cultura & sociale

 

SALERNO. Inaugurata alla Casa Circondariale “A. Caputo” di Salerno la Pizzeria Sociale “La Pizza Buona Dentro e Fuori”

Taglio del nastro questa mattina all’interno della Casa Circondariale “A. Caputo” di Salerno, della Pizzeria Sociale “La Pizza Buona Dentro e Fuori”. Alla presenza di Rita Romano, direttrice della Casa Circondariale di Salerno, Carmen Guarino, Presidente della Fondazione Casamica, Antonia Autuori, Presidente della Fondazione Comunità Salernitana e Paola De Roberto, Consigliere Comunale di Salerno, si sono accesi per la prima volta i forni del locale pizzeria dedicato alla realizzazione di pizze “calde e fumanti” destinate ai detenuti, ma anche alla formazione di dieci ospiti del carcere.

“La pizzeria sociale all’interno del carcere di Salerno oggi prende vita – ha spiegato Carmen Guarino – anche grazie all’impegno di tanti amici e partners che hanno sposato e condiviso il progetto. Dalla Fondazione Comunità Salernitana, all’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Salerno e la Casa Circondariale, con la collaborazione di Fondazione Carisal e Camera di Commercio di Salerno ed i tanti cittadini che hanno partecipato alle nostre serate per la raccolta fondi”. Ad oggi, infatti, sono stati raccolti 25 mila euro, tutti spesi per ristrutturare e allestire la Pizzeria Sociale, in un locale all’interno del carcere usato nel tempo solo come deposito. 

“E’ per noi una giornata importantissima – ha aggiunto Rita Romano, direttore della Casa Circondariale salernitana – perché segna l’apertura di questo posto verso l’esterno. Il carcere è un luogo che si deve aprire e diventare parte integrante della società. Il mio sogno, ed è su questo che stiamo lavorando, è quello di aprire questa pizzeria anche all’esterno. Nonostante le tante difficoltà e problematiche facciamo di necessità virtù e cerchiamo di capitalizzare ciò che abbiamo a disposizione. Puntando tanto sul capitale umano”.

         Da domani, dunque, i detenuti potranno ordinare e mangiare la loro pizza, mentre dieci di loro saranno impegnati nel progetto destinato al corso di formazione per pizzaioli.

CAVA DE’ TIRRENI (SA). La Lucania “profonda”e la sua scoperta attraverso il cinema in un bel saggio della cavese Gabriella Avagliano

Nell’anno di Matera Capitale della Cultura e dei riflettori mediatici sul suo territorio, è opportuno e benvenuto il saggio Tracce del Mezzogiorno nel documentario etnografco – Cultura popolare e trasformazioni sociali in Lucania (1958 – 1971) – Edizioni Area blu, opera prima di Gabriella Avagliano, cavese doc. È una tesi di dottorato, realizzata nel 2015 con la guida del Prof. Pasquale Iaccio, poi adattata a volume autonomo. Operazione sacrosanta, perché i lavori prodotti per titoli di laurea rimangono negli archivi, mentre un libro diventa patrimonio della società.

E questo libro è ricco e stimolante, sia perché offre un panorama completo della produzione filmica relativa alla Lucania e di riflesso al Mezzogiorno, sia perché, nonostante la scientificità della ricerca, non è freddamente nozionistico, ma con una narrazione chiara e coinvolgente offre un viaggio emozionato ed emozionante nella scoperta e riscoperta di un mondo ancora troppo ignorato.

Nello stesso tempo, il saggio mette un punto fermo sull’importanza che in tutto il Novecento ha avuto l’immagine filmica nella conoscenza della cultura e delle tradizioni popolari. Lo studio non si ferma all’immagine, ma la analizza e l’approfondisce fondendo in un’organica sinergia la storia, l’antropologia, la cinematografia, ai fini di uno studio etnografico e non semplicemente folklorico, per recuperare e far conoscere le radici identitarie di tutta una comunità.

