PoesiadelNovecento – I Contemporanei

Poesie di poeti noti e meno noti del panorama letterario italiano … di Antonio Donadio

 

Duecento anni fa moriva Napoleone: dal libro di Vittorio Criscuolo (Ei fu. La morte di Napoleone, il Mulino 2021) all’incipit manzoniano dell’ode “Il Cinque maggio”

Napoleone “ presentandosi al mondo con l’aureola del martire” – sconfitto a Waterloo nel giugno del 1815 e dall’ottobre dello stesso anno esiliato per i suoi ultimi cinque anni di vita nella lontana e sperduta isola di sant’Elena in pieno oceano Atlantico Meridionale – “vinse l’ultima delle sue battaglie” ponendo così “il primo fondamento della leggenda”. E che Napoleone Bonaparte a dispetto di quanti, frettolosamente ed erroneamente, avevano ipotizzato che con la sua morte “sarebbe stato presto dimenticato” sia, invece, da quel fatidico 5 maggio 1821, divenuto figura leggendaria, è una delle affascinanti tesi che il lettore può ritrovare in un indispensabile libro appena pubblicato: “Ei fu, La morte di Napoleone, edito da Il Mulino”. Autore è il ch. mo prof. Vittorio Criscuolo, ordinario di Storia Moderna all’Università degli Studi di Milano. Al centro del libro il documento più importante sull’esilio di Napoleone e fonte insostituibile per le ricostruzioni storiografiche: il Memoriale di Emmanuel Las Cases che fu a fianco dell’imperatore nel suo lungo esilio. Il prof. Criscuolo, nativo di Salerno ma residente da anni a Milano, non è nuovo, tra l’altro, ad approfondimenti su Bonaparte (N.d.R. il giovane Napoleone, 1996; Napoleone, 1997; Napoleon, 2003.) In Ei fu, il professore si sofferma anche sull’eco che la morte di Napoleone suscitò in alcuni importanti poeti europei. Non solo sul “nostro” Manzoni che compose la celebre ode “Il cinque maggio” (su cui ritornerò fra poco). L’ode fu tradotta in lingua tedesca da Goethe e Alfhonse de Lamartine, giudicandola “perfetta”, disse che avrebbe voluto averla scritta lui. Molto significativa è, poi, una poesia scritta da Silvio Pellico, che pur molto lontano per orientamenti ideali da Napoleone, volle, da prigioniero nella fortezza dello Spielberg, ricordare il grande condottiero morto nella solitudine della lontana sant’Elena. Da sottolineare anche il capitolo che Criscuolo riserva alla filmografia napoleonica. Film solo in parte agiografici. Alcuni anche di pura fantasia come ipotizzare una “non morte” di Napoleone. Tesi che fu al centro di una sceneggiatura scritta da Charlie Chaplin nel 1936 ma mai realizzata. Il grande attore, ovviamente, avrebbe interpretato il ruolo del protagonista. Tra l’altro viene ricordato dal professore lo sceneggiato “Napoleone a Sant’Elena, prodotto dalla Rai nel 1973 e interpretato da Renzo Palmer per la regia di Vittorio Cottafavi e disponibile su Rai play.

Al libro, il Corriere della sera del 13 aprile ha dedicato una doppia pagina in Cultura a firma di Paolo Mieli che in modo articolato e ricco, introduce il lettore alla scoperta delle 228 pagine del saggio. Devo però segnalare la presenza in quest’ampio articolo di un refuso, uno svarione che questa mia rubrica di cultura poetica non può tralasciare. Scrive Mieli. “ Quando Napoleone morì, Alessandro Manzoni scrisse la celeberrima poesia il cui primo verso dà il titolo al libro di Criscuolo (Ei fu).” Un’inesattezza non solo formale ma sostanziale. Ei fu, infatti, non è il primo verso, come egli afferma, ma l’incipit del primo verso: “Ei fu. Siccome immobile“. Incipit presente fin dalla primissima stesura della famosa ode, riportata dal prof. Criscuolo e qui di seguito:

Ei fu: come al terribile
Segnal della patria
Tutta si scosse in fremito
La salma inorridita,
Come agghiacciata immobile
Dopo il gran punto sta.

Tale al tonante annunzio
Stette repente il mondo
Che non sa quando, in secoli,
L’uomo a costui secondo
La sua contesa polvere
A calpestar verrà.

