PoesiadelNovecento – I Contemporanei
Poesie di poeti noti e meno noti del panorama letterario italiano … di Antonio Donadio
Per gente sola di Fabio Dainotti. Nota di Lettura di Antonio Donadio.
Per gente sola (Prefazione di Luigi Fontanella. Postfazione di Vincenzo Guarracino, Book Editore, gennaio 2026), ottimo libro di Fabio Dainotti, ma di non facile lettura interpretativa. A un lettore superficiale potrebbe semplicemente “apparire” come un’ estrinsecazione esemplificativa della solitudine, per exempla: dalla Prima sezione – L’originale mostrarsi – “La gente (people) si riversa fuori./L’uomo che è solo/rientra con la borsa della spesa,/chiude la porta, lascia il mondo fuori.” nella Seconda sezione – Remedia –Cose da fare, che potresti fare – , ecco un insieme di “consigli pratici” per il superamento della solitudine: “Entrare in un discount,/darti un contegno, spingere un carrello;/solo tra tanta gente, esaminare, /i prezzi, attentamente, non comprare /niente.” Ma sarebbe un errore fermarsi solo in superficie, al “ solo” detto. In poesia va ricercato il Non detto, quello che si nasconde nei meandri dell’animo umano che la poesia tenta di far venire fuori. Per gente sola, allora, sembra imporsi come affermazione poetica del Non dire, nel nascondere che la solitudine non è quella reale, apparente: ben misera e poca cosa sarebbe “riscoprire la solitudine” del vivere in contesti sociali e familiari spesso intessuti come di sperdute monadi.
E’ quello del poeta Dainotti un grido, un invito alla scoperta della vera esistenza. Non a caso il poeta ci dà una chiara chiave di lettura in nota al titolo della Prima Sezione “Originale mostrarsi”: concetto filosofico, della fenomenologia di Husserl. Al centro quindi, la ricerca dell’esistente nella sua pienezza originale. Invito a conoscere o meglio ri-conoscere il nostro vissuto, la nostra intera conoscenza libera da qualsiasi speculazione di tipo precostituita. Ecco che lontano da presunte o vere o solo invocate certezze fideistiche, il poeta ci prende per mano e virgilianamente ci conduce in un viaggio all’ interno di noi stessi, in pensieri, emozioni, animo. Non palese il suo scopo, non per pudicizia, che sarebbe legittima e accettabile, ma perché nulla sa della sua stessa ricerca metodologica sulla ricerca dell’Esistente. Il poeta, si sa, non dà certezze ma indica solo strade irte e disarticolate nell’affascinante esercizio della ricerca dentro di noi ancor più che fuori di noi.
Allora, in estrema sintesi, vien da chiedersi, forse il poeta vuole affermare la prevalenza dell’ontico sull’ontologico per un abbandono della res per l’Essere? Negazione della prevalenza positivistica per la ricerca dell’Essere, per affrontare il “misterioso caso” dell’esistenza umana? Si potrebbe affermare, coscientemente sul significato dell’ esistere? Passi e ore e respiri affannosi o sereni dell’permanenza che si definisce esistenza, vita? Dubbio che aleggia a mo’ di celata sfida nei versi di Dainotti.
Su Versi in memoria da San Francesco a Alda Merini, di Antonio Donadio di Maria Lenti.
Quantum poetae valent… La memoria, quali scherzi non mi combina. Incamerato, tra altri, il verso Quantum tempora longa valent dai Carmina Burana studiati all’Università, ad inizio di questa mia recensione è balzato sulla pagina, appunto, un inventato lì per lì Quantum poetae valent. Ma…mi accorgo che, alla fin fine, la mia memoria non mi ha tradito, anzi mi ha donato, associandosi con altre parti a lei affini (o quasi), un nome, poetae, che ha molto a che fare con tempora longa, con il valore intrinseco degli uni e degli altri, e che molto ha anche fare con il libro di Antonio Donadio. Il quale percorre una lunga strada in versi, in questa ultima raccolta, Versi in memoria da San Francesco a Alda Merini, prefazione di Plinio Perilli, Progetto Cultura, Roma, nov. 2025, partendo da Francesco d’Assisi fino a Valentino Zeichen, primo e ultimo autore in ordine di nascita della sua ricognizione nella letteratura italiana, fissando nel suo testo una caratteristica, un verso, un particolare, un sunto di vita, un microcip d’esistenza del suo poeta o scrittore.
