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“Costretti a fare Miseria e Nobiltà”: la stagione del Piccolo Teatro al Borgo è iniziata con una brillante contaminazione da Scarpetta

CAVA DE’ TIRRENI (SA). C’è chi, con un brillante neologismo anglicheggiante e assonante con renaissance-rinascita, l’ha chiamata greynaissance, cioé rinascita del grigio, dell’età in grigio, quindi della terza età. A dire la verità, il termine si adatta oggi di più alle donne, che ad un certo punto, per circostanze ora liete ora difficili della loro vita, si trovano a vivere non per qualcuno o per qualcosa, ma per dimostrare se stesse ed essere se stesse. Gli uomini, soprattutto in passato, erano da sempre abituati ad essere in prima fila fin dai tempi infantili delle “coccole da figlio maschio”.

Oggi il termine assume un valore più ampio, magari riferito alla pensione oppure a quell’età in cui si può essere più facilmente liberi di liberarsi o di “togliersi gli sfizi”.

Mimmo Venditti appartiene in parte a questa categoria. Non è cambiata certo la sua identità: in scena da sempre, sul palco e a volte non solo sul palco. Eppure tante volte bisognava e bisogna anche scendere a piccoli e grandi compromessi col pubblico, che per lui è sempre stato un interlocutore privilegiato. Segnali di piccole trasgressioni ogni tanto ne ha lanciati, comunque: la contaminazione de Il medico dei pazzi, la commedia non tradizionale di Santanelli, la cornicetta socialeggiante del Viviani di Fatto di cronaca

Negli ultimi tempi però si è tolto qualche sfizio in più. Prima la formazione della strana coppia in cartellone con i ragazzi di Arcoscenico (della serie “voialtri volete procedere svincoli e sparpagliati? E io non ci sto!”) e adesso, nell’ambito della Rassegna teatrale 2018-19 del Piccolo Teatro al Borgo di Cava de’ Tirreni da lui diretto, la “vendittizzazione” di un superclassico come Miseria e nobiltà, commedia scarpettiana scolpita nell’immaginario popolare soprattutto nella resa cinematografica del grande Totò, più che in quella teatrale di Scarpetta o dello “scarpettiano” Eduardo.

Il titolo, Costretti a fare Miseria e nobiltà, già induce il pensiero alla contaminazione, con la curiosità di capire il perché della costrizione. E c’è subito un doppio d’ambiguità. “Costretti” nella vita reale, perché è stato espressamente richiesto alla compagnia del Piccolo Teatro al Borgo di rifare l’esperimento, a suo tempo di grande successo, de “La vera storia del medico dei pazzi”, con un prologo esterno che introduceva il famoso testo scarpettiano, comunque rispettato nella sua sostanza. “Costretti” nella finzione teatrale, perché la compagnia protagonista dello spettacolo, per poter recitare e di conseguenza mangiare, deve subire la prepotenza di un assessore interessato a far dare una parte alla bella Gemma, sua “raccomandata” diletta, o di letto che dir si voglia.

E qui il doppio esplode, soprattutto nel primo atto, diretto e condotto con un ritmo galoppante, da apllausi. La vita reale del gruppo recitante si mescola con la finzione delle prove e della miseria che deve emergere. Mimmo Venditti si è veramente divertito a rimescolare le carte, facendo e non facendo “Miseria e nobiltà”, in un gioco di intrecci nella sceneggiatura che è una vera goduria per teatrofili. Ad esempio, le battute sulla fame sofferta dai protagonisti del teatro vengono trasferite al gruppo recitante, che la fame la soffre veramente, al punto da non avere neppure la possibilità di procurarsi gli spaghetti veri per la famosa scena del finale del primo atto. E così anche la vendita del paltò, con la serie dei famosi “desisti”, che diventa un duetto per i big Mimmo Venditti e Matteo Lambiase nel loro ruolo di guitti (la classe non è acqua…) e non in quello degli sgarrupati disoccupati del testo. E il tormentone “bellezza mia…” del marchesino Eugenio (l’attor giovane Marco Coglianese) si trasforma nell’intercalare del vero spasimante della ragazza che interpreta Pupella (Titta Trezza), ricco ma impossibilitato a usare le sue ricchezze. E che dire della litigiosissima accoppiata delle due donne, moglie e concubina, che viene trasferita, con molte delle battute del testo, alle due attrici, anche loro moglie e concubina, e che determina momenti trascinanti di rabbiosa comicità, grazie anche alle spumeggianti ondate di energia generate dalle due attrici vere (Ida Damiani e Daniela Picozzi). Sarebbe lungo citare tutte le corrispondenze, ma come dimenticare l’invenzione dell’assessore (un Raffaele Santoro convincentemente marpione) e del prologo, che Venditti si è sentito quasi “costretto” ad inserire. Nel prologo, infatti, svolto quasi in penombra, come segno di distacco rispetto al resto, il colloquio tra l’assessore e il custode del teatro (un disinvolto Roberto Palazzo, a suo agio anche come il cuoco arricchito papà di Gemma) svela la miseria della situazione e la mancanza di nobiltà con cui si gestiscono beni pubblici di interesse culturale. Lì, con il garbo del teatrante ma con il cruccio del cittadino, Venditti si toglie sassolini, pietruzze e vetrini dalle scarpe denunciando la mancanza di un teatro vero in città e le difficoltà che una compagnia di qualità incontra per essere profeta in patria, soprattutto quando è riuscita tante volte a “profetizzare” fuori città ed anche fuori regione ed anche fuori nazione. Non solo si è divertito, ma si è anche sfogato… ah, Venditti, tremendo Venditti!…

Tornando alla logica del doppio, quasi tutto il secondo atto della commedia è poi dedicato alla recita che nella commedia reale i guitti devono fare per fingere di essere i nobili parenti del marchesino. Qui, nonostante qualche ricercato richiamo alla situazione reale della compagnia, vengono di più seguiti, al di là dei tagli, il testo e lo spirito del copione scarpettiano. Ma lo spettacolo procede comunque gradevole, grazie al convincente affiatamento della squadra in scena.

E si arriva al finale tradizionale con la piena disponibilità del rispettabile pubblico a donare il suo consenso e i suoi applausi… ed a partecipare con l’ascolto e con le parole all’incontro doposcena che Venditti non manca mai di organizzare e che costituisce un arricchimento ed a volte anche uno spettacolo a sé.

I saluti sono pieni di di promozione e di promesse. Viene chiamato sul palco Luigi Sinacori, il capocomico e sceneggiatore di Arcoscenico, con cui il PTB ha creato una coppia di fatto, e viene preannunciato per il mese di gennaio il ritorno di Hope, la pièce più matura di Sinacori. Infine, in periodo di Avvento, viene creata l’attesa per il tradizionale avvento dell’eduardiano Natale in casa Cuopiello, che Venditti ha realizzato in chiave filologica, fermandosi, come nella prima stesura dell’opera, ai primi due atti: quindi, da “Lucarié, scitate!” a “Tu scendi dalle stelle, Concetta mia…” Non vedremo morire il buon Luca Cupiello né sentire Tommasino finalmente ammettere che ‘o presebbio gli piace, ma la torta è gustosa anche senza la ciliegina finale…

Casa Cupiello in due atti, lanciata anni fa, era una sfida rischiosa, ma il buon Mimmo è riuscito a vincerla, con un bel ghigno di soddisfazione. Ah, Venditti, tremendo Venditti …

