cultura & sociale

 

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Fascinoso e suggestivo il “Ritorno a Itaca” del Gruppo “Arte Tempra”.

Ma … stagione tarpata. E ora siamo noi ad aspettare il “ritorno ad Itaca”.


Le evocazioni del titolo, la forza dei personaggi e delle idee, le morbide e spettacolari suggestioni sceniche, il filo potente di una cultura giovane di duemilacinquecento anni fa che ancora oggi parla e insegna. Eccole, le belle coordinate di Ritorno a Itaca, quello che doveva essere solo il terzo spettacolo della stagione teatrale di Arte Tempra e che invece, salvo miracoli difficilmente prevedibili, ne rimarrà come l’agrodolce canto del cigno, datato febbraio 2020 presso l’Auditorium “De Filippis” di Cava de’ Tirreni.

Le coordinate di cui sopra non sono una somma, ma un prodotto. Sono elementi fortemente collegati tra loro, grazie anche alla regia e alla sceneggiatura funzionali e “ricche di anima” di Renata Fusco e Clara Santacroce.

Itaca nel mito antico è l’isola di Ulisse, della sua speranza e del suo ritorno a casa; nella cultura moderna, per dirla con il grande Costantino Kavafis, è il pensiero costante, la ragione e la meta del bel viaggio di ognuno di noi, è il luogo che ci attende “ricchi dei tesori accumulati per strada”. Ricchezze e tesori tutt’altro che materiali, ma carichi del senso stesso che nel cammino ha assunto la nostra esistenza. Perciò Itaca siamo noi, così come Ulisse è l’uomo nella sua odissea e nelle sue esplorazioni esistenziali.

Il “ritorno ad Itaca” dello spettacolo è perciò una specie di “richiamo della foresta”, è la voce delle radici specifiche di tutta la nostra civiltà e nello stesso tempo l’epopea universale della condizione umana e sociale. In questa chiave abbiamo particolarmente apprezzato il lungo e coraggioso “corridoio” iniziale, prefigurazione del “salotto” centrale: parole al minimo, movimenti lenti e solenni, una plastica scena di ondeggianti veli ora composti ora scomposti, immagini in dissolvenza e sovrapposizione della Grecia classica e di quella moderna, musiche elleniche del presente provenienti da lontano e proiettate lontano l’accenno di un pallone che in tutto lo spettacolo passerà tra le mani e forse attraverso i tempi, illuminate cromie oscillanti tra il bianco della purezza di un “paese avido di innocenza”, il rosso delle ataviche passioni di sempre, l’azzurro fiammeggiante di un mare primattore che tanto parla e tanto ha raccontato.

Dal “corridoio” al salotto il passo è stato breve e logico. E ci siamo trovati di fronte a quelle grandi figure della tragedia greca che rappresentano il paradigma della storia di sempre.

Giustamente, la prima è stata Antigone (una forte e determinata Danila Budetta), colei che affrontò la condanna a morte secondo le leggi degli uomini pur di effettuare la giusta, ma vietata sepoltura del fratello Polinice, che aveva aggredito da nemico la natia Tebe, dove era stato generato dall’amore incestuoso di Edipo e Giocasta. Da quel tempo lontano e dopo che Sofocle l’ha immortalata, Antigone è il simbolo non solo della ribellione giusta contro il potere ingiusto e/o “autodeificante” (qui impersonato dallo stentoreo Creonte di Carmine Squitieri), ma anche della donna che lotta per i diritti suoi e per la dignità della persona. È il simbolo della capacità di non avere paura di aver coraggio, quella paura che aveva frenato la sorella Ismene (una efficacemente “fragile” Martina Cicco) e che frena intere masse e milioni di singoli, è il grido dei valori assoluti, delle leggi divine (tra cui la sacralità dei defunti) contro la relatività di quelle umane e “politiche”.

È il potere del segno che si contrappone al segno del potere. E, ci sia consentito, per noi cavesi è anche qualcosa in più, per la presenza nella nostra storia di quella particolare Antigone che è stata Mamma Lucia, che a suo tempo ha rischiato la vita e la reputazione ed ha donato energie e patrimonio pur di restituire alle famiglie i corpi di oltre seicento soldati tedeschi, nemici ma “bell’ ‘i mamma”.

