecco. Questo c’è negli occhi di Cristian Izzo: la certezza di avere una storia da raccontare. Non la storia della sua vita, quella ogni uomo ce l’ha, ma la Storia che gli è stata tramandata. Quella cultura che rende unici gli uomini e che non vorrebbe mai essere sprecata e confusa in quelli che sono i bisogni quotidiani, che si dovrebbe sottrarre alle regole del denaro.

Quel sapere che ti consente di riflettere su quanto ci deve migliorare, che ci deve rendere felici, non famosi. Perché la fama contata con i “mi piace”, le “visualizzazioni”, i followers, è cosa effimera che appaga spiriti vuoti. La soddisfazione del fare per crescere è qualcosa che poco si sposa con questa società, ma che è ancora la spinta per chi questa società vuole viverla e non subirla.

Alla mediateca quarto spettacolo del Premio Li Curti: “Letti disfatti”, di e con Daniela Cenciotti: attualità viva, con famiglie allargate, amori bisex … e amore punto e basta

letti-disfatti-li-curti-1-cava-de'-tirreni-marzo-2016-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Quando arrivo alla Mediateca per il quarto appuntamento della Rassegna Li Curti, viste le continue vertigini che mi perseguitano, guardo con molto interesse il letto “disfatto” che hanno preparato per la scenografia: ma non posso usarlo!!!

Lo spettacolo di stasera è proprio “Letti disfatti”, da un testo che scopro essere stato scritto circa venti anni fa da quella che sarà la protagonista in scena, Daniela Cenciotti, e che adesso è stato rivisto con la collaborazione di Angela Matassa e Fabio Brescia, che ne ha curato anche la regia ed è suo collega sul palco, insieme ad un allievo della stessa Daniela, Riccardo Torrente.

La storia è una storia d’amore il cui protagonista è morto e quindi noi non lo vedremo mai in scena, ma le sue scelte in vita saranno il perno su cui ruoterà tutta la vicenda.

La voce di Ivano Fossati ci introduce in una casa che è stato il luogo dell’amore e della sofferenza e che ancora una volta accoglierà un problema, un dilemma, uno scontro, un dolore, una scelta.

Lui, compagno degli ultimi anni dell’ex marito di lei, scopertosi gay e malato di AIDS . In mezzo, il figlio conteso o protetto o zittito.

La storia parla di questo: l’incontro scontro tra due mondi diversi, tra persone che hanno vissuto la stessa situazione guardandola ovviamente dal proprio punto di vista.

letti-disfatti-li-curti-2-cava-de'-tirreni-marzo-2016-vivimediaI dialoghi sono molto belli, coloriti in alcuni passaggi, le accuse sembrano tutte giuste, così come le difese e a noi che guardiamo viene affidato un compito difficile: dover forse prendere una decisione, una posizione. Cosa sempre molto difficile, perché per avere delle convinzioni bisogna aver vissuto, bisogna essere sinceri con se stessi, bisogna saper rispettare le persone che ci vivono accanto. Non bisogna avere “sovrastrutture” dentro le quali spesso siamo obbligati a perderci, girandoci dentro e intorno come in un labirinto che non ci porterà mai da nessuna parte.

Daniela e Fabio, nei panni dei loro personaggi, si scambiano accuse feroci.

È giusto che un uomo lasci la moglie e il figlio per vivere con un compagno?

È giusto che la moglie si voglia vendicare per il torto subito?

È giusto che quest’uomo debba vedere ancora suo figlio?

È giusto che quest’uomo non debba vedere mai più suo figlio?

È giusto che la malattia venga vissuta solo dal nuovo compagno?

È giusto che la malattia sia divisa tra la moglie, il figlio e il nuovo compagno?

E così via potremmo interrogarci all’infinito e chi sarà in grado di dire di avere la risposta giusta in assoluto?