“anemAncora” in scena al teatro Immacolata

1-anemAncora-maggio-2016-napoli-vivimediaNAPOLI. Interessante lavoro quello andato in scena il 13 e 14 maggio al teatro Immacolata di Napoli. Una commedia musicale dal titolo anemAncora, un percorso attraverso le migliori e mai scontate canzoni di Napoli ed una trama tipicamente partenopea. L’opera realizzata dalla Stradafacendo Events, associazione con esperienza decennale in organizzazione di eventi. Scritta e diretta da Luca Pinto che ha beneficiato della collaborazione del direttore artistico Rino Cirillo, vede in scena 25 artisti quasi tutti debuttanti in ambito teatrale e la maggior parte talenti canori afferenti ai talents “io canto”, “ti lascio una canzone” “the voiceof italy” o provenienti dalla stessa cantera Stradafacendo che da anni indice il concorso “una voce un sogno”. Sono tutti artisti dai 16 ai 24 anni, con tanta voglia di fare ed emozionare. Il pubblico li ha accolti tutti calorosamente.
La storia è ambientata in un imprecisato dopoguerra, il conflitto armato ha separato i due protagonisti, che si vedono coinvolti in storie di fame e camorra, il finale è sospeso, non sapremo se i due riusciranno a superare le ostilità che hanno addirittura minato il loro rapporto. Sappiamo soltanto che si ritroveranno, con lo stesso spirito che li vide insieme da fanciulli per condire la vita con una buona dose di sentimento.
La messinscena tra le altre vede il contributo di recupero di antichi personaggi della tradizione popolare partenopea interpretati dallo stesso regista. Luca Pinto, laureato in Storia delle Tradizioni Popolari al Suor Orsola Benincasa di Napoli, ha ottenuto dalla presidenza della facoltà di Lettere il patrocinio dello stesso istituto universitario, che ha riconosciuto il lavoro di ricerca svolto.
2-anemAncora-maggio-2016-napoli-vivimediaLo spettacolo ha goduto del patrocinio morale della quinta municipalità di Napoli Vomero Arenella, il cui consigliere Marco Gaudino è stato invitato sul palco a ritirare un premio conferitogli dalla Stradafacendo Events per l’impegno profuso nel sostenere un gruppo così giovane. Sul palco sono salite Miriam Rigione (cast Stelle a metà di Sal da Vinci) e Rosa Chiodo.
Quest’ultima, astro ormai affermato della canzone partenopea, “ambasciatrice” napoletana in America e vincitrce di svariati premi canori, uno su tutti il premio Mia Martini. Ha creduto vivamente nel progetto del direttore artistico Rino Cirillo, tanto da concedere che il suo singolo “Si vo’ Dio” diventasse la colonna sonora dello spettacolo e da esibirsi insieme al cast di anemAncora.
Questo singolo appartiene all’album omonimo in cui Rosa da sorprendente prova della sua capacità di rivisitare in maniera del tutto nuova il patrimonio musicale partenopeo, avvalendosi di musicisti di caratura internazionale e della sua straordinaria e abilmente calibrata voce.
Ritornando alla Stradafacendo Events è interessante sottolineare come un’organizzazione con un piccolo nucleo direttivo e una serie di collaboratori ( si fa menzione di Angela Lavanga, Marianna D’Aquino, Luca Cirillo, Alfonso Cesarano, Francesca Cerchia, Simona Lavanga, Mario Balzano) sia riuscita a mettere in piedi uno spettacolo di una certa rilevanza.
“Le scenografie realizzate da Giovanni Balzano e Domenico Cirillo ormai da anni leder nel settore erano ricche eterogenee e appropriate, gli abiti di scena (forniti dalla costumista Maria Pennacchio) il più realistici possibili, la grafica pubblicitaria curata dal presidente Cirillo in prima persona, hanno fatto si che lo spettacolo fosse confezionato in maniera perfetta.” Questo il parere del regista Luca Pinto che sottolinea di star lavorando a questa sceneggiatura da più di un anno, asserendo che ancora apporterà modifiche frutto del lavoro di osservazione dopo questa ulteriore messinscena.
Inoltre una riflessione da sottolineare è che finalmente si realizza un sodalizio tra due compagnie storiche del vesuviano il gruppo Boomerang ed il gruppo teatro della Scodella, background di appartenenza del presidente e del regista della compagnia, finalmente teatro e canzone, direzione artistica e sceneggiatura trovano un punto di incontro.
Ulteriore chicca sulla torta è stato il disegno luci, frutto di un accorto lavoro supportato dall’instancabile Nicola Salvo che ha messo a disposizione della compagnia uno dei teatri più funzionali finora incontrati a detta degli addetti ai lavori, il teatro Immacolata.
Dietro le quinte un artista boschese si è poi fregiato di un piccolo e prezioso contributo di aiuto regia, nonostante il suo impegno televisivo pervasivo, si tratta di Pio Piscicelli anch’egli proveniente come il direttivo da Boscoreale e protagonista della famosa serie televisiva RAI “Braccialetti rossi”.
A proposito di telecamere, la regia teatrale dell’evento è stata curata da Armando Polacco, che innamorato dello spettacolo ha subito provveduto ad un immenso lavoro di promozione.
I ringraziamenti sul palco da parte del regista Luca Pinto sono andati in primis allo staff, agli artisti in scena ma soprattutto a coloro che con il loro amore che parte da lontano, da svariati anni fa, hanno reso possibile questo fantastico incontro tra i giovani artisti e il maestro, dunque i genitori.
Si parla di maestro perché l’associazione, ormai fucina di talenti e come abbiamo detto già esperta nel settore in quanto organizzatrice del concorso “una voce un sogno”, tiene ormai da un anno un corso di preparazione alla messinscena, volta a formare i propri artisti e le nuove leve al mondo del teatro in particolare e dello spettacolo in generale. Un mondo fatto di regole non scritte e di emozioni a cui dare un nome.
Il teatro è la passione che muove questa immensa macchina: ci auguriamo che continui a far brillare gli occhi e a scaldare gli animi di tutti.

A colloquio con Christian Izzo, stella del “Li Curti”, star teatrale in Bulgaria e Romania, in scena-prova a Torre con “Pornocinella”

cristian-izzo-pornocinella-li-curti-cava-de'-tirreni-aprile-2016-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Qualche giorno fa, una finestrella di quelle virtuali, che troppo spesso restano solo “virtuali”, ha mandato un invito. Un invito felicemente accolto che ha permesso un incontro.

Ritrovo Cristian Izzo, nuovo look, barba e una nuova consapevolezza negli occhi. Dovrei spiegare di Cristian e, avendolo conosciuto mentre recitava, dovrei definirlo “attore”, ma qualcosa mi lascia un attimo in dubbio. È solo un attore Cristian? È solo un regista? È solo un ricercatore? Penso che sia tante cose insieme.

La nostra conversazione comincia e tocca momenti lontani, quelle situazioni che ci hanno fatti conoscere e che sono poi il motivo per cui Cristian è qui con me oggi a parlarmi dei suoi progetti. Il desiderio di raccontare di un cammino che è iniziato l’anno scorso, quando ha deciso di inviare i suoi testi “visionari” a qualcuno che non avesse domicilio solo in Italia, ma anche all’estero. In questo modo ha scoperto che, oltre i confini nazionali, succede qualcosa di concreto: leggono i tuoi copioni e se li ritengono validi, ti invitano a rappresentarli.

Così ha partecipato, vincendolo, all’International Youth Theatre Festival Vreme in Bulgaria nel giugno del 2015 con il monologo “L’ultimo primo giorno di Re Ferdinando VIII e la fragilità della Luna di cartapesta” . In quell’occasione, essendo luogo di ricerca e di scoperte, Cristian è stato contattato dalla “Janacek International Academy of Music and Performing Art” di Brno, nella persona di Michaela Mikulova. Per loro scriverà il testo di “Pornocinella” partecipando ad una selezione con in gara 66 testi provenienti da vari paesi. La motivazione che l’ha portato ancora una volta ad essere scelto è stata “per l’idea rivoluzionaria di interpretare il teatro”.

L’essere risultato vincitore gli ha permesso di fare una settima di prove all’Accademia dove ha conosciuto il professore di drammaturgia che è rimasto incantato, e subito gli è stata concessa una tournee di quattro date tra Slovacchia e Repubblica Ceca, mentre dal 13 al 18 aprile sarà in Romania all’Apollo International Theatre Festival, con Ferdinando.

Pornocinella è un testo con quattro attori, dove ognuno recita in una lingua diversa: italiano, napoletano, inglese e ceco. L’obiettivo è quello di sovrapporre voci, musiche, luci e il risultato è un mantra, una cantilena dove lo spazio e il suono divorano la comunicazione. Proprio lì vuole arrivare Cristian: rifiutare la comunicazione che è l’arma di distruzione del teatro di massa. Il tentativo di fusione rende l’unicità del singolo. La musicalità che non ha bisogno di immagini, di suoni, di gesti. E il titolo Porno richiama la pornografia dell’immagine che deforma l’individuo fino a renderlo prodotto. Porno, il concetto oltre l’Eros. Sacrificato l’erotismo, rimane la pornografia, l’inutilità del talento. Il tentativo di unificare il tutto deforma il tutto stesso: il suono, la parola, l’immagine.

Cristian si tocca continuamente la barba. Sarà questo il motivo per cui l’ha fatta crescere. Si tira su i capelli, sembra quasi che cerchi un contatto continuo con se stesso per rimanere presente, agganciato ad una realtà che, sinceramente, gli sta molto stretta.

  • L’uomo si dice che fa parte dell’universo, ma per me l’universo fa parte dell’uomo.”

Queste sue continue sottolineature, questi passaggi che approfondiscono concetti che spesso si sentono “dire”, in lui escono fuori come un’appartenenza, come qualcosa che gli rende ossigeno per respirare.

E mi torna in mente una frase che mi ha detto appena ci siamo seduti, come un biglietto da visita, come una giustificazione:

  • sono condannato a fare teatro come un pesce che non può smettere di nuotare”.

Il discorso tra di noi non segue sempre un filo logico, il racconto si fonde con le citazioni, “…di uno o è quell’altro?”, non importa. In Cristian certi concetti hanno messo radici e non importa più tanto da dove sono arrivati, importante è quello che hanno creato.