E come non considerare universale la figura e il dramma di Medea, che, abbandonata da Giasone (eroe antieroe nell’interpretazione di Francesco Donnarumma) dopo che ha rinunciato a tutto per aiutarlo a recuperare il vello d’oro, si vendica facendo morire la principessa che egli intende sposare e poi “gli” uccide i figli davanti agli occhi, vivendo lei stessa il dramma di moglie tradita e madre assassina. Un mostro? Non sarebbe stata una delle donne più evocate dalla letteratura e dal teatro….

Innanzitutto, e tale è apparsa anche nell’intensa e come sempre convincente interpretazione di Giuliana Carbone, in linea con la visione euripidea, pur rimanendo in ragione del suo sesso un “ambiguo malanno”, è comunque una donna “usata e gettata”, ferita profondamente nei suoi sentimenti, nel suo orgoglio e nella sua dignità, per cui diventa l’immagine vivente di quanto e come il male generi male, di come chi è oppresso possa poi passare nella schiera degli oppressori. E poi, è una straniera… e come tale considerata facilmente emarginabile…

E che dire di Ecuba, incarnata da Brunella Piucci come una statuaria e maestosa regina del dolore, dopo essere stata sovrana di un mondo? E di Andromaca (la dolente e appassionata Vivian Apicella), moglie amata dell’eroe Ettore e madre del piccolo e dolce Astianatte, scivolata nell’abisso della schiavitù e trafitta dalla perdita, pur se eroica, del marito, e dalla svangante uccisione del figlio? E di Cassandra (un’incisiva Carolina Avagliano), principessa e triste profetessa di sventure, un tempo desiderata da Apollo e ora destinata a vivere “alle ginocchia di Agamennone”? Sono loro, le euripidee Troiane piangenti sulle rovine fumanti della loro patria e in procinto di vivere ore tremende da profughe e da schiave. Sono il simbolo eterno dei popoli oppressi e smembrati, privati di tutto, tranne che della memoria e della disperazione del ricordo e della nostalgia. Nei secoli, non saranno le arroganze dei Greci vincitori a seminare valori, ma la lotta patriottica di Ettore e del “sangue per la patria perduto”, il dolore di chi ha versato tutte le lacrime della storia. La regia di Renata Fusco e Clara Santacroce ha ben messo a fuoco questo dramma individuale e collettivo, seme di libertà nell’immaginario futuro, ora giocando coi veli, ora formando i grappoli di donne ora smembrandoli, ora accentuando il ruolo nodale del coro, sempre concentrando l’attenzione sulla disperazione dei volti e le grida di dolore che da essi esplodevano,

A tutto questo aggiungiamo la consueta qualità degli altri interpreti e del gruppo, come sempre affiatato nei movimenti e nei tempi delle “coreografie parlanti” di Renata Fusco: oltre a quelli già citati, Antonietta Calvanese, Luca Capaldo, Lucrezia Macri, Simona Pagano, Manuela Pannullo, Gian Maria Salerno, Alessia Trezza, Giulia Tramice, Lella Zarrella. A sostanzioso corredo, ricordiamo gli inserimenti suggestivi e appropriati delle poesie e dei testi di autori moderni, da Kavafis a Seferis, da Fostieris a Vrettakos a Patrikios, i cammei di versi e parole greche, le musiche ariose e appropriate, e avremomo il quadro dell’ennesimo “respiro pieno” del teatro, della cultura e del linguaggio offerto da questo campo fecondo che è stabilmente l’Arte Tempra.

E si spiegano gli applausi intensi e compiaciuti che ancora una volta hanno gratificato questo lavoro. L’Arte Tempra è sempre bello sapere che c’è. E speriamo che ci sarà ancora al più presto, nel nebuloso dopoguerra post-Corona prossimo venturo. Intanto anche noi ora vaghiamo nel mare, e tutti noi abbiamo la stessa Itaca da sognare, nell’attesa del Grande Ritorno …

Bergamo – Cava de’ Tirreni (SA). “Il senso vero della neve” di Antonio Donadio: un’agrodolce elegia della vita, dell’amore, del tempo.

