PoesiadelNovecento – I Contemporanei

Poesie di poeti noti e meno noti del panorama letterario italiano … di Antonio Donadio

 

Antonio Avenoso o delle sue piccole attenzioni.

È in libreria l’ultimo libro di poesie del poeta lucano Antonio Avenoso Eterna è la gioia, presentazione di Antonio Donadio, Macabor, Francavilla Marittima (CS), Gennaio 2026.


Quando penso alla felicità non mi limito/a considerare l’infinito /ma è l’arioso godimento del cielo, /il noce, l’albero con le sue foglie. /Penso alla biblioteca della natura con i titoli/melo, pero, acacia, tiglio. /Spiffero al vento le ginestre come fossero miti, /attendo le stagioni, /un foglio su cui scrivo: uccelli in volo, /turno di notte, le brume del mattino. /Gratificazioni, desolazioni, /piccole attenzioni”.
Piccole attenzioni. Per la mente e l’animo. Chi è il poeta se non l’accorto testimone che guarda osserva sogna seppur non gode e disegna un mondo fatto da piccole attenzioni al richiamo dell’esistente, del creato tutto? Un’ attenzione che diventa viaggio verso l’infinto per poi ritornare e ripartire ancora. Ma il poeta non naufraga in questo mare ma ricerca la felicità, agognata da sempre, nel finito. Ed è questo il suo regno, “è l’arioso godimento del cielo, /il noce, l’albero con le sue foglie”, laddove non può non trasfigurare perfino un frutteto in infinite biblioteche della natura dove le ginestre sono mitiche divinità che regalano il tempo delle stagioni e poi nell’attimo creativo, “un foglio su cui scrivo:” ecco gli uccelli a far da guardia alla notte fino al mattino con le sue brume. Cosa resta di tutto ciò? Solo queste sue piccole attenzioni tra gratificazioni che ahimè, non confortano, ma il poeta non ferma il suo cammino. Ancora attenzioni, grande o piccole che siano; ancora nel suo sguardo di poeta disincantato ancora e sempre la Natura tutta, uomo compreso ma non elitaria presenza, a invocarlo, a stimolarlo, a sfidarlo in uno, mille sguardi che dettano emozioni infinite.

E il cammino continua. E la Natura partecipe al gioco in perenne sintonia non lascia indifferente il poeta. Quella Natura, a volte, rivestita di atmosfere nerudiane di sensuali quieti abbandoni “Oggi, /la casa sa di versi, /le mele rosse schizzano sul prato. /Il paesaggio si distende/come donna, /celebra la dorsale del corpo, /e pare eterna la quiete” o come in “Possiamo augurarci una cosa “ laddove il dolore iniziale si riveste ancora di immagini nerudiane: dalla buccia di mela abbandonata, alle mani graffiate, alla nuvola che oscura il cielo “ La buccia di una mela /lasciata sul tavolo,/le mani graffiate/dai rami, /la nuvola che passa/attraversando il cielo.” Ma il poeta sa che può e deve agire, non può soccombere, tentare almeno una via che sia salvifica, ed ecco che esemplare è l’aiuto della Natura, gli insetti fanno l’amore col melo per una futura vita.” Gli insetti che corteggiano il melo.” Ecco che la Natura spinge a non arrendersi e a suggerire cosa fare, o almeno cosa potersi augurare: solo una cosa nel pulviscolo che ottenebra mente e animo seppure solo per un attimo, ecco una rosa. Qui il poeta si arresta. Nulla da aggiungere. Almeno per oggi.“Oggi, /possiamo augurarci una cosa,/fiore/attimo/pulviscolo, /una rosa”. Eppure il canto di Avenoso spesso è pervaso da un alternarsi di stati d’animo contrapposti. Il dolore, l’angoscia, spesso iniziale, viene a scontrarsi con il riscatto o almeno con un augurio di riscatto.“Ogni nostro incontro/vorrebbe farsi stella./Non disperazione,/strada senza ritorno,/ma stella, che in alto brilla,/là dove il nulla vaga”. In ogni incontro spesso si cela sofferenza e invece varrebbe sentirsi come stella senza incontri né disperazione, solo il puro esistere senza nessuna meta né altro se non quello di brillare. E poi distendersi in un afflato di pace mediato da versi sonorissimi come dolcissima cantilena ad illuminare la notte o la mente da foschi pensieri: “Era così azzurra/la distesa di lavanda,/che immaginai il mare,/così,/da lasciarmi andare,/per poi sognare/sull’onda,/a un punto tale /da avvicinare il mondo.”