È la ripresa di un processo di scoperta che in Italia, in un Regno nuovo composto da territori e popolazioni diversi e ben poco conosciuti, aveva già caratterizzato l’attività intellettuale subito dopo l’Unità, con il realismo letterario dei vari Verga, Capuana, De Marchi &Co., .

Quello che una volta poteva essere fatto dal libro, nel Novecento è stato fatto dal cinema e dal documentario, che però solo in tempi recenti sono stati finalmente considerati fonti basilari per la conoscenza scientifica di una comunità. Se il cinema in questo senso ha avuto una notevole diffusione anche popolare (vedi il Neorealismo del secondo dopoguerra e i suoi epigoni più o meno fedeli), il documentario è rimasto sempre un po’ ai margini, anche quando veniva collegato alle proiezioni nelle sale e di fatto “sopportato” più che amato da un pubblico in cerca di “finzione”.

Fedele all’assunto di inquadrare ogni contenuto in una cornice di più ampio respiro, la Avagliano apre il saggio proprio con una storia del documentario, dalle origini del primo Novecento all’epoca del grande boom italiano e del passaggio da una cultura rurale ad una industriale.

Il viaggio parte dal primo Novecento, mostrandoci subito le contraddizioni politiche che il documentario genera, perché, se fatto per committenza governativa, diventa propaganda, ma se fatto con spirito giornalistico diventa una pericolosa alternativa alla voglia del potere di non mostrare i panni sporchi. Al riguardo, la Avagliano ci fa notare che poi si è sviluppata, pur in tempi più tolleranti, la censura economico-politica, che sosteneva con somme di danaro non i documentari più belli ed efficaci, ma quelli che incassavano di più o che erano segnalati da un’apposita Commissione, dove clientelismo e opportunismo la facevano da padroni.

In questo viaggio non si poteva non citare la produzione della Dora film di Napoli, dove spicca la figura della prima regista donna del cinema italiano, Elvira Notari (con ascendenze cavesi e scomparsa a Cava de’ Tirreni, nella sua casa di via Formosa). Anche la Dora si ritrovò con le spalle al muro perché la realtà napoletana, con tutto il suo corredo di storie di violenza, povertà e malavita, era in epoca fascista proprio la cenere da mettere sotto il tappeto.

Per fortuna, il dopoguerra e la costruzione della nuova Italia repubblicana hanno poi rilanciato l’attenzione sulla realtà, a volte anche sgradevole, dei problemi sociali e della cultura autonoma delle masse popolari. Ed è stata scoperta, quasi come un’isola indigena, la Lucania, con le sue tradizioni arcaiche, la sua visione magico-religiosa del mondo e la sua secolare povertà., divulgate allora alla grande dal successo di Cristo si è fermato a Eboli e dalla “pubblicizzazione” dei Sassi di Matera e della scarsissima qualità della vita di chi ci abitava. Pur senza mai dimenticare la cornice del Mezzogiorno nel suo complesso, proprio sul cuore della realtà lucana si focalizza l’attenzione della Avagliano, che con fotografie e brevi schede ci presenta l’opera meritoria dei grandi documentaristi del Novecento, dal capostipite Ernesto De Martino ai suoi seguaci, in primis Gandin, Del Fra e il compianto Di Gianni, da poco scomparso ed al quale la stessa autrice dedica alla fine del saggio un’intervista ricca di spunti umani, oltre che scientifici.