È con amicale magone che ci accingiamo a presentare “Il senso vero della neve” (Ed. Morcelliana), l’ultima prova poetica del nostro Antonio Donadio, poeta e scrittore cavese di risonanza nazionale, che è residente a Bergamo e quindi si trova, tra attoniti silenzi, nella prima linea di fuoco, in questa straniante Prima Guerra Mondiale antivirus. Anche lui, come tutti noi, in attesa che torni agli occhi meraviglia ancora / al ritmo di ritrovate nenie cantate.

Avremmo dovuto parlarne preannunciando il suo arrivo per una presentazione qui “in patria”, che invece oggi è solo un sogno. Non mancherà, lo sappiamo, ma… quando del Dopoguerra? Risposta non c’è, ma forse ci sarà… Per ora è scritta nel vento, anzi è sepolta sotto la neve, dove comunque si trova in buona compagnia con lo spirito lirico del nostro Donadio, che vi ha ambientato metaforicamente tutta la sua costruzione poetica e la sua concezione dell’esistenza.

Materialmente, la “sua” neve per eccellenza è quella famosa del ’56, che segnò di bianco la memoria profonda della nostra generazione e che per lui è lo spunto memoriale dei giochi che al tempo fece coi fratello nei lunghi giorni di quella nevicata.

Ma… dove alberga la neve è lì che si indovina / il certo senso della luce. Forse….

La vera neve per il suo animo poetico è l’inafferrabilità del tempo, il tempo stesso, dove sei stretto / da ritmi impassibili del dare / e dell’avere, è la friabilità fredda ma suggestivamente protettiva della parola creatrice di ombre come giochi di mani, espressione della nostra svaporante essenza esistenziale. Questa essenza egli la scompone in quindici tematiche, unite e diverse tra loro, trattandole in due sezioni parallele e convergenti. E, per dirla con il gratificante complimento del grande Giorgio Barberi Squarotti, ne nasce un insieme veramente fascinoso di “ardue e raffinatissime poesie d’amore e di stagioni e sogni e visioni con metrica originalissima”.

Nella prima sezione, “Paesaggio con figura”, Donadio trasmette il pensiero poetante dell’io scrivente con poesie brevi numerate, con un ritmo composto, piano e per certi versi “circolare”. Con gli stessi numeri nel titolo, nella seconda parte, Aritmie d’orme, egli tratta, analogicamente, le corrispondenti tematiche, ma con una metrica e addirittura con fruizioni grafiche non regolari, spezzettate, ad esprimere la frammentazione dell’io a contatto con l’altro da sé, ma anche l’elastico che lega comunque il nostro io alla manifestazione verso l’esterno, e forse anche viceversa.

Ad esempio, al n.2 della prima parte il verso intero le rincorse fughe d’amore trova riscontro nell’improvviso emistichio finale del n. 2 della seconda parte, mi manchi; e l’enjambement in solidale / corrispondenza del n.1 si materializza, nell’altro n.1, con la “presenza altra” in sere indovine, ma solo sull’uscio e per di più in forme interrogative; le essiccate memorie del n. 12 vengono personalizzate dall’enjambement del corrispondente n. 12 delle Aritmie, forse un dio / si smarrì per strada… e così via.

Il disordine metrico è perciò mera apparenza letteraria, perché non intacca l’essenza del contenuto ed è frutto di una varietà metrica ricercata, controllata e come al solito limata, a cominciare dai frequentissimi enjambement, raffinato legame tra le due parti e simbolo delle “sospese sospensioni” tipiche di Donadio.

Così quello che è simile diventa grazie alla forma altro, ma conservando le analogie nella sostanza. È un processo visionario, che ha alla base, come dice Donadio stesso, la montaliana indecifrabilità del vivere. Per rappresentare questa indecifrabilità, Donadio usa la sua consueta poetica pregnante e carica di intriganti luci dell’anima e fascinose scintille di emozione e di mistero.

