VersiCavesi

Cavesi di ieri e di oggi, “poeti o semplici facitori di versi” a testimonianza di un genuino amore per la Poesia … di Antonio Donadio

 

Alfonso Vitale, un uomo e un artista che lascia un vuoto incolmabile

A metà dicembre del 2019, nel far ritorno a Bergamo dopo alcuni giorni trascorsi nella “mia” Cava, come consuetudine, mi ero affettuosamente salutato con Alfonso con la mente alla primavera dell’anno dopo: quando, ancora una volta, saremmo stati insieme per la presentazione del mio ultimo libro di versi “Il senso vero della neve” che Alfonso aveva impreziosito con un Sua opera originale (ndr vedi foto). Ma poi…il maledetto Covid e questo fulmine che mi ha impietrito. Queste lacrime stanno urlando che non può essere vero che il carissimo amico Alfonso in solo pochi orribili attimi di un afoso luglio ci ha lasciati per sempre. Alfonso Vitale, il pittore come tutti, ma proprio tutti, lo conoscevano e non solo a Cava. Esuberante, sempre pronto al sorriso, a un’amichevole stretta di mano, … Quanto potrei dire, scrivere, di Lui, … ma, ahimè, la mano non ubbidisce vinta da mille emozioni e da un dolore vivo e penetrante. Proprio non ci riesco.

E penso allora che migliore ricordo non possa esserci che ascoltare Lui, Uomo e Artista, in questa mia intervista/presentazione all’ampio catalogo d’arte (Alfonso Vitale nel segno del colore tra disciplina e sperimentazione, Gutenberg Edizioni, 2014) a corredo della Mostra Antologica per i quaranta anni di pittura (1974- 2014) tenutasi a Cava presso il complesso Monumentale S. Maria del Rifugio.

Intervista ad Alfonso Vitale

Sera di ottobre. Un umido ottobre. A Cava non è per niente una novità. Nello studio di Alfonso Vitale in via 25 luglio, mi accoglie un’ampia vecchia poltrona un po’ sgangherata, ma meglio di niente. Intorno decine di tela di un mare di colori, ultimi suoi lavori. Con il 2014, prossimo a venire, saranno quarant’anni di pittura. Per iniziare questa informale chiacchierata, un tocco di buona banalità di sempre: Come passa il tempo………..

Tu molto spesso hai affermato che per te e in te, l’uomo e il tempo sono due costanti inscindibili …..

Io credo che solo vivendo il tempo, si diventi uomo. Ossia per essere uomo, bisogna vivere il tempo. Vivere il tempo significa non solo viverlo con intensità, ma addirittura intervenire, intervenire sulla sua durata, ………

Lo guardo con malcelato stupore. Sorride e continua.

Non prendermi per pazzo. So che non si può intervenire sulla durata del tempo in modo concreto, oggettivo, ma lo si può fare …dal di dentro, ognuno può intervenire sulla “durata del suo tempo….”

Ossia?

Ossia senza restarne mai schiavo sia quando il tempo è scandito da momenti brutti sia dai momenti belli, piacevoli . Specie in questi casi perché è molto facile attaccarsi possessivamente a stati di benessere , di piacere, disposti a qualunque cosa pur di conservare o almeno prolungare tutto ciò. E questo ti rende schiavo.

Credo di aver capito

E questa schiavitù ti allontana dal tempo reale; ti porta in una dimensione irreale in cui tu hai paura di confrontarti con nuove idee, hai paura dell’incerto, del non risaputo prima, hai paura e basta! Questo significa anche invecchiare pur essendo giovani.

E l’arte come può aiutarti? O meglio: l’arte ti ha aiutato in questa lotta?

L’arte può molto. L’ho capito sin da subito, appena ventenne.

Sul muro campeggia una vecchia tela con una scritta: “Uomo, più volte rompi l’equilibrio, più lo ristabilisci, e più sei giovane e più sei libero” Gliela indico …

Ti riferisci a quel periodo della tua vita?

