PoesiadelNovecento – I Contemporanei

Poesie di poeti noti e meno noti del panorama letterario italiano … di Antonio Donadio

 

Per il centenario della nascita del poeta lucano Rocco Scotellaro.

Il poeta Rocco Scotellaro nasceva esattamente cento anni fa e moriva a soli trent’anni il 15 dicembre 1953. Di seguito una mia poesia a lui dedicata e il mio ricordo tratto da Italian Poetry del 12 dicembre.

A ROCCO SCOTELLARO

Non so se il tempo disegnerà

versi incantati e fragili

a dispetto di un fiore

che continuamente muore

a muta memoria nel loro farsi

unico respiro. Lucania,

compagna dolce e sconosciuta,

rivoli di capelli neri.

Ancora lontana è la primavera.

                             Antonio Donadio

ROCCO SCOTELLARO,  IL CENTENARIO DELLA NASCITA.

E’ fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi / con i panni e le scarpe e le facce che avevamo.” Versi arcinoti di Rocco Scotellaro richiamati da Carlo Levi nella presentazione al volume postumo “E’ fatto giorno” (1954), pochi mesi dopo l’improvvisa prematura morte del giovane poeta lucano. Versi come pietre di uno sperato, agognato riscatto di un popolo dimenticato, relegato ai margini del vivere sociale. Essere finalmente “ entrati in giuoco” del grande ritmo vitale e sociale della neonata Repubblica Italiana. Ma questi Ultimi sono entrati in gioco non da vittime dolorose e piangenti, ma fieramente “con i panni e le scarpe e le facce” di sempre. Nulla è mutato in loro. E’ questo che fa di Scotellaro un poeta “diverso” da altri poeti lucani/meridionali. Non indossa l’abito della festa per sedere al tavolo dei grandi; alto e fiero della fierezza del suo popolo, degno e fiero anch’esso. Non lamentazione sterile e miserevole per invocare, anzi per pretendere una più onorevole e giusta qualità di vita. Panni, scarpe e soprattutto facce: quelle di sempre. Poeta realistico, quindi, Scotellaro? Direi, ma solo in parte. Egli non rappresenta, non racconta il reale né lo interpreta, ma lo vive, non da personaggio ma da persona. “Poeta della libertà contadina”, come affettuosamente lo chiamava Carlo Levi, si fa emblema di un popolo, quello contadino appunto, quello dell’ “Uva puttanella”, dimenticato, emarginato da sempre. Lontano dalla denuncia sociale dell’amico Levi che da uomo colto del Nord “legge” il sud da spettatore pur con occhi partecipi e solidali, né da Leonardo Sinisgalli, lucano di Montemurro trapiantato a Milano. E dalla lontana Milano, lontana nello spazio e nei moderni ritmi vitali, che racconta la sua Terra, velata di ricordi dolorosi. In lui il reale sfugge a una connotazione temporale per assumere connotazioni intimistiche proprio dell’anima di questo poeta ingegnere che vive e osserva, ma la sua non è pura contemplazione, è un inglobare il reale in sé che si fa memoria. Ben diverso anche un raffronto con un altro poeta meridionale, Salvatore Quasimodo emigrato al Nord come Sinisgalli. Lontana è la sua Terra, la sua Sicilia, lontani gli affetti più cari, lontana la sua cara madre, cui riserva versi: “ Finalmente, dirai, due parole / di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto/e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore/ lo uccideranno un giorno in qualche posto.” E’ il suo un addio dettato da un patos tutto interiore, un moto dell’animo rivolto a un incerto e forse pericoloso futuro. Sarà diverso, come vedremo, l’allontanarsi di Scotellaro dalla sua terra nativa. E allora incontriamolo questo giovane, giovanissimo poeta, troppo presto mancato. La sua è una scrittura lontana da effetti di maniera, tipici topoi manieristici, (come si concilierebbe, poi, uno scritto “di maniera” per una rappresentazione passionale e fieramente vissuta ?). Nessun effetto letterario, estetizzante se non progettualmente rappresentativo di un narrare viscerale, puro. Scotellaro non scrive per piacersi e compiacersi, né per piacere al lettore, ma per entrare in sintonia con lui scrivendo ciò che vive, che vive anche il suo lettore o che ha vissuto, che hanno vissuto da generazioni i suoi concittadini, la gens lucana, i basilischi di un tempo anche non troppo lontano. Il suo è un verso apparentemente piano, a volte discorsivo, ma a ben vedere, è un verso nervoso, scalpitante come un mulo che riposa dopo la dura fatica quotidiana “la luna piena riempie i nostri letti/ camminano i muli a dolci ferri”.
E anche la sua breve vita fu contrassegnata da un continuo andare, dalla nativa Tricarico a Sicignano degli Alburni, a Cava de’Tirreni per frequentare la Scuole Media presso il Convento dei Cappuccini “il padre m’inchiodava la cassa/la sorella mi cuciva le giubbe/ed io dovevo andarmene studiare/ nella città sconosciuta!” e poi a Matera, Roma, Trento, Bari e poi Napoli “Ora forse devo andarmene zitto/ senza guardare indietro nessuno, / andrò a cercare un qualunque mestiere” fino a Portici dove, purtroppo, per un attacco cardiaco perse la vita a soli trent’anni, esattamente settant’anni fa, 15 dicembre 1953. Ma la presenza viva in sé della sua Terra non l’abbandonerà mai “ Tornate ai vostri cieli passere./il sole non ci burla, ecco riappare, /è quello di sempre, ha gli occhi crudi/per questi poveri uomini nudi”. Versi di una forza enunciativa emozionale: le passere devono tornare ai propri cieli, l’amico sole che non abbandona mai, è pronto a riapparire -attraverso uno stupendo uso della sinestesia- con occhi nudi per degli uomini poveramente ignudi. Basterebbero solo questi versi a delineare la cifra poetica personalissima e potente di Scotellaro. Ma il giovane Rocco, fiero nelle sue battaglie civili in difesa dei diritti degli ultimi, pagò un prezzo altissimo. Nel febbraio del 1950, nelle funzioni di sindaco di Tricarico, fu arrestato per concussione, condannato al carcere e poi assolto non solo “perché il fatto non costituisce reato”, ma la Corte di Appello di Potenza parlò in modo inequivocabile di “vendetta politica”. Quel poeta che nella sopraccitata poesia “E’ fatto giorno”, solo un anno prima di morire così scrive: ” Allungate i passi, papi e governanti/alla luce degli scalzacani che vi hanno smentito./ Perché nel cielo si alza il sole/e dice tutte le verità, anche di voi,/che per farvi accettare/ci togliete il cuore e la lingua./ dice che due tizzoni fanno il fuoco/ stasera nelle casupole affumicate.” E forse, piace pensare, che uno dei due tizzoni, si sentisse lo stesso Rocco Scotellaro, un tizzone che fa luce prepotentemente da “povere casupole affumicate “ e che ormai fatto giorno “ ci si augura che “
la notte non sarà più scura e silenziosa”.