Un incipit originale e dalla forza poetica straordinaria. Manzoni per indicare un uomo eccezionale come Napoleone Bonaparte, usa il “semplice” pronome personale Ei (Egli) di chiara derivazione dall’Ille latino (quel famoso). Non ne dice il nome. Per annunciare “questa” morte, gli basta una bisillaba Ei fu. Bisillaba che nella sua essenzialità scheletrica, tre vocali e una sola consonante, ”suona” come un sussurro, un soffio (suggerito dall’uso della consonante labiodentale “F”) leggero, appena solcato nell’attonita aria che il punto fermo posto alla fine tronca di netto. Fenomenale traslitterazione poetica: repentino e inaspettato è il passaggio dalla vita all’improvvisa morte. Infatti, non solo Manzoni ma l’Europa intera rimase sgomenta all’inattesa notizia della scomparsa di Napoleone. Questo fantastico, non che efficace, incipit manzoniano, mi porta a ricordare un altro incipit quasi simile: “ Si sta” in “Soldati” di Giuseppe Ungaretti scritta circa un secolo dopo nell’inferno della prima guerra mondiale:

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie.

In quell’incipit “Si sta” è racchiusa la cifra del “dire poetico”. L’uso di quel bisillabo tronco (accento tronco in chiusura e iterazione/anafora della “S”: come di un temuto mortale sibilo di un colpo di moschetto), dà la rappresentazione ritmica della provvisorietà, del veloce accadimento di qualcosa d’ineluttabile. Il come che segue a fine verso, fondamentale l’enjambement, riveste l’aria di sospesa attesa che è soddisfatta, poi, dai versi seguenti “ d’autunno/sugli alberi/le foglie”. Versi che sono solo una rappresentazione scenografica della tragedia che incombe sui soldati. Immaginiamo, per un istante, che Ungaretti avesse scritto “stanno o stiamo”, certamente il concetto non sarebbe mutato, ma sarebbe cambiato tutto, non sarebbe stato un verso di pura Poesia.

Vittorio Criscuolo, nato a Salerno il 1951, ha conseguito la laurea in Scienze politiche presso l’Università degli studi di Roma “La Sapienza” nel novembre 1974 con voti 110/110 e lode, discutendo una tesi di laurea in storia moderna (relatore prof. Armando Saitta) su “Giuseppe Abamonti e il giacobinismo meridionale”, che è stata riconosciuta degna di pubblicazione. Dopo anni come assistente, assegnista e ricercatore presso l’Università romana si trasferisce a Milano. Attualmente ricopre la carica di professore ordinario di Storia Moderna e Storia dell’età dell’illuminismo e delle Rivoluzioni presso l’Università Statale milanese. Fa parte del Collegio del dottorato in “Storia, cultura e teorie della società e delle istituzioni” della medesima Università. Numerose le sue pubblicazioni che sono fondamentale punto di riferimento non solo per i suoi studenti ma anche per studiosi e appassionati di storia moderna.

Guarda il sole – mi dico – non sarà mica Pasqua?

Un giovanissimo ciclista ritratto in tutta la sua vigoria fisica in questa mia poesia tratta da un libro di parecchi anni orsono, mi auguro vivamente che possa essere il simbolo di questa nostra Pasqua così dolorosamente tormentata, anche quest’anno, dalla pandemia.

Che sia concretamente una Pasqua di totale renovatio, spirituale per i credenti per tutti umana e sociale.

(Stazione n 6)

“Guarda il sole – mi dico – non sarà mica Pasqua?”

Ride il fanciullo innamorato
all’ombra discreta della lunga quercia
a riposo dopo tanto pedalare
stride la catena per tanto moto ormai
silente quasi mormora incomprensibile.
Tutto è primavera da tempo o forse sempre.

Vola oggi più in alto il sole
ad abbracciare l’antico sapore d’aria
ubriaca saltellante senza vergogna
bambina ancora nel gioco di sospirosi zefiri
“e se fosse Pasqua davvero?”

Lascerò al rosato pesco profumato
un posto nel mio giardino tessuto di nuovo
di colori e soffice erba.

Nulla importa -mi dico- della zolla
fredda smorta che impudica s’offre
dalla cima del monte al viandante
che riempie occhi e suoni del lontano paese
addormentato oggi di luce risveglio
“domani smuoverò la mia zolla” lascerò
spazio e mente al mio fiorire
senza invidia né spiare di giardini oltre.