Sarebbe facile e riduttivo definirla ermetica, solo perché non si spiattella apertamente il contenuto, ma piuttosto va letta e riletta, percorsa e ripercorsa, e vi si scoprirà, oltre alla maestria della parola, un prezioso distillato di umana ricchezza esistenziale ed emozionale, oscillante, per dirla con l’amato Luzi, tra la vita al quadrato dell’amore e la testimonianza di un vuoto, poggiando il tutto su fondamenti invisibili.


Ed ecco che torniamo alla friabilità non nichilistica ma positiva della neve di Donadio, qui espressa nella bellissima simbologia delle
Orme di copertina, dipinte da Alfonso Vitale, in un cammino che dal nero delle tracce in movimento si sublima dolcemente negli svolazzi colorati delle stesse orme immerse nel biancore del turbine.

In questa neve, smossa e rimossa dal “vento” donadiano, volano materia e tempo, materia e senso, si disperdono nel sollevamento verso l’oltre, ma intanto si innalzano sulla materia in quanto tale e si impregnano di tensione amorosa congiunta ad un “doloroso amore della vita” nella coscienza della sua fragilità nell’immensità del tempo. In questo processo, si agita l’anima del poeta Donadio con le sue abituali e dichiarate contraddizioni, liricamente espresse con personali ossimori e citazioni dei “grandi”, da Gozzano a Leopardi, da Archiloco a Montale: agghiaccianti solarità, dolci tristezze, essiccate primavere, luce che stritola e ammanta, gioiosità di ferite nascoste, detestate vecchiezze, il darsi come attesa incessante senza prendersi mai,femmine di luce e campi di promesse spighe, solarità del niente, notti d’inverno e assolate vie… e così via.

È un viaggio nella parola ma soprattutto un’esplorazione nella caverna dell’anima con il lumicino della poesia, che nell’assolutamente poco che ostinatamente chiamiamo vita riesce a donare la capacità di dividere passi leggeri nel vento, spinti dalla solitudine naturale dell’essere umano ma anche dal vagheggiamento di quella realtà vissuta che ostinatamente chiamiamo amore.

In ogni caso rimane lo spiffero di quell’angolino che, ricercandolo senza posa al di là delle sue memorie e dei suoi affetti familiari più stretti, suo tempo quotidiano e sogno, Donadio riserva a se stesso, che contempli da solo il paesaggio della vita o che entri a contatto con le sue figure. È uno specchio di tagliente morbidezza, di fronte al quale avviene il suo dialogo più necessario e irrinunciabile, quello, per dirla con il grande Caproni, in cui il suo io egli non vuole murarlo nel silenzio sordo / d’un frastuono senz’ombra / d’anima.

Ed è proprio qui che l’anima aperta e sfuggente di Donadio, uomo di solitaria socialità, si incrocia con quello di noi tutti. È qui che si genera la rigenerazione delle orme, per poter volare tra la neve e nel vento, è qui che si semina il germe di quella vita al quadrato che è l’Amore…

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Ricordando il caro Peppe Basta, una vita da teatro

Hai attraversato come un soffio di vento tutte le scene della vita e con forza e leggerezza hai soffiato sui cuori di tanti, lasciando una scia colorata.

Eravate una cosa sola tu e il palcoscenico e, come si addice ad ogni vero attore e come sottolineavi in uno dei tuoi monologhi più amati, spogliarsi “dopo il sipario” del vestito sorridente era ritrovarsi a contatto nudo con la parte più misteriosa e chiaroscurale di se stesso. Ma forse era anche scoprire che, se pure trasparivano oltre la maschera frammenti di fragilità o di debolezza o una stranita voglia di coccole, in fondo rimaneva tanto di quel Peppe che liberava energie esplosive o insegnava al mondo dei ragazzi a ritrovare i colori giusti della crescita grazie alla libera fuoruscita delle energie emozionali fisiche ed emozionali.

Era questo il filo rosso che ha tracciato i tuoi giorni, fin da quando, giovanissimo, sentivi in te il vulcano della nuova cultura giovanile e ti scatenavi nelle danze sfrenate in compagnia e contemporaneamente nelle danze disciplinate sui primi palcoscenici che calcavi. Sentivi che il nuovo mondo stava anche nel nuovo teatro, e lo coltivasti con convinzione a Nocera , proponendo con i tuoi amici, Franco Forte in testa, le idee innovative del teatro gestuale, della scrittura di scena, dell’intelligenza nell’assurdo, dell’occupazione fisica della scena oltre la parola.

