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Per il centenario della nascita del poeta lucano Rocco Scotellaro.

Il poeta Rocco Scotellaro nasceva esattamente cento anni fa e moriva a soli trent’anni il 15 dicembre 1953. Di seguito una mia poesia a lui dedicata e il mio ricordo tratto da Italian Poetry del 12 dicembre.

A ROCCO SCOTELLARO

Non so se il tempo disegnerà

versi incantati e fragili

a dispetto di un fiore

che continuamente muore

a muta memoria nel loro farsi

unico respiro. Lucania,

compagna dolce e sconosciuta,

rivoli di capelli neri.

Ancora lontana è la primavera.

                             Antonio Donadio

ROCCO SCOTELLARO,  IL CENTENARIO DELLA NASCITA.

E’ fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi / con i panni e le scarpe e le facce che avevamo.” Versi arcinoti di Rocco Scotellaro richiamati da Carlo Levi nella presentazione al volume postumo “E’ fatto giorno” (1954), pochi mesi dopo l’improvvisa prematura morte del giovane poeta lucano. Versi come pietre di uno sperato, agognato riscatto di un popolo dimenticato, relegato ai margini del vivere sociale. Essere finalmente “ entrati in giuoco” del grande ritmo vitale e sociale della neonata Repubblica Italiana. Ma questi Ultimi sono entrati in gioco non da vittime dolorose e piangenti, ma fieramente “con i panni e le scarpe e le facce” di sempre. Nulla è mutato in loro. E’ questo che fa di Scotellaro un poeta “diverso” da altri poeti lucani/meridionali. Non indossa l’abito della festa per sedere al tavolo dei grandi; alto e fiero della fierezza del suo popolo, degno e fiero anch’esso. Non lamentazione sterile e miserevole per invocare, anzi per pretendere una più onorevole e giusta qualità di vita. Panni, scarpe e soprattutto facce: quelle di sempre. Poeta realistico, quindi, Scotellaro? Direi, ma solo in parte. Egli non rappresenta, non racconta il reale né lo interpreta, ma lo vive, non da personaggio ma da persona. “Poeta della libertà contadina”, come affettuosamente lo chiamava Carlo Levi, si fa emblema di un popolo, quello contadino appunto, quello dell’ “Uva puttanella”, dimenticato, emarginato da sempre. Lontano dalla denuncia sociale dell’amico Levi che da uomo colto del Nord “legge” il sud da spettatore pur con occhi partecipi e solidali, né da Leonardo Sinisgalli, lucano di Montemurro trapiantato a Milano. E dalla lontana Milano, lontana nello spazio e nei moderni ritmi vitali, che racconta la sua Terra, velata di ricordi dolorosi. In lui il reale sfugge a una connotazione temporale per assumere connotazioni intimistiche proprio dell’anima di questo poeta ingegnere che vive e osserva, ma la sua non è pura contemplazione, è un inglobare il reale in sé che si fa memoria. Ben diverso anche un raffronto con un altro poeta meridionale, Salvatore Quasimodo emigrato al Nord come Sinisgalli. Lontana è la sua Terra, la sua Sicilia, lontani gli affetti più cari, lontana la sua cara madre, cui riserva versi: “ Finalmente, dirai, due parole / di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto/e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore/ lo uccideranno un giorno in qualche posto.” E’ il suo un addio dettato da un patos tutto interiore, un moto dell’animo rivolto a un