cultura & sociale

 

CAVA DE’ TIRRENI (SA). La scomparsa di Ugo Mughini, già Dirigente Agesci e Mani Amiche, scout della Vita e partigiano della solidarietà

Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce: così recita il vecchio, amaro e realistico adagio.

Vi si intonano pienamente la figura e la persona di Ugo Mughini, scomparso all’età non avanzatissima di settantacinque anni, presso l’Ospedale San Leonardo di Salerno, dopo una lacerante odissea post operatoria di circa due mesi, tristemente solitaria, come purtroppo in questi dolorosi tempi di pandemia succede anche a chi col Covid non ha niente a che fare.

Ugo non faceva rumore, ma costruiva “foreste” solide, ora seminando ora facendosene albero dalle radici “armate”. Le costruiva con la forza di una personalità granitica e con l’energia di un’identità etica a prova di piccone, plasmatasi alla luce dei valori più alti del Cristianesimo militante e cementata da un senso del dovere “kantiano”, il tutto iniettato dalla crescita in Seminario, dagli studi classici presso il Liceo “Marco Galdi” di Cava de’ Tirreni, da una formazione culturale rigorosa e di ampio respiro, che traspariva già dal suo linguaggio, colto, raffinato, a volte altisonante, ma sempre preciso ed efficace. E, nel suo retroterra, come dimenticare la vicinanza ad una generazione ruggente, paladina della Cultura e sognatrice di un Mondo Nuovo? Quella stessa generazione di cui suo fratello Achille, storico leader politico di sinistra, è stato protagonista e anche “giardiniere”, nel territorio e non solo …

Già in gioventù Ugo Mughini nella “sua” Cava de’ Tirreni cominciò a piantare “semi di foresta”, come militante, come dirigente, come “testimone”, nell’ambito dell’Azione Cattolica, dell’attività Diocesana e in particolare dell’Agesci dei boy scout e delle guide.

Proprio la divisa dei baldi giovani di Baden Powell ha tracciato per tutta la vita solchi profondi su di lui e gli ha permesso di tracciarne di altrettanto profondi.

Non a caso nel corso della cerimonia funebre don Francesco Della Monica ha delineato la sua figura umana e sociale proprio attraverso la Legge degli Scout. Come è noto, essa chiede di: porre l’onore nel meritare fiducia, rendersi utile agli altri, amare e rispettare la natura, comportarsi con cortesia verso il prossimo, comportarsi con amicizia e cortesia verso tutti e spirito di fratellanza verso i commilitoni, saper sorridere e cantare anche di fronte alle difficoltà, saper rispettare i ruoli gerarchici, essere laborioso, economi, puri di pensieri, parole e azioni.

Un ritratto del tutto congruente. Chi ha conosciuto Ugo ha visto in lui uno “scout della vita”, spinto dalla convinzione che i valori scout fossero quelli giusti nella vita.

Perciò è sempre stato scout, dalla prima giovinezza alla pensione, e oltre. Ma intanto aveva costruito un’altra foresta solida nel suo lavoro di ragionieristica precisione amministrativa, svolto prima come funzionario IRI. e poi in privato, fondando la Società Italgenio e offrendo prestazioni sempre affidabili relative alla gestione di condomini, contratti assicurativi, contabilità varie, e via dicendo.

Questo comunque era un lavoro tecnico individuale, ma Ugo Mughini non rinunciava, non ha mai rinunciato alla sua proiezione nel sociale. Ci piace ricordarlo, come un protagonista della meritoria azione quasi trantennale di Mani Amiche, vale a dire uno dei fiori più profumati del volontariato civile, impegnato nel supporto al trasporto dei malati e nel sostegno materiale verso cittadini in emergenza fisica. Ricordo con piacere la passione e la competenza con cui coordinò, in occasione del ventennale, il Concorso poetico, letterario e artistico legato alla figura dell’indimenticabile presidentissimo Antonio Lodato. Ricordo con emozione la gioia con cui donarono un’autoambulanza ad un paese gemellato africano, arricchita dalla soddisfazione di essersi procurati un’altra macchina supero moderna.

Ugo era così: quando prendeva un impegno, lo faceva “suo” e nello stesso tempo si scioglieva generosamente nel collettivo, con un profondo senso della comunità.

Nel definire la sua navigazione sociale, però, non bisogna mai prescindere dalla sicurezza, dal calore e dall’affidabilità che gli derivava dal porto di partenza, cioè dalla dimensione familiare, che era l’altare della sua anima, la sua “foresta” più cara. Una foresta carica di frutti, seminata e rafforzata insieme con la carissima moglie Marisa Avagliano (docente di lettere, anche lei portatrice sana e formatrice di spina dorsale …) , la densa e colorata “Luna curiosa” degli scout, conosciuta e amata già ai primi tempi da esploratori e poi diventata la sua carissima compagna della vita, sinergica alleata nella costruzione di una famiglia basata su valori e ruoli che vengono da lontano e nello stesso tempo capace di guardare e lanciare lontano. E ne sanno qualcosa i figli, Rolando, Manuel e la stessa Miriam … ne sanno qualcosa gli altri familiari … ne sapranno qualcosa anche i dolci e cinguettanti nipotini, oggi Passerotto, Usignolo e Chicco di caffè, ma domani aspiranti aquile, grazie anche ai lanci dei nonni seminatori.

