Coronavirus: La Voce dei Poeti

 

Coronavirus. La Voce dei Poeti: Réservé di Paolo Romano

Réservé

Come quando un cameriere

lascia cadere un bicchiere

tutti quei cristalli infranti

piccoli diamanti

per l’infinito stupore

d’essere vivi

alternativi

inseriti in un’antologia d’amore

che il calice ha richiamato

un brano di vetro soffiato

un bacio appena dato

un trionfo privato

apparecchiato al tavolo

della sera incommensurabile

fosse una vita cantabile

sarebbe una nostalgia

piena di melodia.

Ma ho perso tutto dalle tasche

rimangono pochi sorrisi

dimenticanze

cosa da nulla

il loro tutto confortante.

La voce tua distante.

Paolo Romano

Una poesia questa da leggersi tutta d’un fiato, senza pause, condotta saggiamente per mano dal ritmo cadenzato che lo avvolge godendo di un’interessante tessitura ritmica. Benché sia un’unica strofa, per comodità d’analisi, la suddividerei in due parti. La prima parte risulta costituita da ripetute rime tra baciate e alternate (A A B B A CC A D D D D – F F G G) che accompagnano melodicamente il lettore nella veloce “narrazione” che si va rappresentando di cui, come poi vedremo, il poeta è spettatore. La seconda parte è costituita da soli sei versi: il poeta, non racconta più l’accaduto ma il suo stato d’animo che, formalmente non richiede più l’ausilio di rime (assente nei seguenti quattro versi). Il suo è un prorompere duro, di dolorosa riflessione su quanto narrato prima: uno sfogo istantaneo, diretto. E’ solo negli ultimi due versi che ritorna la rima, baciata, ma crudele nella dolorosa contrapposizione di un “tutto confortante” ad una “voce tua distante”. La tristezza del canto è papabile e aggettivi “dolorosi” stanno a sottolinearlo: da cristalli infranti, a infinito stupore, a trionfo privato“ a “fosse una vita cantabile/sarebbe una nostalgia/ piena di melodia” e poi “pochi sorrisi”… “cosa da nulla”. In chiusa: “La voce tua distante”.

I terribili momenti che stiamo vivendo, la nostra scoperta fragilità di uomini diventa una poderosa immagine icastica nei versi di Paolo Romano: l’uomo, un vetro fragile che va rompersi in mille “cristalli infranti” quasi come “piccoli diamanti” che si appropriano, inaspettatamente, di una propria vita nascosta. Compressi a dar forma ad “un bicchiere” di vetro, nascono come cose a se stanti, autonome e nuove, continuità e diversità insieme. Il bicchiere, finito in frantumi, ha portato con sé un’intensa sconosciuta ma prevedibile storia, testimone d’incontri d’amore, di labbra sfiorate, di successi o sconfitte per un canto che “sarebbe una nostalgia/piena di melodia”. Sembra il momento della riflessione o forse del conto finale, dei ripensamenti o forse dei rimpianti… In questi giorni ognuno di noi è messo a nudo davanti alla sua stessa vita, non può barare, la sua vita distratta, fino ad ieri, da mille quotidianità potrebbe presentargli il conto finale. Il bicchiere si è rotto, è andato in mille frantumi… segni belli o tristi, vicende di vita inesorabilmente andate per sempre. Si ritrova solo, l’uomo, insieme a tanti altri uomini soli ma tutti legati da un unico destino: una quarantena che isola ma anche affratella, che fa ritrovare una forza e un vigore forse inaspettato. Ecco l’uomo che sente di possedere più nulla, ha “perso tutto dalle tasche” gli rimangono soltanto “pochi sorrisi/”dimenticanze/cosa da nulla”. Un’ infinta tristezza lo pervade. Nella sua solitudine, la mancanza di una voce “voce tua distante”, lo fa piombare nell’angoscia. E mai come in questi giorni si fa prorompente il bisogno di una voce, familiare, amica, o perfino lontana che arriva a noi tramite mezzi mediatici o da un vicino cortile, dall’ attiguo terrazzo cantando o urlando un messaggio di speranza, di coraggio. Riscoprire il valore balsamico della voce, di un’altra voce che non sia la nostra che serva per infondere coraggio a noi stessi e a quanto a loro volta aspettano la nostra voce in questi attoniti silenzi di una comune anima.

