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CAVA DE’ TIRRENI (SA). La scomparsa di Agnello Baldi, “erede” di Della Corte e colonna di Cultura

Docente autorevole e stimato, appassionato cultore della conoscenza e della ricerca, acuto indagatore delle antiche epigrafi, saggista di livello nazionale, critico letterario di profondo respiro e certosina attenzione, storico competente delle vicende legate al nostro territorio, conferenziere dotto, eloquente e prestigioso, punto di riferimento della vita culturale cittadina e non solo, persona affabile e disponibile. Insomma, una colonna che ha dato sostegno e linfa alla vita della nostra comunità nei decenni appena trascorsi.

Per questo, pur nonostante la delicatezza e la discrezione con cui è stata annunciata la scomparsa del prof. Agnello Baldi, che è spirato nella “sua” Cava de’ Tirreni l’8 luglio scorso all’età di ottantaquattro anni, non può naturalmente essere “silenzioso” anche il ricordo della sua figura. Giusto allora ripercorrere, almeno per grandi linee, le tappe di una prestigiosa carriera “letteraria e culturale” che lo ha visto protagonista per oltre mezzo secolo.

Laureato in Lettere Classiche presso l’Università di Napoli con una tesi sull’archeologia pompeiana, fu allievo di Matteo Della Corte, pompeiani sta di livello internazionale, cavese anche lui, che lo designò nel testamento morale come continuatore dei suoi studi.

Ordinario di Italiano e Latino nei Licei, ultimo dei quali il “Marco Galdi” di Cava de’ Tirreni, dal 1987 fino al pensionamento il prof. Baldi è stato Ispettore Ordinario del Ministero della Pubblica Istruzione. E per anni ha collaborato al Dipartimento di Italianistica dell’Università di Salerno; tra i risultati prodotti, la scoperta a Malta e lo studio di una rara edizione dei sonetti italici di Enrico Poerio.

Come studioso, ha prodotto oltre duecento pubblicazioni, tra cui spiccano le sue preziose ricerche in campo archeologico, punto di riferimento per gli studiosi di tutto il mondo (soprattutto quelli di lingua tedesca, una lingua che per lui era, se non madre, almeno “sorella”): La Pompei giudaico-cristiana (1964), Iscrizioni pompeiane (1982), L’anatema e la croce (1983).

Molto alto anche il livello dei suoi lavori di critica letteraria, tra cui ricordiamo gli studi e le iniziative sull’amatissimo Dante Alighieri, da Dante nella prospettiva del Risorgimento (1961) a Nel regno del maledetto lupo (Inferno- Canto VII – 1993).

Ha collaborato a riviste specialistiche nazionali e, nella sua qualità di giornalista, ha scritto vari articoli anche sull’Osservatore Romano.

Nel 1973 ha fondato a Cava con Fernando Salsano e Padre Attilio Melloni la Lectura Dantis Metelliana, tuttora viva e vegeta, che è una delle poche “Lecturae” dantesche italiane dove, oltre a conferenze specifiche, vanno “in scena” a cicli tutti i canti della Divina Commedia. Per tutto l’arco della sua vita Baldi ha curato, diretto e seguito con amore e immutata passione questa “sua” creatura, diventata con gli anni una della stelle polari delle stagioni culturali metelliane.

Negli ultimi tempi ha partecipato al Comitato Scientifico del Premio Letterario Nazionale “Badia di Cava de’ Tirreni”, riservato agli studenti, e, ultima carica attiva, è stato tra i componenti del Comitato Scientifico del neonato Centro Studi per la Storia di Cava, oggi composto dal fior fiore degli intellettuali cavesi, diretto dal prof. Giuseppe Foscari e già in grado di segnare profondamente la vita culturale della nostra Città.

Proprio al Centro Studi, oltre che alla Lectura Dantis metelliana e naturalmente all’Amministrazione Comunale, la scomparsa del prof. Baldi lascia idealmente il testimone delle prossime commemorazioni e della memoria futura di un uomo che tanto ha dato e che merita di “vivere” nell’immaginario collettivo della nostra Città.