La forza della famiglia rende ancora più lacerante e “senza parole” il dolore del lungo distacco “senza parole”. E sono proprio quelle non dette le parole che pesano di più, come ha affettuosamente osservato la figlia Miriam alla fine del rito funebre. Un vuoto paradossale in rapporto ad un uomo che “di parole ne aveva sempre avute tante” e di tutti i tipi …

Forse, sarà proprio questo silenzio forzato il terreno su cui fiorirà in futuro la presenza di Ugo. Forse, accadrà quanto evocato dalle emozionanti e liriche parole del poeta Rugolo:

L’amore, negato, offeso,
fuggì senza allontanarsi,
ritornò senza essere partito,
perché la memoria potesse ricordare
e le parole avessero un senso
e i gesti una vita
e i fiori un profumo
e la luna una magia. Così, mentre il tempo moriva,
restava l’amore…

Nulla potrà cancellare il dolore della mancanza, così lacerante e quasi repentina, ma il valore e i valori e l’eredità d’affetti che Ugo ha lasciato sono stati tanto forti che la sua presenza in vita non potrà mai trasformarsi in assenza dopo la vita.

Passi pure il tempo, poi il dolore di oggi sarà il segno della felicità di ieri … e il cuore ricomincerà a respirare … e comunque resterà l’Amore, a creare nuove foreste …

CAVA DE’ TIRRENI (SA). In attesa di tempi migliori, le poesie della “Giara” pubblicate sul sito del Comune e inserite in un Videolibro dalla Biblioteca Comunale

Se è vero, come è vero, che le biblioteche sono i granai dell’anima, come diceva Marguérite Yourcenar, la nostra Biblioteca Comunale di Cava de’ Tirreni, sempre viva nonostante i diffusi boccheggiamenti del Libro e della Cultura, si sta esercitando a creare un suggestivo e stimolante silo. Anzi, un sito. O meglio, un silo in un sito…

Oltre alla sua funzione quotidiana, purtroppo sospesa per l’emergenza corona virus ma pronta a “ri-scattare” ed a “riscattarsi” appena possibile, si è attrezzata per iniziative che tengano viva l’attenzione sulla produzione culturale in generale e su quella creativa legata al territorio. Tra queste, per mantenere vivo e pieno il “granaio”, la nostra Biblioteca, su idea di Annamaria Armenante e con supporto pieno dell’Amministrazione Comunale, due anni fa ha creato “La Giara – Raccolta e antologia di poeti metelliana”.

Una giara vera, di quelle che contenevano alimenti solidi e liquidi da conservare. Nella Giara metelliana, l’olio e il grano della mente, cioè le poesie.

Il contenitore è stato messo nella Sala del Consiglio di Palazzo di Città, predisposto per accogliere a bocca aperta i versi prodotti a Cava e dintorni. Ed è stato subito un bel successo. Circa centocinquanta le opere raccolte il primo anno da una gamma di autori di tutte le età e formazione sociale: settanta di queste sono poi state pubblicate in un gradevole opuscolo presentato a Palazzo di Città il 21 marzo 2019, per celebrare nel modo migliore la Giornata Mondiale della Poesia. E fu una manifestazione ricca di presenza, di emozioni, per un’iniziativa che, per dirla con il Sindaco Vincenzo Servalli, è un’ulteriore dimostrazione di come il Palazzo di Città possa e debba essere la Casa Comune, non solo per la burocrazia ma anche per cementare l’identità collettiva e stabilire un ponte tra le generazioni. Una Casa Comune che ha sempre bisogno di un’anima: e la nostra poetica e originale Giara è tutta energia sul vento di quest’anima.

Dovevano rinnovarsi la pubblicazione e la presentazione anche quest’anno, ma il virus ci ha messo lo zampone…

Ma… perché scoraggiarsi? La Biblioéquipe, composta operativamente da Mena Ugliano, Federica Clarizia e Gaetano Guida e con la collaborazione del sottoscritto scrivente, in attesa della primavera autunnale, quando si spera tornino a fiorire gli incontri pubblici, non solo non ha rinunciato alla pubblicazione, ma l’ha fatta doppia!