incerto e forse pericoloso futuro. Sarà diverso, come vedremo, l’allontanarsi di Scotellaro dalla sua terra nativa. E allora incontriamolo questo giovane, giovanissimo poeta, troppo presto mancato. La sua è una scrittura lontana da effetti di maniera, tipici topoi manieristici, (come si concilierebbe, poi, uno scritto “di maniera” per una rappresentazione passionale e fieramente vissuta ?). Nessun effetto letterario, estetizzante se non progettualmente rappresentativo di un narrare viscerale, puro. Scotellaro non scrive per piacersi e compiacersi, né per piacere al lettore, ma per entrare in sintonia con lui scrivendo ciò che vive, che vive anche il suo lettore o che ha vissuto, che hanno vissuto da generazioni i suoi concittadini, la gens lucana, i basilischi di un tempo anche non troppo lontano. Il suo è un verso apparentemente piano, a volte discorsivo, ma a ben vedere, è un verso nervoso, scalpitante come un mulo che riposa dopo la dura fatica quotidiana “la luna piena riempie i nostri letti/ camminano i muli a dolci ferri”.
E anche la sua breve vita fu contrassegnata da un continuo andare, dalla nativa Tricarico a Sicignano degli Alburni, a Cava de’Tirreni per frequentare la Scuole Media presso il Convento dei Cappuccini “il padre m’inchiodava la cassa/la sorella mi cuciva le giubbe/ed io dovevo andarmene studiare/ nella città sconosciuta!” e poi a Matera, Roma, Trento, Bari e poi Napoli “Ora forse devo andarmene zitto/ senza guardare indietro nessuno, / andrò a cercare un qualunque mestiere” fino a Portici dove, purtroppo, per un attacco cardiaco perse la vita a soli trent’anni, esattamente settant’anni fa, 15 dicembre 1953. Ma la presenza viva in sé della sua Terra non l’abbandonerà mai “ Tornate ai vostri cieli passere./il sole non ci burla, ecco riappare, /è quello di sempre, ha gli occhi crudi/per questi poveri uomini nudi”. Versi di una forza enunciativa emozionale: le passere devono tornare ai propri cieli, l’amico sole che non abbandona mai, è pronto a riapparire -attraverso uno stupendo uso della sinestesia- con occhi nudi per degli uomini poveramente ignudi. Basterebbero solo questi versi a delineare la cifra poetica personalissima e potente di Scotellaro. Ma il giovane Rocco, fiero nelle sue battaglie civili in difesa dei diritti degli ultimi, pagò un prezzo altissimo. Nel febbraio del 1950, nelle funzioni di sindaco di Tricarico, fu arrestato per concussione, condannato al carcere e poi assolto non solo “perché il fatto non costituisce reato”, ma la Corte di Appello di Potenza parlò in modo inequivocabile di “vendetta politica”. Quel poeta che nella sopraccitata poesia “E’ fatto giorno”, solo un anno prima di morire così scrive: ” Allungate i passi, papi e governanti/alla luce degli scalzacani che vi hanno smentito./ Perché nel cielo si alza il sole/e dice tutte le verità, anche di voi,/che per farvi accettare/ci togliete il cuore e la lingua./ dice che due tizzoni fanno il fuoco/ stasera nelle casupole affumicate.” E forse, piace pensare, che uno dei due tizzoni, si sentisse lo stesso Rocco Scotellaro, un tizzone che fa luce prepotentemente da “povere casupole affumicate “ e che ormai fatto giorno “ ci si augura che “
la notte non sarà più scura e silenziosa”.

