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Il ricordo di Antonio Donadio per l’ improvvisa scomparsa del poeta e critico Plinio Perilli.
Salutarsi solo alcuni giorni fa e darsi appuntamento per fine agosto a Bergamo, in Città Alta, lui ospite d’eccezione in occasione della presentazione di un mio ultimo libro. Plinio, o meglio, Plinius, come amava confidenzialmente firmarsi, aveva un dono ormai molto raro, l’umiltà: non si compiaceva dell’ essere tra i poeti della nostra generazione, un faro discreto, unico e prezioso. Era per me il Grano Maggiore di questo nostro rosario terreno, cosi in alcuni versi in memoria. L’Amico, il carissimo Amico, dal sorriso disarmante, sincero e pronto nel consigliarti o nell’assicurarti un Suo prezioso intervento, come fra noi in tanti anni e, come detto, prossimamente a Bergamo. Non vuole essere questo mio un ritratto dell’importante poeta e critico letterario, ci saranno tempo e modi per questo, ma solo una breve testimonianza per l’uomo Plinio Perilli che ha lasciato non solo un profondo vuoto in chi ha avuto la fortuna di conoscerlo ma anche in questa nostra sempre più povera e smarrita Repubblica delle Lettere.
Lo struggente ricordo in versi di Antonio Donadio per l’ improvvisa scomparsa del carissimo amico il noto poeta e critico Plinio Perilli.
No, non può essere,
sarebbe banale a dirsi
e a nulla servirebbero
le consunte parole di sempre
ma questo vuoto
questo silenzio
che si stringe ansimando alla gola
sa di morte irreparabile
in questo rosario di vita terrena
quando a mancare
improvvisamente è il grano maggiore.
No Plinio, carissimo
da quaranta anni
e forse da sempre
dimmi dove ti nascondi, burlone
dimmi che è solo un estremo tenero gioco,
vieni fuori, al gioioso urlo del vincitore
Tana libera tutti!
Antonio Donadio
Per gente sola di Fabio Dainotti. Nota di Lettura di Antonio Donadio.
Per gente sola (Prefazione di Luigi Fontanella. Postfazione di Vincenzo Guarracino, Book Editore, gennaio 2026), ottimo libro di Fabio Dainotti, ma di non facile lettura interpretativa. A un lettore superficiale potrebbe semplicemente “apparire” come un’ estrinsecazione esemplificativa della solitudine, per exempla: dalla Prima sezione – L’originale mostrarsi – “La gente (people) si riversa fuori./L’uomo che è solo/rientra con la borsa della spesa,/chiude la porta, lascia il mondo fuori.” nella Seconda sezione – Remedia –Cose da fare, che potresti fare – , ecco un insieme di “consigli pratici” per il superamento della solitudine: “Entrare in un discount,/darti un contegno, spingere un carrello;/solo tra tanta gente, esaminare, /i prezzi, attentamente, non comprare /niente.” Ma sarebbe un errore fermarsi solo in superficie, al “ solo” detto. In poesia va ricercato il Non detto, quello che si nasconde nei meandri dell’animo umano che la poesia tenta di far venire fuori. Per gente sola, allora, sembra imporsi come affermazione poetica del Non dire, nel nascondere che la solitudine non è quella reale, apparente: ben misera e poca cosa sarebbe “riscoprire la solitudine” del vivere in contesti sociali e familiari spesso intessuti come di sperdute monadi.
E’ quello del poeta Dainotti un grido, un invito alla scoperta della vera esistenza. Non a caso il poeta ci dà una chiara chiave di lettura in nota al titolo della Prima Sezione “Originale mostrarsi”: concetto filosofico, della fenomenologia di Husserl. Al centro quindi, la ricerca dell’esistente nella sua pienezza originale. Invito a conoscere o meglio ri-conoscere il nostro vissuto, la nostra intera conoscenza libera da qualsiasi speculazione di tipo precostituita. Ecco che lontano da presunte o vere o solo invocate certezze fideistiche, il poeta ci prende per mano e virgilianamente ci conduce in un viaggio all’ interno di noi stessi, in pensieri, emozioni, animo. Non palese il suo scopo, non per pudicizia, che sarebbe legittima e accettabile, ma perché nulla sa della sua stessa ricerca metodologica sulla ricerca dell’Esistente. Il poeta, si sa, non dà certezze ma indica solo strade irte e disarticolate nell’affascinante esercizio della ricerca dentro di noi ancor più che fuori di noi.