Tutto è molto esagerato, la violenza del dolore, i confronti urlati e il buio del luogo rendono ancora più pesante l’aria che si respira in quella casa. Un attimo di tregua ce lo regala di nuovo Fossati, quando la sua musica fa da sottofondo al tentativo di ricomporre un passato attraverso delle foto, per riassaporare il sapore dei ricordi. Passato doloroso, ma anche un passato felice, supportato da un grande sentimento. E l’amore torna prepotente. È sempre lui che regola le nostre scelte? Cosa saremmo senza amore? Cosa sapremmo regalare senza essere spinti dal vero amore? Domande, ancora domande.

Poi due “cancelli” si chiudono e si sente Fiorella Mannoia. Daniela, dietro “le sbarre”, recita il testo della canzone che viene contemporaneamente cantato, mentre arriva il giovane figlio e abbraccia quello che è stato l’ultimo grande amore del padre.

Il tempo per prendere delle posizioni certe non lo abbiamo. Carmela Novaldi prende il microfono sul lungo applauso del pubblico e ci presenta i protagonisti. Fabio Brescia velocemente ci deve salutare, ma riesce comunque a dare un suo pensiero su questo tema che oggi è di grande attualità e sulla capacità di interpretare ruoli che riescono a trasmettere emozioni perché, “quando l’artista ha qualcosa da dire e riesce a farlo, non è mai difficile”.

La parola passa poi a Daniela Cianciotti, attrice dal passato ricco di esperienze, a partire dalla frequentazione dell’Accademia Silvio D’Amico che le ha permesso di lavorare con Ronconi fino a Santanelli, “il suo preferito”: la sua prima regia è stata proprio con un testo del drammaturgo napoletano.

Ma domande sullo spettacolo non si possono evitare, anche se lei non vorrebbe dare un giudizio personale, perché quando l’amore è protagonista come ci si fa a chiedere “chi ama chi?” E poi ci sono le tanto citate “stepchild” (adozioni del figlio del compagno), che spesso mettono solo in evidenza l’aspetto economico “più florido” che viene fuori da queste situazioni e che, io aggiungo, spostando l’attenzione dall’amore ai soldi, cambiano pesantemente la prospettiva del gesto.

Quando Geltrude Barba, Direttrice artistica del Premio Li Curti, viene chiamata sul palco, aggiunge i saluti alla produttrice Paola Esposito e sottolinea una frase: Il teatro ci fa riflettere. La riporto, perché mai come questa sera sento che davvero ci siano tante, tante cose su cui, in tanti, dovremmo riflettere.

Terzo appuntamento con la Rassegna Li Curti alla Mediateca. “Tre Tris”, di Diego Sommaripa: comicità da meditazione, tra amori reali e vuoti da colmare

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Durante lo spettacolo Tre Tris di domenica 6 marzo per il terzo appuntamento della Rassegna Li Curti organizzata dalla Direttrice Artistica Geltrude Barba, presso la Mediateca di Cava, mi sono chiesta come lo avrei raccontato. Resistenza Teatro, con il regista, autore e attore Diego Sommaripa, mi ha sorpresa con uno spettacolo comico, io che l’ho visto in altre vesti, e poi non è facile dover raccontare la camminata “scema”, l’occhiolino accattivante, i colori sgargianti di un abbigliamento, come dire, “poco apprezzato” o far arrivare il sapore del caffè da “kebab” e via su cose di questo genere.

Con la solita speranza che non ci deve mai abbandonare, aspettiamo la fine dello spettacolo, e mentre Carmela Novaldi presenta i graditi ospiti della serata, tutto diventa molto più chiaro. Per esserlo anche con voi che leggete, comincio col farvi conoscere chi sono stati i compagni di viaggio di Diego in questa serata.

Fabiana Sera (Silvia), Dolores Gianoli (Dolores), Ivan Boragine (Ringo), Marcello Cozzolino (Mattia – Zorro), il fonico Tommaso Vitiello. E poi lui, Diego Sommaripa, alias Ottavio.

La storia potrebbe essere facilmente essere raccontata come l’intreccio di coppie che si incontrano casualmente e che, casualmente, intrecciano i loro destini.