Su Costellazione Parallela Poetesse italiane del Novecento a cura di Isabella Leardini, Vallecchi 2022

Se un vostro figlio vuole fare lo scrittore o, peggio, il poeta, sconsigliatelo fermamente. Se esiste, intimatogli più fermamente di smettere. Se continua, minacciate di diseredarlo o di togliergli il vostro affetto. Oltre queste tre prove, se resiste, cominciate a ringraziare Dio di avervi dato un figlio ispirato, diverso dagli altri, e lasciatelo fare, aiutandolo moderatamente, cercando di capire, senza troppe parole, il mondo che gli si agita dentro”.


Così Grazia Deledda in un libro di suoi ricordi. “Se vostro figlio… ” credo che la Deledda non facesse distinzione di genere, ma c’è da chiedersi e se, mutuando il titolo del bel libro di Isabella Leardini, questa “costellazione parallela” non ci fosse? Se a voler esser poeta è una donna, lo è e lo è stato una donna? Chi è la donna poeta? ( Guai a dire poetessa ammoniva fermamente Maria Luisa Spaziani della quale ricordiamo l’ insostituibile “Donne in poesia”) . Ma chi è il poeta, femmina o maschio che sia? Ma ancor prima, cos’è la Poesia? Cos’è, per dirla con la Deledda, questo mondo che agita dentro al poeta? Cosa fosse mai la Poesia, lo chiesi a Mario Luzi nella prima mia intervista che il grande poeta mi concesse.

Si era nell’ aprile del 1989 e lo scenario intorno, oggi si direbbe location, sembrava essere fieramente partecipe a un tema così affascinante, lo splendido golfo di Napoli. La risposta mi spiazzò non concedendomi alcuna replica: “ La poesia e la vita al quadrato. Dimmi cos’è la vita e saprai cos’è la Poesia“. “La Poesia è la Vita al quadrato”. Nodale lezione per me giovane poeta e locuzione che divenne poi nel 2014 il titolo di un mio saggio sulla poetica del grande poeta fiorentino.

Eppure il poeta, da sempre, imperterrito insegue l’indicibile, inconsapevole di nulla e di niente attraverso l’uso della parola che si fa urlo, scavo profondo del proprio animo. Parola nata nell’ ungarettiano “delirante fermento” che si fa Poesia: ” Quando trovo/ in questo mio silenzio/ una parola/scavata è nella mia vita/ come un abisso”. E che non ci sia distinzione di genere tra il poeta femmina o maschio, è ben sottolineato dalla Leardini in questo suo volume (Costellazione parallela Potesse italiane del novecento Vallecchi 2022).

E lo fa con una sagace provocazione espressa nel sottotitolo, ma esplicitata chiaramente nell’ampia introduzione: “La scelta di utilizzare fin dal sottotitolo la parola potesse, consapevole che molte autrici oggi rivendicano la maggiore correttezza della forma poete, non è dovuta a ingenuità o soggezione, ma neppure a una pura affermazione della differenza [ ] volutamente e provocatoriamente scelgo di mantener la parola più scomoda e più antica nel nostro immaginario, perché coerente con ciò che desidero affermare: la presenza della storia, non soltanto in valore della differenza ma con esso la necessità di ricostruire e accogliere una tradizione fatta anche di ombre.” Eppure alla fine la Leardini sorprende anche il più avveduto lettore, sovverte persino il significato dello stesso titolo, quasi una verità in absentia: ”…essere una costellazione parallela significa essere finalmente guardate alla stessa altezza. La nostra però è una diversa sfida, per noi e per chi segue i nostri passi il compito è non essere mai più una costellazione parallela“.

In poche parole, esser parti di una Costellazione Unica! Ma veniamo alle poete presenti in antologia: alcune notissime, come Ada Negri, Sibilla Aleramo, Antonia Pozzi, la citata Maria Luisa Spaziani, Cristina Campo, Amelia Rosselli e la molto amata Alda Merini. Altre meno note e altre non inserite.

E a spiegare tale omissione, la curatrice, quasi a mo’ di scusa, ha tenuto a precisare che non ha incluso nomi imprescindibili come quelli di Grazia Deledda o Elsa Morante “ è perché in loro personalmente non ho avvertito la poesia come una vena primaria ma piuttosto come contro canto a un’opera che splende in altra forma”. E di questo “contro canto” la Deledda è stata magistrale interprete ed è per questo che ho ritenuto esemplificativo ricordare in apertura quel suo scritto. E allora, la poesia etichettata come “femminile “? “Non si tratta soltanto del pregiudizio della poesia femminile come emblema di dilettantismo e sentimentalismo, ma di una più sottile gerarchia che investe topoi, temi, forme metriche e lessico: un automatismo interpretativo con cui la poesia delle donne è stata letta, commentata, selezionata.  Il canone è soltanto la conseguenza, il riflesso inevitabile di un vizio di sguardo e di una società “.

