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Musica e fumetti ai tempi del Coronavirus. I Puzzle arrivano sul web con le loro cover a colori

C’è chi si annoia, chi si attacca alla tv, chi ancora decide di fare attività fisica. E poi ci sono loro, che fanno di questa quarantena un’occasione per mettere in gioco il proprio talento e la propria passione per la musica. I Puzzle arrivano sul web con cover e vignette simpatiche.

Da soli due giorni sul web ma la voglia di continuare a cantare e a creare è sempre più. Raffaele e Andrea Scocozza sono fratelli, due giovani ebolitani, amanti della musica. Voce e piano divengono il passatempo giusto per affrontare queste giornate. Cantano, suonano, rivisitano canzoni, ma non solo. Grazie alle capacità creative, i ragazzi decidono di mettere nero su bianco quanto vivono in questa quarantena con vignette simpatiche. Un esempio per i tanti giovani? Si, l’obiettivo dei ragazzi è quello di far tesoro di questo momento particolare della vita di ognuno per mettere in gioco il proprio talento e non annoiarsi. Un mix perfetto tra i fumetti di Topolino e il movimento artistico degli anni 50/60, giochi di colori e disegni che catturano l’attenzione di chi ha come passatempo la home di Facebook.

“Ci siamo sempre chiusi nel nostro studio di casa per registrare – commentano i Puzzle – In queste ultime due settimane le ore passate al pianoforte sono aumentate e abbiamo deciso di trasformare la noia da coronavirus in produttività. Cantiamo, suoniamo e condividiamo. E’ il momento di comunicare al mondo positività. Siamo giovani e vediamo il futuro davanti a noi. Siamo convinti andrà tutto bene”.

La prima cover dei Puzzle è Mondo di Cesare Cremonini. Un messaggio perfetto di speranza che vuole vedere un mondo, quel pianeta che tanto amiamo e che ci piace, brillare ancor di più quanto prima. Le mani di Andrea toccano i tasti del pianoforte e la voce di Raffaele accompagnano i tre minuti di video. I due artisti hanno deciso di non “metterci la faccia” con la decisione di voler comunicare solo la propria musica e l’ironia con il disegno e i colori.

“Avete presente i pezzi di un puzzle? – racconta Raffaele – Si devono incastrare perfettamente affinché nasca la meraviglia di un’immagine limpida e ben dettagliata. Abbiamo deciso di dare questo nome al gruppo proprio perché ci sentiamo due pezzi di un enorme Puzzle chiamato musica”.

Un cantante – Raffaele – e un pianista – Andrea. Insieme, in uno studio arredato da pianoforte a coda e microfono shure amord, vinili e giradischi, danno vita alla musica. Si può dire che sono nati con le note musicali.

“Papà che strimpellava la chitarra per farci addormentare e la voce di nostra madre che cantava la ninna nanna – continua Andrea – Siamo cresciuti e quella semplice passione, dopo anni di formazione è divenuta il nostro pane quotidiano”.

I Puzzle rivisitano cover, rendendole loro, per poi approcciarsi a qualcosa di ancora più personale, la loro musica, i loro testi, le loro melodie. Compongono, creano, tra note, risate e riflessioni.

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Fascinoso e suggestivo il “Ritorno a Itaca” del Gruppo “Arte Tempra”.

Ma … stagione tarpata. E ora siamo noi ad aspettare il “ritorno ad Itaca”.


Le evocazioni del titolo, la forza dei personaggi e delle idee, le morbide e spettacolari suggestioni sceniche, il filo potente di una cultura giovane di duemilacinquecento anni fa che ancora oggi parla e insegna. Eccole, le belle coordinate di Ritorno a Itaca, quello che doveva essere solo il terzo spettacolo della stagione teatrale di Arte Tempra e che invece, salvo miracoli difficilmente prevedibili, ne rimarrà come l’agrodolce canto del cigno, datato febbraio 2020 presso l’Auditorium “De Filippis” di Cava de’ Tirreni.

Le coordinate di cui sopra non sono una somma, ma un prodotto. Sono elementi fortemente collegati tra loro, grazie anche alla regia e alla sceneggiatura funzionali e “ricche di anima” di Renata Fusco e Clara Santacroce.