Ma Diego non ha voluto che tutto fosse solo “banale”. Da qui la scelta di quei compagni di viaggio, di quegli attori, non comici, che, con il loro particolare bagaglio di esperienze, hanno permesso di dare una collocazione diversa dell’argomento trattato.

Tutto nasce in una stazione. Due ragazzi che si incontrano. L’uno, Ottavio, innamorato e agitato per il prossimo incontro con l’amata fidanzata e l’altro, Mattia, disincantato verso l’amore, con “lievi” accenni di omosessualità. Il tutto raccontato con salti temporali e cambi di scena sottolineati da un intervallo pubblicitario in cui Ringo, gigolò a pagamento, ripete il suo slogan accattivante con tanto di numero di telefono per “soddisfare” richieste di varia natura.

La storia vuole che nel tempo Mattia, che aveva dato pochi anni a Ottavio per cambiare opinione sul folle amore verso Dolores, si reincontra con lui. Per una serie di casuali combinazioni, cadranno nella spirale degli scambi di coppia. Mattia e sua moglie Silvia, con Ottavio e sua moglie Dolores.

Imbarazzi, ripensamenti, battute e figuracce, saranno il succo di quest’incontro a quattro, dove però si insinua anche Ringo. Chiamato da Silvia per una prestazione che lui crede ovviamente amorosa, si ritroverà a dover sottostare a stranissime richieste, che non hanno niente a che vedere con il sesso, ma solo con il suo desiderio di essere madre, fino a simulare un parto che le regali, almeno nella fantasia, la profonda emozione della maternità.

Ci sono stati attimi di grande ilarità in questo spettacolo, ma quella era solo, come dicevamo, una delle letture nell’intento di Diego. Nella scelta di trattare un argomento così attuale come quello delle vite di coppia, sicuramente ha messo il dito in una delle profonde mancanze che caratterizzano le storie di oggi: la superficialità con cui ci si appropria di situazioni nuove che non sempre ci appartengono, ma solo vogliono riempire vuoti sempre più grandi che si formano nel corso della vita. Ma vuoto su vuoto non regala sostanza e così ci si ritrova dentro storie ancora peggiori di quelle da cui si era partiti.

Per questo Diego, quando presenta i suoi colleghi, specifica la scelta di attori “strutturati” che avessero già un bagaglio che gli potesse permettere di assorbire da loro improvvisazioni che poi sono entrate a far parte dello spettacolo stesso. E ognuno di loro, nella testimonianza durante le interviste di fine serata, racconta proprio il personale bagaglio.

Ivan Boragine: ha ricoperto numerosi ruoli, anche in serie famose come Un posto al sole o Gomorra, e dopo anni di studi ha imparato a metabolizzare nuove esperienze e dunque ha messo a disposizione a disposizione il suo corpo per far venire fuori nuovi personaggi.

Dolores Gianoli: le sue origini la portano ad essere ancora più aperta agli scambi culturali. Nata a Napoli, ha studiato ad Arezzo, Roma, Parigi proprio per la passione di sperimentare. “Noi abbiamo già le basi su cui costruire il resto”.

Fabiana Sera: si è laureata in giurisprudenza per amore dei genitori, ma poi la passione per il teatro ha preso decisamente il sopravvento. È insegnante di doppiaggio, speaker di Radio Marte e mamma. Afferma poi di essere stata doppiatrice di film e Diego confessa che erano hard e lei prontamente sottolinea che, se qualcuno li fa, ci sono clienti che li guardano e dunque serve anche una doppiatrice! E, per finire la sottolineatura, annuncia che i nuovi filoni di porno fatti in casa le hanno tolto il lavoro!!! Per finire confessa che in Tre Tris la scena con Ivan – Ringo le è costata una grande fatica emozionale, perché quei ricordi sono qualcosa di assolutamente indelebile nella memoria di una donna.

Marcello Cozzolino: ottimo chitarrista, arrivato dalla scuola del Teatro Depoche di Napoli che è luogo di incontro, per anime che si cercano. Un suo slogan è la voglia di essere spettatore dentro e fuori dal palco. Il teatro è visione della vita, perché quando reciti non fai il personaggio, sei il personaggio.