Ho scelto di non soffermarmi su alcuna delle poetesse presenti in quest’antologia né su alcuna delle loro liriche, ma faccio un’eccezione per Antonia Pozzi, morta suicida a ventisei anni. Figlia unica di genitori dell’alta borghesia milanese non fu mai ostacolata nel suo scrivere; anzi il padre, entusiasta, si era subito prodigato per trovare un ottimo editore per la giovanissima figlia. Ma tutto ciò non le bastava, neppure una brillante laurea in Lettere ma, per esser donna, sottolinea la Leardini: “pagando il doppio delle tasse scolastiche rispetto ai loro compagni di studi”, sentiva la Poesia essere la sua unica interlocutrice e a essa si rivolgeva con dolorose devote parole: “ Poesia che ti doni soltanto/a chi con occhi di pianto/si cerca- /oh rifammi tu degna di te,/ poesia che mi guardi”. (da Preghiera alla poesia, in Parole, Garzanti 1989).

Rileggiamo Talora nell’arsura della via del poeta Camillo Sbarbaro tra sorprendenti affermazioni: “Basta con Verga”, “ Leopardi non è un poeta” !

Mi verrebbe da dire, un po’ polemicamente, alzi la mano chi “conosce” il poeta Camillo Sbarbaro. Quanti sono coloro i quali hanno letto le sue poesie, “sanno” della sua poetica, del suo vivere “sofferto” e molto vicino a noi più di quanto si possa credere. Eppure in questi giorni, “qualcuno” ha riscoperto una sua poesia,” Talora nell’arsura della via” dall’apparente tema in sintonia con l’opprimente caldo di questa nostra estate. Ma questa poesia è molto, molto altro e di più e di un attualità sorprendente benché scritta più di cento anni fa (1914). Testo notevole nel nostro Novecento Italiano egemonizzato in quegli anni da un Dannunzianesimo dilagante.

Talora nell’arsura della via

Talora nell’arsura della via
un canto di cicale mi sorprende.
E subito ecco m’empie la visione
di campagne prostrate nella luce…
E stupisco che ancora al mondo sian
gli alberi e l’acque
tutte le cose buone della terra
che bastavano un giorno a smemorarmi…
Con questo stupor sciocco l’ubriaco
riceve in viso l’aria della notte.
Ma poi che sento l’anima aderire
ad ogni pietra della città sorda
com’albero con tutte le radici,
sorrido a me indicibilmente e come
per uno sforzo d’ali i gomiti alzo…

(da Camillo Sbarbaro “Pianissimo” Edizioni La Voce, Firenze 1914)

Camillo Barbaro, poeta dallo stile asciutto, secco, lontano, molto lontano da qualsiasi  compiacimento estetico, qualsiasi retorica letteraria. Stile quasi subìto dal poeta anche al di la della sua stessa volontà e consapevolezza; si sentiva quasi “costretto”  a scrivere “quel qualcosa” che gli urgeva dentro. Stile che meglio non avrebbe potuto rappresentare la sofferta presa coscienza del dolore di vivere, sofferta crisi esistenziale che attanagliò il suo animo come quello di un altro grande poeta ligure Eugenio Montale. Il poeta, l’uomo deve smemorasi per continuare a vivere come in questi splendidi versi.

Per una sintetica analisi connotativa del linguaggio, proporrei di dividere questa poesia in tre strofe di cui le prime di quattro versi ciascuna: tutte e tre le strofe terminano con l’uso della figura retorica della Reticenza ovvero i puntini sospensivi sostituiscono quanto è facilmente intuibile. Tre pure sono le Similitudini presenti ai vv.9/10, v.13 e vv. 14 e 15 laddove in ”i gomiti alzo” può riscontrarsi l’uso della Sineddoche.

Nel confronto col linguaggio denotativo, la poesia sembra scindibile in due atmosferiche poetiche: la contrapposizione tra Città e Campagna e la contrapposizione tra Realtà e Sogno, il tutto legato da un anello di congiunzione che è dato dalla funzione del Tempo.