Annuisce. Devi sapere che un giorno dei primi anni ’70, davanti ad una grande tela, accidentalmente squarciata, nel silenzio assoluto del mio studio, iniziai a ascoltare i miei pensieri interagendo con essi: segnando e macchiando quello spazio infinitamente bianco e vuoto. Non so quando tempo sia passato. Alla fine avevo davanti agli occhi quanto ancora si vede lì alla parte.

Pensi di aver toccato, fermato, almeno per un attimo, il tuo sfuggente tempo interiore… ?

Scrolla le spalle.

Penso di sì, o almeno lo spero… Ed è così ogni volta …

La tua pittura viene definita tout court pittura astratta, eppure nei tuoi quadri affiorano qua e là elementi figurativi che fanno storcere il naso ai puristi dell’informale e al tempo stesso non appagano gli amanti del figurativo…. Ci spieghi il perché, a volte, di questa scelta che per taluni è ibrida e forse incomprensibile?

Son felice di questa domanda. Cercherò di spiegarlo. Ogni volta che mi accingo a dipingere, la tela mi appare come un spazio bianco, vuoto ed immenso, più delle stesse dimensioni della tela stessa. E così sono preso dal desiderio di intervenire su di essa, ma al tempo stesso sono assalito dalla paura di intervenire: tracciando anche una semplice retta, una linea, perché con essa avrei disegnato l’archetipo stesso di un frammento, di una forma che “venendo fuori, prendendo vita”, assumerebbe una significazione ben precisa, identificabile da tutti e per sempre. Ma così facendo la “chiuderei” nella sua stessa figurazione, rendendola “schiava” del suo significato.

Ti poni, quindi, l’obiettivo di dare vita, respiro autonomo alle forme,forme aperte, che non siano più significante di qualcosa ma che diventino esse stesse significato, referente di se stesse, perdendo così anche la statica rappresentazione figurativa ?

E’ quello a cui aspiro: la mia pittura non deve mirare alla staticità, a “così e per sempre” come inevitabilmente accadrebbe in un’ opera figurativa e allora, istintivamente, la rompo, la frantumo, la tratteggio tra spazi pieni e vuoti che ridanno movimento, emozione, vita. Allora mi assalgono emozioni forti incontrollabili: i colori si affiancano, si amalgamano, si contrappongono, esplodono in grosse macchie, in grossi spazi. Vanno su e giù cercando contrasto, armonia, equilibrio. Alla fine, credimi, sono esausto.

Quale il tuo rapporto con il territorio, la tua città?

Bello, ma non facile. Si sa che il posto più difficile al mondo dove vivere per un artista è proprio il luogo dove sei nato. Non solo per un pittore, ma anche per un musicista, un poeta….

Interrompo

A volte si vien visti quasi come dei fuori di testa….

Ma in definitiva sono soddisfatto. Ho avuto abbastanza consensi e qualificati, ma anche severe recensioni, diciamo, “accademiche” da chi crede di poter pontificare: la mia parola vale più di un’altra, anzi è l’unica importante e vera.

Questo, lo sai, non si può evitare. C’è sempre chi crede di capire più e meglio di altri…

Si, però io dico che se la critica è positiva, va benissimo, ma se si critica per criticare….quasi per partito preso… non è né giusto né intelligente specie per chi critica.

Devi convenire, però, che anche tra gli artisti c’è chi non è che un mediocre pittore e si crede un Pollok!

Dai, cambiamo discorso….

Come avvenne la nascita de “il cortile- centro d’arte e cultura”, in quei primi anni 70? (*)

Per le nostre ore lontane dalle aule universitarie delle nostre rispettive facoltà, pensammo che fosse necessario confrontarci, ascoltare ed essere ascoltati, noi tra noi e con gli altri fuori da noi. Ma non distanti da noi. Volevamo stringerci attorno ad un sogno.

Un sogno con al centro l’arte. L’arte che parte differenziando e differenziando unisce…

Ci voleva un luogo per riunirsi e fu trovato in un importante palazzo nobiliare del centro. Un valido aiuto, ci venne da uno dei proprietari, lo scultore prof. Franco Lorito, più grande di noi per età, ma giovane dentro come e più di noi. Insostituibile esempio di uomo e di artista. E fu cosi che intorno a me e Massimo De Lista, direttori de “il cortile” si strinsero alcuni giovani artisti tra cui il carissimo amico lo scultore Vincenzo Avagliano. E non solo cavesi.

