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CAVA DE’ TIRRENI (SA). Cara Patrizia, giornalista militante, cemento amato di famiglia, donna integrale

In memoria di Patrizia Reso, scrittrice, storica e attivista sociale, scomparsa a soli sessantatré anni.


Bella, ciao! Che bel titolo ha trovato il giornale Cronache per salutare la tua anticipata “partenza” nel giorno più triste, quando di bello ci poteva essere solo il ricordo di te e per il resto solo un magone che ti svanga il cuore… Vero, Patty?

Eppure in quel titolo ci sei tutta tu, e non solo perché era una delle canzoni che più ti emozionavano e ti davano benzina. C’è lo slancio della lotta politica per la libertà, la democrazia, l’uguaglianza, che tu vedevi da sempre incarnate nella Resistenza partigiana e che rivangavi costantemente con la tua azione, da giornalista, da scrittrice, da militante politica, da dirigente all’interno dell’ANPI, perché questi valori per te andavano difesi ogni giorno con le unghie dell’antifascismo e antiautoritarismo, coi denti della coscienza e dell’impegno sociale. Un impegno in cui eri sempre in prima fila, dove si trattava di lottare a baluardo dei più deboli e di chi non ha voce, a cominciare naturalmente dalle donne, di cui non hai mai mancato di essere paladina. Così come non sei mai venuta meno in quelle associazioni che sapevano di democrazia e di partecipazione, di conoscenza, come la stessa ANPI, l’Assostampa “L. Barone”, le varie aggregazioni femminili.

In quel titolo di Bella, ciao!, e in quei valori che esso esprime, c’è anche lo spirito con cui hai scavato nella storia globale e nelle piccole storie locali, mettendoci tutto il cuore ma anche la tua tenacia da panzer e l’acume giornalistico di inchieste e ricerche che hanno aperto finestre sulla vita della Città e sulle vite di cavesi che altrimenti sarebbero rimaste seppellite in un colpevole oblio.

Ne sono nate quattro pubblicazioni fondamentali sulla nostra Cava, che vengono da lontano e guardano lontano: pietre miliari, per gli studio e i curiosi di oggi e di domani.

Sei andata a rivangare e ad approfondire la biografia di Elvira Coda Notari, che è stata la prima storica regista donna del cinema italiana e che a Cava è vissuta per quindici anni fino al 1946, quando è morta nella sua casa di via Formosa. È sulla scia ai tuoi studi che proprio nelle scorse settimane la Commissione Toponomastica ha deciso di dedicare alla “regista del popolo” una “strada del popolo”: e ancora mi trilla nel cuore il ricordo dello squillo canterino di gioia quando te te l’ho comunicato.

È grazie a te che Cava ha conosciuto e ri-conosciuto le trentacinque, e più, vittime della tremenda strage del treno della morte a Balvano nel 1944, quando nella Galleria delle Armi morirono circa seicento “poveri cristi”, quasi tutti in cerca di un po’ di cibo dalle coste napolosalernitane disastrate dalla guerra diretti alle più tranquille campagne del potentino. Grazie a te e alla tua pubblicazione, Senza ritorno, quelle vittime e le loro famiglie hanno avuto un nome, un volto e per un po’ di tempo anche una targa alla stazione (la rimetteremo, vero, caro Sindaco, anche in onore di Patrizia?) e sono uscite dall’oblio della storia ignorata.

Già, quella Storia ignorata che è il titolo di un altro tuo bel libro in cui hai disseppellito il ricordo delle storie belliche e/o di deportazione di tanti cittadini cavesi: storie vere di vite nella tempesta ricostruite dalla viva voce di testimoni diretti e/o delle famiglie, entrambi oramai rassegnati a portarsele nella tomba, quelle piccole grandi, care vicende individuali.

E la stessa storia ignorata l’hai rivangata andando rivedere documenti e riscoprire l’avventura di confinati a Cava e soprattutto di cavesi al confino o sotto libertà vigilata in quanto sovversivi durante il periodo fascista. Anche qui, come nella faticosa costruzione degli altri lavori, quante ricerche, quanti scavi negli archivi, quante telefonate ai familiari, quante chiusure di telefono ma anche quante risposte di quelle che ti caricavano a mille e ti davano la forza per continuare!

Se ora tu fossi qui (ma comunque ci sei, anche se non lo sai), ti emozioneresti a vedere che si ricorda con tanta stima e tanta attenzione la tua figura sociale, a sentire in quel Bella ciao! Il riconoscimento del tuo essere e voler essere “compagna” nel senso più puro e ideale del termine.