La Città è rappresentata da “arsura della via”, “ ad ogni pietra della città sorda”. La Campagna invece da “un canto di cicala, “ visione/di campagne prostate nella luce”, “ gli alberi e l’acque/tutte le cose  buone della terra”, “ l’aria della notte” , “com’albero con tutte le radici”. Come si può intuire hanno valenza negativa: l’arsura e la sordità della città, mentre valenze positive hanno il canto di cicala, la luce delle campagne (laddove , in campagna, diventa luce quello che nella vita cittadina è arsura); gli alberi e l’acque (contrapposte quest’ultime all’arsura della via e la pietrificazione della città sorda contrapposta al muoversi dell’albero con tutte le radici); il termine sorda poi chiama in antitesi “il canto di cicala”.

La sfera poi del Reale e del Sogno è data dai vv. 1/2 (Reale) contrapposti ai vv.3/4 (Sogno-Visione) e ancora i vv.11/12 (Reale) contrapposti ai vv.13/15 (Sogno). L’anello di congiunzione, dicevo, è dato dalla presenza del Tempo espresso in voci inequivocabili: dal “Talora” inteso come: a volte accade che… si passa al “Subito” in contrapposizione a quanto prima accaduto, attraverso “l’ancora” e “Un giorno”  (squisitamente riflessione- sensazione temporale) al “poi” finale per una decisione che non lascia possibilità di dubbi: volare come un uccello pur sentendosi un immobile albero, volare sradicando dal suolo le proprie radici che sanno di prigioni.  

E’ questo dolore per ciò che fu e non è più, per quanto l’uomo con la sua “civiltà” la sua urbanizzazione, sta togliendo a se stesso, per un recupero non nostalgico né estetizzante  della natura, per un afflato umano con “tutte le cose buone della terra” che fa di questa poesia una “nostra” attualissima poesia, cosi travagliati da questa società contemporanea che sembra distruggere irrimediabilmente “gli alberi e le acque” (come sta a dimostrare lo stravolgimento meteorologico di questi anni, dal caldo siberiano, alla desertificazione di ampie parti del pianeta, allo sciogliersi dei ghiacciai con disastrosi fenomeni alluvionali, …) e “tutte cose buone della terra” quelle cose che “bastavano un  giorno a smemorarmi” . Smemorarsi, attenzione, non perdita della memoria, ma recupero di memoria storica e psicologica attraverso l’identificazione con la Natura (uomo compreso) affinché il nostro vivere non sia o diventi vivere “da ubriaco” annebbiati dall’alcool del presunto benessere moderno, e lo”stupore sciocco”per l’improvvisa , ormai sconosciuta, salutare “aria della notte” sul viso. Sentirsi “alberi con tutte le radici” pronti al volo e non lasciare che l’anima aderisca “ad ogni pietra della città sorda”.

*****“Basta con Verga”. “ Leopardi non è un poeta” !*****

Certamente il tema centrale di questa poesia non è il caldo eppure credo che un caldo eccezionale possa anche contribuire ad alcune esternazioni molto, molto discutibili:

Basta insegnare Verga nei licei, non ne possiamo più. Si legga piuttosto il mio “Va dove ti porta il cuore” ha sentenziato la scrittrice Susanna Tamaro (23 maggio c.a.). Inattuale Verga? Non direi proprio. Basterebbe solo ricordare il racconto Rosso Malpelo per un doloroso confronto con il detestato fenomeno del bullismo.

E un paio di anni la poetessa Patrizia Valduca, compagna per molti anni di un altro poeta, Giovanni Raboni, affermò: “Leopardi, è stato un filosofo, un bravo filosofo, ma certamente non è stato un poeta! Era troppo intelligente per essere un poeta, un poeta deve essere stupido ogni tanto e lui non lo era. Scriveva in prosa e poi andava a capo…” “ Descrivendolo così: “Un gobbo di un metro e quaranta che mangiava solo gelato invidioso di Monti”. Offensiva, terribile gratuità!

