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Il ricordo di Antonio Donadio per l’ improvvisa scomparsa del poeta e critico Plinio Perilli.

Salutarsi solo alcuni giorni fa e darsi appuntamento per fine agosto a Bergamo, in Città Alta, lui ospite d’eccezione in occasione della presentazione di un mio ultimo libro. Plinio, o meglio, Plinius, come amava confidenzialmente firmarsi, aveva un dono ormai molto raro, l’umiltà: non si compiaceva dell’ essere tra i poeti della nostra generazione, un faro discreto, unico e prezioso. Era per me il Grano Maggiore di questo nostro rosario terreno, cosi in alcuni versi in memoria. L’Amico, il carissimo Amico, dal sorriso disarmante, sincero e pronto nel consigliarti o nell’assicurarti un Suo prezioso intervento, come fra noi in tanti anni e, come detto, prossimamente a Bergamo. Non vuole essere questo mio un ritratto dell’importante poeta e critico letterario, ci saranno tempo e modi per questo, ma solo una breve testimonianza per l’uomo Plinio Perilli che ha lasciato non solo un profondo vuoto in chi ha avuto la fortuna di conoscerlo ma anche in questa nostra sempre più povera e smarrita Repubblica delle Lettere.

 

 

Lo struggente ricordo in versi di Antonio Donadio per l’ improvvisa scomparsa del carissimo amico il noto poeta e critico Plinio Perilli.

No, non può essere,
sarebbe banale a dirsi
e a nulla servirebbero
le consunte parole di sempre
ma questo vuoto
questo silenzio
che si stringe ansimando alla gola
sa di morte irreparabile
in questo rosario di vita terrena
quando a mancare
improvvisamente è il grano maggiore.
No Plinio, carissimo
da quaranta anni
e forse da sempre
dimmi dove ti nascondi, burlone
dimmi che è solo un estremo tenero gioco,
vieni fuori, al gioioso urlo del vincitore
Tana libera tutti!


Antonio Donadio

Appuntamento con la Poesia del Novecento Italiano. La Poesia Pura: Giuseppe Ungaretti.

Venerdì 22 c.m. ore 17,45 Spazio civico Rina Sara Virgillito- via Rocca, 5 – Città Alta, a cura dell’ Associazione Lettura & Cultura.


Nel corso della serata si parlerà del grande Giuseppe Ungaretti e a farlo sarà il prof. Antonio Donadio poeta e critico letterario che da quasi trent’anni ha scelto Bergamo come sua seconda Città, lui nativo di Cava de’ Tirreni, porta della splendida costiera amalfitana. Il professore, già docente nei nostri licei Lussana e Secco Suardo, tratterà, in special modo, della nascita di quella corrente letteraria che va sotto il nome di Poesia Pura o anche Poesia del frammento e che ha in Ungaretti l’esponente principale con l’opera prima  “Il porto sepolto” (1916) nata nell’ inferno  della Prima Guerra Mondiale che vide il giovane poeta in trincea sul Carso. Attraverso l’analisi di alcune liriche, in primis l’arcinota ”M’illumino d’immenso”, si percorreranno gli elementi primari della Sua cifra poetica con riferimenti all’intera produzione. Non mancherà qualche accenno a salienti episodi della vita come la dolorosa immatura morte del figlio di soli 9 anni o alla riconquistata Fede avvenuta dopo un pellegrinaggio al Monastero di Subiaco. 

Associazione Lettura & Cultura

Comune di Bergamo
Sistema Bibliotecario Urbano

Biblioteca Gianandrea Gavazzeni

Per gente sola di Fabio Dainotti. Nota di Lettura di Antonio Donadio.