In un primo tempo, l’opuscolo in attesa di stampa è stato pubblicato sul sito comunale https://www.sfogliami.it/fl/194516/gns4rk6qucj1yy2q2d863v74s62vbpbz, invitando alla lettura con un sensuale “Sfogliami…”, poi sul sito Face Book della Biblioteca Comunale si è aperta la gestione di un Bibliovideo, con la possibilità, per i poeti inseriti nell’opuscolo ed anche per qualche gradito “ospite”, di inserire un filmato con la propria poesia inclusa nel libro e la lettura personale, oppure con il supporto di un occasionale “prestafaccia e prestavoce”. Gli inserimenti sono graduali, ma intanto la Videogiara comincia felicemente a riempirsi. Per ora, vi troviamo i versi di Lucia Antico, Lucia Criscuolo, Guglielmo Cirillo, Teresa D’Amico, Antonio Di Riso, Paolo Gravagnuolo, Mariano Mastuccino, Silvana Salsano, Stefania Siani, Pina Sozio,… ma tanti altri sono in arrivo e saranno inseriti nelle prossime settimane.

È una piccola, ma significativa parte dell’intera pubblicazione, forte anche questa di circa settanta poesie in lingua italiana e napoletana. È l’apertura di una finestra ribollente di colorate emozioni sull’anima metelliana.

È una proposta innovativa, che fa circolare cultura e comunicazione letteraria e umana, getta semi di condivisione e nello stesso tempo tiene caldo il fuoco sotto la cenere, per evitare che il distacco sociale si traduca in un distacco del sempre illuminante filo della luce poetica.

E l’insieme, per dirla con il Vicesindaco Armando Lamberti, è anche un ulteriore passo in avanti nella crescita collettiva e nel rafforzamento della nostra identità, un’iniezione di forza interiore, perché la poesia ci rende più comunicativi, più forti… e più sorridenti. Perciò con questa iniziativa ci auguriamo di non dimenticare il sorriso, anche di fronte alle tante avversità che stanno incombendo sul nostro mondo. E possa essere, questo sorriso della poesia, un piccolo, ma intenso raggio di sole per noi tutti”…

Per tali motivi, quando, nella già auspicata primavera autunnale, presenteremo anche il cartaceo, il nuovo opuscolo non sarà un “neonato” appena privato del cordone ombelicale, ma un bel “ragazzone” con un cordone ombelicale lungo cinque mesi ed ancora fremente di fermenti vitali.

E sarà il giorno del bilancio, ma anche del rilancio verso l’edizione 2021, che ci auguriamo di cuore che si possa svolgere regolarmente il 21 marzo e dintorni, quindi in una primavera non più autunnale, ma finalmente primaverile…

Oltre ad aver citato i promotori, ci sembra giusto anche dare almeno un nome agli “attori” dell’iniziativa, cioè ai poeti che hanno offerto il loro contributo. Eccoli, divisi nelle tre sezioni di ripartizione del libretto.

In lingua italiana: Maria Alfonsina Accarino, Giovanna Alfano, Giovanna Alfano Silvestri, Marisa Annunziata, Lucia Antico, Annamaria Apicella, Annamaria Armenante, Francesco Coppola, Lucia Criscuolo, Teresa D’Amico, Antonio Di Marino, Franziska Dura, Vincenzo Ferrara, Mariano Mastuccino, Antonietta Memoli, Matteo Monetta, Antonio Monte, Manuela Montefusco, Biagio Napolano, Anna Nunziante, Emanuele Occhipinti, Oriana Palumbo, Angela Pappalardo, Luisa Pianese, Rita Pepe, Anna Pisapia, Prisco Pepe, Rosanna Rotolo, Mariarosaria Salsano, Silvana Salsano, Annamaria Santoriello, Mario Senatore, Stefania Siani, L.V., Cesareo Vitale.

In lingua napoletana: Alfonso Apicella, Alessandro Bruno, Guglielmo Cirillo, Lucia De Santis, Pinuccio Pisapia, Ciro Longobardi, Maria Pia Lorenzo, Carla Pappalardo, Michele Porfido, Pasquale Senatore, Francesco Senatore, Franco Bruno Vitolo.

Sezione giovanissimi: Nicola Di Falco, A. Celano, Roberto Cosimato, G.Lamberti, F. Sorrentino, Ciro Sarno, Giuditta Lamberti, Benedetta Bisogno, Paqualina Fariello, Martina Apostolico, Ilaria Basile, Giulia Califano, Martina Mammato.

CAVA DE’ TIRRENI (SA). La scomparsa di Aldo Masullo, un grande della Cultura nazionale, carissimo concittadino onorario dei cavesi

Tra le tante care persone che in questo sconvolgente tempo del coronavirus ci hanno lasciato ed alle quali non abbiamo potuto dare il giusto saluto, si è aggiunto nei giorni scorsi uno degli intellettuali più importanti della cultura italiana della seconda metà del Novecento, cioè il filosofo napoletano Aldo Masullo.