Itaca nel mito antico è l’isola di Ulisse, della sua speranza e del suo ritorno a casa; nella cultura moderna, per dirla con il grande Costantino Kavafis, è il pensiero costante, la ragione e la meta del bel viaggio di ognuno di noi, è il luogo che ci attende “ricchi dei tesori accumulati per strada”. Ricchezze e tesori tutt’altro che materiali, ma carichi del senso stesso che nel cammino ha assunto la nostra esistenza. Perciò Itaca siamo noi, così come Ulisse è l’uomo nella sua odissea e nelle sue esplorazioni esistenziali.

Il “ritorno ad Itaca” dello spettacolo è perciò una specie di “richiamo della foresta”, è la voce delle radici specifiche di tutta la nostra civiltà e nello stesso tempo l’epopea universale della condizione umana e sociale. In questa chiave abbiamo particolarmente apprezzato il lungo e coraggioso “corridoio” iniziale, prefigurazione del “salotto” centrale: parole al minimo, movimenti lenti e solenni, una plastica scena di ondeggianti veli ora composti ora scomposti, immagini in dissolvenza e sovrapposizione della Grecia classica e di quella moderna, musiche elleniche del presente provenienti da lontano e proiettate lontano l’accenno di un pallone che in tutto lo spettacolo passerà tra le mani e forse attraverso i tempi, illuminate cromie oscillanti tra il bianco della purezza di un “paese avido di innocenza”, il rosso delle ataviche passioni di sempre, l’azzurro fiammeggiante di un mare primattore che tanto parla e tanto ha raccontato.

Dal “corridoio” al salotto il passo è stato breve e logico. E ci siamo trovati di fronte a quelle grandi figure della tragedia greca che rappresentano il paradigma della storia di sempre.

Giustamente, la prima è stata Antigone (una forte e determinata Danila Budetta), colei che affrontò la condanna a morte secondo le leggi degli uomini pur di effettuare la giusta, ma vietata sepoltura del fratello Polinice, che aveva aggredito da nemico la natia Tebe, dove era stato generato dall’amore incestuoso di Edipo e Giocasta. Da quel tempo lontano e dopo che Sofocle l’ha immortalata, Antigone è il simbolo non solo della ribellione giusta contro il potere ingiusto e/o “autodeificante” (qui impersonato dallo stentoreo Creonte di Carmine Squitieri), ma anche della donna che lotta per i diritti suoi e per la dignità della persona. È il simbolo della capacità di non avere paura di aver coraggio, quella paura che aveva frenato la sorella Ismene (una efficacemente “fragile” Martina Cicco) e che frena intere masse e milioni di singoli, è il grido dei valori assoluti, delle leggi divine (tra cui la sacralità dei defunti) contro la relatività di quelle umane e “politiche”.

È il potere del segno che si contrappone al segno del potere. E, ci sia consentito, per noi cavesi è anche qualcosa in più, per la presenza nella nostra storia di quella particolare Antigone che è stata Mamma Lucia, che a suo tempo ha rischiato la vita e la reputazione ed ha donato energie e patrimonio pur di restituire alle famiglie i corpi di oltre seicento soldati tedeschi, nemici ma “bell’ ‘i mamma”.

E come non considerare universale la figura e il dramma di Medea, che, abbandonata da Giasone (eroe antieroe nell’interpretazione di Francesco Donnarumma) dopo che ha rinunciato a tutto per aiutarlo a recuperare il vello d’oro, si vendica facendo morire la principessa che egli intende sposare e poi “gli” uccide i figli davanti agli occhi, vivendo lei stessa il dramma di moglie tradita e madre assassina. Un mostro? Non sarebbe stata una delle donne più evocate dalla letteratura e dal teatro….

Innanzitutto, e tale è apparsa anche nell’intensa e come sempre convincente interpretazione di Giuliana Carbone, in linea con la visione euripidea, pur rimanendo in ragione del suo sesso un “ambiguo malanno”, è comunque una donna “usata e gettata”, ferita profondamente nei suoi sentimenti, nel suo orgoglio e nella sua dignità, per cui diventa l’immagine vivente di quanto e come il male generi male, di come chi è oppresso possa poi passare nella schiera degli oppressori. E poi, è una straniera… e come tale considerata facilmente emarginabile…