Il racconto delle sue “visioni”, si mescola alla realtà del teatro italiano di oggi.

  • Amo il confronto con un pubblico che non sia fatto solo di parenti e di amici che non sai mai fino in fondo se ti dicono bravo per affetto o perché lo sei per davvero”

Stare così lontano da casa lo ha “obbligato” a confrontarsi con sconosciuti. Sconosciuti a cui ha preteso di portare il suo Ferdinando in italiano, perché è la sua lingua, insieme al napoletano, che definisce appunto un vero e proprio idioma, come ricorda nel monologo Devolution Revolution, “e se nun’ o capisce, sturia”.

Anche perché restare sempre nello stesso posto crea “il ricreativo”.

  • All’estero quando ti contattano per uno spettacolo si parla di teatro, del tuo progetto; qui da noi ti chiedono se riesci a rientrare delle spesa per la pulizia del locale!

È questo modo strano di sentire parole che dicono cose e fatti che ne raccontano altri che sta stretto, giustamente, a Cristian.

  • Non si contano le persone che mi dicono ti amo, ma io sono sempre solo.”

Essere stato scelto, da chi ha guardato ciò che fa e dopo aver ascoltato cosa ha da dire, è motivo di grande orgoglio per lui, ma soprattutto di spinta per continuare a lavorare su quelle idee che lo mettono in contrasto con molte della banalità che si respirano in giro.

  • La gente è abituata a vedere il quotidiano, ha paura di essere libera. Tutto si banalizza per poterlo rendere accessibile alla massa.”

Cristian per questo è fortemente convinto che portare qui, al Polo Artistico Torrese a Torre del Greco, il suo spettacolo Pornocinella, sarà una vera occasione per tutti quei ragazzi che studiano o solo amano il teatro, per poter vivere un modo diverso di affrontare le prove, il sudore.

Cristian è di quelli che, quando lavorano, lo fanno completamente, non hanno mai dieci appuntamenti in un giorno, non riesce a conciliare tante parti in così breve tempo, “perché non hai neanche il tempo di cambiare personaggio”. Non a caso le loro prove dureranno l’intera giornata e l’unica cosa che si chiede è il silenzio, l’attenzione e il rispetto per chi sta lavorando. Sono gradite le persone, non cellulari rumorosi, o ogni cosa che possa disturbare gli attori in scena.

Evitare il concetto di “evento”. Questa esperienza non avrà uno spettacolo a chiusura degli otto giorni, ma solo una “prova generale” il 12 sera: dieci spettacoli non fanno cultura in una città, osservare un lavoro per otto giorni di fila, può regalare molto di più. Per questo a maggio l’esperimento si ripeterà con l’”Amleto”, per un tempo ancora più lungo. La nuova compagnia di Cristan si chiama “Il Luogo in Buio” e con loro vuole mostrare come nasce una performance internazionale, come ha potuto pensare di mettere in scena quattro lingue diverse, per poter concepire un nuovo teatro. Dimostrare che un ragazzo campano può portare le sue idee in tutto il mondo.

Ad un certo punto chiedo a Cristian quanti anni ha. In realtà so che è giovanissimo, ma alla sua risposta

  • Venticinque

lo guardo ancora un po’. Di fronte non ho un ragazzino. Il discorso, i discorsi che mi ha fatto, non hanno niente a che vedere con la presunzione. Non è venuto fin qui a elencarmi i suoi progetti, i suoi successi per farsi adulare.

È venuto per mostrarmi i suoi limiti, per dirmi che sta cercando di superarli. Mi dice che quando lo definiscono idealista lui risponde in maniera colorita: “E grazie al … la realtà fa schifo”.

È venuto per dirmi che crede nelle differenze, che non ama la definizione “siamo tutti uguali”, perché la pretesa di renderci tutti simili ci annulla completamente, cancella la nostra individualità, aliena la nostra creatività.

Se Cristian ha deciso di segnare una strada, l’ha fatto per necessità, perché quella strada ancora non è stata percorsa. Perché ha deciso di sfidare qualcosa che è più grande di lui, di difficile realizzazione, ma che è l’unica cosa per cui valga la pena combattere. Perché ha voglia di togliere quella necessità di dover per forza raccontare il teatro come strumento civile sociale solidale: no. Il teatro è popolare in senso elevato, in quanto appartiene al popolo. Il teatro è estasi contemplativa, non deve mandare messaggi; non è classico, non è sperimentale. Esiste il teatro per come lo vede l’individuo: è l’unicità del soggetto da vedere sempre.

  • Non voglio cambiare i codici esistenti. Voglio utilizzare il mio. Non appartengo a nessun mondo, passo molto tempo da solo, faccio cose con persone con cui non devo confondere i ruoli. Non sempre chi ti vuole bene ti fa capire come ti giudica.

In Italia per fare grandi cose devi appartener ad un’Accademia, come la Silvio D’Amico ad esempio, ma lì lavorano solo i loro alunni, in un cerchio chiuso. In Romania i professori cercano il meglio che trovano in giro e lo portano davanti ai loro alunni per farli confrontare con altre realtà, Per questo Cristian terrà anche delle lezioni da loro, per poter trasferire le sue idee non solo attraverso il palco, ma con un confronto diretto.

Ci fermiamo quando si apre la porta e ci fanno notare che si è fatto buio. Sono passate quasi tre ore, noi non ce ne siamo neanche accorti.

Stavamo parlando ancora di Pornocinella, di come Napoli si impegna a mostrare un’immagine pornografica di sé, di come tutto ciò che si fa, se non ha una narrazione, praticamente non esiste…

Insomma, potevamo parlare ancora a lungo. Che poi non è altro che la stessa sensazione che mi è sempre rimasta dopo gli spettacoli che ho visto di lui. Quella voglia di ascoltare ancora quei sogni, quel cercare di afferrare tante di quelle cose che le parole a volte non dicono, ma che passano attraverso gli occhi, dove si riflettono immagini di esperienze vissute, ma molto di più ancora ci sono i tumulti di quello che ancora deve accadere.

Perché Cristian, che non si riconosce negli atteggiamenti tipici dei napoletani “furbetti”, ha qualcosa che lo rende perfettamente figlio di questa terra: il tumulto di quel Vulcano che ci guarda, che ci protegge le spalle, che ogni giorno ci ricorda il potere che ha. Un magma in movimento che attira per la sua forza e che terrorizza per la sua capacità distruttiva.

Ecco. Questo c’è negli occhi di Cristian Izzo: la certezza di avere una storia da raccontare. Non la storia della sua vita, quella ogni uomo ce l’ha, ma la Storia che gli è stata tramandata. Quella cultura che rende unici gli uomini e che non vorrebbe mai essere sprecata e confusa in quelli che sono i bisogni quotidiani, che si dovrebbe sottrarre alle regole del denaro.

Quel sapere che ti consente di riflettere su quanto ci deve migliorare, che ci deve rendere felici, non famosi. Perché la fama contata con i “mi piace”, le “visualizzazioni”, i followers, è cosa effimera che appaga spiriti vuoti. La soddisfazione del fare per crescere è qualcosa che poco si sposa con questa società, ma che è ancora la spinta per chi questa società vuole viverla e non subirla.

Alla mediateca quarto spettacolo del Premio Li Curti: “Letti disfatti”, di e con Daniela Cenciotti: attualità viva, con famiglie allargate, amori bisex … e amore punto e basta

letti-disfatti-li-curti-1-cava-de'-tirreni-marzo-2016-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Quando arrivo alla Mediateca per il quarto appuntamento della Rassegna Li Curti, viste le continue vertigini che mi perseguitano, guardo con molto interesse il letto “disfatto” che hanno preparato per la scenografia: ma non posso usarlo!!!

Lo spettacolo di stasera è proprio “Letti disfatti”, da un testo che scopro essere stato scritto circa venti anni fa da quella che sarà la protagonista in scena, Daniela Cenciotti, e che adesso è stato rivisto con la collaborazione di Angela Matassa e Fabio Brescia, che ne ha curato anche la regia ed è suo collega sul palco, insieme ad un allievo della stessa Daniela, Riccardo Torrente.

La storia è una storia d’amore il cui protagonista è morto e quindi noi non lo vedremo mai in scena, ma le sue scelte in vita saranno il perno su cui ruoterà tutta la vicenda.

La voce di Ivano Fossati ci introduce in una casa che è stato il luogo dell’amore e della sofferenza e che ancora una volta accoglierà un problema, un dilemma, uno scontro, un dolore, una scelta.

Lui, compagno degli ultimi anni dell’ex marito di lei, scopertosi gay e malato di AIDS . In mezzo, il figlio conteso o protetto o zittito.