E per sostenere la tesi che Leopardi non è un poeta, declamò alcuni versi del “L’Infinito” confrontandoli con alcuni versi di una poesia di Pascoli, “L’Aquilone “ concludendo tout court : “Ecco questo è un poeta vero! Poverino Leopardi voleva intensamente essere un poeta ma …. “ Fatta salve l’opinione di ciascuno, mi sembra poco ortodosso da parte della poetessa Valduca mettere a confronto due poesie, scritte l’una nel 1819 (Leopardi aveva 21 anni) con l’altra scritta nel 1897 (Pascoli aveva 42 anni) dimenticando, forse, “la Stessa” che tra le due composizioni vi è uno spazio temporale di circa 80 anni. E che anni: l’intero Ottocento! Ed è proprio certa la Signora Valduca che la lezione del “mancato” poeta Leopardi ” non sia “servita” al “vero” poeta Giovanni Pascoli?

Amara conclusione: se la nostra Letteratura si appresta ad essere scritta e riscritta da “simili autori”, allora prenderò a leggere i romanzi di Liala e brucerò interi tomi di critica letteraria.

Per il Giorno della Memoria

Voi che ancora avete occhi
ditemi
che fu vista partire
su stridere d’ossute rotaie cariche
di giovani increduli lamenti
dietro cime di estreme ultime paure
ditemi che non ritornerà
nelle notti senza luna
che mai più riderà domestica iena
tra stupiti innocenti latrati.

Ditemi
che ancora sarà gioia aspettare
l’alba su guance serene
che è tempo di nuovi sguardi
per occhi di pianto
fattosi crudele fratello.

Antonio Donadio

NdR: da Italian Poetry La Poesia della settimana: Donadio del 30 gennaio 2023

Natale 1809. “I RE MAGI” del giovane Leopardi

Mi piace condividere con i nostri lettori questo avvincente articolo tratto ancora una volta dall’autorevole Blog de “Italian poetry” a firma del sempre brillante nostro collaboratore, il poeta e critico Antonio Donadio, che questa volta si è soffermato su un’opera giovanile di Giacomo Leopardi quando il grande poeta aveva solo undici anni. Si tratta di un lungo poemetto che ha per tema I Re Magi. Un giovanissimo Leopardi che si potrebbe definire “cristiano”.(ndr)


Recanati 1809. Tra gli scritti del giovane Leopardi spicca per semplicità, fervore devozionale e sforzo di documentazione storica, in endecasillabi sciolti, un poemetto intimista di grande valore autobiografico: “I Re Magi”. Dalle Lettere sappiamo che in casa del Conte Monaldo Leopardi, in occasione del Santo Natale, si svolgeva l’annuale rappresentazione che coinvolgeva tutti i figli, anche i più piccoli. Per il Natale del 1809 il primogenito, battezzato Giacomo Taldegardo Francesco Salesio Saverio Pietro, presenta al padre alcuni suoi scritti come il padre reclamava. Opere non paragonabili alla grande stagione leopardiana, ma molto interessanti anche per il genuino spirito cristiano che le anima e che ci mettono a nudo qual era il vissuto religioso di casa Leopardi. Ci parlano dell’ambiente, del sistema educativo e della formazione poetica e religiosa dell’adolescente. Proprio in quello stesso anno, il 9 aprile, Giacomo aveva ricevuto la Prima Comunione. “Egli in quegli anni, scriverà il fratello Carlo ad Antonio Ranieri, amava molto anche le pratiche religiose. Si divertiva solo molto impegnamente con l’altarino. Voleva sempre ascoltare molte messe, e chiamava felice quel giorno in cui aveva potuto udirne di più”.