E che dire di Ecuba, incarnata da Brunella Piucci come una statuaria e maestosa regina del dolore, dopo essere stata sovrana di un mondo? E di Andromaca (la dolente e appassionata Vivian Apicella), moglie amata dell’eroe Ettore e madre del piccolo e dolce Astianatte, scivolata nell’abisso della schiavitù e trafitta dalla perdita, pur se eroica, del marito, e dalla svangante uccisione del figlio? E di Cassandra (un’incisiva Carolina Avagliano), principessa e triste profetessa di sventure, un tempo desiderata da Apollo e ora destinata a vivere “alle ginocchia di Agamennone”? Sono loro, le euripidee Troiane piangenti sulle rovine fumanti della loro patria e in procinto di vivere ore tremende da profughe e da schiave. Sono il simbolo eterno dei popoli oppressi e smembrati, privati di tutto, tranne che della memoria e della disperazione del ricordo e della nostalgia. Nei secoli, non saranno le arroganze dei Greci vincitori a seminare valori, ma la lotta patriottica di Ettore e del “sangue per la patria perduto”, il dolore di chi ha versato tutte le lacrime della storia. La regia di Renata Fusco e Clara Santacroce ha ben messo a fuoco questo dramma individuale e collettivo, seme di libertà nell’immaginario futuro, ora giocando coi veli, ora formando i grappoli di donne ora smembrandoli, ora accentuando il ruolo nodale del coro, sempre concentrando l’attenzione sulla disperazione dei volti e le grida di dolore che da essi esplodevano,

A tutto questo aggiungiamo la consueta qualità degli altri interpreti e del gruppo, come sempre affiatato nei movimenti e nei tempi delle “coreografie parlanti” di Renata Fusco: oltre a quelli già citati, Antonietta Calvanese, Luca Capaldo, Lucrezia Macri, Simona Pagano, Manuela Pannullo, Gian Maria Salerno, Alessia Trezza, Giulia Tramice, Lella Zarrella. A sostanzioso corredo, ricordiamo gli inserimenti suggestivi e appropriati delle poesie e dei testi di autori moderni, da Kavafis a Seferis, da Fostieris a Vrettakos a Patrikios, i cammei di versi e parole greche, le musiche ariose e appropriate, e avremomo il quadro dell’ennesimo “respiro pieno” del teatro, della cultura e del linguaggio offerto da questo campo fecondo che è stabilmente l’Arte Tempra.

E si spiegano gli applausi intensi e compiaciuti che ancora una volta hanno gratificato questo lavoro. L’Arte Tempra è sempre bello sapere che c’è. E speriamo che ci sarà ancora al più presto, nel nebuloso dopoguerra post-Corona prossimo venturo. Intanto anche noi ora vaghiamo nel mare, e tutti noi abbiamo la stessa Itaca da sognare, nell’attesa del Grande Ritorno …

CAVA DE’ TIRRENI (SA). “Una famiglia quasi normale”: successo per la nuova performance comica di “Arcoscenico” E ora… se si aggiungesse qualche freccia all’Arco … scenico?

E ora … se si aggiungesse qualche freccia all’Arco … scenico?


In questi tempi di forzata interruzione ed in attesa delle due Pasque (quella religiosa di resurrezione e quella sperata del ritorno “fuori casa”), possiamo trovare il silenzio giusto non solo per la cronaca ma anche per una riflessione su questa seconda stagione di coprotagonismo dei giovani di Arcoscenico, compagni di viaggio della Chioccia Venditti e della sua storica compagnia del Piccolo Teatro al Borgo.

L’ultima prova, Una famiglia quasi normale (29 febbraio e 1 marzo, presso il Salone dell’Ex Seminario in Piazza Duomo a Cava de’ Tirreni) una storia farsesca di litigi familiari e tresche amorose consumatasi in una famiglia “allargata” con nonni e consuoceri, ha offerto varie conferme e nello stesso tempo induce a stimolare qualche necessaria “spintarella”.

In sé, è una delle migliori prove della serie comica di Arcoscenico, con fantasiose citazioni da teatròfili, un ritmo brillante che punta più all’equilibrio che al picco, una prova attoriale dell’intera compagnia che ogni volta conferma un significativo passo avanti. I tre big della “Trimurti” (Luigi Sinacori, capocomico autorregistattore, Gianluca Pisapia e Mariano Mastuccino) formano un ménage a tre affiatato e capace di bucare la scena, anche se (o perché…) si mantengono sui loro cliché preferiti.