Da qui, dalla singolarità della sua memoria e studio, nasce ed esce la sua poesia dedicata, in memoria. Ed è il varco di Montale, l’Auschwitz di Levi, il canto d’amore di Merini, i viaggi di Salgari, l’interrogatorio di Sanesi, le canne al vento di Deledda, il silenzio di Antonia Pozzi, la noverca Fiorenza di Dante, la Fantasia di Rodari, le collodiane bugie di Pinocchio, il mistero buffo di Fo, l’eccelsa Trinità di Clemente Rebora, la rondine stanca di Gabriella Sobrino, la Parola pura di Ungaretti, l’anima fremente di Dino Campana, l’ariosteo senno di Orlando, il foco che non fu di Angiolieri, le cento novelle di Boccaccio, la sorella morte corporale di San Francesco (e gli altri 68 autori) a respirare il fiato della poesia in questo libro di Antonio Donadio: il quale dà, a piè di pagina, le indicazioni anagrafiche dei suoi prescelti, tra i quali scopro, sì proprio scopro, Laura Farina Moschini (Venezia, 1898-Roma, 1963) e la sua spiritualità.
Un lungo amore e, anche, una lunga dedizione di Antonio Donadio alla letteratura: lo ha nutrito nel suo cammino di vita privata e letteraria, pubblica e poetica; lo ha accompagnato tanto da introiettare l’essenza dei suoi antecedenti. (Ma antecedenti per natura sono il padre e la madre a cui sono dedicate le poesie d’apertura). Allora, ripartendo dal mio exergo, posso dire che la memoria, invece che tradire, sospinge a ridire, a non dimenticare, a farsi gradino irrinunciabile: quantum poetae valent…, quantum tempora longa valent, quanto valore nella durata del poeta e della poesia, di ieri, di oggi, di quella che resiste e di quella che il nostro autore propone in Versi in memoria da San Francesco a Alda Merini.
2026: Anniversario della nascita (100 anni) e decennale della morte (2016) di Dario Fo. Il ricordo di Antonio Donadio in questa intervista del 1995.
Incontrai Dario Fo a Salerno in occasione di un suo spettacolo sul Ruzzante. Gentilissimo mi concesse questa intervista, qui parzialmente riproposta.
(da Panorama Tirreno, maggio 1995 NdR)
Intervista esclusiva al grande attore
Come ti Fo parlar Ruzzante
Dall’autore del ’500 attraverso koinè e grammelot ai temi dell’esistenza umana e della solidarietà, fino a una profezia del ’72 già… anti Berlusconiana!
Un autore del cinquecento, Angelo Beolco detto il Ruzzante, nella rilettura di Dario Fo, regista, attore e uno dei massimi autori teatrali del nostro novecento: circa ottanta testi teatrali rappresentati in tutto il mondo, dopo anni di ostracismo, per motivi politici, sia in U.S.A. che in Italia.
Ma perché proprio il Ruzzante in dialetto pavano?
– Ruzzante è stato il mio maestro senza di lui non avrei fatto “Mistero Buffo”. Mi ha insegnato la libertà dello scrivere. Ho analizzato il lessico: un dialetto pavano ostico e quasi incomprensibile; e ho scoperto che era una lingua completamente inventata. Non giunta fino a noi perché legata al tempo, agli umori, alla cronaca. Ho fatto un lavoro di restauro, di scavo nel profondo, per rendere più comprensibile il testo.
La lingua, quindi, un ostacolo alla comprensione del testo?
– Non precisamente. Incomprensibile non solo per la lingua, ma anche per diverse componenti culturali. Nel Sud, la storia del Nord è poco nota: un conto è rappresentarlo a Venezia, un conto è farlo a Salerno. Come hai visto, stasera ho dovuto tenere una lezione introduttiva.