Non posso esimermi, in questo caso, dal sottolineare il segno del fare poesia: le rime finali in –are (mare, andare, sognare, avvicinare) non dettano, come un distratto lettore possa, improvvidamente, pensare una ricerca formale di facile gioco di rime, ma indicano il percorso simbolico dettato dalla distesa di lavanda che fa immaginare una distesa marina: il mare; ed ecco l’invito ad andare ancor più con la sola forza del sognare per un fine ultimo che non è l’approdo sicuro , certo e definitivo, ma solo una possibilità di avvicinarsi al mondo. E questo suo avvicinarsi comporta una vitale partecipazione con e fra tutti gli esseri umani e no. E queste rime dal respiro metaforico sono spesso presenti: esempio ne è la lirica “Nella pozzanghera del verso”. Titolo che contraddice per absentia il vero stato d’animo del poeta. Non pozzanghera, ma crediamo specchio lacustre dettato dal ritmo scanzonato nell’armonico gioco di rime in –erso e in assonanze in e–o . “Mi sono perso/nella pozzanghera del verso./Perso nel giorno avverso,/eremo, /del vento perso”.

In uno schema apparentemente da poesia prosastica, Avenoso parcellizza i versi in un sorprendente processo di segmentazione affidandosi ad un ordito semantico che regala, attraverso l’uso di figure retoriche fondamentali come la sinestesia, la similitudine o la metafora, unicità e armonia al testo. Splendide, ad esempio, queste due sinestesie in questa breve lirica: È ariosa meraviglia,/l’aria nei giardini/bisbiglia./Nell’incavo gorgheggia/la mano” Oppure una sinestesia e una similitudine racchiuse in soli due versi “Gli alberi sorridono al cielo,/come una madre che allatta al seno.” Frequente poi, come già accennato, l’uso di metafore, spesso ardite, che allontanandosi dalla loro significazione comune, sollecitano l’immaginario del lettore trasferendo il senso di una parola ad un altro: esercizio, ahimè, molto sbrigativamente, definito ermetico; ricordiamo come per esempio l’uso del correlativo oggettivo montaliano, a taluni appariva gratuitamente incomprensibile!

Ma in queste mie estemporanee brevi note, un angolo non può non essere riservato alla Sezione che dà il titolo all’intero libro, “Eterna è la gioia”, corpus di venti liriche. Citerò alcuni versi esemplari:Al limitare del terreno la gioia è inverosimile,/con quell’azzurro che viene fuori dal cielo.”; Ammiccare si dovrebbe al mare,/come quando la gioia pare polvere di stelle, fiori a cadere di fronte alla luce,/mentre ammiriamo il crepuscolo danzare.”;Grazie al cielo potevo sorprendermi ancora,/fare della gioia,/l’albero tappezzato di foglie,/il ciliegio in fiore,/la tempesta di neve quando l’inverno spuntava.” Dov’è quindi l’eternità della gioia? sembra chiedersi il poeta. E la risposta è chiara, precisa: la gioia è nella natura, è farsi natura in ogni stagione, dall’azzurro del cielo, nella danza del crepuscolo, nelle foglie del ciliegio in fiore ma anche nella tempesta di neve allo spuntar dell’inverno. Ma come farsi natura e quando in che tempo in che occasione e con quale mezzo ? In questi versi l’esemplare risposta: “L’estate non è giorno senza sole,/il pane privo del chicco di grano./Provo a calcolare sulla cartina/il tempo che mi rimane. /La geografia per giungere al mare,/esercizio di poesia,/la gioia di arrivare.” Essere Natura, immedesimarsi in essa, sentirsi Natura ma l’estate non può essere senza sole, come il pane senza il chicco di grano: nel tempo minimo dell’esistere, nell’esercizio di mente e cuore, è l’approdo al mare la sospirata ultima meta. Laddove d’ogni tempo e d’ogni confessione è il regno dell’altrove, dell’infinta, eterna gioia, basta sollevare lo sguardo, questo l’invito del poeta: “Sollevando lo sguardo ti preme /distaccarti dal paesaggio,/cercare con gli occhi un recente altrove./Entroterra del tuo cielo,/degli alberi l’alta punta, /dove gli uccelli vanno/per raccontare la gioia.”