Di Diego, attore versatile, vitale e coinvolgente, regista e sceneggiatore di opere teatrali, ultimamente apertosi anche al cinema (es. La valigia sul letto, Gorbaciof, Il giovane favoloso) e al cabaret, già noto a Cava per due spettacoli di grande livello come A chiena o Scarrafunera, sappiamo già molto, perché abbiamo avuto il piacere di vederlo tante volte nella nostra città e, come confessano i genitori, seduti accanto a me e orgogliosi del loro campione, “Diego è sempre contento di venire qui perché si sente amato e apprezzato”.

Diego Sommaripa appartiene al gruppo di persone che, secondo me, hanno visto la vita molto da vicino.

Uno di quelli che sono cresciuti “ in mezzo alla strada”, che si sono trovati anche spesso a dover decidere che strada prendere. E a quanto pare la scelta è stata quella buona.

In questo spettacolo, a differenza degli altri suoi che ho visto, ha permesso di trascorrere un’ora in completa allegria. Negli altri dominavano gli scavi interiori per immagazzinare sensazioni.

Ma dietro la comicità, come ho già detto, anche in questo affiorano tematiche delicate e profonde.

Mi ha fatto pensare a quelle famiglie costruite partendo dall’amore, a quei figli che non arrivano o che non si fanno arrivare e rendono diverso il cammino. Da qui il tentativo di incrociare situazioni sperando che l’unione di più fallimenti dia come risultato una gioia, ma non è mai così. Le vite vanno riempite di qualcosa. Qualcosa che ha il nome dell’amore, del rispetto, del sacrificio, della dedizione, dell’impegno.

Dentro le mura di una casa si costruiscono le vite di coloro che poi andranno fuori a creare nuove storie, nuovi rapporti. E se del marcio ce lo portiamo dentro, non potremo fare a meno di infettare chi ci avvicinerà.

Crediamoci in queste famiglie, crediamo in questi rapporti fondati su valori veri, forti, che non diventino banderuole al vento, che non si perdano al primo accenno di tempesta.

foto di Antonello Carrano

Aspettando la Rassegna “Li Curti”, viaggio nella follia “a bandiere rullanti” del Laboratorio Teatrale di Antonello De Rosa, nella fascinosa corte storica di Casa Apicella

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Il racconto di questa serata potrebbe iniziare in tanti modi, gli spunti colti sono talmente tanti e soprattutto tutti degni di nota. Cerchiamo allora di ricomporre il magico puzzle che si è creato in questo luogo nuovo che ci accoglie: Casa Apicella, palazzo antico che ricorda oltre cinque secoli di storia di questa città, durante i quali ha visto vita sociale, guerre, scuole, fino ad arrivare oggi ad essere la sede per questa nuova avventura della Rassegna Teatrale “Li Curti”. L’idea di questa location risale all’ex Sindaco Marco Galdi e bisogna dargliene atto, anche se il “battesimo” è effettuato con la presenza di due assessori della nuova giunta, Bastolla e Moschillo.

Noi nel frattempo ci siamo accomodati, siamo in ottima compagnia e l’attesa si fa lunga… ma vi garantisco che non ci si annoia. Amabili conversazioni in platea su Prevért, Montanelli, Dio, politica, figli, arte e premi ci permettono di attraversare magnificamente il tempo che ci separa da questa prima serata ufficiale, durante la quale si esibiranno gli attori della compagnia “Scena Teatro”, di Antonello De Rosa, che ha fatto partire ad ottobre scorso un laboratorio teatrale anche a Cava, duplicando una già valida esperienza nata a Salerno e che ha raggiunto anche Catania, Pisa e molte altre città, aggiungo io, saranno ben presto liete di accogliere questo nostro validissimo conterraneo.