Cosa si faceva al “Cortile”?

Sorride. Si faceva tardi, a volte molto tardi. Si parlava, ci si confrontava, si sognavano personali e mostre con nomi importanti. Che vennero: Schifani, Mirò, Fiume, Brindisi,… perfino alcune pubblicazioni d’arte,…. ma queste cose tu le sai bene. Un doveroso grazie ancora a te e un ringraziamento caloroso al critico prof. Mario Maiorino, che spesso firmava autorevoli testi critici delle nostre Mostre.

E mentre avevi preso ad insegnare, vennero le tue prime mostre, i primi importanti riconoscimenti ………. Quale i momenti più belli, più esaltanti?

Senza dubbio l’emozione per la mia prima personale al Club Universitario Cavese, poi, ovviamente il Premio Mondadori e l’esperienza didattica/artistica vissuta ad Helsinki …

E ora ti accingi a festeggiare i quarant’anni di pittura con questa Mostra Antologica…quarant’anni di vita, del tuo del nostro tempo….

Ritento, ma non cade nel tranello.

Il tempo? Quale tempo….? Devo ripeterti quanto detto prima?

Lascio lo studio. Ha iniziato a piovere. Non ho l’ombrello. Passo per Corso Principe Amedeo, dinanzi all’abitazione dove ho vissuto per tantissimi anni. E’ buio. Le luci fioche mi rimandano indietro nel tempo (o forse saranno state le nostre chiacchiere di poco fa). Mi butto sotto i portici, come facevo allora: il passo è spedito. Forse incontrerò Mimmi Apicella che mi venderà l’ultimo numero de” Il Castello” o Padre Melloni con cui mi fermerò a discorrere su Dante. Ecco, nella penombra dell’ androne del palazzo, in perenne attesa, il “nostro Cortile”….

Cava dei primi anni ’70. Piccola città dal glorioso passato che ancora riviveva in rivoli culturali, più o meno interessanti. Allora nella nostra città si stampavano, e si leggevano, due, tre periodici: “ Il Castello” dell’Avv. Mimì Apicella, ”Il Pungolo” del notaio Filippo D’0ursi e poi “Il Lavoro Tirreno” del giovanissimo Lucio Barone più altre occasionali pubblicazioni. L’immortale struscio serale dettava i tempi dei giovani e meno giovani, ma l’ozio non era pane appagante per chi avesse voluto “alzare la testa” dalle vetuste arcate. Nessun teatro ufficiale, ahimè, a Cava, eppure c’era – e c’è ancora!- un appassionato compagnia teatrale “Il Piccolo teatro al Borgo” diretto da Mimmo Venditti; il cineforum, presso il Convento di San Francesco con l’annessa Galleria d’arte “Frate Sole” dell’ottimo indimenticato padre Malandrino. Non unica: in via Atenolfi, “Il Portico” del futuro editore prof. Tommaso Avagliano e del maestro Sabato Calvanese. E poi, la prime radio private, più di una, e ben due emittenti televisive “Tele Cava “ e Canale 44” dalla vita brevissima per colpa di un maledetto fulmine.

Cava, sera di un piovoso ottobre del 2013 Antonio Donadio

Un libro dimenticato. E’ il 1957. Esce La Badia (di Cava) romanzo per ragazzi edito da Paravia