In questo spettacolo Luigi e Gianluca sono due “neilsimoniani” vecchietti irresistibili, due consuoceri “anziani” (magia del teatro per due così giovani), in cozzo costante per diversità di caratteri e necessità di coabitazione. Luigi è nervosamente brontolone, ma tutto sommato interessato a fare andare avanti la barca, Gianluca è un vecchietto ancora con gli ormoni in giostra, quasi una maschera del vecchio “rattosello” di antico stampo atellano o plautino; vedovo in parte consolabile, è predisposto all’amore a pagamento e capace di amorose complicità col nipote, e tutto sommato un po’ “autofallico”, ma anche lui una persona ricca di umanità. In un ruolo non facile, anche per la necessaria deformazione della voce, Gianluca è riuscito a rendere il personaggio con adeguata vis comica unita ad una postura credibile ed agli abituali “gianlucheschi” stralunamenti. Mariano Mastuccino è il marito padre di famiglia che con la consueta moderazione attoriale cerca di trovare un equilibrio tra le intemperanze dei vecchietti, le beghe familiari classiche e le scenate della moglie (una vivace Francesca Cretella ben predisposta agli svenimenti), la quale non accetta le fughe d’amore del figlio (un misurato Federico Santucci), che per lei rimane un lattante di venticinque anni, mentre invece si imbosca con Enrica Auriemma, alias Liolà (chiara citazione dell’esplosivo “gigolo” pirandelliano), una ragazza carica d’amore ma prostituta per condizione sociale, una bella ragazza, piumata, sexeggiante proguadagno e dotata di un furbesco pianto “antiscopa”. Con loro, in una breve ma convincente apparizione, anche il serioso notaio Luca Ferrante e la quasi marchesineggiante segretaria Anna Cortone d’Amore.

Al di là della prestazione della compagnia, vorremmo però evidenziare, in rapporto a questo spettacolo, la simpatica, ben riuscita e fantasiosa contaminazione dell’intervento – citazione della pirandelliana Madama Pace, tenutaria di bordello dai pirandelliani Sei personaggi, qui napoletaneggiante anziché spagnoleggiante, che per convincere la ragazzina a non lasciare “il lavoro” le impone di inginocchiarsi, a mo’ del meroliano zappatore. La performance è stata affidata, con buon risultato, a Licia Castellano, un’attrice che, come la sempre brillante Pina Ronca, qui pettegola, invasiva e a volte devastante portinaia, assume nella compagnia un ruolo di caratterista, ma secondo noi entrambe potrebbero essere sperimentate anche in ruoli di maggiore respiro e profondità.

Questa considerazione ci fa aprire il discorso su una finestra riguardante proprio le conferme e le possibili prospettive legate al futuro dei nostri arcoscenici.

Innanzitutto, è confermata la capacità di Luigi Sinacori di scrivere storie brillanti e scoppiettanti, con un format quasi consolidato: microcosmi casalinghi in condomini con vasi comunicanti, tensioni personali e brontolii permanenti derivanti da piccole incompatibilità caratteriali intense ma non incomponibili, piccoli segreti e vizietti, intrighi economici ed amorosi, egoismi e trasgressioncelle alla fine perdonabili. L’intrusione del macrocosmo esterno in questo mondo “interno” ora fa venire a galla i problemucci ora funge da chiarificatore e da smantellatore dei pregiudizi. Tutto questo può essere sufficiente a creare uno spettacolo coinvolgente e gradevole, ed è quello che succede generalmente negli spettacoli targati Sinacori, quelli della serie “La gente vuole ridere”. Quell’ora e mezza trascorsa con le sue storie si beve con facilità e alla fine si applaude volentieri la compagnia e ci si ripromette di tornare a vederla.

Ma ora, evidenziati alcuni aspetti positivi, occorre dare la “spintarella”. Le storie che egli racconta, anche se mettono vagamente a nudo alcuni difetti dell’uomo e della società, risentono molto delle leggerezze tipiche della farsa d’altri tempi, in stile scarpettiano o in parte peppinodefilippiano, con personaggi e situazioni che appartengono più a quei tempi che ai nostri tempi. Del resto, anche Una famiglia quasi normale è ambientato, senza particolare sviluppo, negli anni ’70 del secolo scorso.

Salvando in gran parte questo stile autoriale, un salto di modernità in più non guasterebbe, soprattutto in uno scrittore così giovane. E parliamo dello stesso autore che nel bellissimo pur se “difficile” Hope dello scorso anno è stato capace di scrivere e recitare molto bene un testo dal sapore beckettiano, ai limiti dell’assurdo, ma con il respiro dell’universalità di una certa condizione umana.