Ma… se c’è tanta emozione e commozione in giro è anche e soprattutto perché quella Bellezza faceva parte integrante di te, della tua sensibilità, del tuo slancio sincero di partecipazione, di comunicazione e anche di discussione, del tuo essere “vera” fino in fondo nel tuo rifiuto di compromessi (ridevi quando io ti chiamavo “Patty chiari amicizia lunga”…). Quella Bellezza faceva parte integrante del tuo essere madre, moglie, figlia, da poco anche nonna!, come priorità, ma senza togliere sostanza al tuo essere cittadina, compagna, amica, anzi vivendo in sinergia i valori di una dimensione in sinergia con l’altra, nel nome del tuo essere integralmente donna e persona. Perciò tanta apertura mentale e tanta sincerità di affetto, in quella tua casa e in quella tua famiglia!

Porterò sempre con me, in uno scrigno aperto del cuore, l’immagine viva del mio ultimo incontro con te, pochi giorni prima della quarantena di noi tutti, quando avevi da poco cominciato la radioterapia e non portavi ancora molto visibili i segni del male, che ti stava divorando rapidamente dopo aver tanto tardato a mostrarsi. Tutti insieme nella tua calda cucina-salotto, tu vitale, attenta, vivace e lucida come sempre, pronta alla battuta incisiva e anche all’allegra risata… e intorno a te, tutti e quattro i tuoi adorati gioielli ed il carissimo “Lucio della tua vita”, stretti a coccolarti e starti vicino, a trattarti “come una mollichella” e come quel “cemento amato” che sei sempre stata…

Io, seduto verso la parete di sinistra, non lontano da quel posto dove per anni tuo papà è stato coccolato pure lui “come una mollichella”, diventando, lui nonno, figlio di tutti voi. Di fronte a me, la grande parete con tutte le foto-chiave della vostra bella storia familiare, al centro naturalmente il maxigruppo delle vostre emozionatissime e gioiose nozze d’argento… Due ore volate in una conversazione di assoluto coinvolgimento che ha spaziato dalle difficoltà del presente ai ricordi e alle storie del passato e della nostra generazione. Due ore amiche, due ore belle. E c’era ancora un’aria di speranza in giro…

Poi… la telefonata che non avrei, non avremmo mai voluto sentire…

Rimane il ricordo caro di te, il pensiero che è bello che ci sei stata, con tutta la tua carica affettuosa di unicità e di presenza. Per la Città, ma anche e soprattutto per la tua famiglia.

Non sarai dimenticata, la tua “storia” non sarà ignorata. Non può, non deve.

E allora il mio saluto è pieno di quel magone che ti svanga il cuore, ma anche di tutta la trascinante musica di quel canto. Ciao… Bella… ciao!

Chi era Patrizia Reso

(scheda tratta dal libro “Cava 2000, Il Palazzo e La Città”, Area blu edizioni, scritto da Gaetano Panza con la collaborazione di Franco Bruno Vitolo)

Patrizia Reso, scrittrice e saggista, nata a Cava nel 1957, ha frequentato il Liceo Scientifico “Genoino”, iscrivendosi poi alla Facoltà di Medicina, ma senza finire gli studi. La sua giovinezza è stata sconvolta dalla scomparsa precoce della sorella Marinella, che, pur ledendo le corde della sua sensibilità, l’ha stimolata a “navigare da sola” e le ha aperto gli occhi del cuore e della mente.

È diventata un’attiva protagonista della vita culturale, politica e giornalistica cittadina, sempre in prima fila quando si tratta di lottare per il rispetto dei diritti. Come ricercatrice, ha seguito e vissuto il cammino dell’emancipazione ed il riscatto delle voci soffocate dalla storia, mostrando uno sguardo sempre attento alla società ed al mondo.

Ha esordito con una raccolta di “ritratti al femminile di quotidiana solitudine, Fotografie a colori e in bianco e nero (L’autore Libri Firenze,1997). In Bambini…nel mondo (2006) è andata alla scoperta delle colpevoli violenze sull’infanzia innocente. Con La storia ignorata – Partigiani e deportati cavesi (2009), ha smosso memorie importanti, delicate e sconosciute. Grazie ad Elvira Coda, tracce metelliane di una pioniera del cinema (Terra del Sole 2011), la Città ha scoperto la “cavesità” della prima regista del cinema italiano. Realizzando nel 2012 con Franco Bruno Vitolo l’editing di Reato di clandestinità del senegalese Moussa Keita, ha aperto una finestra sulle problematiche di integrazione dei migranti. In Senza ritorno (Terra del Sole 2013), ha poi fatto luce sulla strage del treno 8017: nel 1944 per le esalazioni di carbone in una galleria perirono circa seicento persone, di cui circa quaranta cavesi, in viaggio per procurarsi un po’ di cibo nella disastrata Italia del primissimo dopoguerra.