Per gente sola (Prefazione di Luigi Fontanella. Postfazione di Vincenzo Guarracino, Book Editore, gennaio 2026), ottimo libro di Fabio Dainotti, ma di non facile lettura interpretativa. A un lettore superficiale potrebbe semplicemente “apparire” come un’ estrinsecazione esemplificativa della solitudine, per exempla: dalla Prima sezione – L’originale mostrarsi – “La gente (people) si riversa fuori./L’uomo che è solo/rientra con la borsa della spesa,/chiude la porta, lascia il mondo fuori. nella Seconda sezione – Remedia –Cose da fare, che potresti fare – , ecco un insieme di “consigli pratici” per il superamento della solitudine: Entrare in un discount,/darti un contegno, spingere un carrello;/solo tra tanta gente, esaminare, /i prezzi, attentamente, non comprare /niente.” Ma sarebbe un errore fermarsi solo in superficie, al “ solo” detto. In poesia va ricercato il Non detto, quello che si nasconde nei meandri dell’animo umano che la poesia tenta di far venire fuori. Per gente sola, allora, sembra imporsi come affermazione poetica del Non dire, nel nascondere che la solitudine non è quella reale, apparente: ben misera e poca cosa sarebbe “riscoprire la solitudine” del vivere in contesti sociali e familiari spesso intessuti come di sperdute monadi.

E’ quello del poeta Dainotti un grido, un invito alla scoperta della vera esistenza. Non a caso il poeta ci dà una chiara chiave di lettura in nota al titolo della Prima Sezione “Originale mostrarsi”: concetto filosofico, della fenomenologia di Husserl. Al centro quindi, la ricerca dell’esistente nella sua pienezza originale. Invito a conoscere o meglio ri-conoscere il nostro vissuto, la nostra intera conoscenza libera da qualsiasi speculazione di tipo precostituita. Ecco che lontano da presunte o vere o solo invocate certezze fideistiche, il poeta ci prende per mano e virgilianamente ci conduce in un viaggio all’ interno di noi stessi, in pensieri, emozioni, animo. Non palese il suo scopo, non per pudicizia, che sarebbe legittima e accettabile, ma perché nulla sa della sua stessa ricerca metodologica sulla ricerca dell’Esistente. Il poeta, si sa, non dà certezze ma indica solo strade irte e disarticolate nell’affascinante esercizio della ricerca dentro di noi ancor più che fuori di noi.

Allora, in estrema sintesi, vien da chiedersi, forse il poeta vuole affermare la prevalenza dell’ontico sull’ontologico per un abbandono della res per l’Essere? Negazione della prevalenza positivistica per la ricerca dell’Essere, per affrontare il “misterioso caso” dell’esistenza umana? Si potrebbe affermare, coscientemente  sul significato dell’ esistere? Passi e ore e respiri affannosi o sereni dell’permanenza che si definisce esistenza, vita? Dubbio che aleggia a mo’ di celata sfida nei versi di Dainotti.

Su Versi in memoria da San Francesco a Alda Merini, di Antonio Donadio di Maria Lenti.

Quantum poetae valent… La memoria, quali scherzi non mi combina. Incamerato, tra altri, il verso Quantum tempora longa valent dai Carmina Burana studiati all’Università, ad inizio di questa mia recensione è balzato sulla pagina, appunto, un inventato lì per lì Quantum poetae valent. Ma…mi accorgo che, alla fin fine, la mia memoria non mi ha tradito, anzi mi ha donato, associandosi con altre parti a lei affini (o quasi), un nome, poetae, che ha molto a che fare con tempora longa, con il valore intrinseco degli uni e degli altri, e che molto ha anche fare con il libro di Antonio Donadio. Il quale percorre una lunga strada in versi, in questa ultima raccolta, Versi in memoria da San Francesco a Alda Merini, prefazione di Plinio Perilli, Progetto Cultura, Roma, nov. 2025, partendo da Francesco d’Assisi fino a Valentino Zeichen, primo e ultimo autore in ordine di nascita della sua ricognizione nella letteratura italiana, fissando nel suo testo una caratteristica, un verso, un particolare, un sunto di vita, un microcip d’esistenza del suo poeta o scrittore.