E allora, il linguaggio è diventato un’arma, una provocazione?
– Più che arma, un mezzo di conoscenza, con lo strumento della provocazione, per rompere certe barriere, certe perplessità. Stasera ho provocato sottolineando l’orgoglio del pubblico e via via ho notato una certa ripresa: erano entrati “nel gioco”, non più abboccati nel solo atto di presenza passiva. Il pubblico è disabituato a un simile teatro, un teatro di affabulazione. Suscita un’energia nel pubblico che non si vedeva più da tempo.
La lingua come strumento importante. Nel 1969 scrivevi: “L’operaio conosce 300 parole, il padrone mille, per questo lui è il padrone”. È cambiato qualcosa, oggi?
– L’operaio si è evoluto nello stesso tempo; ha perso altri valori. Il problema non è solo della parola, ma il problema della conoscenza, diciamo, collettiva, della solidarietà.
Torniamo al Ruzzante. Questi “passa in rassegna” le scritture, la chiesa trionfante, sottolinea la stupidità dell’uomo solo e con ironia beffarda va contro la guerra: di tutto c’è il disegno di “Ruzzante-Fo” di far riflettere, pensare, anche il più distratto degli spettatori.
– Se questo autore non avesse corrispondenza così precisa al nostro tempo, non avrebbe avuto senso riproporlo. Ruzzante è un grande autore. Ha detto cose, ad esempio, ancora prima di Shakespeare. In lui ci sono le radici fondamentali dell’“essere e non essere”: “Se fossi io e se non fossi io? Se fossi un fantasma e la mia donna m’incontrasse per l’aere e mi trapasse dall’altra parte?” E poi quanta leggerezza, quanta semplicità, quando dice: “Se sei così vivo da essere disposto a buttar via la tua vita, perché ne abbia a giovamento in libertà e in follia l’altra gente…”. Quando senti un discorso così pieno? Neppure in Shakespeare!
Quindi, un autore non secondo a nessuno, ma poco rappresentato.
– Glauco Mauri l’aveva già fatto, ma traducendolo in veneto. Io, invece, ho cercato di renderlo più vicino a noi secondo lo stile del grammelot. Ne ho fatto una lingua, la Koinè pavana, non una italianizzazione, ma una pavanizzazione comprensibile. Ho usato termini, locuzioni, giochi lessicali, ironia e soprattutto non mi sono accontentato delle battute scosciate di un Ruzzante, nel tempo, assai saccheggiato.
Lingua, koinè, giochi lessicali, ma Fo affascina oltre che per la recitazione, per la gestualità. Pensiamo ad un altro grande, il francese Lecoq che sappiamo essere tuo amico… e maestro.
– Io devo a Lecoq la disciplina della sintesi e dell’articolazione della gestualità, cioè la tecnica di spezzare il gesto, studiarlo nella sua progressione, e di svilupparlo in sintesi. Io gli ho dato tutta la storia della commedia dell’arte corporale e non soltanto della parola.
Noto solo ora che non abbiamo detto niente sulla situazione politica. A microfono spento, gli ricordo un suo lavoro teatrale: “Ordine per Dio, 000.000.000.000” in cui così cantava: “Tu mangi quello che voglio io/ vesti come dico io/ tu canti e balli le canzoni che dico io/ anche l’amore lo fai come t’insegno io //Vuoi la libertà?Ti do la libertà/che voglio io:/libertà di stampa… libertà di politica…/ le elezioni si fanno quando decido io…/io pago tutti /tutti sono nella mia scuderia. Vai, vai”.
Era il 1972! Sembrerebbe scritto oggi… per Berlusconi! (L’intervista è del 1995. NdR) Profetico! Non solo Orwell, quindi, ma anche Fo, che ha fatto dell’intelligenza la sua arma migliore. E nel frattempo, l’Italia, targata Dc e Psi, canticchiava, tra bombe e stragi di Stato, spensieratamente, “fin che la barca va, lasciata andare!”.