Su Costellazione Parallela Poetesse italiane del Novecento a cura di Isabella Leardini, Vallecchi 2022

Se un vostro figlio vuole fare lo scrittore o, peggio, il poeta, sconsigliatelo fermamente. Se esiste, intimatogli più fermamente di smettere. Se continua, minacciate di diseredarlo o di togliergli il vostro affetto. Oltre queste tre prove, se resiste, cominciate a ringraziare Dio di avervi dato un figlio ispirato, diverso dagli altri, e lasciatelo fare, aiutandolo moderatamente, cercando di capire, senza troppe parole, il mondo che gli si agita dentro”.


Così Grazia Deledda in un libro di suoi ricordi. “Se vostro figlio… ” credo che la Deledda non facesse distinzione di genere, ma c’è da chiedersi e se, mutuando il titolo del bel libro di Isabella Leardini, questa “costellazione parallela” non ci fosse? Se a voler esser poeta è una donna, lo è e lo è stato una donna? Chi è la donna poeta? ( Guai a dire poetessa ammoniva fermamente Maria Luisa Spaziani della quale ricordiamo l’ insostituibile “Donne in poesia”) . Ma chi è il poeta, femmina o maschio che sia? Ma ancor prima, cos’è la Poesia? Cos’è, per dirla con la Deledda, questo mondo che agita dentro al poeta? Cosa fosse mai la Poesia, lo chiesi a Mario Luzi nella prima mia intervista che il grande poeta mi concesse.