Allora, in estrema sintesi, vien da chiedersi, forse il poeta vuole affermare la prevalenza dell’ontico sull’ontologico per un abbandono della res per l’Essere? Negazione della prevalenza positivistica per la ricerca dell’Essere, per affrontare il “misterioso caso” dell’esistenza umana? Si potrebbe affermare, coscientemente sul significato dell’ esistere? Passi e ore e respiri affannosi o sereni dell’permanenza che si definisce esistenza, vita? Dubbio che aleggia a mo’ di celata sfida nei versi di Dainotti.
Su Versi in memoria da San Francesco a Alda Merini, di Antonio Donadio di Maria Lenti.
Quantum poetae valent… La memoria, quali scherzi non mi combina. Incamerato, tra altri, il verso Quantum tempora longa valent dai Carmina Burana studiati all’Università, ad inizio di questa mia recensione è balzato sulla pagina, appunto, un inventato lì per lì Quantum poetae valent. Ma…mi accorgo che, alla fin fine, la mia memoria non mi ha tradito, anzi mi ha donato, associandosi con altre parti a lei affini (o quasi), un nome, poetae, che ha molto a che fare con tempora longa, con il valore intrinseco degli uni e degli altri, e che molto ha anche fare con il libro di Antonio Donadio. Il quale percorre una lunga strada in versi, in questa ultima raccolta, Versi in memoria da San Francesco a Alda Merini, prefazione di Plinio Perilli, Progetto Cultura, Roma, nov. 2025, partendo da Francesco d’Assisi fino a Valentino Zeichen, primo e ultimo autore in ordine di nascita della sua ricognizione nella letteratura italiana, fissando nel suo testo una caratteristica, un verso, un particolare, un sunto di vita, un microcip d’esistenza del suo poeta o scrittore.
Da qui, dalla singolarità della sua memoria e studio, nasce ed esce la sua poesia dedicata, in memoria. Ed è il varco di Montale, l’Auschwitz di Levi, il canto d’amore di Merini, i viaggi di Salgari, l’interrogatorio di Sanesi, le canne al vento di Deledda, il silenzio di Antonia Pozzi, la noverca Fiorenza di Dante, la Fantasia di Rodari, le collodiane bugie di Pinocchio, il mistero buffo di Fo, l’eccelsa Trinità di Clemente Rebora, la rondine stanca di Gabriella Sobrino, la Parola pura di Ungaretti, l’anima fremente di Dino Campana, l’ariosteo senno di Orlando, il foco che non fu di Angiolieri, le cento novelle di Boccaccio, la sorella morte corporale di San Francesco (e gli altri 68 autori) a respirare il fiato della poesia in questo libro di Antonio Donadio: il quale dà, a piè di pagina, le indicazioni anagrafiche dei suoi prescelti, tra i quali scopro, sì proprio scopro, Laura Farina Moschini (Venezia, 1898-Roma, 1963) e la sua spiritualità.
Un lungo amore e, anche, una lunga dedizione di Antonio Donadio alla letteratura: lo ha nutrito nel suo cammino di vita privata e letteraria, pubblica e poetica; lo ha accompagnato tanto da introiettare l’essenza dei suoi antecedenti. (Ma antecedenti per natura sono il padre e la madre a cui sono dedicate le poesie d’apertura). Allora, ripartendo dal mio exergo, posso dire che la memoria, invece che tradire, sospinge a ridire, a non dimenticare, a farsi gradino irrinunciabile: quantum poetae valent…, quantum tempora longa valent, quanto valore nella durata del poeta e della poesia, di ieri, di oggi, di quella che resiste e di quella che il nostro autore propone in Versi in memoria da San Francesco a Alda Merini.



