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Campania. Poesie dal mondo, in napoletano, per un mondo d’Amore: il canto di Salvatore Esposito

Tutte nella versione in lingua italiana e nella rispettiva traduzione, o traslitterazione, in lingua italiana: cinquantanove poesie di circa cinquanta poeti dei cinque continenti, dai grandissimi del Novecento a scoperte o riscoperte di stimolante suggestione. Ne deriva un esperimento originale, un’ariosa e musicale passeggiata nel mondo globale delle “emoriflessioni” in versi e della parola che ne rappresenta il colore e il sapore. Ne deriva un tuffo a spruzzi fecondi nella nostra lingua madre di Napoli , a conferma della sua forza espressiva ricca di intime armonie, dell’intreccio di correnti identitarie che ne caratterizzano l’anima, della sua capacità di assorbire dimensioni altre e come tale di farsi ponte di culture, così come in passato è stata la città che ne è depositaria.

È tale la sostanziosa sostanza di Abbraccianno ‘o munno (Spring Edizioni), quarto libro di Salvatore Esposito, poeta e scrittore casertano, componente di spicco dell’ANPOSDI (Associazione Nazionale Poeti e Scrittori d’Italia), da oltre cinquant’anni impegnata nella promozione e diffusione delle lingue dialettali. Questa raccolta rappresenta anche un significativo e produttivo esempio dello spirito “anposdino”, uscendo fuori dall’ambito della pura vernacolarità per diventare fruibile e formativa per chiunque ami la poesia. Infatti anche chi è estraneo al napoletano si può tuffare comunque a pesce in questa antologia di poesie comunque al top e comunque in gran parte già tradotte da altre lingue, quindi già distaccate dall’originale suono “etnico”. E ne apprezzerà la fondo lalto livello della dimensione letteraria.

Consapevole del fascino e delle difficoltà di questa piccola impresa, Esposito si è dovuto avventurare in una scelta certamente non facile e immaginiamo che avrà prima selezionato le liriche da lui più amate o stimate, poi ne avrà ponderato la compatibilità con la musicalità della lingua napoletana e avrà effettuato la sua “traduzione inclusiva”, con minuzioso rispetto dei ritmi interni di ogni opera. Se questo è un particolare tecnico, nelle considerazioni sull’intero lavoro ci hanno intrigato, accanto al risultato finale, proprio il cammino interiore e le implicazioni non solo linguistiche e poetiche ma anche esistenziali ed emozionali che hanno animato Esposito.

Anche lui, forse, con questo lavoro, si è chiesto con Machado: Che ccirche, pueta, ‘int’ ‘o tramunto? Forse, oltre a donare versi e napoletanità, nell’operare le scelte ha anche cercato di riannodare i fili delle “sue” vite, e nel farlo si è piacevolmente raggomitolato nei fili dei mondi che ha conosciuto al Nord e al Sud dell’Italia, dell’ammirazione per la cultura nazionale e internazionale, dell’orgoglio profondo e sentito per la sua ”cultura terrona”.

Il risultato di quest’operazione è un libro che tocca nel profondo, perché ci mette a contatto diretto con la vita, con il suo senso e soprattutto con la sua gestione, compresa quella troppe volte scellerata che ne fanno gli uomini, sciupandone nell’odio, nell’oppressione e nella trascuratezza emozionale le lumiinose potenzialità di amore e di bellezza.

Che non siano affermazioni astratte lo possiamo dimostrare anche percorrendo uno solo dei sentieri aperti dai testi nella loro successione, utilizzando volutamente nelle citazioni solo la lingua napoletana, che è la chiave portante dell’esperimento.

Se andiamo già a spulciare nei versi chiave delle prime poesie scelte, pur messe in ordine alfabetico secondo i cognomi dei poeti, ci troviamo sciorinate le principali problematiche che compongono la visione del mondo di Esposito e che lui del resto spesso ha inserito nelle sue precedenti raccolte, dove però in più a volte c’erano un’ironia e una ludicità che qui sono messe in disparte, data la dimensione a volte “sublime” della ricerca.