Si era nell’ aprile del 1989 e lo scenario intorno, oggi si direbbe location, sembrava essere fieramente partecipe a un tema così affascinante, lo splendido golfo di Napoli. La risposta mi spiazzò non concedendomi alcuna replica: “ La poesia e la vita al quadrato. Dimmi cos’è la vita e saprai cos’è la Poesia“. “La Poesia è la Vita al quadrato”. Nodale lezione per me giovane poeta e locuzione che divenne poi nel 2014 il titolo di un mio saggio sulla poetica del grande poeta fiorentino.

Eppure il poeta, da sempre, imperterrito insegue l’indicibile, inconsapevole di nulla e di niente attraverso l’uso della parola che si fa urlo, scavo profondo del proprio animo. Parola nata nell’ ungarettiano “delirante fermento” che si fa Poesia: ” Quando trovo/ in questo mio silenzio/ una parola/scavata è nella mia vita/ come un abisso”. E che non ci sia distinzione di genere tra il poeta femmina o maschio, è ben sottolineato dalla Leardini in questo suo volume (Costellazione parallela Potesse italiane del novecento Vallecchi 2022).

E lo fa con una sagace provocazione espressa nel sottotitolo, ma esplicitata chiaramente nell’ampia introduzione: “La scelta di utilizzare fin dal sottotitolo la parola potesse, consapevole che molte autrici oggi rivendicano la maggiore correttezza della forma poete, non è dovuta a ingenuità o soggezione, ma neppure a una pura affermazione della differenza [ ] volutamente e provocatoriamente scelgo di mantener la parola più scomoda e più antica nel nostro immaginario, perché coerente con ciò che desidero affermare: la presenza della storia, non soltanto in valore della differenza ma con esso la necessità di ricostruire e accogliere una tradizione fatta anche di ombre.” Eppure alla fine la Leardini sorprende anche il più avveduto lettore, sovverte persino il significato dello stesso titolo, quasi una verità in absentia: ”…essere una costellazione parallela significa essere finalmente guardate alla stessa altezza. La nostra però è una diversa sfida, per noi e per chi segue i nostri passi il compito è non essere mai più una costellazione parallela“.

In poche parole, esser parti di una Costellazione Unica! Ma veniamo alle poete presenti in antologia: alcune notissime, come Ada Negri, Sibilla Aleramo, Antonia Pozzi, la citata Maria Luisa Spaziani, Cristina Campo, Amelia Rosselli e la molto amata Alda Merini. Altre meno note e altre non inserite.

E a spiegare tale omissione, la curatrice, quasi a mo’ di scusa, ha tenuto a precisare che non ha incluso nomi imprescindibili come quelli di Grazia Deledda o Elsa Morante “ è perché in loro personalmente non ho avvertito la poesia come una vena primaria ma piuttosto come contro canto a un’opera che splende in altra forma”. E di questo “contro canto” la Deledda è stata magistrale interprete ed è per questo che ho ritenuto esemplificativo ricordare in apertura quel suo scritto. E allora, la poesia etichettata come “femminile “? “Non si tratta soltanto del pregiudizio della poesia femminile come emblema di dilettantismo e sentimentalismo, ma di una più sottile gerarchia che investe topoi, temi, forme metriche e lessico: un automatismo interpretativo con cui la poesia delle donne è stata letta, commentata, selezionata.  Il canone è soltanto la conseguenza, il riflesso inevitabile di un vizio di sguardo e di una società “.