Nella primavera del 2017, ha aperto un’altra finestra di “storia ignorata”, con la pubblicazione del saggio Il Fascismo e Cava, città di confino (Ed. Il Paguro), in cui disseppellisce storie di cavesi esiliati e perseguitati, ma anche di tante persone di rilievo che hanno scontato nella nostra città l’illiberalità del Regime.

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Fascinoso e suggestivo il “Ritorno a Itaca” del Gruppo “Arte Tempra”.

Ma … stagione tarpata. E ora siamo noi ad aspettare il “ritorno ad Itaca”.


Le evocazioni del titolo, la forza dei personaggi e delle idee, le morbide e spettacolari suggestioni sceniche, il filo potente di una cultura giovane di duemilacinquecento anni fa che ancora oggi parla e insegna. Eccole, le belle coordinate di Ritorno a Itaca, quello che doveva essere solo il terzo spettacolo della stagione teatrale di Arte Tempra e che invece, salvo miracoli difficilmente prevedibili, ne rimarrà come l’agrodolce canto del cigno, datato febbraio 2020 presso l’Auditorium “De Filippis” di Cava de’ Tirreni.

Le coordinate di cui sopra non sono una somma, ma un prodotto. Sono elementi fortemente collegati tra loro, grazie anche alla regia e alla sceneggiatura funzionali e “ricche di anima” di Renata Fusco e Clara Santacroce.

Itaca nel mito antico è l’isola di Ulisse, della sua speranza e del suo ritorno a casa; nella cultura moderna, per dirla con il grande Costantino Kavafis, è il pensiero costante, la ragione e la meta del bel viaggio di ognuno di noi, è il luogo che ci attende “ricchi dei tesori accumulati per strada”. Ricchezze e tesori tutt’altro che materiali, ma carichi del senso stesso che nel cammino ha assunto la nostra esistenza. Perciò Itaca siamo noi, così come Ulisse è l’uomo nella sua odissea e nelle sue esplorazioni esistenziali.

Il “ritorno ad Itaca” dello spettacolo è perciò una specie di “richiamo della foresta”, è la voce delle radici specifiche di tutta la nostra civiltà e nello stesso tempo l’epopea universale della condizione umana e sociale. In questa chiave abbiamo particolarmente apprezzato il lungo e coraggioso “corridoio” iniziale, prefigurazione del “salotto” centrale: parole al minimo, movimenti lenti e solenni, una plastica scena di ondeggianti veli ora composti ora scomposti, immagini in dissolvenza e sovrapposizione della Grecia classica e di quella moderna, musiche elleniche del presente provenienti da lontano e proiettate lontano l’accenno di un pallone che in tutto lo spettacolo passerà tra le mani e forse attraverso i tempi, illuminate cromie oscillanti tra il bianco della purezza di un “paese avido di innocenza”, il rosso delle ataviche passioni di sempre, l’azzurro fiammeggiante di un mare primattore che tanto parla e tanto ha raccontato.

Dal “corridoio” al salotto il passo è stato breve e logico. E ci siamo trovati di fronte a quelle grandi figure della tragedia greca che rappresentano il paradigma della storia di sempre.

Giustamente, la prima è stata Antigone (una forte e determinata Danila Budetta), colei che affrontò la condanna a morte secondo le leggi degli uomini pur di effettuare la giusta, ma vietata sepoltura del fratello Polinice, che aveva aggredito da nemico la natia Tebe, dove era stato generato dall’amore incestuoso di Edipo e Giocasta. Da quel tempo lontano e dopo che Sofocle l’ha immortalata, Antigone è il simbolo non solo della ribellione giusta contro il potere ingiusto e/o “autodeificante” (qui impersonato dallo stentoreo Creonte di Carmine Squitieri), ma anche della donna che lotta per i diritti suoi e per la dignità della persona. È il simbolo della capacità di non avere paura di aver coraggio, quella paura che aveva frenato la sorella Ismene (una efficacemente “fragile” Martina Cicco) e che frena intere masse e milioni di singoli, è il grido dei valori assoluti, delle leggi divine (tra cui la sacralità dei defunti) contro la relatività di quelle umane e “politiche”.