Lungo il sentiero riprende il giovane ciclista
la deposta bicicletta pronta a ripartire:
un colpo di reni e via. Scompare.
Andrà sudato sfrecciando nella catena brontolona
al ritmo gioioso: ”è Pasqua”.

Già mi attendono ormai non posso oltre
mancare. La dura zolla terrosa
attenderà domani giovani fiori piantati.

Antonio Donadio

(da “L’alba nella stanza” con nota di Mario Luzi, Book 1996)

Con i versi del poeta e amico Antonio Donadio da parte della Redazione un caloroso augurio di Serena Pasqua.

Oggi 25 marzo: DANTEDI’. E domani e dopo?

Mi domando: sarebbe giusto, il giorno di Natale o di Capodanno, mangiare tanto fino a esagerare e poi digiunare, o quasi, per tutto il resto dell’anno?

Giusto, giustissimo il DANTEDI’, ma se DANTE è il PADRE della LINGUA ITALIANA e della POESIA e oggi, 25 marzo, data d’inizio della Divina Commedia, è festeggiato con un innumerevole “spiegamento di forze” dal web alla tv alle testate giornalistiche grandi e meno grandi, con “dotti interventi” di accademici, luminari, attori (bravi o solo presunti tali), allora mi chiedo perché si onora il Padre della POESIA e poi ci si dimentica per il resto dell’anno “dei suoi figli” e con essi, cosa estremamente riprovevole, si dimentica la stessa POESIA che oggi attraverso Dante si onora?

Quanto spazio, normalmente, è dato alla POESIA dai mezzi d’informazione cartacea e televisiva? Ai poeti del passato, anche quello più recente? E ai poeti contemporanei? Questi ultimi vivono in vere e proprie “riserve”: dalla loro scrivania “si muovono” in gruppo (spesso, anche gli uni contro gli altri), s’incontrano (ieri dal vivo, attualmente in streaming) tra di loro e con pochi “fedeli”: i loro versi si alzano nell’aria nello spazio di una serata per ripiombare nel chiuso delle pagine dei libri.

Tralascio di parlare della “presenza sul web” di “siti poetici”. In verità numerosi e lodabili senz’altro, ma in molti casi la POESIA è solo sfiorata o addirittura latitante.

E allora perché non pensare a un POESIADI’ quotidiano come un “telegiornale della mente e dello spirito” ? Troppo poche, a mio avviso, le attuali rubriche cartacee e televisive “culturali” e troppo “limitate”: spesso ci si riduce a “libri appena usciti” per una macedonia di generi, ove la POESIA è quasi sempre assente. Perfino il 21 marzo, Giornata Mondiale della POESIA, soffre di un’insufficiente eco.

Anche la POESIA è linfa vitale:

Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti,
Ma per seguir virtude e canoscenza”

Dante Alighieri
(Divina Commedia, Inferno canto XXVI, vv.118/ 120)

8 MARZO

In questi miei semplici versi scritti nel lontano 1988 festeggiando presso l’Istituto Magistrale di Cava de’ Tirreni la festa della donna e qui riproposti, la mancata parità tra uomo e donna viene denunciata in modo dissacrante e ironico attraverso un excursus temporale tra “luoghi comuni” e libera interpretazione di frasi celebri di scrittori e poeti fino ad atteggiamenti sessisti riscontrabili, ieri come, purtroppo, ancora oggi.

Donna

Donna. Sempre senti parlar nel mondo intero

di quest’Essere che pur non sembra vero.

L’uomo dice: ” Ma se nacque da una costola d’Adamo

allora è proprietà del maschio, non ci sbagliamo!

E se ingannar si fece dal dio serpente

è un essere inferiore, un deficiente!”

E per bontà, l’uomo che è buono per natura,

subito la circondò di ogni cura.

A patto però, le disse, sia chiaro questo

che il padrone di tutto io sempre resto!”

E così, seppur ancor non Donna,

presto fu alzata a ruolo di Madonna.

Per lei, l’uomo soffre, piange e si dispera

e questa Donna non gli sembra vera:

Un angelo in terra a miracol mostrare

ma per fregarla poi, si dà da fare!