Proprio i documentari relativi ai riti e alle credenze arcaiche sono la parte più “spettacolare”, ricca di tappe fascinose … I lamenti funebri con le loro teatralizzazioni che erano anche condivisione comunitaria di un fatto e di un’emozione … il taglio delle nuvole per esorcizzare il pericolo sempre incombente dei disastri climatico … la miseria dei Maciari… il colloquio con l’al di là nella possessione di sua zia da parte del “Glorioso Alberto”… il rito coreutico del gioco della falce, a corredo della coltivazione dei campi …. la svestizione del padrone, di tipo carnevalesco, che esprimeva la rabbia atavica dei contadini contro la proprietà, ma nello stesso tempo era uno sfogo non violento e per questo tollerato (Meglio questo che Spartaco, si diceva …) … il rito d’amore dell’inceppata, con il ceppo dello sposo posto davanti alla casa della sposa e da questa portato in casa, segno di legame affettivo ma anche preannuncio di fatiche … il rapimento della sposa nel rito matrimoniale degli Albanesi … il culto mariano, anche un po’ pagano, con gli esempio eclatanti della Madonna di Pierno e di quella del Pollino.

Il tutto è rappresentato in chiavi diverse a seconda della personalità del documentarista e della sua capacità, o volontà, di oggettivarsi nell’immagine: ora il giusto campo lungo che accomuna persone e ambiente, ora il particolare della mano o del volto che esprime una sensazione o un’interpretazione, ora la musica che connota il misterioso, ora il realismo freddo, ora la scelta del particolare più “negativo” capace di bucare il video e dare il messaggio senza mezze tinte.

La ricerca del mondo arcaico assume poi un sapore diverso quando col passare degli anni l’attenzione si sposta sulle novità del boom economico e sullo svuotamento delle comunità del Mezzogiorno, in particolare della Lucania, con un tasso di emigrazione interna verso il Nord industrializzato che lascia nei paesi solo anziani e poche anime di buona volontà.

Alla svolta epocale del passaggio dalla società rurale a quella industriale la Avagliano dedica un buon terzo del saggio, realizzando una carrellata che, se da un lato rivela meno la partecipazione emozionale alla magia, dall’altra presenta interessantissime informazioni sulla gestione mediatica dell’industrializzazione. Le industrie e il governo commissionano moltissimi documentari, per propagandare le trasformazioni radicali che si stanno effettuando nella società italiana, le strutture produttive, le bonifiche, le urbanizzazioni, la nascita di nuovi quartieri e di abitazioni più confortevoli, la lotta all’analfabetismo. Fioriscono non solo documentari, ma anche tanti film e naturalmente si incentivano i talenti, compresi i grandi registi, come Ivens e Lizzani, che, pur non nascondendo i benefici della società industriale, non possono fare a meno di evidenziare anche i problemi di questa “modernità liquida”, come, citando Bauman, la definiva Luigi Di Gianni, che è in fondo il convitato di pietra di tutto il saggio. E, nel cinema, non dimentichiamo gli altri grandi, come Antonioni, Olmi, Lattuada e soprattutto Visconti, autore di quel capolavoro epocale che è Rocco e i suoi fratelli, epopea di una famiglia lucana nella Milano industriale.

Belle le due finestre finali del libro, che l’autrice sembra sentire più suoi, per il calore sottinteso che emana dagli esempi portati avanti in rapporto ai singoli documentari. La Avagliano mette molto in evidenza il ruolo della donna in questa convulsa fase di crescita. Era diventata la dea ex machina di tante situazioni difficili: oltre alle mansioni abituali, doveva ricoprire il ruolo del marito emigrante, adeguarsi ai ritmi della modernità in rapporto ai figli e alle loro esigenze, entrare lei stessa nel mondo del lavoro … del resto, lo sappiamo, il mondo è pieno di donne che hanno fatto la storia ….

La stessa cosa vale per l’intervista a Luigi Di Gianni poco tempo prima della sua morte. L’incontro è stato quasi filiale, ma nello stesso tempo, svelando alla Avagliano i meccanismi del suo lavoro di ricerca e di creatività e i retroscena umani ad essi sottesi, Di Gianni la lancia col cuore verso un mondo in cui comunque non si può fare a meno della ragione.