Ho scelto di non soffermarmi su alcuna delle poetesse presenti in quest’antologia né su alcuna delle loro liriche, ma faccio un’eccezione per Antonia Pozzi, morta suicida a ventisei anni. Figlia unica di genitori dell’alta borghesia milanese non fu mai ostacolata nel suo scrivere; anzi il padre, entusiasta, si era subito prodigato per trovare un ottimo editore per la giovanissima figlia. Ma tutto ciò non le bastava, neppure una brillante laurea in Lettere ma, per esser donna, sottolinea la Leardini: “pagando il doppio delle tasse scolastiche rispetto ai loro compagni di studi”, sentiva la Poesia essere la sua unica interlocutrice e a essa si rivolgeva con dolorose devote parole: “ Poesia che ti doni soltanto/a chi con occhi di pianto/si cerca- /oh rifammi tu degna di te,/ poesia che mi guardi”. (da Preghiera alla poesia, in Parole, Garzanti 1989).

Rileggiamo Talora nell’arsura della via del poeta Camillo Sbarbaro tra sorprendenti affermazioni: “Basta con Verga”, “ Leopardi non è un poeta” !

Mi verrebbe da dire, un po’ polemicamente, alzi la mano chi “conosce” il poeta Camillo Sbarbaro. Quanti sono coloro i quali hanno letto le sue poesie, “sanno” della sua poetica, del suo vivere “sofferto” e molto vicino a noi più di quanto si possa credere. Eppure in questi giorni, “qualcuno” ha riscoperto una sua poesia,” Talora nell’arsura della via” dall’apparente tema in sintonia con l’opprimente caldo di questa nostra estate. Ma questa poesia è molto, molto altro e di più e di un attualità sorprendente benché scritta più di cento anni fa (1914). Testo notevole nel nostro Novecento Italiano egemonizzato in quegli anni da un Dannunzianesimo dilagante.

Talora nell’arsura della via

Talora nell’arsura della via
un canto di cicale mi sorprende.
E subito ecco m’empie la visione
di campagne prostrate nella luce…
E stupisco che ancora al mondo sian
gli alberi e l’acque
tutte le cose buone della terra
che bastavano un giorno a smemorarmi…
Con questo stupor sciocco l’ubriaco
riceve in viso l’aria della notte.
Ma poi che sento l’anima aderire
ad ogni pietra della città sorda
com’albero con tutte le radici,
sorrido a me indicibilmente e come
per uno sforzo d’ali i gomiti alzo…

(da Camillo Sbarbaro “Pianissimo” Edizioni La Voce, Firenze 1914)

Camillo Barbaro, poeta dallo stile asciutto, secco, lontano, molto lontano da qualsiasi  compiacimento estetico, qualsiasi retorica letteraria. Stile quasi subìto dal poeta anche al di la della sua stessa volontà e consapevolezza; si sentiva quasi “costretto”  a scrivere “quel qualcosa” che gli urgeva dentro. Stile che meglio non avrebbe potuto rappresentare la sofferta presa coscienza del dolore di vivere, sofferta crisi esistenziale che attanagliò il suo animo come quello di un altro grande poeta ligure Eugenio Montale. Il poeta, l’uomo deve smemorasi per continuare a vivere come in questi splendidi versi.

Per una sintetica analisi connotativa del linguaggio, proporrei di dividere questa poesia in tre strofe di cui le prime di quattro versi ciascuna: tutte e tre le strofe terminano con l’uso della figura retorica della Reticenza ovvero i puntini sospensivi sostituiscono quanto è facilmente intuibile. Tre pure sono le Similitudini presenti ai vv.9/10, v.13 e vv. 14 e 15 laddove in ”i gomiti alzo” può riscontrarsi l’uso della Sineddoche.

Nel confronto col linguaggio denotativo, la poesia sembra scindibile in due atmosferiche poetiche: la contrapposizione tra Città e Campagna e la contrapposizione tra Realtà e Sogno, il tutto legato da un anello di congiunzione che è dato dalla funzione del Tempo.

La Città è rappresentata da “arsura della via”, “ ad ogni pietra della città sorda”. La Campagna invece da “un canto di cicala, “ visione/di campagne prostate nella luce”, “ gli alberi e l’acque/tutte le cose  buone della terra”, “ l’aria della notte” , “com’albero con tutte le radici”. Come si può intuire hanno valenza negativa: l’arsura e la sordità della città, mentre valenze positive hanno il canto di cicala, la luce delle campagne (laddove , in campagna, diventa luce quello che nella vita cittadina è arsura); gli alberi e l’acque (contrapposte quest’ultime all’arsura della via e la pietrificazione della città sorda contrapposta al muoversi dell’albero con tutte le radici); il termine sorda poi chiama in antitesi “il canto di cicala”.