Libro corposo e importante che si colloca a buon diritto come opera fondamentale per avvicinarsi alla cifra poetica di Antonio Avenoso. Cifra poetica che da anni ormai evidenzia con la sua prorompente personalità il poeta Avenoso. E quando si fa irrefrenabile la sua passione di leggere, scandagliare il vissuto o solo l’interpretazione del vissuto, ecco, imprevista e prorompente, l’inattesa risoluzione: il poeta si nasconde per desiderio di poca verità o di essere solo sull’uscio di quelle verità, di quelle verità che egli insegue e, deluso, sa di non poter raggiungere. Ma il suo credo, il suo cammino non si arresta tra attenzioni su attenzioni che spera riescano, prima o tardi, a svelare il tutto o almeno parte del tutto che si nasconde nella rappresentazione del mutevole presente. Il motivo fondamentale di questa poetica ritrova il suo mondo simbolico nella dottrina dello scandaglio attraverso la fedele, a volte, ingannevole memoria, che spesso si arena di fronte al reale, al presente. Mondo connotato da una certa illeggibilità della Natura che nei versi del poeta si ammantano spesso di pure connotazioni intimistiche attraverso un tecnica a volte piana, discorsiva, di facile interpretazione e a volte quasi surreale nell’uso di icastiche rappresentazioni di difficile interpretazione che non scoraggeranno di certo l’attento lettore.

Il 19 maggio di dieci anni fa moriva Umberto Eco. Il ricordo di Antonio Donadio.

La prima volta che conobbi Umberto Eco e lo intervistai per Panorama Tirreno, fu nel maggio del 1991 a Napoli presso l’Istituto Sant’Orsola Benincasa in occasione delle due giornate di studio su “Poesia e armonia” e su “Semiotica e interpretazione“, relatori, oltre a Eco anche i proff. Massimo Bonfantini, Tullio De Mauro, Paolo Fabbri e Aldo Trione.

Di seguito l’intervista che il prof. Eco, molto cordialmente, mi concesse.

Professor Eco, in un suo saggio degli anni ’80, dal titolo “Il segno della poesia e il segno della prosa”, lei sottolinea con fermezza la precisa distinzione tra Poesia e Prosa, ricordando quanto i latini dicevano: “rem tene, verba sequentur” come principio della Prosa e “verba tene, res sequentur” come principio della Poesia. Sembra una distinzione fondamentale ai fini di una corretta comprensione della poesia ma oggi c’è tanta confusione intorno alla Poesia da non sapere quasi più distinguerne le caratteristiche: cos’è la Poesia? E’ possibile dal punto di vista estetico definirla?

«Alla sua domanda “cos’è la poesia?” le dirò che nessuna persona sensata saprebbe dare una risposta, perché per tutti i concetti estetici attraverso le epoche, si sono avute idee diverse».

E la Poesia come genere letterario?

<<La riconduco ancora a quel saggio a cui lei faceva cenno. In Poesia alcune regole precise del Piano dell’Espressione dettano addirittura i contenuti! Di li, ribadisco, non si esce! Altrimenti entriamo in altri generi letterari come la Narrativa, in cui invece è lo spazio del contenuto che chiede di essere formato, articolato e detta regole al linguaggio. E’ sempre valido quanto lei diceva di quel mio saggio».

Eppure Poesia, molte volte, e nel migliore dei casi, diventa soltanto una metafora sbrigativa e approssimativa di “Arte”, sic et simpliciter. E anche sul concetto di Arte, poi, c’è estrema confusione di idee.