Alla fine, nonostante la logica imperante del linguaggio di ricerca, la lettura finisce col risultare sempre piacevole e interessante, come quella di un bel romanzo. E nel cuore della Lucania, del Mezzogiorno e del loro ribollente secondo Novecento ci entriamo anche noi. Vuol dire che la Avagliano ha saputo proprio accenderla, quella fiammella …

ACCUMOLI (RI)-SALERNO. Inaugurata la Casa della Cultura donata dal movimento salernitano Maric: un seme di speranza per la ricostruzione.

E così, finalmente, a Illica, frazione di Accumoli, paese completamente distrutto dal terremoto dell’agosto 2016, è stata inaugurata la Casa della Cultura, centro polifunzionale culturale costruito grazie ai fondi raccolti dal M.A.R.I.C. (Movimento Artistico per il Recupero delle Identità Culturali). Non è una notizia qualsiasi: lo sarebbe se in quelle zone le inaugurazioni di centri e le costruzioni di case procedessero a ritmo costante. Invece…

Per fortuna, la Casa della Cultura è già una realtà. Mancano solo alcune finiture, ma oramai le chiavi sono state consegnate alla Sindaca Franca D’Angeli, che provvederà alle ultime operazioni ed all’assegnazione della gestione. Poi, la struttura, dopo la nascita, sarà anche battezzata e potrà cominciare il suo cammino sociale. È sarà un’altra vita, la vita reale di un sogno diventato realtà.

Certo, sarà duro comunque lo scontro tra il sogno e la concretezza della vita quotidiana in una frazione collocata in un posto bellissimo, ma abitata stabilmente solo da quattro o cinque nuclei familiari e già prima del terremoto a rischio di spopolamento.

Tuttavia è proprio qui la sfida. “Se si vuole prevedere un futuro per Illica, con la ricostruzione di case da riabitare o che siano almeno un riferimento per i vecchi abitanti oggi trasferitisi altrove, con la ricostituzione di un tessuto sociale vero e vitale e di un contatto produttivo con le altre frazioni e con il mondo esterno, allora il ruolo della Casa della Cultura sarà fondamentale.” Parole giuste, quelle di Alessandro Carosi, Presidente dell’Associazione per Illica, che rappresenta, insieme col Camping Lago Secco di Davide Carosi, il nucleo fondante di ogni speranza per il futuro sociale di Illica. Parole giuste, senza illusioni volanti, ma con la luce di una speranza che non può e non deve morire.

In fondo, l’azione di raccolta dei fondi e la costruzione della Casa da parte del Maric, segnatamente per l’opera da panzer del suo condottiero sognante, l’artista salernitano Vincenzo Vavuso (che tra l’altro è anche sottufficiale dell’Esercito Italiano), hanno mirato proprio a questo, a donare una scintilla di speranza, attraverso una struttura efficiente e il potere di un segno di solidarietà. Con l’augurio che diventi fuoco, con l’andare del tempo.

Non va sottovalutato proprio il potere dei segni, che si contrappone sempre brillantemente ai segni del potere, non sempre altrettanto brillanti. È forse da poco per una popolazione depressa da tante traversie sapere che in altre zone d’Italia (e il Maric, pur se salernitano di origine, è oramai a composizione nazionale) si spendono energie e risorse per continuare a dare una mano dopo l’emergenza dolorosa dei crolli? È forse da poco toccare con mano la possibilità di ricostruire la vita in quegli stessi luoghi che ne erano pregni prima dell’onda devastatrice? È forse da poco sapere che per eventuali attività comuni, da quelle dell’incontro quotidiano agi eventi pubblici, c’è almeno in una frazione un primo luogo di incontro e di riferimento?