In una serata di un atipico febbraio quasi primaverile, come facendosi largo tra migliaia di libri, circa 10.000 della mia libreria, si è “offerto” a me da anni ormai lontani. Ecco il romanzo che parla della Badia di Cava che lessi da ragazzo e di cui mi ero del tutto dimenticato. Ma quanti cavesi lo ricordano? E quanti ne ignorano perfino l’esistenza? La Badia. Pubblicato da Paravia reca la firma di Gina Algranati. Una scrittrice napoletana che amò tanto la Badia e la sua millenaria storia tanto da farne mezzo di trasfigurazione letteraria, pagine di narrativa per ragazzi e adolescenti (come si usava dire a quel tempo). Era il 1957. Le vicende narrate si collocano in pieno dopoguerra, nel 1944. Semplice la trama: un ragazzo napoletano, rimasto orfano di entrambi i genitori morti in uno dei tanti bombardamenti che colpirono Napoli non avendo altri parenti, è affidato a una zia che vive al Corpo di Cava come inserviente di un tale avvocato Antonio Marenos, il quale “ricordava spesso e con compiacenza come i suoi lontani ascendenti fossero venuti dalla Spagna con gli Aragonesi, ciò è scritto e conservato nelle “Memorie delle illustri famiglie del feudo della Badia”. E’ facile immaginare come, quasi a guisa di romanzo storico, lo svolgersi della narrazione fantastica s’intreccia con la storia, i luoghi, le atmosfere della Badia e del Corpo di Cava. E marginalmente anche di Cava e Vietri. Il lettore, quindi, assieme al piccolo Franco Gariboldi, protagonista del romanzo, “un ragazzetto fra i dodici e i tredici anni”, va alla “scoperta” della Badia:

La Badia! Franco la contemplava; non poteva non guardarla, distesa com’era, col gruppo degli edifici, per poco meno di mezzo chilometro, tranquilla e raccolta.”.

Un tempo il “Corpo”era una fortezza, con le otto torri e le sue tre porte; e prima ancora la Badia, signora non soltanto del casale, ma di terre e castelli, in luoghi vicini e lontani, conduceva le sue vele nei mari d’oriente, senza pagare né ancoraggio, né dazio, e riportava nel porticciolo di Vietri i sacri arredi d’oro tempestati di pietre preziose, …”.

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E’ da riportarsi senz’altro il racconto della venuta di Urbano II:

Urbano II andò a consacrare la basilica, gli cavalcava accanto il duca Ruggero normanno, figlio di Roberto Guiscardo….Il papa col duca salì per la strada, che tu stesso hai fatto venendo da Cava; era con lui un seguito di cavalieri vestiti d’acciaio e d’oro… Il papa ch’era accompagnato da un seguito brillante, quando fu giunto in quel punto in cui è la chiesa della Pietrasanta, scese di cavallo, e sedette su quella pietra a riposare, e lì tolse i calzari; voleva andar lassù a consacrare la basilica, come in pellegrinaggio; e i pellegrini vanno in penitenza, scalzi”.

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Ma, come detto, si parla anche di Cava e in special modo delle torri longobardi e del gioco dei colombi.

Avete visto le torri piccole che stanno nei casali di Cava? …. Stanno lì da mille anni e più, …Adesso le torri servono al Giuoco. La sentinella c’è, ma per il passo dei colombi! E aspetta…aspetta… eccoli qua! Il fromboliere balza, guarda tra i rami; è come se vedesse in gran quadro della vallata lontana, le reti, distese, e laggiù nel valico apparire come portate sopra il vento leggero, le ali aperte, le colombe selvatiche, la prima… la seconda… a distanza il piccolo stormo…- E’ una! E’ due! … grida il garzone, e i grandi occhi mansueti brillano; prende la fionda e lancia il sasso che imbiancato con la calce ingannerà il volo del bianco uccello e lo condurrà ad impigliarsi nella rete.”

(da Gina Algranati La Badia – Illustrazioni di Alberto Mattoni- Paravia, Torino, 1957)

Ho riletto con particolare emozione e con slancio quasi giovanile questo libro che, nonostante un lessico ovviamente datato, resta ancora di piacevole lettura. Notevole la descrizione della Napoli più popolare, contraddistinta dalla brulicante vita dei suoi mille vicoli fatta di odori, suoni, colori ineguagliabili. La sua autrice, Gina Algranati era gemella di Maria anch’essa scrittrice e poetessa. Oggi entrambe del tutto dimenticate. Il libro ebbe un notevole successo tanto da vincere nel 1957 il Premio dell’Ente Nazionale Biblioteche popolari e scolastiche di Roma. Indirettamente anche un premio per la nostra Badia! Insomma un testo che aggiunge un ulteriore tassello alla già ricca storia della Badia della SS Trinità e di Cava. Sarebbe bello che le nuove generazioni di ragazzi -e non solo- lo riscoprissero. Ma chissà forse sto dicendo qualcosa d’inattuale! 

