Antonio Avenoso o delle sue piccole attenzioni.

È in libreria l’ultimo libro di poesie del poeta lucano Antonio Avenoso Eterna è la gioia, presentazione di Antonio Donadio, Macabor, Francavilla Marittima (CS), Gennaio 2026.


Quando penso alla felicità non mi limito/a considerare l’infinito /ma è l’arioso godimento del cielo, /il noce, l’albero con le sue foglie. /Penso alla biblioteca della natura con i titoli/melo, pero, acacia, tiglio. /Spiffero al vento le ginestre come fossero miti, /attendo le stagioni, /un foglio su cui scrivo: uccelli in volo, /turno di notte, le brume del mattino. /Gratificazioni, desolazioni, /piccole attenzioni”.
Piccole attenzioni. Per la mente e l’animo. Chi è il poeta se non l’accorto testimone che guarda osserva sogna seppur non gode e disegna un mondo fatto da piccole attenzioni al richiamo dell’esistente, del creato tutto? Un’ attenzione che diventa viaggio verso l’infinto per poi ritornare e ripartire ancora. Ma il poeta non naufraga in questo mare ma ricerca la felicità, agognata da sempre, nel finito. Ed è questo il suo regno, “è l’arioso godimento del cielo, /il noce, l’albero con le sue foglie”, laddove non può non trasfigurare perfino un frutteto in infinite biblioteche della natura dove le ginestre sono mitiche divinità che regalano il tempo delle stagioni e poi nell’attimo creativo, “un foglio su cui scrivo:” ecco gli uccelli a far da guardia alla notte fino al mattino con le sue brume. Cosa resta di tutto ciò? Solo queste sue piccole attenzioni tra gratificazioni che ahimè, non confortano, ma il poeta non ferma il suo cammino. Ancora attenzioni, grande o piccole che siano; ancora nel suo sguardo di poeta disincantato ancora e sempre la Natura tutta, uomo compreso ma non elitaria presenza, a invocarlo, a stimolarlo, a sfidarlo in uno, mille sguardi che dettano emozioni infinite.

E il cammino continua. E la Natura partecipe al gioco in perenne sintonia non lascia indifferente il poeta. Quella Natura, a volte, rivestita di atmosfere nerudiane di sensuali quieti abbandoni “Oggi, /la casa sa di versi, /le mele rosse schizzano sul prato. /Il paesaggio si distende/come donna, /celebra la dorsale del corpo, /e pare eterna la quiete” o come in “Possiamo augurarci una cosa “ laddove il dolore iniziale si riveste ancora di immagini nerudiane: dalla buccia di mela abbandonata, alle mani graffiate, alla nuvola che oscura il cielo “ La buccia di una mela /lasciata sul tavolo,/le mani graffiate/dai rami, /la nuvola che passa/attraversando il cielo.” Ma il poeta sa che può e deve agire, non può soccombere, tentare almeno una via che sia salvifica, ed ecco che esemplare è l’aiuto della Natura, gli insetti fanno l’amore col melo per una futura vita.” Gli insetti che corteggiano il melo.” Ecco che la Natura spinge a non arrendersi e a suggerire cosa fare, o almeno cosa potersi augurare: solo una cosa nel pulviscolo che ottenebra mente e animo seppure solo per un attimo, ecco una rosa. Qui il poeta si arresta. Nulla da aggiungere. Almeno per oggi.“Oggi, /possiamo augurarci una cosa,/fiore/attimo/pulviscolo, /una rosa”. Eppure il canto di Avenoso spesso è pervaso da un alternarsi di stati d’animo contrapposti. Il dolore, l’angoscia, spesso iniziale, viene a scontrarsi con il riscatto o almeno con un augurio di riscatto.“Ogni nostro incontro/vorrebbe farsi stella./Non disperazione,/strada senza ritorno,/ma stella, che in alto brilla,/là dove il nulla vaga”. In ogni incontro spesso si cela sofferenza e invece varrebbe sentirsi come stella senza incontri né disperazione, solo il puro esistere senza nessuna meta né altro se non quello di brillare. E poi distendersi in un afflato di pace mediato da versi sonorissimi come dolcissima cantilena ad illuminare la notte o la mente da foschi pensieri: “Era così azzurra/la distesa di lavanda,/che immaginai il mare,/così,/da lasciarmi andare,/per poi sognare/sull’onda,/a un punto tale /da avvicinare il mondo.”

Non posso esimermi, in questo caso, dal sottolineare il segno del fare poesia: le rime finali in –are (mare, andare, sognare, avvicinare) non dettano, come un distratto lettore possa, improvvidamente, pensare una ricerca formale di facile gioco di rime, ma indicano il percorso simbolico dettato dalla distesa di lavanda che fa immaginare una distesa marina: il mare; ed ecco l’invito ad andare ancor più con la sola forza del sognare per un fine ultimo che non è l’approdo sicuro , certo e definitivo, ma solo una possibilità di avvicinarsi al mondo. E questo suo avvicinarsi comporta una vitale partecipazione con e fra tutti gli esseri umani e no. E queste rime dal respiro metaforico sono spesso presenti: esempio ne è la lirica “Nella pozzanghera del verso”. Titolo che contraddice per absentia il vero stato d’animo del poeta. Non pozzanghera, ma crediamo specchio lacustre dettato dal ritmo scanzonato nell’armonico gioco di rime in –erso e in assonanze in e–o . “Mi sono perso/nella pozzanghera del verso./Perso nel giorno avverso,/eremo, /del vento perso”.