La sua scomparsa, avvenuta alla veneranda età di novantasette anni, riguarda direttamente noi cavesi, perché, non dimentichiamolo, sei anni fa abbiamo avuto l’onore di proclamarlo nostro concittadino onorario. E ne avevamo ben donde, perché Masullo tante volte negli ultimi anni è stato a Cava, ad illuminarci con la luce del suo pensiero, sempre lucidissimo, e col calore della sua amicizia.

A fare da gancio, il nostro Paolo Gravagnuolo, una delle luci più vivide della nostra Città, che da quando ha fondato il Centro Studi “G.Filangieri”, feconda fucina di pensiero e ricerca, ha stabilito con Masullo un ponte di comunicazione costante e ne ha fatto una delle sue stelle polari. Ma il rapporto veniva da lontano, da un’amicizia di famiglia radicata negli anni. E allora, in ringraziamento a Paolo per avercelo “donato” ed in omaggio a Masullo per essersi “donato” a noi, ci sembra cosa buona e giusta riportare qui un estratto delle dichiarazioni di Gravagnuolo, fatte a cuore caldo nelle ore immediatamente successive alla notizia della sua scomparsa e in parte già pubblicate sulla stampa locale.

Ecco il testo della dedica redatta di suo pugno da Aldo Masullo sul Libro d’oro del Centro Studi “Gaetano Filangieri” di Cava de’ Tirreni:

La cultura è la condizione di ogni speranza di rinascita. L’incontro con gli amici del Centro Studi “Filangieri” è un momento promettente di questa riapertura alla speranza. Sicuro della sua creazione, lascio il mio fervido augurio, Aldo Masullo.”

Era la prima di numerose volte in cui ci saremmo incontrati a Cava, anche se l’avevo conosciuto negli anni indimenticabili trascorsi a Napoli: oltre alle conferenze ascoltate spesso in prima fila in vari contesti di cultura, avevo trascorso un paio di mattinate nel soggiorno della sua luminosa casa in viale Michelangelo al Vomero.

Avevamo quasi l’identica distanza di età che mi separava da mio padre Alfredo, suo amico ed estimatore da lui a sua volta stimato. Anche con mio padre il rapporto era giocato sul duplice piano del Maestro-allievo, insieme a quello dell’amico.

Per la formazione di mio fratello Luigi, laureatosi in
Filosofia, era stato un punto di riferimento ineludibile.

Ha raggiunto la luce un grande uomo a poche ore dal 25 Aprile, che lui interpretava come una Festa non divisiva.

Forse avrà sorriso di questa coincidenza e avrebbe detto: “Non temete, non avevo intenzione di assumere su di me tutte le luci dei riflettori. Pensate piuttosto a resistere per dare di nuovo spazio alla fiducia nella vita e nei contatti umani”.

Arrivederci, mio carissimo amico.

Carissimo amico, certo, ma anche grande figura di riferimento dell’intera cultura nazionale. Oltre a numerosi scritti filosofici, oltre all’attività fecondissima come Direttore del Dipartimento di Studi Filosifici dell’Università di Napoli, è stato verso la fine del secolo scorso più volte senatore della repubblica e anche parlamentare europeo. E aggiungiamoci i suoi innumerevoli interventi su questioni filosofiche, etiche e di stretta attualità sia sui giornali e sulle riviste che in televisione e in pubbliche conferenze…

Insomma, un grande della Cultura e della comunicazione, che noi abbiamo avuto la fortuna di “goderci da vicino” in quegli anni di ponte fecondo con il Centro Filangieri.

Ogni volta che avevamo piacere di ascoltarlo, rimanevamo sempre tutti incantati ed ammirati dalla lineare chiarezza con cui egli infiorava concetti ed idee ad alto tasso di profondità, dalla passione con la quale difendeva e propugnava i più alti valori collegati alla dignità, alla fratellanza, alla democrazia ed all’intelligenza umana. Nonostante l’età particolarmente avanzata, parlava in piedi, dritto come il suo intelletto, a volte anche per quasi un’ora e senza mai perdere né far perdere il filo del discorso. Come dimenticare, ad esempio, quando venne al Social Tennis Club, sempre invitato dal Centro “Filangieri”, a parlare di Giordano Bruno, maestro di anarchia, in rapporto al suo ultimo libro, incentrato su quel filosofo nolano che era una delle stelle polari del suo pensiero ed uno dei simboli più alti della dignità umana violata? Come dimenticare la “bellezza” del ragionamento di attualizzazione che egli ci fece in quell’occasione?