Ma l’uomo che è onesto e fine assai

non si fermò, non si sbagliò giammai:

amarle tutte non è giusto, e lui

le vecchie e laide” le lasciò altrui!

Alla Donna gentile ”repaira sempre amore

e sempre lui la canta con ardore,

ma quando alfin finisce il verso,

l’uomo si mostra, in vero, assai diverso:

la Donna angelicata lo farà cantare

ma le altre lui pensa a conquistare.

 

E non si ferma e mai non si sgomenta

e ogni seduzion più fina tenta.

Diventa re, guerriero, artista

avendo la sua meta ben in vista:

il regno, la pugna, la poesia

tutto va bene, basta che ci stia!

Dice:” Per lei conquisterò il mondo

ma pensa solo al suo tornaconto!

Se Beatrice fu il messagger di Dio,

lo fu per Dante che disse: ”La comando io”

E immortale è Laura per il suo Petrarca,

così ogni regina per il suo monarca.

Persin la morte si canta della Pia

per chi dai vivi la condusse via!

E se la donzelletta vien dalla campagna,

del suo faticar, lei non si lagna:

Ornare ella s’appresta il dì di festa

per l’unico suo scopo che le resta:

provarle tutte e riprovarle ancora

alfin che un uomo di lei poi s’innamora!

E se il matrimonio, poi,” non s’ha da fare”

non sa quali pericoli va a scampare!

Ma Alessandro ch’è un ottimo scrittore,

salva alla fine il voto eppur l’onore!

In casa, poi, lei dovrà sgobbare

ma lui la chiama “angel del focolare

Spesso di sentirà sola e strana.

Passerà la vita a rassettar la tana.

 

E quando l’uomo l’avrà per figlia,

solo azioni oneste le consiglia:

Devi essere buona, dolce e ubbidiente

il papà tuo, lo sai, lui non mente.”

Il prete, il padre e perfino i figli

tutti alla Donna regalano consigli.

Tutti le dicon quel che deve fare

per sopravviver se vuole alfin campare:

Fingi di non vedere e di non sentire

e quello che tu pensi mai non dire.

L’uomo, si sa, è lui il sesso forte,

fai buon viso a cattiva sorte”

E quando alfin contesta e urla tanto

è lui, è l’uomo il solo a trarne vanto:

E’ isterica, si sa, è sempre Donna

pur se porta brache e non più gonna!

Che ridicole poi, ste’ femministe

Cose d’altro mondo, giammai viste!”

Si combatte per giustizia e parità

ma l’uomo le taccia di stupidità!

Nel cinema si crede la padrona,

ma è l’uomo che porta la corona. .

Furioso le urla il buon regista:

Metti le cosce bene in vista!
non te move e statte ritta

tu devi star solo nuda e zitta!”

Non ha pensieri né dolori mai

e la TV la libera dai guai.

 

Oggi la Donna è assai più bella

se lucida a specchio la padella,

se l’uomo giusto vuol trovare,

il sapone delle dive deve usare.

E se il fustino, poi, non vuol scambiare

ecco la prova di sapere amare!!

Da quando nasce, insomma, fino a morte

quella della Donna è triste sorte:
l’uomo non si tanca mai di cacciarla:

quando è giovane e forte per amarla

e quando è ormai assai maturo

e della preda si sente ormai sicuro,

se ne serve sempre a piacimento

in ogni modo ed in ogni momento.

E’ quello dell’uomo uno strano amore

che parte dalla mente e non dal cuore.

Per una Donna, però, lui sempre s’infiamma.

È una gran Donna: è solo la sua Mamma!

Ma il motivo è presto poi svelato:

Sol perché dalla mamma un giorno lui è nato!!!

(Cava de’ Tirreni, 8 marzo 1988) Antonio Donadio

Da Tu scendi dalle stelle di Sant’Alfonso de’ Liguori a Claudio Baglioni a Natale in casa Cupiello

Mi è capitato, per caso, ascoltare su Rai 1 la pastorale Tu scendi dalle stelle cantata da Claudio Baglioni. Sono rimasto sorpreso nel notare alcune variazioni apportate al testo originale di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (cui dedicai un “pezzo” il Natale dello scorso anno (N.d.R. Quanno nascette Ninno a Bettalemme, pastorale di Sant’Alfonso de’ Liguori. Ricordiamola – 24 dicembre 2019)

Vediamo alcune di queste variazioni (in maiuscolo le parti oggetto di confronto).