Si apre con l’invito alla ponderazione per sentire al meglio la vita (hê ‘a essere appusato, core, dalla Achmatova), per proseguire con la malinconia esistenziale in quanto tale (e na voglia ‘e chiagnere senza pecché, da Bertolucci), e con l’invito alla reattività e all’energia necessarie per affrontare il tutto (Nfino a quanno sì vviva, sientete viva, da Madre Teresa). E poi l’alternativa del sorriso ai “giochi di guerra” che fanno i ragazzi e adulti (Ce sta n’atu juoco ‘a nventà: fa ridere ‘o munno, nun farlo chiagnere, da Brecht), alle problematiche complicate connesse all’umanità dell’amore (Quanno Ddio criaje ll’ammore, nun c’ha aiutato assaje, da Bukovsky), fino ad arrivare, ultimo ma non meno importante, al senso profondo della natura e alla percezione del tutto e dell’infinito, nell’abbandono del silenzio e nellì ascolto mistico di quelle voci interiori che non sempre ci arrivano dentro fino in fondo. In questa chiave si spiegano la meritoria riscoperta di un “infinito silenzio” del D’Annunzio paradisiaco (Nun me vene a mmente ca ‘e nu silenzio ca nun ferneva maje, addo nu pàrpeto sulo, debbole, oh accussì debbole, se senteva.), il lorchiano cuore ca se sente n’isula d’ ‘o firmamento, la dolcezza caproniana del silenzio di una spiaggia di sera (nu rincresciuso scummà ianco ncoppa all’aleghe, e nu viento frisco che ssala ‘a faccia.), l’addore ‘e ll’univerzo mentr’ ‘e stelle mannano signale della Symbovska

In collocazione quasi centrale, troviamo le due frasi più alte, più universali e forse anche più “espositiane”: quel tenerissimo e ripetuto Tieneme pe mmana di Hesse, unaspirante boccata d’amore lunga una vita e lunghissima al tramonto e nei momenti di smarrimento (Tieneme pe mmana ô tramunto, quanno ‘a luce d’ ‘o juorno se stuta la dint’ ‘e juorne ca me sento sbaculiato) e lo stupendo, metaforico auspicio del poeta palestinese Mahmud Darwish (ammacaro fosse ‘na cannela dint’ ‘o suro), che richiama quel suo canto esistenzial popolare in cui riusciva a trasformare “la sua ferita in una lampada ad olio”.

Proseguendo nella lettura, che a questo punto avviene a ciliegia, perché una poesia tira l’altra,, noteremo che proprio sull’Amore, in tutte le sue forme, si concentra l’attenzione priimaria del nostro critico-traduttore-poeta. E si crea un arco radicale di tematiche che parte dalla sopportazione dell’idea di morte grazie al pensiero dell’amata nel Levi di Ausschwitz, quando combatteva con l’idea che ca ‘o munno era nu sbaglio ‘e Ddio e i’ nu sbaglio d’ ‘o munno. L’arco procede poi dall’ungarettiano attaccamento alla vita che nasce nella notte di guerra passata accanto ad un compagno massacrato quando cu ‘a cranatura d’ ‘e mmane soje trasuta dint’ ‘o silenzio mio aggio scritto lettere chiene d’ammore. E, lirica dopo lirica, perviene fino al coinvolgente, emozionante, avvolgente invito di Alda Merini a fare l’amore, non a fare sesso, sublimando l’unione fisica come l’unione totale di corpo e anima nel momento in cui avviene, a prescindere dai ruoli e dalle situazioni degli amanti, pecché ll’ammore è arte, e nnuje ‘e capulavore

Insomma, ce ne sono di passeggiate emozionali e meditative da fare in tutto il libro, ma l’emozione più forte, per chi è di lingua napoletana, diventa la consapevolezza di aver parlato e letto nella nostra lingua versi provenienti da altri mondi con la stessa disinvoltura con la quale potremmo citarli in lingua italiana, anzi forse con maggiore intensità e corrispondenza. È un ulteriore riprova che la lingua napoletana può… e c’è, e forse anche più di altre, che non con altrettanta facilità potrebbero travasare il napoletano nel loro idioma.

E allora teniamolo sul comodino, questo libro, e godiamocelo come ciliegina quotidiana, che addolcirà non solo il nostro orgoglio partenopeo, ma ci darà anche lo spunto per sentire meglio la vita e poi magari, spenta la luce, pensare con la Symboska che Dint’ ‘o scuro me cunosco nu poco ‘e cchiù, parte piccerella ‘e chist’infinito.

E poi addormentarsi nella culla della vita senza paura, perché a sciulià ‘nfunno è ddoce dint’ a stu mare d’ ‘o munno….

Cava de’ Tirreni (SA) – Medjugorje. Acqua, pollaio e frutteto: al traguardo la solidarietà di Cava per le nonnine di Medjugorje

Da Antonio Oliviero riceviamo e volentieri pubblichiamo.