Gina (Regina) Algranatinata a Roma nel 1886 fu scrittrice e storica, gemella di Maria anch’essa scrittrice e poetessa. Tra i suoi molti libri di storia italiana e in special modo meridionale, ricordiamo: Calabria forte, Trevisini, (1928); Potenza e i suoi dintorni, Sonzogno, (1928); Basilicata e Calabria, UTET, (1929); Ischia, Arti Grafiche, Bergamo, (1930); Pirateria nostrana e avventura del piccolo cabotaggio nel Mar Tirreno ai primi del ‘700, Napoli, (1960). Muore a Napoli nel 1963.

I versi “ nascosti” di Raffaele Avagliano

Succede anche che alla scomparsa di un carissimo amico, tu scopra “qualcosa” di lui che non avevi mai immaginato. Poco più di un anno fa, è scomparso Raffaele Avagliano, noto a Cava, e non solo, come “cantore metelliano” (rimando a You TubeI cantori metelliani” di Livio Trapanese). Un uomo buono, marito e padre di un bel numero di figli, che aveva conosciuto l’emigrazione in Germania e nella nebbiosa terra lombarda di quegli anni sessanta, ma poi aveva deciso, assieme a sua moglie Concetta Adinolfi, di ritornare a Cava, l’amata Cava, dove ha vissuto lavorando presso una nota impresa cittadina. Ti colpivano di Raffaele gli occhi, o meglio, ti colpiva un’inconsueta forza che dagli occhi traspariva, forza dell’immaginare, del sognare, ma soprattutto del prospettare ipotesi per un più giusto vivere naturale e sociale. Credevo di conoscerlo bene, invece, alla sua morte ho scoperto che mi aveva gelosamente nascosto “qualcosa”: un buon numero di aforismi, riflessioni e anche versi che ora si possono leggere in un semplice ma prezioso per pulizia ed esattezza d’intenti, volumetto (Sempre con noi) edito dalla sua famiglia e a cura di Franco Bruno Vitolo. Versi che ho letto vincendo una comprensibile emozione: di quei fogli, di quei versi che ora erano tra le mie mani, Raffaele non me ne aveva mai parlato. Certamente non per timore del giudizio critico dell’”amico poeta”, ma, credo, per un innato senso del pudore. Ecco alcuni suoi versi, queste sue Sillabe di Silenzi.

Spuntano celesti
dal mio petto
prigioniero sillabe di silenzi
ancor timidi.

Poesia che dà il titolo a un florilegio da me curato e inserito nel succitato volume. Ecco, allora, venir fuori il più nascosto, il più intimo Raffaele (“dal mio petto/ prigioniero”) in cui “sillabe di silenzi” spuntano come da un sogno e si fanno, seppur timidi, di cielo (celesti). Una ricerca poetica racchiusa in un unico decennio (1980 al 1889) in cui si evidenziano due fasi di scrittura assai diverse, anche per temi. Nella prima fase, fino all’ottantacinque, si evidenzia un’esigenza di dire, di raccontare attraverso una forma chiara, discorsiva, da prosa poetica, con l’intento precipuo di farsi capire, di trasmettere “qualcosa”, un dettato, un pensiero logico, dal respiro, a volte, persino gnomico. Le figure retoriche, presenti qua e là, appaiono a volte liricamente partorite altre volte organizzate concettualmente. Migliore, più maturi anche stilisticamente, i versi della seconda fase. Brevi, sintetici versi, a volte persino criptici. Alla base ancora il desiderio di comunicare, ma esclusivamente attraverso la trasmissione di sensazioni, sentimenti, stati d’animo in cui il lettore possa ritrovarsi o non ritrovarsi, ma che caratterizzano l’anelito di chi scrive: istituire un legame. Dal soggettivo all’universale laddove il linguaggio diventa pregnante. Essenziale. Una sorpresa, una piacevolissima sorpresa che però lascia l’amaro in bocca per aver potuto leggere solo ora questa sua interessante produzione. E un invito, allora, a quanti “nascondono” versi nei cassetti a condividerli. Non certo per “sentirsi poeti”, ma artefici di un ponte, un ponte assai privilegiato, come solo può essere una poesia che nata dal chiuso di un animo di un solo uomo, cerca altri animi, altri uomini per il suo autonomo cammino vitale.