Paolo Romano, giornalista professionista, già in forza a Rai-Giubileo, è redattore di TDS Salerno. Collabora con il quotidiano “Il Giornale del Sud”. Ha realizzato documentari in India, Tunisia, Germania, Israele, Egitto, Giordania. Ha vinto il premio Giornalistico “Città di Salerno” (2006) e il Premio “ Media e Territorio”(2010). Tra le sue pubblicazioni: “Menti perdute” (Ripostes 1995); “Circo-stanze” (Ripostes 2000): “Il Dio della valigia” (Il grappolo 2004); “Mille quadri non dipinti” Pref.di Erri De Luca, 2017; “La storia di Salerno dalle origini ai giorni nostri” Editrice Typimedia,Roma, 2019. Una silloge di sue poesie è stata tradotta in inglese e pubblicata negli Stati Uniti su “Gradiva-Internazional Journal of Italian Poetry”.

Coronavirus. La Voce dei Poeti: Attesa di vita di Annamaria Apicella

Attesa di vita. Poesia giuntami dalla Signora Annamaria Apicella, cara amica e già collega di materie letterarie alle Superiori che risiede nella nostra comune città natale, Cava de’ Tirreni.
Nell’invio, Annamaria, mi scrive che la poesia vuole essere testimonianza dolorosa e “modesto” ma tangibile segno di vicinanza e di fraterno affetto alla “bella città di Bergamo dove tu ormai risiedi da molti anni, così crudelmente e mortalmente colpita. L’ho scritta di getto, velocemente, dettata da un penetrante dolore misto a un’irrefrenabile commozione”.

Attesa di vita

Insensata sosta
per l’ospite inatteso.

Via vai di regole e
divieto di nozioni
da un oscuro

ignoto dizionario.

Vite in riga tra
bianche lenzuola
inaridite. Letti senza respiri
fra spenti sorrisi. Né mai
una lacrima raccolta.

Solo
furgoni in riga verso fuochi accesi.
E tanta tanta cenere in viaggio
verso il sole d’un cielo azzurro.

Annamaria Apicella  (Inedito)

Palese è l’immediatezza del sentimento che è alla base dell’elaborazione poetica della prof.ssa Apicella. Poesia divisa in tre strofe come tre stazioni di una pietosa via crucis: l’arrivo improvviso del male e lo sconvolgimento totale; le luttuose conseguenze; lo straziante epilogo alla luce di una rinascita cristiana o laica. Poesia in cui emerge, in modo prorompente, l’incontenibile incredulità per un qualcosa di spaventoso e d’inatteso che ha messo la nostra vita in un’“insensata sosta” e che ci costringe a scoprire nuove regole di comportamento “via vai di regole “, divieti impensabili (non poter uscire da casa) “partoriti” “da un oscuro ignoto dizionario”. E, tanto, grandissimo dolore. Morti, tantissimi morti, specie in Lombardia e in particolare nella provincia di Bergamo. Neppure le lenzuola hanno più lacrime “bianche lenzuola/inaridite, per centinaia e centinaia di poveri corpi. Nessuna pietas cristiana, nessuna possibilità di pausa per dare l’ultimo addio a chi muore: sono tanti i morti e bisogna fare presto; bisogna liberare i letti ormai senza respiri, né poter avere un attimo per una lacrima d’addio “né mai/ una lacrima raccolta. Lontani persino i congiunti più cari, figli, madri, mogli. Il virus e lì in agguato pronto a offendere e uccidere ancora e ancora. Terrificante, gravoso epilogo: la spettrale dolorosa rappresentazione in questa moderna molteplice via crucis di centinaia di furgoni con i corpi dei defunti in fila verso il cimitero di Bergamo per la cremazione “furgoni in riga verso fuochi accesi.” E poi “ tanta tanta cenere in viaggio” ma – e qui il cuore del poeta ha uno scatto d’illuminata speranza- in viaggio verso “il sole d’un cielo azzurro”.