Leo De Berardinis, Eugenio Barba, Grotowsky, Beckett, Ionesco, gli straniamenti degli autori russi: erano questi la nuova frontiera. E l’hai difesa con coerenza, anche negli anni in cui con i tuoi amici avete aperto colorate finestre artistiche e culturali col Teatro A di Sanseverino. Ma l’hai fatto pure nell’ultimo lungo periodo della tua vita, quando ti sei dedicato ai progetti teatrali nelle scuole e sei stato il lettore ufficiale dei testi dell’Iride (perla nazionale della tua “iridata” famiglia), fino all’ultima emozionante lettura, non in diretta ma registrata dalla stanza del tuo sofferente tunnel finale.

E hai animato a lettere di fuoco le visite degli studenti (e non solo) alle stimolanti mostre della Mediateca Marte, quando i visitatori se ne tornavano a casa sospesi a metà tra il godimento di aver scoperto un Mirò, un Picasso, uno Chagall e il divertito piacere di aver visto e ascoltato Peppe Basta mentre, da artista lui stesso, dipingeva con la sua voce e le sue movenze le parole degli artisti.

Credevi profondamente nel teatro, come fonte di cultura, di comunicazione, di formazione. Una fonte universale, connaturata all’uomo in quanto animale sociale, a prescindere dall’età. Anche per questo ti sei lanciato con slancio e convinzione a costruire spettacoli dovunque, nelle scene più mature e nelle “periferie del sipario”. Come non citare la tua collaborazione con l’indimenticabile Betty Sabatino nei suoi progetti di diffusione della filosofia fin da bambini, intendendo la filosofia come capacità autonoma di discernimento, di giudizio e di espressione dei sentimenti e del pensiero? Come non ringraziarti per la tua presenza assidua, generosa, instancabile, tra i ragazzi dell’ANAIMA, a costruire per qualche decina di anni spettacoli “normodotati” anche per non normodotati ed offrendo loro una finestra su un protagonismo assolutamente rivitalizzante?

E, mi consentirai, come posso dimenticare io personalmente la nostra lunga collaborazione, scolastica e non solo? Insieme ne abbiamo costruiti tanti, di spettacoli, al Liceo Scientifico “A. Genoino”, con quel magnifico gruppo degli “Assurdi&Basta” (un nome che era tutto un programma) e senza rinchiuderli tra le mura di un istituto, ma portandoli in giro, partecipando a tanti concorsi e ottenendo riconoscimenti e premi che ci gratificavano, ci sollecitavano a proseguire e soprattutto cementavano in noi l’intesa e nei ragazzi la scoperta di un’identità personale e di gruppo che da sola aggiungeva sostanza vitale alla loro presenza nella scuola. La prima uscita in quel di Teggiano con il tuffo nel teatro dell’assurdo… l’altro tuffo nell’elettrico contrasto tra il mondo dell’immaginario e quello crudele della realtà nell’immaginifico “Play station” con un redivivo Dylan Dog… il successo de “Il rifugio”, che ci portò al Festival Nazionale di Serra San Quirico e alla quadruplice premiazione sul palco con Flavio Insinna… la straordinaria esperienza di “Family show”, con i genitori e i ragazzi che mettevano in scena il vissuto delle problematiche educative e familiari… l’emozione a battito di cuore del Premio anticamorra a Marano ricevuto dalle mani di Rita Borsellino per il nostro corto “Pallottolina” …

E tante ancora ne potremmo rievocare… Ricordi bellissimi che ancora oggi lasciano una profonda scia di emozione: non il rimpianto perché non ci sono più, ma la gioia di averli vissuti. In questi ricordi campeggia sempre il modello del tuo modo di affrontare le cose: divertimento e giocosità al massimo livello possibile, creatività sorprendente e pertinente, ma mai separati dal rigore e dall’impegno, che portava te e stimolava ognuno di noi a dare sempre il massimo e comunque a crescere di tanto, in rapporto al personale punto di partenza. Proprio grazie al tuo modello “sacerdotale”, al tuo energetico amore per la comunicazione teatrale ed alle tue spinte, possiamo dire con convinzione che ogni ragazzo che con te ha calcato le scene è riuscito a scoprire e utilizzare il picco delle potenzialità del momento, attoriali e non solo, dando così una sterzata alla personale esistenza.