Per capire Bruno, ci disse, dobbiamo capire il suo tempo così come egli lo pensa e lo descrive, ma dobbiamo renderci conto che comunque nell’incontrare i pensieri del tempo di Bruno noi ragioniamo secondo i pensieri del nostro tempo e quindi l’esercizio di comprensione deve risultare coscientemente dal confronto tra i suoi pensieri del suo tempo e i nostri pensieri del nostro tempo. La chiave di volta che ci prospettò fu il concetto di crisi radicale: quella del tempo di Bruno, in cui stava nascendo la modernità, e quella del nostro tempo, in cui la modernità sta estinguendo la sua spinta in avanti. Nei momenti di crisi il pensare autonomamente, non conformisticamente e neppure in modo politicamente corretto, anche a forte rischio personale, è una chiave culturale vitale. Bruno lo ha fatto, noi stiamo nelle condizioni di farlo, perciò Bruno è compagno di tutti noi. Ma lo è anche nella sua esaltazione della dignità del singolo attraverso l’intelletto, di cui ognuno di noi è portatore sano. Per questo siamo tutti potenzialmente liberi, ma la nostra libertà non avrebbe senso se non nella Comunicazione e nelle irrinunciabili Relazioni sociale, in cui è necessario che continuiamo ad essere liberi, pur all’interno dei ponti che ci legano a tutti gli altri. Valga al riguardo la regola delle Tre C: Convitto, Communione, Concordia.

Chiare, in questi concetti, le profetiche anticipazioni delle dottrine illuministiche, coinvolgente soprattutto il legame, nel nostro pensiero del nostro tempo, con la necessità dei diritti umani…

Bellissimo! E, di fronte a lui mentre parlava, noi, a bocca e a mente aperta…

Ha parlato fino alla fine, il nostro Masullo. Ha parlato anche di questi svanganti tempi del coronavirus, in un’intervista telematica del 26 marzo scorso su “Napoli notte”, in cui, oltre ad esprimere il disorientamento di tutti ed a denunciare i tentennamenti di chi ci guida, preannunciò il dramma economico sociale che oggi stiamo cominciando a vivere in tutta la sua sconvolgente pericolosità: La preoccupazione è forte…. Le tempeste economiche possono essere più distruttive della guerra stessa, rendere feroci le vite dei popoli… Il contagio irrompe su una situazione già critica. Gli ultimi anni hanno segnato una rottura, sono venuti meno vecchi capisaldi sociali, anche rapporti politici. Soprattutto l’Occidente è da tempo in una crisi dove alla rottura dei vecchi modi di essere non corrisponde neanche un controllo del nuovo: fra il “come eravamo” e il “come saremo” è una navigazione a vista. Dobbiamo pensare a come riprenderci, ma una prefigurazione attendibile non si può fare. Ecco perché si parla di “cigno nero” o tempesta perfetta. Il virus rischia di trasformare le rotture col passato in una unica grande mazzata per l’umanità.”…

Erano già una mazzata quelle parole, che ci facevano ancora più male perché si aggiungevano alle ferite taglienti di ogni giorno inferte dal virus. Sono ancor più una mazzata oggi. E sta a noi ammortizzare le mazzate ricevute e renderle meno dolorose.

A contribuire in tal senso, non più la parola diretta, ma certamente il pensiero e i valori del nostro grande filosofo.

Caro Aldo, cercheremo di essere degni delle tue parole. Grazie di tutto… e che ti sia lieve la terra …

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Gerardo Canora: una vita in prima fila, un libro di storia metelliana, un cittadino da non dimenticare

Un anziano che muore è un libro di storia che brucia: così recita un antico proverbio africano, buono e giusto, valido sempre, sia per la trasmissione orale di ieri che per quella tecnologica di oggi.

Da questo punto di vista la scomparsa di Gerardo Canora, avvenuta l’11 aprile scorso alla veneranda età di novantasei anni, è il bruciare non di un solo libro, ma di un’intera libreria, oltre a significare la “partenza” di una persona cara, che per la sua vitalità, per l’attenzione alla vita sociale, per il calore della sua presenza ha lasciato una scia di amicizia e di affetto che va ben oltre la sua vita.

Canora ha attraversato in prima fila un secolo di storia cittadina, cominciando dai tempi in cui è stato testimone diretto, oltre che delle ben note vicende del Ventennio (e partecipe, data l’età, alle varie attività littorie legate alla formazione fisica dei giovani), anche degli anni drammatici della Guerra.

E il suo tempo lo ha attraversato non dai margini, ma dal cuore delle istituzioni.

Era infatti impiegato comunale già nel 1942 e, ai tempi dello sbarco, offrì i suoi servizi alle Forze Armate alleate, per poi rientrare in Comune stesso nel 1945 nell’Ufficio Ragioneria.

Ricordo che, quando mi raccontò personalmente questo difficile e travagliato passaggio, si soffermò sulle reazioni delle persone al momento della caduta del Fascismo ed in particolare sulla frenesia di alcuni nel gettare stemmi e nascondere divise e oggetti compromettenti da parte di alcuni che sembravano incrollabili e appassionati attivisti. Mi sottolineò che il piacere per la fine della dittatura fu attutito da questo disvelamento delle ipocrisie umane, concludendo, al termine di un’ora di quasi ininterrotto ed affascinante caminetto, che poi aveva capito l’importanza dell’indulgenza senza ergersi a giudici inappellabili. “Anche Pietro rinnegò tre volte Gesù Cristo, ma poi Dio stesso l’ha voluto papa”, concluse con un accentuarsi del suo amabile sorriso. E aggiunse che lui personalmente, pur sentendosi vittima delle tante forzature del regime, si era sempre consolato con la forza dello stare insieme e poi, seguendo la bella idea manzoniana, con la discrezione del’essere “vergin di servo encomio e di codardo oltraggio”.