Parafrasando Ugo Foscolo, uno dei poeti a lui più cari, i suoi lavori e il ricordo della sua presenza attiva a egregie cose il forte animo accenderanno. E per fortuna, a Cava, crediamo proprio che i “forti animi” in questo senso non manchino. Bisogna solo stimolarli e “accenderli”…

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Dal colore con emozione: riapre San Giovanni con la Mostra dell’Accademia “Arte e Cultura”

Dove eravamo rimasti? Queste le celebri parole con le quali Enzo Tortora riprese le trasmissioni di Portobello dopo il calvario che lo aveva portato al carcere e alla gogna mediatica e dopo la successiva riabilitazione morale, civile e pensale, quando fu consacrata la sua innocenza e verificata l’ingiustizia subita.

Con queste parole, rievocate opportunamente dall’Assessore e Vicesindaco Armando Lamberti, con la conduzione del sottoscritto scrivente ed alla presenza del fondatore Michelangelo Angrisani, dell’ex Commissario dell’AST Carmine Salsano e del critico prof. Fabio Dainotti, il 27 giugno scorso è stata aperta, anzi riaperta, nel magnifico Complesso di San Giovanni lungo il Corso di Cava de’ Tirreni, la Mostra L’emozione nel segno, nella colore, nella parola, organizzata dall’Accademia Arte e Cultura di Michelangelo Angrisani.

La prima inaugurazione era avvenuta infatti il 3 marzo scorso e ha rappresentato l’ultimo incontro pubblico prima della proclamazione del lockdown e mentre era in atto l’esplosione totale della pandemia e dei cento giorni che sconvolsero il mondo. Dopo la lunga e “svangante” parentesi del lockdown e all’alba dell’Italia nuova del “(quasi) dopo-COVID”, la vita pubblica culturale ricomincia proprio sotto il segno di quella mostra. Un arco ideale tra a.C e d.C (che oggi purtroppo significano non più solo avanti Cristo e dopo Cristo ma anche avanti Covid e dopo Covid); un arco che evoca la continuità ma contiene in sé la piena coscienza della rottura.

Per tale ragione nel corso della serata in uno dei quadri della Mostra, autrice Stefania Siani, è stato identificato il simbolo di questi tempi di ombre striscianti sulla luce splendente, di pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà, di disperante ma incrollabile speranza. Non avendo il quadro ancora un nome, lo chiameremo “Brivido di Bellezza”. Un volto armonioso di donna, una testa coronata di mille colori, un collo da esposizione, ma uno sguardo che fatica a trovare la luce, obliquamente smarrito negli intimi pensieri della sua fragilità, timoroso e quasi rabbrividente nell’affacciata su un’ombra immaginaria che viene dal domani. È la Bellezza ferita di noi italiani, ma è anche la Bellezza ferita del mondo e di un’umanità che non è aliena dal ferire le grandi bellezze ma che stavolta ha dovuto subire l’assalto della Natura, principale vittima delle sue smanie. Eppure in quel quadro domina il colore e la Bellezza rimane intatta, a dare alla speranza l’ultima parola.

Potenza dell’Arte, che sa comunicare la complessità dell’indicibile.

Bellezza dell’Arte, che più di ogni altra cosa meritava di fare da arco tra questi due tempi così antiteticamente combacianti della nostra vita.

Bellezza dell’Accademia Arte e Cultura, che, guidata da un quarto di secolo da Michelangelo Angrisani, è diventata una realtà radicata non solo a Cava ma nel territorio, con le sue iniziative artistiche e letterarie e con il suo saper accomunare artisti di tutte le generazioni e dimensioni ed esaltare qualità riconosciute e coltivare talenti.

La qualità infatti è stata proprio lo stigma di questa mostra, alla quale hanno partecipato una ventina di artisti provenienti dalla regione e dalla nazione ma anche dall’estero (Israele, Spagna, Algeria). Era la prima volta per Arte e Cultura a San Giovanni, dopo varie esperienze a Santa Maria al Rifugio e al Comune. Una consacrazione buona e giusta, che ha ricevuto anche un ulteriore avallo col prolungamento dei tempi dell’esposizione, la quale si chiuderà non domenica 5 ma domenica 12 e si sta arricchendo anche di eventi interni, come la presentazione del libro di Paola La Valle “Una donna a foglietti”.