In questo sei stato un maestro di vita e una salutare fonte di energia rinnovabile. Se una tale impronta rimane nella mente di tutti noi, nel cuore non può che ondeggiare il pensiero della tua dimensione personale, di quella tua calda umanità sottesa allo slancio e alla partecipazione con cui affrontavi i tuoi impegni, di quel tuo elettrico ponte levatoio tra estroversione e introversione, di quella tua adorabile capacità di fare i conti chiaroscurali con i tuoi sogni e nello stesso tempo di stimolare negli altri solari sogni della fantasia e dell’immaginazione, di quel tuo saper essere in bilico tra arcane malinconie, consapevoli corrucci e freschi sorrisi.

Troppo presto te ne sei andato: tanto avevi dato, tanto stavi dando, tanto avresti potuto ancora dare. Rimane il dolore di un fiore tarpato ancora nella pienezza matura del suo profumo. Rimane la scia del ricordo e delle tue impronte diffuse. Rimane la speranza che la nostra comunità sappia conservare la memoria di te come si deve e come è giusto che sia. Rimane il sorriso perché “ci sei stato”.

Non “basta”, ma sarà un modo per essere ancora Basta…

Ciao, caro Peppe e … grazie di tutto!

CAVA DE’ TIRRENI (SA). L’Infinito della poesia: la “meglio gioventù” in gara

Splendida edizione del primo Agone Poetico, organizzato da Temprart, con il Liceo De Filippis – Galdi.


La scorsa estate con entusiasmo abbiamo riportato la cronaca della finale del Campionato Nazionale di poesia svoltasi a Ragusa: una gara in cui contava molto anche la performance, non solo il testo. Soprattutto, una competizione in cui, tra contendenti e pubblico, l’età media era inferiore ai quarant’anni!

L’abbiamo vista come il segno di una svolta di interesse e carica di uno spirito rivoluzionario, che poi sarebbe alla fine un richiamo alle origini della poesia stessa, quando i poeti erano degli showman ….

Un altro bellissimi segnale ci è venuto in periodo prenatalizio da Cava de’ Tirreni, dove in più giorni, organizzato dall’Associazione Teatrale Temprart di Renata Fusco e Clara Santacroce insieme con il Liceo De Filippis Galdi si è svolto, e con pienissimo successo, il primo agone poetico riservato agli studenti.

Perciò riportiamo molto volentieri la cronaca puntuale che nei giorni successivi ci ha inviato la prof. Rosanna Di Giaimo, docente sempre in prima fila in queste circostanze, e non solo … (FBVitolo)


Cinquanta studenti delle scuole superiori di Cava de’ Tirreni, trenta poeti italiani e stranieri, antichi e contemporanei, tre giornate di confronto con una giuria di esperti, docenti e giornalisti.

Questi i numeri della straordinaria iniziativa promossa da Temprart, Associazione teatrale di Clara Santacroce e Renata Fusco, e dal Liceo “De Filippis Galdi”, presieduto dalla Dirigente scolastica prof.ssa Maria Alfano, con il patrocinio morale dell’Ente comunale.

Un omaggio all’Infinito di Giacomo Leopardi nel bicentenario della composizione, un agone poetico (I edizione) “finalizzato a diffondere la conoscenza e l’amore per la poesia, preziosissimo veicolo di sentimenti ed ideali”.

E così, per l’occasione, gli studenti hanno rivisitato ed interpretato rime note della letteratura italiana, e di quelle straniere, e voci della cultura greca e latina. Ma hanno vissuto anche la suggestione di autori meno frequentati scolasticamente, come Evtuscenko, Kavafis, Majakowskij, Iwaszkiewicz, Darwish. Ed in formazione singola o di gruppo, con recitazione per sola voce o con commento musicale, o con performance multimediale,i giovani attori hanno proposto la propria rappresentazione alla giuria, composta da Clara Santacroce e Renata Fusco di Temprart, dalla dirigente scolastica Maria Alfano, dalla professoressa Novella Nicodemi e dal giornalista Emiliano Amato, con il coordinamento delle docenti Pina Orsini e Maria Pia Vozzi.