Per quel Natale, Leopardi scrisse, oltre al poemetto “I Re Magi” anche “Per il Santo Natale. Canzonetta”, quattro quartine doppie di settenari sciolti, e un breve brano di prosa: “I Pastori, che scambievolmente s’invitano per adorare il nato bambino”. Del poemetto è lo stesso Leopardi che nel fare, in seguito, un “Indice delle opere giovanili ” ci informa: ” I Re Magi. Poemetto letto, ed approvato dal fu marchese Tommaso Antici mio zio Materno ex Card. di S.R.C. il quale rimandommi il Poemetto con questi versi: “O dotto Figlio di più dotto Padre/Segui il cammin che a somigliar t’invita/Quegli al sapere alla pietà di Madre”. “I Re Magi” è diviso in tre canti. Il primo canto apre con la descrizione della capanna e di una prodigiosa primavera. Apparizione della stella, la meraviglia dei Magi e la decisione di andare ad adorare il divino Infante: “ De’ Regi Baldassar, Gaspar, Melchiorre/ scuotesi la sapienza, e sono anch’essi/del fulgid’astro indagatori ansiosi:/Celeste lume a rintracciar li porta/su le sacrate carte il ver nascosto, /già vi passan le notti, e i giorni interi, /e ormai son certi che di un Dio fatt’uomo/in terra sceso sia cotesto un segno”. S’incamminano preceduti dalla stella. Con l’inizio del canto secondo, i re Magi giungono a Gerusalemme: “Già di Gerusalemme l’ampia cittade/a lor si mostra torreggiante, e bella/lieti affrettano il passo, e par, che in seno/il bel desìo s’aumenti, e il santo amore”. La stella scompare. Chiamati, si presentano ad Erode: ”Erode l’empio, che sul soglio assiso/tetrarca altero, e odioso, aspro tiranno/la Giudaica nazion regge, e governa/stupisce anch’egli, ed i Regnanti ignoti/a se d’innanzi chiama, essi ubbidienti/volgono il passo a la magion superba”. Ripartono. La stella ricompare. Giungono alla Capanna: “Così dicendo a la rural cappanna/volgono il passo, e fra timore, e speme/v’entrano umili. Il venerato Nume/giace Bambin: l’Immacolata Madre/Benigna, e tutta amor gli accoglie, a terra/piegan’essi il ginocchio, e l’aureo scettro/posan sul suolo, e dal canuto capo/traggono riverenti il lor diadema.“Adorano il Bambino e offrono i ricchi doni: “Spingon le braccia, ma il pudore umile/dubbiosi li rattien, vincono alfine/ogni timore, e un amoroso bacio/stampan sui piedi del Bambin celeste e poscia/offrono quindi i ricchi doni, e poscia/tornan gl’inchini a rinovar devoti”. Ripartono. Canto terzo. Consiglio dei Demoni. Erode è furibondo. Un angelo avverte Giuseppe di fuggire e i Magi a non ripassare per Gerusalemme. che infatti tornano per un’altra via. Fuga della Sacra Famiglia: ”Giuseppe intanto il Redentor Bambino/seco recando, e insiem la casta, e santa/Immacolata Madre esce ubbidiente/da la cappanna umile/ e a pari ignote/ rivolge il passo; il cenno sovrumano/ così comanda e d’ubbidir fa d’uopo.”. Il canto, e con esso il poemetto, si chiude con la strage dei neonati: “Ma quai gemiti oimè, quai pianti, e strida/…. Barbaro Erode! I desolati pianti/non muovono il tuo cuor, fermo tu resti…”.

Nessuna meraviglia per i motivi ispiratori di quest’opera; argomenti sacri ma ammantati di atmosfere quasi fiabesche in cui il giovanissimo Giacomo, come scrive Maria Corti, cui si deve la riscoperta e la pubblicazione, nel 1972, delle opere giovanili (1809-1810) del poeta: “S’immerge, con cerimoniosa effervescenza, talora con grazia ingenua e infantile, come se il ragazzo fosse di fronte a una bella e illustre favola, che lo attrae e invita a scrivere”.