«Se Poesia diventa una metafora per dire Arte, secondo i principi crociani, allora il discorso si apre ulteriormente. Questa metafora è sbagliatissima, perché molte concezioni dell’Arte nel passato non avevano nulla di quello che la tradizione crociana attribuisce alla Poesia: tutta l’estetica medioevale, ad esempio, era una nozione dell’Arte basata sul calcolo, nel senso del calcolo matematico, o sul gioco allegorico. Altre civiltà producevano oggetti che noi chiamiamo arte e loro probabilmente non consideravano tale, ma oggetti rituali di culto, altrimenti non si capisce perché i Bisonti d’Altamira venivano dipinti nel buio delle caverne.
Credo quindi che sia molto ragionevole oggi, nel campo dei discorsi estetici, ammettere che non c’è una definizione di Arte che permetta di coprire tutte le manifestazioni di tutte le culture; al massimo c’è una definizione che permette di coprire il Modo in cui prendiamo come Arte oggetti prodotti da altre civiltà. Ragioni serie, per cui noi prendiamo come Arte i Bisonti di cui si diceva, ma dobbiamo sapere che non lo erano, almeno nel senso che lo sono per noi. Io sono abbastanza fedele alla frase “Arte è tutto ciò che gli uomini hanno chiamato Arte”. Sembra molto poco e invece è tantissimo e ci può impedire quelle Estetiche che diventano normative e che poi, in definitiva, finiscono con l’escludere quelle cose che non piacciono al loro autore>>.

Professore, a me pare che oggi la Poesia, contro quanto detto in precedenza, venga ancora intesa attraverso il solo contenuto, privilegiandolo, come avviene per la Prosa, e che anche insegnanti e perfino alcuni attori, non sappiano leggere correttamente una poesia. Condivide tale opinione? E, secondo lei, perché avviene ciò?

<Condivido quanto detto e le dirò che taluni attori leggono male, perché gli hanno insegnato che la Poesia è sentimento e allora l’attore la riempie di senso, cerca di capire quello che vuol dire, quindi la recita pensando al suo contenuto e a tutte le lacrime che gli sono venute quando la capiva: e così dimentica che è Linguaggio, che è, come dice il professor Trione, “arabesco”>>.

Come leggere, quindi, una poesia? Dante, ad esempio?

<<ll modo più giusto di leggere Dante è come si legge, o si leggeva, “Il Corriere dei Piccoli”: “Qui comincia l’avventura del signor Bonaventura”. Se no Dante avrebbe scritto in prosa e l’ha saputo anche fare. Ma gli attori queste cose non le sanno, perché hanno studiato sui manuali di filosofia dei licei!»

Un Eco cui prestare orecchi! “

Mi piace sottolineare che in quell’occasione il Prof. Eco, molto gentilmente, mi fece dono di tre suoi disegni tratti dal block notes che sempre portava con sé. Disegni che custodisco gelosamente.

Ebbi modo, in seguito, di incontrarlo altre volte, sempre disponibile e cortese, come nel 2009 a Milano per la Sociedad de bibliofilos chilenos di Santiago del Cile in onore di Pablo Neruda.

L’autunno e non solo nei versi di Virginia Gattegno.

Non posso nascondere, e perché poi dovrei? , una profonda emozione  nell’aver fra le mani questo libro di poesie “Pensieri nella vecchiaia. Raccolta di poesie“,  prezioso dono della carissima amica Donatella Cipollato. Libro postumo della Mamma Sig.ra Virginia Gattegno. Non è un libro come tanti né lo sono i suoi versi.
Questi dolorosissimi, ad esempio:

Dimenticare Auschwitz

Vorrei…
che le mie figlie avessero
una vita felice.
Vorrei
che un dio
mi aspettasse
al termine della mia vita
ma soprattutto vorrei
dimenticare Auschwitz.
Ma non posso (non ci riesco.)