La sfera poi del Reale e del Sogno è data dai vv. 1/2 (Reale) contrapposti ai vv.3/4 (Sogno-Visione) e ancora i vv.11/12 (Reale) contrapposti ai vv.13/15 (Sogno). L’anello di congiunzione, dicevo, è dato dalla presenza del Tempo espresso in voci inequivocabili: dal “Talora” inteso come: a volte accade che… si passa al “Subito” in contrapposizione a quanto prima accaduto, attraverso “l’ancora” e “Un giorno”  (squisitamente riflessione- sensazione temporale) al “poi” finale per una decisione che non lascia possibilità di dubbi: volare come un uccello pur sentendosi un immobile albero, volare sradicando dal suolo le proprie radici che sanno di prigioni.  

E’ questo dolore per ciò che fu e non è più, per quanto l’uomo con la sua “civiltà” la sua urbanizzazione, sta togliendo a se stesso, per un recupero non nostalgico né estetizzante  della natura, per un afflato umano con “tutte le cose buone della terra” che fa di questa poesia una “nostra” attualissima poesia, cosi travagliati da questa società contemporanea che sembra distruggere irrimediabilmente “gli alberi e le acque” (come sta a dimostrare lo stravolgimento meteorologico di questi anni, dal caldo siberiano, alla desertificazione di ampie parti del pianeta, allo sciogliersi dei ghiacciai con disastrosi fenomeni alluvionali, …) e “tutte cose buone della terra” quelle cose che “bastavano un  giorno a smemorarmi” . Smemorarsi, attenzione, non perdita della memoria, ma recupero di memoria storica e psicologica attraverso l’identificazione con la Natura (uomo compreso) affinché il nostro vivere non sia o diventi vivere “da ubriaco” annebbiati dall’alcool del presunto benessere moderno, e lo”stupore sciocco”per l’improvvisa , ormai sconosciuta, salutare “aria della notte” sul viso. Sentirsi “alberi con tutte le radici” pronti al volo e non lasciare che l’anima aderisca “ad ogni pietra della città sorda”.

*****“Basta con Verga”. “ Leopardi non è un poeta” !*****

Certamente il tema centrale di questa poesia non è il caldo eppure credo che un caldo eccezionale possa anche contribuire ad alcune esternazioni molto, molto discutibili:

Basta insegnare Verga nei licei, non ne possiamo più. Si legga piuttosto il mio “Va dove ti porta il cuore” ha sentenziato la scrittrice Susanna Tamaro (23 maggio c.a.). Inattuale Verga? Non direi proprio. Basterebbe solo ricordare il racconto Rosso Malpelo per un doloroso confronto con il detestato fenomeno del bullismo.

E un paio di anni la poetessa Patrizia Valduca, compagna per molti anni di un altro poeta, Giovanni Raboni, affermò: “Leopardi, è stato un filosofo, un bravo filosofo, ma certamente non è stato un poeta! Era troppo intelligente per essere un poeta, un poeta deve essere stupido ogni tanto e lui non lo era. Scriveva in prosa e poi andava a capo…” “ Descrivendolo così: “Un gobbo di un metro e quaranta che mangiava solo gelato invidioso di Monti”. Offensiva, terribile gratuità!

E per sostenere la tesi che Leopardi non è un poeta, declamò alcuni versi del “L’Infinito” confrontandoli con alcuni versi di una poesia di Pascoli, “L’Aquilone “ concludendo tout court : “Ecco questo è un poeta vero! Poverino Leopardi voleva intensamente essere un poeta ma …. “ Fatta salve l’opinione di ciascuno, mi sembra poco ortodosso da parte della poetessa Valduca mettere a confronto due poesie, scritte l’una nel 1819 (Leopardi aveva 21 anni) con l’altra scritta nel 1897 (Pascoli aveva 42 anni) dimenticando, forse, “la Stessa” che tra le due composizioni vi è uno spazio temporale di circa 80 anni. E che anni: l’intero Ottocento! Ed è proprio certa la Signora Valduca che la lezione del “mancato” poeta Leopardi ” non sia “servita” al “vero” poeta Giovanni Pascoli?