La storia parla di questo: l’incontro scontro tra due mondi diversi, tra persone che hanno vissuto la stessa situazione guardandola ovviamente dal proprio punto di vista.

letti-disfatti-li-curti-2-cava-de'-tirreni-marzo-2016-vivimediaI dialoghi sono molto belli, coloriti in alcuni passaggi, le accuse sembrano tutte giuste, così come le difese e a noi che guardiamo viene affidato un compito difficile: dover forse prendere una decisione, una posizione. Cosa sempre molto difficile, perché per avere delle convinzioni bisogna aver vissuto, bisogna essere sinceri con se stessi, bisogna saper rispettare le persone che ci vivono accanto. Non bisogna avere “sovrastrutture” dentro le quali spesso siamo obbligati a perderci, girandoci dentro e intorno come in un labirinto che non ci porterà mai da nessuna parte.

Daniela e Fabio, nei panni dei loro personaggi, si scambiano accuse feroci.

È giusto che un uomo lasci la moglie e il figlio per vivere con un compagno?

È giusto che la moglie si voglia vendicare per il torto subito?

È giusto che quest’uomo debba vedere ancora suo figlio?

È giusto che quest’uomo non debba vedere mai più suo figlio?

È giusto che la malattia venga vissuta solo dal nuovo compagno?

È giusto che la malattia sia divisa tra la moglie, il figlio e il nuovo compagno?

E così via potremmo interrogarci all’infinito e chi sarà in grado di dire di avere la risposta giusta in assoluto?

Tutto è molto esagerato, la violenza del dolore, i confronti urlati e il buio del luogo rendono ancora più pesante l’aria che si respira in quella casa. Un attimo di tregua ce lo regala di nuovo Fossati, quando la sua musica fa da sottofondo al tentativo di ricomporre un passato attraverso delle foto, per riassaporare il sapore dei ricordi. Passato doloroso, ma anche un passato felice, supportato da un grande sentimento. E l’amore torna prepotente. È sempre lui che regola le nostre scelte? Cosa saremmo senza amore? Cosa sapremmo regalare senza essere spinti dal vero amore? Domande, ancora domande.

Poi due “cancelli” si chiudono e si sente Fiorella Mannoia. Daniela, dietro “le sbarre”, recita il testo della canzone che viene contemporaneamente cantato, mentre arriva il giovane figlio e abbraccia quello che è stato l’ultimo grande amore del padre.

Il tempo per prendere delle posizioni certe non lo abbiamo. Carmela Novaldi prende il microfono sul lungo applauso del pubblico e ci presenta i protagonisti. Fabio Brescia velocemente ci deve salutare, ma riesce comunque a dare un suo pensiero su questo tema che oggi è di grande attualità e sulla capacità di interpretare ruoli che riescono a trasmettere emozioni perché, “quando l’artista ha qualcosa da dire e riesce a farlo, non è mai difficile”.

La parola passa poi a Daniela Cianciotti, attrice dal passato ricco di esperienze, a partire dalla frequentazione dell’Accademia Silvio D’Amico che le ha permesso di lavorare con Ronconi fino a Santanelli, “il suo preferito”: la sua prima regia è stata proprio con un testo del drammaturgo napoletano.

Ma domande sullo spettacolo non si possono evitare, anche se lei non vorrebbe dare un giudizio personale, perché quando l’amore è protagonista come ci si fa a chiedere “chi ama chi?” E poi ci sono le tanto citate “stepchild” (adozioni del figlio del compagno), che spesso mettono solo in evidenza l’aspetto economico “più florido” che viene fuori da queste situazioni e che, io aggiungo, spostando l’attenzione dall’amore ai soldi, cambiano pesantemente la prospettiva del gesto.

Quando Geltrude Barba, Direttrice artistica del Premio Li Curti, viene chiamata sul palco, aggiunge i saluti alla produttrice Paola Esposito e sottolinea una frase: Il teatro ci fa riflettere. La riporto, perché mai come questa sera sento che davvero ci siano tante, tante cose su cui, in tanti, dovremmo riflettere.

Terzo appuntamento con la Rassegna Li Curti alla Mediateca. “Tre Tris”, di Diego Sommaripa: comicità da meditazione, tra amori reali e vuoti da colmare

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Durante lo spettacolo Tre Tris di domenica 6 marzo per il terzo appuntamento della Rassegna Li Curti organizzata dalla Direttrice Artistica Geltrude Barba, presso la Mediateca di Cava, mi sono chiesta come lo avrei raccontato. Resistenza Teatro, con il regista, autore e attore Diego Sommaripa, mi ha sorpresa con uno spettacolo comico, io che l’ho visto in altre vesti, e poi non è facile dover raccontare la camminata “scema”, l’occhiolino accattivante, i colori sgargianti di un abbigliamento, come dire, “poco apprezzato” o far arrivare il sapore del caffè da “kebab” e via su cose di questo genere.

Con la solita speranza che non ci deve mai abbandonare, aspettiamo la fine dello spettacolo, e mentre Carmela Novaldi presenta i graditi ospiti della serata, tutto diventa molto più chiaro. Per esserlo anche con voi che leggete, comincio col farvi conoscere chi sono stati i compagni di viaggio di Diego in questa serata.

Fabiana Sera (Silvia), Dolores Gianoli (Dolores), Ivan Boragine (Ringo), Marcello Cozzolino (Mattia – Zorro), il fonico Tommaso Vitiello. E poi lui, Diego Sommaripa, alias Ottavio.

La storia potrebbe essere facilmente essere raccontata come l’intreccio di coppie che si incontrano casualmente e che, casualmente, intrecciano i loro destini.

Ma Diego non ha voluto che tutto fosse solo “banale”. Da qui la scelta di quei compagni di viaggio, di quegli attori, non comici, che, con il loro particolare bagaglio di esperienze, hanno permesso di dare una collocazione diversa dell’argomento trattato.

Tutto nasce in una stazione. Due ragazzi che si incontrano. L’uno, Ottavio, innamorato e agitato per il prossimo incontro con l’amata fidanzata e l’altro, Mattia, disincantato verso l’amore, con “lievi” accenni di omosessualità. Il tutto raccontato con salti temporali e cambi di scena sottolineati da un intervallo pubblicitario in cui Ringo, gigolò a pagamento, ripete il suo slogan accattivante con tanto di numero di telefono per “soddisfare” richieste di varia natura.

La storia vuole che nel tempo Mattia, che aveva dato pochi anni a Ottavio per cambiare opinione sul folle amore verso Dolores, si reincontra con lui. Per una serie di casuali combinazioni, cadranno nella spirale degli scambi di coppia. Mattia e sua moglie Silvia, con Ottavio e sua moglie Dolores.

Imbarazzi, ripensamenti, battute e figuracce, saranno il succo di quest’incontro a quattro, dove però si insinua anche Ringo. Chiamato da Silvia per una prestazione che lui crede ovviamente amorosa, si ritroverà a dover sottostare a stranissime richieste, che non hanno niente a che vedere con il sesso, ma solo con il suo desiderio di essere madre, fino a simulare un parto che le regali, almeno nella fantasia, la profonda emozione della maternità.

Ci sono stati attimi di grande ilarità in questo spettacolo, ma quella era solo, come dicevamo, una delle letture nell’intento di Diego. Nella scelta di trattare un argomento così attuale come quello delle vite di coppia, sicuramente ha messo il dito in una delle profonde mancanze che caratterizzano le storie di oggi: la superficialità con cui ci si appropria di situazioni nuove che non sempre ci appartengono, ma solo vogliono riempire vuoti sempre più grandi che si formano nel corso della vita. Ma vuoto su vuoto non regala sostanza e così ci si ritrova dentro storie ancora peggiori di quelle da cui si era partiti.

Per questo Diego, quando presenta i suoi colleghi, specifica la scelta di attori “strutturati” che avessero già un bagaglio che gli potesse permettere di assorbire da loro improvvisazioni che poi sono entrate a far parte dello spettacolo stesso. E ognuno di loro, nella testimonianza durante le interviste di fine serata, racconta proprio il personale bagaglio.

Ivan Boragine: ha ricoperto numerosi ruoli, anche in serie famose come Un posto al sole o Gomorra, e dopo anni di studi ha imparato a metabolizzare nuove esperienze e dunque ha messo a disposizione a disposizione il suo corpo per far venire fuori nuovi personaggi.

Dolores Gianoli: le sue origini la portano ad essere ancora più aperta agli scambi culturali. Nata a Napoli, ha studiato ad Arezzo, Roma, Parigi proprio per la passione di sperimentare. “Noi abbiamo già le basi su cui costruire il resto”.

Fabiana Sera: si è laureata in giurisprudenza per amore dei genitori, ma poi la passione per il teatro ha preso decisamente il sopravvento. È insegnante di doppiaggio, speaker di Radio Marte e mamma. Afferma poi di essere stata doppiatrice di film e Diego confessa che erano hard e lei prontamente sottolinea che, se qualcuno li fa, ci sono clienti che li guardano e dunque serve anche una doppiatrice! E, per finire la sottolineatura, annuncia che i nuovi filoni di porno fatti in casa le hanno tolto il lavoro!!! Per finire confessa che in Tre Tris la scena con Ivan – Ringo le è costata una grande fatica emozionale, perché quei ricordi sono qualcosa di assolutamente indelebile nella memoria di una donna.