Questa bellezza dello stare insieme, della partecipazione alla vita di comunità, lui stesso, democratico e cristiano nel cuore e nella mente, ha continuato a viverla e finalmente ad esaltarla poi negli anni successivi, a cominciare dai tempi turbolenti che portarono alla supervittoria DC alle elezioni del ’48, tanto da essere citato da Mario Avagliano nel suo libro sull’argomento e da essere invitato in Comune a raccontare la sua esperienza il 23 febbraio del 2018, nel giorno della presentazione ufficiale, insieme con quell’altra pagina di storia cavese che è Gaetano Panza.

La sua apertura fraterna alla mano tesa gli permise poi di diventare Segretario Ragioniere dell’ECA, l’Ente Comunale di assistenza, che a sua volta coordinava l’attività di oltre cinquanta enti da esso amministrati. In questa veste ebbe l’incarico di gestire gli aiuti alle famiglie colpite dalla terribile alluvione del 1954, quando “le nostre montagne scesero nel mare”.

Ho visto tanti casi di dolorosa povertà, ho negli occhi le scene dei sopravvissuti di Molina che faticosamente risalivano la china con i fagotti delle poche cose a loro rimaste… come si fa in questi casi a non avere la mano tesa già nel cuore?” Così più o meno raccontava, mentre negli occhi, pur nella sua compostezza di sempre, scendeva un velo leggero di umida lucidità.

La sua era stata un’esperienza umana ed amministrativa di quelle che non si dimenticano, una cassaforte a disposizione della collettività. Una cassaforte che egli poi ha potuto riaprire nel corso di un’altra tremenda crisi, quella legata al terremoto dell’80, ai tempi in cui nacque in Italia la Protezione Civile, presieduta da Giuseppe Zamberletti, di cui proprio Gerardo Canora fu il referente diretto nella nostra vallata, essendo stato nel frattempo nominato Caporipartizione dei servizi sociali, culturali e del tempo libero, carica ricoperta fino al pensionamento nel 1989. E possiamo immaginare quante altre perle lui abbia allora

immagazzinato e poi utilizzato grazie a quella preziosa collaborazione a stretto contatto con le istituzioni nazionali…

Ma questa di cui abbiamo parlato era solo una Sezione, quella più professionale, della “libreria” di cui Canora era portatore sano…

Non dimentichiamo infatti che egli nel 1962 è stato fondatore e fino al 1984 Presidente della Sezione metelliana del CSI (Centro Sportivo Italiano), carica che poi lasciò per entrare nel Collegio dei probi viri nazionale a Roma. Egli ha rappresentato quindi un principio attivo per la crescita fisica e la formazione etica di una gran bella fascia di giovani cavesi, tra i quali il sottoscritto, allora rampollo della squadra di tennis tavolo cittadina. Con la sua presenza attenta intrisa di rassicurante discrezione e con il suo carattere cordiale, calmo e disponibile, rappresentava per tutti noi un paterno punto di riferimento e nello stesso tempo il rassicurante sorriso delle istituzioni. E dire che non era facile la gestione del pionieristico CSI, per i pochi mezzi a disposizione e le insidie di una sede arrangiata come l’ex carcere in Corso Umberto I. Ma era già bello esserci, ed essere guidati da uno che ci sapeva fare e che, come raccontava divertito, si era progressivamente saputo allargare proprio in quella sede arrangiata, affidatagli dal Sindaco Abbro con l’impegno di una sola stanza e di pronta restituzione, ma anche con l’ammiccante e sorridente viatico sottinteso del “fai come ti pare, mi fido di te…”

E in ambito sportivo, come possiamo dimenticare quanti eventi , quante partite, egli ha raccontato nelle sue cronache giornalistiche su La Voce di Salerno o sul Mattino o sulla Gazzetta rosa?

Dello sport, oltre all’attenzione da spettatore, egli aveva profondamente introiettato la logica dell’importanza di scendere comunque in campo. Per questo, anche superati gli ottanta anni, non si è fermato nella sua dimensione di cittadino attivo.

Lo sanno bene gli amici del Sacrario Militare, di cui è stato Vicepresidente accanto a quell’altra grande pagina di storia che è Salvatore Fasano.

Lo sanno bene gli amici del Comitato speciale per l’Ospedale di Cava, per la cui salvezza si è messo con loro in prima linea.

