PoesiadelNovecento 2011-2012

Rubrica di poesie del Novecento, note o poco note, “a commento” di fatti e accadimenti nazionali o locali. Parlare mediante i versi, “ le parole” dei poeti. Breve mio commento e note bio-biblio-grafiche del poeta autore della poesia scelta … di Antonio Donadio

 

Auguri per il nuovo anno 2012

Biglietto-augurale_web

“Questo odore marino” di Giorgio Caproni nel centenario della nascita

Questo odore marino

che mi ricorda tanto

i tuoi capelli, al primo

chiareggiato mattino !

Negli occhi ho il sole fresco

del primo mattino. Il sale

del mare …

Insieme, come fumo d’un vino,

ci inebriava, questo

odore marino.

Sul petto ho ancora il sale

d’ostrica del primo mattino.

Giorgio Caproni  da “Ballo a Fontanigorda e altre poesie” Emiliano degli Orfini, Genova 1938

Lirica a schema libero di 13 versi. Quasi tutti settenari. Sono presenti  alcune rime (Vv. 1-4 marino/mattino;  Vv. 9/11/13 vino/ marino) e un’assonanza (Vv 5/6 sale/mare).  Da notare un’elegante  alternanza di due sintagmi – chiave: odore marino (ai Vv. 1 e 10) e primo mattino (ai Vv. 3/4, v.6, v.13). Nel rincorrersi di questi due sintagmi, è tutta la forza di questa poesia. Il  luminoso (chiareggiato) mattino di un  giorno della sua Liguria, l’odore del mare, il tiepido sole appena sorto, tutto inebriava come l’ effluvio (fumo) di un buon vino. E il poeta stesso diventava parte del tutto, del paesaggio, attraverso il sale d’ostrica che ancora sente sul proprio petto. Dalla semplice percezione fisica a rappresentazione concreta del suo stato di naturale euforia che ancora gelosamente conserva, come cosa viva, sulla pelle.

Mario Luzi, Maria Luisa Spziani e Giorgio Caproni

         

 

 

 

 

 

 

 

 

      M. Luzi, M. L. Spaziani e G. Caproni

Giorgio Caproni (Livorno 1912 – Roma 1990) All’età di 10 anni si trasferisce con i genitori  a Genova. Maestro elementare, ma soprattutto poeta e anche traduttore e critico. Nel 1936, compare la sua prima opera “Come un’allegoria” a cui faranno seguito, tra gli altri,  “ Il seme del piangere” 1959 scritto per la morte dell’adorata mamma e il notissimo “Il congedo del viaggiatore cerimonioso “ 1965. La critica ufficiale, che in vita, era stata poco attenta a questo atipico e originale poeta, ora l’ annovera tra i grandi della letteratura del X secolo.

100 anni fa nasceva la poetessa Antonia Pozzi. Ricordiamola con la breve ma stupenda lirica “Pudore”

Se qualcuna delle mie povere parole

ti piace

e tu me lo dici

sia pur solo con gli occhi

io mi spalanco

in un riso beato

ma tremo

come una mamma piccola giovane

che perfino arrossisce

se un passante le dice che il suo bambino è bello.

1 febbraio 1933 – Antonia Pozzi

Antonia Pozzi

 

 

 

 

 

 

 

 

         Da “Parole” Garzanti, Milano 1989

In questa breve ma fulminante lirica, la giovane poetessa (aveva 21) con pochi tratti riesce a delineare l’intenso turbamento d’amore procuratole da un pur semplice complimento (Se qualcuna delle mie povere parole/ti piace) “trasmesso“ attraverso lo sguardo. La giovane donna prorompe in un riso “beato” ma è presa da un irrefrenabile tremore come – e qui la metafora è stupenda- una giovanissima mamma che arrossisce se qualcuno, anche un anonimo passante, le dice che suo figlio è bello. Pozzi riesce a tracciare una tenue e al tempo stesso fortissima linea di contatto tra i primi segni di un nascente amore e la maternità– credo molto agognato dalla poetessa- suo approdo naturale. La Pozzi morì suicida a solo 26 anni.

Antonia Pozzi (Milano 1912-1938) figlia di genitori borghesi e benestanti, dopo il liceo s’iscrive alla facoltà di lettere e filosofia e qui stringe amicizia, tra gli altri, con Vittorio Sereni e Dino Formaggio. Si laurea con una tesi su Flaubert (lavoro pubblicato postumo). Colta, intelligente, molto versatile e piena di curiosità, ama la natura e il bello in tutte le sue manifestazioni, ma non riesce a non sentire l’angoscia per tutto ciò che c’è di sbagliato, di tragico. Angoscia che si anniderà fin dentro il suo animo. Amò moltissimo la montagna e la fotografia; fu anche un’eccellente fotografa. Il 3 dicembre del 1938 si tolse la vita.

Anno nuovo 2012. Diamo uno “sguardo “al passato. Una poesia scritta per il primo gennaio 1900.

Vita di luce”  (Pel nuovo anno)

 

E’  il Novo Anno … ghirlanda

Ancora ignota di novelli fiori,

Che il Signore ci manda,

Di speranze, d’affetti e di dolori.