È il potere del segno che si contrappone al segno del potere. E, ci sia consentito, per noi cavesi è anche qualcosa in più, per la presenza nella nostra storia di quella particolare Antigone che è stata Mamma Lucia, che a suo tempo ha rischiato la vita e la reputazione ed ha donato energie e patrimonio pur di restituire alle famiglie i corpi di oltre seicento soldati tedeschi, nemici ma “bell’ ‘i mamma”.

E come non considerare universale la figura e il dramma di Medea, che, abbandonata da Giasone (eroe antieroe nell’interpretazione di Francesco Donnarumma) dopo che ha rinunciato a tutto per aiutarlo a recuperare il vello d’oro, si vendica facendo morire la principessa che egli intende sposare e poi “gli” uccide i figli davanti agli occhi, vivendo lei stessa il dramma di moglie tradita e madre assassina. Un mostro? Non sarebbe stata una delle donne più evocate dalla letteratura e dal teatro….

Innanzitutto, e tale è apparsa anche nell’intensa e come sempre convincente interpretazione di Giuliana Carbone, in linea con la visione euripidea, pur rimanendo in ragione del suo sesso un “ambiguo malanno”, è comunque una donna “usata e gettata”, ferita profondamente nei suoi sentimenti, nel suo orgoglio e nella sua dignità, per cui diventa l’immagine vivente di quanto e come il male generi male, di come chi è oppresso possa poi passare nella schiera degli oppressori. E poi, è una straniera… e come tale considerata facilmente emarginabile…

E che dire di Ecuba, incarnata da Brunella Piucci come una statuaria e maestosa regina del dolore, dopo essere stata sovrana di un mondo? E di Andromaca (la dolente e appassionata Vivian Apicella), moglie amata dell’eroe Ettore e madre del piccolo e dolce Astianatte, scivolata nell’abisso della schiavitù e trafitta dalla perdita, pur se eroica, del marito, e dalla svangante uccisione del figlio? E di Cassandra (un’incisiva Carolina Avagliano), principessa e triste profetessa di sventure, un tempo desiderata da Apollo e ora destinata a vivere “alle ginocchia di Agamennone”? Sono loro, le euripidee Troiane piangenti sulle rovine fumanti della loro patria e in procinto di vivere ore tremende da profughe e da schiave. Sono il simbolo eterno dei popoli oppressi e smembrati, privati di tutto, tranne che della memoria e della disperazione del ricordo e della nostalgia. Nei secoli, non saranno le arroganze dei Greci vincitori a seminare valori, ma la lotta patriottica di Ettore e del “sangue per la patria perduto”, il dolore di chi ha versato tutte le lacrime della storia. La regia di Renata Fusco e Clara Santacroce ha ben messo a fuoco questo dramma individuale e collettivo, seme di libertà nell’immaginario futuro, ora giocando coi veli, ora formando i grappoli di donne ora smembrandoli, ora accentuando il ruolo nodale del coro, sempre concentrando l’attenzione sulla disperazione dei volti e le grida di dolore che da essi esplodevano,

A tutto questo aggiungiamo la consueta qualità degli altri interpreti e del gruppo, come sempre affiatato nei movimenti e nei tempi delle “coreografie parlanti” di Renata Fusco: oltre a quelli già citati, Antonietta Calvanese, Luca Capaldo, Lucrezia Macri, Simona Pagano, Manuela Pannullo, Gian Maria Salerno, Alessia Trezza, Giulia Tramice, Lella Zarrella. A sostanzioso corredo, ricordiamo gli inserimenti suggestivi e appropriati delle poesie e dei testi di autori moderni, da Kavafis a Seferis, da Fostieris a Vrettakos a Patrikios, i cammei di versi e parole greche, le musiche ariose e appropriate, e avremomo il quadro dell’ennesimo “respiro pieno” del teatro, della cultura e del linguaggio offerto da questo campo fecondo che è stabilmente l’Arte Tempra.

E si spiegano gli applausi intensi e compiaciuti che ancora una volta hanno gratificato questo lavoro. L’Arte Tempra è sempre bello sapere che c’è. E speriamo che ci sarà ancora al più presto, nel nebuloso dopoguerra post-Corona prossimo venturo. Intanto anche noi ora vaghiamo nel mare, e tutti noi abbiamo la stessa Itaca da sognare, nell’attesa del Grande Ritorno …

Bergamo – Cava de’ Tirreni (SA). “Il senso vero della neve” di Antonio Donadio: un’agrodolce elegia della vita, dell’amore, del tempo.