Marcello Cozzolino: ottimo chitarrista, arrivato dalla scuola del Teatro Depoche di Napoli che è luogo di incontro, per anime che si cercano. Un suo slogan è la voglia di essere spettatore dentro e fuori dal palco. Il teatro è visione della vita, perché quando reciti non fai il personaggio, sei il personaggio.

Di Diego, attore versatile, vitale e coinvolgente, regista e sceneggiatore di opere teatrali, ultimamente apertosi anche al cinema (es. La valigia sul letto, Gorbaciof, Il giovane favoloso) e al cabaret, già noto a Cava per due spettacoli di grande livello come A chiena o Scarrafunera, sappiamo già molto, perché abbiamo avuto il piacere di vederlo tante volte nella nostra città e, come confessano i genitori, seduti accanto a me e orgogliosi del loro campione, “Diego è sempre contento di venire qui perché si sente amato e apprezzato”.

Diego Sommaripa appartiene al gruppo di persone che, secondo me, hanno visto la vita molto da vicino.

Uno di quelli che sono cresciuti “ in mezzo alla strada”, che si sono trovati anche spesso a dover decidere che strada prendere. E a quanto pare la scelta è stata quella buona.

In questo spettacolo, a differenza degli altri suoi che ho visto, ha permesso di trascorrere un’ora in completa allegria. Negli altri dominavano gli scavi interiori per immagazzinare sensazioni.

Ma dietro la comicità, come ho già detto, anche in questo affiorano tematiche delicate e profonde.

Mi ha fatto pensare a quelle famiglie costruite partendo dall’amore, a quei figli che non arrivano o che non si fanno arrivare e rendono diverso il cammino. Da qui il tentativo di incrociare situazioni sperando che l’unione di più fallimenti dia come risultato una gioia, ma non è mai così. Le vite vanno riempite di qualcosa. Qualcosa che ha il nome dell’amore, del rispetto, del sacrificio, della dedizione, dell’impegno.

Dentro le mura di una casa si costruiscono le vite di coloro che poi andranno fuori a creare nuove storie, nuovi rapporti. E se del marcio ce lo portiamo dentro, non potremo fare a meno di infettare chi ci avvicinerà.

Crediamoci in queste famiglie, crediamo in questi rapporti fondati su valori veri, forti, che non diventino banderuole al vento, che non si perdano al primo accenno di tempesta.

foto di Antonello Carrano

Alla Rassegna Li Curti in scena il monologo “Filumè”: l’eroina di Eduardo si racconta con la voce e le forme di Franco Di Corcia jr. Più riuscita l’idea che l’esecuzione

li-curti-filume-locandina-cava-de'-tirreni-luglio-2015-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Le serate del Premio Li Curti si susseguono. Siamo da poco usciti dalla corte di Franceschiello e siamo rimasti sempre in quella Napoli che troppo spesso si ama e si odia allo stesso tempo. Ma il tempo, quando si parla di Filumena Marturano, è immobile, eterno. Lei è uno dei personaggio per eccellenza della commedia napoletana, un pezzo che potremmo definire “sacro”, se non avessimo il timore di essere profani.

L’Associazione culturale “I Pensieri di Bo’”, ha pensato proprio a lei per questa seconda serata: Filumè. Una voce e mille pensieri il titolo di questo monologo interpretato da Franco Di Corcia jr, con la regia di Mario Matteoli.

franco-di-corcia-li-curti-filume-cava-de'-tirreni-luglio-2015-vivimediaL’Associazione viene da Pisa e questo già colpisce ed incuriosisce e magari suscita anche qualche perplessità:, ma il teatro è anche sperimentazione e la mente deve essere aperta.

Quando arriviamo, il telo che separa l’ingresso dal cortile è ben sigillato e il pubblico è invitato ad accomodarsi in silenzio e spegnere i cellulari, perché “l’attore è già sulla scena”.

Entriamo con una punta di soggezione mista a curiosità, ma quello che vediamo è un tavolo con una candela, una brocca, un coltello e un piatto ripieno di mela. Dietro la colonna del porticato a me giunge il movimento di un braccio che mi svela la presenza “dell’attore sulla scena” (del delitto?)

La presentazione che è stata fatta dello spettacolo parla dell’importanza di una voce che può fare la differenza per un personaggio femminile interpretato da un uomo. Ma noi di questo non abbiamo già nessun dubbio. Dopo la Jennifer di Antonello De Rosa che ancora vive nella nostra mente e nel nostro cuore, come possiamo non aspettare benevolmente una proposta del genere!

E poi veniamo accolti dalle note di Mina, in una “Indifferentemente” bellissima, tanto bella che dura a lungo, quasi l’intero brano… ma, da Voce a voce, l’attesa cresce.

E arriva la Filumena uomo, quella che è appena riuscita a farsi sposare, con le sue confessioni su un passato fatto di dolori, rinunce, umiliazioni, che una donna, costretta a fare “la vita” per sopravvivere ad una guerra, è quasi obbligata a conoscere ed a subire.

Sulla storia di Filumena Marturano non credo ci sia nulla da aggiungere e da discutere, ma l’adattamento fatto ad un testo così profondo, credo sia stato un “leggero” azzardo. Inoltre i tempi di scena non erano proprio ben combinati; la Voce su cui si dovevano basare lo spettacolo e la pronuncia di una lingua, come merita di essere considerato il “napoletano”, ha mostrato delle pecche. Difficile immaginare quello che si voleva che questo spettacolo regalasse. Ciò che voleva essere, forse non è riuscito ad esserlo.

Ma abbiamo detto che il teatro è anche sperimentare e da noi si dice che “non tutte le ciambelle riescono col buco”, per cui, prendendo atto che attore e regista sono di quelli che hanno un peso in Italia, forse sono io a non averli capiti, visto che i loro programmi futuri li vedono impegnati in teatri di importanza nazionale. Ma esiste la libertà di parola e di giudizio ed io, liberamente, dico che qui da noi, al Li Curti in particolare, abbiamo avuto la fortuna di apprezzare spettacoli di uno spessore e di un valore decisamente più elevato e forse ora le nostre pretese sono protese verso l’alto.

Ma una gara e una competizione vivono anche sulle differenze e le provocazioni dei partecipanti, per cui ben vengano tutte le proposte che ci fanno fare osservazioni, valutazioni e ogni cosa che ci spinga a migliorare.

L’appuntamento prossimo è per il 29 Luglio, con la Compagnia Avamposto Teatro che presenta lo spettacolo Virginia e sua zia per la regia di Davide Sacco.

E voi non mancate perché l’adrenalina salirà, soprattutto adesso che il gioco comincia a farsi giocare.

Teatro di qualità a Cava de’ Tirreni, dal 17 luglio ritorna il “Premio Li Curti”

premio-li-curti-V-edizione-cava-de'-tirreni-luglio-2015-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Nuovo appuntamento a Cava de’ Tirreni (Sa) con la Rassegna Teatrale “Premio Li Curti”, che gode della direzione artistica di Geltrude Barba. Dal 17 luglio al 2 agosto 2015 la Corte Rinascimentale di Casa Apicella, sita in via Carlo Santoro 71, ospiterà la V edizione della kermesse dedicata al grande Totò. In cartellone 5 imperdibili spettacoli, messi in scena da compagnie ed artisti di assoluto prestigio, tra cui la cavese doc Irene Maiorino. L’apertura venerdì 17 luglio con la rappresentazione “Francischiello. Un Amleto re di Napoli”, a cura di CRASC Teatro di ricerca, in collaborazione con il Centro ArtgarageTeatro e con la regia di Carmine Borrino

5 rappresentazioni teatrali, una storica location e rinomati attori che hanno calcato palcoscenici internazionali. Ritorna a Cava de’ Tirreni (Sa) la Rassegna Teatrale “Premio Li Curti”, che da venerdì 17 luglio a domenica 2 agosto 2015 vivrà la sua V edizione presso la Corte Rinascimentale di Casa Apicella, sita in via Carlo Santoro 71. La direzione artistica della kermesse, come di consueto, sarà a cura di Geltrude Barba, che è riuscita ancora una volta a richiamare nella città metelliana artisti di grande livello. Condurrà la manifestazione la presentatrice Carmela Novaldi.

Dopo le anteprime del 9 luglio (“Non mi dire te l’ho detto” del “Gruppo del Pierrot”) e del 16 luglio (“Family Match” con Pippo Cangiano), si riaccendono dunque a Cava de’ Tirreni i riflettori sul teatro di qualità. Al via l’edizione numero 5 della rassegna dedicata al grande Totò, che si narra avesse degli antenati nella frazione metalliana Li Curti.