Con grande emozione possiamo annunciare che è andato finalmente a buon fine il progetto di solidarietà partito dalla nostra Città di Cava de’ Tirreni a beneficio della Casa di Riposo di Ljubuski, presso Medjugorie, guidata con amore e passione dalla nostra cara Suor Paulina Kvesic.

Tale progetto già aveva prodotto l’istallazione di una conduttura di acqua corrente e poi aveva mirato alla realizzazione di un pollaio ed alla semina e alla piantagione di circa cento alberi da frutto, per cui sarebbe stata necessario anche un ampliamento del sistema idrico.

Tutte queste cose oggi sono realtà e le cinquanta nonnine ospiti dell’Istituto possono avere una vita quotidiana più confortevole, grazie all’impegno di solidarietà di tutti quei cavesi e amici del territorio, unitamente ai soci dell’AIASM nazionale, che hanno risposto con generosità al nostro appello e che ringraziamo veramente di cuore.

Tra questi, non possiamo fare a meno di citare Padre Giuseppe Lando, che non solo ha fatto cospicue donazioni ma è andato due volte a Medjugorje nonostante fosse già ultranovantenne: un’esperienza da cui abbiamo anche tratto un libro di emozionante impatto, dal titolo “La nostra Medjugorje”.(nelle foto, le copertine del libro con gli zampilli d’acqua e don Giuseppe con Suor Paulina, Antonio Oliviero e sua moglie Lella nel luogo dove è nato il frutteto)

Dobbiamo però anche rimarcare che, se lo scopo è stato raggiunto, ed è quella la cosa più importante, la cifra raggiunta non è ancora tale da coprire tutte le spese, comunque garantite dall’Organizzazione. Se in uno slancio di generosità qualcuno fosse intenzionato a dare un’ulteriore sostegno, può telefonare ad Antonio Oliviero (3486722256) e prendere eventuali accordi. E grazie sempre, nel nome di Maria !

Cava de’ Tirreni (SA) – Roma. “Elvira”, la prima donna regista del cinema italiano. E vola alto la biografia di Flavia Amabile.

Il 16 giugno, a Palazzo di Città di Cava de’ Tirreni, si è concluso il primo ciclo di presentazioni editoriali della Rassegna “Un libro (quasi al giorno)”, promosso dall’assessore alla Cultura Armando Lamberti e coordinato dal sottoscritto scrivente Franco Bruno Vitolo. Bilancio positivo sia per il numero e la qualità delle opere presentate (circa venti tra fine 2021 e prima metà 2022), sia per i rapporti stabiliti con creativi e associazioni non solo del territorio, sia anche per il format originale (da sottoporre comunque a verifica), che prevede la presenza non solo istituzionale dell’Assessore e l’introduzione attiva del conduttore.


Di alto profilo e prospettive l’ultimo della serie preestiva, incentrato su “Elvira” (Einaudi edizioni), di Flavia Amabile, giornalista e scrittrice de “La Stampa”, nonché originaria di Cava. Elvira è Elvira Coda Notari, la prima donna regista del cinema italiano e una delle prime del cinema mondiale, nata a Salerno nel 1975, operativa a Napoli, morta a Cava de’ Tirreni dove visse dal 1930 al 1946, autrice di oltre cinquanta film, alcuni dei quali diventati molto popolari anche negli Stati Uniti tra gli emigranti italiani.

Nel momento in cui andiamo on line apprendiamo con grande piacere che dopo Cava è prevista una presentazione mercoledì 22 giugno a Roma, alla Casa del Cinema, in cui dialogheranno con l’autrice il Ministro delle Pari opportunità Elena Bonetti e la regista Cristina Comencini. Un decollo di assoluto prestigio che apre splendide prospettive al personaggio, al libro ed alla scrittrice. Buon viaggio, Elvira!

Sottoposta ad un’ingiusta “damnatio memoriae” fino alla fine del secolo scorso (anche perché documentariamente di lei erano rimasti solo due film o poco più e foto che si contano sulle dita di una mano), ad Elvira Coda Notari dagli anni Novanta in poi è stato riconosciuto quello che le spettava di diritto: è lei la pioniera assoluta del cinema italiano, la prima regista donna, non Lina Wertmuller, come si pensava prima. E sulla scia, per quanto riguarda Cava de’ Tirreni, il merito di riscoperta delle sue “tracce metelliane” va tutto a Patrizia Reso, che ha pubblicato nel 2011 un libro assolutamente illuminante, diventato poi una delle sorgenti primarie di questa produzione di Flavia Amabile.