(da Virginia Gattegno, Pensieri nella vecchiaia . Raccolta di poesie, L’orto della Cultura Pasian di Prato, Udine, 2017)

Mi astengo, sarebbe quasi un atto di profanazione, da qualsiasi commento di analisi critica del testo.
Ma chi era, o meglio chi è la signora Virginia, che dolorosamente alla fine della sua pur lunga vita, confessa che indelebile è l’atroce memoria di Auschwitz ?Una bambina come tante che da Roma dove è nata (1923), si trasferisce con tutta la famiglia a Rodi. È il 1944. Virginia ha ventuno anni. Tutta la sua famiglia, nonna, madre, una sorella e due fratelli, un adolescente e un bimbo di soli quattro anni, sono deportati, perché ebrei, dai nazifascisti nel campo di sterminio di Auschwitz. Il piccolino, la nonna e la madre, già il giorno dopo sono condotti nella camera a gas. Fortunatamente, con l’arrivo dei soldati russi, le due ragazze scampano all’orribile loro destino. L’altro fratellino, purtroppo, era già morto.
Virginia avrà poi una vita affettiva, un marito e due figlie, Raffaella e Donatella, e professionale, insegnante elementare e sempre con sé, nei suoi lunghi giorni di vita, quel suo diario segreto, fitto di poesie o semplici pensieri come lei chiamava i suoi scritti. Ed eccoli i suoi pensieri/versi. Sua figlia Donatella con molta discrezione, mi precisa: “Non so se si possono chiamare versi. Leggili con un pizzico di indulgenza, mia madre non è stata una “vera” poetessa né ha mai pubblicato nulla, ma una donna che ha confidato la sua lunga ma dolorosissima vita a queste ingiallite pagine.”
Ed eccolo un “pensiero” di estrema attualità temporale e non solo.

Fine d’estate

Non sarò certo la prima
a cantare la dolcezza dell’ autunno,
la bellezza dei suoli cieli tersi
dei suoi colori smaglianti.
Però la fine dell’ estate
mi infonde
una sottile malinconia
quasi un presagio di morte.
Se ne vanno le lunghe giornate
di luce senza fine
l ‘odore delle zolle
calde di sole
la natura che scoppia
come un frutto maturo
e il suo languore sensuale
ci sfinisce e ubriaca.Arriverà
la prossima estate?

                                  V.G.

Si schernisce Virginia con dolce modestia: “Oddio, si sarà detto, parlare dell’autunno io ? Dopo, ad esempio, “San Martino “? Ma questi versi l’assolvono: può e giustamente parlarne. Cifra poetica, forse, non palesemente prorompente, ma fin dai primi versi si evidenzia un perfetto intreccio ritmico caratterizzato dall’uso di alcune assonanze (suoli/colori), (cieli/tersi) e poi ancora (infonde/morte) (odore/ sole). Ma: “ la fine dell’ estate/ mi infonde/ una sottile malinconia/ quasi un presagio di morte. “ Ecco il topos centrale dell’intera poesia: il dolore. L’infinto dolore è come in attesa, arrivano i giorni autunnali e con essi “Se ne vanno le lunghe giornate/di luce senza fine/l’odore delle zolle/calde di sole.” E’ la natura che s’impossessa del suo animo a testimoniare il suo timore che il dolore è lì in agguato pronto a ghermirla. Il tutto elegantemente connotato dal costante intreccio ritmico che si rafforza attraverso l’uso di figure retoriche fondamentali come la bella similitudine “la natura che scoppia /come un frutto maturo” seguita da un’intensa sinestesia “e il suo languore sensuale/ci sfinisce e ubriaca”. Da notare l’uso di questi due versi, sfinire e ubriacare, cosi umanamente carnali proprio dell’uomo nel suo abbandono dovuto allo scoppio della natura in estate. Ma è l’ultimo verso che disorienta e turba il lettore “Arriverà la prossima estate?”
Perché mai, viene da chiedersi, non dovrebbe arrivare la prossima estate come da sempre? Nulla di più scontato. Ma non per Virginia: tanta è stata la sua sofferenza, il suo atroce dolore nell‘inferno di Auschwitz che nulla ormai può essere dato per certo.
Quelle atrocità perpetrate contro uomini, donne e perfino bambini, non solo non possono essere dimenticate né si può accettare, semmai, un revisionismo storico che offende e rende complice anche di quanti ancora oggi perseguono come insano modello politico sociale, l’annientamento fisico d’interi altri popoli.

ma soprattutto vorrei
dimenticare Auschwitz.
Ma non posso (non ci riesco.)