Il cartellone degli eventi si aprirà venerdì 17 luglio, alle ore 20.30. Il Centro ArtgarageTeatro, con la regia di Carmine Borrino, presenterà “Francischiello. Un Amleto re di Napoli”, uno studio che parte dall’approfondita ricerca sulla figura di Francesco II di Borbone ed approda alla sovrapposizione “spettrale” col giovane principe di Danimarca. In scena i rapporti drammaturgici dell’Amleto di Shakespeare si fanno pre-testo per raccontare, combaciando alla perfezione, ciò che accadeva alla corte di Napoli nell’estate del 1860. Con musiche di Lino Cannavacciuolo, lo spettacolo è una produzione CRASC Teatro di ricerca.

Il secondo appuntamento si terrà domenica 19 luglio, con inizio fissato sempre alle ore 20.30. L’Associazione culturale “I Pensieri di Bo’” metterà in scena “Filumè. Una voce e mille pensieri”, di e con Franco Di Corcia jr e con la regia di Mario Matteoli. Liberamente ispirato a “Filumena Marturano” di Eduardo De Filippo, il monologo nasce dal desiderio di sperimentare la Voce, dando ad essa il ruolo di protagonista ed affidandole l’onere di esplorare i sentimenti umani. Ad interpretare Filumena Marturano sarà un uomo vestito da uomo, eppure il pubblico non se ne accorge nemmeno, tanto è rapito dalla Voce e dalla voragine dei sentimenti che essa produce.

Alle ore 20.30 di mercoledì 29 luglio, poi, la Compagnia Avamposto Teatro presenterà in anteprima nazionale lo spettacolo “Virginia e sua zia”, con la regia di Davide Sacco, già apprezzato sul palco del “Premio Li Curti” durante la scorsa edizione invernale. La rappresentazione narra la storia di Virginia, una donna che non si è mai aspettata, e continua a non aspettarsi, niente dalla vita. Svolge un lavoro oscuro dietro le quinte di uno spettacolo televisivo. Ogni sera ad attenderla a casa, sulla sedia a rotelle, c’è la zia. Ma Virginia ha un’arma forte che la spinge ad andare avanti ed a confidare, per sé e per la zia, in una svolta che possa “rimetterle in gioco”: è il suo lato ironico, a cui la donna affida la volontà di sopravvivere e di uscire dall’anonimato in cui versa insieme alla zia.

Il quarto spettacolo della Rassegna Teatrale è in programma venerdì 31 luglio, alle ore 20.30. Nella Corte Rinascimentale di Casa Apicella sarà la volta della drammaturgia “Madame Misère”, scritta ed interpretata a quattro mani da Maria Luisa Usai e dalla cavese doc Irene Maiorino. Sul palco le due protagoniste (la mendicante Yasmina e la prostituta Mezzanotte) cercano una via di fuga dalla metropoli dove tutti si accalcano e nessuno sa bene cosa cercare. Nonostante l’evidente differenza umana e caratteriale, le due donne finiscono col tenersi compagnia, decidendo di condividere l’attesa ed il sogno di cambiare vita, cercando il modo ed i mezzi per riuscire a farlo. Accecate dal luccichio di metalli e dai semafori rossi decidono di abbandonare la città, dirigendosi verso un posto lontano. Lo spettacolo è una produzione Maiorino Usai e ZanfrettaTeatro.

L’ultimo appuntamento con la V edizione del “Premio Li Curti” si terrà domenica 2 agosto, quando alle ore 20.30 sarà la volta di “Mamma – Piccole tragedie minimali” di Annibale Ruccello, con Rino Di Martino e la regia di Antonella Morea. In scena quattro monologhi in cui mamme malefiche raccontano fiabe e via via si trasformano in figure irrimediabilmente corrotte dai mass-media. Una folla di donne attorniate da ragazzini che si chiamano Deborah, Samanta, Morgan, nelle cui conversazioni si confondono messaggi personali, echi televisivi, slogan di rotocalchi e dove la pubblicità si sovrappone alle confidenze, le telenovelas alla sfera privata e gli inni liturgici alle canzonette di Sanremo.

Il costo del biglietto per ogni singolo spettacolo è pari a € 10,00. Il botteghino aprirà due ore prima delle rappresentazioni. Per prenotazioni e/o maggiori informazioni è possibile contattare Geltrude Barba, Direttore artistico del “Premio Li Curti”, al numero 393.3378060 o tramite email all’indirizzo geltrudebarba@hotmail.it. Ulteriori dettagli ed approfondimenti sulla kermesse sono consultabili sul sito www.premiolicurti.com.

Promossa dal Teatro Luca Barba, l’iniziativa è patrocinata dalla Città di Cava de’ Tirreni, dalla locale Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo

A Casa Apicella gli attori di Scena Teatro Salerno, guidati da Antonello De Rosa: un Omaggio a Eduardo che è un omaggio al Teatro in quanto tale

scena-teatro-antonello-de-rosa-cava-de'-tirreni-luglio-2015-vivimediaCAVA DE’ TIRRENI (SA). Casa Apicella , ore 21,30 circa. Nel buio del cortile spicca la lanterna di Don Nicola: la sua luce e il suo silenzio. Un silenzio sospeso, inspiegabile per una persona che non è muta e non è sorda: è solo l’unica conseguenza possibile verso un’umanità sorda. Lui è conosciuto come “ ‘u sparaviersi”, perché le sue parole sono i fuochi d’artificio.

Ore 23,00 forse, minuto più, minuto meno, parte una voce. È alle nostre spalle ma non ci giriamo: sappiamo che non vedremmo nessuno facendolo, anche perché non servirebbe guardare per capire a chi appartiene. È colui a cui è stata dedicata questa serata dal titolo Omaggio a Eduardo, per cui ora è chiaro anche a voi ciò che è stato evidente per noi.

Nell’intervallo tra i due momenti abbiamo visto tanto e soprattutto tanti personaggi, non solo quelli delle commedie del grande attore autore, da Le voci di dentro con don Nicola a Napoli milionaria, da Ditegli sempre di sì a Filumena Marturano, ma anche gli attori del laboratorio teatrale di Scena Teatro Salerno. In una confusione di situazioni, personaggi, accavallamenti di combinazioni e storie, ci hanno portati nel mondo del teatro.

Di questi ragazzi molti li avevamo già ammirati, altri saranno stati alle prime uscite e quindi guardati a vista dai “vecchi” del gruppo. Ancora una volta, come per la serata precedente, non farò differenze di recitazione, di padronanza, di mimica e di “appropriazione” del luogo, termine forse inusuale, ma alcuni davvero hanno preso possesso dello spazio, dell’attenzione, del cuore di chi li guardava. Tra di loro alcune voci, alcuni occhi, hanno saputo lasciare un segno non superficiale e sono sicura che tra non molto saranno nuovi protagonisti dei lavori del loro regista Antonello De Rosa. Vi elenco i loro nomi: leggeteli con attenzione, qualcuno lo rivedrete di sicuro. Alessandro Tedesco, Gerardo Trezza, Alessio Sordillo, Mario Perna, Massimiliano Costabile, Luca Tastardi, Gianni Pisacane, Giuseppe Socci, Mauro De Simone, Umberto Notini, Simona Fredella, Rosalia De Blasio, Marianna Monaco, Daniela Cillari , Claudia Di Cresce, Daniela Guercio, Valeria Santoro, Serenella Alois, Mirella Costabile, Lucia Falciano, Brunella Peduto, Rossella De Martino, Antonella Mariella, Giusy Esposito, Nicola Ferrentino.

In una serata che avrebbe permesso di parlare di tanto, perché delle commedie di Eduardo si può parlare molto, vi racconterò invece di quella voce, anziana, stanca ma viva, forte, decisa, amante della vita, di una vita a cui ha sacrificato tutto, quella che è arrivata a sorpresa, mentre don Nicola sparava quasi il suo ultimo “botto”. Una vita che noi abbiamo sempre visto su un palco ma che lui ha vissuto dietro e dentro le scene. In continui cambiamenti di ruoli e di vite con il rischio di viverne tante e di dimenticare la propria. Una voce che ha parlato sfidando la sordità di quell’umanità che finge di non vedere, di non sentire, di non capire cosa succede intorno a lei.

Non una parola, non un rumore, neanche quelli possibili della strada adiacente hanno rotto l’incantesimo di quelle frasi raccontate da un uomo che ha vissuto anni e anni sulle assi di un continuo palcoscenico, cercando di trasmettere quella passione che diventa missione. Il teatro cammina, non si arrende e non deve arrendersi, deve andare avanti con i giovani.

Teatro che però ti chiede un pegno notevole, ti chiede la vita con la promessa di renderti immortale: un cuore batte sempre quando il telo si apre, quando il silenzio scende nella sala, sempre. Non bastano gli anni di esperienza e per fortuna è così. Perché il cuore che non si emoziona più, non potrà regalare emozioni, ma se sarà in grado di farlo, allora riceverà quel dono che non è per tutti: continuare a battere anche quando si sarà fermato!