È con amicale magone che ci accingiamo a presentare “Il senso vero della neve” (Ed. Morcelliana), l’ultima prova poetica del nostro Antonio Donadio, poeta e scrittore cavese di risonanza nazionale, che è residente a Bergamo e quindi si trova, tra attoniti silenzi, nella prima linea di fuoco, in questa straniante Prima Guerra Mondiale antivirus. Anche lui, come tutti noi, in attesa che torni agli occhi meraviglia ancora / al ritmo di ritrovate nenie cantate.

Avremmo dovuto parlarne preannunciando il suo arrivo per una presentazione qui “in patria”, che invece oggi è solo un sogno. Non mancherà, lo sappiamo, ma… quando del Dopoguerra? Risposta non c’è, ma forse ci sarà… Per ora è scritta nel vento, anzi è sepolta sotto la neve, dove comunque si trova in buona compagnia con lo spirito lirico del nostro Donadio, che vi ha ambientato metaforicamente tutta la sua costruzione poetica e la sua concezione dell’esistenza.

Materialmente, la “sua” neve per eccellenza è quella famosa del ’56, che segnò di bianco la memoria profonda della nostra generazione e che per lui è lo spunto memoriale dei giochi che al tempo fece coi fratello nei lunghi giorni di quella nevicata.

Ma… dove alberga la neve è lì che si indovina / il certo senso della luce. Forse….

La vera neve per il suo animo poetico è l’inafferrabilità del tempo, il tempo stesso, dove sei stretto / da ritmi impassibili del dare / e dell’avere, è la friabilità fredda ma suggestivamente protettiva della parola creatrice di ombre come giochi di mani, espressione della nostra svaporante essenza esistenziale. Questa essenza egli la scompone in quindici tematiche, unite e diverse tra loro, trattandole in due sezioni parallele e convergenti. E, per dirla con il gratificante complimento del grande Giorgio Barberi Squarotti, ne nasce un insieme veramente fascinoso di “ardue e raffinatissime poesie d’amore e di stagioni e sogni e visioni con metrica originalissima”.

Nella prima sezione, “Paesaggio con figura”, Donadio trasmette il pensiero poetante dell’io scrivente con poesie brevi numerate, con un ritmo composto, piano e per certi versi “circolare”. Con gli stessi numeri nel titolo, nella seconda parte, Aritmie d’orme, egli tratta, analogicamente, le corrispondenti tematiche, ma con una metrica e addirittura con fruizioni grafiche non regolari, spezzettate, ad esprimere la frammentazione dell’io a contatto con l’altro da sé, ma anche l’elastico che lega comunque il nostro io alla manifestazione verso l’esterno, e forse anche viceversa.

Ad esempio, al n.2 della prima parte il verso intero le rincorse fughe d’amore trova riscontro nell’improvviso emistichio finale del n. 2 della seconda parte, mi manchi; e l’enjambement in solidale / corrispondenza del n.1 si materializza, nell’altro n.1, con la “presenza altra” in sere indovine, ma solo sull’uscio e per di più in forme interrogative; le essiccate memorie del n. 12 vengono personalizzate dall’enjambement del corrispondente n. 12 delle Aritmie, forse un dio / si smarrì per strada… e così via.

Il disordine metrico è perciò mera apparenza letteraria, perché non intacca l’essenza del contenuto ed è frutto di una varietà metrica ricercata, controllata e come al solito limata, a cominciare dai frequentissimi enjambement, raffinato legame tra le due parti e simbolo delle “sospese sospensioni” tipiche di Donadio.

Così quello che è simile diventa grazie alla forma altro, ma conservando le analogie nella sostanza. È un processo visionario, che ha alla base, come dice Donadio stesso, la montaliana indecifrabilità del vivere. Per rappresentare questa indecifrabilità, Donadio usa la sua consueta poetica pregnante e carica di intriganti luci dell’anima e fascinose scintille di emozione e di mistero.

Sarebbe facile e riduttivo definirla ermetica, solo perché non si spiattella apertamente il contenuto, ma piuttosto va letta e riletta, percorsa e ripercorsa, e vi si scoprirà, oltre alla maestria della parola, un prezioso distillato di umana ricchezza esistenziale ed emozionale, oscillante, per dirla con l’amato Luzi, tra la vita al quadrato dell’amore e la testimonianza di un vuoto, poggiando il tutto su fondamenti invisibili.


Ed ecco che torniamo alla friabilità non nichilistica ma positiva della neve di Donadio, qui espressa nella bellissima simbologia delle
Orme di copertina, dipinte da Alfonso Vitale, in un cammino che dal nero delle tracce in movimento si sublima dolcemente negli svolazzi colorati delle stesse orme immerse nel biancore del turbine.