Cento anni fa Montale pubblicava OSSI DI SEPPIA

E’  il 15 giugno 1925, a Torino esce “Ossi di seppia” di Eugenio Montale pubblicato da Piero Gobetti per le Edizioni di “Rivoluzione Liberale”. E’ l’anno in cui il Fascismo  firma leggi speciali e di contro Benedetto Croce prepara  il ” Manifesto degli intellettuali antifascisti” cui Montale aderisce.

 “Ossi di seppia” comprende ventisette liriche tra cui alcune  scritte negli anni 1920/25 accanto ad altre anteriori. Sulla genesi del titolo l’ipotesi che appare più verosimile è quella che il poeta si rifarebbe a quei residui calcarei di seppie che il mare trascina sulla spiaggia, essi diventano l’emblema di una vita ridotta a nulla, come cosa da scartare senza alcun valore. Raccolta che tra l’altro contiene, forse la poesia più nota di Montale “Meriggiare pallido e assorto”composta nel 1916, il poeta aveva solo vent’anni. Anno in cui usciva “Porto sepolto”  di Giuseppe Ungaretti.

Ossi di seppia, però, scuote poco l’attenzione della critica più influente. Eppure, in seguito, diverrà un caposaldo della nostra letteratura. Strumento  privilegiato e insostituibile nello stile di Montale, è l’uso del “Correlativo Oggettivo”. Quel “Correlativo Oggettivo” che vede nell’opera poetica di un altro grande della letteratura mondiale, in Eliot, la sua consacrazione.

Il grande poeta drammaturgo americano Thomas Sterans Eliot aveva fatto proprie alcune geniali intuizioni di un mediocre artista, un tale Washington Allston, che gli permisero di formulare il concetto di “Correlativo Oggettivo”. Eliot affermava che poiché nel disegno di un artista importanti non sono i nostri sentimenti, ma il disegno che dei nostri sentimenti facciamo, il solo modo di esprimere l’emozione in forma d’arte è trovare un “Correlativo Oggettivo”, in altri termini, una serie di oggetti, una situazione, un insieme di eventi che saranno la formula di quella particolare emozione, tale che quando siano dati i fatti esterni, i quali devono terminare in esperienza sensoria, l’emozione è immediatamente evocata. 

Il risultato in Montale è perfetto anche se a volte appare duro alla decifrazione. Suggestivo, affascinante, quindi ma difficile per l’uso originale del “Correlativo” attraverso  uno stile originalissimo fatto di  ardite invenzioni ritmiche-lessicali.  La Struttura Montaliana risulta essere un prezioso ordito di trame armoniche per immagini su immagini in una ricchezza evocativa che ha pochi raffronti nel nostro Novecento. Si deve risalire a Dante (accostamenti non solo per la predilezione che Montale aveva per Dante, ma anche per la lezione dantesca che, specie nelle figure “allegoriche” femminili come la Mosca o la Clizia, illumina la poesia Montaliana). 

Ma sono le cose, gli oggetti, che sono rivestiti di nuove significazioni spesso oniriche attraverso una perfezione icastica notevolissima. Montale, in Ossi di seppia, si spinge a una “lettura” ad esempio paesistica, autonoma, sorprendente per felicità di sintesi e acutezza d’indagine allegorica fino al limite di armonie metafisiche. Il lettore è a volte disperso in questo difficile inestricabile disegno Montaliano e finisce col sentirsi “fuori”, confuso in un mare “ermetico”. Da qui il concetto di poesia ermetica in Montale. Ma il suo è un ermetismo tipico, diverso da quell’Ugarettiano o ancor più da quello di Salvatore Quasimodo: ermetismo non di maniera, di stile, ma di contenuto ove per contenuto si deve intendere non astrattezza di contenuti trattati, ma lo “spessore” dell’indagine al limite, come detto, del metafisico, quindi distante da “quotidiano sentire”, attraverso un linguaggio poetico che non può non essere non quello che si conviene a chi partendo, appunto, dal quotidiano, dalle cose più semplici, vede (o riveste) queste ultime di potenzialità tipiche dello specchio, per una realtà che sfugge all’uomo per un disegno di cui nulla sappiamo se non di essere partecipi. Quindi l’oggetto diviene “oggettivo correlativo” di un’immagine avvertita ma non colta nel suo valore escatologico, valore che diventa il motivo della ricerca poetica.