Su queste basi di pessimismo dell’intelligenza temperato dall’ottimismo della volontà possiamo anche rivedere i momenti cruciali della due giorni dell’inaugurazione sotto una luce diversa, che non cancella le ombre ma almeno provvisoriamente le emargina. E tra le ombre dobbiamo ovviamente inserire, oltre alla situazione oggettivamente critica, anche la percezione di divisioni interne al paese, il distacco delle altre frazioni rispetto ad un evento comunque notevole pur se non adeguatamente pubblicizzato dai media locali, e, perché no, anche l’assenza dell’ex Sindaco Petrucci, da sempre amico del Maric e forte supporto della raccolta. Ma … guardiamo le luci …

Il taglio del nastro e lo scoprimento della targa, con la Sindaca D’Angeli soddisfatta di ritrovare un po’ di sole nell’acqua gelida e il Presidente Vavuso che aveva ancora negli occhi la tensione “accumulata” in questi anni di febbrile lavoro e moltiplicata negli ultimi tempi …

La consegna delle chiavi e l’ingresso nella Sala grande, in un’accoppiata felice tra il sorriso delle persone e quello di un sole finalmente tornato a splendere …

Lo scoprimento della bella e significativa scultura della Maric-woman Stefania Maffei all’ingresso, dal titolo supersignificativo: L’oltre: una grande testa a due facce, una occidentale e l’altra orientale, una mano che accarezza l’insieme, la chiave della conoscenza, simbolo del Maric, sulle pietre che fanno da base. È l’invito dell’Arte ad essere uniti, oltre le diversità, oltre le sventure.

All’interno, le prime opere di quello che sarà il Museo permanente del Maric,realizzate dallo stesso Presidente Vavuso, da Angela Vigorito, Franco Porcasi, Mario Formica: l’Arte donata alla collettività, opere cariche di quello slancio che rende poesia l’immagine e calore il colore…

Poi, la Messa, celebrata da Padre Stanislao, con il supporto di quel suo straordinario crocifisso itinerante, dove in croce ci sono i legni di Accumoli e le pietre recuperate dai crolli di ogni frazione. Un legno che ti entra nell’anima, come sono entrate nella mente e nel cuore durante l’omelia gli inviti alla pratica concreta della fraternità e dell’unione, l’esortazione a saper andare oltre, in tutti i sensi. Spirituale e materiale, individuale e sociale. Un suggestivo filo rosso con la scultura dell’esterno.

Quindi, una triade color emozione dopo la Messa.

L’invito del Presidente Vavuso all’unità nel discorso forse più appassionato e “vissuto” del sua ancor breve cammino di leader e del suo già maturo cammino di uomo: “Che questa struttura possa essere la casa di tutti, di tutte le popolazioni colpite dal terremoto. Possa essere uno stimolo all’unione. Si vince solo tutti insieme.

Poi, la benedizione della scarpina, ritrovata dal Presidente tra le macerie e risuscitata a nuova vita come simbolo della Casa della Cultura e icona della Speranza, per l’occasione distribuita anche come poetico gadget offerto dalla Sempreattiva Stefania Maffei. Chissà quale bambino … prima che … Già, gli oggetti hanno un’anima anche loro …

In chiusura, la rinascita e la riapertura del Museo della Civiltà Contadina “Franco Casini”, adiacente e integrato alla Casa della Cultura: il segno più concreto del passato che può diventare futuro.

Nel pomeriggio, dopo l’elettricità del cuore scaturita dalla presentazione dei libri di poesia di Stefania Maffei e Teresa D’Amico, con inserimenti di letture di poeti laziali, l’elettricità dei problemi di un territorio che non sa se, dove e quando potrà rivivere. Infatti, anche se si doveva parlare soprattutto del futuro della Casa della Cultura, la lingua batteva sempre dove il dente continua a dolere. Un dibattito dai toni sereni ma dai contenuti taglienti, in cui la Sindaca D’Angeli ha dovuto barcamenarsi tra la spiegazione delle difficoltà “oggettive” rispetto alla ricostruzione e il suo vivere in prima persona, come cittadina, i disagi dell’onda lunga post-terremoto.