L’emozione è stata grande: la stessa Geltrude Barba, Direttrice artistica della Rassegna, quando arriva a presentare attori e regista, è davvero presa. Si affida allora ad Antonello De Rosa, colui che ha permesso “quei battiti” improvvisi e continui in questa splendida serata di inizio luglio.

Ad Antonello, che parla sempre ai suoi ragazzi come se stesse regalando un’ennesima lezione, non sfuggono la delicatezza e la forza del momento.

Il suo modo di concepire il teatro è un atto di condivisione. Non ci si avvicina a questo mondo solo con l’ambizione di essere il nuovo grande talento del futuro; il teatro è una sfida con se stessi innanzitutto. È la voglia di avere coraggio, di mettere in gioco le proprie paure e i propri limiti. Concetti già ricordati nella serata precedente, ma che sono radicati in questo professionista.

Il teatro va raccontato, è fatto non solo da attori e registi, ma soprattutto dal pubblico. Il teatro che rimane in un libro è letteratura. Il lavoro va rappresentato, interpretato, modellato su coloro che lo racconteranno e “giudicato” da chi lo guarderà.

Oggi non si guarda a questo mondo come un serbatoio da cui ricavare ricchezze umane e sono pochi gli investimenti che arrivano. Per questo si chiede, a coloro che non vogliono indossare abiti di altri personaggi, ma che vogliono comunque essere protagonisti di una crescita e di una ricchezza morale, di essere presenti comunque a teatro.

Uno spettacolo senza spettatori è come un giorno senza luce.

Al via la Settimana Rinascimentale: folklore, musica, teatro, animazioni, show, gastronomia e tanta allegria e cultura. Collegato all’evento un Concorso Fotografico

CAVA DE’ TIRRENI (SA). “Per ragioni di opportunità e di tempo, ci siamo mossi in piena sinergia con l’Associazione Trombonieri e Sbandieratori e ci siamo posti per ora in naturale continuità con la programmazione già operata dal Sindaco uscente Marco Galdi, al quale rivolgiamo un cordiale saluto e ringraziamento. Per il futuro, però, puntiamo con decisione ad un progetto di crescita di tutto il complesso mondo del folklore cavese. Vogliamo e dobbiamo uscire da una dimensione “municipale” per dare una eco nazionale ed europea al grandissimo patrimonio folkloristico e storico della nostra Città. Questi eventi devono diventare un elemento di identificazione, di caratterizzazione, di attrattiva turistica. E un obiettivo del genere presuppone un deciso salto di qualità anche di tutti gli attori del Progetto.”

Con queste premesse, il neo Sindaco eletto Vincenzo Servalli venerdì 26 giugno, nell’aula consiliare di Palazzo di Città ha introdotto la conferenza stampa di presentazione della Settimana Rinascimentale, tenuta insieme con il Presidente dell’Associazione Trombonieri e Sbandieratori di Cava de’ Tirreni (ATSC), Paolo Apicella, che da parte sua ha ringraziato il Sindaco per il rispetto accordato alle scelte già fatte ed ha auspicato il cammino comune verso il salto di qualità, che però sarà proporzionale alla concordia che animerà l’Associazione, troppo spesso dilaniata da lacerazioni e litigi ad onde lunghe che ne compromettono l’azione.

Ci fanno piacere queste intenzioni, perché effettivamente abbiamo sempre vissuto come una fastidiosa prigione la riduzione, a volte colposa, di tanti eventi alle sole mura della Città, lì dove con altre forme di diffusione e /o strombazzamento mediatico (che però tante volte sono sottoposte a foraggiamenti di conoscenze dirette o pur legittimi finanziamenti pubblicitari) potrebbero godere di ben altri riflettori regionali ed anche nazionali.

Il Sindaco, al riguardo, ha invitato cittadini e operatori dell’informazione a creare loro la prima base promozione attraverso il classico passaparola: oggi è anche più facile grazie ai social del web.

Sacrosanto invito, che facciamo nostro ed estendiamo immediatamente. Ma ricordiamo anche che proprio da tali potenziali di partenza a volte non è partita la promozione giusta, perfino per grandi eventi. Per esempio, la mostra su Chagall è vero che ha avuto un grande riscontro, grazie soprattutto ai social del Marte, ed ha visto la partecipazione di migliaia di studenti, grazie anche alle letture avvolgenti di Giuseppe Basta, ma è stata incerto il sostegno dei media locali e soprattutto nebulosa la partecipazione di tanti adulti cavesi, magari anche di quelli appartenenti alla cosiddetta classe colta e/o che preferiscono correre a vedere le mostre d’arte, purché si tengano fuori città. Tra i ricordi “perplessi”, mettiamo comunque in primo piano lo strafalcione da Guinness dei primati di due anni fa, quando la presenza alla mostra su Cesare da Sesto a Santa Maria al Rifugio della riproduzione fedele di otto macchine di Leonardo da Vinci (grande attrazione dovunque siano state esposte) oltre che di un suo presunto autoritratto, fu non solo ignorata ma addirittura cancellata dai manifesti e da molti comunicati. E dire che per l’inaugurazione era venuto dalla California il più grande leonardologo vivente…

Ma torniamo alla Settimana Rinascimentale, che è partita ieri, avrà il primo top & stop domenica 6 luglio con la classica Disfida dei Trombonieri e godrà di strascichi importanti tra la fine di agosto e l’inizio di settembre,con il posticipo delTrofeo “Città Fedelissima”, la gara di coreografie dei Casali dei Pistonieri, salvaguardata nonostante i timori e le polemiche. Esso anzi avverrà alla grande, in coincidenza con l’inaugurazione della nuova Piazza Abbro e della Piazzetta del Tromboniere, gratificata di una denominazione buona e giustamente promozionale.

Il programma della Settimana, come sempre, è interessante, e quest’anno arricchito anche da gustose novità.

Venerdì 26 giugno, alle ore 20.00, in Piazza Amabile (ex Lentini), si è aperta la Taverna del Tromboniere a cura del Casale Archibugieri SS. Sacramento, unitamente alla “Putea cavese”, organizzata dagli Sbandieratori Cavensi.

Domenica 28 giugno, in scena il Gruppo Trombonieri Borgo Scacciaventi Croce, che alle 19 farà animazione sotto i portici con le sue Voci dal Borgo ed alle 20 presenterà le classicissime Nozze di Florinella, rievocazione fedele di un matrimonio del 1423.

Giovedì 2 luglio, alle 21,30, nel chiostro di Santa Maria al Rifugio grande prima del musical Romeo e Giulietta, a cura dell’Associazione Gloomin Peace Company e con la regia di Carla Russo e Agostino Giordano. Lo spettacolo sarà poi replicato martedì 7 luglio.

Venerdì 3 luglio, alle 18,30, nella Sala Consiliare di Palazzo di Città, Giuramento di fedeltà dei Regi Capitanei dei Trombonieri dei Quattro Distretti, seguito alle 18,30 dal Corteo Imperialedi Carlo V a cura del Gruppo Trombonieri Santa Maria del Rovo e quindi alle 21,00, presso il Chiostro di Santa Maria al Rifugio, dalla messa in scena della Farsa Cavajola Ricevuta de lo Imperadore de La Cava, a cura de “La combriccola biancoverde” del Gruppo Pistonieri Santa Maria del Rovo.

Dopo le performance dei singoli gruppi, tutta l’Associazione Trombonieri e Sbandieratori sarà in scena nei due giorni finali della Settimana. Sabato 4 luglio, alle 18,30, lungo il Corso, con partenza da Piazza Amabile, il gran Corteo Storico della Pergamena Bianca, che avrà un intermezzo in Duomo alle 19 con la celebrazione della Santa Messa e con il sorteggio dell’ordine di sparo degli otto casali, che si sfideranno a colpi di archibugio nella classica Disfida dei Trombonieri, in programma domenica 5 luglio, alle 19,30, presso lo Stadio Simonetta Lamberti.

Sabato 11 e domenica 12 luglio, Castello show con Le notti al Castello, organizzate dall’Ente Monte Castello, con spettacoli, performance in costume, musica e tanti stuzzichini moderni dal sapore antico, oppure antichi dal sapore moderno. Comunque, tutti da gustare…

Tutto pronto e tutti pronti, quindi per i grandi botti della Settimana. Con l’augurio naturalmente che, quest’anno e nei tempi a venire del grande rilancio, non si senta il suono schiattato di nessuna fetecchia …


Il concorso Fotografico

Il concorso fotografico, alla sua seconda edizione, è promosso da Papillon communication in partnership con Assostampa Cava-Costa d’Amalfi e con l’Associazione Trombonieri, Sbandieratori e Cavalieri di Cava de’ Tirreni e non ha scopo di lucro, ma solo di diffusione culturale, i scambio di idee, in un’ottica di conservazione e sharing del patrimonio folkloristico cavese.