E non dimentichiamo che in Arcoscenico c’è anche un altro autore, Mariano Mastuccino, che, anche lui in Hope e poi anche in Jude, ripetuto e rinnovato quest’anno, è stato in grado, scrivendo e recitando bene, di mordere situazioni scottanti come quella dei migranti o una storia sempre deflagrante come la Shoah.

Non diciamo questo per sollecitare la dedizione solo a spettacoli di qualità ma di nicchia, quanto per ricordare ai nostri cari “arcoscenici” che sono oramai maturi per arrivare a delle sintesi: spettacoli brillanti con più “persone” e meno “maschere”, con temi più attuali e approfonditi… e/ o spettacoli d’impegno con elementi di alleggerimento pesante e apertura di comunicazione. Della serie: La gente vuole ridere… ma con un po’ di zucchero non rifiuta di pensare…

Non limitiamoci però all’aspetto autoriale, ma apriamo una finestra su quello attoriale e, implicitamente, registico. Come stanno dimostrando con i progressi evidenti spettacolo dopo spettacolo, i tre della Trimurti Arcoscenica diventano sempre più affiatati tra loro e disinvolti sulla scena. Ci riescono più facilmente quando, usando una vecchia terminologia oggi forse disusabile, fanno gli “attori maschi” , cioè adattano i personaggi a se stessi o al proprio cliché più che se stessi ai personaggi. Secondo noi, potrebbero anche cimentarsi di più a fare gli “attori femmine”, cioè interpretare nel senso più completo personaggi costruiti da altri come l’autore li intendeva, ferme restando le proprie specificità recitative. Hanno già dimostrato in qualche momento di saperlo fare, come ad esempio nelle partecipazioni agli spettacoli di Venditti e in parte anche in Hope e Jude, lavori scritti da loro ma come se fossero un altro da sé. Una riprova ce l’avremo nel prossimo Il Sindaco del Rione Sanità (se ci sarà veramente il “grande ritorno”), ma ci piacerebbe anche vederli, che so, in un Pirandello brillante: per me, l’ideale sarebbe “L’uomo, la bestia e la virtù”. Questa costituirebbe anche una prova importante per Luigi Sinacori stesso per verificare i personali progressi e ambizioni di regia e trovare la famosa sintesi tra “cassetta” e “approfondimento”.

Non sappiamo quanto peso o verità possano avere tali osservazioni, ma noi riteniamo che quando si intravedono germogli e petali di una piantina ricca di humus e protesa verso una bella fioritura, allora una piccola aggiustatina ogni tanto non può che fare bene…

In fondo, si tratterebbe, per i nostri magnifici ragazzi in scena, di aggiungere solo qualche freccia all’Arcoscenico …

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Ragazzi fuori dai giochi e nell’Inferno del lager: i Giorni della Memoria “emozionati” dal gruppo di Arcoscenico con lo spettacolo “Jude”

L’anno scorso, lo spazio teatrale alla Mediateca Marte in occasione della Mostra sulle leggi razziste italiane del 1938. Quest’anno, lo spettacolo di punta della Giornata della Memoria nel cartellone congiunto con il Piccolo Teatro al Borgo. Uguale la Compagnia degli attori-autori, uguale il titolo, Jude (cioè Giudeo, un semplice attribuzione di identità etnica che troppe volte, per orribili black out del cuore e sonni della ragione, ha rappresentato un epiteto d’infamia.

Diverso invece il testo. Lo scorso anno era composito, con altri brani anche di Luigi Sinacori, quest’anno invece è rimasto solo l’episodio centrale, composto da Mariano Mastuccino, una delle due frecce scriventi dell’Arcoscenico. L’angolazione prescelta è quella delle vittime giovani della discriminazione razziale e delle deportazioni, un fronte che negli ultimi anni ha visto belle punte su un argomento come la Shoah che comunque è da fiumi di inchiostro: pensiamo a Jonas che visse nella balena, La vita è bella, Il bambino col pigiama a righe, fino al recente, bellissimo Jo Jo Rabbitt.

È un’angolazione che colpisce, perché il sangue degli innocenti fa ancora più male, pur nella valle di lacrime generata da quello scandalo di sempre che ono la guerra, la violenza e la sopraffazione dell’uomo sull’uomo.