Elvira” non è un saggio storico o critico o una ricostruzione giornalistica, ma un’ampia biografia romanzata, con il giusto mix di documentazioni inoppugnabili e di personaggi e situazioni vere o verosimili. La narrazione parte dalla scoperta del cinema da parte della giovane Elvira, contestuale all’incontro con Nicola Coda, l’uomo della sua vita, padre dei suoi figli, socio con lei della Dora film, la Casa di produzione con cui “spaccò” in società. Termina col buen retiro a Cava de’ Tirreni, dove Elvira ha vissutogli ultimi sedici anni della sua vita, amareggiata per l’emarginazione e la censura con cui l’aveva schiacciata il regime fascista, che non voleva sentire parlare dei temi sempre cari ad Elvira, cioè di panni sporchi, vicoli malfamati, poveri disoccupati o emigrati, violenze contro le donne, donne in cerca di autonomia e libertà….

La vicenda è raccontata come in un film, con una successione rapida e accattivante di episodi che si sviluppano nel tempo, infiorati di scene d’ambiente e montati con cambi secchi, ma chiarissimi di tempi e di luoghi. In questo “film” Flavia Amabile ricrea intorno a lei dei personaggi a tutto tondo capaci di “bucare la pagina”, , . a cominciare dalle persone di famiglia, padre e marito in testa. Tuttavia nei fatti e nei dialoghi in modo molto convincente fa emergere dalla cintola in su la personalità fortissima e geniale, ribelle e tenace, di Elvira, scavandola fin dove è plausibile: dalla vita sociale, intensissima, fino alle zone più profonde del cuore e dei sentimenti.

Ed è questa ampiezza di sguardo, oltre che una scrittura scorrevole e coinvolgente, che permette alla scrittrice di innalzare una biografia ad opera letteraria. Questo, detto per inciso, non è una sorpresa, perché, con la varietà delle sue opere precedenti (a pupille aperte sulle tensioni e le ribellioni internazionali o sulle collettività emarginate in Italia o anche sulla “filosofia” dei limoni della Costiera), Flavia Amabile non ha certo bisogno di dimostrare le sue qualità di giornalista e scrittrice e l’acutezza del suo occhio capace di scavare nella società ed anche nell’animo umano.

Nella forza emozionale della sua narrazione concorrono e fanno effetto varie situazioni e fattori convergenti.

Innanzitutto, il flusso di magia che inonda il cuore di Elvira di fronte alle prime immagini in movimento del cinema e nella scoperta dell’amore, un amore che nel tempo si scontra con le necessità pratiche della vita quotidiana e soprattutto con la concretezza da dare alla produzione e al flusso degli affari. Scintille di questa magia sprizzano a tratti anche dalla descrizione dell’ambiente napoletano di inizio Novecento, alimentato da una vitalità estrema, ricchissima di fermenti culturali ed umani, (non dimentichiamo anche il fiorire della canzone napoletana classica….). Un ambiente poi purtroppo compresso dalla crisi internazionale e alla fine mortificato dal regime fascista.

La tensione narrativa cresce poi in parallela convergenza quando esplode in Elvira il conflitto sempre più forte, quasi divorante, tra la dimensione di madre e moglie e la scelta di non rinunciare alla sua professione, che la porta a rompere tanti schemi e sacrificando pressoché in toto l’amore di una figlia, e non solo di lei. Ed è qui che il racconto tocca le sue vette più alte, uscendo dal puro ventricolo biografico per scandagliare i muri e le crepe del cuore…

Alla radice di tante tensioni, la battaglia intrapresa fin dall’inizio da Elvira con determinazione assoluta per farsi largo come imprenditrice in un mondo di casalinghe, come donna in un mondo di uomini, come cantrice del popolo in un mondo in cui alla cultura ufficiale non manca certo la classica puzza al naso. Ma la tempra di Elvira, nella rappresentazione molto plausibile della Amabile, è tale che Lei fa scendere in campo la sfida esistenziale per l’affermazione di se stessa e della sua autonomia e libertà, con la conseguente induzione verso scelte anche castranti, eppure alla fine appaganti, perché non sono dipese da nessun altro. Quel sapore della libertà che alleggerisce anche dolori e sofferenze… e perfino il suo “autoesilio” a Cava. ..