Chiusura musicale, il giorno dopo, con il bravissimo duo Ambros-one, che con chitarra e fisarmonica ha riproposto il Libertango di Astor Piazzolla e alcuni brani scritti dagli stessi esecutori e pregni di onde emozionali. Bravissimi, gli Ambros-one, attesi da un brillante avvenire, e bravo anche Sandro Ravagnani del Maric, che li ha invitati e che ha trasmesso tutta la manifestazione in streaming sulla sua web TV.

Con gli Ambros-one si è anche chiusa non solo la manifestazione ma anche la complessiva anticipazione del Festival della Speranza, la kermesse di arte, spettacolo e letteratura che nei sogni del Presidente e del Maric dovrebbe diventare un appuntamento annuale, di grande respiro e richiamo. Una bella idea e un bel seme, così come tutta la due giorni della speranza.

Speriamo che il seme fiorisca, ma dovrà essere ben curato da tutti e germogliare ben oltre le aride pietre …

“Avrò cura di te”. Giornata della salute a Camerota (SA)

E’ tutto pronto a Camerota (SA) per dare il via, sabato 29 settembre,  alla Giornata della Salute che, organizzata dall’associazione “Avrò Cura di te” in collaborazione con la Lilt di Salerno, promuove anche quest’anno, in occasione dei festeggiamenti per san Pantaleone medico e martire, una giornata speciale di visite gratuite offerte da numerosi specialisti in omaggio. L’iniziativa, ideata dal dott. Gianni Ruocco, con il patrocinio del Comune di Camerota,  prevede per il pomeriggio di sabato 28 settembre, la possibilità di effettuare, presso il Municipio di Camerota, trasformato in un maxi ambulatorio, una serie di visite mediche specialistiche gratuite, grazie alla disponibilità mostrata da tanti professionisti, provenienti anche da altre regioni. Con l’ausilio della parrocchia di San Daniele e San Nicola, sono state anche individuate, nel territorio, delle persone più bisognose alle quali è stata data priorità nella prenotazione della visita.

Dalle 16 il via alla seguenti visite specialistiche:  
ENDOCRINOLOGIA: dott. Domenico Caggiano, direttore U.O.C.di Endocrinologia, A.O.U. “S.Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona”, Salerno;
CARDIOLOGIA: dott.ssa Lucia Soriente, dirigente medico U.O.C Cardiologia, A.O.U. “S.Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona”, Salerno;
ORTOPEDIA: Andrea Sinno, A.O.U . Ruggi di Salerno; 
EMATOLOGIA: dott. Giovanni D’Arena, Direttore U.O.C di Ematologia e Trapianto Cellule staminali, Ospedale civile di Rionero in Vulture, (PZ);
PEDIATRIA: dott. Carolina Mauro, Pediatra,  A.O.U. “S.Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona”, Salerno;   
OCULISTICA: dott. Elio Trotta, Oculista, Sapri; dott. Diego Cucciniello, Optometrista, Camerota; ; dott. Giovanni Cavaliere, Optometrista, Camerota;
DIETOLOGIA: dott.ssa Liana R. Cammarano, Biologa Nutrizionista, Salerno;
NEFROLOGIA – IPERTENSIONE: dott.ssa Anna Gianmarino, dirigente medico presso P.O. Eboli;
ECOGRAFIA: dott.Luciano Trivelli, resp. medicina interna Casa di Cura Cobellis; 
ONCOLOGIA: dott. ssa Fortuna Lombardi, Dir. Medico Oncologia A.O.U. “S.Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona”, Salerno;
DERMATOLOGIA: Maria Agozzino, Università Vanvitelli Napoli; 
DIABETOLOGIA: Nicola Iovino, Distretto 64 Asl Salerno; 
FLEBOLOGIA: Dott. Biagino Fiscella, – chir. Gen. Ospedale di Polla;
PNEUMOLOGIA . Dott. Giuseppe Basile, clinica Cobellis, Vallo della Lucania,
FISIATRIA: Dott. Vincenzo Passaro, MMG, Vallo della Lucania;
NEUROCHIRURGIA-NEUROMED: dott.ssa Chiara Caggiano e dott. Rocco Severino
Sempre sabato, a partire dalle ore 9,30, presso lo studio dentistico Ruocco, in via Greco numero 1 a Camerota,
si effettueranno ALTRE VISITE specialistiche:
ore 9,30 :UROLOGIA, dott. Umberto Greco, Dir: UOC “S.Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona”, Salerno;
ore 16: GINECOLOGIA: Carlo Matrisciano, Clinica Tortorella;
ODONTOIATRIA: dott.ssa Dalida Fiscella; dott. Mario Caggiano, Università degli studi di Salerno, Salerno; dott. Roberto Rispoli, Termoli; igiene dentale: Antonio Carinci, Salerno
MEDICINA ESTETICA: dott. Fausto Rispoli, Termoli (CB).
Grazie alla collaborazione con la Lilt, Avró cura di te prevederà anche una giornata di prevenzione contro il  Melanoma. Giovedì 3 ottobre presso lo studio Ruocco con Giuseppe Pistolese ed Ermanno Albano visite e esame dermatoscopico dei nevi a cura della Lilt Salerno.