E’ interessante sottolineare la costruzione ritmica che sorregge questa poesia. Nessuna rima “abbraccia i versi” legati da ripetuti enjambement e da una costruzione metrica in cui predomina, nella prima strofa, l’uso dell’ iterazione “S” (Insensata sosta per l’ospite inatteso). Consonante “S” caratterizzata dai primi tre lemmi dal suono aspro, sordo a indicare la gravezza di tutto ciò. Nella seconda strofa continua e si accentua la dolorosa rappresentazione attraverso ancora un suono duro (riga/ tra inaridite respiri, sorrisi lacrima), uso della “R” che quasi rotola a fatica fra i denti. Nell’ultima strofa, un unico primo verso costituito da un’unica parola “Solo” mette i brividi nell’ efficace ma terribile traslitterazione poetica di chi muore senza conforto alcuno! La “R” ritorna subito dopo (furgoni riga cenere). Nell’ultimo verso, invece l’ iterazione della labiale “L” (verso il sole d’ un cielo azzurro) dona la leggerezza del volo verso un mondo, per i credenti, di pace eterna e per i non credenti d’imperituro compianto.

Annamaria Apicella, scrittrice, poetessa (Cava de’ tirreni 1947). Nipote, da parte di padre, di Mamma Lucia (al secolo Lucia Pisapia Apicella), notissima filantropa medaglia d’oro al merito civile della Repubblica Italiana per essersi prodigata, subito dopo la seconda guerra mondiale, a dare sepoltura alle salme di circa 700 soldati tedeschi caduti in territorio campano. Ex docente di Materie letterarie alle Superiori ha firmato anche saggi e testi a uso scolastico. Tra le sue numerose pubblicazioni, citiamo: “Presagi”, ed. Ferraro, 1988; Flash tra i banchi di scuola, Medusa, 1989; Dedalo e Icaro, Ad Litteram, 1995; Verga, Pirandello, Svevo, Loffredo 1999; Alzheimer, un’ombra di vita, Terre del sole, 2002; Pagine Giovani Pagine Adulte, Loffredo, 2005; E…state in esercizio Vol. 1 e Vol. 2, Loffredo 2006; Angeli con un’ala sola, Loffredo 2007; Fuochi, ed. Loffredo, 2009; Pagine di persone, Loffredo 2011; Veli al vento, I Libri Della Leda, 2014.

Coronavirus. La Voce dei Poeti: Paolo Ruffilli

Questa mini antologia che raccoglie poesie inedite scritte sul Coronavirus, ospita questa volta una lirica del poeta Paolo Ruffilli.

Quarantena

In quarantena

non ha più misura,

il tempo, è sconfinato

e solo si riflette

il suo tracciato,

in ogni modo

qualunque sia mai stato, 

sugli specchi di

ore e giorni 

come ciò che cambia

mentre dura e ha 

in sé la fine e

il suo principio

contro la parete 

nel giro in cui si

mette e che ripete.