Tre categorie di concorso e diversi criteri di giudizio. Eccone alcuni: uso espressivo della voce (recitazione con sola voce), efficace interazione tra recitazione e musica (recitazione e commento musicale), uso originale dei linguaggi multimediali (performance multimediale).

Nella serata finale, svoltasi il 21 dicembre, nella sala di rappresentanza del Comune di Cava de’ Tirreni, ospite di casa, l’assessore alla Cultura, professor Armando Lamberti, i seguenti nove finalisti (singoli o in gruppo) hanno emozionato un pubblico curato ed attento.

Per la prima categoria (recitazione con sola voce): Letizia Savarese (1B classico De Filippis -Galdi) con “Itaca” di K. Kavafis, Emanuela Pagliara (5 B classico De Filippis – Galdi) con “Le golose” di G. Gozzano, e Annamaria Leo (5 A Scienze Umane De Filippis -Galdi) con “La sera del dì di festa” di G. Leopardi.

Per la seconda categoria (recitazione e commento musicale): Francesco Volturno (4 B classico De Filippis – Galdi) con“La pioggia nel pineto” di G. D’Annunzio; Eraterpe, gruppo composto da Giorgia Bozzetto e Ida Sellitto al pianoforte (5 B classico De Filippis – Galdi), con“Attrazione inesorabile” di V. Majakovski; I Cento Passi, di Roberta Cicalese, Adriana Faiella, Chiara Assunta Passaro della classe 3 D Liceo scientifico A. Genoino,con un omaggio al giornalista Peppino Impastato e a sua madre Felicia, attraverso “Un seme di speranza” e “La matri di Pippinu: chistuunn’è me figghiu!”, rime, in italiano e in siciliano, di Umberto Santino. Per tutti è stato apprezzato il ruolo del commento musicale, in dialogo con la rappresentazione e non semplice supporto.

Per la terza categoria (performance multimediale), riconoscimento a Le Fenici, formazione composta da Carmela Milione, Irene Papa, Valentina Pisapia e Sara Pizzo (3 B classico De FilippisGaldi), per una riflessione sulla morte attraverso “‘A livella” di Totò, passi dall’Antologia di Spoon River di E.L.Masters e “Se io dovessi morire” di E. Dickinson; a Calliope – Francesca Avagliano, Giulia Palladino, Chiara Russo, Maria Rosaria Stanzione e Paola Senatore (3 B classico De FilippisGaldi), per“Rimani” di G.D’Annunzio, “Posso scrivere i versi più tristi” di P. Neruda, “Giaccio da solo nella casa silenziosa” di F. Garcia Lorca e per una suggestiva esecuzione canora di “Skinny love” di Birdy; a Franziska Dura (4 B classico De Filippis Galdi) per “C’è un paio di scarpette rosse” di J. Lussu, struggente testo dedicato ai bambini della shoah. Alle tre formazioni è stata riconosciuta la particolare armonia dei diversi linguaggi artistici utilizzati.

Sono tutti vincitori i giovani partecipanti– hanno puntualizzato Clara Santacroce e Renata Fusco – perché, con una cifra interpretativa personale e con grande trasporto emotivo, hanno risposto alla sfida mostrando di essere sensibili alla intensità della parola poetica e al fascino dell’arte della recitazione”.