Soprattutto, lo sanno bene gli Amici della Terza Età Antico Borgo, di cui quasi fino alla fine della sua vita è stato l’amato presidente, affiancando il figlio Angelo, degno continuatore della sua opera. Ne ricordo bene la felice emozione quando lo presentava sul palco, dopo una manifestazione ufficiale: era il padre diletto del quale si era compiaciuto, i cui valori, insegnati in famiglia a lui e alla sorella Giovanna, era ben lieto di far camminare e trasmettere.

Lo sa bene il Sindaco Marco Galdi, che nel 2012 ha giustamente deciso di assegnargli il titolo di Benemerito in riconoscimento del contributo costante da lui sempre dato alla vita della Città.

Gerardo Canora se ne è andato in silenzio e nell’amara solitudine dei tempi di pandemia. Se ne è andato con la tacita tristezza di una stella cadente, lui che era nato proprio il 10 agosto, lui che avrebbe meritato ben altro tributo.

Ma ci sarà tempo, speriamo, per rimediare. E magari contestualmente si potrà anche istituire il Libro della memoria, da lui tante volte auspicato, con i ricordi dei nonni raccolti dai nipoti, a costruire un gran ponte di identità attraverso le generazioni. Sarebbe un modo significativo di fissare stabilmente tutta la luce della sua “stella cadente”. Ma forse per quello la sua figura di padre, marito, cittadino, professionista è già sufficiente per garantirgli un posto in prima fila nel nostro Paradiso più vicino e concreto, il verde Paradiso della memoria.

Ciao, caro Gerardo e, a nome di tutti noi cavesi, grazie di tutto!

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Fascinoso e suggestivo il “Ritorno a Itaca” del Gruppo “Arte Tempra”.

Ma … stagione tarpata. E ora siamo noi ad aspettare il “ritorno ad Itaca”.


Le evocazioni del titolo, la forza dei personaggi e delle idee, le morbide e spettacolari suggestioni sceniche, il filo potente di una cultura giovane di duemilacinquecento anni fa che ancora oggi parla e insegna. Eccole, le belle coordinate di Ritorno a Itaca, quello che doveva essere solo il terzo spettacolo della stagione teatrale di Arte Tempra e che invece, salvo miracoli difficilmente prevedibili, ne rimarrà come l’agrodolce canto del cigno, datato febbraio 2020 presso l’Auditorium “De Filippis” di Cava de’ Tirreni.

Le coordinate di cui sopra non sono una somma, ma un prodotto. Sono elementi fortemente collegati tra loro, grazie anche alla regia e alla sceneggiatura funzionali e “ricche di anima” di Renata Fusco e Clara Santacroce.

Itaca nel mito antico è l’isola di Ulisse, della sua speranza e del suo ritorno a casa; nella cultura moderna, per dirla con il grande Costantino Kavafis, è il pensiero costante, la ragione e la meta del bel viaggio di ognuno di noi, è il luogo che ci attende “ricchi dei tesori accumulati per strada”. Ricchezze e tesori tutt’altro che materiali, ma carichi del senso stesso che nel cammino ha assunto la nostra esistenza. Perciò Itaca siamo noi, così come Ulisse è l’uomo nella sua odissea e nelle sue esplorazioni esistenziali.

Il “ritorno ad Itaca” dello spettacolo è perciò una specie di “richiamo della foresta”, è la voce delle radici specifiche di tutta la nostra civiltà e nello stesso tempo l’epopea universale della condizione umana e sociale. In questa chiave abbiamo particolarmente apprezzato il lungo e coraggioso “corridoio” iniziale, prefigurazione del “salotto” centrale: parole al minimo, movimenti lenti e solenni, una plastica scena di ondeggianti veli ora composti ora scomposti, immagini in dissolvenza e sovrapposizione della Grecia classica e di quella moderna, musiche elleniche del presente provenienti da lontano e proiettate lontano l’accenno di un pallone che in tutto lo spettacolo passerà tra le mani e forse attraverso i tempi, illuminate cromie oscillanti tra il bianco della purezza di un “paese avido di innocenza”, il rosso delle ataviche passioni di sempre, l’azzurro fiammeggiante di un mare primattore che tanto parla e tanto ha raccontato.

Dal “corridoio” al salotto il passo è stato breve e logico. E ci siamo trovati di fronte a quelle grandi figure della tragedia greca che rappresentano il paradigma della storia di sempre.