In questa neve, smossa e rimossa dal “vento” donadiano, volano materia e tempo, materia e senso, si disperdono nel sollevamento verso l’oltre, ma intanto si innalzano sulla materia in quanto tale e si impregnano di tensione amorosa congiunta ad un “doloroso amore della vita” nella coscienza della sua fragilità nell’immensità del tempo. In questo processo, si agita l’anima del poeta Donadio con le sue abituali e dichiarate contraddizioni, liricamente espresse con personali ossimori e citazioni dei “grandi”, da Gozzano a Leopardi, da Archiloco a Montale: agghiaccianti solarità, dolci tristezze, essiccate primavere, luce che stritola e ammanta, gioiosità di ferite nascoste, detestate vecchiezze, il darsi come attesa incessante senza prendersi mai,femmine di luce e campi di promesse spighe, solarità del niente, notti d’inverno e assolate vie… e così via.

È un viaggio nella parola ma soprattutto un’esplorazione nella caverna dell’anima con il lumicino della poesia, che nell’assolutamente poco che ostinatamente chiamiamo vita riesce a donare la capacità di dividere passi leggeri nel vento, spinti dalla solitudine naturale dell’essere umano ma anche dal vagheggiamento di quella realtà vissuta che ostinatamente chiamiamo amore.

In ogni caso rimane lo spiffero di quell’angolino che, ricercandolo senza posa al di là delle sue memorie e dei suoi affetti familiari più stretti, suo tempo quotidiano e sogno, Donadio riserva a se stesso, che contempli da solo il paesaggio della vita o che entri a contatto con le sue figure. È uno specchio di tagliente morbidezza, di fronte al quale avviene il suo dialogo più necessario e irrinunciabile, quello, per dirla con il grande Caproni, in cui il suo io egli non vuole murarlo nel silenzio sordo / d’un frastuono senz’ombra / d’anima.

Ed è proprio qui che l’anima aperta e sfuggente di Donadio, uomo di solitaria socialità, si incrocia con quello di noi tutti. È qui che si genera la rigenerazione delle orme, per poter volare tra la neve e nel vento, è qui che si semina il germe di quella vita al quadrato che è l’Amore…

CAVA DE’ TIRRENI (SA). “Una famiglia quasi normale”: successo per la nuova performance comica di “Arcoscenico” E ora… se si aggiungesse qualche freccia all’Arco … scenico?

E ora … se si aggiungesse qualche freccia all’Arco … scenico?


In questi tempi di forzata interruzione ed in attesa delle due Pasque (quella religiosa di resurrezione e quella sperata del ritorno “fuori casa”), possiamo trovare il silenzio giusto non solo per la cronaca ma anche per una riflessione su questa seconda stagione di coprotagonismo dei giovani di Arcoscenico, compagni di viaggio della Chioccia Venditti e della sua storica compagnia del Piccolo Teatro al Borgo.

L’ultima prova, Una famiglia quasi normale (29 febbraio e 1 marzo, presso il Salone dell’Ex Seminario in Piazza Duomo a Cava de’ Tirreni) una storia farsesca di litigi familiari e tresche amorose consumatasi in una famiglia “allargata” con nonni e consuoceri, ha offerto varie conferme e nello stesso tempo induce a stimolare qualche necessaria “spintarella”.

In sé, è una delle migliori prove della serie comica di Arcoscenico, con fantasiose citazioni da teatròfili, un ritmo brillante che punta più all’equilibrio che al picco, una prova attoriale dell’intera compagnia che ogni volta conferma un significativo passo avanti. I tre big della “Trimurti” (Luigi Sinacori, capocomico autorregistattore, Gianluca Pisapia e Mariano Mastuccino) formano un ménage a tre affiatato e capace di bucare la scena, anche se (o perché…) si mantengono sui loro cliché preferiti.