Seppure ad una lettura superficiale “I Re Magi” appaiono come un poemetto che non esce dai confini di una buona esercitazione poetica con qua e là sprazzi di versi emozionanti, considerare queste opere giovanili di Leopardi, come semplici curiosità sarebbe un grave errore. Si tralascerebbe un quadro d’insieme che permette, in un più ampio discorso storico-letterario, di conoscere i prodromi della futura grande poesia leopardiana. Segnali della predestinazione alla poesia e come tali con estrema discrezione indagati; evitare il condizionamento del continuo giudizio comparativo nei riguardi della grande sua poesia, operazione che sarebbe antistorica e impietosa. Infatti, scrive ancora Maria Corti: “Uno studio sistematico su fatti fonetici e morfologici dei testi 1809 /1910 rivelerà sia la presenza di consuetudini formali della scuola dei Gesuiti [ ] sia la persistenza di forme antiche, tramandate dalla lingua poetica.” E quanto importante fu, in quegli anni per il giovanissimo poeta, l’insegnamento del gesuita Don Giuseppe Torres, fu lo stesso poeta a sottolinearlo: “A lui debbo la mia educazione, i miei principi, e tutto il mio essere di cristiano e di galantuomo”. Radici di una cultura classico-arcadica che diverranno, in seguito, elementi essenziali per la sua futura trasformazione ideologico-letteraria. E quale segno lasceranno quegli anni di fervente ammaestramento religioso? Ne dà una risposta – negativa- lo stesso Leopardi a vent’anni quando nello Zibaldone scrive: ”Quanto anche la religion cristiana sia contraria alla natura, quando non influisce se non sul semplice e rigido raziocinio, e quando questo solo serva di norma, si può vedere per questo esempio. Io ho conosciuto intimamente una madre di famiglia (sua madre) saldissima ed esattissima nella credenza cristiana, e negli esercizi della religione. Questa non solamente non compiangeva quei genitori che perdevano i loro bambini, ma gl’invidiava intimamente e sinceramente, perché questi erano volati al paradiso senza pericoli [ ] .”

Ma in contrapposizione a tale assunto emergono tanti altri momenti in cui verrà fuori un Leopardi diverso: certamente non tale da potersi definire “poeta cristiano”, ma non molto lontano dall’idea di Dio. Ne è ad esempio il canto “Aspasia” ove la bellezza femminile appare indice di una presenza divina: Raggio divino al mio pensiero apparve, / donna, la tua beltà”; la bellezza femminile – da motivo stilnovista- come ” messaggio” per guardare oltre il terreno alla ricerca della perfezione, dell’infinito o come in “Alla sua donna”: “Se dell’eterne idee / l’una sei tu cui di sensibil forma /sdegni l’eterno senno esser vestita”. Ma ancor di più, quanto scritto nello Zibaldone che alla religione ha dedicato ampie e articolate riflessioni: “La maggior felicità possibile dell’uomo in questa vita, ossia il maggior conforto possibile, e il più vero ed intero, all’infelicità naturale, è la religione”. Ma sempre in lui costante sarà il dubbio: nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”:ove tende / questo vagar mio breve o in “A se stesso”, dove in pieno scoramento, senza null’altro attendere e sperare, gli appare svanita per sempre ogni sete di verità: Non val cosa nessuna / i moti tuoi”. Solo l’anno dopo, il 24 dicembre, Leopardi in una lettera indirizzata al padre si scuserà per non aver scritto nulla, nessun “libercolo”, per le festività natalizie, perché aveva poco tempo preso ad occuparsi di “opere più vaste”: “ ardii intraprendere opere più vaste, ma il breve spazio, che mi è dato di occupare nello studio, fece che laddove altra volta compiva i miei libercoli nella estensione di un mese, ora per condurli a termine ho d’uopo di anni. Quindi è che malgrado le mie speranze, e ad onta del mio desiderio, non mi fu possibile di terminare veruno di quelli, che mi ritrovo aver cominciati”. Stava iniziando la grande stagione dei Canti. Periodo questo che Leopardi definirà “il miglior tempo ch’io abbia passato in mia vita, e nel quale mi contenterei di durare finch’io vivo”.