Stavolta, in un gioco di alternanza tra passato, presente e forse futuro, con un pizzico di poetico ermetismo ma anche con un giusto equilibrio tra dramma e leggerezza, affetto e dolore, Mastuccino ha affrontato il suo viaggio nell’orrore, evocandolo non dal cuore dell’Inferno, ma dalla sua periferia preparatoria. Egli ha raccontato infatti di un gruppo di ragazzi ebrei, tra cui anche uno non ebreo ma semplicemente “povero” e come tale “out”, che da un mondo normale di giochi, di amicizia e magari anche di studi si ritrovano divisi da emarginazioni e deportazioni, che essi subiscono ma non riescono proprio a “capire”.

Prima quasi con una dimensione da sogno, poi con dolorosa coscienza della realtà,devono affrontare la rinuncia ai giochi e agli studi regolari, lo svangante sfilacciamento dell’amicizia, quindi le spine della clandestinità e/o peggio ancora la devastante oscurità dei vagoni piombati e l’orrore dietro il filo spinato del lager. Alla fine, dopo la sconfitta degli oppressori, rieccoli tra i giochi e gli studi, ma… è la riconquista della libertà oppure solo un desiderio svanito nell’eternità e passato dal fumo di un camino?

Con efficace e acuta consapevolezza di quella magia dell’immaginazione tipica del teatro, il racconto non procede sempre con realistica successione, ma con segni, ellissi, metafore, efficaci rotture della quarta parete, semplici evocazioni, forse comprensibili soprattutto agli adulti, pur se l’insieme è pienamente compatibile con spettatori molto giovani. Ricordiamo ad esempio lo stranito racconto iniziale in diretta comunicazione col pubblico, i movimenti alternati e “danzati” a ricordare divertimenti e studi, il gioco della palla di pezza tra gli spettatori (particolarmente gradito quando si trattava di bambini o ragazzini), l’uso della maschera bianca ad indicare la perdita dell’identità sociale e personale, la storia trasfigurata e raccontata attraverso la lettura di un libro, il filo colorato che collega, unisce e imprigiona i personaggi.

Tutto questo in un’ora circa di spettacolo serrato, capace di tenere desta l’attenzione senza pause, per l’effetto delle ben ritmate variazioni sceniche, dell’argomento, dell’alternanza efficace tra sorriso e commozione. Gran merito va inoltre non solo all’idea brillante di accompagnare i momenti salienti con le belle evoluzioni di una danzatrice, Eliana Calaviello, e con le suggestioni del suo nastro “dialogante” con situazioni e attori, ma anche all’affiatamento e alla sempre più matura presenza scenica confermati dalle tre frecce di Arcoscenico, Luigi Sinacori, Mariano Mastuccino e Gianluca Pisapia, un tris che sta vincendo parecchie mani sul tavolo verde della speranza teatrale.

Alla fine, non è mancato il consenso convinto del pubblico, a volte rimasto con gli occhi liquidi per la commozione suscitata dall’evento e dallo spettacolo.

Ora però le tre frecce, e i loro brillanti compagni di Compagnia, si augurano che gli occhi siano liquidi, ma di risate e divertimento, anche dopo il prossimo appuntamento del 28 e 29 febbraio, quando la Premiabile Ditta tornerà alla Commedia con un nuovo lavoro di Luigi Sinaori, Agenzia Speranza.

Lo sperano loro, lo speriamo anche noi … Buon lavoro!

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Autunno cavese: serata d’amore con il Gruppo Arte Tempra, tra passioni al chiaro di Luna e Cyrano sull’altare

Una dea al femminile, Selene o Artemide, o Diana o la tolkieniana Arda… O la luce, come suggerisce la radice della parola… O la causa della follia e dell’instabilità, a pensare alla lunaticità dei volubili o al mal di luna dei licantropi… O la guida maestra per i pescatori e i contadini, che regolano le attività in rapporto alle sue fasi… O la depositaria del mistero dell’essere, come nella “pastorale” meditazione leopardiana… e via dicendo.

Quante cose potremmo dire sulla nostra amica Luna, la “femmina” più chiacchierata dell’immaginario popolare, dei poeti, degli scienziati, dei sognatori… !