Vale come un riconoscimento e un applauso, non solo per il fondatore Angrisani ma anche per tutti i partecipanti, che ci piace accomunare in un unico, avvolgente abbraccio, indicando qui in basso i nomi di ognuno degli artisti espositori. Buona continuazione a voi, cari artisti… e che la rinascita post Covid sia anch’essa un’opera d’arte, per tutti noi…

Michelangelo Angrisani, Manuela Borrelli, Maria Teresa Kindjarsky, Giuseppe Di Mauro, Pasquale Esposito, Stefania Siani, Antonietta Ciancone, Giuseppe Citro, Davide Pollina, Daniela Cannella (che ha anche fatto una piccola perfomance di danza orientale durante la presentazione), Maria Raffaele, Carlo Pepe, Liliana Scocco Cilla, Eugenia Di Leva, Fiorello Doglia, Lina Di Lorenzo, Luigi Paolo D’Angelo, Paola Paesano, Rosetta Vitale, Gennaro Pascale, Mimma Artuos, Mohammed Larachiche da Khemissiliana, Pilar Segura Badia, Dina Zilberberg,

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Spremuta d’amore, di Annamaria Santoriello: poesie di una vita, una rapsodia dell’anima

Sarà presentato martedì 7 luglio nel Chiostro della Basilica di Maria SS. dell’Olmo.


Gran ritorno alla “normalità”, sia pure “in libertà condizionata”, anche per le presentazioni di libri: martedì 7 luglio, alle ore 19, nella suggestiva cornice cinquecentesca del Chiostro della Basilica di Maria SS. dell’Olmo di Cava de’ Tirreni, sarà presentato il libro Spremuta d’amore, di Annamaria Santoriello.

Dopo i saluti del Rettore della Basilica Padre Adriano Castagna, del Sindaco di Cava de’ Tirreni Vincenzo Servalli, del Vicesindaco e Assessore alla Cultura Armando Lamberti, del Presidente dell’Associazione Giornalisti “Lucio Barone” Emiliano Amatodell’illustratrice Chiara Savaresepresenteranno il libro i proff. Maria Olmina D’Arienzo, già Dirigente Scolastica del Liceo Scientifico “A. Genoino”, e Franco Bruno Vitolo (che ne è anche editor e prefatore, oltre che conduttore della manifestazione) . Le poesie saranno lette dall’attore Mariano Mastuccino, con inserimenti dell’autrice e di Franco Bruno Vitolo. Durante l’incontro sarà cantata dalla soprano Dorothy Manzo una delle poesie della raccolta, “Adagio”, musicata dalla stessa Annamaria Santoriello, musicista e docente, dedicata al figlio primogenito prematuramente scomparso.

Spremuta d’Amore (seconda opera dell’autrice dopo Il segreto di Nonna Ninna, appassionante romanzo in versi, recensito anche da un grande della Letteratura come Andrea G. Pinketts) è una raccolta di cento poesie, composte nell’arco di una vita. Come è scritto anche nella presentazione critica del libro, sono “cento poesie di miele amaro, spalmato con lirica elettricità e dettato da una voglia di amare ed essere amata che è stata prosciugata, “spremuta” da alcune traversie esistenziali (in primis la perdita del figlio), ma un cuore che non rinuncia a “spremere”, a sprigionare da se stesso, con delicata intensità, la carica d’amore possibile”. E nello stesso tempo non rinuncia a guardarsi allo specchio ed a meditare su se stesso, sulle persone, sul mondo, sul senso della vita e del divino nell’umano. Da qui appassionate aperture sui disastri ecologici, polemiche sulle chiusure e sugli egoismi dell’uomo, incantate descrizioni della natura, pungenti riflessioni sulle violenze dell’attualità e della storia, un ammirato abbandono al ricordo della figura di Mamma Lucia che raccolse i corpi dei caduti dopo la guerra, un caldo accoccolarsi nella luce degli affetti familiari.

Sono emozioni solo apparentemente contraddittorie, ma di fatto convergenti nella carica sentimentale e nell’anima fremente di Annamaria Santoriello, generatrice inesauribile di vibrazioni con alti e bassi, per cui il libro nel suo insieme può essere definito una vera e propria rapsodia dell’anima, che aiuta il lettore ad esplorare il canto del cuore… ed ha aiutato la poetessa a farsi esplorare e ad esplorarsi lei stessa.

Cava de’ Tirreni (SA) – Lamezia (CZ). Lettere d’amore ai tempi del coronavirus. Incoronata la squadra del “De Filippis – Galdi”

E Alfonso Di Somma vince con un monito della Luna agli Umani: “Avete rubato questo mondo ai vostri figli


È decisamente una “squadra fortissimi” quella degli studenti del Liceo “De Filippis Galdi” di Cava de’ Tirreni. Quando partecipano ad un concorso eccoli lì, sempre in zona scudetto o Champions League.