Ma Letizia Savarese, e i gruppi Eraterpe e Calliope hanno convinto più degli altri la giuria che ha, inoltre, riservato una Menzione Speciale a Elisa Sofia Di Martino (4 A classico De Filippis – Galdi),per avere espresso, attraverso la scelta di “Monologo di un’attrice” di E. Evtuscenko, un forte legame con la tradizione culturale del proprio Paese; a I Bardi de la Cava, composto da Luca De Pascale, Chiara Maria Grimaldi e Giovanni Murolo (5 B Liceo Scientifico A. Genoino) per la coloritura timbrica dialettale e la caratterizzazione dei personaggi, elementi emersi dalla recitazione di “Lassammo fa’ a Dio” di Salvatore Di Giacomo; a Le Lievi Dissonanze Roberta Caiazza, Matteo Della Corte e Alfonso Liguori (1 AFM dell’IIS Della Corte-Vanvitelli) – per avere privilegiatoi temi della pace e della solidarietà, attraverso le voci di M. Darwish, J. Iwaszkiewicz e D.M. Turoldo; a Epameroi, composto dai fratelli Alessandro e Alfonso Di Somma (5 B classico De FilippisGaldi) per l’ottimo lavoro di coordinazione evidenziato nella riflessione sulla precarietà della esistenza attraverso Omero, Mimnermo, Quasimodo, Pindaro e E. L. Masters.

Infine, un Premio Speciale ad Ardor VesevoLeonardo Gravagnuolo ed Enrico Cavaliere al violino (2 A classico De Filippis – Galdi) – per il lavoro sperimentale di ricerca, avendo, i due studenti, rielaborato in modo creativo una ricca miscellanea di versi di Catullo, D’Annunzio, Petrarca, Prévert, Lorenzo de’ Medici, Leopardi, Pascoli, Ungaretti ed un componimento, “Fenice”, dello stesso Leonardo Gravagnuolo.

Interpretando il senso profondo dell’arte,il monologo teatrale di Alessandro Baricco (Novecento), recitato da Manuela Pannullo di Temprart, ha chiuso la serata: “Un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare”.

E, come ha chiosato Renata Fusco, “ la lezione di Leopardi continua …” (Rosanna Di Giaimo)

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Prossima la presentazione del libro “Scie ad andamento lento” di Giacomo Casaula

Martedì 14 gennaio, alle ore 18, presso la Sala d’Onore del Palazzo di Città di Cava de’ Tirreni sarà presentato il romanzo “Scie ad andamento lento” (MEA Edizioni), del giovane scrittore e showman napoletano Giacomo Casaula, che battezzerà la sua opera prima nella città dove è cresciuto, ha studiato e si è formato. Dopo i saluti istituzionali del Sindaco Vincenzo Servalli e del Vicesindaco e Assessore alla Cultura Armando Lamberti relazioneranno Franco Bruno Vitolo e Francesco Puccio. Gli interventi saranno intervallati da testi di teatro canzone, scritti dallo stesso Casaula e da lui interpretati con l’accompagnamento musicale di Davide Trezza. È prevista anche la presenza di Annamaria Ackermann, già nota attrice eduardiana e radiofonica, nonna dell’autore. Leggerà i testi la scrittrice Letizia Vicidomini. Modererà e converserà con l’autore Anna Copertino, rappresentante della Casa Editrice.

Il libro narra del giovane scrittore napoletano Stefano De Santis che, in preda ad una stasi esistenziale, in cerca dell’ispirazione per un nuovo romanzo, ritorna a Cattolica, luogo determinante per la sua prima opera, per percepire ancora le “scie” impalpabili ma intense che ci lasciano nei sensi e nell’anima i luoghi vissuti e tanti incontri della vita quotidiana, pure se apparentemente fugaci. In questa ricerca e nella scoperta o riscoperta delle persone e degli amori, in una feconda altalena tra il Mar Tirreno di Napoli e il Mare Adriatico di Cattolica, egli ritroverà lo slancio per rompere finalmente le nebbie della difficoltà di comunicazione e del solipsismo e mordere finalmente la sua vita, mescolandola col sapore di altre vite.

Giacomo Casaula, oggi ventottenne e laureato in Lettere, è alla sua prima pubblicazione editoriale, ma fin da ragazzo è abituato a scrivere, creare e calcare le scene, prima come attore con vari gruppi e registi e poi come protagonista, con la sua band di validissimi musicisti, come protagonista di spettacoli di teatro canzone ispirati a Rino Gaetano, Fabrizio De André e soprattutto Giorgio Gaber. Tra i luoghi di esibizione, anche il Teatro San Carlo di Napoli! L’ultimo spettacolo, che porterà in giro per l’Italia nei prossimi mesi, è un’opera completamente originale, con i testi delle canzoni e i monologhi interamente di sua creazione.