Paolo Ruffilli (inedito)

Quarantena”: dettagliata, originale “panoramica d’interno” come specchio dello stato d’animo di chi vive in quarantena o serrato nell’assordante silenzio delle nostre case in questi terribili dolorosi giorni. Rufflli non è certamente nuovo all’indagine sull’uomo attraverso una poetica originale “lettura” delle cose che ci circondano, come testimonia anche il suo ultimo libro di liriche: Le cose del mondo, edito dalla Mondadori a gennaio di quest’anno. Una lirica perfettamente modulata dove l’enjambement dà il tempo al respiro, alla riflessione rapida e allo stesso penetrante, dalla forza quasi subliminale. Versi apparentemente liberi, ma dalla costruzione metrica cadenzata attraverso le rime qua e là con discrezione disseminate (sconfinato/ tracciato/ stato), qualche rima al mezzo (solo/modo) per un ritmo che dapprima quasi mozzato riprende poi, vigorosamente, al verso successivo per poi essere ancora negato, così fino alla fine per una definitiva semantizazione del contenuto di cui Ruffilli è maestro. Al centro, il Tempo da sempre nemico o amico, veloce o lentissimo nel dettare il ritmo del nostro vivere quotidiano, ora non è più quantificabile. Presuntuoso l’uomo che ha sempre creduto di essere il padrone del tempo, di gestirlo a suo piacimento; in questi giorni di pandemia il tempo si mostra in una nuova veste, “non ha più misura”. Eccolo che dagli specchi si riflette e ci riflette e ci controlla e dirige le ore e i giorni, ”sugli specchi di ore e giorni “ e sa essere principio e fine “e ha /in sé la fine e/il suo principio”. E’ lì il tempo tangibile “contro la parete” di una stanza che da giorni ci accoglie, ci difende, ma allo stesso tempo, ci serra prigionieri; e lì pronto a ricominciare ancora, un giorno dopo un altro, “nel giro in cui si /mette e che ripete”, pronto nella sua monotona conta incurante del serrato suo ospite che non sa quanto questa ”prigionia” possa aver fine.

Paolo Ruffilli (Rieti, 1949) è poeta, scrittore, saggista, traduttore. Tra i suoi testi di poesia citiamo: La Quercia delle gazze (Forum, 1972); Piccola colazione (Garzanti, 1987); Camera oscura (Garzanti, 1992); Le stanze del cielo, Marsilio, 2008); Affari di cuore (Einaudi, 2011) Variazioni sul tema (Aragno, 2014). Le cose del mondo, Lo Specchio Mondadori, 2020. Tra romanzi e saggi: Vita di Ippolito Nievo (Camunia, 1991) Vita, amori e meraviglie del signor Carlo Goldoni (Camunia, 1993); Preparativi per la partenza (Marsilio, 2003); L’isola e il sogno (Fazi, 2011). Ha tradotto, tra le altre, opere di Gibran; Tagore; Shakespeare; Milton; Mandel’štam; Kavafis, Vincitore d’importanti premi nazionali e internazionali, i suoi libri sono stati tradotti in molte lingue.

Coronavirus. La voce dei poeti: Maria Lenti

Passaggio                 

chi alza la lanterna

non l’ho saputo 

non saprei

non ho memoria

non ho carta pretoria …

 

s’è incamminato

allampanato

s’è dileguato teso

stravolto in volto

davanti a tutti

balordo offeso

tra sassi e flutti    

              

forse sdegnato 

forse seccato 

forse accecato 

forse mai stato

Maria Lenti 

Un sapiente gioco metrico fa di questa lirica, una graffiante litania. L’uso dell’anafora presente massicciamente nella prima strofa (non) e nella terza (forse) diventa il segno predominante con un armonico intreccio di rime che quasi giocano a rincorrersi (vv 4/5 memoria/pretoria); (vv 6/7 incamminato/allampanato); (vv 8/11 teso/offeso); (vv 10/12 tutti/flutti) con rima al mezzo (vv 9/11 stravolto/volto/balordo), per poi mostrasi, sfacciatamente, e con forza, nella terza e ultima strofa con la presenza di ben quattro rime baciate in “ato” (vv 13/14/15/16 sdegnato, seccato, accecato, stato). Intrigante cantilena che va a perdersi all’infinto con la cadenza del procedere, in conformità con il tema stesso della lirica, dell’andare oltre per una perfetta semantizzazione del significante ovvero forma e contenuto diventano tutt’uno.