Belle vittorie, belle affermazioni, ma l’importante non è che vincano, è che i loro campioni sono pur sempre la punta dell’iceberg di un lavoro costantemente di stimolo e di qualità prodotto da tutto l’Istituto. I fiori e i frutti, in fondo, sono pur sempre imprescindibili dall’humus del terreno di coltura…

L’ultima fioritura è venuta a Lamezia, dove il locale Lions Club aveva lanciato un Concorso nazionale riservato alle scuole sul tema Lettere d’amore ai tempi del coronavirus: l’accoppiata vincente di un argomento di stringentissima attualità e di un sentimento come l’amore che coinvolge a tutto tondo i giovani, sia per il calore dei sentimenti connessi, sia per il turbinio degli ormoni in piena azione aerobica.

I nostri campioncini del “Galdi” se ne sono tornati con il cestino pieno di premi:

Sul podio, Alfonso Maria Di Somma (con “Tramontata è la luna”), diciottenne in odore di maturità ( V B Classico), e Letizia Savarese (con “Cara Itaca”), germoglio del primo anno (I B Classico), appena spuntato e già pieno di petali. I loro lavori saranno ovviamente anche pubblicati sul volume curato da Grafichè Editore, così come la “Lettera al Covid 19” di Ilaria Mancino (quarta A di Scienze Umane) e la lettera di Franziska Dura, 4 B classico, che ha ottenuto una menzione speciale. Segnalazioni speciali anche per Kateryna Odnorih (1 C classico), Francesca Paolillo (2 B classico), Luisa Calenda (4 A linguistico), Anna e Claudia Adinolfi, Anna Boccitto, Angela Imparato, Gaia Marzano, Paola Rescigno (3 A Scienze Umane), Ilaria Bisogno (4 A musicale).

A confermare come questi riconoscimenti non vengono dal caso, alcune eclatanti concomitanze. Alfonso Maria Di Somma, medaglia d’argento, e Franziska Dura, menzione speciale, sono anche i vincitori assoluti dei due premi più importanti assegnati agli studenti di Cava nella prima parte di questo tormentatissimo anno scolastico.

Di Somma, con un racconto bellissimo sulla conversione “etica” di un ragazzo immerso nella mala, confermando il trionfo dell’anno precedente, ha vinto “alla Ronaldo” il Concorso “Le parole sono ponti”, dedicato alla memoria dell’indimenticabile prof. Elisabetta Sabatino. Franziska ha fatto il pieno di scudetti al Premio Badia (miglior concorrente, migliore prova creativa, miglior tweet), classificandosi seconda nella prova di Critica. In più, nel 2019, Alfonso si era classificato sul podio del Concorso Nazionale “La Piazzetta”, a confronto con adulti di tutta Italia, mentre Franziska ha ottenuto una menzione speciale al Concorso Nazionale “Disarmiamo l’ignoranza”, anche questo aperto a tutte le età, giungendo a pari merito con un ultraottantenne narratore del Nord Italia.

Credo però che la conferma più grande venga dalla lettura diretta degli scritti di questi ragazzi.

Senza far torto a nessuno, a titolo di esempio prendiamo in considerazione solo la Lettera di Alfonso Maria di Somma, Tramontata è la Luna. Il suo titolo si proietta nella notte dei tempi, nei versi della poetessa Saffo, che, pur vissuta duemilacinquecento anni fa, rimane pur sempre “una di noi”. Da quei versi egli prende lo spunto per una “strigliata d’Amore e di Rabbia” dell’Astro d’Argento nei confronti di noi terrestri.

Lo sguardo della Luna, intenso come quando è piena e sembra che ci voglia entrare in casa, è rivolto sulla storia umana e sulla dimensione stessa dell’essere umano, che tante volte ha acceso la luce dell’amore ma troppe volte l’ha spenta ed ha mostrato la sua difficoltà ad “essere umano veramente”.