Versione originale:

Tu scendi dalle stelle, o Re del cielo,

e vieni in una grotta al freddo e al gelo,
e vieni in una grotta al freddo e al gelo.
O Bambino mio divino,
IO TI VEDO QUI TREMAR’,
o Dio beato!
AHI quanto ti costò l’avermi amato!
AHI quanto ti costò l’avermi amato!

A te, che sei del mondo il Creatore,
MANCANO PANNI E FOCO, o mio Signore,
MANCANO PANNI E FOCO, o mio Signore.

Testo cantato da Baglioni:

Tu scendi dalle stelle,
O Re del Cielo
E vieni in una grotta al freddo e al gelo
E vieni in una grotta al freddo e al gelo

O Bambino mio Divino
IO TI VEDO TREMARE UN PO’
O Dio Beato
MA quanto ti costò
L’avermi amato
MA quanto ti costò
L’avermi amato

A te, che sei del mondo
Il Creatore
I PANNI E FUOCO MANCANO o mio Signore
I PANNI E FUOCO MANCANO o mio Signore

(Fonte Musixmatch)

Non conosco i motivi che hanno portato alle modifiche ma credo interessante soffermarsi, seppure brevemente, su alcune di esse:

VERSO 5°

Originale:

IO TI VEDO QUI TREMAR

così cambiato:

IO TI VEDO TREMARE UN PO’

Una variazione: cambiare QUI (avverbio di luogo) con un PO’ (pronome indefinito quantitativo), che ritengo non appropriata e che indebolisce la cifra poetica di Sant’Alfonso. Il QUI non sta solo come semplice avverbio di stato in luogo (qui, in questa capanna) ma diviene uno stato in luogo simbolico: qui, ovvero sulla terra. Ormai Dio, fattosi uomo, inizia a tremare proprio come un uomo fra gli uomini.

VERSI 7 °/ 8°

Originali:

AHI quanto ti costò l’avermi amato!
AHI quanto ti costò l’avermi amato!

così cambiati:

MA quanto ti costò
L’avermi amato
MA quanto ti costò
L’avermi amato

Il MA, semplice congiunzione avversativa non ha la forza dell’interiezione AHI con punto esclamativo alla fine del verso. Il MA indica solo una conseguenza di quest’atto d’amore, solo un contrasto con quanto affermato prima, mentre AHI indica la consapevolezza da parte dei credenti di un vivo dolore, non solo simbolico ma anche fisico, nelle carni di questo Dio fattosi uomo per riscattare i nostri peccati.

VERSI 10°/11°

Originali:

A te, che sei del MONDO il Creatore,
MANCANO PANNI E FOCO, o mio Signore,
MANCANO PANNI E FOCO, o mio Signore.

così cambiati:

A te, che sei del MONDO
Il Creatore
I PANNI E FUOCO MANCANO o mio Signore
I PANNI E FUOCO MANCANO o mio Signore

Da notare la trasposizione del verbo “MANCANO” ma soprattutto la variazione di FUOCO al posto di FOCO. Questa modifica fa venir meno l’assonanza al mezzo con MONDO del verso precedente. Parrebbero piccole cose, ma sono sostanziali: è auspicabile che la purezza di un testo sia garantita sempre di là da diritti d’autore (almeno che non si “riscriva” completamente). Non credo che il sig, Baglioni sarebbe contento se qualcuno cantasse “Strada camminando”.

Purezza di un testo che l’altra sera, a pare mio, non è stata garantita dalla “libera” trasposizione filmica: “Natale in casa Cupiello. tratto da Eduardo de Filippo”. Per chi ama Eduardo, applaudito più volte in vita e ancora nelle registrazioni televisive, quello proposto da Rai 1, è qualcosa d’altro, che assolutamente non rivedrei né consiglierei. Qualcuno l’indomani ha scritto: “Nessun paragone, ricalco o sudditanza psicologica”. Sono d’accordo: nessuno si sognerebbe di paragonarsi a Eduardo o ricalcarlo, ma allora lasciamo agli spettatori godere dell’originale, un piccolo capolavoro del Novecento Italiano, non proponiamo una “rilettura” onesta, ma a pare mio, certamente non rappresentativa del “Mondo Eduardiano”.