RAGUSA e VIETRI SUL MARE (SA). La rivoluzione giovane della poesia al Campionato Italiano di Slam Poetry

Tra i finalisti di Ragusa, anche il vietrese Alessandro Bruno.


Centinaia di partecipanti, selezioni territoriali, un campione per ogni regione, ventuno finalisti, meeting finale a Ragusa distribuito in tre giorni, con ospitalità e viaggio tutti a carico delle istituzioni locali, due semifinali dislocate i città e la finalissima in un moderno e attrezzato skate park, platea affollata e tifo da stadio, tre vincitori sul podio più alto (nell’ordine, Emanuele Ingrosso, Jaime Andrès De Castro, Giuliano Logos De Sanctis), festa finale, tutti insieme appassionatamente. E tra i finalisti e il pubblico l’età media non superava i trentacinque anni…

Stiamo parlando di musica, o di sport, o di gastronomia fast o slow food? Nossignore! Stiamo parlando nientemeno che di poesia, ragazzi! Vale a dire del genere più bistrattato a livello commerciale e più emarginato a livello mediatico, nonostante una pratica personale comunque abbastanza diffusa ma comunque molto individuale.

Stiamo parlando della sesta edizione del Campionato Italiano di Slam Poetry, organizzato dalla LIPS (Lega Italiana Poetry Slam), che ha avuto il suo epilogo il 14 settembre a Ragusa, nell’ambito del Festiwall, altra manifestazione tutta rock in cui i ragazzi, e non solo loro, oltre a incontri ludici e musicali, si dedicano al restyling dei quartieri della città.

Stiamo parlando di un miracolo?

Assolutamente no! Quando un gran numero di persone aderisce ad un’iniziativa, un motivo c’è sempre. Ed in questo caso il motivo è la concezione dinamica e diremmo quasi postmoderna della poesia. Una concezione che cozza non solo con la tradizionale dimensione scolastica, in cui lo studio, per quanto animato dal bravo docente di turno, non può che essere anche tecnico e letterario e storico, ma anche con la logica stessa dei tanti concorsi e premi, dove la poesia è valutata innanzitutto per come è scritta, per la strutturazione dei versi, per la pregnanza e la liricità.

Diciamo subito che molte delle poesie presentate al Campionato LIPS ai concorsi sarebbero tagliate dopo pochi secondi, perché quasi sempre troppo lunghe o non corrispondenti ai canoni poetici o anche strutturate come similprose o addirittura monologhi teatrali di stampo lirico o perfino sketch televisionabili.