 

E noi con pensier novi,

Con nova forza e attività novella.

Che a noi ed altri giovi,

Guardiamo al foco che la vita abbella”

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Giuseppina Del Carretto

Sono solo le prime due strofe, la poesia è molto lunga (30 quartine). Poesia tratta da un libro “Strenna “ del 1900 (vedi foto) edito dal periodico “La donna e la famiglia” stampato a Genova (Tipografia della gioventù). Costava 3 lire. Da notare i fregi liberty della copertina.  Conteneva: Il calendario per l’anno 1900 e “Letture Femminili”: racconti, poesie, pensieri, aforismi. Una sana e fidata compagna per il nuovo anno.                                                                                Poesia molto semplice, intrisa di comune spirito religioso: il nuovo anno è visto come una ghirlanda di cui ignoriamo i fiori se non che saranno nuovi; ce li manda il Signore, ci sono fiori di speranze, di affetti ma anche di dolori. Ma noi, con forza nuova, non ci spaventiamo e attendiamo che tutto quello che verrà, giovi a noi e agli altri perché sarà come un fuoco (il fuoco di Dio) che farà bella la nostra vita. Ho scelto questi versi a mo’ di esempio per rilevare quanto essi siano lontani dalla poesia del Novecento. Solo dopo pochi anni (1916) Ungaretti scriverà “Il porto sepolto” opera che ha rivoluzionato tutta la poesia del passato secolo.

Giuseppina Del Carretto

Poetessa, crediamo molto popolare a suo tempo, ma della quale oggi non si sa nulla.

Il 6 aprile 1912 moriva Pascoli. Il ricordo di Antonio Donadio.

QUEL MESE D’APRILE TANTO AMATO

Se Giovanni Pascoli avesse potuto scegliere un mese per la sua morte, chissà, forse avrebbe scelto proprio il mese di aprile. Un mese tanto caro al poeta e assieme tanto doloroso quasi, simbolo ancor e più del Mistero, fonte e dolore nella Poetica Pascoliana. E’ il mese della primavera, della rinascita della natura. Il mese dell’amore. Quell’amore, umano, passionale, che Pascoli quasi gelosamente, tenne a celare, ma che poi emerge intensamente in alcune sue liriche, solo a volerlo cercare. E’ il caso della lirica “Canzone d’aprile”.

Giovanni Pascoli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovanni Pascoli ( San Mauro di Romagna ,1855- Bologna 1912)

 

Canzone d’aprile

 

Fantasma tu giungi,

tu parti mistero.

Venisti, o di lungi?

ché lega già il pero,

fiorisce il cotogno

laggiù.

 

Di cincie e fringuelli

risuona la ripa.

Sei tu tra gli ornelli,

sei tu tra la stipa?

Ombra! Anima! Sogno!

Sei tu …?

 

Ogni anno a te grido

con palpito nuovo.

Tu giungi: sorrido;

tu parti: mi trovo

due lagrime amare

di più.

 

Quest’anno…oh! Quest’anno,

la gioia vien teco:

già l’odo, o m’inganno,

quell’eco dell’eco;

già t’odo cantare

Cu … cu.

Da “Myricae” , Giusti,   1894

E’ una poesia che appare contrassegnare tutto l’ardore, la passione, ma anche il dolore, l’inganno dinanzi all’amore.  E l’amore non solo è parte di quel Mistero, ma, per Pascoli, è anche il mistero: ecco torna la stagione primaverile, l’animo del poeta si gonfia d’attesa, di speranza; giungerà l’amore? Anche quest’anno giunge, ma come “Fantasma” misterioso. La natura è già in totale fremito: il pero e il cotogno sono in fiore, qua e là cinciallegre e fringuelli, ….ma il poeta chiede -e si chiede-, ma sei “Ombra Anima o Sogno”? Eppure quest’anno sembra diverso: c’è una donna nel suo cuore;   la gioia è lì a portata di mano.  E’ solo un attimo e il poeta timoroso, impaurito, rinnova il suo dolore: come ogni anno, “con palpito nuovo” sorride all’amore e poi, come sempre, si ritrova con “due lagrime amare di più”.  Eppure il cuore del poeta quasi si spande come un’eco per tutta la campagna circostante e già si sente cantare il cuculo: è l’uccello annunciatore d’amore. Non solo porta la primavera, ma è il galante interlocutore d’amore delle ragazze le quali chiedono, gonfie d’attesa, se arriverà l’amore, il matrimonio.  Ma anche questa volta il poeta sarà disilluso, ancora si arresterà dinanzi al mistero. E’ l’apice della sua Poesia. Pascoli “si sente chiamato” alla rappresentazione del Mistero, straziato nell’animo dal dramma che è dramma universale. Solo la fratellanza umana, l’amore fra fratelli, fra genti, può cercare se non di sconfiggere  tanto dolore  che inonda “ quest’atomo opaco del Male”,  almeno mitigarlo. Ed è  questo un grande atto d’amore.