Amara conclusione: se la nostra Letteratura si appresta ad essere scritta e riscritta da “simili autori”, allora prenderò a leggere i romanzi di Liala e brucerò interi tomi di critica letteraria.

Per il Centenario della nascita di Maria Luisa Spaziani (7 dicembre 1922). “Sarò felice come a Treviglio?”

Da Italian Poetry. La Poesia Italiana Contemporanea dal Novecento a oggi., riportiamo il ricordo del “nostro” poeta Antonio Donadio per il centenario della nascita di Maria Luisa Spaziani (7 dicembre 1922) assieme a una foto, tratta dal nostro archivio, che ritrae la grande poetessa con Antonio Donadio a Roma nei primi anni novanta. (n.d.r.)


Sarò felice come a Treviglio?” Frase questa che Maria Luisa Spaziani amava spesso ripetere nel corso della sua lunga vita.

Sono stata felice, a Treviglio, e ogni volta che nella mia vita molto ricca ho vissuto momenti molto belli, il parametro di base è stato Treviglio” così M.L. Spaziani ricordando gli anni (1955/1957) trascorsi a Treviglio come insegnante di lingua francese presso il Collegio Facchetti della cittadina bergamasca. La poetessa (o meglio il poeta, come lei stessa amava definirsi), aveva risposto a un’inserzione sul Corriere della sera: “Cercasi professore per collegio lombardo… ”. Erano anni in cui aveva necessità di lavorare. Il benessere familiare aveva subito un tracollo a causa del grave stato di salute del padre, ripetutamente infartuato, che aveva costretto la famiglia Spaziani a vendere anche la bella casa di Torino. E poi era felice perché Treviglio non era molto distante da Milano ove aveva preso a frequentare Eugenio Montale e allo stesso tempo poteva continuare a dedicarsi alle varie collaborazioni giornalistiche sia con l’autorevole Corriere della sera sia con altre testate minori. Anni dunque, nonostante i problemi familiari, felici. “Treviglio è diventata per me un po’ un’unità di misura. Il collegio è stato l’incontro misterioso della mia vita con la felicità e con un massimo di creatività poetica. E’ stato quello che i mistici chiamano” uno stato di grazia”. Un’ inspiegabile favola che mi ha ispirato le poesie di “Luna Lombarda”(1957). Premio Lerici, 1958. Opera che si apre con i versi di Suite per A.

E’ un piccolo canzoniere d’amore (nove poesie di solo otto versi divisi in due quartine) dove la A. sta per Albignano, frazione di Truccazano località non lontano da Treviglio. Ma questa dedica ad Albignano è un espediente ingannevole: in realtà è l’iniziale di un giovane, un collegiale, amato dalla giovane poetessa. Lo svelamento di questo depistaggio è la stessa Spaziani a fornircelo laddove in “Quartine per una piccola città” recita: “Addormentarmi nel nome di Treviglio/che Albignano fu detta e che non è”.

E allora spulciamo qua e là tra i versi di questo canzoniere a ricercar le orme di questo giovanile amore di quella che sarebbe diventata una delle più importanti poetesse (o poeti) del nostro Novecento. E allora non si può che riportare integralmente Suite per A.

Rimarrà su deserti lontani,/oltre le praterie del tempo./Baci, roveti, fiamme d’autunno/e un lungo addio tre le mani./Ritornerà con le nuvole, con le stagioni, /tremando ebbrezze seppellite:/ottenebrato, inutile, senza respiro.”

Da notare i due tempi futuri “Rimarrà” e “Ritornerà”: la poetessa si rende conto che quello che sta vivendo non è un capriccio giovanile e passeggero ma un “qualcosa” che è entrato in lei e che in lei rimarrà per sempre come dimostrato poi per l’intero arco della sua vita nel rimando felice di quegli anni di Treviglio.