Tutto questo, ed altro, è venuto fuori già dalla prima presentazione, ma verrà sempre più abbondantemente a galla in futuro, in quel futuro in cui ci auguriamo che decolli anche nell’immaginario collettivo la conoscenza di Elvira Notari, fino a farne magari una fiction televisiva, di quelle così buone e giuste dedicate alle donne mattone dell’identità collettiva. E se non lo è Elvira Notari, un mattone…

Ora, nel nostro piccolo di Cava de’ Tirreni, ci auguriamo che venga finalmente collocata la lapide sulla sua casa dove ha chiuso i suoi giorni e ci si decida anche a consacrarle la via già decisa, in un quartiere popolare, di quel popolo di cui lei è stata parte e voce. I primi frutti si sono già visti. Infatti la targa sarà apposta a spese della Famiglia di Patrizia Reso, con l’intento di un duplice, sacrosanto omaggio a due donne-luce che provengono dal ventre di Cava.

Il cammino è partito, anzi ripartito, intanto. E la ripartenza si è mostrata già tanto “amabile” …

Cava de’ Tirreni (SA). Presentazione del libro Siamo tutti figli unici

Nell’ambito della rassegna “Un libro (quasi) al giorno”, promossa dall’Assessorato alla Cultura di Cava de’ Tirreni, sarà presentato giovedì 9 giugno 2022 alle ore 18 a Palazzo di Città in Piazza Abbro il romanzo “Siamo tutti figli unici”, di Giacomo Casaula, pubblicato dalla Casa Editrice Guida, con due note firmate da nomi prestigiosi quali Maurizio De Giovanni e Lorenzo Marone.

Interverranno, oltre all’autore, il Sindaco di Cava de’ Tirreni, Vincenzo Servalli, l’Assessore alla Cultura Armando Lamberti, il Presidente dell’Associazione Giornalisti “L. Barone” Francesco Romanelli; Francesco Puccio, scrittore; Rossana Lamberti, scrittrice; Franco Bruno Vitolo, coordinatore della Rassegna; Miriam Siani, che leggerà dei passi del libro. La conduzione sarà affidata ad Anna Copertino, giornalista. Agli interventi musicali provvederanno lo stesso Giacomo Casaula, che di professione è artista e show man, ed il musicista Davide Trezza, che lo accompagna nelle sue esibizioni.

Il libro nel titolo si ispira dichiaratamente a Rino Gaetano, uno dei pezzi più forti del repertorio musicale di Casaula insieme con il recupero delle canzoni di Giorgio Gaber e Fabrizio De André (show di alto livello, che gli hanno permesso anche un’esibizione al Teatro San Carlo di Napoli). Nello specifico, racconta una storia familiare attraverso le solitudini dei singoli componenti, ognuno dei quali presenta la sua dalla personale angolazione in un insieme che emerge con nettezza proprio dalla visuale finale che ingloba le parti individuali.

Se questo puzzle emozionale alla fine non chiude la strada all’affetto che lega le persone, ad ampliare la dimensione umana e letteraria, l’autore, con il supporto efficace di squarci intrisi di poetica liricità e meditazione, immette sullo sfondo una dimensione esistenziale universale, quella che, a prescindere dalle vicende della vita, ci rende in qualche modo tutti delle monadi isolate nel grande mare dell’essere. Monadi che per essere hanno un bisogno vitale di dare e ricevere amore.

Cava de’ Tirreni (SA) Festa totale per il Tennis Tavolo Cava: il Torneo Avella, le nozze d’oro col ping pong … e la SerieA!

Palestra Gino e Mauro Avella, a Pregiato di Cava de’ Tirreni. Sabato 21 maggio: finali del Torneo Gino e Mauro Avella, con la partecipazione anche di ospiti internazionali. Domenica 22 maggio, la Grande Festa dei nuovi traguardi per il gruppo in volo del Tennis Tavolo di Cava de’ Tirreni, sotto lo sguardo gongolante sia del Sindaco di Cava Vincenzo Servalli con i suoi assessori Senatore e Baldi sia del Presidente Regionale del Centro Sportivo italiano, Enrico Pellino.

Che serate, ragazzi!

Tanti piccioni con una fava! La ripresa di un torneo che è nell’anima stessa della Società… Il ritorno ad una festa collettiva, con le famiglie, gli atleti e i dirigenti…. la cclebrazione del mezzo secolo di vita dell’Associazione, sia pure quasi al cinquantatreesimo compleanno e non al cinquantesimo, ma l’importante era arrivarci… e soprattutto la meta raggiunta dopo un lungo, faticoso, divertente, palpitante, oscillante, formativo, frizzante cammino tra le serie dei vari campionati: la Serie A! E serie A è un marchio di qualità, il segno che non solo gli atleti sono stati e sono a livello, ma anche che alle spalle hanno goduto dell’appoggio e del lavoro serio e appassionato di dirigenti e compagni di viaggio che hanno dato l’anima e hanno avuto il coraggio di pensare in grande.