In questo spettacolo Luigi e Gianluca sono due “neilsimoniani” vecchietti irresistibili, due consuoceri “anziani” (magia del teatro per due così giovani), in cozzo costante per diversità di caratteri e necessità di coabitazione. Luigi è nervosamente brontolone, ma tutto sommato interessato a fare andare avanti la barca, Gianluca è un vecchietto ancora con gli ormoni in giostra, quasi una maschera del vecchio “rattosello” di antico stampo atellano o plautino; vedovo in parte consolabile, è predisposto all’amore a pagamento e capace di amorose complicità col nipote, e tutto sommato un po’ “autofallico”, ma anche lui una persona ricca di umanità. In un ruolo non facile, anche per la necessaria deformazione della voce, Gianluca è riuscito a rendere il personaggio con adeguata vis comica unita ad una postura credibile ed agli abituali “gianlucheschi” stralunamenti. Mariano Mastuccino è il marito padre di famiglia che con la consueta moderazione attoriale cerca di trovare un equilibrio tra le intemperanze dei vecchietti, le beghe familiari classiche e le scenate della moglie (una vivace Francesca Cretella ben predisposta agli svenimenti), la quale non accetta le fughe d’amore del figlio (un misurato Federico Santucci), che per lei rimane un lattante di venticinque anni, mentre invece si imbosca con Enrica Auriemma, alias Liolà (chiara citazione dell’esplosivo “gigolo” pirandelliano), una ragazza carica d’amore ma prostituta per condizione sociale, una bella ragazza, piumata, sexeggiante proguadagno e dotata di un furbesco pianto “antiscopa”. Con loro, in una breve ma convincente apparizione, anche il serioso notaio Luca Ferrante e la quasi marchesineggiante segretaria Anna Cortone d’Amore.

Al di là della prestazione della compagnia, vorremmo però evidenziare, in rapporto a questo spettacolo, la simpatica, ben riuscita e fantasiosa contaminazione dell’intervento – citazione della pirandelliana Madama Pace, tenutaria di bordello dai pirandelliani Sei personaggi, qui napoletaneggiante anziché spagnoleggiante, che per convincere la ragazzina a non lasciare “il lavoro” le impone di inginocchiarsi, a mo’ del meroliano zappatore. La performance è stata affidata, con buon risultato, a Licia Castellano, un’attrice che, come la sempre brillante Pina Ronca, qui pettegola, invasiva e a volte devastante portinaia, assume nella compagnia un ruolo di caratterista, ma secondo noi entrambe potrebbero essere sperimentate anche in ruoli di maggiore respiro e profondità.

Questa considerazione ci fa aprire il discorso su una finestra riguardante proprio le conferme e le possibili prospettive legate al futuro dei nostri arcoscenici.

Innanzitutto, è confermata la capacità di Luigi Sinacori di scrivere storie brillanti e scoppiettanti, con un format quasi consolidato: microcosmi casalinghi in condomini con vasi comunicanti, tensioni personali e brontolii permanenti derivanti da piccole incompatibilità caratteriali intense ma non incomponibili, piccoli segreti e vizietti, intrighi economici ed amorosi, egoismi e trasgressioncelle alla fine perdonabili. L’intrusione del macrocosmo esterno in questo mondo “interno” ora fa venire a galla i problemucci ora funge da chiarificatore e da smantellatore dei pregiudizi. Tutto questo può essere sufficiente a creare uno spettacolo coinvolgente e gradevole, ed è quello che succede generalmente negli spettacoli targati Sinacori, quelli della serie “La gente vuole ridere”. Quell’ora e mezza trascorsa con le sue storie si beve con facilità e alla fine si applaude volentieri la compagnia e ci si ripromette di tornare a vederla.

Ma ora, evidenziati alcuni aspetti positivi, occorre dare la “spintarella”. Le storie che egli racconta, anche se mettono vagamente a nudo alcuni difetti dell’uomo e della società, risentono molto delle leggerezze tipiche della farsa d’altri tempi, in stile scarpettiano o in parte peppinodefilippiano, con personaggi e situazioni che appartengono più a quei tempi che ai nostri tempi. Del resto, anche Una famiglia quasi normale è ambientato, senza particolare sviluppo, negli anni ’70 del secolo scorso.

Salvando in gran parte questo stile autoriale, un salto di modernità in più non guasterebbe, soprattutto in uno scrittore così giovane. E parliamo dello stesso autore che nel bellissimo pur se “difficile” Hope dello scorso anno è stato capace di scrivere e recitare molto bene un testo dal sapore beckettiano, ai limiti dell’assurdo, ma con il respiro dell’universalità di una certa condizione umana.

E non dimentichiamo che in Arcoscenico c’è anche un altro autore, Mariano Mastuccino, che, anche lui in Hope e poi anche in Jude, ripetuto e rinnovato quest’anno, è stato in grado, scrivendo e recitando bene, di mordere situazioni scottanti come quella dei migranti o una storia sempre deflagrante come la Shoah.