Da qui, dalla singolarità della sua memoria e studio, nasce ed esce la sua poesia dedicata, in memoria. Ed è il varco di Montale, l’Auschwitz di Levi, il canto d’amore di Merini, i viaggi di Salgari, l’interrogatorio di Sanesi, le canne al vento di Deledda, il silenzio di Antonia Pozzi, la noverca Fiorenza di Dante, la Fantasia di Rodari, le collodiane bugie di Pinocchio, il mistero buffo di Fo, l’eccelsa Trinità di Clemente Rebora, la rondine stanca di Gabriella Sobrino, la Parola pura di Ungaretti, l’anima fremente di Dino Campana, l’ariosteo senno di Orlando, il foco che non fu di Angiolieri, le cento novelle di Boccaccio, la sorella morte corporale di San Francesco (e gli altri 68 autori) a respirare il fiato della poesia in questo libro di Antonio Donadio: il quale dà, a piè di pagina, le indicazioni anagrafiche dei suoi prescelti, tra i quali scopro, sì proprio scopro, Laura Farina Moschini (Venezia, 1898-Roma, 1963) e la sua spiritualità.

Un lungo amore e, anche, una lunga dedizione di Antonio Donadio alla letteratura: lo ha nutrito nel suo cammino di vita privata e letteraria, pubblica e poetica; lo ha accompagnato tanto da introiettare l’essenza dei suoi antecedenti. (Ma antecedenti per natura sono il padre e la madre a cui sono dedicate le poesie d’apertura). Allora, ripartendo dal mio exergo, posso dire che la memoria, invece che tradire, sospinge a ridire, a non dimenticare, a farsi gradino irrinunciabile: quantum poetae valent…, quantum tempora longa valent, quanto valore nella durata del poeta e della poesia, di ieri, di oggi, di quella che resiste e di quella che il nostro autore propone in Versi in memoria da San Francesco a Alda Merini.

2026: Anniversario della nascita (100 anni) e decennale della morte (2016) di Dario Fo. Il ricordo di Antonio Donadio in questa intervista del 1995.

Incontrai Dario Fo a Salerno in occasione di un suo spettacolo sul Ruzzante. Gentilissimo mi concesse questa intervista, qui parzialmente riproposta.
(
da Panorama Tirreno, maggio 1995 NdR)

Intervista esclusiva al grande attore

Come ti Fo parlar Ruzzante

Dall’autore del ’500 attraverso koinè e grammelot ai temi dell’esistenza umana e della solidarietà, fino a una profezia del ’72 già… anti Berlusconiana!

Un autore del cinquecento, Angelo Beolco detto il Ruzzante, nella rilettura di Dario Fo, regista, attore e uno dei massimi autori teatrali del nostro novecento: circa ottanta testi teatrali rappresentati in tutto il mondo, dopo anni di ostracismo, per motivi politici, sia in U.S.A. che in Italia.

Ma perché proprio il Ruzzante in dialetto pavano?
– Ruzzante è stato il mio maestro senza di lui non avrei fatto “
Mistero Buffo”. Mi ha insegnato la libertà dello scrivere. Ho analizzato il lessico: un dialetto pavano ostico e quasi incomprensibile; e ho scoperto che era una lingua completamente inventata. Non giunta fino a noi perché legata al tempo, agli umori, alla cronaca. Ho fatto un lavoro di restauro, di scavo nel profondo, per rendere più comprensibile il testo.

La lingua, quindi, un ostacolo alla comprensione del testo?
– Non precisamente. Incomprensibile non solo per la lingua, ma anche per diverse componenti culturali. Nel Sud, la storia del Nord è poco nota: un conto è rappresentarlo a Venezia, un conto è farlo a Salerno. Come hai visto, stasera ho dovuto tenere una lezione introduttiva.

E allora, il linguaggio è diventato un’arma, una provocazione?
– Più che arma, un mezzo di conoscenza, con lo strumento della provocazione, per rompere certe barriere, certe perplessità. Stasera ho provocato sottolineando l’orgoglio del pubblico e via via ho notato una certa ripresa: erano entrati “nel gioco”, non più abboccati nel solo atto di presenza passiva. Il pubblico è disabituato a un simile teatro, un teatro di affabulazione. Suscita un’energia nel pubblico che non si vedeva più da tempo.

La lingua come strumento importante. Nel 1969 scrivevi: “L’operaio conosce 300 parole, il padrone mille, per questo lui è il padrone”. È cambiato qualcosa, oggi?
– L’operaio si è evoluto nello stesso tempo; ha perso altri valori. Il problema non è solo della parola, ma il problema della conoscenza, diciamo, collettiva, della solidarietà.