Perciò sprizzavano faville dalle pupille del gruppo: c’era la passione che veniva da lontano, l’orgoglio del presente, lo sguardo del futuro, la soddisfazione di esserci stati, il piacere di esserci, la voglia di esserci ancora. E allora diciamoli ad alta voce i nomi dei nocchieri presenti di cotanta traversata: il Presidente del CSI Pasquale Scarlino, il Presidente della Squadra Raffaele Della Monica, i Dirigenti di sempre Pietro Guarino, Eliseo Pisapia, Roberto Pisapia. Con loro, i magnifici quattro della squadra titolare: il capitano Alessandro Gammone, Alexandru Petrescu, Pietro Della Brenda, Claudio Grillo, le grandi chiocce di una movimento giovane sempre più ampio ed entusiasta. E poi, tutti gli altri di questi cinquant’anni, presenti fisicamente o anche assenti-presenti “in altri modi”…

Ora però, dopo il doveroso, gioioso e sentito urrah, abbassiamo la voce e penetriamo più sommessamente nei meandri del cuore, della memoria e della riflessione.

Brividi sottili penetranti e striscianti si sono diffusi nell’evocazione di coloro che ci hanno lasciati: dal Grande Padre fondatore Gerardo Canora ai carissimi Gino e Mauro Avella (nomi e impronte della palestra), dall’anima attiva della società Pino Senatore a Gaetano Lupi fino a Ugo Flauto… Già, Ugo, stroncato dal Covid troppo presto, che agli inizi dell’attività della squadra, prima di darsi poi al calcio, era una delle perline più splendenti, tanto è vero che, comportandosi da brillantissimo protagonista, fece parte del tris che, in quella che allora si chiamava ancora serie C, ottenne ad Ischia la prima storica vittoria in campionato. In quella squadra, si conceda il richiamo personale, anche il sottoscritto scrivente Franco Bruno Vitolo e Eliseo Pisapia, sempreverde e sempre presente, in questa storia…

Durante la serata, come piccole scosse elettriche, anche tanti brividi positivi di soddisfazione, a pensare a quale fermento e quanti frutti di socializzazione,sano spirito competitivo, esperienze, formazione umana sono stati generati dalla lungimiranza di quel lontano giorno del 1969 in cui l’indimenticato e indimenticabile Presidente Gerardo Canora, nell’ambito di tutta la linfa che egli offriva al movimento sportivo giovanile, diede vita alla squadra CSI del Tennis Tavolo Cava, pur in una sede umida e improbabile come i semidegradati locali dell’ex Carcere. Ma egli capì bene la qualità e la quantità del fermento che gli stava di fronte … Poca favilla gran fiamma seconda, direbbe padre Dante…. E fiamma è stata ed è ancora accesa.

Bisogna però tenerla bene accesa, questa fiamma.

Ora più che mai, ora che splende sulle vette più alte.

Il fuoco sono le risorse economiche ed e umane, innanzitutto. E su quelle non ci piove. È compito delle società tenerle vive e fruttuose. Ma fuoco primario sono anche le strutture: e su quelle le istituzioni pubbliche, in tante realtà come nella nostra di Cava, svolgono un ruolo fondamentale, per la loro esistenza, per il loro mantenimento, per le spese di gestione da imporre.

La sopportabilità e la sopportabilità sono vitali e per questo bene hanno fatto durante la cerimonia di festa il Presidente Scarlino e gli altri dirigenti a sollecitare il Sindaco perché l’Amministrazione sia colonna solida e non friabile appoggio della futura attività. Per il Tennis Tavolo e per gli altri sport di base che non sono calcio prof o semiprof, è lì che si gioca la qualità valoriale di un tessuto sociale.

Il Sindaco non si è tirato indietro. E questo ha alimentato ulteriormente lo spirito della Festa, che si è chiusa con una di quelle belle foto di gruppo sugli spalti con decine e decine di pongisti vestiti della maglietta invitante a volare alto.

Foto di memoria, ma di quella memoria che vuole accendere nuovi fuochi, non solo rimestare ceneri calde.. E fuochi siano, nel bel volo che attende ancora il Tennis Tavolo di Cava …