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“Spicchi di … limone” di Maria Olmina D’Arienzo

Questa volta, le mie due rubriche: “VersiCavesi e “PoesiadelNovecento-I contemporanei“si attengono al tema di Expo 2015, L’Alimentazione correlata, ovviamente, alla Poesia:

  • In “VersiCavesi “: Spicchi di limone” di Maria Olmina D’Arienzo. (Limoni)
  • In “PoesiadelNovecento-I contemporanei “: In vino levitas” di Maria Lenti ( Vino) .

 

Spicchi di … limone” di Maria Olmina D’Arienzo

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Fuor de la muraglia su l’indaco del cielo/canta la nota verde un bel limone in fiore”. Eccolo il limone così cantato da Gabriele D’annunzio. Limone protagonista di un elegante e veramente prezioso libretto. “ Spicchi di … limone” Edizioni dell’Ippogrifo, 2000, corredato da foto della costiera Amalfitana, a firma di Maria Olmina D’Arienzo. Studiosa doviziosamente attenta, tratta di sua maestà, il limone, incontrastato signore della divina costiera, (definita da Goethe e da Strauss, suoi innamorati cantori: “La terra dove fioriscono i limoni”), e da sempre agrume regale oggetto di canto. Si inizia con la “carta d’identità”: da Divisione alla Classe, all’ Ordine al Genere fino alla Specie. Nulla è tralasciato. Ma la parte centrale del libro è riservata al limone nella Poesia. Si va da Carducci, Machado, Lorca fino al grande Eugenio Montale. Chi non conosce questi versi?

[ …]

Quando un giorno da un mal chiuso portone/
ci si mostrano i gialli dei limoni,/
e il gelo del cuore si sfa,/
e in petto ci scrosciano/
le loro canzoni/ le trombe d’oro della solarità.

Sono solo gli splendidi versi finali de “I limoni” non potendo riportare, per ragioni di spazi editoriali, l’intera lirica. Scrive la saggista D’Arienzo: “Nella lirica di Montale si compie la più alta trasposizione simbolica del limone: il suo colore squillante (sottolineo: l’uso forte e pregante della sinestesia, proprio di chi ha cuore di poeta come la scrivente!) e gioioso e il suo profumo capace di infondere un senso di benessere al cuore, travalicando la dimensione poetica, per attingere al mondo stupefacente ed inebriante della musica, all’incanto ed alla magia dei suoni e dei ritmi”. Cosa altro dire? Si elencano poi le proprietà e le virtù del limone; il limone come soggetto artistico: da Beato Angelico ( “Annunciazione “1939-32 circa) a Mantegna, Caravaggio col suo famosissimo “Cesto di frutta “ (1598), poi a Manet, Matisse… Grazie all’autrice di questo dono. In apertura, versi di D’annunzio, chiudiamo con un altro grande poeta, il cileno Pablo Neruda: “Il limone? Raggio della luce convertito in frutto”. (Ode al limone) 

  • Un legame fra “Spicchi di … limone” di Maria Olmina D’Arienzo e “In vino levitas” di Maria Lenti?

Ecco il vino e il limone insieme nella testimonianza di Plinio ( “Naturalis Historia”) : “I citrea – i limoni- si bevono nel vino o essi stessi o il seme come antitodo contro il veleno”. (Citrea contra venenum in vino bibuntur vel ipsa vel semen). Quale connubio più vincente ?