Ma in una serata inaugurale l’apertura non può essere di quelle che passano inosservate e allora, dai balconi che ci sovrastano, spuntano trombe, tamburi iniziano a rullare e bandiere compaiono, a intervalli ritmati, nel cielo stellato di una Cava che riceve, dopo una nuova sede artistica, anche la visita dei rappresentanti dell’Ente Sbandieratori città di Cava, di cui Geltrude Barba, presente con vari titoli e ruoli alla serata, è anche Presidente. L’esibizione dei giovani sbandieratori, anche se sacrificati in uno spazio ristretto per le loro volteggianti bandiere, fa dimenticare l’attesa e ci prepara a ciò che sarà.

Antonello De Rosa, ha scelto per l’esordio del suo nuovo gruppo un autore campano, Annibale Ruccello, drammaturgo non facile, dalle qualità indiscusse, al quale solo un tragico incidente ha spezzato vita e carriera. Lui che amava girare nell’entroterra campano, alla ricerca di quelle storie vere che caratterizzano la nostra realtà, condite dai racconti di una tradizione che purtroppo rischia di perdersi tra le pieghe di una memoria poco stimolata. Ma quello che ci ha lasciato è già un ottimo repertorio e da lì scopriremo cosa succederà.

Quando si spengono le luci e piccole fiammelle illuminano il porticato, vediamo vagare personaggi in sottoveste, con calze a brandelli, urlanti e litigiose. Siamo in un manicomio e banditori immaginano un’asta di donne, meretrici che offrono i loro corpi e le loro qualità più o meno discutibili a ipotetici migliori offerenti. È l’inizio di un viaggio nella follia, un viaggio che tocca tanti porti, tante situazioni, tanti drammi: praticamente la vita di tutti i giorni! Sono molti i testi di Ruccello che vengono rappresentati, molti dei quali ovviamente “incompiuti”, tutti con un finale tragico che non viene mai completamente raccontato, ma che è lasciato lì sospeso in quest’atmosfera surreale, dove voci urlano ad un cielo muto, ridono e piangono con la stessa facilità, con l’atteggiamento tipico di quella che noi definiamo “follia”, ma che non è altro che il frutto delle nostre paure, dei nostri limiti, delle nostre angosce.

L’uomo-donna che racconta del parto e dell’omicidio-incidente del suo neonato. La madre che offende la figlia colpevole di una maternità indesiderata e poco “adatta” alla sua condizione. Il gatto “squartato” da un assassino sconosciuto. L’ambizione delle sorelle gelose coinvolte nella storia dei “piriti”. La storia della nuova Maria che riceve l’annunciazione di Gabriele mentre ascolta i Ricchi e Poveri e legge Sorrisi e Canzoni. La gelosia della donna tradita e abbandonata che non rinuncia al suo amore: a nessun costo!

Queste le trame che si sono intrecciate tra le mura antiche di Casa Apicella, che di sicuro potrebbero aggiungere molte altre storie di stoltezza umana, di un degrado accompagnato sempre da sentimenti, quanto giusti e dignitosi non lo possiamo dire.

Ma è, come dicevamo, la storia di tante vite. A noi sono state raccontate da Mario Odato, Geltrude Barba, Elisa Strianese, Rosanna De Bonis, Angela Vitaliano, Lucia Adinolfi, Mena Coppola, Valeria Palladino, Pasquale Senatore, Marco Ronca, Ivana Giuliano. Ognuno di loro, sapientemente diretto dal regista, ha avuto l’opportunità di misurarsi in monologhi che sono stati ovviamente di maggiore o minore intensità, perché c’è sempre qualcuno che brilla un po’ di più, ma stasera non siamo ancora in clima gara. Stasera c’è da apprezzare un gruppo davvero eterogeneo di appassionati del teatro che solo pochi mesi fa guardavano le scene “dall’altro lato” e che hanno deciso di mettersi in gioco con ironia e anche con coraggio. Come dice Antonello De Rosa “cerchiamo di vivere le follie che ci fanno vivere bene”. E noi siamo d’accordo. Abbiamo colto di sicuro le emozioni di tutti, a volte la voce è mancata ma non è stato motivo di dramma. La capacità di superare anche la difficoltà, rende maggiore giustizia a chi si trova da solo, davanti a tanta gente, a trovare la forza di reagire ad un momento di “pausa”.