Ruzzante-Fo o meglio Fo-Ruzzante, mi congeda con un abbraccio e una foto.
Mi piace ricordare, in quest’occasione, anche Franca Rame, scomparsa una decina d’anni prima di Fo (2013). Ebbi occasione di intervistare anche lei, a Salerno presso il Teatro Verdi.
A tal proposito aggiungo un divertente anettodo. Quando terminò l’intervista la signora Rame -chiamandomi “ragazzo” volle che le dessi del tu – mi chiese di accompagnarla al fu “Hotel Jolly”, che distava circa cento metri dal teatro. E fu così che, nascondendo a fatica un certo stupito imbarazzo, lasciammo il “Verdi”: lei al mio braccio che indossava ancora la sua vestaglia rossa! Ecco mi piace ricordala così, che scompare in una nuvola rossa. Colore che ha caratterizzato tutta la sua vita di donna e di attrice: colore della passione, del sacrificio, del dolore, dell’amore al di là di dogmi e settarismi.
Antonio Avenoso o delle sue piccole attenzioni.
È in libreria l’ultimo libro di poesie del poeta lucano Antonio Avenoso Eterna è la gioia, presentazione di Antonio Donadio, Macabor, Francavilla Marittima (CS), Gennaio 2026.
“Quando penso alla felicità non mi limito/a considerare l’infinito /ma è l’arioso godimento del cielo, /il noce, l’albero con le sue foglie. /Penso alla biblioteca della natura con i titoli/melo, pero, acacia, tiglio. /Spiffero al vento le ginestre come fossero miti, /attendo le stagioni, /un foglio su cui scrivo: uccelli in volo, /turno di notte, le brume del mattino. /Gratificazioni, desolazioni, /piccole attenzioni”.
Piccole attenzioni. Per la mente e l’animo. Chi è il poeta se non l’accorto testimone che guarda osserva sogna seppur non gode e disegna un mondo fatto da piccole attenzioni al richiamo dell’esistente, del creato tutto? Un’ attenzione che diventa viaggio verso l’infinto per poi ritornare e ripartire ancora. Ma il poeta non naufraga in questo mare ma ricerca la felicità, agognata da sempre, nel finito. Ed è questo il suo regno, “è l’arioso godimento del cielo, /il noce, l’albero con le sue foglie”, laddove non può non trasfigurare perfino un frutteto in infinite biblioteche della natura dove le ginestre sono mitiche divinità che regalano il tempo delle stagioni e poi nell’attimo creativo, “un foglio su cui scrivo:” ecco gli uccelli a far da guardia alla notte fino al mattino con le sue brume. Cosa resta di tutto ciò? Solo queste sue piccole attenzioni tra gratificazioni che ahimè, non confortano, ma il poeta non ferma il suo cammino. Ancora attenzioni, grande o piccole che siano; ancora nel suo sguardo di poeta disincantato ancora e sempre la Natura tutta, uomo compreso ma non elitaria presenza, a invocarlo, a stimolarlo, a sfidarlo in uno, mille sguardi che dettano emozioni infinite.