Ogni certezza è smarrita, neppure la “memoria” ormai impotente, può più dar certezze. “Qualcuno” è partito, andato. Ma chi? Chi ha alzato la familiare amica“ lanterna”? Forse l’alter ego del poeta stesso? E chi potrà dire del suo andare, del suo “passaggio” oltre? Tutto è oscuro. L’uomo, eterno navigante, va, deve andare, è il suo destino, ma non sa dove e soprattutto dove arriverà. Tutto è nebuloso, le stelle tramontate per sempre, il cielo è nero, sembra la prima notte dell’esistenza, prima della luce. “L’uomo”, nonostante tutto, si è messo in cammino, ma il suo è un cammino doloroso “stravolto in volto”, non compreso dagli stessi uomini che pur dovrebbero essere i suoi compagni di viaggio, d’avventura, anzi è deriso nel suo desiderio di andare avanti, di procedere nonostante tutto. Il suo cammino è sempre più pieno di ostacoli: perché non ritorna indietro? Perché non rinuncia? Gli insulti si fanno sempre più pressanti, (balordo offeso”), eppure non recede. Non ha certezze, ma sa che deve andare, di questo è convinto seppure il dubbio per l’esito finale lo attanagli, forse ciò che era luce, non è che inganno (“forse accecato”), forse il suo stesso andare non è che un inganno, forse il desiderio dal “passaggio” oltre, forse la sua stessa vita non è stata che un’illusioneforse mai stato”.

Questo nostro incedere in questi dolorosi giorni, dove nulla è sicuro se non la paura della sconfitta, perfino della morte, diventa l’emblema dell’uomo d’oggi che non si rassegna, che sa che deve andare avanti, porsi domande e cercare risposte, ma il momento dello scoramento, è dietro l’angolo pronto a sconfiggere la sua stessa missione che è missione di vita, nonostante tutto.

E’ questo il “passaggio” oltre che ci regala Maria Lenti, un andare oltre che è tutto intimo, di sferzante, a volte crudele introspezione, un andare contro un invisibile nemico con cui fare i conti ma nella certezza che è proprio dell’Uomo lottare per un fine che può tardare ma che deve pur esserci al termine del lungo, doloroso, incessante andare.

Maria Lenti, poeta, scrittrice, saggista, giornalista, vive a Urbino dov’è nata nel 1941. Già docente di lettere negli istituti superiori è stata deputata al Parlamento italiano per Rifondazione Comunista dal 1994 al 2001. Ha collaborato con quotidiani (l’Unità”, “Paese Sera”, “Brescia oggi”) e periodici con recensioni e saggi su poeti e artisti del Novecento. Numerose le sue pubblicazioni sia di poesia sia di narrativa e saggistica. Tra le più recenti, citiamo: Passi variati, Tracce 2003; Versi alfabetici Quattroventi,2005; Giardini d’aria Marte (Colonnella) 2011; Dentro il mutamento, antologia di poeti italiani contemporanei, Collana Nuovi / Fermenti Poesia, 2011; Effetto giorno. Scritti diversi (1993-2012) Ediland2012;Cartografie neodialettali. Poeti di Romagna e d’altri luoghi Pazzini, 2014; Ai piedi del faro La Vita Felice, 2016; Certe piccole lune” , Fara editore, 2017; Elena, Ecuba e le altre, Arcipelago Itaca,2019.

Coronavirus. La voce dei poeti: Fabio Dainotti

Non è più Italia”

Non è più Italia”,

esclama Nadia, la cameriera ucraina alla finestra,

è come da noi, quando la neve è alta

e la gente non esce di casa”.