E chi poteva arrivare alla fine di una serata magica come questa, per annunciare la nuova avventura che è partita se non Carmela Novaldi? Lei è ufficialmente la nostra presentatrice in rosso. Sorridente, emozionata, felice perché ancora una volta si trova a condividere con questo mondo, che è fatto ormai di tanti amici, il frutto di un lavoro che vede mesi e mesi di impegni, sacrifici, dedizione e vera passione da parte di tutti.

E stasera deve accogliere l’amica, l’attrice, la Direttrice Artistica, la Presidente, ma non sono tante persone: è tutto concentrato in quella piccola grande donna, sommersa da un fascio di fiori quasi più grande di lei, Geltrude Barba. Per lei ci vorrebbe una serata a parte, ma sappiamo che non sarebbe felice di una sua celebrazione, piuttosto gradirebbe vedere questo mondo, il teatro, non così bistrattato. Ma con il suo aiuto, la sua caparbietà, non abbiamo dubbi che porterà il nome di Cava davvero molto lontano.

E infatti, dal programma che viene annunciato scopriamo le ulteriori novità che ha riservato agli appassionati cavesi e non solo.

Il premio quest’anno prevede un “Aspettando Li Curti”, serate, a partire da questa, che intratterranno il pubblico nell’attesa della Quinta Rassegna Li Curti, con spettacoli di qualità e spessore.

Il 3 luglio ci sarà ancora Antonello De Rosa, sempre con Scena Teatro, ma questa volta con i 25 ragazzi del Laboratorio di Salerno con un omaggio a De Filippo. Il 9 Luglio tornerà la commedia di Paolo Caiazzo Non mi dire te l’ho detto che ha già riscosso un grandissimo successo nella Rassegna invernale e il 16 Luglio, alla vigilia dell’apertura del Li Curti, tornerà Pippo Cangiano, vincitore l’anno scorso come miglior attore della competizione, con la commedia Family match, insieme alla figlia Viviana Cangiano.

Partirà poi la Rassegna con tanto di gara annessa e con premi da assegnare, ma non finisce ancora qui la storia di quest’estate. Il 25 e il 26 luglio, ci sarà lo stage spettacolo “Edipo Re”, tenuto da Antonello De Rosa. Per la prima volta a Cava si avrà un’esperienza del genere e chi è interessato a partecipare può presentarsi da lunedì 6 luglio alle 18,00 presso Casa Apicella e troverà “portoni aperti.”

Sarà dunque un luglio ricco e denso di appuntamenti, tutti da non perdere. L’invito a partecipare è doveroso, ma vi assicuro che chi ne risulterà più che soddisfatto sarete voi. Sia come un ritorno per chi già conosce l’ambiente, ma soprattutto per chi ancora non ha avuto il piacere di assaporare la magia di questo mondo.

E poi qui, a Casa Apicella, come sottolinea Antonello De Rosa, che di queste cose è grande intenditore, “…c’è un’energia artistica straordinaria!!!”

(foto Francobruno Vitolo)

“Una patatina nello zucchero”, Aldo De Martino torna al Premio “Li Curti”

de-rosa-de-martino-una-patatina-nello-zucchero-cava-de'-tirreni-aprile-2015-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Nono appuntamento domenica 12 aprile a Cava de’ Tirreni (Sa) con la IV Rassegna Teatrale “Premio Li Curti”. Sul palco del Social Tennis Club la Compagnia “Scena Teatro” presenterà “Una patatina nello zucchero” di Alan Bennet. Con la regia di Antonello De Rosa, lo spettacolo vedrà l’interpretazione di Aldo De Martino, menzione speciale alla carriera durante la scorsa edizione del “Premio” dedicato a Totò. L’evento è sostenuto dall’Associazione “Il Grillo e la Coccinella”

Domenica 12 aprile
, alle ore 19.30, la Compagnia teatrale “Scena Teatro” presenterà sul palco del Social Tennis Club di Cava de’ Tirreni (Sa) lo spettacolo “Una patatina nello zucchero” di Alan Bennet, con la regia di Antonello De Rosa. L’iniziativa, condotta come di consueto da Carmela Novaldi, segna il penultimo appuntamento della IV Rassegna Teatrale “Premio Li Curti”, diretta da Geltrude Barba.