E il cammino continua. E la Natura partecipe al gioco in perenne sintonia non lascia indifferente il poeta. Quella Natura, a volte, rivestita di atmosfere nerudiane di sensuali quieti abbandoni “Oggi, /la casa sa di versi, /le mele rosse schizzano sul prato. /Il paesaggio si distende/come donna, /celebra la dorsale del corpo, /e pare eterna la quiete” o come in “Possiamo augurarci una cosa “ laddove il dolore iniziale si riveste ancora di immagini nerudiane: dalla buccia di mela abbandonata, alle mani graffiate, alla nuvola che oscura il cielo “ La buccia di una mela /lasciata sul tavolo,/le mani graffiate/dai rami, /la nuvola che passa/attraversando il cielo.” Ma il poeta sa che può e deve agire, non può soccombere, tentare almeno una via che sia salvifica, ed ecco che esemplare è l’aiuto della Natura, gli insetti fanno l’amore col melo per una futura vita.” Gli insetti che corteggiano il melo.” Ecco che la Natura spinge a non arrendersi e a suggerire cosa fare, o almeno cosa potersi augurare: solo una cosa nel pulviscolo che ottenebra mente e animo seppure solo per un attimo, ecco una rosa. Qui il poeta si arresta. Nulla da aggiungere. Almeno per oggi.“Oggi, /possiamo augurarci una cosa,/fiore/attimo/pulviscolo, /una rosa”. Eppure il canto di Avenoso spesso è pervaso da un alternarsi di stati d’animo contrapposti. Il dolore, l’angoscia, spesso iniziale, viene a scontrarsi con il riscatto o almeno con un augurio di riscatto.“Ogni nostro incontro/vorrebbe farsi stella./Non disperazione,/strada senza ritorno,/ma stella, che in alto brilla,/là dove il nulla vaga”. In ogni incontro spesso si cela sofferenza e invece varrebbe sentirsi come stella senza incontri né disperazione, solo il puro esistere senza nessuna meta né altro se non quello di brillare. E poi distendersi in un afflato di pace mediato da versi sonorissimi come dolcissima cantilena ad illuminare la notte o la mente da foschi pensieri: “Era così azzurra/la distesa di lavanda,/che immaginai il mare,/così,/da lasciarmi andare,/per poi sognare/sull’onda,/a un punto tale /da avvicinare il mondo.”
Non posso esimermi, in questo caso, dal sottolineare il segno del fare poesia: le rime finali in –are (mare, andare, sognare, avvicinare) non dettano, come un distratto lettore possa, improvvidamente, pensare una ricerca formale di facile gioco di rime, ma indicano il percorso simbolico dettato dalla distesa di lavanda che fa immaginare una distesa marina: il mare; ed ecco l’invito ad andare ancor più con la sola forza del sognare per un fine ultimo che non è l’approdo sicuro , certo e definitivo, ma solo una possibilità di avvicinarsi al mondo. E questo suo avvicinarsi comporta una vitale partecipazione con e fra tutti gli esseri umani e no. E queste rime dal respiro metaforico sono spesso presenti: esempio ne è la lirica “Nella pozzanghera del verso”. Titolo che contraddice per absentia il vero stato d’animo del poeta. Non pozzanghera, ma crediamo specchio lacustre dettato dal ritmo scanzonato nell’armonico gioco di rime in –erso e in assonanze in e–o . “Mi sono perso/nella pozzanghera del verso./Perso nel giorno avverso,/eremo, /del vento perso”.
In uno schema apparentemente da poesia prosastica, Avenoso parcellizza i versi in un sorprendente processo di segmentazione affidandosi ad un ordito semantico che regala, attraverso l’uso di figure retoriche fondamentali come la sinestesia, la similitudine o la metafora, unicità e armonia al testo. Splendide, ad esempio, queste due sinestesie in questa breve lirica: “È ariosa meraviglia,/l’aria nei giardini/bisbiglia./Nell’incavo gorgheggia/la mano” Oppure una sinestesia e una similitudine racchiuse in soli due versi “Gli alberi sorridono al cielo,/come una madre che allatta al seno.” Frequente poi, come già accennato, l’uso di metafore, spesso ardite, che allontanandosi dalla loro significazione comune, sollecitano l’immaginario del lettore trasferendo il senso di una parola ad un altro: esercizio, ahimè, molto sbrigativamente, definito ermetico; ricordiamo come per esempio l’uso del correlativo oggettivo montaliano, a taluni appariva gratuitamente incomprensibile!