Il mini canzoniere, dopo questo incipit/dedica, si apre con un riferimento aulico, classico: il suicidio per amore della poetessa Saffo che, non corrisposta dall’amato Faone, si gettò in mare dalla rupe di Leucade “Da rupi ben alte mi sono gettata per te,/alte come la notte o la solitudine.” Un fatto tragico che, però, nei due versi successivi, lascia spazio a un seguito scherzoso: “Ma sotto c’eri ancora tu a cogliermi/col balzo agile della pallavolo”. Nei due versi finali ritorna il riferimento classico, ecco la luna leucade che si trasmuta in luna lombarda della Bassa che sperde nel vento, come foglie, i volti dei due innamorati. “ Arde la luna si questa Leucade della Bassa /e il vento risucchia via i volti, come foglie”. Luna che ritorna ancora nei versi di chiusura della poesia seguente: “Quella luna un po’ triste è restata/per sempre, con la sua frangia di carta.”. Da notare quel per sempre” e la consapevolezza, per la giovane insegnante, della fragilità temporale di quest’amore ove la luna fa da testimone ma con la sua frangia di carta”. Storia d’amore vissuta in un’ordinaria quotidianità che in lei assume valenze inaspettate “ i letti sapevano di meliga; o lei che sedeva a tavola con lui di fronte dall’altro capo come a corte “ La tavolata immensa, come a corte, /tu da un lato, io dall’altro.” quasi richiamo alla storia d’amore tra Ginevra e Lancillotto e, laddove, perfino l’acqua di fonte del collegio che pur il mattino era freddissima “l’acqua il mattino spezzava le mani” diviene elisir incomparabile, testimone di una quasi sacralità laica“Non c’è al mondo liquore inebriante/come l’acqua di fonte del collegio./La si beve in bicchieri spessissimi/molto simili a lumi d’altare”. Ed è in quest’aurea vitale, seppure la bella stagione stava volgendo al termine “ Ai primi freddi”, che ha inizio il loro idillio”Fu in quell’aria di felce che parlammo/insieme, leggermente, la prima volta”. Quell’“insieme” e quell’avverbio “leggermente” come sussurro per un sentimento discreto, timido e anche un po’ impaurito a segnare una levità d’atmosfera quasi a richiamare le dolci parole d’amore di Francesca per suo cognato Paolo nell’ Inferno dantesco. Nulla di morboso di cui vergognarsi, quindi. E poi nelle poesie successive i vari momenti d’amore, come un viaggio nella vicina Milano “ Nel cuore di Milano attraversammo/ quella notte remore pinete”, ma la temporalità non ferisce, non rattrista“ Fu un viaggio interminabile sull’arco/ che dal mio tempo guida al tuo.“ o giorni al collegio tra” mura malinconiche” che però non intristiscono“Il ritornello come un mare in furia/morse, assalì le mura malinconiche, /con te mi ritrovai presa in un vortice/di sole e gioia, al salto dei delfini”. Ma Albignano che è servito da depistaggio, alla fine ritorna, e con essa ritorna anche la luna in un lirismo che sarebbe un delitto non riportare integralmente: “Albignano, fiorivano i ciliegie/lungo i tuoi fianchi gracili, riversi. /Su i miei campi riarsi, tra i miei versi/splendeva il grano // Tu mi desti la timida luna/che nei capelli da tempo mi brilla, / la scintilla di grazia, la fortuna/del quadrifoglio tra due rotaie“ Ed essi nella natura si fecero Natura, mi verrebbe da dire. Versi splendidi che mi hanno riportato alla mente la leggenda d’amore tra Filemone e Bauci cantata da Ovidio nelle Metamorfosi: per amore, lui tramutato in Quercia e lei in Tiglio. Per sempre insieme. Ma la poetessa sa che la loro storia è destinata a finire pur se la luna resterà testimone di quest’amore “che nei capelli da tempo mi brilla”. Le loro due vite si separano come due rotaie in un eterno viaggio parallelo senza più possibilità d’incontro.

LA CASA DEL TIGLIO Poesie di un padre al figlio bambino, ultimo libro di liriche di Antonio Donadio

E’ in uscita in questi giorni, come già riportato in data 13 ottobre u.s. dall’ autorevole sito sulla Poesia del ‘900 , Italian poetry, l’ultimo libro di liriche del poeta Antonio Donadio nonché nostro prezioso curatore di Rubriche di Cultura Poetica. Libro che speriamo, come sempre per precedenti lavori di Donadio, poter presentare, quanto prima, anche qui a Cava.