Diciamo altrettanto subito che comunque sono poesie, perché non è scritto a nessuna parte cosa è poesia e cosa non lo è: chi avrebbe definito poesia a suo tempo M’illumino d’immenso di Ungaretti o le pittopoesie futuriste a base di rumori e giochi grafici?. Soprattutto però sono poesie perché si sposano indissolubilmente con l’identità di colui che le ha scritte e che le presenta e quindi nella valutazione conta non tanto la dizione del verso quanto la recitazione performante dell’insieme. È questo che rende così attraenti manifestazioni del genere: ogni poesia è uno spettacolo a sé, con scelte di interpretazione, invenzioni sceniche, tonalità ora usuali ora stravaganti, ma sempre coinvolgenti. Ogni esibizione è una sorpresa.

E i contenuti non sono quasi mai quelli a volte troppo cerebrali e/o raffinati dei poeti laureati, le cui opere spesso saranno anche piccoli capolavori letterari, ma hanno difficoltà a far presa su ampi gruppi di fruitori. I contenuti dello Slam sono quasi sempre di presa immediata e di tematica coinvolgente. Ad esempio, nella finale a nove di Ragusa si è parlato dell’identità perduta del migrante, delle ingiustizie economiche e sociali, dei crimini contro l’ambiente, della solitudine metropolitana, del consumismo esasperato e conformistico anche nelle forme di creatività, della disoccupazione giovanile, delle meditazioni sul senso della vita e dell’oltre… e così via. Si è riso davanti alla meditazione estatica di un poeta di fronte ad un petto di pollo in supermercato o alle dichiarazioni d’amore alla grillina o formato ignoranza di un imbranato cronico, ci si è emozionati di fronte al colombiano che al ritorno in patria dopo tanti anni si sente estraneo, ci si è commossi

ascoltando il detenuto in permesso provvisorio per la serata mettere in poesia amara e consolatoria la sua vita quotidiana tra pareti chiuse… e così via. E noi di Cava-Vietri abbiamo in particolare gioito per la presenza tra i ventuno finalisti del “nostro”Alessandro Bruno, che tra prestazioni tutte in rigorosa lingua italiana ha sparato alla grande la bella lingua napoletana, inveendo contro la giornata internazionale della gogna (l’8 marso delle tante donne non liberate) e confrontando provocatoriamente i tatuaggi giovani di oggi con quelli criminali targati Auschwitz.

Ciliegina sulla torta: i giurati manche dopo manche cambiano e sono comunque scelti al momento tra il pubblico e il voto è pubblico. È evitato così il rischio di combine o di pregiudiziali favoritismi e la platea diventa protagonista in diretta. Si obietterà: ma così il giudizio è aleatorio e si corre il rischio di una riluttività tipo piattaforma Rousseau. Forse è vero, ma qui non stiamo in politica, signori, qui al centro di tutto e comunque vincente è pur sempre la poesia!

A prescindere, direbbe Totò… anche se, a dire di qualcuno dei poeti, non è detto che la poesia non serva anche a cambiare il mondo, che è come un bambino che si è cagato addosso e non aspetta che di essere cambiato… D’altra parte, dove sta scritto che la poesia non cambia il mondo? Dai tempi dei canti di guerra dei lirici greci o di quelli d’amore di Alceo e Catullo fino ai tempi dei poeti vati stile D’Annunzio o dei cantautori epocali come De André, Gaber o i Beatles, sono innumerevoli i messaggi lanciati proprio dai poeti. Che, non a caso, i loro versi li cantavano e li recitavano…

Insomma, più o meno facevano come i loro epigoni della LIPS. Forse stiamo scoprendo, come ha detto anche uno dei protagonisti, che c’è un filo rosso che lega gli slam poeti ad Omero o a Saffo o a Catullo o ai trovatori medievali. E questo rende ancora più affascinante la loro bella rivoluzione, che viene da lontano ma guarda anche tanto lontano…