Ma in queste mie estemporanee brevi note, un angolo non può non essere riservato alla Sezione che dà il titolo all’intero libro, “Eterna è la gioia”, corpus di venti liriche. Citerò alcuni versi esemplari: “Al limitare del terreno la gioia è inverosimile,/con quell’azzurro che viene fuori dal cielo.”; “Ammiccare si dovrebbe al mare,/come quando la gioia pare polvere di stelle, fiori a cadere di fronte alla luce,/mentre ammiriamo il crepuscolo danzare.”;“Grazie al cielo potevo sorprendermi ancora,/fare della gioia,/l’albero tappezzato di foglie,/il ciliegio in fiore,/la tempesta di neve quando l’inverno spuntava.” Dov’è quindi l’eternità della gioia? sembra chiedersi il poeta. E la risposta è chiara, precisa: la gioia è nella natura, è farsi natura in ogni stagione, dall’azzurro del cielo, nella danza del crepuscolo, nelle foglie del ciliegio in fiore ma anche nella tempesta di neve allo spuntar dell’inverno. Ma come farsi natura e quando in che tempo in che occasione e con quale mezzo ? In questi versi l’esemplare risposta: “L’estate non è giorno senza sole,/il pane privo del chicco di grano./Provo a calcolare sulla cartina/il tempo che mi rimane. /La geografia per giungere al mare,/esercizio di poesia,/la gioia di arrivare.” Essere Natura, immedesimarsi in essa, sentirsi Natura ma l’estate non può essere senza sole, come il pane senza il chicco di grano: nel tempo minimo dell’esistere, nell’esercizio di mente e cuore, è l’approdo al mare la sospirata ultima meta. Laddove d’ogni tempo e d’ogni confessione è il regno dell’altrove, dell’infinta, eterna gioia, basta sollevare lo sguardo, questo l’invito del poeta: “Sollevando lo sguardo ti preme /distaccarti dal paesaggio,/cercare con gli occhi un recente altrove./Entroterra del tuo cielo,/degli alberi l’alta punta, /dove gli uccelli vanno/per raccontare la gioia.”
Libro corposo e importante che si colloca a buon diritto come opera fondamentale per avvicinarsi alla cifra poetica di Antonio Avenoso. Cifra poetica che da anni ormai evidenzia con la sua prorompente personalità il poeta Avenoso. E quando si fa irrefrenabile la sua passione di leggere, scandagliare il vissuto o solo l’interpretazione del vissuto, ecco, imprevista e prorompente, l’inattesa risoluzione: il poeta si nasconde per desiderio di poca verità o di essere solo sull’uscio di quelle verità, di quelle verità che egli insegue e, deluso, sa di non poter raggiungere. Ma il suo credo, il suo cammino non si arresta tra attenzioni su attenzioni che spera riescano, prima o tardi, a svelare il tutto o almeno parte del tutto che si nasconde nella rappresentazione del mutevole presente. Il motivo fondamentale di questa poetica ritrova il suo mondo simbolico nella dottrina dello scandaglio attraverso la fedele, a volte, ingannevole memoria, che spesso si arena di fronte al reale, al presente. Mondo connotato da una certa illeggibilità della Natura che nei versi del poeta si ammantano spesso di pure connotazioni intimistiche attraverso un tecnica a volte piana, discorsiva, di facile interpretazione e a volte quasi surreale nell’uso di icastiche rappresentazioni di difficile interpretazione che non scoraggeranno di certo l’attento lettore.
Il 19 maggio di dieci anni fa moriva Umberto Eco. Il ricordo di Antonio Donadio.
La prima volta che conobbi Umberto Eco e lo intervistai per Panorama Tirreno, fu nel maggio del 1991 a Napoli presso l’Istituto Sant’Orsola Benincasa in occasione delle due giornate di studio su “Poesia e armonia” e su “Semiotica e interpretazione“, relatori, oltre a Eco anche i proff. Massimo Bonfantini, Tullio De Mauro, Paolo Fabbri e Aldo Trione.
Di seguito l’intervista che il prof. Eco, molto cordialmente, mi concesse.
“ Professor Eco, in un suo saggio degli anni ’80, dal titolo “Il segno della poesia e il segno della prosa”, lei sottolinea con fermezza la precisa distinzione tra Poesia e Prosa, ricordando quanto i latini dicevano: “rem tene, verba sequentur” come principio della Prosa e “verba tene, res sequentur” come principio della Poesia. Sembra una distinzione fondamentale ai fini di una corretta comprensione della poesia ma oggi c’è tanta confusione intorno alla Poesia da non sapere quasi più distinguerne le caratteristiche: cos’è la Poesia? E’ possibile dal punto di vista estetico definirla?