LA CASA DEL TIGLIO, poesie di un padre al figlio bambino edito da puntoacapo Collezione Letteraria.

Lavoro tematico come si evince dal titolo, una paternità “come categoria dell’anima” come afferma Alessandra Paganardi nella sua ampia e raffinata prefazione di cui, dalla scheda redazionale, pubblichiamo una parte e una lirica:

[ ] La casa del tiglio è la cronaca di un sogno divenuto cura e di una cura fattasi sogno: quello di una paternità che va ben oltre l’aspetto biologico e supera persino quello meramente affettivo. In un’epoca di trattati, manuali, tecnicismi educativi e trasbordanti psicologismi, ecco un libro di poesia che sa presentare al lettore la genitorialità come categoria dell’anima. Una genitorialità che precede il figlio, eppure soltanto in esso matura e s’incarna: proprio come il poeta è certamente tale prima del testo, ma si esprime soltanto in esso e intristisce in sua assenza. [ ] . Non ha genere l’attesa, che si palesa all’apertura del libro in data (non casualmente) di maturo avvento, l’antivigilia di Natale: “Chiudi la porta / al giorno delle lunghe / ombre indiscrete / C’è nell’aria / un’attesa bambina / negli angoli di luce”. E non è inutile ricorda partire da questo inizio, quasi ogni verso sia imbevuto di una profonda religiosità laica, che con il rito ha in comune prima di tutto il mistero, la sacralità e persino il paradosso di quella “giovane cosa così più vecchia di me” che, prima del bambino come essere carnale, è la vita stessa.[ ] La casa del tiglio, in cui il piccolo Daniele vive la sua prima estate, richiama la “casa del nespolo” verghiana, alla quale tuttavia si contrappone come l’aurora al tramonto. Se Verga evoca il capolinea – per quanto arginato dai solidi valori della giovane coppia superstite – di tutto un mondo storico e sociale, Donadio prospetta una continuità generazionale che sa garantire la ricarica vitale: e lo fa proprio grazie alla relazione tra genitore e figlio, un rapporto nuovo, forse ancora non molto sperimentato, che mette continuamente in gioco il poeta e il bambino e che trova la sua perfetta espressione nel verso.[ ] A sublimare ulteriormente il dono interviene la separazione forzata, per motivi di lavoro, del poeta dalla famiglia (lontananza segnata assai fortemente dall’invisibile frattura trasversale tra nord e sud, i distanti luoghi di lavoro dei genitori). Ad ogni ritorno si percepisce la necessità di ricucire lo strappo, di medicare la distanza: come se il tempo passato insieme dovesse valere almeno due volte. In questo libro ogni oggetto, ogni minima traccia o linguaggio della natura (il verso degli animali, le foglie, il riflesso del sole, la neve e la nebbia) ha un forte connotato simbolico: si può forse parlare di “realismo simbolico” o di “simbolismo della concretezza”. Forse anche per questo la cifra poetica di Donadio non è mai, se non assai marginalmente, la narrazione. Coerentemente con l’aspetto sacrale di cui abbiamo parlato, questa poesia annuncia piccole epifanie quotidiane che ripetono il primitivo miracolo della vita incarnata, dell’origine. Il linguaggio è forse più vicino a quello largo e formulare dei salmi, con enjambement avvolgenti, chiuse maestose, versi talora ripetuti e con la presenza di una costante seconda persona singolare, che rinvia al dialogo. [ ] Quando la scrittura, come in questo caso, attinge così direttamente alla vita, somiglia più a un poema ininterrotto che a una serie di episodi staccati.[ ]”

 

Fuochi

E poi vedrai la notte

dalle mille ombre chiare

nuove come quest’anno

che impudico ancora si traveste

di promessa gioia

come un gioco non ancora

tuo. E ti sorriderò

stringendoti al nuovo giorno

e tu gioirai stupito

ai mille fuochi improvvisi.

Buon anno, amore

piccolo tenero fuoco

di un padre terra

senza più fuochi di cielo.

Capodanno 1993