Fabio Dainotti  (inedito)

Un flash, come una foto dell’anima. Pochi versi ma fortemente suggestivi. Solo un poeta come Fabio Dainotti, uomo riservato e “di poche parole”, ma poeta noto e gratificato da premi e riconoscimenti, poteva regalarci questa istantanea che ben fotografa questi giorni che affliggono mortalmente l’uomo senza distinzione di aree geografiche o latitudini. Pochi versi, dicevo, ma che nascondono un ordito ritmico ben avvertibile: il secondo lungo verso impone al lettore la “durezza” di quanto si esclama, durezza data dall’uso ripetuto della sillaba ” r” + la vocale forte “a” :cameriera ucraina finestra contrapposta alla dolcezza degli ultimi versi nell’iterazione dell’uso della “e” (neve/ gente /esce) nonché assonanze al mezzo e in fine (alta/casa).

L’uomo nel suo essere animale, si scopre fragile fragile e in pochi istanti vede svanire la sua superiorità di genere, tutta la sua forza, quasi una sua presunta imbattibilità. Fragile fragile in balia di un nemico piccolo piccolo, tanto da non poter essere visto neppure a occhi nudi. Dainotti ci regala un frammento da veloce battuta teatrale (la mente corre al mai dimenticato Achille Campanile). Non sappiamo molto della “voce narrante” solo che trattasi di una donna: “Nadia, la cameriera ucraina” e sappiamo di altri due protagonisti: l’Italia e la neve. Sembra vederla la donna ucraina affacciarsi alla finestra di una qualsiasi città o paese italiano (oppure a una finestra mediatica) e sgomenta, ritrovare davanti ai suoi occhi il deserto in un silenzio innaturale che incombe con voce d’assordante terrore ” Non è più Italia”. Non è più “quell’Italia” che lei ha imparato a conoscere e amare, quell’Italia fatta di suoni, colori, profumi, quell’Italia che pullula di gente, di giovani rumorosi a volte, ma che sprizzano energia, vitalità, gioia di vivere. E’ come neve, questo virus, che tiene lontano gli uomini e le bestie. Come quella neve alta, inesorabile che nella lontana ucraina, tiene per mesi la gente chiusa in casa, proprio come noi in questi lunghi interminabili giorni di quarantena volontaria e doverosa per decreto governativo. E’ l’Italia, oggi, sommersa dalla “neve”. E’ l’ Italia a soffrire. Originale descrizione icastica: un elemento naturale come la neve a dar forma all’invisibile Covid-19 (naturale anch’esso o partorito dalla mente dell’uomo che più che a costruire, si adopera ad abbattere, a uccidere? ). Ma la neve sa essere gioiosa, incantevole nel suo “apparire”, sembrare un bianco regalo del cielo o forse degli angeli che si spogliano del loro candore, porta silenzio indescrivibile e incantevole luce nelle notti lunari, ma è passeggera, dopo poco “si dilegua” o ostinatamente permane per offrire di sé un altro aspetto: poltiglia grigia divenuta fango e melma. Che sia nella neve il senso vero del misterioso vivere?

Fabio Dainotti, nato a Pavia nel 1948, vive a Cava de’ Tirreni, poeta e critico letterario. Ex docente d’italiano e latino nei licei è presidente onorario della Lectura Dantis Metelliana e condirettore dell’annuario di poesia e teoria “Il pensiero poetante”. Dalle sue pubblicazioni, citiamo: L’araldo nello specchio, prefazione di Francesco D’Episcopo, Avagliano, 1996; La Ringhiera con nota di Vincenzo Guarracino, Book Editore, 1998; Sera, con un disegno di Salvatore Carbone, Pulcinoelefante, 1999; Ragazza Carla Cassiera a Milano con disegni di Valerio Gaeti, Signum, 2001; Selected poems, Gradiva, 2015; Lamento per Gina e altre poesie, prefazione di Sandro Gros-Pietro, Genesi Editrice, 2015. Ha collaborato e collabora a quotidiani e riviste culturali.