E’ Il Canto della crisi esistenziale dell’uomo contemporaneo, della possibilità di vivere una Realtà di cui si è certi solo “
che non siamo” e di “ciò che non vogliamo“. Rapporto angoscioso tra l’uomo e la Realtà in piena sintonia d’ispirazione con quanto veniva “denunciato” da altri Grandi  della letteratura mondiale; Joyce, Proust, Musil, Pirandello, Svevo. Quest’ultimo, “scoperto” dal giovane Montale in un articolo del 1925, dette il via alla grande critica Sveviana puntando i riflettori sul dramma dei personaggi di Svevo e della loro “inettitudine” esistenziale.  La grandezza artistica di Montale è che lo stile non cede mai nell’improvvisazione, nella casualità: lingua ricchissima ed elegantissima: termini anche   di uso comune assumono vesti nuove e affascinanti, a essi sono affiancati termini eleganti, raffinati, proprio della grande tradizione letteraria italiana che, rivestiti di connotazioni inedite attraverso un Canto personalissimo fatto di originali costruzioni sintattiche, aggettivazioni, si mischiano a inventati neologismi per un risultato ultimo che è un elegante “gioco” perfettamente armonico, anche laddove si canta la disarmonia: ” Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia”. Così il poeta nel 1951 (Confessioni di scrittori: intervista con se stessi).

E da quella “disarmonia ” che lo circonda avrà origine il Canto della Non-Esistenza, della sua “Fenomenologia Negativa”, Poetica del Non. Poetica a cui Montale rimarrà fedele  durante tutto il corso della sua produzione ebbene recuperi (o tenti di recuperare) accenti di speranza (Memoria) che possono se non contrastare almeno lenire il “male di vivere” . La Memoria negli “Ossi” come appiglio,   quindi, come mezzo di sopravvivenza. Nessuna nostalgia di debolezze tardo-romantiche.
Come non citare a questo punto la lezione Proustiana? La realtà per Proust non è più vissuta direttamente, ma nella memoria, nella forza onirica. Nella “
Ricerca del tempo perduto” Proust si dibatte tra due poli: quelli del passato e quello del ritrovato che scandiscono il tempo. Montale vuole, più che “ritrovare” attraverso la Menoria, “trovare”. E in questo suo anelito  gli sono d’aiuto gli oggetti  fondamentali per la demarcazione artistica della sua poetica. Il poeta in questa profonda crisi esistenziale non ha alcuna certezza ontologica nessuna sicurezza escatologica, l’unica certezza la “Metafisica Non”. E gli oggetti diventano l’emblema di questa metafisica. Oggetti così appartenente convenzionali, umili , quotidiani (atmosfere in aria-crepuscolare), prendono vita, danno vita ai suoi temi.  L’affanno  dell’uomo ingarbugliato in queste  trame sconosciute, in questa”Fenomenologia Negativa”, è l’affanno di chi cerca “una maglia rotta nella rete/ che ci stringe, tu balza fuori, fuggi “ (Limine). Tu. Quel “tu” cosi usato da Montale, quel “tu”, quell’altro “io” col quale il poeta dialoga e al quale confida le sue pene e le sue nude speranze,  come quando si augura “talora ci si aspetta/di scoprire uno sbaglio di Natura,/il punto morto del mondo, l’anello che non tiene/il filo di disbrogliare che finalmente ci netta/nel mezzo di una verità “ (I limoni) . Illusione quindi nel momento catartico della Memoria salvifica: in “Ossi di seppia”, attraverso la memoria, i ricordi, di poter “recuperare” una vita vissuta ma solo un attimo . ” Cigola la carrucola del pozzo” e subito “si deforma il passato, si fa vecchio, /appartiene ad un altro…” (Cigola la carrucola).  Neppure  la Memoria può offrire possibilità di scampo e nelle “Occasioni” se ne ha la certezza ” un filo s’addipana “e “Ed io non so ci va e chi resta” (La casa dei Doganieri). L’uomo non sa e procede attraverso il Non, verso il Non , niente conosce se non quello che Non è e nulla vede  o si aspetta se non quello che Non sa e quello che Non si aspetta. Rifiuto quindi di ogni possibilità di salvezza, rifiuto di ogni forma di anelito teologico.
Ma proprio questa che viene chiamata”teologia negativa” di Montale riveste il Canto Montaliano di una forza che va al di là del finito,verso una collocazione metafisica dell’uomo. Una sorta di religiosità laica, ove ad esempio, la tristezza appare come divinità che sostiene il poco legame che Montale ha con la vita (Incontro), oppure la “divinità Saggezza ” come porto sereno ” Triste anima passata/ e tu volontà nuova che mi chiami,/tempo e forse d’unirvi / in un porto sereno di saggezza” (Riviere), Ma il clima di Riviere, su cui tanto si è discusso  come momento positivo Montaliano, non è che un momento. Tutto ricade  nell’abisso della Non -.Esistenza  e anche quegli avvenimenti , tragici e luttuosi che il Fascismo e la Seconda guerra Mondiale (Bufera e altro) che sembrano invitare ad una lettura “storicizzata” della poetica Montaliana, sono sommersi dalla “lettura esistenziale” del” male di vivere” che supera ogni contingenza, ogni respiro immanente.  Affermava Montale ” L’argomento della mia poesia (e credo di ogni possibile poesia) è la condizione umana in sé considerata; non questo o quell’avvenimento storico (Confessioni di scrittori: intervista con se stessi). L’uomo solo davanti allo “specchio” della Non -esistenza nel duro cammino della vita umana.