Torniamo al Ruzzante. Questi “passa in rassegna” le scritture, la chiesa trionfante, sottolinea la stupidità dell’uomo solo e con ironia beffarda va contro la guerra: di tutto c’è il disegno di “Ruzzante-Fo” di far riflettere, pensare, anche il più distratto degli spettatori.
– Se questo autore non avesse corrispondenza così precisa al nostro tempo, non avrebbe avuto senso riproporlo. Ruzzante è un grande autore. Ha detto cose, ad esempio, ancora prima di Shakespeare. In lui ci sono le radici fondamentali dell’“essere e non essere”: “
Se fossi io e se non fossi io? Se fossi un fantasma e la mia donna m’incontrasse per l’aere e mi trapasse dall’altra parte?” E poi quanta leggerezza, quanta semplicità, quando dice: “Se sei così vivo da essere disposto a buttar via la tua vita, perché ne abbia a giovamento in libertà e in follia l’altra gente…”. Quando senti un discorso così pieno? Neppure in Shakespeare!

Quindi, un autore non secondo a nessuno, ma poco rappresentato.
– Glauco Mauri l’aveva già fatto, ma traducendolo in veneto. Io, invece, ho cercato di renderlo più vicino a noi secondo lo stile del grammelot. Ne ho fatto una lingua, la Koinè pavana, non una italianizzazione, ma una pavanizzazione comprensibile. Ho usato termini, locuzioni, giochi lessicali, ironia e soprattutto non mi sono accontentato delle battute scosciate di un Ruzzante, nel tempo, assai saccheggiato.

Lingua, koinè, giochi lessicali, ma Fo affascina oltre che per la recitazione, per la gestualità. Pensiamo ad un altro grande, il francese Lecoq che sappiamo essere tuo amico… e maestro.
– Io devo a Lecoq la disciplina della sintesi e dell’articolazione della gestualità, cioè la tecnica di spezzare il gesto, studiarlo nella sua progressione, e di svilupparlo in sintesi. Io gli ho dato tutta la storia della commedia dell’arte corporale e non soltanto della parola.

Noto solo ora che non abbiamo detto niente sulla situazione politica. A microfono spento, gli ricordo un suo lavoro teatrale: “Ordine per Dio, 000.000.000.000” in cui così cantava: “Tu mangi quello che voglio io/ vesti come dico io/ tu canti e balli le canzoni che dico io/ anche l’amore lo fai come t’insegno io //Vuoi la libertà?Ti do la libertà/che voglio io:/libertà di stampa… libertà di politica…/ le elezioni si fanno quando decido io…/io pago tutti /tutti sono nella mia scuderia. Vai, vai”.

Era il 1972! Sembrerebbe scritto oggi… per Berlusconi! (L’intervista è del 1995. NdR) Profetico! Non solo Orwell, quindi, ma anche Fo, che ha fatto dell’intelligenza la sua arma migliore. E nel frattempo, l’Italia, targata Dc e Psi, canticchiava, tra bombe e stragi di Stato, spensieratamente, “fin che la barca va, lasciata andare!”.

Ruzzante-Fo o meglio Fo-Ruzzante, mi congeda con un abbraccio e una foto.

Mi piace ricordare, in quest’occasione, anche Franca Rame, scomparsa una decina d’anni prima di Fo (2013). Ebbi occasione di intervistare anche lei, a Salerno presso il Teatro Verdi.

A tal proposito aggiungo un divertente anettodo. Quando terminò l’intervista la signora Rame -chiamandomi “ragazzo” volle che le dessi del tu – mi chiese di accompagnarla al fu “Hotel Jolly”, che distava circa cento metri dal teatro. E fu così che, nascondendo a fatica un certo stupito imbarazzo, lasciammo il “Verdi”: lei al mio braccio che indossava ancora la sua vestaglia rossa! Ecco mi piace ricordala così, che scompare in una nuvola rossa. Colore che ha caratterizzato tutta la sua vita di donna e di attrice: colore della passione, del sacrificio, del dolore, dell’amore al di là di dogmi e settarismi.