Ma nel nostro personale mare delle emozioni, da quando si è sviluppata la cultura romantica, la luna e i suoi chiari evocano qualcosa che ci culla come un’onda, ci prende il cuore e ci invita al sogno e all’amore. Sarà pure un amore lunatico, ma sempre carico di quella suggestione che esalta al massimo i sensi terreni e ci fa sentire partecipi del soffio divino o del mistero dell’universo.

È quello che l’Arte Tempra di Renata Fusco e Clara Santacroce ha voluto celebrare all’Auditorium dell’Istituto Della Corte-Vanvitelli di Cava de’ Tirreni il 19 e 20 gennaio, con “Luna d’amor mutevole”, “stellare” ripresa della stagione teatrale, seguito ideale e reale dei due tuffi poetici di fine anno: la morbida e pungente sinfonia multimediale leopardo-chopiniana delle “Consonanze” e il pionieristico agone poetico con gli studenti delle scuole superiori.

La Luna è sorella celeste di Renata Fusco, che è nata proprio nel 1969, lo storico 20 luglio del primo allunaggio. Ed evidentemente le è rimasto inciso nel suo DNA il segno di un’astronave, che le ha fatto costruire una vita di danza, di canto e di recitazione, e non solo, illuminata dai sogni e trepidante di voli.

C’è chi dice “Non voglio mica la Luna”, ma Renata ha precisato che “voleva proprio la Luna” per questo spettacolo, diviso in due parti parallele e convergenti, unite dal trionfo dell’Amore, sorgente di Paradisi infiniti di piacere e di gioia, ma anche di devastanti Inferni di dolore e di follia.

Nella prima parte la scena sembra un altare lunare, con al centro una luna chiara e tutt’intorno come un invisibile abat jour che soffonde una romantica luce blu, a tratti dolcemente sfumabile in rosa. Gli attori (Antonietta Calvanese, Luca Capaldo, Giuliana Carbone, Gabriele Casale, Maria Carla Ciancio, Luciana Polacco Francesco Savino, Gerardo Senatore) si muovono in coro e recitano testi e raccontano storie con la consolidata bravura individuale, rilevabile ogni volta un gradino più su, con la perfezione firmata Arte Tempra dei movimenti in sincronia di singoli e di gruppi, con la tecnica dei frammenti testuali scomposti e ricomposti firmati anche quelli Arte Tempra.

Dopo l’introduzione di Cyrano, che prefigura la seconda parte, tra morbide atmosfere chiaroscurali voliamo attraverso la creatività e le storie che nei secoli hanno fatto la nostra storia culturale. Ed ecco il viaggio ariostesco di Astolfo sulla Luna, dove ci sono le cose smarrite sulla terra, a recuperare il senno di Orlando impazzito per la perdita/tradimento dell’amata Angelica. Ecco le passioni sconfinate e tragiche, tutte con ammiccamenti alla Luna, di Giulietta e Romeo, Tristano e Isotta, Orfeo ed Euridice, Enea e Didone, in suggestivi voli temporali che vanno dall’antichità classica agli splendori rinascimentali.

Poi, tutt’altro registro e schema scenico nella seconda parte. Filo conduttore, pur sempre l’amore. Ma… altro che Luna di amor mutevole… Quando si parla di Cyrano di Bergerac e del dramma immortale di Edmond Rostand costruito su un personaggio storico realmente esistito, dobbiamo parlare di Sole di amor durevole…

Se la prima parte era un’antologia di frammenti poetici o teatrali, la seconda è stata tutta concentrata, appunto, su un estratto dal Cyrano di Bergerac, con convergenza sulla memorabile scena finale, quando Rossana capisce finalmente che le parole e le lettere, che avevano cementato il suo amore per il bel Cristiano, erano invece opera del cugino Cyrano, di lei sempre innamorato, che si era sacrificato pur di renderla felice con Cristiano. La scena non nasce però dal nulla, perché idealmente è correlata all’incipit dello spettacolo, nel cui prologo appare appunto Cyrano, l’innamorato per eccellenza del teatro di ogni tempo.

Se la prima parte era giocata, oltre che sull’abilità vocale e motoria, sull’affiatamento degli interpreti, la seconda parte, che si risolve intorno ad una scarna scena evocante un giardino, è tutta affidata alla forza del testo e soprattutto alla capacità degli attori, segnatamente del protagonista Cyrano, di bucare la scena con la forza di un amore che si svela, di una tragedia che si consuma, di un’ingiustizia umana e sociale che si sublima.