Giustamente, la prima è stata Antigone (una forte e determinata Danila Budetta), colei che affrontò la condanna a morte secondo le leggi degli uomini pur di effettuare la giusta, ma vietata sepoltura del fratello Polinice, che aveva aggredito da nemico la natia Tebe, dove era stato generato dall’amore incestuoso di Edipo e Giocasta. Da quel tempo lontano e dopo che Sofocle l’ha immortalata, Antigone è il simbolo non solo della ribellione giusta contro il potere ingiusto e/o “autodeificante” (qui impersonato dallo stentoreo Creonte di Carmine Squitieri), ma anche della donna che lotta per i diritti suoi e per la dignità della persona. È il simbolo della capacità di non avere paura di aver coraggio, quella paura che aveva frenato la sorella Ismene (una efficacemente “fragile” Martina Cicco) e che frena intere masse e milioni di singoli, è il grido dei valori assoluti, delle leggi divine (tra cui la sacralità dei defunti) contro la relatività di quelle umane e “politiche”.

È il potere del segno che si contrappone al segno del potere. E, ci sia consentito, per noi cavesi è anche qualcosa in più, per la presenza nella nostra storia di quella particolare Antigone che è stata Mamma Lucia, che a suo tempo ha rischiato la vita e la reputazione ed ha donato energie e patrimonio pur di restituire alle famiglie i corpi di oltre seicento soldati tedeschi, nemici ma “bell’ ‘i mamma”.

E come non considerare universale la figura e il dramma di Medea, che, abbandonata da Giasone (eroe antieroe nell’interpretazione di Francesco Donnarumma) dopo che ha rinunciato a tutto per aiutarlo a recuperare il vello d’oro, si vendica facendo morire la principessa che egli intende sposare e poi “gli” uccide i figli davanti agli occhi, vivendo lei stessa il dramma di moglie tradita e madre assassina. Un mostro? Non sarebbe stata una delle donne più evocate dalla letteratura e dal teatro….

Innanzitutto, e tale è apparsa anche nell’intensa e come sempre convincente interpretazione di Giuliana Carbone, in linea con la visione euripidea, pur rimanendo in ragione del suo sesso un “ambiguo malanno”, è comunque una donna “usata e gettata”, ferita profondamente nei suoi sentimenti, nel suo orgoglio e nella sua dignità, per cui diventa l’immagine vivente di quanto e come il male generi male, di come chi è oppresso possa poi passare nella schiera degli oppressori. E poi, è una straniera… e come tale considerata facilmente emarginabile…

E che dire di Ecuba, incarnata da Brunella Piucci come una statuaria e maestosa regina del dolore, dopo essere stata sovrana di un mondo? E di Andromaca (la dolente e appassionata Vivian Apicella), moglie amata dell’eroe Ettore e madre del piccolo e dolce Astianatte, scivolata nell’abisso della schiavitù e trafitta dalla perdita, pur se eroica, del marito, e dalla svangante uccisione del figlio? E di Cassandra (un’incisiva Carolina Avagliano), principessa e triste profetessa di sventure, un tempo desiderata da Apollo e ora destinata a vivere “alle ginocchia di Agamennone”? Sono loro, le euripidee Troiane piangenti sulle rovine fumanti della loro patria e in procinto di vivere ore tremende da profughe e da schiave. Sono il simbolo eterno dei popoli oppressi e smembrati, privati di tutto, tranne che della memoria e della disperazione del ricordo e della nostalgia. Nei secoli, non saranno le arroganze dei Greci vincitori a seminare valori, ma la lotta patriottica di Ettore e del “sangue per la patria perduto”, il dolore di chi ha versato tutte le lacrime della storia. La regia di Renata Fusco e Clara Santacroce ha ben messo a fuoco questo dramma individuale e collettivo, seme di libertà nell’immaginario futuro, ora giocando coi veli, ora formando i grappoli di donne ora smembrandoli, ora accentuando il ruolo nodale del coro, sempre concentrando l’attenzione sulla disperazione dei volti e le grida di dolore che da essi esplodevano,

A tutto questo aggiungiamo la consueta qualità degli altri interpreti e del gruppo, come sempre affiatato nei movimenti e nei tempi delle “coreografie parlanti” di Renata Fusco: oltre a quelli già citati, Antonietta Calvanese, Luca Capaldo, Lucrezia Macri, Simona Pagano, Manuela Pannullo, Gian Maria Salerno, Alessia Trezza, Giulia Tramice, Lella Zarrella. A sostanzioso corredo, ricordiamo gli inserimenti suggestivi e appropriati delle poesie e dei testi di autori moderni, da Kavafis a Seferis, da Fostieris a Vrettakos a Patrikios, i cammei di versi e parole greche, le musiche ariose e appropriate, e avremomo il quadro dell’ennesimo “respiro pieno” del teatro, della cultura e del linguaggio offerto da questo campo fecondo che è stabilmente l’Arte Tempra.

E si spiegano gli applausi intensi e compiaciuti che ancora una volta hanno gratificato questo lavoro. L’Arte Tempra è sempre bello sapere che c’è. E speriamo che ci sarà ancora al più presto, nel nebuloso dopoguerra post-Corona prossimo venturo. Intanto anche noi ora vaghiamo nel mare, e tutti noi abbiamo la stessa Itaca da sognare, nell’attesa del Grande Ritorno …