Sul palco del Circolo metelliano, sito in via M. Garzia 2, Aldo De Martinomenzione speciale alla carriera durante la scorsa edizione della kermesse teatrale dedicata a Totò – si cimenterà nell’interpretazione del lavoro teatrale di Bennet, uno dei maggiori drammaturghi inglesi contemporanei. De Martino vestirà i panni di Graham, una persona comune, terribilmente sola, che non trova e non cerca lavoro e la cui quotidianità viene scossa profondamente solo quando la madre decide di sposarsi in seconde nozze con un vecchio spasimante.

«“Una patatina nello zucchero” rispecchia benissimo la società dei giorni nostri, dove la solitudine permea la vita di ogni essere umano – racconta il regista Antonello De RosaQuanti Graham ospita la società moderna? Molti. Uomini che chiedono aiuto ed a cui nessuno presta ascolto perché troppo impegnati a scalare la vetta di un’auto-realizzazione esasperata che il nostro arrivismo ci impone. E così ogni individuo rimane tale, non coltiva più le amicizie, non capisce e non viene capito, non parla e non ascolta, non aiuta e non viene aiutato. È un racconto che con la giusta ironia restituisce l’amaro di una società che non vuole più soffrire per gli altri».

Tra i temi affrontati sul palco del Social Tennis Club anche l’autismo, di cui lo scorso 2 aprile si è celebrata l’VIII Giornata Mondiale con appuntamenti che hanno coinvolto anche la città metelliana. Ed in tale ottica rientra il sostegno concesso a questo spettacolo teatrale da parte dell’Associazione “Il Grillo e la Coccinella A.GE.C.”, composta da genitori cavesi e volta a promuovere attività di solidarietà sociale, culturale e ricreativa a favore delle persone affette da autismo e delle loro famiglie.

A coadiuvare il regista De Rosa sarà l’assistente Gina Ferri. I costumi saranno a cura di Liana Mazza, responsabile dell’organizzazione Nicola Ferrentino.

Attore e cabarettista, Aldo De Martino esordisce nel 1968 a Napoli. Dopo aver frequentato la scuola di recitazione “Ernesto Grassi”, entra in una compagnia di teatro sperimentale. Quindi passa al cabaret e, dopo aver superato un provino alla Rai, è protagonista in un gruppo di giovani attori impiegati in vari ruoli in sceneggiati, commedie e varietà sia radiofonici che televisivi.

Nel 1969 fa parte de “I Cabarinieri” insieme con Renato Rutigliano e Lucia Cassini, gruppo cabarettistico napoletano, che avrà un discreto successo con molteplici apparizioni sulle reti nazionali ed al quale collaborerà sporadicamente anche Enzo De Caro prima di fondare, con Massimo Troisi, “La Smorfia”. Presente in numerosi film, come caratterista, al fianco di attori come Giancarlo Giannini e Jack Lemmon. È stato insignito della menzione speciale alla carriera durante la III edizione della Rassegna Teatrale “Premio Li Curti”.

Il costo del biglietto per assistere allo spettacolo è pari a € 10,00. Il botteghino aprirà due ore prima della rappresentazione. Per prenotazioni e/o maggiori informazioni è possibile contattare la Direttrice artistica della rassegna teatrale, Geltrude Barba, al numero 393.3378060 o tramite email all’indirizzo geltrudebarba@hotmail.it.

Promossa dal Teatro Luca Barba, la IV Rassegna Teatrale Premio “Li Curti” è patrocinata dalla Città di Cava de’ Tirreni, dall’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo metelliana e dal Social Tennis Club di Cava de’ Tirreni. Per ulteriori approfondimenti sulla kermesse e su tutti gli spettacoli in cartellone è possibile consultare il sito internet www.premiolicurti.com.