È indetto con il patrocinio del Comune,dell’Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo e dell’Associazione Confesercenti di Cava de’ Tirreni.

L’iniziativa invita a raccontare, attraverso gli scatti, la storia e le tradizioni della città di Cava de’ Tirreni, in un’ottica di promozione territoriale e rivalutazione della cultura popolare. Gli scatti dovranno contenere gli attimi rubati alle giornate di rievocazioni storico-culturale in onore dei festeggiamenti del Santissimo Sacramento e della Settimana Rinascimentale, tra il 6 giugno e il 5 luglio 2015. La mostra vuole sottolineare il grande valore culturale delle manifestazioni storico culturali di Cava de’ Tirreni e l’importanza del racconto.

Ogni partecipante potrà inviare un massimo di quattro fotografie. La partecipazione al concorso richiede la compilazione e la consegna del modulo di iscrizione (Allegato A), unitamente alla stampa su carta fotografica dell’immagine scelta, in dimensioni 35×40 cm.

La partecipazione al concorso è totalmente gratuita. È aperta a tutti i fotografi, professionisti e non, senza limiti d’età né discriminazione alcuna (per i minori è d’obbligo l’autorizzazione di un genitore/tutore legale). Sono esclusi dalla gara i soggetti o le fotografie che non rispettino il presente regolamento o le norme del buon costume.

La foto deve essere stampata su carta fotografica in dimensioni 35×40 cm, non deve recare alcuna firma né segno grafico. Per il formato digitale, la foto deve essere in JPEG (.jpeg), PNG (.png) o JPG (.jpg), salvata ed inviata in massima qualità. Non sono ammesse opere realizzate al computer. Le fotografie dovranno essere inedite. Ogni immagine deve avere numero progressivo ed essere titolata sul retro. Le immagini non conformi alle specifiche non verranno prese in considerazione.

La consegna delle opere, unitamente alla compilazione del modulo di iscrizione, deve avvenire con le seguenti modalità entro il giorno 30 luglio 2015:

La consegna può avvenire via posta o a mano presso lo studio di Papillon communication, in via A. Balzico, 60, di Cava de’ Tirreni.

Le fotografie migliori saranno premiate con l’esposizione in una mostra l’11, il 12 e il 13 settembre 2015 presso i locali di Santa Maria al Rifugio, nei pressi di Piazza San Francesco, luogo di grande visibilità a Cava de’ Tirreni.

Le foto in concorso saranno inoltre messe a disposizione del pubblico sulla pagina Facebook e il numero dei ‘like’ che riceveranno saranno tenuti in considerazione dalla giuria, insieme ai seguenti criteri (in ordine sparso): tecnica, emozione, forza comunicativa, grado di folklore.

 

Finalmente la prima di “La cage aux folles”, Il vizietto formato musical. Applausi e risate per i Saltinpalco, colorati e scatenati

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Se devi andare a vedere uno spettacolo di “folli”, non puoi non comportarti da folle. Lo confesso: avevo sbagliato il luogo e me ne sono accorta solo in tempo per sedermi trafelata e stravolta addirittura al posto giusto! E pronta per assistere allo spettacolo “La Cage aux folles”, andato in scena domenica 24 maggio all’Auditorium De Filippis, presso l’Istituto “Della Corte – Vanvitelli”. La compagnia è quella dei Saltinpalco, con la regia di Guglielmo Lipari, le coreografie di Caterina Giangrasso e gli arrangiamenti di Michelangelo Maio.

Gli attori e i ballerini in scena sono tanti: lo stesso Guglielmo Lipari, Gerardo Lupi Milite, Alessandro Tipaldi, Liana Pagliara, Giorgia Russo, Chiara Lambiase, Imma Pastore, Beatrice Granato, Alessandro Pisapia , Anna Rapoli, Caterina Giangrasso, Francesco Memoli, Marco Abate e Carla Leone. In sala, un pubblico numeroso, con molti giovani rumorosi e divertiti da quello che li aspetta, anche perché in anteprima si vedono girare per la sala dei personaggi “colorati” e abbigliati in maniera leggermente “poco sobria”.

Il tema del musical è conosciuto. L’opera, del francese Jean Poiret, è una storia ambigua, provocatoria e liberatoria, che gioca già nel suo titolo con bivalenze incisive e divertenti: significa infatti sia “La gabbia dei matti” sia “La gabbia delle checche”…

Tutto nasce nella casa di George e Albin, a Saint Tropez, coppia di fatto che gestisce un locale notturno frequentato da personaggi che vivono di abitudini poco “convenzionali”.

Quando il palco si apre, il “maschio” George (un equilibrato Guglielmo Lipari), che a prima vistasembra una versione ridotta e giovane di Freddy Mercury, è alle prese con la “moglie” Albin (uno scatenato Gerardo Lupi Milite) in una delle solite scenate. I loro litigi sono intervallati da una cameriera spagnoleggiante, davvero simpatica sia nelle movenze del corpo che nella cadenza della lingua, e da donne che ripudiano la loro reale condizione per ambire ad un ruolo maschile.

Lo spettacolo del locale notturno che gestiscono, viene regalato tra le file degli spettatori, con una ventata di gioia e voglia di vivere decisamente contagiosa.

Ma l’allegria svanisce perché in questo tran tran quotidiano arriva l’imprevisto. La figlia Muriel, frutto di un peccato di gioventù di George (il “vizietto” con cui l’opera è diventata famosa grazie al film con Tognazzi e Serrault), ma cresciuta ed amata anche da Albin visto l’abbandono della madre naturale, annuncia di volersi sposare e di aver invitato la famiglia dei futuri suoceri a fare la conoscenza dei suoi parenti. Ovviamente le tradizioni di ferventi cattolici e politici futuri suoceri, spaventano “l’allegra famiglia”, le loro frequentazioni e le loro abitudini. Il tentativo di rendere “normale” una famiglia e una vita che apparentemente non lo sono per il vecchio concetto di normalità che abbiamo, renderà esilarante tutta la commedia.

Le varie interpretazioni sono state sicuramente degne dello spettacolo, che si è presentato ricco di personaggi, con entrate in scena brillanti e dialoghi retti sempre con un buon ritmo, soprattutto nel primo atto. Tra balletti, costumi osè e colorati, canzoni e tragedie umane, abbiamo vissuto due ore di sano divertimento. Non è mancata poi l’occasione di scoprire che molti dei ragazzi in scena vengono da una storia di amicizia di lunga data, con aneddoti che hanno segnato un cammino e che sembra che stasera, proprio con la realizzazione di questa commedia, abbiano trovato la chiusura di un cerchio.

Il mondo degli omosessuali ancora oggi apre profondi dibattiti. La necessità di avere schemi che ci indichino la “retta via” sembra ancora forte in una società che invece deve ancora fare i conti con pregiudizi forti e radicati. Albin, addolorato in quasi tutti i suoi momenti, soffre nel vedersi rinnegare la possibilità di comparire come persona che ha avuto a cuore la vita di Muriel; George che deve pagare un prezzo per aver “sbagliato “ in gioventù ad avere un rapporto “normale” che lo ha reso padre; la stessa Muriel che, anche avendo goduto dell’amore di quei genitori “diversi”, si vergogna di confessare la verità, preferendo tentare di inscenare una farsa piuttosto che mostrare la realtà. Poi i futuri suoceri, bigotti e inorriditi davanti all’evidenza di un mondo completamente diverso dal loro, mostrano come ci sia poca capacità di apertura verso qualcosa che automaticamente, non conoscendolo, etichettiamo come sbagliato.

La scena in cui si ritrovano a mangiare un piatto dal dubbio gusto, cucinato dalla formosa quanto incapace domestica spagnola, è forse una di quelle in cui si parla di meno nel secondo atto, ma dove si lascia spazio alle espressioni mimiche del volto e del corpo, e che risulta davvero molto carina e convincente.

Forse in questa parte finale si accavallano troppi discorsi, troppe situazioni che potrebbero essere un po’ sfoltite e più leggibili, ma nel complesso abbiamo sicuramente trascorso due ore in piacevole compagnia, dove saltano decisamente agli occhi il lavoro e l’impegno di questi ragazzi, che è bello sapere che ci sono e che ci saranno ancora.

Il messaggio che hanno lanciato ancora una volta a tutti coloro che assistevano sorridenti è quello di tralasciare le apparenze e vivere di sostanza, di essenza. La capacità di conoscere se stessi è il sogno e l’obiettivo di ogni essere umano.

La canzone finale, We are family, può dire tutto. Famiglia è il posto dove la gente si ama. Non importa da chi e come è formata, l’importante è che sia il posto dove sei sempre accolto e dove sempre troverai rifugio.