2026: Anniversario della nascita (100 anni) e decennale della morte (2016) di Dario Fo. Il ricordo di Antonio Donadio in questa intervista del 1995.
Incontrai Dario Fo a Salerno in occasione di un suo spettacolo sul Ruzzante. Gentilissimo mi concesse questa intervista, qui parzialmente riproposta.
(da Panorama Tirreno, maggio 1995 NdR)
Intervista esclusiva al grande attore
Come ti Fo parlar Ruzzante
Dall’autore del ’500 attraverso koinè e grammelot ai temi dell’esistenza umana e della solidarietà, fino a una profezia del ’72 già… anti Berlusconiana!
Un autore del cinquecento, Angelo Beolco detto il Ruzzante, nella rilettura di Dario Fo, regista, attore e uno dei massimi autori teatrali del nostro novecento: circa ottanta testi teatrali rappresentati in tutto il mondo, dopo anni di ostracismo, per motivi politici, sia in U.S.A. che in Italia.
Ma perché proprio il Ruzzante in dialetto pavano?
– Ruzzante è stato il mio maestro senza di lui non avrei fatto “Mistero Buffo”. Mi ha insegnato la libertà dello scrivere. Ho analizzato il lessico: un dialetto pavano ostico e quasi incomprensibile; e ho scoperto che era una lingua completamente inventata. Non giunta fino a noi perché legata al tempo, agli umori, alla cronaca. Ho fatto un lavoro di restauro, di scavo nel profondo, per rendere più comprensibile il testo.
La lingua, quindi, un ostacolo alla comprensione del testo?
– Non precisamente. Incomprensibile non solo per la lingua, ma anche per diverse componenti culturali. Nel Sud, la storia del Nord è poco nota: un conto è rappresentarlo a Venezia, un conto è farlo a Salerno. Come hai visto, stasera ho dovuto tenere una lezione introduttiva.
E allora, il linguaggio è diventato un’arma, una provocazione?
– Più che arma, un mezzo di conoscenza, con lo strumento della provocazione, per rompere certe barriere, certe perplessità. Stasera ho provocato sottolineando l’orgoglio del pubblico e via via ho notato una certa ripresa: erano entrati “nel gioco”, non più abboccati nel solo atto di presenza passiva. Il pubblico è disabituato a un simile teatro, un teatro di affabulazione. Suscita un’energia nel pubblico che non si vedeva più da tempo.
La lingua come strumento importante. Nel 1969 scrivevi: “L’operaio conosce 300 parole, il padrone mille, per questo lui è il padrone”. È cambiato qualcosa, oggi?
– L’operaio si è evoluto nello stesso tempo; ha perso altri valori. Il problema non è solo della parola, ma il problema della conoscenza, diciamo, collettiva, della solidarietà.
Torniamo al Ruzzante. Questi “passa in rassegna” le scritture, la chiesa trionfante, sottolinea la stupidità dell’uomo solo e con ironia beffarda va contro la guerra: di tutto c’è il disegno di “Ruzzante-Fo” di far riflettere, pensare, anche il più distratto degli spettatori.
– Se questo autore non avesse corrispondenza così precisa al nostro tempo, non avrebbe avuto senso riproporlo. Ruzzante è un grande autore. Ha detto cose, ad esempio, ancora prima di Shakespeare. In lui ci sono le radici fondamentali dell’“essere e non essere”: “Se fossi io e se non fossi io? Se fossi un fantasma e la mia donna m’incontrasse per l’aere e mi trapasse dall’altra parte?” E poi quanta leggerezza, quanta semplicità, quando dice: “Se sei così vivo da essere disposto a buttar via la tua vita, perché ne abbia a giovamento in libertà e in follia l’altra gente…”. Quando senti un discorso così pieno? Neppure in Shakespeare!
Quindi, un autore non secondo a nessuno, ma poco rappresentato.
– Glauco Mauri l’aveva già fatto, ma traducendolo in veneto. Io, invece, ho cercato di renderlo più vicino a noi secondo lo stile del grammelot. Ne ho fatto una lingua, la Koinè pavana, non una italianizzazione, ma una pavanizzazione comprensibile. Ho usato termini, locuzioni, giochi lessicali, ironia e soprattutto non mi sono accontentato delle battute scosciate di un Ruzzante, nel tempo, assai saccheggiato.
Lingua, koinè, giochi lessicali, ma Fo affascina oltre che per la recitazione, per la gestualità. Pensiamo ad un altro grande, il francese Lecoq che sappiamo essere tuo amico… e maestro.
– Io devo a Lecoq la disciplina della sintesi e dell’articolazione della gestualità, cioè la tecnica di spezzare il gesto, studiarlo nella sua progressione, e di svilupparlo in sintesi. Io gli ho dato tutta la storia della commedia dell’arte corporale e non soltanto della parola.
Noto solo ora che non abbiamo detto niente sulla situazione politica. A microfono spento, gli ricordo un suo lavoro teatrale: “Ordine per Dio, 000.000.000.000” in cui così cantava: “Tu mangi quello che voglio io/ vesti come dico io/ tu canti e balli le canzoni che dico io/ anche l’amore lo fai come t’insegno io //Vuoi la libertà?Ti do la libertà/che voglio io:/libertà di stampa… libertà di politica…/ le elezioni si fanno quando decido io…/io pago tutti /tutti sono nella mia scuderia. Vai, vai”.
Era il 1972! Sembrerebbe scritto oggi… per Berlusconi! (L’intervista è del 1995. NdR) Profetico! Non solo Orwell, quindi, ma anche Fo, che ha fatto dell’intelligenza la sua arma migliore. E nel frattempo, l’Italia, targata Dc e Psi, canticchiava, tra bombe e stragi di Stato, spensieratamente, “fin che la barca va, lasciata andare!”.
Ruzzante-Fo o meglio Fo-Ruzzante, mi congeda con un abbraccio e una foto.
Mi piace ricordare, in quest’occasione, anche Franca Rame, scomparsa una decina d’anni prima di Fo (2013). Ebbi occasione di intervistare anche lei, a Salerno presso il Teatro Verdi.
A tal proposito aggiungo un divertente anettodo. Quando terminò l’intervista la signora Rame -chiamandomi “ragazzo” volle che le dessi del tu – mi chiese di accompagnarla al fu “Hotel Jolly”, che distava circa cento metri dal teatro. E fu così che, nascondendo a fatica un certo stupito imbarazzo, lasciammo il “Verdi”: lei al mio braccio che indossava ancora la sua vestaglia rossa! Ecco mi piace ricordala così, che scompare in una nuvola rossa. Colore che ha caratterizzato tutta la sua vita di donna e di attrice: colore della passione, del sacrificio, del dolore, dell’amore al di là di dogmi e settarismi.


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