E su questo non possiamo che dire “Chapeau!” e applaudire con tutto il sorriso dell’ammirazione che abbiamo sentito e dell’emozione che abbiamo provato. Se Giuliana Carbone, ora abituatasi a scalate di montagne attoriali (vedi la splendida sfida del recente e ammiratissimo “Giorni felici” di Beckett), si è calata con morbida disinvoltura nella sognante inconsapevolezza di Rossana e nella solare dolcezza di quel personaggio che è rimasto nella memoria degli spettatori e nelle papille degli amanti della celebre caramella, Gabriele Casale ha saputo perforare la scena con un’interpretazione “da champions”.

Con accenti vocali sempre composti è riuscito a rendere a trecentosessanta gradi tutta la gamma iridata e sinusoidale delle emozioni e dei sentimenti che agitano il personaggio e che implodono esplodendo ed esplodono implodendo nel momento della morte. Una gamma che ben rivela lo spessore di un personaggio che troppe volte è stato ingiustamente ingabbiato nella sola, zuccherosa frase del bacio che è un apostrofo rosa tra le parole t’amo.

L’amore intenso, adorante, dolcissimo da sempre provato per Rossana…

La coscienza del sacrificio fatto per anni cancellando la sua persona fisica per non distruggere l’immagine amorosa di Cristiano radicatasi nel cuore di Rossana…

La consolazione che, se non il suo corpo poco attraente, almeno la sua anima è stata amata da Rossana, essendo stata prestata al corpo di Cristiano per scelta quando lui era in vita e per necessità quando lui è scomparso in battaglia e non poteva più testimoniare lo scambio di persona tra lui e Cyrano…

Lo strazio della dichiarazione d’amore di Rossana proprio quando egli è sul punto di morire e non può più goderne…

Lo sconvolgimento fisico e psicologico per l’attentato che gli sta causando la morte…

La rabbia per aver visto lungo l’arco di una vita soffocare i suoi meriti umani e la sua sensibilità straordinaria a causa della sua deformità nasale…

L’orgogliosa consapevolezza di essere stato uno spadaccino straordinariamente abile e coraggioso ed un intellettuale di altissimo pregio, tanto che perfino Moliére gli ruba le battute e ne ricava successo… e di rimando la frustrazione di non aver mai potuto mettere a frutto tutte le sue qualità facendo da appoggio ad altri, in amore ed in società: insomma, di essere stato tutto e niente…

Ma anche, alla fine, la soddisfazione di aver tenuto sempre alto i suo pennacchio, nella sua lotta permanente contro l’ipocrisia e il compromesso e nella capacità di saper scegliere il giusto e mettere la sua forza a beneficio di altri, soprattutto se persone amate o rispettate… Perciò egli muore combattendo contro tutte le nuvole che gli hanno impedito di risplendere, ma fino all’ultimo conserva il lucido nitore della sua ironia e della sua intelligenza.

Insomma, un calderone ribollente di passione umana, civile e amorosa. Un calderone che Gabriele Casale (del resto non certo nuovo a performance da “inchino”, vedi “Casa di bambola” e “Liolà”) ha portato “al punto giusto di cottura” con le parole e i movimenti, commuovendo, ironizzando, facendo sorridere, sfidando e chiedendo carezze, emozionando e, crediamo, anche emozionandosi.

Forse, per uno di quei miracoli tipici del teatro, Gabriele si è sentito, almeno in parte, veramente Cyrano, con il suo orgoglio, le sue consapevolezze, la sua sensibilità, i suoi sogni coltivati e a volte feriti, la sua persistente voglia di sfida. In quei quaranta minuti di “Cyranizzazione”, il pubblico tutto questo l’ha sentito e alla fine ha stretto in un abbraccio solidale Gabriele attore e Gabriele personaggio e con lui la magnifica Giuliana e, naturalmente, gli altri che hanno fatto da comprimari nel dramma di Rostand e sono stati assoluti protagonisti nel viaggio spaziale sulle lune della poesia, della creatività e dell’amore.

Alla fine, tutti insieme hanno colorato e insaporito la Luna della serata, quella luna di miele bianco fatta di sogni, di slanci, di musiche, di scenari amorosi.

E tutti noi dalla luna del teatro ci siamo rituffati nelle nostre lune di ogni giorno, non sempre poetiche, ma pur sempre di miele bianco, come la Grande Bellezza della vita …