In uno schema apparentemente da poesia prosastica, Avenoso parcellizza i versi in un sorprendente processo di segmentazione affidandosi ad un ordito semantico che regala, attraverso l’uso di figure retoriche fondamentali come la sinestesia, la similitudine o la metafora, unicità e armonia al testo. Splendide, ad esempio, queste due sinestesie in questa breve lirica: È ariosa meraviglia,/l’aria nei giardini/bisbiglia./Nell’incavo gorgheggia/la mano” Oppure una sinestesia e una similitudine racchiuse in soli due versi “Gli alberi sorridono al cielo,/come una madre che allatta al seno.” Frequente poi, come già accennato, l’uso di metafore, spesso ardite, che allontanandosi dalla loro significazione comune, sollecitano l’immaginario del lettore trasferendo il senso di una parola ad un altro: esercizio, ahimè, molto sbrigativamente, definito ermetico; ricordiamo come per esempio l’uso del correlativo oggettivo montaliano, a taluni appariva gratuitamente incomprensibile!

Ma in queste mie estemporanee brevi note, un angolo non può non essere riservato alla Sezione che dà il titolo all’intero libro, “Eterna è la gioia”, corpus di venti liriche. Citerò alcuni versi esemplari:Al limitare del terreno la gioia è inverosimile,/con quell’azzurro che viene fuori dal cielo.”; Ammiccare si dovrebbe al mare,/come quando la gioia pare polvere di stelle, fiori a cadere di fronte alla luce,/mentre ammiriamo il crepuscolo danzare.”;Grazie al cielo potevo sorprendermi ancora,/fare della gioia,/l’albero tappezzato di foglie,/il ciliegio in fiore,/la tempesta di neve quando l’inverno spuntava.” Dov’è quindi l’eternità della gioia? sembra chiedersi il poeta. E la risposta è chiara, precisa: la gioia è nella natura, è farsi natura in ogni stagione, dall’azzurro del cielo, nella danza del crepuscolo, nelle foglie del ciliegio in fiore ma anche nella tempesta di neve allo spuntar dell’inverno. Ma come farsi natura e quando in che tempo in che occasione e con quale mezzo ? In questi versi l’esemplare risposta: “L’estate non è giorno senza sole,/il pane privo del chicco di grano./Provo a calcolare sulla cartina/il tempo che mi rimane. /La geografia per giungere al mare,/esercizio di poesia,/la gioia di arrivare.” Essere Natura, immedesimarsi in essa, sentirsi Natura ma l’estate non può essere senza sole, come il pane senza il chicco di grano: nel tempo minimo dell’esistere, nell’esercizio di mente e cuore, è l’approdo al mare la sospirata ultima meta. Laddove d’ogni tempo e d’ogni confessione è il regno dell’altrove, dell’infinta, eterna gioia, basta sollevare lo sguardo, questo l’invito del poeta: “Sollevando lo sguardo ti preme /distaccarti dal paesaggio,/cercare con gli occhi un recente altrove./Entroterra del tuo cielo,/degli alberi l’alta punta, /dove gli uccelli vanno/per raccontare la gioia.”

Libro corposo e importante che si colloca a buon diritto come opera fondamentale per avvicinarsi alla cifra poetica di Antonio Avenoso. Cifra poetica che da anni ormai evidenzia con la sua prorompente personalità il poeta Avenoso. E quando si fa irrefrenabile la sua passione di leggere, scandagliare il vissuto o solo l’interpretazione del vissuto, ecco, imprevista e prorompente, l’inattesa risoluzione: il poeta si nasconde per desiderio di poca verità o di essere solo sull’uscio di quelle verità, di quelle verità che egli insegue e, deluso, sa di non poter raggiungere. Ma il suo credo, il suo cammino non si arresta tra attenzioni su attenzioni che spera riescano, prima o tardi, a svelare il tutto o almeno parte del tutto che si nasconde nella rappresentazione del mutevole presente. Il motivo fondamentale di questa poetica ritrova il suo mondo simbolico nella dottrina dello scandaglio attraverso la fedele, a volte, ingannevole memoria, che spesso si arena di fronte al reale, al presente. Mondo connotato da una certa illeggibilità della Natura che nei versi del poeta si ammantano spesso di pure connotazioni intimistiche attraverso un tecnica a volte piana, discorsiva, di facile interpretazione e a volte quasi surreale nell’uso di icastiche rappresentazioni di difficile interpretazione che non scoraggeranno di certo l’attento lettore.


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