Non diciamo questo per sollecitare la dedizione solo a spettacoli di qualità ma di nicchia, quanto per ricordare ai nostri cari “arcoscenici” che sono oramai maturi per arrivare a delle sintesi: spettacoli brillanti con più “persone” e meno “maschere”, con temi più attuali e approfonditi… e/ o spettacoli d’impegno con elementi di alleggerimento pesante e apertura di comunicazione. Della serie: La gente vuole ridere… ma con un po’ di zucchero non rifiuta di pensare…

Non limitiamoci però all’aspetto autoriale, ma apriamo una finestra su quello attoriale e, implicitamente, registico. Come stanno dimostrando con i progressi evidenti spettacolo dopo spettacolo, i tre della Trimurti Arcoscenica diventano sempre più affiatati tra loro e disinvolti sulla scena. Ci riescono più facilmente quando, usando una vecchia terminologia oggi forse disusabile, fanno gli “attori maschi” , cioè adattano i personaggi a se stessi o al proprio cliché più che se stessi ai personaggi. Secondo noi, potrebbero anche cimentarsi di più a fare gli “attori femmine”, cioè interpretare nel senso più completo personaggi costruiti da altri come l’autore li intendeva, ferme restando le proprie specificità recitative. Hanno già dimostrato in qualche momento di saperlo fare, come ad esempio nelle partecipazioni agli spettacoli di Venditti e in parte anche in Hope e Jude, lavori scritti da loro ma come se fossero un altro da sé. Una riprova ce l’avremo nel prossimo Il Sindaco del Rione Sanità (se ci sarà veramente il “grande ritorno”), ma ci piacerebbe anche vederli, che so, in un Pirandello brillante: per me, l’ideale sarebbe “L’uomo, la bestia e la virtù”. Questa costituirebbe anche una prova importante per Luigi Sinacori stesso per verificare i personali progressi e ambizioni di regia e trovare la famosa sintesi tra “cassetta” e “approfondimento”.

Non sappiamo quanto peso o verità possano avere tali osservazioni, ma noi riteniamo che quando si intravedono germogli e petali di una piantina ricca di humus e protesa verso una bella fioritura, allora una piccola aggiustatina ogni tanto non può che fare bene…

In fondo, si tratterebbe, per i nostri magnifici ragazzi in scena, di aggiungere solo qualche freccia all’Arcoscenico …

CAVA DE’ TIRRENI (SA). Ad un anno dalla scomparsa, ricordata a San Pietro Tina Masullo, “l’angelo della mano tesa”

Ad un anno esatto dalla sua precoce scomparsa, avvenuta improvvisamente il 21 febbraio 2019 nella sua casa di Sant’Anna, sarà ricordata, alle 18,30, nell’amata Chiesa di San Pietro a Siepi la figura di Immacolata Masullo (per tutti Tina), una di quelle persone che nel silenzio e nella discrezione, ma con tanta sostanza, incidono nella vita e nell’immaginario di una comunità.

Oltre a dedicarsi con totale e amorevole cura alla sua numerosa famiglia (aveva sei figli: Biagio, Lucia, Alfonso, Riccardo, Francesco, Enza), insieme col marito, il popolare dottore veterinario Giuseppe Senatore, Tina donava il suo tempo libero alla vita della comunità parrocchiale dei Cappuccini e soprattutto alla vicinanza, morale e materiale, nei confronti degli altri, dei più bisognosi, offrendo un costante esempio di evangelica misericordia e calore umano. Oltre alle varie adozioni a distanza, lei e Giuseppe, avevano fatto della loro casa un “porto di mare” per l’accoglienza di persone di ogni età e nazionalità, come ad esempio i contaminati “profughi di Chernobyl”. Operava con slancio assoluto e una dedizione quasi spasmodica, con “durezza e bontà”, anteponendo le necessità altrui alle sue. Per questo, come hanno scritto i suoi cari nell’emozionante ed emozionata “pagellina” commemorativa, “era il sole alto e caldo nelle belle giornate di primavera… il valore delle piccole cose… una canzone cantata ad alta voce… la quotidiana scelta di dare il meglio… la compagna di tutti gli esseri viventi…”

Era proprio difficile non volerle bene e amarla con tutto il cuore.

Se ne è andata a soli cinquantacinque anni, per un malore improvviso, generando nei tantissimi che la conoscevano e le volevano bene un tragico sgomento ed un vuoto che svanga l’anima, ma anche lasciando una scia di esempio, di ricordi, di amore testimoniato e vissuto, che rimarrà nella memoria e nel cuore e produrrà un bene nuovo e rinnovato. Una scia ricca di profumo, il profumo di un fiore che non muore …