Il respiro dei secoli, parole “da teatro della vita” quelle della Luna: “Coi miei raggi illuminavo la polverosa piana di Troia, quando gli uomini erano dei e gli dei uomini, portando speranza alle fatiche di Eracle e a quelle di Schindler; c’ero ad illuminare le pennellate notturne di Van Gogh e ad ascoltare il canto del pastore errante dell’Asia, c’ero a dare il tempo ai battiti del cuore di tutti gli ascoltatori dei notturni di Chopin e Beethoven, ero io a brillare sull’infelice amore di Tosca e prima degli indovinelli di Turandot, fui io la lanterna a scaldare i cuori di Amore e Psiche, l’unica silente testimone dei baci rubati di Romeo e Giulietta, sono io a splendere ugualmente sui virtuosi e sui peccatori, sui miracoli di San Francesco e sulle avventure di don Giovanni. Purtroppo sono sempre io a vegliare ogni volta che l’uomo si è macchiato e ricade nella colpa di Caino, perché ogni volta che succede è la più oscura di tutte le notti, ma per ogni Abele io verso una mia piccola lacrima d’argento ed ogni notte ne inondo il cielo. È questo il modo per dire che l’Universo ha a cuore i suoi figli, sempre. Ho brillato nel fango, sul freddo e sulla paura dei soldati nelle trincee e sul tepore delle comode case, sui grossi ventri assopiti di chi da lì, da candidi letti di lana, comandava sui fronti.“

E poi, dopo altri tocchi illuminanti come questi, i tocchi e i rintocchi del dubbio e della saggezza.
“Vi conosco da sempre, eppure non smetterete mai di stupirmi, forse è per questo che è difficile amarvi ma impossibile odiarvi: come è possibile che la stessa specie abbia scritto “L’infinito” e sganciato la bomba atomica? La stessa mano che ha scritto la Bibbia ha lasciato la penna e ha premuto il grilletto…”

E il discorso alla fine da storico diventa incisivamente etico e profondamente umano, intriso di evangelico trasporto.

Mi verrebbe da ridere a veder sbuffare qualcuno di voi, “stremato” dal troppo stare in casa, se non fossi impegnata a piangere per tutti gli altri che non hanno un tetto sotto il quale consumare un pasto caldo e per quelli che non hanno un pasto, né caldo né freddo.

Nessuna felicità è possibile per l’umanità finché “il nostro vicino rimarrà a digiuno”.

La nostra Felicità, ci ammonisce la Luna, è nascosta dietro il sorriso di chi grazie a voi non ha più freddo, perché Felicità è una pietra che brilla di più, riflessa negli occhi del tuo prossimo, è quel riflesso il bagliore divino e dolce è la vita, che cantava Pindaro (e io c’ero quando lo cantava), è quel riflesso che illumina d’immenso, che fa gridare al Dottor Faust, rivolto all’attimo: “Sei così bello, fermati! Gli evi non potranno cancellare l’orma dei miei giorni terreni. Comprendendo una gioia tanto grande, io godo ora l’attimo supremo”.

Non manca alla fine la speranza d’Amore, scatenata dalle contraddizioni dell’emergenzavirus.

Affido ai primi raggi del sole queste mie parole: esse mi incalzano: fa’ che quest’alba che sta per sorgere sia l’inizio di un nuovo giorno, un giorno di risveglio, di rinascita, di cambiamento… e se mai al tramonto ti sentirai solo o triste o perso, alza gli occhi e mi troverai, amata e fedele compagna al tuo destino.

Da sempre e per sempre tua”…

Ed è solo una parte di questo viaggio affascinante ed emozionante, di questa Luna della coscienza. L’arco di storia e di umanità che in poche pagine le parole di Alfonso Di Somma sono riuscite a coprire è una lezione di cultura anche per il mondo degli adulti ed ha tutto il sapore del Grande monito che viene dalla Vita Vissuta di fronte alle luci purtroppo lontane della Vita possibile ed alle ombre purtroppo vicine della Vita Temuta così come è stata preparata dall’Uomo di oggi.

Terribili le parole della Luna: “Non avete ereditato questo mondo dai vostri antenati, ma l’avete rubato ai vostri figli: fossi in voi, inizierei a preoccuparmi delle condizioni in cui lo restituirete…

Vengono i brividi a pensare che tutto questa dimensione che taglia il Cuore e la Mente sia stata prodotta da un giovane di soli diciotto anni. E vengono i brividi anche quando da tali esempi si capisce quale giardino di fiori la scuola stessa sa produrre e potrebbe produrre, e quali sterpaglie invece troppe volte lascia che coprano il suo fertile terreno. A pensarci, se fossi la Luna, mi spegnerei e me andrei, per protesta.