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Maria Olmina D’Arienzo.. Cavese doc, vive a Cava.. Preside del Liceo Marco Galdi della Citta Metelliana, è figura notissima e di grande rilievo culturale in ambito non solo cittadino. Molti i suoi studi e suoi saggi sempre caratterizzati da estremo rigore scientifico e filologico da ricchezza d’interpretazioni analitiche profonde ed originalissime, alla luce di una scelta di vita da sempre improntata nel voler mettere al centro di tutto non il sapere fine a se stesso,ma l’uomo con il suo sapere, i suoi tanti dubbi e le sue poche certezze. 

Una lirica del poeta amalfitano Sigismondo Nastri

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Un mattino d’aprile … ad Amalfi

Ed è in un mattino d’aprile di ottant’anni fa che nasce Sigismondo Nastri, a due passi da noi, ad Amalfi, dietro il “nostro Monte Finestra”. Uomo schivo, riservato, quello che un tempo, si definiva con una sola parola, “un signore”. Professore d’intere generazioni di giovani e da sempre innamorato della poesia. Quella vera. E Acquamorta, da cui è tratta la lirica in oggetto, è la sua opera prima, importante esordio. Esordio maturo: è il 1970 e Sigismondo ha già trentacinque anni. Allora, a quell’età, si era già uomini “fatti”. E di lui si accorge un’importante e autorevole casa editrice del Nord, la padovana Rebellato. Nel suo catalogo annovera fior di poeti. Verranno poi altri libri di liriche, e non solo, per il nostro poeta amalfitano (che mi piace inserire in questa mia rubrica “VersiCavesi” sentendolo “uno dei nostri”: lo sappiamo innamorato della nostra città e amico sincero di molti di noi).

Un mattino d’aprile 

Il candore pieno d’un mattino

d’aprile

il solito tonfo dell’onda

sugli scogli del porto

un respiro leggero d’alghe

un ramo fiorito di pesco che pende

dal muro 

un mattino d’aprile come un altro

ma non sono solo

e divido con te la gioia del sole

appena nato

il fresco della marina

la rosea ebbrezza del pesco fiorito nel giardino

il buongiorno del gallo

e questa luce azzurra profonda dei tuoi occhi.

Sigismondo Nastri

da Acquamorta Rebellato Editore, Padova 1970

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Versi dal respiro pittorico: non immemore è la lezione della Scuola di Posillipo, per chi, come il nostro poeta, nasce con negli occhi il mare e il cielo della divina costiera. Quasi pennellate, leggiadre, armoniche, dal tessuto ritmico intrecciato da rotismi qua e là disseminati : “pieno/ mattino /aprile(vv.1/2)e ancora ”respiro/leggero / fiorito” (vv 5/6) o d’assonanze al mezzo“ tonfo/porto (vv3/ 4) ”. Eccolo il mattino di un giorno d’aprile sbocciare in terra amalfitana: dal mare “il solito tonfo dell’onda/sugli scogli del porto/ un respiro leggero d’alghe (vv 3/5), alla terra “un ramo fiorito di pesco che pende/ dal muro”(vv. 6/7) . Basta solo un semplice ramo di pesco che pende da un muro d’orto (splendida atmosfera montaliana) a regalare la gioia dell’attesa giovanile che preme per esplodere in tutta la sua vitalità: e in aprile regna la prima primavera! E poi ancora elementi naturali partecipi e complici,“la gioia del sole”(v. 10) , il “fresco della marina”(v. 12) e al centro ancora il pesco, anzi “la rosea ebbrezza del pesco” (v.13), col canto di un gallo ad annunziare un giorno diverso da tutti gli altri, dove a splendere su ogni cosa umana è “ questa luce azzurra profonda (v. 15)” degli occhi della donna amata. Delicato verso finale, da climax, coinvolgente e vibrante: è un giorno in cui Aprile, quasi nume tutelare, si fa Amore. E la “divina” è lì a far da incomparabile scena. 

E al poeta Sigismondo Nastri, parafrasando Ungaretti, vadano vivissimi auguri per i suoi splendidi “vent’anni per quattro “.