La Poetica Montaliana appare sostanzialmente unitaria senza un “prima” e un “dopo”, complessivamente fedele al Canto ispiratore laddove lo stile o i temi sembrano diversificarsi dello stile e dai temi generali come avviene per esempio in “Satura”, ove lo stile diventa più prosastico, discorsivo e l’ispirazione si presenta velata d’ironica contemplazione del reale. Ironia questa che non può, ascriversi a elemento “dissacratorio” delle tematiche del Non, ma ancora di più, accentua la drammatica verità della Non- Esistenza che permea tutta l’opera di Montale.

da Italian Poetry, 6 giugno 2025

21 marzo Giornata Mondiale della Poesia 2025, “Il Principe del Pinocchio” di Antonio Donadio di Paolo Ruffilli

Luminosa invenzione fantastica di Paolo Ruffilli.


Il Principe del Pinocchio” – Illustrazioni di Ivo Avagliano – (Edizioni Progetto Cultura, Roma, novembre 2024) è una delicata opera in cui poesia e prosa si fondono in un racconto che è luminosa invenzione fantastica, di cui simbolo e faro è lo stesso Pinocchio evocato fin da subito nel titolo.

Fin dalla prima pagina ci troviamo immersi in una successione di circostanze e di fatti che, mentre si dichiarano nella loro tenera originalità, rimandano per profonda stratificazione culturale del loro autore alle favole cantilenanti, ai giochi musicali, all’esuberanza verbale di prove come quelle di Toti Scialoja e di Nico Orengo.

Il libro del resto, per ammissione dello stesso autore, va considerato come un omaggio a Gianni Rodari e alla sua “grammatica della fantasia”, l’arte straordinaria e magica di inventare storie di cui Donadio si dimostra felice continuatore in questo suo libro pieno di colorate sorprese.

Quando i Pesci impararono a sciare

Perché non facciamo cambio?”E il mare
andò in montagna e la montagna al mare.
E fu così che i Pesci impararono a sciare
e i giovani Fiori di prato a saltar tra l’onde.

La notte in cui nacque la Luna

I Ladri della Luce rubarono il Sole.
“Sarà il regno del Buio.
Saremo i padroni della Notte”. E fu così
che tutte le Stelle si fecero vicine vicine
sempre più vicine, le une accanto alle altre.
Era nata la Luna.

Quel matto di un Gatto

“Ti giuro che l’ho sentito abbaiare”
disse uno dei due giovani Mastini.
Quel matto di un Gatto
abbaiò festoso ai suoi due nuovi Amici.