Ma, pensando ai fiori che comunque nascono, non resta che dire “Chapeau!”, abbracciare tutti questi fiori e sperare che “i fiori coprano sempre di più le sterpaglie del giardino”…

Non solo a scuola, ma nel mondo intero …

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Solidarietà al tempo del Covid: donazioni “sanitarie” del Comitato Cittadino di Carità

Un ventilatore all’Ospedale, schermature a Medici di base, Croce Rossa e Mani Amiche.


La solidarietà è l’unico investimento che non fallisce mai, diceva con saggio senso di umanità il filosofo Thoreau. Ed è bello e significativo che , dopo tanta clausura e separazione, proprio nel nome della solidarietà e in un felice connubio tra fede religiosa e civica laicità, si è riaperto a Cava de’ Tirreni, sia pure con tutti i crismi della sicurezza, il fronte delle cerimonie civili pubbliche. Infatti la mattina di sabato 6 giugno, nel bel cortile del cinquecentesco complesso della Madonna dell’Olmo adiacente al cinquecentesco Ospedale fondato dalla tardo trecentesca Confraternita, il Comitato Cittadino di Carità, nato nel 1865 ma suo discendente diretto, ha offerto il suo bel contributo al filo rosso della mano tesa, tanto necessario in questo periodo.

Infatti, con la somma raccolta tra i ventuno comiti di oggi unita ai fondi già in cassa, il Comitato ha donato: all’Ospedale Maria SS. dell’Olmo uno strumento ossigenante e ventilante molto utile per la fase di preterapia intensiva; al Distretto sanitario cavese, presieduto dal Dott. Pio Vecchione, settantadue schermi protettivi; alla Croce Rossa Italiana nove schermi protettivi; all’Associazione Mani Amiche ha donato novanta schermature per il volto. La consegna è avvenuta sotto la direzione di Paolo Gravagnuolo, Governatore Capo del Comitato oltre che motore di cultura ed esponente di una storica famiglia metelliana, alla presenza del Sindaco Vincenzo Servalli, del Vicario vescovile don Osvaldo Masullo anche a nome di S.E. l’Arcivescovo Orazio Soricelli, del parroco della Madonna dell’Olmo Padre Giuseppe Ragalmuto, Padre spirituale del Comitato, dei Governatori effettivi supplenti del Comitato Giuseppe Rotolo, Roberto Catozzi ed Ernesto Malinconico (assente solo Angelo Sarno per motivi di famiglia), di vari comiti come Il Segretario Carlo De Martino,dei neocomiti Maria Lucia Clarizia, Emiddio Siepi, Marcello Murolo e Daniele Fasano (che era anche stato delegato dal Dott. Vecchione).

A dare un particolare significato alla cerimonia già di per sé gravida di calore e di umanità, la dedica in toto alla memoria del carissimo comite dott. Antonio De Pisapia, stroncato dal Covid durante il terribile periodo di emergenza e ricordato con particolare affetto, oltre che per la sua professionalità, per la sua dimensione umana e sociale.

E purtroppo, anche se in assenza e in invisibilità, il convitato di pietra di tutta la manifestazione è stato proprio il coronavirus attraverso i segni tipici del suo tagliente giro per il mondo: i volti coperti in mascherina, le sedie a distanza sociale, la tipologia dei doni, cui aggiungeremmo il velo di smarrita tristezza che avvolgeva lo sguardo affacciato sopra l’orlo delle mascherine.

Eppure, nonostante l’incombere del convitato di pietra, alla fine la vera protagonista è risultata la speranza. Una speranza intrisa di consapevolezza che dopo la caduta risalire si può, che sia pure con tutti i limiti del caso si può tornare a fare incontri collettivi, almeno all’aria aperta, che noi ci siamo ancora, con tutto il pessimismo dell’intelligenza ma anche con tutto l’ottimismo della volontà. E non c’è nulla di più convincente della solidarietà collettiva e del reincontro delle pupille per recuperare una comunità dopo l’asfissia della clausura forzata e rinvigorire le energie in vista delle battaglie mediche e soprattutto sociali che sono in agguato nei prossimi mesi.

Del resto, ognuno faccia la sua parte… e che l’estate prossima sia almeno una mezza primavera …