«Alla sua domanda “cos’è la poesia?” le dirò che nessuna persona sensata saprebbe dare una risposta, perché per tutti i concetti estetici attraverso le epoche, si sono avute idee diverse».
E la Poesia come genere letterario?
<<La riconduco ancora a quel saggio a cui lei faceva cenno. In Poesia alcune regole precise del Piano dell’Espressione dettano addirittura i contenuti! Di li, ribadisco, non si esce! Altrimenti entriamo in altri generi letterari come la Narrativa, in cui invece è lo spazio del contenuto che chiede di essere formato, articolato e detta regole al linguaggio. E’ sempre valido quanto lei diceva di quel mio saggio».
Eppure Poesia, molte volte, e nel migliore dei casi, diventa soltanto una metafora sbrigativa e approssimativa di “Arte”, sic et simpliciter. E anche sul concetto di Arte, poi, c’è estrema confusione di idee.
«Se Poesia diventa una metafora per dire Arte, secondo i principi crociani, allora il discorso si apre ulteriormente. Questa metafora è sbagliatissima, perché molte concezioni dell’Arte nel passato non avevano nulla di quello che la tradizione crociana attribuisce alla Poesia: tutta l’estetica medioevale, ad esempio, era una nozione dell’Arte basata sul calcolo, nel senso del calcolo matematico, o sul gioco allegorico. Altre civiltà producevano oggetti che noi chiamiamo arte e loro probabilmente non consideravano tale, ma oggetti rituali di culto, altrimenti non si capisce perché i Bisonti d’Altamira venivano dipinti nel buio delle caverne.
Credo quindi che sia molto ragionevole oggi, nel campo dei discorsi estetici, ammettere che non c’è una definizione di Arte che permetta di coprire tutte le manifestazioni di tutte le culture; al massimo c’è una definizione che permette di coprire il Modo in cui prendiamo come Arte oggetti prodotti da altre civiltà. Ragioni serie, per cui noi prendiamo come Arte i Bisonti di cui si diceva, ma dobbiamo sapere che non lo erano, almeno nel senso che lo sono per noi. Io sono abbastanza fedele alla frase “Arte è tutto ciò che gli uomini hanno chiamato Arte”. Sembra molto poco e invece è tantissimo e ci può impedire quelle Estetiche che diventano normative e che poi, in definitiva, finiscono con l’escludere quelle cose che non piacciono al loro autore>>.
Professore, a me pare che oggi la Poesia, contro quanto detto in precedenza, venga ancora intesa attraverso il solo contenuto, privilegiandolo, come avviene per la Prosa, e che anche insegnanti e perfino alcuni attori, non sappiano leggere correttamente una poesia. Condivide tale opinione? E, secondo lei, perché avviene ciò?
<Condivido quanto detto e le dirò che taluni attori leggono male, perché gli hanno insegnato che la Poesia è sentimento e allora l’attore la riempie di senso, cerca di capire quello che vuol dire, quindi la recita pensando al suo contenuto e a tutte le lacrime che gli sono venute quando la capiva: e così dimentica che è Linguaggio, che è, come dice il professor Trione, “arabesco”>>.
Come leggere, quindi, una poesia? Dante, ad esempio?
<<ll modo più giusto di leggere Dante è come si legge, o si leggeva, “Il Corriere dei Piccoli”: “Qui comincia l’avventura del signor Bonaventura”. Se no Dante avrebbe scritto in prosa e l’ha saputo anche fare. Ma gli attori queste cose non le sanno, perché hanno studiato sui manuali di filosofia dei licei!»
Un Eco cui prestare orecchi! “
Mi piace sottolineare che in quell’occasione il Prof. Eco, molto gentilmente, mi fece dono di tre suoi disegni tratti dal block notes che sempre portava con sé. Disegni che custodisco gelosamente.
Ebbi modo, in seguito, di incontrarlo altre volte, sempre disponibile e cortese, come nel 2009 a Milano per la Sociedad de bibliofilos chilenos di Santiago del Cile in onore di Pablo Neruda.



